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Ott 13 2014

MATELDA: nel Salmo 92, 4 il misterioso nome della “bella donna”

Creatura di fantasia o personaggio storico? Chi o cosa significa il nome della “bella donna” che accompagna i passi di Dante nel Paradiso terrestre? Può trattarsi della contessa Matilde, sostentatrice del “patrimonium sancti Petri“, considerata la netta posizione separatista fra Impero e Papato, quanto ai fini proposti all’uomo dalla Provvidenza, propugnata nella Monarchia? E se non lei, chi altri potrebbe essere? Scriveva Benedetto Croce, nel 1920, separando la poesia della figura femminile dalle allegorie con le quali viene gravata:

E qui accetteremo semplicemente quella ventina di terzine su Matelda come una delle molte – ma delle più belle – espressioni della vaghezza che trae l’uomo a comporre in immaginazione paesaggi incantevoli, animati da incantevoli figure femminili. Tanti di questi giardini, boschetti, selvette, pratelli e pastorelle e pulzellette belle e coglienti fiori e danzanti e cantanti si erano avuti anche di recente nella lirica provenzale e italiana; e Dante ripiglia il comune motivo e lo svolge, con gran diletto, in una nuova forma di squisita perfezione, in cui il fascino della gioventù, della bellezza, dell’amore e del riso si esalta in ogni immagine […]. Non c’è altro; perché già nella seconda parte del canto [Purg. XXVIII] Matelda compie ufficio d’informatrice […], e poi è chiamata ad altri gravi uffici, più o meno allegorici, che non hanno nulla da vedere con la ispirazione poetica ond’ella fu generata e apparve per la prima volta [1].

Lo stesso Croce, vent’anni dopo, avvertiva però il lettore di Dante di rendersi anzitutto familiare con “le linee fondamentali dell’edifizio medievale” e di vivere “dentro questa figurazione, grandiosamente conclusa in sé ma a noi per ogni verso estranea” [2]. Per vivere non da estraneo in quel grandioso edificio, e per far da guida agli altri, lo storico deve prima di tutto porsi dalla parte dei lettori di allora. La Commedia è libro scritto “dentro e fuori”, come tutta la Scrittura, come l’Apocalisse  (Ap 5, 1: “Et vidi in dextera sedentis super thronum librum scriptum intus et foris”). Proprio l’intensa elaborazione intertestuale della Lectura super Apocalispim del francescano Pietro di Giovanni Olivi, condotta per tutto il “poema sacro”, consente oggi allo studioso di leggere i canti dell’Eden, nei quali opera Matelda, oltre il significato letterale, cogliendo quelle ‘allegorie’, cioè i significati allotri, che erano indirizzate a un preciso gruppo di riformatori della Chiesa e predicatori, gli Spirituali francescani.

Varia come i rami fioriti da cui sceglie fior da fiore, Matelda contiene in sé tanta ricchezza di significati spirituali da rendere a prima vista del tutto trascurabile il problema dell’identificazione con un personaggio storico. Muove i passi propri della vita attiva nel Paradiso terrestre, luogo di questo mondo remoto, quieto e adatto alla contemplazione delle cose divine, libero da piaceri e da ricchezze carnali, come l’isola di Patmos da cui Giovanni scrive alle sette chiese d’Asia (Ap 1, 9). Questa viene interpretata come “separazione dai nemici” (separati hostes) o “separazione dei blandimenti” (separatio palpantium), perché nella contemplazione vengono separati i nemici dello spirito e le lusinghe sensuali e carnali. Un’altra interpretazione è quella di “stretto di mare” (fretum) o “gorgo” (vorago).

Le prime parole della bella donna, rivolte a Dante, Virgilio e Stazio, nuovi del luogo e forse sorpresi e dubbiosi del suo ridere – «“Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido”, / cominciò ella, “in questo luogo eletto / a l’umana natura per suo nido, / maravigliando tienvi alcun sospetto; / ma luce rende il salmo Delectasti, / che puote disnebbiar vostro intelletto”» (Purg. XXVIII, 76-81) – citano il salmo 91, 5: “Quia delectasti me, Domine, in factura tua, et in operibus manuum tuarum exultabo”. Il salmo, che veniva recitato nel giorno di sabato, esulta per le mirabili opere di Dio, e Matelda ride perché esulta con esso, nonostante il luogo rievochi la memoria della prima colpa.

