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Giu 01 2015

Il “vecchio” Ezzelino e la “nuova” Cunizza da Romano: una replica “testamentaria” di Dante ad Albertino Mussato

“I due sembrano ignorarsi: un silenzio di cui si potrebbero tentare spiegazioni psicologiche di varia natura. Se non intervengono altri documenti, il problema dei rapporti fra Dante e Mussato resterà aperto all’ingegnosità e alle sottigliezze dei commentatori”. Così Guido Martellotti nell’Enciclopedia Dantesca  (1984), a conclusione della voce dedicata al letterato padovano.

“Quanto piacerebbe sapere se Albertino vide o conobbe mai Dante!”, scriveva Carducci. Certo entrambi individuarono “in tutte le sue forze e con tutte anche l’esuberanze ideali e morali l’esempio del perfetto cittadino di Comune italiano in quel supremo passaggio dalla libertà alla signoria” [1]. E poi entrambi sperimentarono i costumi dei potenti, videro le supreme altezze del mondo, il papa e l’imperatore. Uniti nella difesa della poesia e delle sue origini divine, divisi però sulla “gloria de la lingua”, da assegnare secondo l’uno al volgare, per l’altro al latino, Dante e Mussato potrebbero essersi incontrati a Padova o a Milano, al momento dell’incoronazione di Enrico VII, il 6 gennaio 1311. Certamente i testi, senza dover essere sollecitati da un sottile ingegno di commentatore, dicono di una chiara risposta contenuta nel Paradiso all’Ecerinis, la tragedia del Mussato che fu “l’inno della libertà padovana” per Giacomo Zanella, più epos che dramma per Carducci [2]. Per ‘testi’ si intende quel confronto fra la Commedia e la Lectura super Apocalipsim di Pietro di Giovanni Olivi condotto su questo sito e che ha portato alla realizzazione di una Topografia spirituale della Commedia, in cui i 14233 versi del “poema sacro” mostrano in filigrana, contenuta nel senso letterale, una dottrina ben più ampia alla quale la lettera fornisce “e piedi e mano” a scopi omiletici o di edificazione del lettore, rinviandovi con una mnemotecnica che agisce attraverso parole-segni. Come sia avvenuta la trasmissione della Lectura a Dante, e in quale temperie storica; quali motivazioni abbiano spinto Dante a sceglierla come “panno” per fare la “gonna”, è stato più volte discusso altrove e qui vi si accennerà solo incidentalmente [3].

Nell’Ecerinis il protagonista – Ezzelino da Romano -, di fronte all’invito dell’antoniano fra’ Luca di aprirsi a Cristo “pastor bonus”, di tralasciare il furore per l’umiltà, risponde invocando il Dio vendicatore dell’Antico Testamento, che gli ha ingiunto di punire i malvagi:

ALBERTINO MUSSATO, Ecerinide, tragedia, a cura di L. Padrin, con uno studio di G. Carducci, Bologna (ristampa anastatica della edizione 1900), vv. 374-397, pp. 48-49:

                                               FR. LUCAS

Ecerine, crede, carior Saulus fuit,
Peccare postquam desiit. Mitis Deus
Redemptor animas ipse venatur suas
Errore falso devias pastor bonus;
Errore lapsos adiuvans vitam suis
Ad abluenda crimina elongat pius.

                                               ECERINUS

Me credo mundo, scelera ut ulciscar, datum,
Illo iubente. Plurimas quondam dedit
Vindex iniquis gentibus clades Deus,
Ceteraque meritis debita exitia suis.
Diluvia culices grandines ignes fames,
Ne mentiar, Scriptura testatur Vetus.
Dedit et  tyrannos urbibus, licuit quibus
Sine ordine, sine fine, strictis ensibus
Saevire largo sanguine in gentes vage.
Nabuchodonosor, Aegyptius Pharao, Saul,
Proles Philippi gloriosa Macedonis,
Hi pervetustae memoriae, nostrae quoque
Praelata mundo Caesarum egregia domus,
Felicis unde memoriae exortus Nero,
Polluere caedibus quot hi * mundum suis?
Quantis cruoribus rubuit altum mare,
Illis iubentibus? Nec inspector Deus
Prohibere voluit, esse sic ultro sinens.

Questo flagello moderno, pari alle piaghe veterotestamentarie, fu secondo Mussato figlio adulterino del demonio, concepito nel vapore sulfureo, fra crepitio della terra, folgore e tuono:

vv. 28-38, pp. 25-26:

Cum prima noctis hora, communis quies,
Omni teneret ab opere abstractum genus,
Et ecce ab imo terra mugitum dedit,
Crepuisset ut centrum et foret apertum chaos,
Altumque versa resonuit caelum vice:
Faciem aëris sulphureus invasit vapor,
Nubemque fecit. Tunc subito fulgur domum
Lustravit ingens, fulminis ad instar, tono
Sequente: oletum sparsa per thalamum tulit
Fumosa nubes. Occupor tunc et premor,
Et ecce pudor, adulterum ignotum ferens.

Dante, è noto, colloca Ezzelino da Romano fra i tiranni puniti nel primo girone del settimo cerchio infernale. Si tratta di un breve accenno (Inf. XII, 109-110):

E quella fronte c’ha ’l pel così nero,
è Azzolino …………………………

Torna però a parlare di lui in modo più ampio la sorella Cunizza, beata che si mostra nel terzo cielo (di Venere) del paradiso (Par. IX, 25-36):

In quella parte de la terra prava
italica che siede tra Rïalto
e le fontane di Brenta e di Piava,
si leva un colle, e non surge molt’ alto,
là onde scese già una facella
che fece a la contrada un grande assalto.
D’una radice nacqui e io ed ella:
Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
perché mi vinse il lume d’esta stella;
ma lietamente a me medesma indulgo
la cagion di mia sorte, e non mi noia;
che parria forse forte al vostro vulgo.

L’Ecerinis è probabilmente del 1315, precedente l’incoronazione del Mussato come poeta a Padova il 3 dicembre di quell’anno. Il Paradiso si suppone scritto a partire dal 1316, comunque dopo l’elezione a papa di Giovanni XXII (7 agosto), il ‘caorsino’ riprovato da san Pietro in persona a Par. XXVII, 58-60. La Commedia, per ammissione del suo stesso autore, ha un significato “polisemos, hoc est plurium sensuum” (Epistola XIII, 20). La ricerca, presentata su questo sito, ha dimostrato come nella struttura interna della Commedia numerose parole-chiave, che nel contesto dei versi fungono da imagines agentes, conducono il lettore alla dottrina contenuta nella Lectura super Apocalipsim consentendo così il passaggio dal senso letterale, che è per tutti, a quelli mistici in esso racchiusi, riservati ai depositari della chiave di sì alta crittografia o piuttosto ars memorativa. Questa operazione era stata concepita da Dante per un nuovo pubblico di predicatori – gli Spirituali francescani – che, nel primo decennio del Trecento si configurava come possibile riformatore della Chiesa. Un gruppo di lettori privilegiato in possesso della Lectura super Apocalipsim, subito diffusasi in Italia dopo la morte del suo autore (1298), avrebbe potuto leggerla, parafrasata e aggiornata in senso aristotelico e imperiale, nei versi in volgare. Questi riformatori e predicatori avrebbero trovato nella Commedia un viaggio per exempla e uno speculum clericorum. Se, poi, grazie alla Commedia Dante fosse tornato a Firenze per esservi incoronato poeta “con altra voce omai, con altro vello”, quanti fra essi non l’avrebbero citata dai pergami cittadini?

Quale parte, dunque, della dottrina contenuta nella Lectura dell’Olivi sarebbe venuta alla mente di uno Spirituale che nel tardo secondo decennio del Trecento avrebbe potuto leggere nel “poema sacro” le parole di Cunizza da Romano e dal contesto semantico essere ricondotto alla visione della storia contenuta nella Lectura super Apocalipsim di Pietro di Giovanni Olivi? Seguiamo la sua esegesi in luoghi importanti. Ricordiamo prima una delle norme che regolano il rapporto fra i due testi: un medesimo luogo della Lectura conduce, tramite la compresenza delle parole, a più luoghi della Commedia. Ciò significa che la medesima esegesi di un passo del commento scritturale è stata utilizzata, quasi cerniera semantica, in momenti diversi della stesura del poema. Un corollario a questa norma è che più luoghi della Lectura possono essere collazionati tra loro. La scelta non è arbitraria. Vi predispone lo stesso testo scritturale, poiché l’Apocalisse contiene espressioni, come Leitmotive, che ritornano più volte. È determinata da parole-chiave che collegano i passi da collazionare. È suggerita dallo stesso Olivi per una migliore intelligenza del significato del testo. La “mutua collatio” di parti della Lectura arricchisce il significato legato alle parole e consente uno sviluppo tematico dell’esegesi.

Ad Apocalisse [= Ap] 22, 16, quasi a conclusione del libro, Cristo si definisce “stella splendida”, illuminatrice dei santi, e “matutina”, che promette, predica e mostra la luce futura dell’eterno giorno. È stella in quanto fu uomo mortale e sole in quanto Dio. Prima ancora, si definisce “radice e stirpe di David”, il che comporta un confronto con altro e più importante passo, ad Ap 5, 5.

Nel quinto capitolo, un angelo forte chiede a gran voce chi sia degno di aprire il libro e di scioglierne i sette sigilli (Ap 5, 2). Segue il gemito e il pianto di Giovanni, a nome di tutti coloro che sospirano l’apertura del libro ma constatano che nessuno è in grado di aprirlo e di leggerlo (Ap 5, 4). Uno dei vegliardi dice a Giovanni di non piangere più, perché ha vinto il leone della tribù di Giuda, la radice di David (Ap 5, 5). È Cristo, nato dalla tribù di Giuda, che aprirà il libro risorgendo possente e invincibile come un leone verso la preda. Egli nascerà dalla radice di David in quanto radice di tutta la vita spirituale precedente e successiva, sia dei fedeli venuti dopo di lui, sia dei santi padri che precedettero. Come tutti i rami di un albero procedono dalla radice e in essa trovano solidità, così tutto l’albero dei santi padri del Vecchio e del Nuovo Testamento procede da Cristo e da lui prende vigore. Viene fatto riferimento a David, piuttosto che ad altri santi padri, sia perché fu l’istitutore del regno e del culto divino, sia per mostrare che Cristo ha dignità regale e potere sui presenti e sui futuri, sia perché a David fu singolarmente promesso che Cristo sarebbe nato dalla sua stirpe e avrebbe compiuto la costruzione del tempio e del regno e del culto di Dio, sia perché la chiave di David, cioè il giubilo della salmodia spirituale, è quella che apre il libro (cfr. Ap 3, 7).

Dante aveva ben presente il valore dell’espressione “radice di David”. Di questa parla nel Convivio (IV, v, 5-6), per dimostrare che il disegno divino di inviare un “celestiale rege” da una progenie purissima – quella di Iesse padre di David, secondo la profezia di Isaia 11, 1 – dalla quale nascesse Maria, “la baldezza e l’onore dell’umana generazione”, coincise con l’altro disegno, la divina elezione dell’impero romano: David nacque infatti nello stesso tempo in cui nacque Roma, cioè in cui Enea venne da Troia in Italia.

Cunizza (Par. IX, 25-33) racconta di sé con i motivi della radice di David, del vecchio e del nuovo (Ap 5, 5; 22, 16). Sorella di Ezzelino da Romano – di “una facella / che fece a la contrada un grande assalto” – è una con lui nello stipite: “D’una radice nacqui e io ed ella”. Il forte contrasto tra il feroce tiranno punito nel Flegetonte che bolle di sangue (Inf. XII, 109-110) e la sorella vinta in terra dall’inclinazione amorosa, per influsso di Venere, stella dove ora rifulge, sembra accennare ai due Testamenti, il Vecchio e il Nuovo, che hanno entrambi una sola radice in Cristo.

Il tema della radice di David (Ap 5, 5; 22, 16), per cui Cristo, nato dalla tribù di Giuda, aprirà il libro segnato da sette sigilli risorgendo possente e invincibile come un leone verso la preda, radice di David in quanto stipite di tutta la vita spirituale a lui precedente e successiva, è già risuonato alto nell’incontro fra Virgilio e Sordello. L’anima del trovatore, altera e disdegnosa, se ne sta sola soletta “solo sguardando / a guisa di leon quando si posa” (Purg. VI, 64-66). Il ‘posarsi’ deriva da Ap 21, 16 (la misura della città celeste, nella settima visione) e indica in senso paolino (1 Cor 9, 24) lo stare trionfale (elemento che collega questo passo ad Ap 5, 5) di chi, dopo aver corso nello stadio, ha ottenuto il premio corrispondente al merito: Sordello è ormai già spirito eletto, sicuro di arrivare a vedere l’alto Sole [4]. Al suo opposto, al termine dell’invettiva contro la “serva Italia”, sta la dolorosa Firenze, “quella inferma / che non può trovar posa in su le piume” (ibid., 148-151). A Virgilio che lo interroga sulla migliore via per salire la montagna, Sordello non risponde ma a sua volta interroga “di nostro paese e de la vita”. Al nome “Mantüa …” pronunciato da Virgilio, Sordello “surse ver’ lui”: il leone, prima posato, risorge all’udire che da una sola radice nacque lui e il suo concittadino. Una è la vita spirituale che unisce l’antico poeta e il nuovo, per cui “e l’un l’altro abbracciava” (ibid., 67-75).

Variazione negativa del tema è nelle parole di Ugo Capeto, “radice”, suo malgrado, “de la mala pianta … per cui novellamente è Francia retta”, dopo il venir meno de “li regi antichi … / tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi” (Purg. XX, 43-54). Parole che intervengono poco dopo l’invocazione del poeta al cielo affinché venga il Veltro, per cui l’antica, maledetta lupa disceda (ibid., 13-15).

I motivi connessi alla ‘radice di David’, di Cristo risorgente stipite della vita sia dei fedeli che vennero dopo come dei santi padri che precedettero, è cantato, ancora, dalle due corone degli spiriti sapienti nel cielo del Sole, pronte a dire “Amme!” dopo il discorso di Salomone, mostrando così il desiderio di ricongiungersi coi loro corpi morti, “forse non pur per lor, ma per le mamme, / per li padri e per li altri che fuor cari / anzi che fosser sempiterne fiamme”: versi in cui il motivo del desiderio (che ad Ap 5, 4 è per l’apertura del libro) è accostato a quello della resurrezione e a quello degli antichi padri (Par. XIV, 61-66). Nel cielo seguente, Cacciaguida si definisce “radice” di Dante (Par. XV, 88-90). Beatrice nell’Eden siede “sotto la fronda / nova … in su la sua radice”, cioè è Cristo radice dell’albero rinnovato nel sesto stato della Chiesa (Purg. XXXII, 85-87).

 Virgilio e Sordello, Ezzelino da Romano e Cunizza: figure storiche inserite, a diverso titolo, in un medesimo processo storico figurale che va, per apocalittici segni, dall’antico al nuovo. E non è certo casuale che la ‘nuova’ Cunizza avesse avuto fama di essere stata in vita l’amante del ‘nuovo’ Sordello.

[Ap 5, 5; radix IIe visionis] Deinde subditur consolatoria promissio: “Et unus de senioribus dixit michi: Ne fleveris: ecce vicit”, id est victoriose promeruit et etiam per triumphalem potentiam prevaluit, “leo de tribu Iuda”, id est Christus de tribu Iuda natus ac invincibilis et prepotens et ad predam potenter resurgens sicut leo.
Radix David”, id est radix totius spiritualis vite non solum fidelium qui post Christum fuerunt, sed etiam omnium sanctorum patrum precedentium. Sicut enim rami totius arboris prodeunt a radice et firmantur in ea, sic tota arbor sanctorum veteris et novi testamenti prodit a Christo et firmatur in eo.
Dicit autem “radix David” potius quam aliorum sanctorum patrum, tum ut innuat quod fuit fundamentalis radix et causa totius regni davitici et cultus Dei per eum instituti, tum ut ex hoc magis pateat Christum habere regiam dignitatem et potestatem super preteritos et futuros, tum quia singulariter fuit ei promissus, et hoc sic quod Christus nasciturus ex ipso constitueret et consumaret templum et regnum et cultum Dei; tum quia clavis David, id est spiritalis iubilatio psalmodie, est precipua clavis aperiens librum.

