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Ago 30 2026

Paradiso XXIV-XXV-XXVI

 

La ‘Divina Parodia’ del Libro scritto dentro e fuori 

The ‘Divine Parody’ of the Book written within and without

Inferno: I; II; III; IV; V; VI; VII; VIII; IX; X; XI; XII; XIII; XIV; XV; XVI; XVII; XVIII; XIX; XX; XXI; XXII; XXIII; XXIV; XXV; XXVI; XXVII; XXVIII; XXIX; XXX; XXXI; XXXII, 1-123; XXXII, 124-XXXIII, 90; XXXIII, 91-157; XXXIV

Purgatorio: III; XXVIII; XXIX; XXX; XXXI; XXXII; XXXIII

Paradiso: I-II; III-IV-V; VI-VII; VIII-IX; X; XI-XII; XIII; XIV; XVXVIXVII-XVIII, 1-51; XVIII, 52-136-XIXXX; XXI-XXII, 1-132; XXII, 133-154-XXIII; XXIV-XXV-XXVI; XXVII; XXXIII

Vengono qui esposti i canti XXIV; XXV; XXVI del Paradiso con i corrispondenti legami ipertestuali con i luoghi della Lectura super Apocalipsim ai quali i versi si riferiscono. L’intero poema è esposto nella Topografia spirituale della Commedia (2013, PDF; cfr. infra), ma si sta procedendo a un esame progressivo e aggiornato dei singoli canti (completato l’Inferno). Ogni tabella sinottica, qui presentata o alla quale si rinvia in quanto già esaminata in altra sede, è preceduta o seguita da una parte esplicativa. Sull’uso dei colori cfr. Avvertenze.

 

1. Il convivio celestiale. 1.1. Danza, canto, silenzio. 1.2. Spirare d’amor santo. 1.3. La discesa della Gerusalemme superna. 2. La “signatio” apostolica della Chiesa militante. 2.1. San Pietro: nel mare delle tentazioni. 2.2. San Giacomo: le due stole. 2.3. San Giovanni: i morsi della carità. 3. Adamo: “il trapassar del segno”. 4. Il primo nome di Dio.

AvvertenzeAbbreviazioniNote sulla “topografia spirituale” della Commedia.

 

Legenda [3]: numero dei versi; 19, 1.9: collegamento ipertestuale all’esegesi, nella Lectura di Olivi, di capitolo e versetto dell’Apocalisse [Ap]; Not. III: collegamento all’esegesi contenuta nei tredici notabilia del prologo della LecturaVarianti rispetto al testo del Petrocchi.

XXIV

« O sodalizio eletto a la gran cena   19, 1.9
del benedetto Agnello, il qual vi ciba   3, 20
sì, che la vostra voglia è sempre piena,   [3]   22, 17; 7, 16-17

se per grazia di Dio questi preliba
di quel che cade de la vostra mensa,
prima che morte tempo li prescriba,   [6]

ponete mente a l’affezione immensa   3, 20; 7, 16-17
e roratelo alquanto: voi bevete
sempre del fonte onde vien quel ch’ei pensa ».   [9]

Così Beatrice; e quelle anime liete
si fero spere sopra fissi poli,
fiammando, volte, a guisa di comete.   [12]

E come cerchi in tempra d’orïuoli   Not. III
si giran sì, che ’l primo a chi pon mente   3, 3
quïeto pare, e l’ultimo che voli;   [15]

così quelle carole, differente-   2, 1
mente danzando, de la sua ricchezza
mi facieno stimar, veloci e lente.   [18]

Di quella ch’io notai di più carezza   3, 4   bellezza
vid’ ïo uscire un foco sì felice,
che nullo vi lasciò di più chiarezza;   [21]

e tre fïate intorno di Beatrice
si volse con un canto tanto divo,   14, 3
che la mia fantasia nol mi ridice.   [24]

Però salta la penna e non lo scrivo:   9, 3; 6, 1
ché l’imagine nostra a cotai pieghe,
non che ’l parlare, è troppo color vivo.   [27]

« O santa suora mia che sì ne prieghe   5, 8
divota, per lo tuo ardente affetto
da quella bella spera mi disleghe ».   [30]   2, 1

Poscia fermato, il foco benedetto
a la mia donna dirizzò lo spiro,
che favellò così com’ i’ ho detto.   [33]

Ed ella: « O luce etterna del gran viro
a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi,
ch’ei portò giù, di questo gaudio miro,   [36]   8, 9

tenta costui di punti lievi e gravi,
come ti piace, intorno de la fede,
per la qual tu su per lo mare andavi.   [39]

S’elli ama bene e bene spera e crede,   2, 1
non t’è occulto, perché ’l viso hai quivi
dov’ ogne cosa dipinta si vede;   [42]

ma perché questo regno ha fatto civi
per la verace fede, a glorïarla,
di lei parlare è ben ch’a lui arrivi ».   [45]

Sì come il baccialier s’arma e non parla
fin che ’l maestro la question propone,
per approvarla, non per terminarla,   [48]   9, 4

così m’armava io d’ogne ragione
mentre ch’ella dicea, per esser presto   9, 7
a tal querente e a tal professione.   [51]

« Dì, buon Cristiano, fatti manifesto:   22, 16
fede che è? ». Ond’ io levai la fronte   7, 3
in quella luce onde spirava questo;   [54]   5, 8

poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte
sembianze femmi perch’ ïo spandessi
l’acqua di fuor del mio interno fonte.   [57]   8, 10

« La Grazia che mi dà ch’io mi confessi », 7, 3
comincia’ io, « da l’alto primipilo,   3, 10
faccia li miei concetti bene espressi ».   [60]

E seguitai: « Come ’l verace stilo
ne scrisse, padre, del tuo caro frate   6, 7-8
che mise teco Roma nel buon filo,   [63]

fede è sustanza di cose sperate
e argomento de le non parventi;
e questa pare a me sua quiditate ».   [66]

Allora udi’: « Dirittamente senti,   6, 5
se bene intendi perché la ripuose
tra le sustanze, e poi tra gli argomenti ».   [69]

E io appresso: « Le profonde cose   5, 1
che mi largiscon qui la lor parvenza,
a li occhi di là giù son sì ascose,   [72]

che l’esser loro v’è in sola credenza,   21, 19
sopra la qual si fonda l’alta spene;   si ferma
e però di sustanza prende intenza.   [75]

E da questa credenza ci convene
silogizzar, sanz’ avere altra vista:
però intenza d’argomento tene ».   [78]

Allora udi’: « Se quantunque s’acquista
giù per dottrina, fosse così ’nteso,
non lì avria loco ingegno di sofista ».   [81]

Così spirò di quello amore acceso;   5, 8 (2, 17)
indi soggiunse: « Assai bene è trascorsa
d’esta moneta già la lega e ’l peso;   [84]   5, 1; 6, 5

ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa ».
Ond’ io: « Sì ho, sì lucida e sì tonda,   5, 1; 2, 17
che nel suo conio nulla mi s’inforsa ».   [87]

Appresso uscì de la luce profonda
che lì splendeva: « Questa cara gioia   21, 19
sopra la quale ogne virtù si fonda,   [90]

onde ti venne? ». E io: « La larga ploia   10, 1
de lo Spirito Santo, ch’è diffusa
in su le vecchie e ’n su le nuove cuoia,   [93]

è silogismo che la m’ha conchiusa
acutamente sì, che ’nverso d’ella   11, 19
ogne dimostrazion mi pare ottusa ».   [96]

Io udi’ poi: « L’antica e la novella
proposizion che così ti conchiude,
perché l’hai tu per divina favella? ».   [99]

E io: « La prova che ’l ver mi dischiude,
son l’opere seguite, a che natura
non scalda ferro mai né batte incude ».   [102]

Risposto fummi: « Dì, chi t’assicura   10, 5-7
che quell’ opere fosser? Quel medesmo
che vuol provarsi, non altri, il ti giura ».   [105]

« Se ’l mondo si rivolse al cristianesmo »,
diss’ io, « sanza miracoli, quest’ uno
è tal, che li altri non sono il centesmo:   [108]

ché tu intrasti povero e digiuno   3, 12
in campo, a seminar la buona pianta   6, 2; Not. III
che fu già vite e ora è fatta pruno ».   [111]   9, 11

Finito questo, l’alta corte santa   11, 17
risonò per le spere un ‘Dio laudamo’
ne la melode che là sù si canta.   [114]

E quel baron che sì di ramo in ramo,   7, 3; 21, 12-13.21
essaminando, già tratto m’avea,   2, 2
che a l’ultime fronde appressavamo,   [117]

ricominciò: « La Grazia, che donnea   3, 8
con la tua mente, la bocca t’aperse
infino a qui come aprir si dovea,   [120]

sì ch’io approvo ciò che fuori emerse;   2, 2
ma or convien espremer quel che credi,
e onde a la credenza tua s’offerse ».   [123]

« O santo padre, e spirito che vedi
ciò che credesti sì, che tu vincesti   11, 17
ver’ lo sepulcro più giovani piedi »,   [126]

comincia’ io, « tu vuo’ ch’io manifesti   1, 1
la forma qui del pronto creder mio,   9, 7
e anche la cagion di lui chiedesti.   [129]

E io rispondo: Io credo in uno Dio
solo ed etterno, che tutto ’l ciel move,
non moto, con amore e con disio;   [132]   5, 8

e a tal creder non ho io pur prove
 fisice e metafisice, ma dalmi
anche la verità che quinci piove   [135]   10, 1

per Moïsè, per profeti e per salmi,   6, 6
per l’Evangelio e per voi che scriveste
poi che l’ardente Spirto vi fé almi;   [138]

e credo in tre persone etterne, e queste
credo una essenza sì una e sì trina,
che soffera congiunto ‘sono’ ed ‘este’.   [141]

De la profonda condizion divina
ch’io tocco mo, la mente mi sigilla   Not. III
più volte l’evangelica dottrina.   [144]

Quest’ è ’l principio, quest’ è la favilla   3, 1
che si dilata in fiamma poi vivace,
e come stella in cielo in me scintilla ».   [147]

Come ’l segnor ch’ascolta quel che i piace,   5, 8
da indi abbraccia il servo, gratulando
per la novella, tosto ch’el si tace;   [150]   5, 9; Not. V

così, benedicendomi cantando,   4, 8-10
tre volte cinse me, sì com’ io tacqui,
l’appostolico lume al cui comando
io avea detto: sì nel dir li piacqui!   [154]   22, 16; 5, 8

XXV

Se mai continga che ’l poema sacro   14, 2
al quale ha posto mano e cielo e terra,   10, 5-7; 22, 2
sì che m’ha fatto per molti anni macro,   [3]

vinca la crudeltà che fuor mi serra
del bello ovile ov’ io dormi’ agnello,   2, 1; 9, 4
nimico ai lupi che li danno guerra;   [6]

con altra voce omai, con altro vello   14, 2
ritornerò poeta, e in sul fonte
del mio battesmo prenderò ’l cappello;   [9]   Not. XIII

però che ne la fede, che fa conte   7, 3-4; 9, 4
l’anime a Dio, quivi intra’ io, e poi   21, 12
Pietro per lei sì mi girò la fronte.   [12]

Indi si mosse un lume verso noi
di quella spera ond’ uscì la primizia   3, 8   schiera
che lasciò Cristo d’i vicari suoi;   [15]

e la mia donna, piena di letizia,
mi disse: « Mira, mira: ecco il barone   7, 3-4
per cui là giù si vicita Galizia ».   [18]

Sì come quando il colombo si pone
presso al compagno, l’uno a l’altro pande,   Not. III
girando e mormorando, l’affezione;   [21]

così vid’ ïo l’un da l’altro grande
principe glorïoso essere accolto,
laudando il cibo che là sù li prande.   [24]

Ma poi che ’l gratular si fu assolto,   Not. X
tacito coram me ciascun s’affisse,   3, 12
ignito sì che vincëa ’l mio volto.   [27]   1, 16-17

Ridendo allora Bëatrice disse:   1, 16
« Inclita vita per cui la larghezza   21, 16
de la nostra basilica si scrisse,   [30]   3, 12

fa risonar la spene in questa altezza:
tu sai, che tante fiate la figuri,
quante Iesù ai tre fé più carezza ».   [33]   1, 16-17   chiarezza

« Leva la testa e fa che t’assicuri:   2, 11
ché ciò che vien qua sù del mortal mondo,
convien ch’ai nostri raggi si maturi ».   [36]

Questo conforto del foco secondo   2, 10
mi venne; ond’ io leväi li occhi a’ monti   6, 14
che li ’ncurvaron pria col troppo pondo.   [39]

« Poi che per grazia vuol che tu t’affronti   7, 3
lo nostro Imperadore, anzi la morte,
ne l’aula più secreta co’ suoi conti,   [42]

sì che, veduto il ver di questa corte,
la spene, che là giù bene innamora,   2, 8.10
in te e in altrui di ciò conforte  [45]

quel ch’ell’ è, dì come se ne ’nfiora   7, 13
la mente tua, e dì onde a te venne ».
Così seguì ’l secondo lume ancora.   [48]

E quella pïa che guidò le penne
de le mie ali a così alto volo,
a la risposta così mi prevenne:   [51]

« La Chiesa militante alcun figliuolo   7, 3-4
non ha con più speranza, com’ è scritto
nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:   [54]

però li è conceduto che d’Egitto   1, 1
vegna in Ierusalemme per vedere,
anzi che ’l militar li sia prescritto.   [57]