L’Asia (minore), dove scrive Giovanni e che in Dante è figurata dal paradiso in terra, viene da Olivi interpretata come “altezza” (elatio). Questo mondo, che contiene le chiese degli eletti, si eleva in altezza su di essi, secondo quanto scritto nel salmo 92, 4: “Mirabile elevarsi del mare”, nel senso che se mirabile è l’elevarsi del mare, dei fiumi e delle acque, più mirabile è l’elevarsi di Dio. “Asia” viene interpretata anche come “colei che muove il passo” (gradiens), perché le chiese sono in via nel loro tendere alla patria e anche perché questo mondo procede in modo transitorio e defettivo. Per Asia si può intendere, in modo estensivo, la Grecia, regione intermedia tra la Giudea, luogo della prima fondazione della Chiesa, e Roma, terza sua ramificazione.

“A vocibus aquarum multarum mirabiles elationes maris; mirabilis in altis Dominus”: il salmo 92 è scritto per la creazione dell’uomo, avvenuta nel sesto giorno precedente il sabato: “in die ante sabbatum quando inhabitata est terra”, come recita la Vulgata. Da Agostino [3] in poi, la pericope significava che la malizia, le pressure e i turbamenti del mondo non avrebbero prevalso contro l’altezza di Dio. Gregorio VII l’aveva usata contro quanti stoltamente sostenevano che l’imperatore non potesse essere scomunicato dal papa: “ut elationes maris et superbie fluctus comprimere valeant, arma humilitatis Deo auctore providere curamus” [4]. San Bernardo l’aveva citata per mettere forza in Melisenda, la regina di Gerusalemme vedova nel 1143 di Folco d’Angiò, affinché, agendo “in spiritu consilii et fortitudinis”, mostrasse nella donna la parte virile: “Scio, filia, scio, quia magna sunt haec; sed et hoc scio quia, etsi mirabiles elationes maris, mirabilis in altis dominus. Magna sunt haec, sed magnus dominus noster et magna virtus eius” [5]. L’aveva ancora prima proposta a Ugo, monaco cluniacense diventato nel 1128 vescovo di Rouen, invitandolo ad essere paziente e pacifico con il suo nuovo gregge [6]. Sui pericoli del mare del mondo, che mai sta fermo, predicò san Bernardino ai Senesi nel 1427 [7]. Con un senso pregno di profetismo escatologico, di attesa di un nuovo avvento di Cristo e di una conversione universale dei popoli, Cristoforo Colombo avrebbe annotato il versetto davidico sulla sua Cosmographia di Tolomeo [8].

Il versetto contiene la radice del nome della misteriosa donna:

M(irabiles)  ELAT (elationes) → ATEL  DA(ntis)

che significa quanto scritto nel salmo 92, 4 sul mirabile levarsi di Dio sopra il levarsi del mare, unitamente all’immagine di Dio come “Colui che dà” presente nel salutare di Giovanni. Dio ha infatti creato il monte, su cui sta l’Eden, tanto alto, liberandolo dalle turbolenze causate dalle alterazioni terrestri (il ‘levarsi del mare’ del salmo, che corrisponde al fatto che le esalazioni dell’acqua e della terra tendono a salire dietro al calore del sole) per dare il luogo posto sulla sua sommità, come anticipo dell’eterna pace, all’uomo creato a operare il bene. Il riferimento al dare, contenuto nell’ultima parte del nome di Matelda, lega la figura di costei al poeta, il cui nome – Dante, cioè colui che riceve la rivelazione per darla ad altri – viene registrato “di necessità” nei versi al richiamo di Beatrice appena apparsa nell’Eden (Purg. XXX, 55-63).

Giovanni ‘saluta’ le sette chiese d’Asia specificando il bene augurato: “grazia a voi e pace” (Ap 1, 4). Dice “grazia” per la gratuita origine, in quanto data da Dio gratuitamente e non perché dovuta, oppure perché ci rende grati a Dio. Dice “pace” rispetto all’oggetto fruibile, cioè allo stato quieto e finale della mente e della grazia nel quale si verifica l’unione con Dio. La grazia designa l’inizio non ancora perfetto, la pace il fine compiuto. All’augurio Giovanni aggiunge l’indicazione di colui dal quale desidera vengano date la grazia e la pace: “da Colui che è, che era e che verrà, dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono, e da Gesù Cristo”. Così pone un triplice modo proprio di “Colui che dà”: Dio, che esiste in sé in modo assoluto ed eterno; la virtù spirituale ordinata negli influssi dei vari doni in cui è partecipata e quasi moltiplicata; Cristo che, in quanto uomo, merita, impetra e dispensa tali doni.

