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O Italiani, io vi esorto alle storie

 Ugo Foscolo

 

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UNA POMPEI DEI SEGNI

 

Studiare Dante nella storia da lui vissuta, nei fatti come si sono realmente svolti. Tale è l’intento delle ricerche pubblicate su questo sito. La storia è spesso avara di notizie certe. Pullula in compenso di figure sbiadite dal tempo, ombre grandi e fioche per il lungo silenzio che le ha avvolte, alle quali lo storico, come il profeta Ezechiele alle ossa morte, vuole infondere spirito nuovo. Nel caso di Dante, è noto, le cronache, i documenti d’archivio, la superstite corrispondenza epistolare lasciano ampie lacune.

Una delle più grandi opere che il Medioevo cristiano ci abbia trasmesso è la Lectura super Apocalipsim del francescano Pietro di Giovanni Olivi. Originario di Sérignan (1248 ?), nella Linguadoca poco prima infiammata dalla crociata contro gli Albigesi, Olivi, dopo molte controversie all’interno dell’Ordine, insegnò teologia a Santa Croce in Firenze tra il 1287 e il 1289. Successivamente, a Montpellier, attese alla Lectura super Apocalipsim, che completò poco prima di morire a Narbonne, nel 1298. Il testo si diffuse subito in Italia; Ubertino da Casale nel 1305 lo aveva accanto a sé mentre scriveva a La Verna l’Arbor vitae. Opera di riferimento per gli Spirituali francescani, che anelavano a una riforma della Chiesa con un ritorno alla povertà originaria, la sua fortuna non era ancora decisa nel primo decennio del Trecento. Solo più tardi, dopo il Concilio di Vienne (1311-1312), iniziò verso l’opera, in concomitanza con i processi contro gli Spirituali e i Beghini di Provenza, una persecuzione senza precedenti, dalla censura ordinata da Giovanni XXII (1318-1319), fino alla condanna papale nel 1326. Da allora, per quasi settecento anni, la Lectura super Apocalipsim è rimasta quasi sepolta nell’oblio.

Non sono mancati, da Ernesto Buonaiuti a Raoul Manselli, luminosi accostamenti con la Commedia di Dante, ma si è trattato sempre di una convergenza di idee. La ricerca intende mostrare che tra il frate e il poeta non ci fu solo un comune sentire sulla riforma della Chiesa. Due fatti emergono dall’indagine:

a) un libro di esegesi scritturale (la Lectura super Apocalipsim) contiene in sé principi e criteri affinché l’accorto lettore possa trarne un altro libro, fatto con lo stesso materiale ma ricomposto e distribuito in forma diversa. Un commento biblico per singoli capitoli si trasforma, con l’ausilio di categorie estranee di per sé al testo sacro (la divisione della storia in sette “stati” o periodi), in una teologia della storia. Ultimo dei libri canonici, l’Apocalisse è quello che riassume tutta la Scrittura, la quale a sua volta è forma, esempio e fine di ogni scienza;

b) un poema (la Commedia) i cui versi sono elaborati trasformando elementi semantici del testo di teologia della storia, quasi da “buon sartore / che com’ elli ha del panno fa la gonna” (Par. XXXII, 140-141). Non si tratta di un calco o di una riscrittura, ma di una metamorfosi. Quello dalla Lectura alla Commedia non è un passaggio immediatamente evidente, tanto profonda è la libera elaborazione di parole e temi appropriati a nuove situazioni, nelle quali però mantengono una parte cospicua del significato originario. Esistono tuttavia precise e verificabili norme del rispondersi fra i due testi, che verranno esposte ed esemplificate su questo sito.

Tale metamorfosi, di cui l’aspetto visibile è un fitto intertesto, dà al poema un suo doppio. Doppio significato, letterale e spirituale, doppia possibilità di lettura. Cosa trovava Dante nell’Olivi? Una visione progressiva ed evolutiva, unica per quel tempo, della storia della Chiesa. La Rivelazione non si è esaurita con la prima venuta di Cristo. Continua e cresce, come un individuo che si sviluppa e perviene a maturità. Il mondo non sta invecchiando, secondo la visione allora corrente della storia umana risalente ad Agostino e ai Padri, ma sta partorendo con dolore una nuova età. Questa, definita il “sesto stato”, è segnata dal secondo avvento di Cristo, non nella carne ma nello Spirito infuso in un ordine finale, di contemplativi e insieme reggitori delle genti, e anche in singole persone. Un avvento che sta generando sulla terra un “novum saeculum” ed è distinto dalla terza venuta di Cristo, quella del giudizio universale.