[Ap 22, 16] Sexto loquitur ut sue regalis auctoritatis et magistralis et exemplaris claritatis manifestator, ut sic omnimode sibi credatur, unde subdit: “Ego sum radix et genus David”. Non dicit ‘de radice et genere David’, quamvis et hoc ibi secundum carnem intelligatur, sed dicit “ego sum radix”, id est radicale principium et fundamentum et nutrimentum totius regni davitici et totius cultus Dei in ipso fundati et ad alios derivati, “et genus”, id est principale caput totius generis et generositatis eius. “Sum” etiam “stella splendida”, omnium scilicet sanctorum illuminatrix, “et matutina”, future scilicet et eterne diei immensam claritatem predicando et promittendo et tandem prebendo, et etiam prout fui homo mortalis ipsam precurrendo, ut ipse secundum quod homo sit stella et secundum quod Deus sit sol.

 

Purg. VI, 64-75, 148-151

Ella non ci dicëa alcuna cosa,
ma lasciavane gir, solo sguardando
a guisa di leon quando si posa.
Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
che ne mostrasse la miglior salita;
e quella non rispuose al suo dimando,
ma di nostro paese e de la vita
ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava
“Mantüa …”, e l’ombra, tutta in sé romita,
surse ver’ lui del loco ove pria stava,
dicendo: “O Mantoano, io son Sordello
de la tua terra!”; e l’un l’altro abbracciava.

E se ben ti ricordi e vedi lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su le piume,
ma con dar volta suo dolore scherma.

Par. IX, 25-33

In quella parte de la terra prava
italica che siede tra Rïalto
e le fontane di Brenta e di Piava,
si leva un colle, e non surge molt’ alto,
là onde scese già una facella
che fece a la contrada un grande assalto.
D’una radice nacqui e io ed ella:
Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
perché mi vinse il lume d’esta stella

 Inf. XX, 55-57

Manto fu, che cercò per terre molte;
poscia si puose là dove nacqu’ io;
onde un poco mi piace che m’ascolte.

[Ap 5, 5; radix IIe visionis] Deinde subditur consolatoria promissio: “Et unus de senioribus dixit michi: Ne fleveris: ecce vicit”, id est victoriose promeruit et etiam per triumphalem potentiam prevaluit, “leo de tribu Iuda”, id est Christus de tribu Iuda natus ac invincibilis et prepotens et ad predam potenter resurgens sicut leo.

[Ap 21, 16; VIIa visio] “Et mensus est civitatem Dei cum arundine per stadia duodecim milia”. Stadium est spatium in cuius termino statur vel pro respirando pausatur, et per quod curritur ut bravium acquiratur, secundum illud Apostoli prima ad Corinthios, capitulo IX°: “Nescitis quod hii, qui in stadio currunt, omnes quidem currunt, sed unus accipit bravium?” (1 Cor 9, 24), et ideo significat iter meriti triumphaliter obtinentis premium. Cui et congruit quod stadium est octava pars miliarii, unde designat octavam resurrectionis.

 

[Ap 5, 5; radix IIe visionis] Deinde subditur consolatoria promissio: “Et unus de senioribus dixit michi: Ne fleveris: ecce vicit”, id est victoriose promeruit et etiam per triumphalem potentiam prevaluit, “leo de tribu Iuda”, id est Christus de tribu Iuda natus ac invincibilis et prepotens et ad predam potenter resurgens sicut leo.
Radix David”, id est radix totius spiritualis vite non solum fidelium qui post Christum fuerunt, sed etiam omnium sanctorum patrum precedentium. Sicut enim rami totius arboris prodeunt a radice et firmantur in ea, sic tota arbor sanctorum veteris et novi testamenti prodit a Christo et firmatur in eo.
Dicit autem “radix David” potius quam aliorum sanctorum patrum, tum ut innuat quod fuit fundamentalis radix et causa totius regni davitici et cultus Dei per eum instituti, tum ut ex hoc magis pateat Christum habere regiam dignitatem et potestatem super preteritos et futuros, tum quia singulariter fuit ei promissus, et hoc sic quod Christus nasciturus ex ipso constitueret et consumaret templum et regnum et cultum Dei; tum quia clavis David, id est spiritalis iubilatio psalmodie, est precipua clavis aperiens librum.

[Ap 22, 16] Sexto loquitur ut sue regalis auctoritatis et magistralis et exemplaris claritatis manifestator, ut sic omnimode sibi credatur, unde subdit: “Ego sum radix et genus David”. Non dicit ‘de radice et genere David’, quamvis et hoc ibi secundum carnem intelligatur, sed dicit “ego sum radix”, id est radicale principium et fundamentum et nutrimentum totius regni davitici et totius cultus Dei in ipso fundati et ad alios derivati, “et genus”, id est principale caput totius generis et generositatis eius. “Sum” etiam “stella splendida”, omnium scilicet sanctorum illuminatrix, “et matutina”, future scilicet et eterne diei immensam claritatem predicando et promittendo et tandem prebendo, et etiam prout fui homo mortalis ipsam precurrendo, ut ipse secundum quod homo sit stella et secundum quod Deus sit sol.

Par. XIV, 61-66

Tanto mi parver sùbiti e accorti
e l’uno e l’altro coro a dicer “Amme!”,
che ben mostrar disio d’i corpi morti:
forse non pur per lor, ma per le mamme,
per li padri e per li altri che fuor cari
anzi che fosser sempiterne  fiamme.

Par. XV, 88-90

“O fronda mia in che io compiacemmi
pur aspettando, io fui la tua radice”:
cotal principio, rispondendo, femmi.

Purg. XX, 43-54

Io fui radice de la mala pianta
che la terra cristiana tutta aduggia,
sì che buon frutto rado se ne schianta.
Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
potesser, tosto ne saria vendetta;
e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;
di me son nati i Filippi e i Luigi
per cui novellamente è Francia retta.
Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:
quando li regi antichi venner meno
tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi

Purg. XXXII, 85-87

E tutto in dubbio dissi: “Ov’ è Beatrice?”.
Ond’ ella: “Vedi lei sotto la fronda
nova sedere in su la sua radice.”

Cunizza, dicendo “d’una radice nacqui e io ed ella”, non solo smentisce la fama della nascita demoniaca del fratello Ezzelino; afferma pure che il nuovo è subentrato al vecchio. Non solo smentisce l’Ecerinis, ma la integra. Nella mente di Dante era dunque presente una precisa risposta a Mussato.

Olivi, ad Ap 13, 11, aveva escluso che l’Anticristo fosse un figlio del diavolo, da costui guidato fin nel ventre materno. Questo perché Dio volle lasciargli libera volontà; sarà infatti, come Lucifero da quello angelico, apostata da uno stato altissimo di religione. Quando, a Par. XII, 58-60, Bonaventura tesse l’elogio di san Domenico, usa fra l’altro – come in parte già fatto da Tommaso d’Aquino per san Francesco – il canovaccio dell’esegesi dell’angelo forte, vestito di nube, che discende dal cielo col volto solare (Ap 10, 1-3). Parlando del “santo atleta” la cui mente “fu repleta sì … di viva vertute”, infusa da Dio al momento della creazione, per cui la madre sua fu resa profeta del futuro del figlio, il maestro dell’Olivi fa risuonare (non unico caso nel poema di metamorfosi in bonam partem di temi negativi nell’esegesi scritturale), i motivi da Ap 13, 11, offerti dalla questione se l’Anticristo verrà o meno guidato dal diavolo fin dal ventre materno.

[Ap 10, 1-3; IIIa visio, VIa tuba] “(Ap 10, 1) Et vidi alium angelum fortem, descendentem de celo, amictum nube, et iris in capite eius, et facies eius erat ut sol, et pedes eius tamquam columpna ignis, (Ap 10, 2) et habebat in manu sua libellum apertum, et posuit pedem suum dextrum supra mare, sinistrum vero super terram, (Ap 10, 3) et clamavit voce magna, quemadmodum leo rugit”.  […] Ioachim dicit hic: «Quicumque erit iste predicator veritatis, “fortis” esse describitur, quia robustus erit in fide; et “de celo” descendet, id est de vita contemplativa ad activam; et “amictus” erit “nube”, quia indutus erit scriptura prophetarum; et “irim in capite”, quia Spiritum Sanctum et misticum seu spiritalem intellectum scripturarum habebit in mente. Sicut enim archus celestis apparet iunctus nubibus celi, sic scripturis prophetarum iungendus est misticus intellectus ad adversarios convincendos». […] Ipse enim fuit singulariter “fortis” in omni virtute et opere Dei (Ap 10, 1), et per summam humilitatem et recognitionem prime originis omnis nature et gratie semper “descendens de celo”, et per aeream et per subtilem seu spiritualem levitatem ab omni pondere terrenorum excussam fuit “amictus nube”, id est altissima paupertate aquis celestibus plena, id est suprema possessione et imbibitione celestium divitiarum.

[Ap 13, 11; IVa visio, VIum prelium] Quod autem quidam opinati sunt et scripserunt, istum (Antichristum) ab infantia et ab utero matris esse a diabolo educandum et edocendum et quasi a diabolo esse ab initio replendum et habitandum, et quod Deus hoc permittet tamquam prescius sue future malitie, non videtur quibusdam esse verisimile.
Primo quidem quia hoc esset in magnam excusationem et alleviationem suorum peccatorum, quia secundum hoc non quasi ex se sed tamquam ab utero totus a diabolo actus faceret malum. Ex hoc autem sequeretur quod ipse non esset unus de summe culpabilibus, cuius contrarium sancti tenent.
Secundo quia non decet Deum permittere quod sic ab utero matris totus quasi necessario seducatur et ad tanta mala perpetranda impellatur.
Tertio quia secundum hoc non esset eius culpa simillima culpe Luciferi, qui ab altissimo et rectissimo statu in quo conditus fuerat voluntarie apostatavit et apostatice corruit. Et ideo non improbabiliter a doctoribus estimatur quod ipse erit apostata a statu christianitatis et altissime religionis, propter quod callidius sciet simulare multa ad religionem spectantia et subtilius excogitare fraudulentos errores sue astutissime et dolosissime doctrine et legis. Huic autem opinioni consonat verbum Apostoli IIa ad Thessalonicenses II° (2 Th 2, 3). Nam ubi nostra littera habet: “nisi venerit discessio primum, et revelatus fuerit homo peccati” et cetera, secundum Ieronimum [ad] Algasiam, questione XIa, habetur in greco: “nisi venerit apostasia primum”. Et alia littera habet: “nisi venerit refuga primum”.

Par. XII, 58-60

e come fu creata, fu repleta
sì la sua mente di viva vertute
che, ne la madre, lei fece profeta.

 

Ciò non toglie che la condanna di Ezzelino, imposta dalla giustizia divina, rimanga. Chiuso nella sua durezza lapidea e ferrea, aspra a dirsi, l’Inferno è davvero l’Antico Testamento, articolato nelle prime cinque età del mondo. Il volgersi di Virgilio sull’anca di Lucifero segna il passaggio alla sesta età, la quale è il tempo della Chiesa, rivissuto nel moderno viaggio di Dante che va verso il sesto stato, il novum saeculum che tanto s’aspetta. Ciò non sminuisce affatto la credenza nelle pene dell’inferno o del purgatorio. Il sentimento storico di speranza del nuovo, che Gioacchino da Fiore aveva scorto nell’Apocalisse e che Olivi aveva ricondotto allo Spirito di Cristo operante nella storia attraverso i suoi moderni discepoli, si accompagna in Dante a una ferma positività della legge e della morale. La misericordia divina ha salvato Manfredi dai suoi orribili peccati nonostante la maledizione del pastore, ma lo svevo, morto “in contumacia … di Santa Chiesa”, deve attendere fuori della “porta di san Pietro”. L’inferno non è un simbolo, ciò che per De Sanctis “misura la distanza tra il decimoquarto e il decimonono secolo”; la compassione per la sofferenza non è romanticamente illimitata e deve cedere di fronte al giudizio divino. L’angoscia per il dolore diventa la prova suprema, il terribile martirio insinuato dal dubbio che perde anche gli animi più esperti.

Un lettore spirituale della Commedia, arrivato all’altezza di Cunizza, era già ben allenato, attraverso una mnemotecnica per signacula contenuti nella lettera dei versi, a riconoscere un viaggio nella storia per status. Aveva già visto il fero Ezzelino collocato all’inferno, in una delle cinque zone della prima cantica dedicate al secondo stato della storia della Chiesa, quello dei martiri (Inf. XII; le altre sono Inf. V, XVIII, XXVII, XXXIII: per il principio della “concurrentia” fra gli stati, esposto nel notabile X del prologo della Lectura, le zone semanticamente dedicate a uno stato non coincidono esattamente con un canto, ma si intrecciano nel principio e nella fine: l’ordine spirituale spezza quello letterale). Cinque zone come i cinque stati della storia umana prima della venuta di Cristo, che corrispondono all’Antico Testamento. Antico, si direbbe, che riassume e divora quanto c’è di vecchio nel Nuovo, perché gli stati considerati, pur con la loro prefigurazione veterotestamentaria, sono quelli della storia della Chiesa che corrono verso il sesto (il tempo di Olivi e Dante), il punto sui cui ridonda tutta la malizia e l’illuminazione precedente. Qui di seguito sono esposti solo alcuni dei temi (parole-segni) che avrebbero dovuto indirizzare la memoria del lettore verso la dottrina del secondo stato; per il resto si rinvia alla Topografia spirituale della Commedia (Inf. XII) o ai luoghi dei saggi collocati su questo sito dove quanto contenuto nelle tabelle sinottiche è stato discusso.

Inf. XII, 107-108: quivi è Alessandro, e Dïonisio fero / che fé Cicilia aver dolorosi anni. Al nome “Cicilia”, il lettore dei sensi mistici avrebbe sì pensato all’isola martire per il tiranno Dionigi il Vecchio, ma come antica prefigurazione della santa Cecilia martirizzata (232) sotto l’imperatore Alessandro Severo, coincidente nel nome con altro più celebre Alessandro (Magno), anch’egli bollito “sotto infino al ciglio” nel Flegetonte sanguigno. I due versi avrebbero indirizzato la memoria del lettore al notabile X del prologo della Lectura. Il nome significante della “bella Trinacria” ritorna in altro luogo, nella similitudine delle “parole grame” di Guido da Montefeltro, che non hanno via d’uscita dalla fiamma che le fascia, con il muggire del “bue cicilian”, cioè del toro arroventato, per le grida di coloro che vi erano rinchiusi, costruito da Perillo per Falaride, tiranno di Agrigento (Inf. XXVII, 7-15). Come i violenti contro il prossimo descritti in Inf. XII, così i consiglieri di frode latini dell’ottava bolgia, trattati in Inf. XXVII, si collocano in una zona dove prevalgono i temi del secondo stato [5]. Il secondo stato, dei martiri, è assimilato al bue paziente e tollerante nella sofferenza (prologo, notabile I; Ap 4, 6), di qui l’espressione “bue cicilian”. Da notare la simmetria tra i “dolorosi anni” fatti avere alla Sicilia dai suoi tiranni e il bue che “con tutto che fosse di rame, / pur el pareva dal dolor trafitto”. Ancora, i nominati (Guido di Montfort lo è con una perifrasi) in Inf. XII fra i violenti contro il prossimo sono dieci, per far segno delle dieci persecuzioni generali ricordate nell’esegesi della seconda chiesa (Ap 2, 10: “Et habebitis tribulationem diebus decem”; a questo luoghi rinviano anche i ‘dieci passi’ di Inf. XVII, 32; Purg. XXIX, 81; XXXIII, 17; nonché i dieci demoni della quinta bolgia).