Matelda canta dunque i motivi della grazia, della pace, del dare, propri della salutazione dell’evangelista. Dopo aver spiegato perché nella foresta dell’Eden ci siano acqua e vento, aggiunge qualcosa che non era stato chiesto da Dante, affermando che i poeti antichi, nel descrivere l’età dell’oro, “forse in Parnaso esto loco sognaro”. Introduce questa aggiunta combinando il tema della grazia con quello del dare: “darotti un corollario ancor per grazia”, oltre quanto promesso, e dunque in modo gratuito (Purg. XXVIII, 136-141). Nel descrivere le opere di Dio, dice che il sommo bene, nel creare l’uomo buono e a bene, “questo loco / diede per arr’ a lui d’etterna pace”, combinando i motivi del dare e della pace (ibid., 92-93).

Come l’alta Grecia è separata nella contemplazione dalla carne, così il Lete separa Dante da Matelda: solo “tre passi” allontanano il poeta dalla donna, come l’Ellesponto, nel racconto di Ovidio, separava nelle notti tempestose Leandro dall’amata Ero (Purg. XXVIII, 70-75). Il “mareggiare intra Sesto e Abido” fa segno non solo dell’“Asia”, ma anche del mondano, passionato e alterato ‘sollevarsi del mare’.

(Ap 1, 4-5: “Iohannes septem ecclesiis que sunt in Asia. Gratia vobis et pax ab eo, qui est et qui erat et qui venturus est, et a septem spiritibus qui in conspectu throni eius sunt, et a Iesu Christo …”) Signanter autem dicit: “que sunt in Asia”. Primo ratione interpretationis, quia Asia interpretatur elatio. Mundus autem hic continens ecclesias electorum super ipsos elatione sustollitur, secundum illud Psalmi:

Mirabiles EL ATiones maris” (Ps 92, 4).

Interpretatur etiam gradiens, quia ecclesie sunt hic in via tendendi ad patriam, et etiam mundus hic semper graditur ad transitum et defectum. Secundo ratione regionis. Fuit enim conveniens quod sicut Greci erant medii inter Iudeam et terram Latinorum sic, prima fundatione ecclesie facta in Iudea, secunda ramificatio fieret in Grecia et tertia esset in Roma et Latinorum terra.
Deinde specificat bonum quod eis optat, scilicet “gratia vobis et pax”. “Gratia” sumitur per respectum ad suam gratuitam originem, quia non ex debito sed gratis datur a Deo. Sumitur etiam per respectum ad formalem actum gratificandi, quia reddit nos gratos Deo. “Pax” vero sumitur per respectum ad obiectum fruibile, et ad statum quietum et finalem mentis et gratie, et ad mutuam confederationem Dei et suorum cum mente et mentis cum ipso et suis. Unde et gratia potest stare pro initio nondum perfecto, pax vero pro eius fine perfecto. Deinde subdit a quo optat eam dari, insinuans trinam habitudinem esse DAntis. Prima est Deus, ut in se ipso absolute et eternaliter existens. Secunda est eius spiritualis virtus, prout est ad varios influxus donorum spiritualium indistantissime ordinata et in ipsis participata et quasi multiplicata. Tertia est Christus in quantum homo, predicta dona nobis promerens et impetrans et dispensans. […]
(Ap 1, 9; premittit septem generales et laudabiles circumstantias visionum sequentium) Secunda circumstantia est idoneitas loci, unde subdit: “Fui in insula que appellatur Patmos”. Ecce quod locus erat divinis contemplationibus et visionibus aptus, tamquam remotus et quietus et secretus ac deliciis et divitiis carnalibus vacuus. Est autem Patmos insula Grecie et interpretatur separati hostes, vel separatio palpantium, et congruit huic misterio quia in excessu contemplationis sunt hostes spiritus et palpantes, id est sensuales et carnales, separati. Secundum Papiam autem interpretatur fretum vel vorago, quia fervor et vorago persecutionum multum confert ad sublevationem spiritus in divina.
(Purg. XXVIII, 67-75, 97-102, 106-107) Ella ridea da l’altra riva dritta, / trattando più color con le sue mani, / che l’alta terra sanza seme gitta. / Tre passi ci facea il fiume lontani; / ma Elesponto, là ’ve passò Serse, / ancora freno a tutti orgogli umani, / più odio da Leandro non sofferse / per mareggiare intra Sesto e Abido, / che quel da me perch’ allor non s’aperse. … Perché  ’l turbar che sotto da sé fanno / l’essalazion de l’acqua e de la terra, / che quanto posson dietro al calor vanno, / a l’uomo non facesse alcuna guerra, / questo monte salìo verso ’l ciel tanto, / e libero n’è d’indi ove si serra. … in questa altezza ch’è tutta disciolta / ne l’aere vivo, tal moto percuote … (Purg. XXVIII, 40; XXIX, 4; XXXI, 95) una donna soletta che si gia … E come ninfe che si givan sole … e tirandosi me dietro sen giva … (Purg. XXVIII, 91-93, 136-138) Lo sommo ben, che solo esso a sé piace, / fé l’uom buono e a bene, e questo loco / diede per arr’ a lui d’etterna pace. … darotti un corollario ancor per grazia; / né credo che ’l mio dir ti sia men caro, / se oltre promession teco si spazia. (Purg. XXVIII, 82-84; XXXIII, 118-119) E tu che se’ dinanzi e mi pregasti, / dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta / ad ogne tua question tanto che basti. … Per cotal priego detto mi fu: “Priega / M AT EL DA che ’l ti dica”. …