Il sesto stato, che è iniziato con Francesco o, profeticamente, con Gioacchino da Fiore (coincide infatti con la terza età dell’abate calabrese), è operante al tempo in cui scrivono Olivi e Dante. Ad esso coopera tutto il lume dei tempi passati, come pure su di esso ricade tutta la precedente malizia. Gli eletti del sesto stato, ascritti alla schiera di Cristo, proveranno molte tribolazioni a causa di Babilonia, la Chiesa corrotta, del suo duplice Anticristo (“mistico” e “aperto”) e dei falsi profeti. Patiranno una forma moderna di martirio, psicologico e non corporale, nel dubbio che la propria fede sia falsa e vera invece quella dei carnefici. Fino al trionfo saranno sempre assistiti da Cristo, nella sua duplice veste di voce esteriore (la sua umanità), che prepara l’ultima forma, l’essere interno dettatore (il suo Spirito). Al sesto stato, nel nuovo seguire la vita di Cristo, è dato il libero parlare per spontanea apertura della volontà a ciò che viene suggerito interiormente. La Chiesa, nonostante i nemici, le eresie, le devastazioni saracene e, da ultimo, la corruzione e le grandi tentazioni finali, non si può mai estinguere, pietra indefettibile anche allorché, per occulto giudizio divino, il suo sembra un non essere.

L’elaborazione intertestuale significò per Dante, come ha scritto Lino Pertile, “l’inevitabile condizione di ogni processo di riflessione sul significato dell’esperienza umana nella storia passata, presente e futura” (La puttana e il gigante. Dal «Cantico dei Cantici» al Paradiso Terrestre di Dante, Ravenna 1998, p. 9). Quella che accompagnò l’intera stesura del “poema sacro”, con un procedimento analogico su singole parti della Lectura assimilabile alle “distinctiones” dei predicatori, costituisce anche un eccezionale esempio di arte della memoria, per cui le singole parole si leggono, nel contesto dei versi, come segni che conducono all’altro testo dottrinale consentendo così il passaggio dal senso letterale, che è per tutti, a quelli mistici in esso racchiusi, riservati ai depositari della chiave di sì alta crittografia. Con la sua decodifica svanisce ogni interpretazione esoterica di Dante, sopraffatta non da una sterile critica ‘essoterica’, ma dalla comprensione storica indotta dal confronto fra i testi. L’esistenza di una ‘chiave’ toglie inoltre ogni arbitrio nell’individuazione dei sensi interni.

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Elaborando una teologia della storia, la Commedia si fa ‘scrittura sacra’. Dante diffonde universalmente, in più rivi e su tutte le creature, il francescanesimo del suo ‘maestro’. Tutto ciò che secondo le esigenze umane concorre alla beatitudine terrena, come la lingua, la politica, la filosofia, assume attributo di dono divino ed è inserito in una storia provvidenziale. Il “poema sacro” incorpora non solo l’antico giudaismo, ma anche l’antica gentilità, che partecipa anch’essa della veste cucita con il panno che fino allora aveva avvolto le cose divine. In un umanesimo sacro attento alle realtà di questo mondo, alle quali vengono applicate liberamente concetti e immagini teologiche, il carattere di forma permanente data alla Chiesa dall’Olivi, istituto che mai si estingue, viene da Dante sdoppiato assegnandolo anche all’Impero, forma che Dio ha voluto esistente anche quando pare senza erede. Si apre così la strada alla teoria dei due soli di Roma, di cui dice Marco Lombardo (Purg. XVI, 106-108) e del discendere diretto da Dio dell’autorità imperiale senza la mediazione di quella papale, come dimostrato nella Monarchia. Due forme solari, l’Impero e il Papato, che nel pensiero di Dante non sono concepite come separate, ma come entrambe concorrenti al bene dell’uomo, ciascuna nel proprio campo.

Il nuovo avvento di Cristo, negli uomini suscitati dallo Spirito e inviati come Giovanni (l’autore dell’Apocalisse) a governare la Chiesa con la “lingua erudita”, illumina il mondo delle antiche genti. La presenza, teologicamente ‘scorretta’, nel Limbo all’arrivo di Dante di genti giuste, antiche (prima del Cristianesimo) e moderne (i maomettani Avicenna, Averroè e il Saladino), come alla discesa di Cristo vi stavano i Padri dell’Antico Testamento (e anche Catone), che furono di lì strappati e fatti beati, sembra indicare che il processo della Redenzione è ancora aperto e guarda a una nuova età di palingenesi e di conversione universale, che nel caso di Dante si realizza tramite la poesia. Nella visione della storia dell’Olivi, Dio non ha voluto che tutta la conoscenza venisse aperta in un solo tempo, anche se tutto era presente ab aeterno nella sua prescienza. Lo stesso viaggio concesso a Enea prima, poi a san Paolo, e infine a Dante, intrapreso prima del tempo, forzando la prescienza divina, con le corte ali della ragione che va dietro all’esperienza sensibile, ha condotto Ulisse alla rovina. L’ultimo viaggio dell’eroe greco fu un andare sensibilmente al “sesto stato”, cioè verso la conoscenza piena, verso un lido allora noto unicamente a Dio, andata che solo un uomo evangelico avrebbe potuto compiere nel tempo futuro del secondo avvento di Cristo nello Spirito.