La storia di Roma è la manifestazione dei segni di Dio nella storia umana, che attuano in terra la sua volontà, una con quella del cielo e con quella di Roma stessa: “divina voluntas per signa querenda est” (Monarchia II, ii, 8). Questi segni hanno un andamento settenario, quello proprio dei sette stati della Chiesa, per cui quanto anticamente avvenuto prima di Cristo si mostra come ordinata e progressiva prefigurazione della nuova storia, che è insieme della Chiesa e dell’Impero. I versi con cui, in Par. VI, il “sacrosanto segno” dell’aquila parla per bocca di Giustiniano sono articolati secondo i sette stati [6]. La seconda guerra venne condotta contro l’idolatria delle altre nazioni, affinché Cristo, affermatosi come signore e redentore, fosse portato in tutto il mondo. L’aquila ebbe sede ad Albalonga “per trecento anni e oltre”, fino al combattimento degli Orazi e Curiazi: “infino al fine / che i tre a’ tre pugnar per lui ancora” (Par. VI, 37-39). “Alba”, cioè Albalonga, allude al colore bianco di Cristo, che nella prima guerra “in equo albo … exivit vincens ut vinceret” (Ap 6, 2); trecento anni durò la seconda guerra, dei martiri “pro fide Trinitatis” contro il paganesimo (prologo, notabile XII). Poi, nel periodo dei sette re, l’aquila sottomise “le genti  vicine”, dal ratto delle Sabine al suicidio di Lucrezia, che causò la cacciata di Tarquinio il Superbo (Par. VI, 40-42). Combattere i “vicini” è un tema proprio dell’apertura del secondo sigillo (Ap 6, 4). Ancora, ai vv. 47-48, i nomi delle famiglie che caddero combattendo per la salvezza della repubblica – “i Deci e ’ Fabi” –, trovano singolare corrispondenza coi nomi dell’imperatore Decio e di papa Fabiano ricordati, insieme a santa Cecilia, nel notabile X del prologo ed entrambi, l’uno come carnefice l’altro come martire, appartenenti al periodo delle persecuzioni. Infine, il “volontier mirro” da parte dell’aquila, cioè l’onorare la fama con l’incenso che preserva dalla corruzione, corrisponde al significato del nome della seconda chiesa, Smirne (la chiesa dello stato dei martiri, ad Ap 2, 1), che viene interpretato appunto come “mirra”. Non sono estranei alla tematica Scipione e Pompeo, i quali “giovanetti trïunfaro” (Par. VI, 52-53): il secondo stato, quello dei martiri trionfatori, corrisponde alla “pueritia” nelle età dell’uomo (prologo, notabile III).

[Notabile I] Secundus (status) fuit probationis et confirmationis eiusdem (primitive ecclesie) per martiria, que potissime inflicta sunt a paganis in toto orbe. […] Secundus vero proprie cepit a persecutione ecclesie facta sub Nerone imperatore, quamvis alio modo cep[er]it a Stephani lapidatione vel etiam a Christi passione. […]
Secundus est martirum, vitulo in sacrificiis mactato assimilatus. […]
In secundo vero honus passionis et pugna militaris seu triumphalis. […]
Propter quod in primo preeminent pastores ecclesie catholice. In secundo pugiles christiane militie […] 

[Ap 4, 6; radix IIe visionis] “Et in medio sedis et in circuitu sedis quattuor animalia” (Ap 4, 6). Per hec quattuor animalia anagogice designantur quattuor perfectiones Dei, quibus sustentant totam sedem ecclesie triumphantis et militantis, scilicet omnipotentia magnanimis et insuperabilis, quasi leo; et patientia seu sufferentia humilis omnium defectus quantum decet subportans et tolerans, quasi bos sub iugo vel curru; et prudentia rationalis omnia discrete et mansuete regens et moderans, quasi homo; et perspicacia altivola omniumque visiva et penetrativa et diiudicativa, quasi aquila.

 

Inf. XXVII, 7-15

Come l bue cicilian che mugghiò prima
col pianto di colui, e ciò fu dritto,
che l’avea temperato con sua lima,
mugghiava con la voce de l’afflitto,
sì che, con tutto che fosse di rame,
pur el pareva dal dolor  trafitto;
così, per non aver via né forame
dal principio nel foco, in suo linguaggio
si convertïan le parole grame.

 Purg. XII, 1-3

Di pari, come buoi che vanno a giogo,
m’andava io con quell’ anima carca,
fin che l sofferse il dolce pedagogo.

 

 

[Notabile XIII] Martiria vero, martires configurantia Christo passo et testimonium dantia Christo et fidei eius et virtutis exemplum relinquentia posteris, debuerunt esse multa et diuturna, tum propter maiorem gloriam Christi, tum propter maiorem confirmationem fidei, tum propter maiorem coronam maioremque societatem ipsorum martirum. Unde et a prima persecutione Neronis usque ad persecutionem Iuliani imperatoris et apostate et repulsam idolatriam renovantis fuerunt circiter trecenti anni. Et a passione Christi usque ad pacem christianis datam sub Constantino sunt quasi totidem anni. Qui numerus bene congruit statui martirum pro fide Trinitatis fructum martirii centenarium afferentium.

 

[Notabile X] Unde et consimiliter tertius status doctorum seu expositorum inchoatus est sub secundo. Nam Clemens in Alexandria, doctor Origenis doctoris famosissimi, claruit cum ipso ante tempus Silvestri pape et Constantini imperatoris fere per centum annos. Dicitur enim in cronicis quod Origenes, auditor Clementis eiusque in docendi officio successor, claruit anno Domini CCIX° tempore Zepherini pape, ante scilicet sextam persecutionem martirum que cepit sub Maximiano imperatore anno Domini CCXXXVI°, et paulo ante sancta Cecilia fuerat martirizata sub Alexandro imperatore, quamvis et Origenes perduraverit usque ad Fabianum papam, qui sub sexta persecutione facta a Decio est martirizatus.

 

 

Par. VI, 37-39, 43-48, 52-54

Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora
per trecento anni e oltre, infino al fine
che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.

Sai quel ch’el fé portato da li egregi
Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
incontro a li altri principi e collegi;
onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi
ebber la fama che volontier mirro.

Sott’ esso giovanetti trïunfaro
 Scipïone e Pompeo; e a quel colle
sotto ’l qual tu nascesti parve amaro.

 Inf. XII, 107-108

quivi è Alessandro, e Dïonisio fero
che Cicilia aver dolorosi anni.

 

 

[Notabile III] Item (zelus) est septiformis prout fertur contra quorundam ecclesie primitive fatuam infantiam (I), ac deinde contra pueritiam inexpertam (II), et tertio contra adolescentiam levem et in omnem ventum erroris agitatam (III), et quarto contra pertinaciam quasi in loco virilis et stabilis etatis se firmantem (IV), quinto contra senectutem remissam (V), sexto contra senium decrepitum ac frigidum [et] defluxum (VI), septimo contra mortis exitum desperatum et sui oblitum (VII).

[2, 1; IIa ecclesia] Secunda autem commendatur de passionibus et predicitur multa passura. Sic etiam fuit de secundo statu, scilicet martirum. Et quia martiria purgant, nec sinunt mentem tepescere vel torpescere, ideo ibi de nullo increpatur. Que et merito vocatur Smirna, id est amaritudo consumpta; interpretatur etiam mirra, que est amara et preservans a corruptione.

 

[Ap 2, 10; Ia visio, IIa ecclesia] “Et habebitis tribulationem diebus decem”. Hoc tempus secundum litteram predicit, ut ex precognita modicitate temporis consolentur et facilius ferant.
Secundum vero Ricardum, per decem dies significatur claritas decalogi pro cuius custodia tribulantur electi, quasi dicat: quamdiu in luce mee legis ambulatis, tamdiu pro eius observantia tribulationem habebitis, secundum illud Apostoli: “Omnes qui pie volunt vivere in Christo Ihesu persecutionem patiuntur”, IIa ad Timotheum III° (2 Tm 3, 12).
Potest etiam dici quod per decem dies figuravit decem generales persecutiones ecclesie tempore martirum, per hanc secundam ecclesiam designatorum, factas, quas Augustinus, XVIII° de civitate Dei, capitulo antepenultimo, dicit a quibusdam computari sic scilicet quod prima fuit a Nerone, secunda a Domitiano, tertia a Traiano, quarta ab Antonino, quinta a Severo, sexta a Maximiano, septima a Decio, octava a Valeriano, nona ab Aureliano, decima a Diocletiano et Maximiano, dicitque eisdem videri quod decem plage Egipti istis decem sint similes, novissima vero Antichristi persecutio similis sit undecime plage, qu[a] Egiptii submersi sunt in mari rubro. Sciendum tamen quod secundo tempore, scilicet martirum et paganorum, fuerunt speciales persecutiones plures quam decem predicte, non tamen generales, in totum orbem ex generali edicto imperatorum facte.
Potest igitur dici quod isti decem imperatores, has decem generales persecutiones suo generali edicto facientes, fuerunt decem cornua quarte bestie dissimilis ceteris tribus, de qua habetur Danielis VII° (Dn 7, 7-8). Nam per illam significatum est regnum Romanorum, quod fuit quarto tempore post regnum Grecorum et post regnum Persarum et post regnum Caldeorum. Per undecimum vero cornu eiusdem bestie significatur Iulianus imperator et apostata, qui orbem iam sub Constantino eius patruo conversum ad Christum nisus est ad priorem idolatriam gentilium revocare, propter quod et movit generalem persecutionem in christianos.
Respectu enim futuri regni Antichristi reiteratur aliter misterium predictarum quattuor bestiarum (cfr. Dn 7, 4-8). Nam per leenam significatur Iudea et regnum eius, per ursum vero regnum paganorum et per pardum regnum Arrianorum hereticorum, per quartam vero bestiam regnum Sarracenorum circa finem habiturum decem cornua, id est decem reges Babilonem meretricem crematuros, prout infra XVII° (Ap 17, 16) in sexta visione scribitur et in quarta visione, capitulo XIII° (Ap 13, 1), prescribitur. Et ideo ibi hoc secundum misterium exponetur, et etiam quomodo regnum Romanorum potest sumi pro prima, et imperatorum constantinopolitanorum pro secunda (horum enim quidam fuerunt fideles, quidam heretici, sicut quidam reges Persarum fuerunt pii iudices, quidam vero crudeles), regnum autem Sarracenorum pro tertia et regnum Antichristi pro quarta. Ipse est enim cornu undecimum cui erunt finaliter subiecta decem cornua, id est decem reges. Nam infra XVII° (Ap 17, 13) dicitur quod “hii unum consilium habent et potestatem suam bestie tradent”, id est sexto capiti eius qui secundum quosdam est idem quod undecimum cornu.
Secundum quosdam vero regnum quartum habens hec decem cornua est regnum Tartarorum circa Antichristi tempora toti orbi dominaturum, quod secundum quosdam erit tunc secte sarracenice commixtum, ita quod pro tanto erit tunc quasi ipsum regnum Sarracenorum et ex eo surget undecimum cornu.
Vel per decem dies, secundum Ioachim, designantur decem generationes tricenarie, id est triginta annorum, que faciunt annos trecentos. Per tot enim generationes duraverunt martiria a paganis inflicta usque ad Constantinum. Quare autem tempus ecclesie a Christo usque ad Antichristum computet per quadraginta duas generationes tricenarias infra in quarta visione tangetur et patet in libro secundo et tertio et quarto Concordie sue.

[Ap 1, 12; radix Ie visionis] Pro primo nota quod ecclesie designantur congrue per candelabra aurea (Ap 1, 12), tum quia instar candelabrorum sunt sursum in divina erecte et ad lumen Dei suscipiendum et aliis diffundendum coaptate, tum quia per Dei sapientiam et caritatem sunt auree, tum quia sicut aurum per ignem probatur et malleis extenditur et in candelabri formam producitur et instrumentum ignis et luminis efficitur, sic ecclesie temptationibus probate et persecutionibus extenuate ardent caritate et lucent sapientia et veritate et exemplari opere.

Inf. XII

Alessandro, Dionisio, Azzolino,
Opizzo da Esti, Guido di Montfort,
Attila, Pirro, Sesto, Rinier da Corneto,
Rinier Pazzo

Inf. VI, 13-15

Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.

 Inf. XXVII, 69-71

e certo il creder mio venìa intero,
se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
che mi rimise ne le prime colpe

[Ap 17, 10-12; VIa visio] Item, preter hunc modum, possunt dici accipere potestatem post bestiam quia bestia in aliis regibus suis, ante istos decem, regnavit et potestatem suam exercuit. Unde Ioachim dicit hic quod per sextum regem, de quo dicitur “unus est”, possunt intelligi plures reges, scilicet Saladinus et ceteri usque ad illum de quo dicitur “et alius nondum venit” (Ap 17, 10). Unde subdit quod «illum de quo dicit Iohannes “unus est” puto fuisse Saladinum famosissimum regem Turcorum, a quo capta est nuper illa civitas in qua passus est Ihesus, scilicet Iherusalem, et post eum, sive sint alii medii sive non, surget alius de quo in Daniele dicitur: “et alius surget post eos, et ipse potentior erit prioribus” (Dn 7, 24)». 

Inf. XVII, 16-18, 31-33; XXI, 120; XXII, 13

Con più color, sommesse e sovraposte
non fer mai drappi TartariTurchi,
né fuor tai tele per Aragne imposte. ……
Però scendemmo a la destra mammella,
e diece passi femmo in su lo stremo,
per ben cessar la rena e la fiammella.

e Barbariccia guidi la decina. ……
Noi andavam con li diece demoni. ……

Purg. XXIX, 79-81; XXXIII, 16-18

Questi ostendali in dietro eran maggiori
che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
diece passi distavan quei di fori.

Così sen giva; e non credo che fosse
lo decimo suo passo in terra posto,
quando con li occhi li occhi mi percosse

 

Inf. XII, 110-112: e quell’ altro ch’è biondo, / è Opizzo da Esti, il qual per vero / fu spento dal figliastro sù nel mondo. In apertura del secondo sigillo (Ap 6, 4) a Giovanni appare un cavallo rosso (l’esercito dei pagani rosso per il sangue sparso dai martiri). A chi vi sta seduto sopra (l’imperatore romano o il diavolo) è concesso di togliere la pace dalla terra, perseguitando non solo gente estranea e lontana ma anche i propri parenti e vicini.

Il tema dell’uccisione dei parenti e dei “vicini” si ritrova appropriato a Obizzo II d’Este il quale, ucciso dal figliastro Azzo VIII (1293), sta insieme a Ezzelino da Romano immerso nel Flegetonte sanguigno tra i violenti contro il prossimo (Inf. XII, 110-112; di conseguenza, “Alessandro” sarà Alessandro Magno, del quale Dante poteva leggere in Orosio III, xvi, 3: “omnes cognatos ac proximos suos interfecit”). Nello stesso canto, tutto pervaso dai signacula del secondo stato, gli può essere accostato anche l’accenno ad Arianna, la sorella del Minotauro che ammaestrò Teseo su come portargli la morte (ibid., 19-20).

L’esegesi dell’apertura del secondo sigillo (Ap 6, 4) mostra ancora come un medesimo passo della Lectura possa costituire il nucleo tematico di più momenti della Commedia a prima vista del tutto indipendenti. Ad esempio, le parole “terra”, “pace” e il verbo ‘togliere’ (“che mi fu tolta – come suole esser tolto”) sono fili che formano parte del tessuto sia nel discorso di Francesca (Inf. V, 97-102) come in quello di Catalano, uno dei due frati ‘godenti’ bolognesi nella bolgia degli ipocriti (Inf. XXIII, 103-108). Se identiche sono le parole, la loro collocazione è del tutto diversa nei due distinti episodi. Il significato originario, il ‘togliere la pace dalla terra’ si mantiene in entrambi. A Francesca fu tolta la bella persona che fece innamorare Paolo, e quindi fu tolta la pace alla terra, Ravenna, che sembrava ristabilita con il matrimonio che aveva unito una da Polenta con un Malatesta, pace il cui tema viene espresso con il discendere verso il mare del Po. L’esegesi si riferisce ai Gentili, mai senza guerra, dai cuori fluttuanti come il mare. I due frati bolognesi Catalano dei Malavolti e Loderingo degli Andalò furono tolti (nel senso di presi, eletti; in realtà inviati da Clemente IV dopo la sconfitta di Manfredi a Benevento) come podestà dalla terra fiorentina nel 1266 per conservare la sua pace, ma si comportarono in modo che gli effetti del loro operato sono ancor visibili presso il Gardingo, dove erano le case degli Uberti distrutte a seguito della rivolta popolare scoppiata dopo il loro governo e da essi preparata permettendo la cacciata di Guido Novello. Si può notare che i due passi presentano altre simmetrie (prese costui e insieme presi, ’l modo ancor m’offende e ch’ancor si pare). L’episodio di Paolo e Francesca, inoltre, a differenza di quello di Catalano e Loderingo, si inquadra principalmente nel secondo stato, quello dei martiri. Dall’apertura del secondo sigillo proviene il tema dell’uccisione dei propri parenti e vicini da parte dei persecutori (la Caina che “attende chi a vita ci spense”, Inf. V, 107), come pure quello dell’effusione del sangue (“noi che tignemmo il mondo di sanguigno”, ibid., 90). Star seduto sul sangue (cfr. Francesca: “Siede la terra …”) è nelle parole di Iacopo del Cassero, fatto uccidere nel 1298 da Azzo VIII d’Este, il parricida di Obizzo II, compagno di pena di Ezzelino da Romano (Purg. V, 73-78). Le parole iniziali di Cunizza – “In quella parte de la terra prava / italica che siede tra Rïalto / e le fontane di Brenta e di Piava” (Par. IX, 25-28) – non alludono solo al Trentino e al Cadore, ma anche a una terra alla quale è stata tolta la pace.