Li altri due punti, che non per sapere
son dimandati, ma perch’ ei rapporti
quanto questa virtù t’è in piacere,   [60]

a lui lasc’ io, ché non li saran forti   9, 7
di iattanza; ed elli a ciò risponda,   9, 5-6; 7, 13
e la grazia di Dio ciò li comporti ».   [63]

Come discente ch’a dottor seconda   5, 2
pronto e libente in quel ch’elli è esperto,   9, 7
perché la sua bontà si disasconda,   [66]

« Spene », diss’ io, « è uno attender certo   6, 11
de la gloria futura, il qual produce   22, 16-17
grazia divina e precedente merto.   [69]

Da molte stelle mi vien questa luce;   14, 1-2
ma quei la distillò nel mio cor pria
che fu sommo cantor del sommo duce.   [72]

‘Sperino in te’, ne la sua tëodia
dice, ‘color che sanno il nome tuo’:
e chi nol sa, s’elli ha la fede mia?   [75]

Tu mi stillasti, con lo stillar suo,
ne la pistola poi; sì ch’io son pieno,
e in altrui vostra pioggia repluo ».   [78]

Mentr’ io diceva, dentro al vivo seno
di quello incendio tremolava un lampo
sùbito e spesso a guisa di baleno.   [81]   Not. XII

Indi spirò: « L’amore ond’ ïo avvampo   5, 8
ancor ver’ la virtù che mi seguette   2, 26-28; 14, 4
infin la palma e a l’uscir del campo,   [84]   21, 16; 6, 2

vuol ch’io respiri a te che ti dilette
di lei; ed emmi a grato che tu diche
quello che la speranza ti ’mpromette ».   [87]   22, 16-17

E io: « Le nove e le scritture antiche   7, 3-4
pongon lo segno, ed esso lo mi addita,
de l’anime che Dio s’ha fatte amiche.   [90]

Dice Isaia che ciascuna vestita
ne la sua terra fia di doppia vesta:   6, 11
e la sua terra è questa dolce vita;   [93]

e ’l tuo fratello assai vie più digesta,
là dove tratta de le bianche stole,
questa revelazion ci manifesta ».   [96]   1, 1

E prima, appresso al fin d’este parole,
Sperent in te’ di sopr’ a noi s’ udì;
a che rispuoser tutte le carole.   [99]   19, 6

Poscia tra esse un lume si schiarì   21, 11.24-25
sì che, se ’l Cancro avesse un tal cristallo,
l’inverno avrebbe un mese d’un sol dì.   [102]

E come surge e va ed entra in ballo
vergine lieta, sol per fare onore   18, 22-23; 3, 5
a la novizia, non per alcun fallo,   [105]

così vid’ io lo schiarato splendore
venire a’ due che si volgieno a nota
qual conveniesi al loro ardente amore.   [108]

Misesi lì nel canto e ne la rota;   18, 22.23; 9, 9   nota
e la mia donna in lor tenea l’aspetto,   14, 4
pur come sposa tacita e immota.   [111]

« Questi è colui che giacque sopra ’l petto
del nostro pellicano, e questi fue
di su la croce al grande officio eletto ».   [114]   7, 4

La donna mia così; né però piùe
mosser la vista sua di stare attenta
poscia che prima le parole sue.   [117]

Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta
di vedere eclissar lo sole un poco,
che, per veder, non vedente diventa;   [120]   2, 1

tal mi fec’ ïo a quell’ ultimo foco
mentre che detto fu: « Perché t’abbagli
per veder cosa che qui non ha loco?   [123]

In terra è terra il mio corpo, e saragli   6, 9.11
tanto con li altri, che ’l numero nostro
con l’etterno proposito s’agguagli.   [126]

Con le due stole nel beato chiostro   6, 11
son le due luci sole che saliro;
e questo apporterai nel mondo vostro ».   [129]

A questa voce l’infiammato giro
si quïetò con esso il dolce mischio   Not. XIII
che si facea nel suon del trino spiro,   [132]

sì come, per cessar fatica o rischio,   10, 5-7
li remi, pria ne l’acqua ripercossi,
tutti si posano al sonar d’un fischio.   [135]   21, 16

Ahi quanto ne la mente mi commossi,   16, 18
quando mi volsi per veder Beatrice,   1, 10
per non poter veder, benché io fossi
presso di lei, e nel mondo felice!   [139]

XXVI

Mentr’ io dubbiava per lo viso spento,   Not. X
de la fulgida fiamma che lo spense   5, 8
uscì un spiro che mi fece attento,   [3]

dicendo: « Intanto che tu ti risense
de la vista che haï in me consunta,   6, 6 (IV status)
ben è che ragionando la compense.   [6]   (III status)

Comincia dunque; e dì ove s’appunta
l’anima tua, e fa ragion che sia   8, 5
la vista in te smarrita e non defunta:   [9]   3, 3

perché la donna che per questa dia
regïon ti conduce, ha ne lo sguardo
la virtù ch’ebbe la man d’Anania ».   [12]   8, 5

Io dissi: « Al suo piacere e tosto e tardo   3, 3
vegna remedio a li occhi, che fuor porte   21, 12
quand’ ella entrò col foco ond’ io sempr’ ardo.   [15]

Lo ben che fa contenta questa corte,   Not. VI
Alfa e O è di quanta scrittura
mi legge Amore o lievemente o forte ».   [18]   8, 9; 5, 1

Quella medesma voce che paura   8, 5
tolta m’avea del sùbito abbarbaglio,
di ragionare ancor mi mise in cura;   [21]

e disse: « Certo a più angusto vaglio
ti conviene schiarar: dicer convienti
chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio ».   [24]

E io: « Per filosofici argomenti
e per autorità che quinci scende   4, 4
cotale amor convien che in me si ’mprenti:   [27]

ché ’l bene, in quanto ben, come s’intende,   21, 16
così accende amore, e tanto maggio
quanto più di bontate in sé comprende.   [30]

Dunque a l’essenza ov’ è tanto avvantaggio,
che ciascun ben che fuor di lei si trova
altro non è ch’un lume di suo raggio,   [33]

più che in altra convien che si mova
la mente, amando, di ciascun che cerne   2, 1
il vero in che si fonda questa prova.   [36]

Tal vero a l’intelletto mïo sterne   Not. I, X, XIII
colui che mi dimostra il primo amore
di tutte le sustanze sempiterne.   [39]  

Sternel la voce del verace autore,
che dice a Moïsè, di sé parlando:
‘Io ti farò vedere ogne valore’.   [42]   Not. XIII; 5, 1

Sternilmi tu ancora, incominciando
l’alto preconio che grida l’arcano   Not. I, XIII
di qui là giù sovra ogne altro bando ».   [45]

E io udi’: « Per intelletto umano   Not. I, X
e per autoritadi a lui concorde
d’i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.   [48]

Ma dì ancor se tu senti altre corde   6, 2
tirarti verso lui, sì che tu suone
con quanti denti questo amor ti morde ».   [51]   9, 5.8.10