Delle sette chiese d’Asia, che Matelda riassume procedendo verso la patria celeste, quella che possiede tutte le perfezioni dello Spirito proprie del bel principio di pienezza stellare è Sardi, la quinta, assimilata alla chiesa di Roma e interpretata nel nome come “principium pulchritudinis”. Ad essa Cristo si presenta come come colui che giudica su tutta la terra (Ap 3, 1). Al suo vescovo, smarrito e torpente, viene detto di tornare con la mente alla prima grazia e di fare penitenza (Ap 3, 3). La donna designa così, come voleva Charles S. Singleton [9], il bel principio perduto, il ricordo di ciò che venne prima, e la Virgo Astraea, cioè la giustizia. In quanto depositaria della disciplina propria dei prelati dell’inizio del quinto stato, il cui bel principio designa l’età dell’oro sognata in Parnaso dagli antichi poeti, fa segno del regolato, condiscendente e proporzionato variare delle membra della Chiesa – “regina aurea … circumdata varietate” – nell’unità del corpo:

[Ap 2, 1] … quia primi institutores quinti status fuerunt in se et in suis omnis munditie singulares zelatores, suorumque collegiorum regularis institutio, diversa membra et officia conectens et secundum suas proportiones ordinans sub regula unitatis condescendente proportioni membrorum, habet mire pulchritudinis formam toti generali ecclesie competentem, que est sicut regina aurea veste unitive caritatis ornata et in variis donis et gratiis diversorum membrorum circumdata varietate. [Ap 3, 1] Hiis autem premittitur Christus loquens, cum dicitur (Ap 3, 1): “Hec dicit qui habet septem spiritus Dei et septem stellas”, id est qui occulta omnium videt et fervido zelo spiritus iudicat tamquam habens “septem spiritus Dei”, qui prout infra dicitur “in omnem terram sunt missi” (cfr. Ap 5, 6); et etiam qui potest omnes malos quantumcumque potentes punire tamquam in sua manu, id est sub sua potentia, habens “septem stellas”, id est universos prelatos omnium ecclesiarum. [Ap 3, 3] “In mente ergo habe” (Ap 3, 3), id est attente recogita, “qualiter acceperis”, scilicet a Deo priorem gratiam, “et audieris”, ab homine scilicet per predicationem evangelicam, “et serva”, scilicet illa que per predicationem audisti et per influxum gratie a Deo primitus accepisti. Vel recogita qualiter per proprium consensum accepisti fidem et gratiam et statum eius, prout a me et a ceteris tibi predicantibus audivisti. “Et serva” ea “et penitentiam age”, scilicet de tuis malis, quasi dicat: si digne recogitaveris gratiam tibi prius impensam et qualiter prius accepisti eandem, servabis eam et penitentiam ages.
(Purg. XXVIII, 28-30, 34-36, 43-44, 49-51, 55-57, 139-144) Tutte l’acque che son di qua più monde, / parrieno avere in sé mistura alcuna / verso di quella, che nulla nasconde … Coi piè ristetti e con li occhi passai / di là dal fiumicello, per mirare / la gran varïazion d’i freschi mai … “Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore / ti scaldi … Tu mi fai rimembrar dove e qual era / Proserpina nel tempo che perdette / la madre lei, ed ella primavera”. … volsesi in su i vermigli e in su i gialli / fioretti verso me, non altrimenti / che vergine che li occhi onesti avvalli … “Quelli ch’anticamente poetaro / l’età de l’oro e suo stato felice, / forse in Parnaso esto loco sognaro. / Qui fu innocente l’umana radice; / qui primavera sempre e ogne frutto; / nettare è questo di che ciascun dice”.

 

Clermont-Ferrand, Cattedrale, Vetrata dell’Apocalisse (Alain Makaravicz).

Clermont-Ferrand, Cattedrale, Vetrata dell’Apocalisse (Alain Makaravicz).