È interessante notare la variante vicino che il codice riccardiano 1005 (Rb nell’edizione del Petrocchi) recava (la variante è stata poi corretta a margine in nimico) a Inf. XXVII, 88, riferito a Bonifacio VIII, “lo principe d’i novi Farisei”, il quale nella lotta contro i Colonna muove guerra non contro Saraceni o Giudei, “ché ciascun suo nimico era cristiano”: variante che il Petrocchi ritiene originata dall’espressione “presso a Laterano”, ma che, essendo il contesto pregno di temi del secondo stato, potrebbe fare riferimento alla persecuzione operata non verso estranei, ma nei confronti di parenti e di vicini, come per il papa sono i propri correligionari.

Il conte Ugolino è “vicino” all’arcivescovo Ruggieri, del quale si era fidato (Inf. XXXIII, 15). Al termine del canto, Frate Alberigo racconta del genovese Branca Doria, che lasciò un diavolo in sua vece nel proprio corpo, ancora vivo su in terra, insieme ad “un suo prossimano”, cioè ad un suo parente che l’aiutò (ca. 1294) nel tradimento verso il suocero Michele Zanche di Logudoro (ibid., 142-147).

 

 [Ap 6, 4; IIa visio, apertio IIi sigilli] Subdit ergo: “Et ecce alius”, id est ab equo albo valde diversus, “equus rufus”, id est exercitus paganorum effusione sanguinis sanctorum rubicundus. “Et qui sedebat super eum”, scilicet romanus imperator vel diabolus, “datum est ei ut sumeret”, id est ut auferret, “pacem de terra”, id est a Deo permissum est ut persequeretur fideles; “et ut invicem se interficiant”, id est ut pagani interficerent corpora fidelium et etiam quorundam fidem, sancti vero interficerent infidelitatem et pravam vitam plurium paganorum, convertendo scilicet eos ad Christum. Vel, secundum Ricardum, “ut invicem se interficiant”, id est ut ipsi persecutores non solum interficiant alienos et remotos, sed etiam suos parentes et notos et domesticos et vicinos.

[Ap 2, 10; Ia visio, IIa ecclesia] “Nichil horum timeas que passurus es” (Ap 2, 10), quasi dicat: passurus quidem es multa, sed non oportet te timere illa, tum quia ego tecum semper ero et protegam, tum quia non sunt ad tuum dampnum, sed potius ad probationem et ad amplius meritum et ad maioris corone triumphum et premium, quia vero iacula que previdentur minus feriunt, et previa preparatio et animatio sui ad illa constanter toleranda multum confert.

Inf. V, 97-102, 107

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver  pace co’ seguaci sui.
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.

Caina attende chi a vita ci spense.

 

Inf. XII, 19-21, 109-112

Pàrtiti, bestia, ché questi non vene
ammaestrato da la tua sorella,
ma vassi per veder le vostre pene.

E quella fronte c’ha ’l pel così nero,
è Azzolino; e quell’ altro ch’è biondo,
è Opizzo da Esti, il qual per vero
fu spento dal figliastro sù nel mondo.

 Inf. XXVII, 85-88

Lo principe d’i novi Farisei,
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin né con Giudei,
ché ciascun suo nimico era cristiano
vicino [Petrocchi, Rb]

Par. XIV, 94-95

ché con tanto lucore e tanto robbi
 m’apparvero splendor dentro a due raggi

Purg. XI, 67-69, 139-141

Io sono Omberto; e non pur a me danno
superbia fa, ché tutti miei consorti
ha ella tratti seco nel malanno.

Più non dirò, e scuro so che parlo;
ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini
faranno sì che tu potrai chiosarlo.

Inf. XXIII, 103-108

Frati godenti fummo, e bolognesi;
o Catalano e questi Loderingo
nomati, e da tua terra insieme presi
come suole esser tolto un uom solingo,
per conservar sua pace; e fummo tali,
ch’ancor si pare intorno dal Gardingo.

Par. IX, 25-27

In quella parte de la terra prava
italica che siede tra Rïalto
e le fontane di Brenta e di Piava

Purg. V, 73-78

Quindi fu’ io; ma li profondi fóri
ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea,
fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
là dov’ io più sicuro esser credea:
quel da Esti il fé far, che m’avea in ira
assai più là che dritto non volea.

Inf. XXXIII, 13-15, 145-147

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.

che questi lasciò il diavolo in sua vece
nel corpo suo, ed un suo prossimano
che ’l tradimento insieme con lui fece.

Purg. II, 7-9, 13-15

sì che le bianche e le vermiglie guance,
là dov’ i’ era, de la bella Aurora
per troppa etate divenivan rance.

Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
per li grossi vapor Marte rosseggia
giù nel ponente sovra ’l suol marino

[Notabile VII] Rursus sicut omnis dies habet mane, meridiem et vesperam, sic et omnis status populi Dei in hac vita. Nam in eterna erit semper meridies absque nocte. Ergo tempus plenitudinis gentium sub Christo debuit ante conversionem alterius populi, scilicet iudaici, habere mane et meridiem et vesperam. Et sic quasi iam vidimus esse completum et a Iohanne in hoc libro descriptum. Nam eius mane commixtum tenebris idolatrie fuit ab initio conversionis gentium usque ad Constantinum.

 

[Dettagli in: L’agone del dubbio ovvero il martirio moderno (Francesca e la «Donna Gentile»), cap. 7 (Gentilezza, Gentilità, affanni, cortesia), cap. 7, tab. XXXIII, XXXIV-1]

 

Par. IX, 29-30: là onde scese già una facella / che fece a la contrada un grande assalto. Il lettore accorto, sollecitato nella memoria verso i sensi più profondi del libro, si sarebbe ricordato dell’esegesi di Ap 8, 10, cioè della terza visione, terza tromba. L’ordine dei dottori del terzo stato (che subentra al secondo, proprio dei martiri), cui il suonare la tromba spetta per antonomasia, predicò e insegnò nel mondo già convertito dopo la pace di Costantino. Quanto male ne seguitò viene mostrato con queste parole: “e cadde dal cielo una grande stella, ardente come una fiaccola, e colpì la terza parte dei fiumi e le fonti delle acque”. Come con la “terra” viene indicato il luogo dei fedeli e con il “mare” il luogo degli infedeli o dei Gentili, così con le “fonti” e i “fiumi”, che irrigano la terra e offrono il dolce bere agli uomini e alle bestie, vengono indicati la sacra dottrina e i dottori che la espongono. E in effetti Pietro di Dante riporta una tradizione popolare per cui la madre del crudele tiranno sognò di partorire una fiaccola ardente che incendiava tutta la Marca Trevigiana. Ma cosa aveva a che fare Ezzelino da Romano con i dottori e la corretta esposizione della Scrittura? Per rispondere bisogna ricordare sommariamente la tematica del terzo stato.

Segnato dal primato dell’intelletto sui sensi, realizzazione dell’uomo razionale, il terzo stato è il luogo della discrezione e dell’esperienza, al cui regime soggiace il falso e nebuloso immaginare; il luogo del sapere (la “cura sciendi”) che è “de veris et de utilibus, seu de prudentia regitiva actionum et de scientia speculativa divinorum”; è il depositario della lingua vera e della vera fede, della scrittura che non erra, della giusta misura contro ciò che è oscuro e intorto, della bilancia che rettamente pesa la divinità del Figlio di Dio contro gli Ariani che non la ritenevano somma, coeguale e consustanziale a quella del Padre; i suoi dottori (il terzo stato è assimilato al sacramento del sacerdozio) sono perfettamente illuminati nella sapienza; sono maestri del senso morale, “mores hominum rationabiliter et modeste componens”, assimilato al ‘vino’ con il quale ardono contro i vizi e accendono all’amore delle virtù; è il tempo delle leggi e della spada che scinde le eresie, dell’autonomia della potestà temporale, una delle due ali della grande aquila date alla donna (la Chiesa) per vincere il drago nella terza e quarta guerra (Ap 12, 14): contiene insomma tutti gli elementi che Dante ritiene utili per conseguire la felicità su questa terra. Il terzo dei quattro animali che circondano la sede divina ad Ap 4, 6-8, quello che ha la faccia quasi di uomo, designa il senso morale, ma anche la ragione, l’impero, le leggi: “Tertium rationale et imperiosum seu legislativum”. Dei due fini proposti all’uomo dalla Provvidenza dei quali si tratta nella Monarchia, la beatitudine di questa vita e la beatitudine della vita eterna (III, xv, 7-10), il primo corrisponde alle realizzazioni del terzo stato della Chiesa secondo l’Olivi. A questo fine, al quale presiede l’Imperatore, si giunge attraverso la filosofia, seguendola nell’operare secondo le virtù morali e intellettuali: essa è speculare, nel rapporto instaurato tra la Lectura e la Commedia, al lume dei dottori che reggono con la ragione. All’altro fine, la beatitudine della vita eterna che spetta al papa, si perviene attraverso gli insegnamenti spirituali che trascendono la ragione umana, seguendoli nell’operare secondo le virtù teologali: a questi corrisponde la santa vita e la “pascualis refectio”, il “pastus” degli anacoreti, cui è appropriato lo stato successivo, il quarto, corrispondente all’altra ala della grande aquila data alla donna. “Spada” e “pasturale”, come terzo stato (dottori) e quarto (anacoreti), possono concorrere a illuminare come soli l’orbe, ma non identificarsi. Nei celebri versi di Purg. XVI, 106-114, relativi ai “due soli” di Roma, il periodo storico rimpianto da Marco Lombardo, in cui il “pasturale” (il potere spirituale) non aveva spento e congiunto a sé la “spada” (il potere temporale), corrisponde alla concorrenza nel tempo di due stati distinti, il terzo (i dottori, che razionalmente confutano le eresie con la spada e danno le leggi) e il quarto (gli anacoreti, dalla santa e divina vita fondata sull’affetto), nel periodo in cui (da Costantino a Giustiniano) entrambi erano due stati di sapienza solare e concorrevano per due diverse strade ad infiammare il meriggio dell’universo, prima che nel quinto stato i beni temporali invadessero la Chiesa trasformandola quasi in una nuova Babilonia. Quell’improprio congiungere da parte del potere spirituale è eresia assimilabile a quella di Ario, che divise il Figlio dal Padre ritenendolo non consustanziale, a livello di creatura, o, ancor meglio, a quella di Sabellio, che unificò il Padre e il Figlio nella stessa persona.

I dottori sono già nell’esegesi dell’Olivi (che riguarda la storia della Chiesa) anche reggitori, e Dante non esita ad appropriarne le prerogative a quanti ebbero responsabilità di governo. La stella che cade dal cielo al suono della terza tromba, ardente come una fiaccola (Ap 8, 10), è nell’esegesi oliviana un “magnus doctor” che si fece maestro dell’errore (come Origene, Ario o Sabellio). Per Dante Ezzelino, che avrebbe potuto incarnare un modello di monarca, di buona signoria, ha disviato cadendo nell’errore e trascinandovi molti. L’acqua dei fiumi e delle fonti si è crudamente fatta sangue (Ap 16, 4: quinta visione, terza coppa). Il motivo dei fiumi (e delle fonti) percorre non a caso tutto Par. IX: “In quella parte de la terra prava / italica che siede tra Rïalto / e le fontane di Brenta e di Piava” (il Trentino e il Cadore, vv. 25-27); “E ciò non pensa la turba presente / che Tagliamento e Adice richiude” (la Marca Trevigiana, vv. 43-44); “l’acqua che Vincenza bagna” (il Bacchiglione, v. 47); “e dove Sile e Cagnan s’accompagna” (Treviso, v. 49); “Di quella valle fu’ io litorano / tra Ebro e Macra”, dice Folchetto da Marsiglia che subentra a Cunizza (vv. 88-89). Se i fiumi che irrigano la terra designano i dottori che propinano il dolce bere della sacra pagina (Ap 8, 10-11), il contrario avviene con la dottrina eretica. Per questo, nella quinta visione apocalittica, il terzo angelo versa la coppa sopra i fiumi e sopra le fonti delle acque (Ap 16, 4), cioè sopra la dottrina erronea degli eretici, da essi bevuta come dolce acqua e agli altri propinata. “E fu fatto sangue”, cioè la dottrina eretica si palesò mortifera, crudele e abominevole. Il tema dell’acqua che si fa mortifera, crudele e sanguigna si può ritrovare nella prima delle profezie di Cunizza (Par. IX, 43-48), relativa al mutarsi dell’acqua del Bacchiglione nel sangue dei Padovani, gente “cruda” al dovere, dopo la sconfitta subita nel 1314 dai guelfi ad opera dei ghibellini vicentini alleati con Cangrande della Scala.

Anche il “nero”, che tanto contraddistingue il “pel” della “fronte” di Ezzelino (Inf. XII, 109) rientra nella tematica, assai diffusa nel poema, aggregata attorno al cavallo nero che appare all’apertura del terzo sigillo (Ap 6, 5), che designa l’errata interpretazione della Scrittura da parte dell’esercito degli eretici, oscuro per fallace astuzia e fatto nero per gli errori contrari alla luce di Cristo [7].

 

[Ap 8, 10; IIIa visio, IIIa tuba] “Et tertius angelus” (Ap 8, 10), id est ordo doctorum tertii status cui anthonomasice appropriatur nomen doctorum, “tuba cecinit”, id est predicavit et docuit in orbe iam ad Christum converso a Constantino et ultra.
Quid autem mali sit per accidens subsecutum, et qui seu quales rebellaverint fidei et doctrine eorum, monstratur cum subditur: “et cecidit de celo stella magna ardens tamquam facula, et cecidit in tertiam partem fluminum et in fontes aquarum”.
Sicut per “terram” designatur supra locus fidelium (cfr. Ap 8, 7) et per “mare” locus infidelium seu plebs gentilis (cfr. Ap 8, 8), sic per “fontes” et “fluminaterram irrigantia et potum dulcem hominibus et iumentis prebentia designatur sacra doctrina et doctores  eius. […]
Postmodum autem, Constantini tempore, Arrius Alexandrie presbiter, qui tunc in doctrina scolastica et ecclesiastica singulariter et precellenter florebat, visus est ab initio quasi “stella magna” et “ardens”, sed tandem, erroribus Origenis inflatus, pertinaciter et sollempniter docuit Dei Filium non esse consubstantialem et coequalem Patri sed puram creaturam. Ex cuius doctrina infecti sunt non solum multi laici sed etiam magni clerici et episcopi et religiosi, et Constanti[us] imperator filius Constantini, et post ipsum multi alii imperatores constantinopolitani et tandem reges et regna Gothorum et Vandalorum et Longobardorum.
[…] Nota autem quod per “fontes” possunt intelligi libri sacri canonis et scriptores eorum, scilicet prophete et apostoli. Per “flumina” vero, que de fontibus trahuntur, possunt intelligi subsequentes expositiones librorum canonis et expositores seu editores earum. Ille enim sunt instar fluminum quantitate maiores  et aquam plurium fontium in se continentes.

[Ap 16, 4; Va visio, IIIa phiala] “Et tertius angelus” (Ap 16, 4), id est ordo sanctorum zelatorum tertii temporis, “effudit phialam suam super flumina et super fontes aquarum”, id est super doctrinam erroneam doctorum et episcoporum hereticorum, quam ipsi tamquam dulcem aquam bibebant et aliis propinabant. “Effudit”, inquam, non solum ipsam improbando, sed etiam ipsam et eius sectatores et fautores anathematizando et ab omni communion[e] ecclesie catholice sententialiter excludendo. “Et factus est sanguis”, id est per hanc effusionem apparuit esse mortifera et crudelis et abhominabilis. Vel “factus est sanguis”, quia propter hanc plagam effuderunt sanguinem multorum catholicorum et multas persecutiones catholicis intulerunt. Corporaliter autem fuit ad litteram multorum hereticorum sanguis effusus per aliquos catholicos imperatores et principes, et etiam per aliquas nationes gentilium occupantium terras illorum.

Inf. XIX, 5-6, 115-117                  

or convien che per voi suoni la tromba,
però che ne la terza  bolgia state.

Ahi Costantin, di quanto mal  fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!

[Notabile I] In tertio  (statu) sonus predicationis seu eruditionis et tuba  magistralis.