Non fu latente la santa intenzione   9, 19
de l’aguglia di Cristo, anzi m’accorsi
dove volea menar mia professione.   [54]

Però ricominciai: « Tutti quei morsi   9, 5.10
che posson far lo cor volgere a Dio,
a la mia caritate son concorsi:   [57]

ché l’essere del mondo e l’esser mio,
la morte ch’el sostenne perch’ io viva,   6, 8; 15, 1
e quel che spera ogne fedel com’ io,   [60]

con la predetta conoscenza viva,   22, 1-2
tratto m’hanno del mar de l’amor torto,   5, 1; 8, 9; 6, 5
e del diritto m’han posto a la riva.   [63]

Le fronde onde s’infronda tutto l’orto
de l’ortolano etterno, am’ io cotanto
quanto da lui a lor di bene è porto ».   [66]   8, 9

Sì com’ io tacqui, un dolcissimo canto   Not. V; 4, 8-10; 5, 9
risonò per lo cielo, e la mia donna
dicea con li altri: « Santo, santo, santo! ».   [69]

E come a lume acuto si disonna
per lo spirto visivo che ricorre
a lo splendor che va di gonna in gonna,   [72]

e lo svegliato ciò che vede aborre,
nescïa è la sùbita vigilia   3, 3; 16, 15
fin che la stimativa non soccorre;   [75]

così de li occhi miei ogne quisquilia   3, 18
fugò Beatrice col raggio d’i suoi,   2, 17
che rifulgea da più di mille milia:   [78]

onde mei che dinanzi vidi poi;   15, 8
e quasi stupefatto domandai
d’un quarto lume ch’io vidi tra noi.   [81]

E la mia donna: « Dentro da quei rai
vagheggia il suo fattor l’anima prima   5, 1; 3, 14
che la prima virtù creasse mai ».   [84]

Come la fronda che flette la cima
nel transito del vento, e poi si leva   21, 17
per la propria virtù che la soblima,   [87]   2, 26-28

fec’ io in tanto in quant’ ella diceva,
stupendo, e poi mi rifece sicuro
un disio di parlare ond’ ïo ardeva.   [90]

E cominciai: « O pomo che maturo
solo prodotto fosti, o padre antico
a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,   [93]

divoto quanto posso a te supplìco
perché mi parli: tu vedi mia voglia,   22, 17
e per udirti tosto non la dico ».   [96]

Talvolta un animal coverto broglia,
sì che l’affetto convien che si paia
per lo seguir che face a lui la ’nvoglia;   [99]   voglia

e similmente l’anima primaia
mi facea trasparer per la coverta   21, 11.18.21
quant’ ella a compiacermi venìa gaia.   [102]

Indi spirò: « Sanz’ essermi proferta
da te, la voglia tua discerno meglio   Dante
che tu qualunque cosa t’è più certa;   [105]

 perch’ io la veggio nel verace speglio
che fa di sé pareglio a l’altre cose,
e nulla face lui di sé pareglio.   [108]   21, 11   pareggio

Tu vuogli udir quant’ è che Dio mi puose   22, 17
ne l’eccelso giardino, ove costei
a così lunga scala ti dispuose,   [111]

e quanto fu diletto a li occhi miei,
e la propria cagion del gran disdegno,
e l’idïoma ch’usai e che fei.   [114]

Or, figliuol mio, non il gustar del legno
 fu per sé la cagion di tanto essilio,
 ma solamente il trapassar del segno.   [117]   9, 14; 20, 3

Quindi onde mosse tua donna Virgilio,   17, 18
quattromilia trecento e due volumi   20, 2
di sol desiderai questo concilio;   [120]   5, 4

e vidi lui tornare a tutt’ i lumi
de la sua strada novecento trenta
fïate, mentre ch’ïo in terra fu’mi.   [123]

La lingua ch’io parlai fu tutta spenta
innanzi che a l’ovra inconsummabile
fosse la gente di Nembròt attenta:   [126]

ché nullo effetto mai razïonabile,   Not. I
per lo piacere uman che rinovella
seguendo il cielo, sempre fu durabile.   [129]

Opera naturale è ch’uom favella;
ma così o così, natura lascia
poi fare a voi secondo che v’abbella.   [132]   Not. III; 2, 1

Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia,   7, 7
I s’appellava in terra il sommo bene   19, 1   un
onde vien la letizia che mi fascia;   [135]

e El si chiamò poi: e ciò convene,
ché l’uso d’i mortali è come fronda
in ramo, che sen va e altra vene.   [138]   4, 5

Nel monte che si leva più da l’onda,
fu’ io, con vita pura e disonesta,
da la prim’ ora a quella che seconda,
come ’l sol muta quadra, l’ora sesta ».   [142]

1. Il convivio celestiale

O sodalizio eletto a la gran cena / del benedetto Agnello (XXIV, 1-9). Con l’invito alla cena nuziale dell’Agnello si apre Par. XXIV. I versi rinviano ad Ap 22, 17: la cena dell’Agnello; la volontà degli eletti, che vengono aderendo all’invito; la grazia, fatta a Dante di prelibare quanto cade dalla mensa. Simmetrica è l’esegesi di Ap 19, 1.9, dove si esprime il gaudio della Chiesa dopo la dannazione della nuova Babilonia (alla fine del canto precedente si parla del godere del tesoro di meriti acquistato piangendo nell’esilio di Babilonia). Come Assuero, ripudiata Vasti ed “eletta” quale sposa l’umile e santa Ester, fece un grande (“magnificum”) convivio (il sodalizio è “eletto” e la cena è “grande”), così avvenne con l’abbandono della Sinagoga e con l’elezione della Chiesa della pienezza delle genti, e così sarà nel sesto stato, cioè nei tempi moderni, con il ripudio dell’adultera Babylon e l’esaltazione della Chiesa spirituale.
Altri motivi derivano da Ap 3, 20: cibare da parte dell’Agnello il sodalizio (“vi ciba”); l’“affezione” di Dante, che corrisponde all’aprire il viscerale consenso del proprio cuore al cenare con Cristo con cibi amabili e soavi (cfr. ulteriori aspetti di questa esegesi).
Altri ancora da Ap 7, 16-17, dove l’Agnello conduce a bere le immense acque della beatissima vita di Dio (l’aggettivo “immenso”, che non è del testo scritturale ma dell’esegeta, è appropriato all’“affezione” di Dante). Il tema dell’aver sete di Dio e dell’acqua della vita consente una collazione tra Ap 22, 17 e 7, 16-17.