 

Matelda non è solo il compimento di Lia (la vita attiva) apparsa in sogno al poeta, insieme a Rachele (la vita contemplativa), al mattino dopo l’ultima notte trascorsa sulla montagna. Delle prerogative della quarta chiesa – Tiàtira, la chiesa degli anacoreti, contemplativi e nello stesso tempo molto attivi -, ne mostra di più fra quelle che si riferiscono alla vita attiva: il cantare, lo scegliere fior da fiore, il mettere piede innanzi piede, il trattare colore con le mani, il salmodiare. Le è proprio, nel suo venir “presta”, anche il ministrare, nonché l’umiltà, nel procedere con “picciol passo”. Tuttavia, come Lia era illuminata da Citerea, così anche Matelda si scalda ai raggi d’amore. Per quanto “li occhi onesti avvalli”, con la condiscendenza tipica del quinto stato, fa dono di levarli per mostrare quanto lume vi splende. È donna “soletta”, e ciò corrisponde alla solitudine degli anacoreti, ma in essa, al modo degli attivi del quarto stato, si prepara per levarsi più su, verso la contemplazione. In quanto riassume le sette chiese d’Asia che tendono alla patria celeste (significate dai sottostanti sette gironi della montagna, uno per ognuno dei sette stati della storia della Chiesa), è immagine della Chiesa militante in terra (l’Asia è interpretata come gradiens; la “bella donna” è colei che per antonomasia ‘muove il passo’). La stessa Beatrice, la ‘nuova’ Rachele, si mostra nell’Eden assai attiva, “quasi ammiraglio”. Questo genere, tra vita attiva e contemplativa, è quello di cui si dice al termine della Monarchia: “cum mortalis ista felicitas quodammodo ad inmortalem felicitatem ordinetur” (III, xv, 17). Matelda procede lungo il Lete, la riva umana del fiume che scorre in mezzo alla Gerusalemme celeste, ma poi lo passa e perviene fino all’Eunoè, cioè alla riva divina. Partecipa di entrambe le parti della beatitudine, consistenti nell’essere senza la penale memoria di ogni male e nell’avere ogni bene.

Dei tre modi divini del dare, a Matelda si addice quello relativo a Cristo uomo, che impetra e dispensa i doni dello Spirito. È infatti figura del Figlio, sacerdote e offerente al Padre, come avvocato, le preghiere altrui dinanzi all’altare. Le parole-chiave che rinviano a questa esegesi (Ap 8, 3-4) si rinvengono in molti altri luoghi del poema, dalle “ombre che pregar pur ch’altri prieghi” di Purg. VI alla preghiera di san Bernardo alla Vergine di Par. XXXIII. Così il nome Matelda, che sta sulla 40a terzina (Purg. XXXIII, 119), è in piena simmetria nel numero del verso con “quello avvocato de’ tempi cristiani” (Orosio) di Par. X: entrambi infatti sono stati o vengono pregati da altri (da Dante e da s. Agostino). Matelda – “quella pia” (Purg. XXXII, 82) – è anche figura dei santi Padri che precedettero Cristo e che giovano con la loro fede e i loro meriti perché, come riporta l’esegesi gioachimita dell’“altare” di Ap 8, 3, Cristo nelle opere di pietà li vuole avere consorti:

(Ap 8, 3) Vel, secundum Ioachim, hoc altare est parvus ille numerus sanctorum prophetarum et patrum qui ante Christi adventum collectus erat, super quibus vota et orationes iustorum oblate sunt quasi super altari, quia non solum passio Christi profuit nobis ad impetrandum misericordiam Dei, sed etiam fides et meritum precedentium sanctorum. Non quod non sufficiat ad omnia Christus, sed quia in opere pietatis vult sanctos patres habere consortes. Vel altare hoc est solida veritas fidei seu maiestas Dei, super quam nostra vota et sacrificia debent fundari et offerri. Ante hoc autem altare stat Christus in quantum homo, sicut pontifex se et nos super ipso oblaturus Deo, nec mireris si Deus gerit in se multas rationes, scilicet altaris et etiam eius cui offeruntur oblata super altare.
Sequitur (Ap 8, 3): “habens turibulum aureum in manu sua”, id est corpus suum purissimum omni gratia Deo gratum et incenso sacre et odorifere devotionis repletum. Secundum etiam Ricardum, hoc turibulum sunt sancti apostoli, qui ad electorum preces Deo offerenda[s] sunt principaliter constituti. “Et data sunt illi incensa multa”, id est orationes Deo delectabiles. Data quidem sunt ei ab ipsis orantibus, se et sua vota sibi tamquam nostro mediatori et advocato committentibus et per ipsum ea offerri Deo postulantibus. Data etiam sunt sibi a Deo Patre, unde Iohannis XVII° dicit ipse Patri (Jo 17, 6/11): “Tui erant, et michi eos dedisti. Pater sancte, serva eos in nomine tuo, quos dedisti michi”. Et in Psalmo dicitur: “Ascendisti in altum” et “accepisti dona in hominibus” (Ps 67, 19). In quantum enim sumus membra eius, ipse acc[i]pit in nobis dona gratie que dantur nobis.
(Purg. XXVIII, 58, 82; XXXI, 103-104; XXXII, 82-83; XXXIII, 118-119) e fece i prieghi miei esser contenti … E tu che se’ dinanzi e mi pregasti … Indi mi tolse, e bagnato m’offerse / dentro a la danza de le quattro belle … tal torna’ io, e vidi quella pia / sovra me starsi … Per cotal priego detto mi fu: “Priega / Matelda che ’l ti dica”. … (Par. X, 118-120) Ne l’altra piccioletta luce ride / quello avvocato de’ tempi cristiani / del cui latino Augustin si provide.