Purg. XVI, 115-120

In sul paese ch’Adice e Po riga,
solea valore e cortesia trovarsi,
prima che Federigo avesse briga;
or può sicuramente indi passarsi
per qualunque lasciasse, per vergogna,
di ragionar coi buoni o d’appressarsi.

Par. XII, 103-105

Di lui si fecer poi diversi rivi
onde l’orto catolico si riga,
sì che i suoi arbuscelli stan più vivi.

Par. XXIV, 55-57

poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte
sembianze femmi perch’ ïo spandessi
l’acqua di fuor del mio interno fonte.

Par. XXVII, 25-27

fatt’ ha del cimitero mio cloaca
del sangue e de la puzza; onde ’l perverso
che cadde di qua sù, là giù si placa.

 

 

 

 

 

Par. VIII, 64-66

Fulgeami già in fronte la corona
di quella terra che ’l Danubio riga
poi che le ripe tedesche abbandona.

Par. IX, 25-30, 43-54, 82-93, 133-135

In quella parte de la terra prava
italica che siede tra Rïalto
e le fontane di Brenta e di Piava,
si leva un colle, e non surge molt’ alto,
là onde scese già una facella
che fece a la contrada un grande assalto.

E ciò non pensa la turba presente
che Tagliamento e Adice richiude,
né per esser battuta ancor si pente;
ma tosto fia che Padova al palude
cangerà l’acqua che Vincenza bagna,
per essere al dover le genti crude;
e dove Sile e Cagnan s’accompagna,
tal signoreggia e va con la testa alta,
che già per lui carpir si fa la ragna.
Piangerà Feltro ancora la dif[f]alta
de l’empio suo pastor, che sarà sconcia
sì, che per simil non s’entrò in malta.

“La maggior valle in che l’acqua si spanda”,
incominciaro allor le sue parole,
“fuor di quel mar che la terra inghirlanda,
tra ’ discordanti liti contra ’l sole
tanto sen va, che fa meridïano
là dove l’orizzonte pria far suole.
Di quella valle fu’ io litorano
tra Ebro e Macra, che per cammin corto
parte lo Genovese dal Toscano.
Ad un occaso quasi e ad un orto
Buggea siede e la terra ond’ io fui,
che fé del sangue suo già caldo il porto.

Per questo l’Evangelio e i dottor magni
son derelitti, e solo ai Decretali
si studia, sì che pare a’ lor vivagni.”

[Dettagli in: Il terzo stato, tab. III.1]

 

Par. IX, 25-26: In quella parte de la terra prava / italica … Le parole di Cunizza avrebbero mosso la mente del lettore spirituale verso Ap 11, 18, dove si parla dell’arrivo del tempo di “sterminare quanti hanno corrotto la terra”: “Videtur enim terra et totus orbis fedari et corrumpi a pravis habitatoribus et precipue a pessimis qualis erit Antichristus et sui maiores”. Il modo di procedere tipico dello spirito profetico, che dal proprio particolare si allarga all’universale (modo che fu di Isaia, Ezechiele e di Cristo : cfr. Ap 13, 1), lo avrebbe fatto passare dalla “prava terra italica” all’universale pravità.

 

Inf. III, 88-89, 121-123

E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti.

“Figliuol mio”, disse ’l maestro cortese,
“quelli che muoion ne l’ira di Dio
tutti convegnon qui d’ogne paese ”

Par. XI, 109-111; XII, 58-60, 85; XV, 61-63

Quando a colui ch’a tanto ben sortillo
piacque di trarlo suso a la mercede
ch’el meritò nel suo farsi pusillo

e come fu creata, fu repleta
sì la sua mente di viva vertute,
che, ne la madre, lei fece profeta. ……
in picciol tempo gran dottor si feo

Tu credi ’l vero; ché i minori e ’ grandi
di questa vita miran ne lo speglio
in che, prima che pensi, il pensier pandi

Inf. XVI, 8-9; Par. IX, 25-27

Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri
essere alcun di nostra terra prava.

In quella parte de la terra prava
italica che siede tra Rïalto
e le fontane di Brenta e di Piava

Inf. III, 82-84

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave! ”

[Ap 11, 18; IIIa visio, VIIa tuba] “Et irate sunt gentes” (Ap 11, 18), id est et gratias tibi agimus de hoc, quod ita gloriose regnasti in tuis sanctis et super tuos hostes quod inde irati et perturbati sunt hostes. “Et advenit ira tua”, id est effectus tue iudiciarie ire seu tue iuste vindicte in reprobos.
Et tempus mortuos iudicare”. Quidam habent “et mortuorum”, sed Ricardus habet “mortuos”, unde exponit: et tempus, scilicet advenit, mortuos iudicari, id est bonos a malis et malos a bonis segregari. Seu bonis per tuum iudicium reddi condignum premium et malis condignum supplicium. Hee enim sunt due partes iusti iudicii.
Unde pro iudicio premiandorum subdit: “et reddere mercedem”, scilicet  glorie, “servis tuis prophetis”, id est sanctis maioribus qui aliquos docuerunt et rexerunt, “et sanctis et timentibus nomen tuum”, id est sanctis minoribus. Vel hoc secundum dicit communiter pro omnibus sanctis, quos subdividit in maiores et minores dicens: “pusillis et magnis”. Vel, secundum Ricardum, hoc exponendo subiunxit. Nam le “pusillis” correspondet “timentibus”, et le “magnis” dicitur pro “prophetis”, id est pro sanctis doctoribus, secundum illud Matthei V°: “Qui fecerit et docuerit, hic magnus vocabitur in regno celorum” (Mt 5, 19).

Deinde pro iudicio dampnandorum subdit: “et”, supple advenit tempus, “exterminandi eos qui corruperunt terram”, id est se ipsos per malam vitam vel alios per malum exemplum vel consilium. Est autem modus loquendi exaggerativus et magis proprie dictus de impiis valde pestiferis. Videtur enim terra et totus orbis fedari et corrumpi a pravis habitatoribus et precipue a pessimis qualis erit Antichristus et sui maiores. Sicut e contra locus videtur ornari et sanctificari a sanctis in eo stantibus et a sanctis operibus ibi factis. Et iuxta hunc modum dicitur Genesis VI°: “Corrupta est terra coram Deo, et repleta est iniquitate” (Gn 6, 11).
Nota autem quod hec dampnatio reproborum est tertium ve, de quo paulo ante dictum est: “Ecce ve tertium veniet cito” (Ap 11, 14).

 

 [Dettagli in: Il sesto sigillo, cap. 2d.1, tab. XVI bis2]

 ***

[Ap 13, 1; IVa visio, Vum prelium] Tertio nota quod mos est scripture prophetice, dum de uno speciali agit sub quo spiritus propheticus invenit locum idoneum ad exeundum et dilatandum se, a specialibus ad generalia ascendere et expandi ad illa, iuxta quod Isaias, loquendo de Babilone et eius rege, dilatat se ad loquendum contra totum orbem Babiloni similem et contra Luciferum regem omnium superborum et malorum quasi regem magne Babilonis (cfr. Is 14, 12-21). Sic etiam Ezechiel, loquendo contra Tirum, diffundit se ad totum orbem et ad supremum Cherub de medio lapidum ignitorum, id est sanctorum angelorum, deiectum (Ez 28, 14-19). Sic etiam Christus Matthei XXIII° (Mt 23, 35-36) ascribit omnia mala totius generationis omnium reproborum generationi male Iudeorum sui temporis, tamquam a particulari ascendens ad generale et tamquam universale reducens ad suum particulare, cum ait quod omnis sanguis iustorum impie effusus a sanguine Abel iusti usque ad sanguinem Zacharie veniet super generationem istam. Sic ergo in proposito, occasione bestie sarracenice, dilatatur spiritus propheticus ad totam bestialem catervam omnium reproborum, que ab initio mundi usque ad finem pugnat contra corpus seu ecclesiam electorum et per septem etates seculi habet capita septem; specialiter tamen a Christo usque ad finem mundi per septem ecclesiastica tempora habet septem principalia capita contra septem ecclesie spiritales status et exercitus.

 Inf. I, 1-2

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura

Purg. XXXIII, 85-90

“Perché conoschi”, disse, “quella scuola
c’hai seguitata, e veggi sua dottrina
come può seguitar la mia parola;
e veggi vostra via da la divina
distar cotanto, quanto si discorda
da terra il ciel che più alto festina”.

Inf. XXVI, 1-3

Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande,
che per mare e per terra batti l’ali,
e per lo ’nferno tuo nome si spande !

Par. IX, 127-132

La tua città, che di colui  è pianta
che pria volse le spalle al suo fattore
e di cui è la ’nvidia tanto pianta,
produce e spande il maladetto fiore
c’ha disvïate le pecore e li agni,
però che fatto ha lupo del pastore.

Inf. I, 79-80

Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?

Par. XXIII, 40-45

Come foco di nube si diserra
per dilatarsi sì che non vi cape,
e fuor di sua natura in giù s’atterra,
la mente mia così, tra quelle dape
fatta più grande, di sé stessa uscìo,
e che si fesse rimembrar non sape.

 

[Dettagli in: Dante all’«alta guerra» tra latino e volgare, cap. 2.10, tab. XIX]

Il lettore spirituale, pervenuto ai canti di Cacciaguida, avrebbe ritrovato in quanto detto di Cangrande – tanto combattuto da Mussato quasi un nuovo Ezzelino – le qualità proprie dell’angelo della sesta tromba, dalla faccia solare, che Olivi assegna a Francesco e che Dante (dopo averle applicate anch’egli a Francesco in Par. XI, mischiate con altri motivi) riversa sul signore scaligero. Nel momento in cui Cacciaguida dice di Cangrande “cose / incredibili a quei che fier presente”, che Dante non deve rivelare (Par. XVII, 91-93), quel lettore sarebbe andato alla straordinaria esegesi di Ap 10, 4-7, eccezionale anche per la presenza dei suoi signacula nel “poema sacro” e in particolare nell’uso del verbo ‘giurare’ e nei due celebri appelli al lettore di Inf. IX, 61-63 e di Purg. VIII, 19-21. Al suono della sesta tromba – nel pieno del rinnovamento recato dal sesto stato della Chiesa, il “novum saeculum” tanto atteso -, l’angelo dal volto solare giura: “Allora l’angelo che avevo visto stare con un piede sul mare e con un piede sulla terra, levò la sua mano verso il cielo e giurò per Colui che vive nei secoli dei secoli, che ha creato cielo, terra, mare, e quanto è in essi, che non ci sarà più tempo e che nei giorni in cui il settimo angelo farà udire la sua voce e comincerà a suonare la tromba, allora si compirà il mistero di Dio come egli ha annunziato per mezzo dei suoi servi, i profeti”. A Giovanni, poco prima, è stato ingiunto di tacere i sensi spirituali dei sette tuoni (“signa que locuta sunt septem tonitrua et noli ea scribere”; cfr. Matteo 17, 9: “Nemini dixeritis visionem, donec Filius hominis a mortuis resurgat”), come a Daniele, nell’Antico Testamento, venne ingiunto di tacere (“Tu autem, Daniel, claude sermones et signa librum usque ad tempus statutum”: Dn 12, 4). A Dante viene imposto di tacere gli eventi futuri che riguardano Cangrande; si tratta dei giudizi divini che corrispondono a ciò che l’angelo che giura chiama “mistero”, cioè “segreto”, occulto e incredibile ai mondani ma non agli eletti, preannunciato sotto mistici velami. I nemici dello Scaligero, i quali, conosciute le sue magnificenze, “non ne potran tener le lingue mute” (Par. XVII, 85-87) sono i cittadini della  grande città (la Gerusalemme mondana), muta come Sodoma e tenebrosa come l’Egitto, nella quale verranno uccisi i due testimoni (Ap 11, 8/12) [8].

[Ap 10, 1; visio III, tuba VI] Ipse enim fuit singulariter “fortis” in omni virtute et opere Dei (Ap 10, 1), et per summam humilitatem et recognitionem prime originis omnis nature et gratie semper “descendens de celo”, et per aeream et per subtilem seu spiritualem levitatem ab omni pondere terrenorum excussam fuit “amictus nube”, id est altissima paupertate aquis celestibus plena, id est suprema possessione et imbibitione celestium divitiarum.

 

 

 

 

 

 

 

Par. XVII, 76-93

Con lui vedrai colui che ’mpresso fue,
nascendo, sì da questa stella forte,
che notabili fier l’opere sue.
Non se ne son le genti ancora accorte
per la novella età, ché pur nove anni
son queste rote intorno di lui torte;
ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni,
parran faville de la sua virtute
in non curar d’argento né d’affanni.
Le sue magnificenze conosciute
saranno ancora, sì che ’ suoi nemici
non ne potran tener le lingue mute.
A lui t’aspetta e a’ suoi benefici;
per lui fia trasmutata molta gente,
cambiando condizion ricchi e mendici;
e portera’ne scritto ne la mente
di lui, e nol dirai”; e disse cose
incredibili a quei che fier presente.

 

[Ap 11, 8/12; visio III, tuba VI] “Que”, scilicet civitas, “spiritaliter”, id est secundum spiritalem intelligentiam, “vocatur Sodoma”, id est muta, “et Egiptus”, id est tenebrosa, quia muta erit ad confessionem vere fidei et tenebrosa per ignorantiam et pravam actionem. Vel per excessum luxurie erit quasi Sodoma et per excessum maligne persecutionis Israel, id est sanctorum, erit quasi Egiptus. Egiptus enim et Pharao rex eius afflixit crudeliter populum Dei, et precipue ex quo iussu Dei habuit de Egipto exire. Ibi etiam erat tunc summa idolatria et avaritia, sic et hic erit magna idolatria errorum et abhominanda adoratio Antichristi. […]
Et viderunt eos inimici eorum” (Ap 11, 12), scilicet corporaliter ascendentes in celum. Adverte hic et ubique sumi preteritum pro futuro. Nota etiam quod inimici Christi non viderunt Christum ascendentem in celum, sed soli eius discipuli, quia tunc erant Iudei excecandi et Christus abscondendus ab eis et postmodum sub alio congruo ordine erat per apostolos gentibus predicandus et manifestandus. Nunc vero totus orbis erit convertendus et Antichristus cum suis complicibus erit ex sanctorum gloria confundendus et plagandus. Sicut enim gloriosum est Deo quod aliquando iuste excecandis se ingeniose abscondat et prudentiam sui ingenii nobis in hoc ipso demonstret, et etiam ordinem procedendi ab occulta radice per strictum stipitem ad ramorum latam et altam spansionem, sic in gloriam Dei cedit quod aliquando per subitam manifestationem sue potentie et glorie con[ter]at et confundat adversarios suos et ad se convertat et illuminet multos, in quo et monstrat alium ordinem procedendi a superiori ad inferiora et a fontali et patula luce solis ad expansam et claram et subitam diffusionem radiorum suorum in totum orbem. Tuncque per quandam pulchram contrapositionem correspondent ultima primis. Sicut enim correspondentia concordie similis et conformis est pulchra et placens, sic et correspondentia per decentem contrapositionem. Et ideo in operibus Dei non semper est querenda correspondentia prima.

 

Par. XIX, 88-90

Cotanto è giusto quanto a lei consuona:
nullo creato bene a sé la tira,
ma essa, radïando, lui cagiona.

 [Ap 1, 13; visio I] Secunda (perfectio summo pastori condecens) est nature humane conformitas seu condescensiva ad subditos humilitas et humanitas, propter quod dicit: “similem Filio hominis”. Ex hoc autem quod non dicit “Filium hominis”, sed “similem Filio hominis”, arguit Ricardus quod angelum vidit, qui in persona et similitudine Christi demonstrabat sibi omnia, qui eo amplius habuit auctoritatis quod apparuit in ipsa similitudine salvatoris.

Inf. IV, 152; V, 28

E vegno in parte ove non è che luca.

Io venni in loco d’ogne luce muto

 Par. XII, 49-52

non molto lungi al percuoter de l’onde
dietro a le quali, per la lunga foga,
lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,  
siede la fortunata Calaroga

Par. VII, 73-77, 112-117; XXIX, 22-30

Più l’è conforme, e però più le piace;
ché l’ardor santo ch’ogne cosa raggia,
ne la più somigliante è più vivace.
Di tutte queste dote s’avvantaggia
l’umana creatura …………………..
Né tra l’ultima notte e ’l primo die
sì alto o sì magnifico processo,
o per l’una o per l’altra, fu o fie:
ché più largo fu Dio a dar sé stesso
per far l’uom sufficiente a rilevarsi,
che s’elli avesse sol da sé dimesso

Forma e materia, congiunte e purette,
usciro ad esser che non avia fallo,
come d’arco tricordo tre saette.
E come in vetro, in ambra o in cristallo
raggio resplende sì, che dal venire
a l’esser tutto non è intervallo,
così ’l triforme effetto del suo sire
ne l’esser suo raggiò insieme tutto
sanza distinzïone in essordire.

