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Gen 30 2014

L’epistola a Cangrande: nuovi elementi per la paternità dantesca

1. “Amor amicitiae”. La ricerca pubblicata su questo sito mostra come la Commedia di Dante sia stata scritta elaborando intertestualmente la Lectura super Apocalipsim dell’Olivi (LSA). Da questa nuova scoperta discendono importanti conseguenze sul piano storico, filologico e letterario. Essa, tuttavia, non può limitarsi unicamente al “poema sacro”. Si riverbera infatti in diverso modo su tutta l’opera di Dante, imponendo di riconsiderarla sotto nuova luce.

L’Epistola a Cangrande è sempre stata, e continua ad essere, vexata quaestio. Non è qui il luogo di ripercorrerla in questo senso, ma di mostrare come il confronto fra il testo del poema e il suo, per così dire, canovaccio, possa servire a chiarirne alcuni punti.

Il capitolo 2 dell’Epistola, un trattato sull’amicizia – come osservò Giorgio Brugnoli -, quella che Dante manifesta allo Scaligero e alla quale tiene “quasi thesaurum carissimum”, intende dimostrare che vi può essere amicizia fra persone di diverso stato, fra eminenti e inferiori (tale si sente l’autore, dall’oscura fortuna ma di chiara onestà, di fronte all’illustre principe). Come potrebbe la distanza sociale impedire l’amicizia fra gli uomini quando è data amicizia fra Dio e l’uomo, cioè fra quanto vi è di più distante? L’ignoranza del volgo (“imperitia vulgi”) crede al contrario che affermare ciò sia presuntuoso, ma colui al quale è dato il libero arbitrio non deve calcare le orme delle pecore ed è svincolato da ogni consuetudine.

Due temi fondamentali dell’Epistola, l’amicizia di Dio (fondamento di ogni libera amicizia) e il differenziarsi dal volgo, sono alla base del viaggio di Dante verso Beatrice nella Commedia. Temi presenti nelle parole dette da Beatrice a Virgilio e, prima ancora, da Lucia a Beatrice; versi da confrontare con l’esegesi di Ap 7, 4:

 

Inf. II, 61-63, 103-105:

l’amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che vòlt’ è per paura

Disse: – Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t’amò tanto,
ch’uscì per te de la volgare schiera? 

[LSA, cap. VII, Ap 7, 4; Par. lat. 713, f. 88rb-va] Igitur per hunc numerum, prout est certus et diffinitus, designatur singularis dignitas signatorum. Hii enim, qui sub certo nomine et numero et scriptura a regibus ad suam militiam vel curiam aut ad sua grandia vel dona ascribuntur, sunt digniores ceteris, qui absque scriptura et numero ad vulgarem et pedestrem militiam vel familiam eliguntur. Sicut etiam Deus, in signum familiarissime notitie et amicitie, Exodi XXXIII° (Ex 33, 17) dicit Moysi: “Novi te ex nomine”, cum tamen omnes electos suos communiter noverit ut amicos et hoc modo solos reprobos dicatur nescire, sic per hanc specialem et prefixam numerationem et consignationem designatur familiarior signatio et notitia et amicitia apud Deum.

L’angelo del sesto sigillo (Ap 7, 3-4) rimuove un impedimento, dopo di che il segno è posto sulla fronte, non vergognosa ma liberamente magnanima, degli eletti amici di Dio [1], difensori della fede fino al martirio da lui conosciuti per nome e ascritti alla più alta milizia dei baroni, dei decurioni, dei cavalieri che si distingue da quella volgare dei fanti. Questa esegesi, nella quale il sesto stato – il “novum saeculum” tanto atteso – corrisponde agli ultimi sei anni della costruzione del Tempio dopo la cattività in Babilonia, è una sacra sinfonia militare i cui temi trascorrono in più luoghi: dalla “signatio” poetica di Dante, amico di Beatrice e “sesto tra cotanto senno” nella schiera dei sommi poeti del Limbo, alla “signatio” apostolica nelle virtù teologali di fronte a Pietro, Giacomo e Giovanni; dall’impossibile amicizia con Dio di Francesca e Paolo (anch’essi in una schiera) alle famiglie fiorentine, menzionate da Cacciaguida, che portano la “bella insegna” del marchese Ugo di Toscana, assunte a una milizia più alta rispetto a Giano della Bella, l’autore dei famosi Ordinamenti di giustizia (1293) anch’egli di essa insignito (la quale “fascia col fregio”), ma che oggi si raduna col popolo, corrispondente alla volgare e pedestre milizia che viene dopo i segnati. Questi eletti ‘sesti’ amati da Dio sono lo sviluppo sacro di coloro (De vulgari eloquentia, II, iv, 10-11) che Virgilio, nel sesto dell’Eneide, definisce “Dei dilectos”, i poeti tragici innalzati al cielo per ardente virtù (Aen., VI, 129-131: “Pauci, quos aequus amavit / Iuppiter”), designati dall’“astripeta aquila”. Forse la lettura dell’esegesi dell’angelo del sesto sigillo (che si estende ben oltre la parte relativa alla “signatio”) segnò la decisione di fare il viaggio, ascrivendo la poesia, in tutti i suoi stili, a un’alta milizia?

Tornando all’Epistola a Cangrande, chi altri, se non Dante, avrebbe potuto accostare questi due temi fondamentali – l’amicizia di Dio e il differenziarsi dal volgo -, in quella che è una vera e propria reminiscenza degli inizi del poema sacro, applicata a una situazione diversa? Fin dal capitolo 2, il “fatale andare” è ben presente alla mente dell’autore dell’Epistola. (segue)



[1]
Sulla questione della nobiltà in Olivi e in Dante cfr., su questo sito web, Dante all’«alta guerra» tra latino e volgare. Postilla alle ricerche di Gustavo Vinay sul De vulgari eloquentia, 3 («Curiam habemus»); sulla «signatio» cfr. Il sesto sigillo, 1c (La «signatio» nell’anno giubilare 1300 [Ap 7, 3-4]); L’anno delle pietre misericordiose, 1.

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