Tab. I

[LSA, cap. XIX, Ap 19, 1.9 (VIa visio)] “Post hoc audivi”. Descripta Babilonis dampnatione, subditur hic festivale gaudium sancte ecclesie quod erit post dampnationem Babilonis. Sicut enim Vasti regina a regno et coniugio regis Assueri abiecta, electa est Hester humilis et sancta ad eiusdem regis conubium et regnum, fecitque ex hoc rex magnificum convivium cunctis principibus et servis suis (cfr. Est 2, 18), sic reiecta sinagoga electa est ecclesia plenitudinis gentium, sicque in sexto statu ecclesie reiecta Babilone adultera oportet spiritalem ecclesiam exaltari et celebre ac spiritale convivium pro eius nuptiis celebrari. In hac igitur parte primo narratur gaudium ex iusta dampnatione Babilonis et ex liberatione sanctorum a servitute ipsius proveniens. Secundo subditur gaudium de exaltatione et clarificatione regni Christi et ex nuptiis Christi et spiritalis ecclesie procedens, ibi: “Et audivi quasi vocem tube magne” (Ap 19, 6). […] Quam gloriosum autem sit esse in hiis nuptiis vult nobis confirmari non solum verbo, sed etiam autentico et indel<e>bili scripto, unde subdit (Ap 19, 9): “Et dixit michi:”, scilicet angelus qui vocem laudis predicte formaverat similem tube, “scribe: Beati qui ad cenam nuptiarum Agni vocati sunt”. Non dicit ‘ad prandium’ sed “ad cenam”, quia hoc convivium in fine secundi status generalis erit, ut sit trina cena Christi: prima scilicet in fine legis veteris seu primi status generalis, secunda in fine secundi, tertia vero in fine seculi seu in eterna patria. Ut autem sibi firmius credatur, subdit: “Et dixit michi: Hec verba Dei”, que scilicet premisi, “vera sunt”, quasi dicat: tanto maiori fide hec que dixi credere debetis quanto ea et Dei esse et vera esse manifestius auditis. Hec autem signanter sic confirmat, quia difficile est credere quod tales nuptie et iubilationes sint tunc fiende, immo carnales et animales hoc derident et est eis quasi fabulosum.

Par. XXIII, 133-135; XXIV, 1-9

Quivi si vive e gode del tesoro
che s’acquistò piangendo ne lo essilio
di Babillòn, ove si lasciò l’oro.

“O sodalizio eletto a la gran cena
del benedetto Agnello, il qual vi ciba
sì, che la vostra voglia è sempre piena,

se per grazia di Dio questi preliba
di quel che cade de la vostra mensa,
prima che morte tempo li prescriba,
ponete mente a l’affezione immensa
e roratelo alquanto: voi bevete
sempre del fonte onde vien quel ch’ei pensa”.

[LSA, cap. III, Ap 3, 20 (VIIa victoria)] “Si quis audierit”, id est cordaliter seu obedienter receperit, “vocem meam”, scilicet monitionum mearum predictarum, “et aperuerit michi ianuam”, id est viscerales consensus et affectus cordis sui, “intrabo ad illum”, scilicet per influxus et illapsus gratie, “et cenabo cum illo”, scilicet acceptando et amative michi incorporando ipsum et omnia bona eius tamquam cibos michi amabiles et suaves, “et ipse mecum”, scilicet me et meam dulcedinem et boni-tatem iocunde gustando et comedendo ac bibendo et incorporando.
Nota quod non dicit: ‘prandebo’, sed “cenabo”, tum quia cena apud antiquos erat sollempnior quam prandium, tum quia in vespera et in fine huius seculi dabitur eterna gloria quasi cena, tum quia maior est refectio in finali consumatione perfectorum quam in initio conversionis eorum, tum quia in fine legis veteris attulit Christus cenam nove legis et sue gratie, tum quia hec septima ecclesia designat septimum et ultimum statum ecclesie, qui erit quasi vespera, id est finis huius seculi: cena autem competit vespere.

[LSA, cap. VII, Ap 7, 16-17 (IIa visio, apertio VIi sigilli)] “Non esurient neque sitient amplius” (Ap 7, 16), scilicet respectu corporalis cibi et potus et respectu cuiuscumque penalis desiderii aut cuiuscumque desiderii non habentis plene et indistanter quod optat. Alias enim semper esuriunt et sitiunt Deum suum et gloriam eius. “Neque cadet super illos sol”, scilicet per nimium ardorem affligens, “neque ullus estus”, id est a nullo interiori defectu, qualis est esuries vel sitis, nec ab aliquo exteriori magno vel parvo affligentur.
“Quoniam Agnus, qui in medio troni est” (Ap 7, 17), tamquam scilicet media persona in Trinitate et tamquam mediator inter nos et Deum. Vel est “in medio troni”, id est in intimo sinu Patris, vel in intimo ecclesie quasi centrum ipsius. “Reget illos”, tali scilicet regimine quod non permittet eos aliquo modo affligi; “et deducet eos ad vite fontes aquarum”, id est ad plene hauriendum et bibendum immensos fontes aquarum beatissime vite Dei et que est ipse Deus. Unde pluraliter dicit “fontes aquarum”, ad designandum immensam multiformitatem dulcorum et desiderabilium bonitatum unius simplicissimi Dei. Dicit autem de futuro “reget et deducet”, ut monstret eternam continuationem et perdurationem istorum actuum. Deducere autem non significat hic actum distantem a finali termino et obiecto, sed potius immediate coniunctum termino et obiecto.

[LSA, cap. XXII, Ap 22, 17 (finalis conclusio totius libri)] Septimo loquitur ut invitator omnium ad prefatam gloriam, et hoc tam per se quam per ecclesiam et eius doctores, unde subdit (Ap 22, 17): “Et sponsus”, id est, secundum Ricardum, Christus (quidam tamen habent “Spiritus”, et quidam correctores dicunt quod sic habent antiqui et Greci, ut sic Christus tam per se quam per Spiritum suum et eius internam inspirationem ostendat se invitare), “et sponsa”, id est generalis ecclesia tam beata quam peregrinans vel contemplativa ecclesia, “dicunt: veni”, scilicet ad nuptias. Ideo enim dixit “sponsa”, ut innueret nos invitari ad gloriosam cenam nuptiarum Agni. “Et qui audit”, scilicet hanc nostram invitationem, id est qui est de hiis sufficienter doctus; vel “qui audit”, id est recte et obedienter credit et opere perficit, “dicat”, scilicet unicuique vocandorum: “veni”, scilicet ad cenam et civitatem beatam.
Deinde ipse Christus per se liberaliter invitat et offert, dicens : “Et qui sitit veniat, et qui vult accipiat aquam vite gratis”. Quia nullus cogitur nec potest venire nisi per desiderium et voluntarium consensum, ideo dicit “qui sitit et qui vult”. Idem autem est venire quod accipere “aquam vite”, id est gratiam vite refectivam et vivificam et perducentem in vitam eternam. Dicit autem “gratis”, tum quia absque omni pretio venali et exteriori datur et accipitur, tum quia prima gratia datur absque omni previo merito et tamquam principium et caus<a> meriti, ac per consequens totum premium et augmentum gratie quod per primam gratiam acquiritur gratia reputatur. Dicit etiam “gratis”, quia tota a summa caritate Christi et summe gratuita et liberali predestinatur et offertur et datur.