La “bella donna” offre Dante, “bagnato” dell’acqua del Lete, “dentro a la danza de le quattro belle” (Purg. XXXI, 103-105), cioè lo offre alle virtù cardinali che lo conducono agli occhi di Beatrice senza fargli però penetrare “nel giocondo lume ch’è dentro”. Si tratta delle virtù morali e intellettuali che regolano la felicità terrena (Monarchia, III, xv, 8) e che i ‘nuovi’ Padri del Limbo, quelli che come Virgilio non potettero vestirsi delle virtù teologali, “sanza vizio / conobber … e seguir tutte quante” (Purg. VII, 34-36).

Matelda, infine,  è inviata a spiegare e a preparare Dante sulla “novella fede” – la “religïone de la montagna”, fondata sull’usus pauper, perché non riceve alcuna alterazione esterna – ‘impugnata’ da qualcosa che appare diverso (la presenza del vento e dell’acqua nell’Eden), al modo con cui i futuri predicatori spirituali debbono essere preparati a subire le subdole tentazioni dell’Anticristo. Come da lei spiegato, il vento che fa stormire le fronde della selva e l’acqua del Lete e dell’Eunoè non sono infatti generati da vapori terrestri o da precipitazioni atmosferiche (Purg. XXVIII, 103-133). Questo aspetto di Matelda, tutt’altro che secondario, avrebbe dovuto essere ben chiaro a uno Spirituale. Si tratta infatti di un preciso richiamo con inequivocabili parole-segni all’usus pauper, l’evangelico divieto di possedere beni mondani, grande tema dell’Olivi che Dante estende dall’Ordine francescano all’universale mondanità. Su questo punto, il discorso l’aveva cominciato Stazio, spiegando i motivi del terremoto che ha scosso la montagna, e lo continua Beatrice nel rimproverare Dante del suo errore, cioè del suo traviamento nelle virtù morali e intellettuali:

(Ap 7, 3) Ex predictis autem patent alique rationes quare ante temporale exterminium nove Babilonis sit veritas evangelice vite a reprobis sollempniter impugnanda et condempnanda, et e contra a spiritalibus suscitandis ferventius defendenda et observanda et attentius et clarius intelligenda et predicanda, ut merito ibi sit quoddam sollempne initium sexte apertionis. Quamvis autem a pluribus fide dignis audiverim sanctum patrem nostrum Franciscum hanc temptationem pluries predixisse, et etiam quod per eius status professores esset malignius et principalius exercenda, nichilominus quasdam rationes breviter subinsinuo. … Nona ratio sumitur ex errorum seminibus iam in ecclesia plantatis et radicatis. Nam fere omnes clerici et regulares possidentes aliquid in communi videntur minus bene sentire de evangelica abrenuntiatione huiuscemodi communium. Multi etiam, abrenuntiationem hanc secundum rem vel secundum apparentiam preferentes, sic amant et estimant laxam vitam quod usum pauperem seu moderate restrictum a voto perfectionis evangelice dicunt esse exclusum et etiam debere excludi.
(Purg. XXI, 40-42) Quei cominciò: “Cosa non è che sanza / ordine senta la religïone / de la montagna, o che sia fuor d’usanza. … (Purg. XXII, 124-126) Così l’usanza fu lì nostra insegna, / e prendemmo la via con men sospetto / per l’assentir di quell’ anima degna. … (Purg. XXVIII, 85-87) “L’acqua”, diss’ io, “e ’l suon de la foresta / impugnan dentro a me novella fede / di cosa ch’io udi’ contraria a questa”. … (Purg. XXX, 118-120, 127-129) Ma tanto più maligno e più silvestro / si fa ’l terren col mal seme e non cólto, / quant’ elli ha più di buon vigor terrestro. … Quando di carne a spirto era salita, / e bellezza e virtù cresciuta m’era, / fu’ io a lui men cara e men gradita … (Purg. XXXI, 43-44) Tuttavia, perché mo vergogna porte / del tuo errore … (Purg. XXXIII, 127-129) “Ma vedi Eünoè che là diriva: / menalo ad esso, e come tu se’ usa, / la tramortita sua virtù ravviva”.