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Le questioni qui poste sono nuove, e di tale portata da dover essere assimilate con tutte le opportune verifiche. Richiedono anche una ricerca delle cause. Un lavorio capillare, condotto sugli elementi semantici di un’opera di teologia per pervenire alle terzine in volgare, significa che la nuova lingua guarda al latino dell’esegesi biblica come lingua universale e insieme umile. Mantenere lo stesso ordito di fondo da elaborare, variandolo continuamente nel lungo cucire i versi e appropriandone le medesime parti a situazioni diverse, è inoltre tecnica che assicura coerenza interna al poema.

Gli Spirituali francescani furono i destinatari del linguaggio interiore. Erano infatti i soli a possederne la chiave (la Lectura) e a poterlo immediatamente percepire. Nel primo decennio del Trecento il loro tragico destino era tutt’altro che segnato, le opere dell’Olivi venivano diffuse in volgare. In un momento di vacanza morale del papato, Dante vedeva in loro gli artefici di una riforma della Chiesa che non poteva venire esclusivamente da un imperatore. Nella Lectura è detto che l’intelligenza spirituale, imprigionata nel sepolcro di Cristo, si liberò nel giorno in cui venne rimossa la grave pietra che lo chiudeva. Essa è, rispetto al senso letterale, come il fiato che percorre la tromba, il fuoco che accende l’acqua del mare di cristallo, l’arcobaleno congiunto alla nube. Lo ‘spirito’, che è incardinato nella lettera dei versi danteschi, non è tuttavia qualcosa di vacuo e inafferrabile. È fatto di appropriazioni variate di parole, di similitudini, di calembour. Esiste una ‘chiave’ che apre i significati interni, quasi un libro dentro al libro, come l’Apocalisse, che è appunto “libro scritto dentro e fuori”.

Conoscendo i fili teologici con i quali i versi sono stati tessuti, con diversa intensità nel corso del lungo fare la “gonna”, ci si può figurare in modo più chiaro quanto è in essi ermeticamente rinchiuso, fare rivivere quella parte di poesia che è morta e che sembrava non più possibile disseppellire (De Sanctis), pervenire a una critica dell’inespresso (Gramsci), meglio percepire gli “echi di Dante entro Dante” (Contini), fare i conti con “il mistero del segno, o di quel sistema di segni, che ha racchiuso un mondo intero in un insieme d’immagini plurisense” (Asor Rosa). Viene meno la necessità di distinguere tra poesia vera e struttura (Croce), perché i concetti teologici sono anch’essi principio informatore della poesia che vi aderisce. Il “poema sacro” è tale per intero, ciascuna vita spirituale riceve dalla metamorfosi di tali concetti, che la fasciano, una “carica figurale” che supera l’astratto allegorismo (Edoardo Sanguineti). L’allegoria, uno dei quattro sensi della Scrittura, non è più finzione poetica, ma assume un valore storico, di prefigurazione della vita vissuta che si riflette nel viaggio percorso, esempio figurale nell’aldilà che diventa “teatro dell’uomo e delle sue passioni” (Auerbach). Percorrere tutti i sentieri di una certa teologia della storia per vedere quanto e come il fabbro poeta l’abbia elaborata, è il modo migliore per ‘deteologizzare’ Dante, come inteso da Teodolinda Barolini.

“E se scrivere storia significa fare storia del presente, è grande libro di storia quello che nel presente aiuta le forze in isviluppo a divenire più consapevoli di se stesse e quindi più concretamente attive e fattive” (Gramsci). È libro di storia, su cui bisogna riflettere, un confronto fra testi che illuminano l’origine della lingua italiana e soprattutto la sua universalità, che viene prima del significato letterale delle parole, per cui, a differenza di ciò che accade in altri poeti, parve ad Eliot di poter leggere la Commedia anche senza capire l’italiano. Ed è pure leggere un vero libro di storia il constatare nei testi che le fiere vicende politiche delle città italiane fossero intese da Dante come storia sacra e addirittura come rinnovamento della passione di Cristo. Un dramma sacro che ci appare impossibile, ma che viveva nell’animo del poeta.