1.1. Danza, canto, silenzio

 

 

Dance, song, silence

   Song and dance, themes that recur in various forms in the Paradiso – a parody of Olivi’s apocalyptic exegesis – also run through the three cantos dedicated to the theological virtues.

   così, benedicendomi cantando, / tre volte cinse me [So, giving me its benediction, singing, / three times encircled me] (Par. XXIV, 151–154). The four animals or living creatures, which stand “in circuitu” around the divine throne, say “santo” three times, praising the triune and one God (Rev 4:8) and ascribe glory, honour and blessing to God (Rev 4:9). Before the throne lies the water of the sea, that is, the ocean (“pelagus”) of Scripture (Rev 4:6). The prayers represented by the bowls (“phiale”) held by the twenty-four elders rise up to God and are pleasing to him (Rev 5:8). “Tre volte il fé girar con tutte l’acque” [“Three times it made her whirl with all the waters”]: a whirlwind spins Ulysses’ ship round three times in the stormy sea never before sailed by anyone; on the fourth turn, the stern rises up and the bow sinks down, “com’altrui piacque” [“as pleased Another”] (Inf. XXVI, 139–142).
   The book that only Christ can open, sealed with seven seals, is divine foreknowledge and the predestination to restore the universe through the Son of God. In it is written all the wisdom expressed by the Father in begetting the Word. It is Scripture, and above all the Old Testament, in which the New is contained and foreshadowed beneath the prophetic veils. Ulysses, anticipating the times set by God, could not on his own, with reason alone and without faith, open the book, which closes over him like the sea: his shipwreck is the tragic version of the song of jubilation to Christ, who breaks the seals and reveals all the revelations made in the history of the Church from the beginning right up to the beatific vision of God. The playful version — which is, in fact, that of the text of the Revelation — will be sung by Saint Peter as he encircles Dante’s brow three times following the test of faith in which the poet so pleased him (Par. XXIV, 151–154).
  Three times the wise spirits who form the first circle circle round Beatrice and Dante, singing in the heaven of the Sun; then they pause in silence, like women who do not stop dancing but listen, waiting to take up the new notes (Par. X, 76–81): the silence preceding the song — which is also characteristic of Saint Peter’s singing after the poet has ceased to speak (Par. XXIV, 151–152) — corresponds to the silence that characterises the seventh seal, which concludes the second vision, followed by the beginning of the third with the resounding of the trumpets (Prologus, Notabile V). These themes are taken up again at the end of Dante’s declaration on charity (Par. XXVI, 67–69).

Canto e danza, temi che variamente ricorrono nel Paradiso parodiati sull’esegesi apocalittica oliviana, insistono anche nei tre canti dedicati alle virtù teologali.

E come cerchi in tempra d’orïuoli / si giran … differente-/ mente danzando (XXIV, 13-18). Ritorna la similitudine, già in Par. X, 139, dell’orologio, le cui ruote girano con differente velocità come le “carole”, cioè le corone dei beati, che danzano in modo differente o veloci o lente (Par. XXIV, 13-18). È da notare il tema del contemperare nell’espressione “come cerchi in tempra di orïuoli”, cui partecipa anche il “render voce a voce in tempra” da parte della “gloriosa rota” di Par. X, 145-146 e la “tempra tesa / di molte corde” di Par. XIV, 118-119.
Del quinto stato della Chiesa, condescensivo, pietoso e aperto alla vita associata delle moltitudini, è proprio il temperare, cioè il modulare la fede in modo proporzionato a ciascuna esigenza (prologo, Notabile III). Il nome della quinta chiesa d’Asia, Sardi, viene interpretato come “principio di bellezza” sia perché nei pochi rimasti integri essa consegue la singolare gloria della bellezza, essendo cosa ardua e difficile mantenersi mondi tra tanta lussuria, sia per lo zelo mostrato dai primi istitutori del quinto stato. Costoro ordinarono le diverse membra e i diversi offici dei propri collegi con una regola ispirata all’unità ma anche condiscendente in modo proporzionato alle membra stesse, conseguendo una forma di mirabile bellezza che è propria della Chiesa, la quale è come una regina ornata di una veste aurea per la carità che unisce e circondata dalla varietà nei vari doni e nelle varie grazie delle diverse membra [1].
Dalla “carola”, fra quelle che “si giran … differente- / mente danzando”, che al poeta appare più preziosa, quella degli apostoli, esce lo spirito luminoso di san Pietro che gira tre volte intorno a Beatrice “con un canto tanto divo, / che la mia fantasia nol mi ridice” (XXIV, 19-24), variazione del “et nemo poterat dicere canticum”, eccezion fatta per i compagni dell’Agnello, di Ap 14, 3. Versi da confrontare, perché tessuti sullo stesso panno, con quelli di Par. I, 5-6: “e vidi cose che ridire / né sa né può chi di là sù discende”.
Si
ritrovano (XXIV, 25-27) alcuni elementi semantici presenti ad Ap 6, 1: la forma immaginaria del libro dell’Apocalisse, il suo essere scritto, la presenza di “pieghe” da cui le immagini si mostravano a Giovanni come se uscissero vive. La penna del poeta è incapace di descrivere quel canto, “ché l’imagine nostra a cotai pieghe, / non che ’l parlare, è troppo color vivo”. La variazione poetica è fra le più lontane dal tema originario. Si può tuttavia notare che, pur con i temi rovesciati nel significato e con diversa appropriazione, permane nei due testi il contrasto tra la forma immaginaria e la realtà viva, sensibile: come il libro era immaginario e non reale, e le immagini dei cavalli e dei cavalieri che uscivano dalle pieghe erano anch’esse immaginarie come se fossero vive, così l’“imagine nostra”, cioè la nostra fantasia (e conseguentemente il parlare, che ha limiti ancor più ristretti) è “troppo color vivo” (cioè troppo sensibile) rispetto “a cotai pieghe”, cioè a tali sfumature (che costituiscono la parte interna del libro, quella più spirituale). Fin dall’esegesi del primo capitolo, Olivi ha posto la questione del rapporto tra la visione intellettuale di Giovanni e le similitudini corporee, di cui necessita per essere compresa ed espressa: in questa vita non si verificano visioni dell’intelletto che non facciano uso di tali similitudini.