L’espressione “come tu se’ usa”, detta da Beatrice nei confronti di Matelda, non è dunque da intendere nel senso che la donna dal nome misterioso sia sempre stata nell’Eden e svolga ivi i suoi uffici per ogni anima che ha scontato la pena (lo fa, quanto al bagno nel Lete, solo per Dante e non anche per Stazio). Ci si può invece chiedere se altra volta abbia ravvivato la “tramortita … virtù” del poeta e se, per questo, non sia da identificare con la “donna … santa e presta” che sveglia Dante dal vago sogno della “femmina balba” sulla soglia del quarto girone della montagna (Purg. XIX, 26). “Una donna”, “presta” appunto come Matelda, la quale, riassumendo i sette stati della Chiesa designati dai sette gironi della montagna, fa segno dell’unità della Chiesa ab initio saeculi, cioè dall’inizio della storia nel corso della quale si è sviluppata in ciclici settenari:

(prologo, notabile V) Rursus sciendum quod ante quartam visionem, in qua unitas ecclesie sub typo unius mulieris sancte describitur … Ne autem propter distinctionem septem ecclesiarum vel septem signaculorum vel septem tubarum vel phialarum crederetur tota ecclesia sanctorum ab initio Christi et etiam seculi usque ad finem non esse una, aut consimiliter tota ecclesia seu generatio reproborum non esse una, idcirco quarta visio demonstrat in omnibus septem statibus unam esse ecclesiam electorum quasi unam mulierem sole amictam attamen habentem variam prolem et varios exercitus correspondentes septem capitibus drachonis; sexta vero docet totam catervam reproborum esse unam meretricem et unam Babilonem et unam bestiam habentem tamen capita septem.

Matelda è dunque figura polisemica, cioè con più sensi, come afferma Dante stesso del suo “poema sacro” (Epistola XIII, 20 [7]). Le parole di cui sono contesti i versi che la riguardano esprimono nella lettera “il fascino della gioventù, della bellezza, dell’amore e del riso”, come voleva Benedetto Croce. Ma le stesse parole, nate dalla medesima ispirazione poetica, sono precisi segni mnemonici che avrebbero dovuto rinviare il lettore più esperto al contenuto del libro-vessillo di una riforma della Chiesa che mai avvenne, perché gli Spirituali francescani erano votati alla sconfitta e il loro libro, la Lectura super Apocalipsim, al nascondimento. La gioventù e la bellezza era sì, in lei, quella dell’individuo prima della colpa, ma poteva anche essere intesa come il bel principio di una Chiesa corrottasi e trasformatasi quasi in una nuova Babilonia. Di lei restò l’individuo e si perse il linguaggio spirituale. La stesura della Commedia coincise con la fine del millenarismo medievale e della storia della salvezza collettiva, rappresentata ancora dall’ultima opera dell’Olivi. Nell’autunno del Medioevo, prevalsero gli “ideali laici della dignità dell’uomo, della potenza creativa dell’individuo, della cultura concepita come mezzo di perfezionamento spirituale, propri della nuova età del Rinascimento” [10].

Gravata di significati allotri e mitici, come doveva apparire al lettore più profondo, Matelda è davvero solo una figura di fantasia, priva di ogni legame con un personaggio storico? Per noi si tratta di un problema, perché sarebbe l’unico caso nella Commedia. Un lettore accorto, con la chiave della Lectura super Apocalipsim, avrebbe potuto penetrare ogni parola della “bella donna” dell’Eden, con i suoi sensi spirituali, ma non l’avrebbe intesa come astratta figura. Gli avrebbe infatti ricordato la contessa Matilde, però nell’umile veste francescana con cui Salimbene aveva descritto Mabilia di Marchesopulo, moglie di Azzo d’Este, bella, saggia, pia, umile, pronta a dispensare ai poveri:

Domina Mabilia similiter mea devota fuit et omnium religiosorum et specialiter fratrum Minorum, cum quibus confitebatur et quorum ecclesiasticum offitium semper dicebat, et in quorum loco apud Ferrariam iuxta virum suum tumulata in pace quiescit. Multa bona fecit in vita sua et multas helemosinas in morte dispersit et dedit pauperibus de possessionibus quas dimiserat ei pater suus in villa Soragne. Septem annis habitavi Ferarie, ubi et ipsa similiter habitabat. Pulchra domina fuit, sapiens, clemens, benigna, curialis, honesta et pia, humilis, patiens et pacifica et semper Deo devota. Non erat avara de bonis suis, sed libenter pauperibus dabat. Habebat fornacem in palatio suo in loco secreto, ut vidi oculis meis, et ibi ipsamet faciebat aquam rosaceam et dabat infirmis. Et ex hoc medici, stationarii et apotecarii specierum minus diligebant eam. Sed nichil sibi cure erat de talibus, dummodo subveniret infirmis et conspectui placeret divino. Multis annis vixit cum viro suo et semper sterilis fuit. Post mortem vero viri sui fecit sibi fieri domum iuxta locum fratrum Minorum de Feraria et ibi in viduitate mansit, quousque in loco fratrum Minorum de Feraria iuxta virum suum, ut dictum est, fuit sepulta. Cuius anima per misericordiam Dei requiescat in pace, quia bona domina fuit. Verum post mortem marchionis venit Parmam, ut vidi, et habitavit iuxta maiorem ecclesiam, ut audivi ab ea, et mirabiliter erat ibi consolata, eo quod esset iuxta locum fratrum Minorum et iuxta ecclesiam Virginis Gloriose. Nunquam vidi dominam aliquam que ita michi representaret comitissam Matildim, sicut ista, secundum ea que de illa per scripturam cognovi  [11].

Quel lettore non avrebbe pensato a qualcuna delle “fiorentinelle” (secondo l’espressione del Barbi) del tempo della Vita Nova o alle “monacelle” (per dirla col Parodi) sassoni (Matilde di Hackeborn, Matilde di Magdeburgo), ma alla contessa “proba, savia e vertudiosa” come nella chiosa del Lana, alla “probissima mulier” come in Pietro di Dante e “liberalissima in amicos” come nell’elogio del Petrarca [12] citato da Benvenuto nel suo commento.

Marsiglia, San Vittore, arazzo rappresentante la Gerusalemme celeste, da cartone di Simone Lorimy-Delarozière (1905-1987).

Marsiglia, San Vittore, arazzo rappresentante la Gerusalemme celeste, da cartone di Simone Lorimy-Delarozière (1905-1987).

[Matelda è oggetto del cap. 10 del saggio Il sesto sigillo]

 


[1] B. Croce, La poesia di Dante, Bari 19527 [19201] (Scritti di storia letteraria e politica, XVII), pp. 121-122 [corsivo nostro].

[2] B. Croce, Due postille alla critica dantesca, “La Critica. Rivista di Letteratura, Storia e Filosofia”, 39 (1941), pp. 133-141: p. 136.

[3] Enarrationes in Psalmos, Ps 92, 7-8.

[4] Das Register Gregors VII., in MGH, Epistolae selectae, herausgegeben von E. Caspar, Berolini 1920, VIII, 21 (Romae, 15 mar. 1081, Herimanno Metensi episcopo).

[5] Sancti Bernardi Opera, ed. J. Leclercq-H. Rochais, Rome 1979, vol. viii, ep. 354.

[6] La lettera è anche citata nel Chronicon di Elinando di Froidmont (PL 212, coll. 1028 D-1029 A-C).

[7] Bernardino da Siena, Prediche volgari sul Campo di Siena 1427, a cura di C. Delcorno, Milano 1989 (Classici italiani per l’uomo del nostro tempo), I, pp. 350-361, predica XI (25 agosto, lunedì).

[8] Cfr. B. Martinelli, A modo di epilogo. Una citazione di Cristoforo Colombo (Ps. 92, 4), in Giornata bresciana di studi colombiani nel V centenario della scoperta dell’America. Atti del Convegno di Studi, 18 dicembre 1992, Brescia 1994 (Ateneo di scienze lettere e arti. Brescia), pp. 280-287.

[9] Ch. S. Singleton, La poesia della Divina Commedia, trad. it., Bologna 1978, p. 375.

[10] R. Morghen, Medioevo cristiano, Bari 19744, pp. 263-264.

[11] Salimbene De Adam, Cronica, ed. G. Scalia, I, Bari 1966 (Scrittori d’Italia), p. 546 [a. 1250, corsivo nostro].

[12] Familiares XXI, 8.

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