 [Dettagli in: Il sesto sigillo, capp. 2d.1, tab. XVI bis1; 12.1, tab. CXXIII]

[Ap 10, 4-7; visio III, tuba VI] Sunt enim quedam sic omnibus communia quod sunt omnibus publice predicanda, quedam vero non sunt omnibus dicenda et precipue ante tempus, iuxta illud Matthei XVII° (Mt 17, 9): “Nemini dixeritis visionem, donec Filius hominis a mortuis resurgat”. Unde et sub sexto signaculo veteris testamenti dicit angelus Danieli: “Tu autem, Daniel, claude sermones et signa librum usque ad tempus statutum” (Dn 12, 4), quod quidem erat sexta etas in qua apparuit Christus, et precipue sextus status ecclesie sue in quo liber erat plenius aperiendus, non tamen malivolis aut indispositis. Ante enim mortem magni Antichristi oportebit multa tunc sanctis aperta claudere emulis et etiam fidelibus vel adhuc animalibus. […]
Sequitur (Ap 10, 5): “Et angelus, quem vidi stantem supra mare et supra terram, levavit manum suam in celum (Ap 10, 6) et iuravit per viventem in secula seculorum, qui creavit celum et ea que in illo sunt, et terram et ea que in ea sunt, et mare et ea que in eo sunt, quia tempus amplius non erit; (Ap 10, 7) sed in diebus vocis septimi angeli, cum ceperit tuba canere, consumabitur misterium Dei, sicut evangelizavit per servos suos prophetas”. Iuramentum hoc designat vehementem certitudinem et assertionem quod tempus huius seculi omnino finietur in tempore septime tube. Non enim intendit quod post hoc iuramentum suum non sit tempus amplius, sed quod in voce septimi angeli consumabitur. Iurat autem hoc ita fortiter, tum ad fortius perterrendum malos et terrendo convertendum ad penitentiam, tum ad consolandum electos multiplicibus persecutionibus et miseriis vexaturos et de exilio et carcere huius vite cupientes exire et ad eternam patriam iugiter suspirantes.

[segue Ap 10, 4-7] Sciendum etiam quod prout tubicinium septimi angeli refertur ad extremum iudicium, de quo [Ia] ad Thessalonicenses IIII° (1 Th 4, 16; cfr. 2 Th 1, 7) dicitur quod “ipse Dominus in iu[s]su et in voce archangeli et in tuba Dei descendet de celo, et mortui, qui in Christo sunt, resurgent primi”, est simpliciter verum quod tempus huius seculi tunc omnino cessabit et plene implebitur quicquid Deus per suos prophetas prenuntiavit fiendum, quod vocat “misterium”, id est secretum, quia nichil mundanis occultius quam spiritalis gratia et gloria in electis consumanda, futura etiam Dei iudicia sunt eis occulta et quasi incredibilia. Dicitur etiam “misterium”, quia sub misticis velaminibus sunt prenuntiata. Nec intendo quin principalia corpora huius mundi tunc durent, sed solum quod temporalis et mobilis cursus eius et temporalis status humani generis in hac vita mortali cessabit. […]

 

 

 

 

[Ap 12, 6] Item (Ioachim) de hoc ultimo dicit libro V° (Concordie) circa finem prime partis: «Unum dico, quod misteria tertii status subtiliora sunt misteriis secundi status et misteriis primi. […]».

[segue Ap 10, 4-7] Nota etiam quod sicut nos iuramus levando et ponendo manum super altare vel super librum evangeliorum, tamquam protestantes nos per sanctitatem altaris vel evangelii iurare, sic iste angelus iurat levando manum ad celum, id est per altam protestationem celestis ecclesie et Dei habitantis in ea, et etiam quia demonstratio celestis mansionis et eternitatis multum confirmat tempus huius seculi [c]eleriter transiturum. Hinc etiam est quod iurat “per viventem” in eternum, ubi etiam signanter specificat tria per ipsum creata, scilicet “celum”, tamquam electis querendum et tamquam locum in quo est eorum gloria consumanda; deinde “terram” cum existentibus in ea, et tertio “mare” cum existentibus in eo, quasi dicat: iuro per eum qui creavit terram fidelium et mare nationum infidelium, quibus utrisque nunc ego predico ed ad eternam gloriam invito. Unde et tenebat pedem unum super terram et alium super mare.

[incipit, Is 30, 26] Hec autem lux habet septiformem diem transcendentem velamen umbre legalis, quoniam in hac aperitur trinitatis Dei archanum, ac culpe originalis et actualis vinculum et debitum, et incarnationis Filii Dei beneficium, et nostre redemptionis pretium, et iustificantis gratie supernaturale donum simul et predestinationis ac reprobative subtractionis eiusdem gratie incomprehensibile secretum, ac spiritualis et perfecti modi vivendi Deumque colendi saluberrimum exemplum ac preceptum et consilium, et eterne retributionis premium et supplicium cum finali consumatione omnium. Hec enim septem sunt velut septem dies solaris doctrine Christi, que sub velamine scripta et absconsa fuerunt in lege et prophetis.

[Ap 13, 9; IV visio, prelium VI] “Si quis habet aurem”, id est sanam intelligentiam dictorum et dicendorum, “audiat”, id est attente et prudenter consideret id quod est premissum et etiam id quod mox subditur, quia hoc quod subditur multum ei conferet ad servandam fidem et patientiam in tanta tribulatione.

 

 


Inf. IX, 61-63

O voi ch’avete li ’ntelletti sani,
mirate la dottrina che s’asconde
sotto
’l velame de li versi strani.

 Purg. VI, 16-18

Quivi pregava con le mani sporte
Federigo Novello, e quel da Pisa
che fé parer lo buon Marzucco forte. 10, 1

 Inf. XIII, 73-78, 85-87

“Per le nove radici d’esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d’onor sì degno.
E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti  la memoria mia, che giace
ancor del colpo che ’nvidia le diede”. ……
Perciò ricominciò: “Se l’om ti faccia
liberamente ciò che ’l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ………………”

Purg. XXI, 103-105, 115-120

Volser Virgilio a me queste parole
con viso che, tacendo, disse ‘Taci’;
ma non può tutto la virtù che vuole ……
Or son io d’una parte e d’altra preso:
l’una mi fa tacer, l’altra scongiura
ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso
dal mio maestro, e “Non aver paura”,
mi dice, “di parlar; ma parla e digli
quel ch’e’ dimanda con cotanta cura”.

Purg. VIII, 10-12, 19-21

Ella giunse e levò ambo le palme,
ficcando li occhi verso l’orïente,
come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’.

Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
ché l velo è ora ben tanto sottile,
certo che ’l trapassar dentro è leggero.

 Purg. XXVI, 88-90, 103-105, 109-111

Or sai nostri atti e di che fummo rei:
se forse a nome vuo’ saper chi semo,
tempo non è di dire, e non saprei. ……
Poi che di riguardar pasciuto fui,
tutto m’offersi pronto al suo servigio
con l’affermar  che fa credere altrui. ……
“Ma se le tue parole or ver giuraro,
dimmi che è cagion per che dimostri
nel dire e nel guardar d’avermi caro”.

Inf. XVI, 124-132

Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna
de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,
però che sanza colpa fa vergogna;
ma qui tacer nol posso; e per le note
di questa comedìa, lettor, ti giuro,
s’elle non sien di lunga grazia vòte,
ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro
venir notando una figura in suso,
maravigliosa ad ogne cor sicuro

Par. XVII, 91-93

“e portera’ne scritto ne la mente
di lui, e nol dirai”; e disse cose
 incredibili a quei che fier presente.

 Par. XXV, 1-2

Se mai continga che ’l poema sacro
al quale ha posto mano e cielo e terra

 

[Dettagli in: Il sesto sigillo, cap. 8, tab. LXXVIII]

Fin qui un lettore spirituale. Mussato poteva comprendere i significati interiori della Commedia? Certamente no, o almeno non compiutamente; non apparteneva al pubblico degli Spirituali che Dante aveva in mente, fra gli altri destinatari, nello scrivere il “poema sacro”; non aveva in mano la “chiave” e non era destinato a predicare la Commedia per riformare la Chiesa. Ma poteva ben afferrare il senso letterale, in base al quale anche studiosi moderni, come Ezio Raimondi, hanno sospettato che Dante avesse posto Cunizza nel cielo di Venere per motivi politici, nell’intento di riabilitare in qualche modo, nel dominio ghibellino di Cangrande, l’efferata signoria ezzeliniana: “[…] la rievocazione della sorella presenta l’antico dominatore della Marca in uno spazio storico e ne profila l’opera in dimensioni umane, appena con un’aura di leggenda guerriera: e può essere una congettura ragionevole che anche in questo processo riduttivo abbia la sua parte una sorta di realismo, se vogliamo dire, filoscaligero, che libera appunto Ezzelino dall’involucro rutilante del mito padovano” [9].

Il padovano Mussato avrebbe compreso che Dante, al di là del privilegiare il volgare anziché il latino, considerava la sua Ecerinis monca dell’ardente amore di Cunizza, e avrebbe anche intuito che il binomio Ezzelino-Cunizza svelava il precedente duetto tra Virgilio e Sordello, cioè tra “l’alta … tragedìa” dell’Eneide e i cortesi dettami d’amore figurati nel trovatore mantovano. Non si trattava però solo di contenuti politici, di contrappesare un personaggio tenebroso con un altro lucente. Si trattava di rivendicare alla Commedia una compiutezza, dall’aspro inizio al dolce fine – di cui fanno segno quegli abbinamenti di persone – che la tragedia non raggiungeva. Così Dante precisava nell’Epistola XIII a Cangrande:

[Ep. XIII, 28-32 (10), ed. A. Frugoni – G. Brugnoli, in Dante Alighieri, Opere minori, II, Milano-Napoli 1979 (La Letteratura Italiana. Storia e Testi, V/II), pp. 614-623] Libri titulus est: “Incipit Comedia Dantis Alagherii, florentini natione, non moribus”. Ad cuius notitiam sciendum est quod comedia dicitur a “comos” villa et “oda” quod est cantus, unde comedia quasi “villanus cantus”. Et est comedia genus quoddam poetice narrationis ab omnibus aliis differens. Differt ergo a tragedia in materia per hoc, quod tragedia in principio est admirabilis et quieta, in fine seu exitu est fetida et horribilis; et dicitur propter hoc a “tragos” quod est hircus et “oda” quasi “cantus hircinus”, id est fetidus ad modum hirci; ut patet per Senecam in suis tragediis. Comedia vero inchoat asperitatem alicuius rei, sed eius materia prospere terminatur, ut patet per Terentium in suis comediis. Et hinc consueverunt dictatores quidam in suis salutationibus dicere loco salutis “tragicum principium et comicum finem”. Similiter differunt in modo loquendi: elate et sublime tragedia; comedia vero remisse et humiliter, sicut vult Oratius in sua Poetria, ubi licentiat aliquando comicos ut tragedos loqui, et sic e converso:

Interdum tamen et vocem comedia  tollit,
iratusque Chremes tumido delitigat ore;
et tragicus plerunque dolet sermone pedestri
Telephus et Peleus, etc.

Et per hoc patet quod Comedia dicitur presens opus. Nam si ad materiam respiciamus, a principio horribilis et fetida est, quia Infernus, in fine prospera, desiderabilis et grata, quia Paradisus; ad modum loquendi, remissus est modus et humilis, quia locutio vulgaris in qua et muliercule comunicant. Sunt et alia genera narrationum poeticarum, scilicet carmen bucolicum, elegia, satira, et sententia votiva, ut etiam per Oratium patere potest in sua Poetria; sed de istis ad presens nichil dicendum est.

Principio tragico e fine comico, cioè lieto, sono categorie applicabili al viaggio di Dante dalla miseria alla felicità, definito dalla stessa epistola:

[Ep. XIII, 33-34, 39 (11, 15), ed. cit., pp. 622-624] Potest amodo patere quomodo assignandum sit subiectum partis oblate. Nam si totius operis litteraliter sumpti sic est subiectum, status animarum post mortem non contractus sed simpliciter acceptus, manifestum est quod hac in parte talis status est subiectum, sed contractus, scilicet status animarum beatarum post mortem. Et si totius operis allegorice sumpti subiectum est homo prout merendo et demerendo per arbitrii libertatem est iustitie premiandi et puniendi obnoxius, manifestum est in hac parte hoc subiectum contrahi, et est homo prout merendo obnoxius est iustitie premiandi. […] Finis totius et partis esse posset et multiplex, scilicet propinquus et remotus; sed, omissa subtili investigatione, dicendum est breviter quod finis totius et partis est removere viventes in hac vita de statu miserie et perducere ad statum felicitatis.

Nell’ Epistola a Cangrande (§§ 33-34) si distingue tra il soggetto letterale del Paradiso, cioè lo stato delle anime beate dopo la morte, e quello allegorico, cioè l’uomo che per i meriti ha conseguito il premio della giustizia divina. È distinzione molto vicina a quella proposta da Olivi, ad Ap 21, 9 (con le citazioni di Riccardo di San Vittore e dello pseudo-Dionigi), tra i premi futuri (senso letterale) e i meriti presenti (senso allegorico), per cui nella settima visione (che descrive la Gerusalemme celeste) si tratta più dei secondi che dei primi, in quanto in questa vita non è dato all’intelletto di vedere le differenze della gloria dei beati secondo le proprie specie e proprietà o mediante similitudini univoche, ma solo per mezzo di similitudini già note, cioè attraverso la rappresentazione allegorica. Naturalmente l’allegoria non è da intendere in senso strettamente poetico, cioè come una menzogna che nasconde la verità (cfr. Convivio II, i, 3), bensì nel senso teologico, di qualcosa (personaggi e vicende storiche) che è prefigurazione di ciò che viene a compimento, della storia della Chiesa militante che si realizza nel “regno santo”.

 

Ep. XIII, 33-34 [11] Potest amodo patere quomodo assignandum sit subiectum partis oblate. Nam si totius operis litteraliter sumpti sic est subiectum, status animarum post mortem non contractus sed simpliciter acceptus, manifestum est quod hac in parte talis status est subiectum, sed contractus, scilicet status animarum beatarum post mortem. Et si totius operis allegorice sumpti subiectum est homo prout merendo et demerendo per arbitrii libertatem est iustitie premiandi et puniendi obnoxius, manifestum est in hac parte hoc subiectum contrahi, et est homo prout merendo obnoxius est iustitie premiandi. […]

 

 

 

 

 

 

[Ap 21, 9; VIIa visio] Nota etiam, secundum Ricardum, quod multa ponuntur hic que magis spectant ad sanctorum presentia merita quam ad futura premia, quamvis intentio huius visionis sit describere supernum statum Iherusalem beate. Cuius ratio, secundum eum, est ut dum de sanctorum magnificis virtutibus et meritis erudimur, celestia eorum premia sublimius admiremur.
Potest etiam secunda ratio dari, quia ordines et distinctiones seu differentias glorie beatorum seu sanctorum in gloria, secundum suas species et proprietates, non vidimus nec per univocas similitudines possumus hic speculari, saltem ad plenum. Unde et Dionysius, libro de angelica hierarchia, astruit se non posse docere nec nos doceri proprias differentias et preeminentias angelicorum ordinum et hierarchiarum nisi solum per similitudines nobis expertas et familiares. Et hinc est quod ex communibus donis gratie nobis notis, et in sacra scriptura in denominatione angelicorum ordinum positis, describit ordines eorum.
Tertia est ratio, ut simul describat ecclesiam secundum duplicem eius statum, scilicet glorie et gratie, et ut ex hoc concipiamus correspondentiam unius ad alterum tamquam premii ad meritum et e contrario. Secundum enim differentias meritorum eorum erit differentia premiorum.