così, benedicendomi cantando, / tre volte cinse me (XXIV, 151-154). I quattro animali o esseri viventi, che stanno “in circuitu” attorno alla sede divina, dicono tre volte “santo”, lodando Dio trino e uno (Ap 4, 8) e assegnano a Dio gloria, onore e benedizione (Ap 4, 9). Davanti al trono sta l’acqua del mare, cioè il pelago della Scrittura (Ap 4, 6). Le preghiere rappresentate dalle coppe in mano ai ventiquattro seniori si levano su verso Dio e a lui piacciono (Ap 5, 8). “Tre volte il fé girar con tutte l’acque”: un turbine fa girare la nave di Ulisse tre volte nel tempestoso mare mai da alcuno solcato, alla quarta la poppa si leva in su e la prora va in basso, “com’altrui piacque” (Inf. XXVI, 139-142).
Il libro che solo Cristo può aprire, chiuso da sette sigilli, è la prescienza divina e la predestinazione a riparare l’universo per mezzo del Figlio di Dio. In esso si trova scritta tutta la sapienza espressa dal Padre nel generare il Verbo. È la Scrittura, e soprattutto il Vecchio Testamento, nel quale il Nuovo è racchiuso e prefigurato sotto i veli profetici. Ulisse, anticipando i tempi stabiliti da Dio, non poteva da solo, con la ragione senza la fede, aprire il libro, che si richiude come il mare sopra di lui: il suo naufragio è la versione tragica del canto di giubilo a Cristo che apre i sigilli e rivela tutte le illuminazioni fatte nella storia della Chiesa dall’inizio fino alla visione beatifica di Dio. La versione giocosa, che è poi quella del testo dell’Apocalisse, verrà cantata da san Pietro nel girare tre volte la fronte a Dante dopo l’esame sulla fede nel quale il poeta gli è tanto piaciuto (Par. XXIV, 151-154) [2].
Tre volte girano cantando intorno a Beatrice e a Dante, nel cielo del Sole, gli spiriti sapienti che formano la prima corona; poi si arrestano taciti, come donne che non sospendono la danza ma ascoltano in attesa di raccogliere le nuove note (Par. X, 76-81): il silenzio precedente il canto, proprio anche del cantare di san Pietro dopo che il poeta ha cessato di parlare (XXIV, 151-152), corrisponde al silenzio che caratterizza il settimo sigillo, con il quale si conclude la seconda visione, cui fa seguito l’inizio della terza con lo sgorgare del canto delle trombe (prologo, Notabile V). I temi vengono ripresi al termine della professione di Dante sulla carità (XXVI, 67-69).

Tab. II

Aen. I, 92-96, 113-117

Extemplo Aeneae solvontur frigore membra;
ingemit et duplicis tendens ad sidera palmas
talia voce refert: «O terque quaterque beati,
quis ante ora patrum Troiae sub moenibus altis
contigit oppetere! ……………………………………»
Unam, quae Lycios fidumque vehebat Oronten,
ipsius ante oculos ingens a vertice pontus
in puppim ferit: excutitur pronusque magister
volvitur in caput; ast illam ter fluctus ibidem
torquet agens circum et rapidus vorat aequore vertex.

Purg. VII, 1-3: Mad Rb tre o quattro volte

Poscia che l’accoglienze oneste e liete
furo iterate tre e quattro volte,
Sordel si trasse, e disse: “Voi, chi siete?”.

Purg
. XXXIII, 1-3

Deus, venerunt gentes’, alternando
or tre or quattro dolce salmodia,
le donne incominciaro, e lagrimando

[LSA, cap. IV, Ap 4, 8-10 (IIa visio, radix)] Dicunt (quattuor animalia) autem tersanctussubdendo in singulari “Dominus Deus”, tamquam laudantes Deum trinum et unum. Sicut autem prima petitio quam docuit nos petere Christus est “sanctificetur nomen tuum”, sic summus actus laudis Dei est affectualiter et iubilatorie dicere “sanctus” et cetera. Nulla enim perfectio in Deo vel in nobis consideratur ut summe perfecta nisi consideretur ut virtuosa et sancta, quod in Deo prehabundat in tantum ut tota sua essentia sit virtus et sanctitas, vel equitas et caritas et e contrario. Nota etiam quod dicendo “sanctus” non solum ascribunt sanc-titatem essentialem, sed etiam omnem aliam sibi tamquam summe cause ascribunt.
“Et cum darent illa quattuor animalia gloriam et honorem et benedictionem sedenti super tronum, viventi in secula seculorum, proc<i>debant viginti quattuor seniores ante sedentem in trono” (Ap 4, 9-10). Supradictam laudem vocat dare Deo “gloriam”, <quia> ascribit Deo suam essentialem gloriam qua est in se essentialiter beatus et gloriosus. Dat etiam “honorem”, quia est actus quo Deus a laudantibus honoratur et quo se subiciunt ei tamquam summe reverendo et tamquam Deo suo summe ab eis honorando. Dat etiambenedictionem”, quia optat Deo et ascribit omnia bona. Potest etiam dici quod per tria predicta significat idem, sed sic ingeminat ea ad plenius exprimendum et magnificandum affectum laudantium et actum sue laudis et precellentiam Dei laudati.

[LSA, cap. XVI, Ap 16, 1 (Va visio, radix)] Quartum radicale est divina iussio seu inspiratio unumquemque ministrorum divini iudicii actualiter movens et applicans ad exsequendum officium suum, quia non debent ad hoc propria voluntate seu animositate moveri, sed explendo Dei beneplacitum et mandatum. Unde subdit: “Et audivi vocem magnam dicentem septem angelis: Ite et effundite septem phialas ire Dei in terram”, id est in terrenos et inferiores.

[LSA, cap. V, Ap 5, 9 (IIa visio, radix)] Et ideo tertius vel, secundum Ricardum, quartus actus est decantatio laudis*. Unde subditur (Ap 5, 9): “Et cantabant canticum novum”. Novum quidem, tum quia omnia que de Christo cantantur sunt nova, est enim novus homo et nova eius lex et vita et familia et gloria; tum quia numquam veterascit nec est de aliquo veteri et caduco et cito interituro, sed de eternis aut ad eternitatem ordinatis; tum quia renovat et in novitate divina conservat suos cantatores.

* In Ap II, iii (PL 196, coll. 757D – 758A).

[LSA, cap. V, Ap 5, 8 (IIa visio, radix)] Phiale <igitur> iste sunt corda sanctorum per sapientiam lucida, per caritatem dilatata, et per contem-plationem splendidam et flammeam aurea, et per devotarum orationum redundantiam odoramentis plena. Sicut enim odoramenta per ignem elicata sursum ascendunt totamque domum replent suo odore, sic devote orationes ad Dei presentiam ascendunt et pertingunt, eique suavissime placent et etiam toti curie celesti et subcelesti. Sicut <etiam> diffusio odoris spiratur invisibiliter ab odoramentis, sic devote affectiones orantium spirantur invisibiliter et latissime diffunduntur ad varias rationes dilecti et ad varias rationes sancti amoris, prout patet ex multiformi varietate sanctorum affectuum qui exprimuntur et exer-centur in psalmis. Patet autem, secundum modum Ricardi, quare citharas premisit ante phialas, quia activa communiter precedit contemplativam. Sequendo etiam alterum modum, premittit conve-nienter citharas, quia nisi corde virtutum sint in cithara mentis disposite prout congruit laudi Dei, non potest haberi phiala cordis plena devotis desideriis et suspiriis et meditationibus ignitis et odoriferis, sicut nec iubilatio laudis potest perfecte exerceri nisi preeat plenitudo odoramen-torum.