Come nell’appropriazione dei simboli imperiali da parte cristiana, avvenuta nel Tardo antico, venne meno il ricordo della loro origine, così della Commedia si perse subito, se mai alcuno fece in tempo ad accorgersene, il linguaggio spirituale che porta i sensi interiori del libro, e ne rimase la lettera e la selva dei commenti e delle interpretazioni. Quella perdita di coscienza, con il dilibrarsi di umano e divino dallo zenit cui li aveva condotti il poeta, fu il primo sintomo dell’ “autunno del Medioevo”. La gente antica, passata per il crogiolo del “poema sacro”, era entrata di nuovo nella vita dell’uomo, ma aveva deposto la sua veste spirituale. Di frate Pietro di Giovanni Olivi, seguìto da una persecuzione “anche oltre la morte, quando le sue ossa saranno impietosamente disseppellite e oltraggiate, i suoi scritti confiscati e distrutti, il suo nome aborrito e taciuto” (Manselli), si può dire che la sua opera abbia prodotto molto frutto, come fa il chicco di grano nel momento in cui muore, secondo l’espressione di Cristo in Giovanni 12, 24, sulla quale si impernia la lettera del frate ai figli di Carlo II d’Angiò prigionieri degli Aragonesi. Di lui potrebbe cantare Ariel, l’etereo spirito della Tempesta di Shakespeare, che le sue ossa hanno subìto, nel gran mare della poesia di Dante, una trasformazione “into something rich and strange”.

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In siffatta ricerca, il valore dello strumento informatico si mostra indubbio. Per l’organizzazione dello spazio, poiché è tutta la Commedia (14.233 versi) a essere confrontata con la Lectura; non è concepibile una pubblicazione a stampa che sia dimostrativa in modo quantitativamente adeguato. Per l’evidenza immediata conseguita attraverso i collegamenti ipertestuali e la marcatura cromatica. Per l’aggiornamento continuo dei risultati di una ricerca ancora acerba e che si prospetta dai molteplici sviluppi, suscettibile pertanto di modifiche anche profonde. Trovare e mostrare i significati interiori del “poema sacro” è accostabile a una sorta di archeologia del testo, che scavi una “Pompei dei segni”: l’informatica, per spazi ed evidenza, consente di rendere a tutti visibile l’esistenza di una realtà non subito percepibile, che fu già perduta per gli stessi contemporanei del suo artefice. Lo studio dei rapporti tra Dante e Olivi non si limiterà al solo confronto, per quanto preponderante, tra la Lectura super Apocalipsim e la Commedia. Confronto che già di per sé impone nuove riflessioni su tutta l’opera di Dante. L’incontro virtuale con il frate sulla via dell’esilio fu probabilmente preceduto da altro reale a Santa Croce, proprio negli anni antecedenti la morte di Beatrice (1290) in cui l’Olivi vi insegnò (1287-1289). Furono gli anni in cui uscirono le “nove rime”. È una ricerca ancora tutta da condurre; i primi sondaggi verranno anticipati su questo sito. 

Questa vuole essere realmente una ricerca, a dimostrazione che il suo antico valore non è ancor morto. Su questo sito il lettore troverà, liberamente consultabili, materiali continuamente sottoposti a revisione e a incremento, insieme ai necessari strumenti di verifica. Non saggi compiuti, ma taccuini di viaggio che tracciano un solco, perché altri ripartano per un viaggio mai intentato e diano, verificando e continuando, migliore compimento a un’opera che va al di là delle forze di chi ha avuto la presunzione di iniziarla. Siano di ammonimento le parole di Bruno Nardi sul pensiero di Dante, che invita e tenta come uno scosceso picco dolomitico: “a chi dura la fatica dell’erta è concesso di godere di lassù del più vasto panorama e d’udire la celeste armonia che diletta l’udito di quanti hanno saputo elevarsi sul mondo terreno dei sensi”. Chi salirà da questo versante, sarà come se sentisse quei suoni per la prima volta.

Oltre ai maestri incontrati in passato a Roma, presso l’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, come Raffaello Morghen, Raoul Manselli e Girolamo Arnaldi, esempi di storici di impegno, non di mestiere, la mia gratitudine va a coloro i quali, al ritorno dal lungo solitario navigare, sono stati quasi fari lucenti posti su una terraferma dove sarà ancora necessario combattere molto. Fra gli storici, Ovidio Capitani; fra gli studiosi di Dante, Guglielmo Gorni. Di tutti costoro dirò con il poeta: “nobilitatem ac rectitudinem sue forme pandentes, donec fortuna permisit humana secuti sunt, brutalia dedignantes”. Se mai qualche valore avrà questa ricerca, sarà a loro maggiore onore.

jannell_man@mailxu.com