 

Cangrande, come Mussato, non conosceva la Lectura super Apocalipsim. Poteva leggere il “poema sacro” solo secondo il senso letterale. Anche se Dante avrà ritenuto che l’affermazione della signoria scaligera, così fedele all’Impero, potesse accompagnarsi a una diffusione dei riformatori della Chiesa che leggevano la Commedia più nel profondo (e, in effetti, gli Spirituali sostennero Ludovico il Bavaro). Questi “spirituali”, secondo l’Olivi, non dovevano necessariamente essere francescani; potevano provenire da ordini diversi, fra loro positivamente concorrenti, come in concorso erano stati, ormai da cent’anni, l’ordine di san Francesco e quello di san Domenico: “nec tamen per hoc nego quin ordines diversarum professionum in hoc concurrant sicut et iam fere per centum annos simul cucurrerunt duo” (ad Ap 11, 3). L’idea è che all’ordine finale evangelico e contemplativo fossero ascritte persone svolgenti diverse funzioni, di vita attiva e contemplativa, al modo con cui san Paolo scrive ai Corinzi che Dio nella Chiesa “quosdam dedit apostolos, secundo prophetas, tertio doctores” (1 Cor 12, 28) e per cui Pietro, pur pastore universale, si dedicò inizialmente all’ “apostolatus circumcisionis” mentre a Paolo fu data la “predicatio gentium” (Ap 10, 1). Non solo persone formalmente viventi in ordini religiosi, ma anche “singulares persone”, come era stato Giovanni (Ap 10, 11) [10]. Questo perché la Chiesa può ridursi anche a poche pure reliquie, senza però mai estinguersi. Se alla fine del quinto stato “a planta pedis usque ad verticem est fere tota ecclesia infecta et confusa et quasi nova Babilon effecta” (LSA, prologus, notabile VII), nel sesto stato, il novum saeculum tanto atteso iniziato con san Francesco (e ancora concorrente col quinto), essa verrà salvata da pochi eletti, come nell’arca di Noè [11].

Dante, quando scriveva a Cangrande, aveva quasi concluso la Commedia sempre elaborando intensamente la Lectura super Apocalipsim, come aveva fatto da quando, attorno al 1307, l’aveva molto probabilmente ricevuta dalle mani di Ubertino da Casale. Proprio mentre sulla Lectura si appuntavano le attenzioni dei censori nominati da Giovanni XXII (1317-1319), in una procedura che portò nel 1326 alla condanna dell’opera [12], il commento dell’Olivi conseguiva con il Paradiso l’interpretazione più autentica e profonda. Il ‘Caorsino’ poneva ai suoi teologi la domanda se davvero, come scritto dal frate ad Ap 3, 7, nel sesto e nel settimo stato della Chiesa si potesse pervenire a una “gustativa et palpativa experientia” della verità per suggerimento interiore dello Spirito. Che è proprio ciò a cui arriva Dante nel suo “trasumanar”: ascendendo al cielo egli ‘gusta’ interiormente guardando Beatrice fissa nel sole, figura dei dottori fissi per vita e contemplazione nella solare luce di Cristo (Par. I, 64-69). È “esperienza” che la grazia riserva anche ad altri (ibid., 71-72); è “palpativa experientia” perché Dante mantiene il suo corpo (ibid., 73-75).

Dal 1307, però, molte prospettive erano cambiate, molte speranze svanite. L’idea di un clero riformatore in volgare, aperto ai classici e filoimperiale, che avesse in mente l’esegesi apocalittica dell’Olivi, che concepisse la storia per stati settenari, non aveva più alcun fondamento. Gli Spirituali francescani erano già votati alla persecuzione (dopo il Concilio di Vienne, 1311-1312) e il loro libro-vessillo al nascondimento e quasi alla sparizione. Quel lettore che avrebbe dovuto mirare la dottrina nascosta nella lettera dei versi non si sarebbe mai più trovato.

Era Dante consapevole che i sensi più profondi rischiavano di non venire mai compresi? Nell’Epistola a Cangrande non c’è, apparentemente, alcun riferimento escatologico. Vi è però (§§ 77-82), l’esigenza di affermare, contro ogni opposizione, che la visione beatifica è possibile, che cioè il viaggio oltremondano non è stata una finzione letteraria bensì una realtà espressa in poesia [13]. Questa espressione è stata data con un poema “polisemos, hoc est plurium sensuum” (§§ 20-22), dove l’allegoria – il senso contenuto nella lettera unitamente al senso morale e all’anagogico – è quella dei teologi, non cioè una finzione, ma una relazione figurale fra fatti storici. Detto questo, però, l’epistola procede nell’esegesi dei versi del prologus del Paradiso – tradotti in latino (sono interessate le prime quattro terzine e sommariamente l’invocazione che segue) – solo secondo il senso letterale e al modo del Convivio, accostando cioè argomenti dell’ “intelletto umano” ad “autoritadi a lui concorde”, per usare la distinzione tra filosofia e teologia fatta da san Giovanni nella professione di Dante a Par. XXVI, 46-48. Tacciono, nell’epistola, le “altre corde” (i “morsi” della carità) di cui l’Evangelista chiede poi conto al poeta (ibid., 49-66); sono silenti i “sensus mistici” racchiusi nel senso letterale. Sarà necessaria più attenta disamina, per altro già iniziata, su questi punti per capire come fosse possibile che Dante commentasse nell’Epistola a Cangrande il primo canto del Paradiso senza che alcuno potesse sospettare del reticolo di significati mistici che conteneva. Si trattava di distinguere il pubblico del senso letterale, fra cui erano i curiali, dai “voialtri pochi che drizzaste il collo / per tempo al pan de li angeli” (Par. II, 10-11)? Le prospettive escatologiche e di riforma della Chiesa si erano appannate? L’uso del latino (anche per i versi) e il ritorno al modulo del Convivio sono una forma emulativa dei retori padovani come Mussato, che Dante non nominò mai, “distanti da lui nella retorica, nella politica e anche nella morale”? [14].

Non solo era scomparso dalla scena il pubblico degli Spirituali – che Dante aveva ritenuto potesse essere il futuro clero riformatore -; era venuta meno una storia basata sugli stati del mondo, un’escatologia di attesa del nuovo, la possibilità che la poesia potesse esprimere vere visioni. Che l’Apocalisse fosse da considerarsi poesia lo sosteneva anche Mussato [15], la differenza sta nel fatto che Dante la ripercorreva tutta, come un nuovo Giovanni, in un viaggio nella storia della salvezza collettiva, imbarcando sotto i segni della divina Provvidenza i classici e vestendo delle sacre prerogative della Chiesa la Curia imperiale e il regime mondano. Quella visione che Dante aveva, dal suo punto di vista, realmente sperimentato, anche se poi aveva dovuto adattarla a schemi letterari (come aveva fatto d’altronde l’Evangelista con l’Apocalisse) [16], diventava una vana finzione, un sogno. Così la irrideva nell’Acerba (IV, xiii, 1-2) Cecco d’Ascoli, arso vivo a Firenze nel 1327, che rifaceva il verso sui “tres spiritus immundi in modum ranarum” di Ap 16, 13: “Qui non se canta al modo de le rane, / qui non se canta al modo del poeta / che finge imaginando cose vane” [17]. Sull’oltretomba Dante non avrebbe mai rivolto a Virgilio la domanda fattagli da Petrarca: “Quanto distanti dal vero erano i tuoi sogni?” [18]. La vera biografia di Dante fu, come Guglielmo Gorni ha intitolato l’ultimo suo libro (Bari, 2008), la “storia di un visionario fallito”. “Theologus Dantes”, scrisse Giovanni del Virgilio in principio del suo epitaffio per la tomba del poeta fiorentino. Ma la teologia, fra i letterati preumanisti, significava soltanto Sacra Scrittura; non presupponeva una renovatio, né l’Apocalisse come summa della sacra pagina, né una visione realmente vissuta cantata in poesia come san Giovanni l’aveva trasposta in prosa. Scrive Giorgio Padoan:

All’avvento dell’umanesimo la grandezza poetica della Comedìa era ormai celebrata universalmente, e fu sanzionata anche dai letterati: ma fu però il trionfo di una interpretazione del «poema sacro» che ne tagliava via non pochi rami, e che agì soprattutto sull’ambivalenza di fondo su cui si innalza la Comedìa: quel profondo anelito di rinnovamento morale e religioso, quel messaggio escatologico che animano tutto il poema e segnano la «realtà» del viaggio dantesco, fuori dal contesto storico che li aveva ispirati, persero di vigore, divennero motivi accolti genericamente e senza interesse diretto, svanirono, quasi, dinanzi ad una interpretazione attenta soprattutto al fatto letterario e al modello retorico [19].

Questa interpretazione della Commedia come fatto letterario e modello retorico, a scapito del “Dante profeta” e visionario, o meglio del Dante storico, della “sua carica vitale ed umana”, per citare ancora il Padoan, durò settecento anni. Non fu solo un’interpretazione umanista; anche la Chiesa vi aderì [20]. Oggi, di fronte alla riscoperta della Lectura super Apocalipsim, l’apparentemente incontrovertibile “essoterismo” della lettera, con la selva delle interpretazioni arbitrarie che ne consegue, mostra di fondarsi, come la statua del sogno svelato dal profeta Daniele, su un piede di terracotta. Togliere la Lectura dalla biblioteca di Dante, o non valutarne il gran peso che vi recò, equivale a concepire quella di Cervantes senza i romanzi cavallereschi, o quella di Proust senza Ruskin e Bergson, o quella di Italo Calvino senza Kipling e Conrad.

 

AVVERTENZA

Tutte le citazioni della Lectura super Apocalipsim presenti nei saggi o negli articoli pubblicati su questo sito sono tratte dalla trascrizione, corredata di note e indici, del ms. Paris, Bibliothèque nationale de France, lat. 713, a disposizione fin dal 2009 sul sito medesimo. I passi scritturali ai quali si riferisce l’esegesi sono in tondo compresi tra “ ”; per le fonti si rinvia all’edizione in rete. Non viene presa in considerazione l’edizione critica a cura di W. LEWIS (Franciscan Institute Publications, St. Bonaventure – New York, 2015) per le problematiche da essa poste, che sono discusse in “Archivum Franciscanum Historicum” 109 (2016), pp. 99-161. Il testo della Commedia citato è in Dante Alighieri, La Commedia secondo l’antica vulgata, a cura di G. PETROCCHI, Firenze 1994.

[All quotations from the Lectura super Apocalipsim in the essays or articles published in this website have been drawn from the transcription, with notes and indexes, of ms. Paris, Bibliothèque nationale de France, lat. 713, which has been available therein since 2009.  The Biblical passages to which the exegesis refers are in Roman type in “ ”; for sources please refer to the online edition.   The critical edition by W. LEWIS (Franciscan Institute Publications, St. Bonaventure – New York, 2015) has not been considered due to the issues it poses, which are discussed in “Archivum Franciscanum Historicum” 109 (2016), pp. 99-161.  The text referring to the Commedia has been drawn from Dante Alighieri, La Commedia secondo l’antica vulgata, edited by G. PETROCCHI, Firenze 1994.]

 


[1] G. CARDUCCI, Della Ecerinide di Albertino Mussato, nell’ed. dell’Ecerinis a cura di L. Padrin, Bologna (ristampa anastatica della edizione 1900), p. 281.

[2] Ibid., pp. 266, 276.

[3] Sugli aspetti generali della ricerca, si rinvia al saggio Pietro di Giovanni Olivi e Dante. Un progetto di ricerca, pubblicato su “Collectanea Franciscana”, 82 (2012), pp. 87-156 (e riprodotto su questo sito).

[4] Il posarsi è congiunto col nascere in Manto, colei che fondò la patria di Virgilio (Inf. XX, 55-57).

[5] Guido da Montefeltro è posto in una zona dedicata ai martiri non nel senso che sia assimilabile ai martiri dei primi tempi cristiani, ma nel senso che, di fronte al martirio psicologico dei tempi moderni, fu ingannato da una falsa immagine di bene (la questione è trattata nel saggio L’agone del dubbio, ovvero il martirio moderno).

[6] Cfr. Dante all’«alta guerra» tra latino e volgare. Postilla alle ricerche di Gustavo Vinay sul De vulgari eloquentia, cap. 3.4 (Il «sacrosanto segno»), tab. XXXV, 1-2; XXXVI.

[7] Cfr. Il terzo stato. La ragione contro l’errore, cap. II e tabelle relative.

[8] I nemici di Cangrande, conosciute le sue magnificenze, “non ne potran tener le lingue mute” (Par. XVII, 85-87). Gioacchino da Fiore, citato da Olivi (ad Ap 7, 2), afferma che l’angelo del sesto sigillo non temerà le vicissitudini di questa vita e che alla potenza del suo clamore le potestà avverse cederanno e permetteranno che avvenga quella gioia annunciata tra la caduta di Babilonia e il combattimento finale. I motivi dell’essere muto e dello stare nascosto ai nemici si ritrovano nell’esegesi del capitolo XI. Ad Ap 11, 8 è detto che la città, sulla cui piazza rimarranno esposti i corpi dei due testimoni (Enoch ed Elia) vinti e uccisi in apparenza dalla bestia che sale dall’abisso, si chiama spiritualmente Sodoma, cioè muta, ed Egitto, cioè tenebrosa. Essa sarà infatti muta nella confessione della vera fede e tenebrosa per pravità, oppure Sodoma per lussuria ed Egitto per soverchia e maligna persecuzione contro Israele, il cui popolo fu crudelmente afflitto dal Faraone allorché Dio gli ordinò di uscire dalla terra di questi. Risorti dopo tre giorni e mezzo, i due testimoni saliranno al cielo in una nube sotto gli sguardi dei loro nemici (Ap 11, 12). A differenza dell’ascensione di Cristo, che non fu vista dai suoi nemici ma solo dai suoi discepoli, poiché i Giudei dovevano essere accecati e Cristo doveva essere a loro nascosto per venire invece predicato e manifestato ai Gentili, allora invece la conversione riguarderà tutto il mondo e l’Anticristo, con i suoi complici, sarà confuso e piagato nella sua città. Come infatti ricade nella gloria di Dio che talvolta si nasconda ingegnosamente a quanti sono giustamente da accecare e ci dimostri con ciò la prudenza del suo ingegno e un ordinato procedere da una radice occulta, tramite un tronco stretto, a un ampio e alto distendersi dei rami (e questo nascondersi corrisponde al non essersi le genti ancora accorte di Cangrande, con la precisazione dantesca “per la novella età”), così è proprio della sua gloria un’improvvisa manifestazione di potenza che confonde gli avversari e converte a sé e illumina molti, con il che ci dimostra un altro ordine, che procede dall’alto verso gli inferiori per cui la luce del sole dalla sorgente subito diffonde in modo aperto, espanso e chiaro i suoi raggi su tutto l’universo (e tale sarà il manifestarsi della virtù di Cangrande ai suoi nemici). Al primo modo sembra accostabile il nascondersi del sole, “per la lunga foga” estiva, dietro le onde dell’oceano a Par. XII, 49-51; al secondo il più vivace raggiare dell’ “ardor santo” nell’uomo, più a Dio conforme perché creato “sanza mezzo” (Par. VII, 73-75), come pure il raggiare “insieme tutto / sanza distinzïone in essordire” nel “triforme effetto” di “forma e materia, congiunte e purette” (Par. XXIX, 22-30). Nelle opere divine c’è una concordia tra due elementi conformi, e c’è una concordia, altrettanto bella e piacente, tra due elementi contrapposti.

[9] E. RAIMONDI, Dante e il mondo ezzeliniano, in Dante e la cultura veneta. Atti del Convegno di studi organizzato dalla Fondazione Cini, a cura di V. Branca e G. Padoan, Firenze 1967, pp. 51-69: p. 63.

[10] (LSA, cap. X, Ap 10, 1) Iste angelus dicitur alius a quattuor angelis malis qui paulo ante dicuntur esse soluti (Ap 9, 15), et secundum hoc non oportet quod sit alius a sexto angelo tuba canente (Ap 9, 13ss.). Potest etiam distingui ab eo. Sicut enim Petrus, quamquam esset universalis pastor omnium fuit specialiter ab initio deputatus apostolatui circumcisionis, Paulus vero predicationi gentium, prout ipse dicit ad Galatas II° (Gal 2, 7-8); sicut etiam Deus in ecclesia “quosdam dedit apostolos, secundo prophetas, tertio doctores”, prout dicitur Ia ad Corinthios XII° (1 Cor 12, 28), sic et in sexto statu quidam plus predicabunt contra vitia monstrando exterminium Babilonis tamquam de proximo imminens et deinde tamquam iam factum, sic quidam alii plus insistent contemplative sapientie et illuminationi discipulorum contemplativorum ad speciale regimen ecclesie applicandorum et ad predicationem infidelium mittendorum. Primi autem designantur per angelum sexte tube, secundi per angelum istum faciei solaris, tertii per Iohannem accipientem ab eo librum apertum et predicaturum populis et gentibus et mensurantem templum (Ap 10, 8-11; 11, 1ss.), per quam mensurationem designatur specialis gubernatio ecclesie Christi, sicut per tubam et eius tubicinationem designatur exhortatio et incitatio ad prelium contra vitia et errores et contra principes et exercitus vitiis et erroribus plenos. Quod autem quidam dicunt hunc angelum esse Christum, quia solius ipsius est aperire librum, prout dicitur supra capitulo quinto (Ap 5, 2-3/9), non negamus quin ipse sit principalis reserator libri et precipue in quantum est Deus illuminans interius mentes, sed nichilominus ordinavit sub se angelicos spiritus et angelicos homines ad ministerialiter illuminandum inferiores. Qua ergo ratione per septem angelos tuba canentes intelliguntur angelici homines et doctores et etiam spiritus angelici eis presidentes, quamquam Christus principaliter doceat omnia que per tubicinationes angelorum docentur, eadem ratione debet consimiliter intelligi in proposito. […] Sequitur: (Ap 10, 11) “Et dixit michi: Oportet te iterum prophetare in gentibus et populis et linguis et regibus multis”. In ipsa sapientia libri expresse continetur quod oportet iterum predicari evangelium in toto orbe, et Iudeis et gentibus, et totum orbem finaliter converti ad Christum. Sed quod per istum hoc esset implendum non poterat sciri nisi per spiritualem revelationem, et hoc dico prout per Iohannem designantur hic singulares persone quia, prout per ipsum designatur in communi ordo evangelicus et contemplativus, scitur ex ipsa intelligentia libri quod per illum ordinem debet hoc impleri.  (LSA, cap. XI, Ap 11, 3) Secundum Augustinum et Gregorium et Ricardum, hii duo testes sunt ad litteram Helias et Enoch, et hoc communiter tenetur, quamvis et per eos designentur duo ordines predicantium. Quorum unus magis erit exteriori regimini et passionibus mancipatus, unde et Iohannis ultimo allegorice designatur per [Petrum], cui di[c]it Christus: “Pasce oves meas”, et “cum senueris, extendes manus tuas”, scilicet in cruce, et “sequere me”, scilicet ad crucem (Jo 21, 17-19). Alter vero magis erit datus contemplationi et paci, unde et designatur ibidem per Iohannem, de quo dicit Christus: “Sic eum volo manere donec veniam” (Jo 21, 22). Nec oportet istos duos ordines testium esse diverse professionis seu religionis, sicut nec Petrus et Iohannes fuerunt, immo uterque fuit eiusdem professionis apostolice et evangelice, nec tamen per hoc nego quin ordines diversarum professionum in hoc concurrant sicut et iam fere per centum annos simul cucurrerunt duo.

[11] (LSA, prologus, notabile V) Quia vero ecclesia Christi usque ad finem seculi non debet omnino extingui, ideo oportuit eam in quibusdam suis reliquiis tunc specialiter a Deo defendi […] (cap. III, Ap 3, 10; VI ecclesia) Loquitur etiam sic ob misterium electorum sexti status qui servandi sunt ab hora temptationis Antichristi, non quidem ut illam non sentiant vel non patiantur, sed ut per illam aut in illa non corruant a fide et a caritate et a ceterarum virtutum perfectione, immo potius divino munere ex illa proficiant. Quia vero soli pauci electi tunc servabuntur, sicut solus Noe cum paucis servatus est in archa, ideo congrue significatur per angelum Philadelphie, que interpretatur salvans hereditatem, quia in illis electis salvabitur tunc hereditas et semen fidei in universum orbem iterum seminande. (cap. IX, Ap 9, 15; VI tuba) […] non permittentur totam ecclesiam simpliciter extinguere, immo semper remanebit semen pro parte duplici electorum (i. e. maiorum et minorum), et in eis ecclesia et cultus Christi semper vivet et continuabitur.

[12] Cfr. A. FORNI – P. VIAN, Un codice curiale nella storia della condanna della Lectura super Apocalipsim di Pietro di Giovanni Olivi: il Parigino latino 713, in “Collectanea Franciscana”, 81 (2011), pp. 479-558; 82 (2012), pp. 563-677.

[13] Cfr. G. PADOAN, La «mirabile visione» di Dante e l’Epistola a Cangrande, in Dante e Roma. Atti del Convegno di Studi a cura della «Casa di Dante». Roma 8-9-10 aprile 1965, Firenze 1965, pp. 283-314, ripubblicato in IDEM, Il pio Enea, l’empio Ulisse. Tradizione classica e intendimento medievale in Dante, Ravenna 1977, pp. 30-63.

[14]  Cfr. G. BILLANOVICH, Tra Dante e Petrarca, in “Italia Medioevale e Umanistica”, VIII (1965), p. 9.

[15] Cfr. G. FRASSO, Appunti sulla “difesa della poesia” e sul rapporto “teologia-poesia” da Dante a Boccaccio, in “Verbum. Analecta neolatina”, III (2001), pp. 1-17: pp. 5-6.

[16] Significativo è il confronto fra l’esegesi dei primi tre versetti dell’Apocalisse e l’idea che Dante ebbe della propria visione. Ad Ap 1, 1 si tratta della causa formale, efficiente e materiale, media e prossima del libro; ad Ap 1, 3 della causa finale (la beatitudine); ad Ap 1, 2 del tipo di visione avuta da Giovanni; ad Ap 1, 11/19 dell’ordine dato a Giovanni di scrivere la visione. Numerosi sono i signacula, nella lettera dei versi, che sollecitano la memoria del lettore verso il libro giovanneo e la sua esegesi oliviana [cfr. Il sesto sigillo, cap. 2c, tab. XII-3 quaterocties (Ap 1, 1; 1, 11/19); cap. 2b, tab. XI-8 (Ap 1, 3); La settima visione, Appendice (Ap 1, 2); Apocalisse moderna, nri 33-36 (Ap 1, 1); 62-63 (Ap 1, 3)]. La visione di Dante è una come quella di Giovanni, per quanto poi sia stata articolata in più visioni nella narrazione scritta (cfr. Cacciaguida a Par. XVII, 128: “tutta tua visïon fa manifesta”; Ap 1, 10: “Quinto quia non sic sunt plures visiones quin omnes sint una, unde et in titulo vocatur in singulari “apocalipsis” (Ap 1, 1), id est revelatio, et paulo post in singulari dicitur: “Quod vides scribes” (Ap 1, 11)”; Ap 1, 19: ““Scribe ergo que vidisti”. Hec est tertia pars visionis, in qua ponitur visio Christi mandantis Iohanni quod scribat et mittat ecclesiis totam hanc visionem […]”).
Qui di seguito è riportata parte dell’esegesi di Ap 1, 2. Si noterà che, delle similitudini presenti nella Commedia, la maggior parte si riferisce a fenomeni della natura, come Riccardo di San Vittore, nella citazione di Olivi, notava dell’Apocalisse. Ci si ricorderà dell’argomentazione con cui Beatrice, a Par. IV, 28-48, spiega a Dante che Piccarda e Costanza, come tutti gli altri beati, “fanno bello il primo giro” dell’Empireo, ma si sono mostrate nel cielo della Luna, “rilegate per manco di voto”, “per far segno / de la celestïal c’ha men salita”, mostrando cioè sotto figure sensibili il loro minore grado di beatitudine. Per questo la Scrittura “condescende” alle possibilità dell’ingegno umano, “e piedi e mano / attribuisce a Dio e altro intende”, e la Chiesa rappresenta in figura umana gli angeli che sono pure intelligenze. La situazione di Dante è simile a quella di Giovanni, la cui visione avviene per segni – cioè per oggetti che nella specie altro intendono -, e non essendo questi segni naturalmente appropriabili al secondo significato (come, ad esempio, l’acqua al battesimo), gli vengono spiegati da un angelo, che ne è consapevole. Si confronti, ancora, quanto Olivi afferma circa la questione se le voci contenute nel libro siano state apprese con un genere di apprendimento diverso da quello proprio della visione (la stessa facoltà immaginativa ritiene infatti le specie di tutti gli oggetti dei cinque sensi esterni, che perciò non differiscono nel genere) con “l’obietto comun, che ’l senso inganna” nelle visioni nell’Eden a Purg. XXIX, 16-51.

     [LSA, cap. I, Ap 1, 2] Solet hic queri an hanc revelationem viderit Iohannes visione corporali, vel imaginaria, vel intellectuali. Ad hoc dicit Ricardus de Sancto Victore quod non corporali, quia ipse dicit se in spiritu ea vidisse (cfr. Ap 1, 10). Que enim in spiritu vidit, non oculis carnis vidit, sed oculis cordis. Nec etiam sola intellectuali vidit, quia illa fit nullis formis corporalium mediantibus. Ex quo infert quod sub figuris rerum corporalium ea vidit et intellexit, quia liber iste plenus est huiusmodi similitudinibus, videlicet celi, solis, lune, nubium, imbrium, grandi[n]um, fulgurum, tonitruorum, ventorum, avium, piscium, bestiarum, serpentum, reptilium, arborum, montium, collium, aeris, maris, terre et aliarum plurium rerum. Utile enim et necessarium erat nostre infirmitati talibus similitudinibus uti, dignum etiam erat per hoc abscondi veritatem indignis.
Sciendum tamen quod quedam est visio imaginaria cui non assistit intelligentia significationis imaginum, et hoc modo fuit in Pharaone vidente septem spicas et in Nabucodonosor vidente statuam (cfr. Gn 41, 6-7; Dn 2, 31-36); alia est cui assistit intelligentia et que ex figuris imaginariis non impeditur sed potius iuvatur saltem extensive, et tali vidit hec Iohannes.
Sciendum etiam quod in hac vita non est communiter aliqua intellectualis, que [respectu] rerum corporalium non utatur similitudinibus corporum. Unde quando Isaias vidit et predixit quod virgo conciperet et pareret hemanuelem, id est Deum hominem (cfr. Is 7, 14-17), oportuit quod  haberet speciem sexus feminei et virginalis et speciem humani corporis sue prolis et species corporalis conceptionis et partus.
Distinguitur tamen hec visio ab illa que fit per imagines non proprias sed translatas, id est alterius generis vel speciei, ut cum Christus videtur sub specie leonis vel agni vel vituli.
Sciendum etiam quosdam dixisse quod Iohannes vidit hec absque talibus imaginationibus, sed postmodum ipse adaptavit varias figuras ad veritatem quam absque figuris viderat.
Sed contra hoc est quod ipse non innuit se tales figuras post visionem suam composuisse, sed potius sibi in visione apparuisse et ab alio monstratas fuisse.
Preterea ad maiorem reverentiam et estimationem et fide dignitatem visionum huius libri et figurarum eius est quod a Deo per angelum fuerunt iste figure formate quam si postea essent per solum Iohannem invente et adiuncte.
Preterea altitudini visionis et intelligentie Iohannis non derogat quod huiusmodi figure fuerunt subiuncte et famulantes sue visioni intellectual[i]. Non enim beati post resumptionem corporum minus intelligent corporalia cum visu corporali eis adiuncto quam nunc intelligant absque visu corporali.
Queritur etiam an locutiones seu voces, quas in libro isto refert se audivisse, apprehenderit alio genere apprehensionis quam illa que dicit se vidisse. Dicendum quod eadem potentia imaginaria retinet species omnium obiectorum quinque sensuum exteriorum, et ideo quoad eam non differunt genere. Pro quanto tamen una exprimit obiectum unius generis, puta formarum visibilium, et alia aliud alterius generis, puta vocum vel sonorum audibilium aut odorum vel saporum, pro tanto differunt genere vel specie. Et idem est de speciebus que sunt in intellectu.
Sciendum etiam quod in quibusdam apprehenditur solum proprium obiectum speciei imaginarie vel intellectualis, in quibusdam vero proprium obiectum per speciem apprehensum accipitur ut signum alterius rei, et si est signum naturaliter significans illam, tunc apprehensio secunda per ipsum facta est quedam ratiocinatio seu argumentatio. Si vero est naturaliter aptum ad significandum, non tamen est ex se applicatum seu appropriatum ad illud significatum, tunc oportet illam appropriationem addi[s]ci aut a persona illud appropriante aut ex communi institutione, iuxta quod per communem institutionem sacramentorum scimus quid per baptismum significatur, quamvis aqua baptismi ex se non significet illud, sed solum sit apta ad illud significandum.
Si vero signum est tantum voluntarium, iuxta quod hec vox ‘homo’ significat ‘hominem’, tunc est talis apprehensio qualis est illa qua nos apprehendimus significata locutionum et intentionem loquentis, que quidem communiter fit per notitiam communis institutionis seu impositionis vocum ad talia regulariter significanda, alias oportet quod fiat per specialem revelationem loquentis aut alterius scientis intentionem loquentis. Si igitur angelus loqueretur Iohanni per voces quarum communem significationem nesciret, tunc oportuisset sibi revelari intentionem et significationem angeli loquentis, quod non oportuit si significatione vocum Iohanni prius cognita utebatur. Quid tamen significarent res figurales de quibus sibi loquebatur, vel quas sibi quasi visibiles presentabat, non potuit infallibiliter et indubitabiliter scire nisi per revelationem, quamvis ipse essent de se apte ad illa significanda.

     [Ap 1, 10] Quinta (circumstantia visionum) est dignitas temporis seu diei, unde subdit: “in dominica die” (Ap 1, 10), quam scilicet christiani colunt quia Christus die tali resurrexit. Unde et dicitur “dominica”, id est Domini vel Domino dedicata, quasi dicat: sanctitas diei erat huic revelationi convenientior, que in luce glorie resurrectionis Christi est facta et que est de statu ecclesie Christi resurrectionem sequente et colente et ad ipsam participandam tendente. Sicut enim Christus tali die resurrexit a mortuis et de sepulcro exivit, sic designavit intelligentiam spiritalem ex tunc excitari et de sepulcro littere processuram. Unde et e[a]dem die  a[pe]ruit discipulis sensum ut intelligerent scripturas.
Quidam dubitant an omnes visiones huius libri viderit in hac die dominica, sed non oportet de hoc dubitari quia satis apparet quod sic.
Primo quidem quia inter generales circumstantias ponitur. Sicut enim in eodem loco Patmos omnia vidit, sic eadem ratione et in eadem die dominica.
Secundo quia sic determinasset alias dies in quibus alias visiones vidisset sicut determinavit de prima, sicut faciunt Isaias et Ezechiel et Ieremias et Daniel.
Tertio quia misterium diei dominice non minus spectat ad ultimam visionem quam ad primam.
Quarto quia ad commendationem totius visionis huius libri et perspicacis et dilatate contemplationis Iohannis facit quod eadem die et quasi repente omnia viderit.
Quinto quia non sic sunt plures visiones quin omnes sint una, unde et in titulo vocatur in singulari “apocalipsis” (Ap 1, 1), id est revelatio, et paulo post in singulari dicitur: “Quod vides scribes” (Ap 1, 11).

[17] Cfr. G. GORNI, Lettera nome numero. L’ordine delle cose in Dante, Bologna 1990, pp. 130-131, dove è ben individuata la fonte apocalittica.

[18] Familiarium Rerum libri, XXIV, 11, 20-21: «Qui tibi nunc igitur comites, que vita, libenter / Audierim, quantum vero tua somnia distent»; cfr. R. G. WITT, Sulle tracce degli antichi. Padova, Firenze e le origini dell’umanesimo, trad. it.,  Roma 2005, p. 259 e nota 55.

[19] G. PADOAN, Dante di fronte all’umanesimo letterario, in “Lettere Italiane”, XVII (1965), pp. 237-257, ripubblicato in Atti del Congresso Internazionale di Studi Danteschi …  (20-27 aprile 1965), II, Firenze 1966, pp. 377-400 e in IDEM, Il pio Enea, l’empio Ulisse cit., pp. 7-29: pp.  28-29.

[20] Cfr. T. BAROLINI, “Why did Dante write the Commedia? or The Vision Thing, in “Dante Studies” (Panel Discussion at the 1993 annual meeting of the Society in Cambridge), CXI (1993), pp. 1-8: p. 3: “Despite Augustine’s understanding that rhetorical prowess and access to truth can coincide [see De doctrina christiana 4.16.33], the Church on the whole (with a few telling exceptions like the Dominican ban of 1335) was willing to bracket Dante as a poet, a maker of  fictio”.

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