Inf. XXVI, 136-142

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’ altrui piacque,
infin che ’l mar fu sovra noi richiuso.

Par. X, 76-81

Poi, sì cantando, quelli ardenti soli
si fuor girati intorno a noi tre volte,
come stelle vicine a’ fermi poli,
donne mi parver, non da ballo sciolte,
ma che s’arrestin tacite, ascoltando
fin che le nove note hanno ricolte.

Par. XXIX, 16-18

in sua etternità di tempo fore,
fuor d’ogne altro comprender, come i piacque,
s’aperse in nuovi amor l’etterno amore.

Par. XXIV, 148-154

Come ’l segnor ch’ascolta quel che i piace,
da indi abbraccia il servo, gratulando
per la novella, tosto ch’el si tace;
così, benedicendomi cantando,
tre volte cinse me, sì com’ io tacqui,
l’appostolico lume al cui comando
io avea detto: sì nel dir li piacqui!

Par. XXVI, 67-69

Sì com’ io tacqui, un dolcissimo canto
risonò per lo cielo, e la mia donna
dicea con li altri: “Santo, santo, santo!”.

Purg. XXX, 82-84

Ella si tacque; e li angeli cantaro
di sùbitoIn te, Domine, speravi’;
ma oltre ‘pedes meos’ non passaro.

[LSA, prologus, Notabile V] Item finis secunde visionis est quod aperto septimo sigillo “factum est silentium in celo quasi media hora” (Ap 8, 1), et tunc immediate subditur initium tertie visionis, scilicet: “Vidi septem angelos, et date sunt illis septem tube” (Ap 8, 2), ac si post silentium medie hore premissum prosiliret cantus septem tubarum, et certe de archano contemplationis silentio prosiliit perfecta et alta predicatio divinorum.

 E prima, appresso al fin d’este parole, / ‘Sperent in te’ di sopr’ a noi s’ udì; / a che rispuoser tutte le carole (XXV, 97-99). Ad Ap 19, 6, nella descrizione del festivo gaudio per le nozze di Cristo con la Chiesa dopo la sconfitta dell’Anticristo – il canto di alleluia, assimilato a quello cantato nella solennità delle Palme, per celebrare l’ingresso di Cristo in Gerusalemme – è interpretato come “voce di molte acque”. Olivi riporta l’opinione di Gioacchino da Fiore, secondo il quale “inchoante hanc laudem aliquo magno sancto, quasi magna tuba Dei, statim resonabit laus in ore multorum”. La tematica è presente quando, prima dell’apparizione di Beatrice nell’Eden, uno dei seniori, “quasi da ciel messo”, grida tre volte “Veni, sponsa, de Libano” (Cantico dei Cantici, 4, 8), seguito da tutti gli altri, e nella successiva similitudine degli angeli, che si levano sul carro “ad vocem tanti senis”, con i beati che “al novissimo bando / surgeran presti ognun di sua caverna, / la revestita voce alleluiando” (Purg. XXX, 1-21). La si ritrova, ancora, nel sigillarsi della melodia cantata dall’amore angelico” per cui “tutti li altri lumi / facean sonare il nome di Maria” (Par. XXIII, 109-111), e nel rispondere di “tutte le carole” all’alto preconio della speranza che si ode a conclusione del parlare del poeta di fronte a san Giacomo.

E come surge e va ed entra in ballo / vergine lieta (XXV, 103-111). San Giovanni entra in scena parodiando altri motivi che nell’esegesi apocalittica denotano danza e canto, per quanto la metamorfosi poetica volga in positivo una tematica negativa. Ad Ap 18, 22-23 (sesta visione) viene mostrato come Babylon, la Chiesa carnale, verrà privata in eterno di ogni canto di gioia, di ogni gaudio e di ogni opera o artificio utile o ricercato e della gioiosa luce e delle nozze, per cui si dice che non si udrà più in essa la “voce della mola”, che designa il grano o una qualche utilità, e la “voce di sposo e sposa”, che designa la letizia delle nozze. Ad Ap 9, 9 (terza visione, quinta tromba) la “voce delle ruote” costituisce la settima proprietà delle locuste, le cui sentenze, che queste presumono altissime e volanti sopra le altre, formano come il suono di ruote e di eserciti tumultuosi o di carri che corrono in guerra contro ogni sentenza contraria, per quanto vera. Lieta, canto, rota, sposa: i lemmi che fregiano la veste dell’Evangelista hanno già segnato i santi cerchi dei beati nei cieli di Venere, del Sole, di Marte, di Saturno (è da respingere, al v. 109 – “Misesi lì nel canto e ne la rota-, la variante nota, sia per il contesto semantico parodiato come per il fatto che sarebbe ripetizione di canto, escludendo il danzare).
La vergine danza “
sol per fare onore / a la novizia, non per alcun fallo”: san Giovanni si comporta come quei santi perfetti del quinto stato della Chiesa che condiscendono solo per la carità e l’utilità degli infermi senza per questo macchiarsi di impurità (Ap 3, 5). Si tratta di temi come di consueto variati altrove, da ultimo con il discendere di Pier Damiani a Par. XXI, 64-66.
San Giovanni si unisce a Pietro e a Giacomo “
nel canto e ne la rota; / e la mia donna in lor tenea l’aspetto”, come i compagni dell’Agnello “semper dirigunt et tenent suum aspectum in ipsum” (Ap 14, 4).

Tab. III

LSA, cap. III, Ap 3, 5 (Ia visio, Va victoria)] Quinta (victoria) est victoriosus descensus ad opera condescensionis et pietatis, qui tunc est victoriosus quando nichil sordis vel imperfectionis accipit ex consortio infirmorum quibus condescendit nec ex sua condescensione, immo inter carnales et laxos et immundos vivit sic immaculate et sancte ac si esset in solitudine vel inter austerrimos et perfectos, quod quidem patet tunc arduissimum tam in puritate quam in pietate misericordi et competit perfectis patribus quinti status, quibus et competit premium de quo in quinta ecclesia dicitur: “Qui vicerit”, scilicet sicut illi pauci qui non inquinaverunt vestes suas inter immundos, “sic vestietur vestimentis albis”, scilicet sicut illi (Ap 3, 5). Nam de illis premisit: “Ambulabunt mecum in albis” (Ap 3, 4). Per que intelligitur gloria singularis <decoris> correspondens merito predicte munditie. “Et non delebo nomen eius de libro vite, et confitebor nomen eius coram Patre meo et coram angelis eius”. Duplici ex causa hoc premium appropriat talibus. […]
Super quo nota quod deleri de libro vite non ponit in Deo aliquam mutationem vel corruptionem, sed solum ex parte obiecti. Quidam enim sunt ibi scripti secundum presentem iustitiam suam, per quam sunt digni vita eterna et a Deo ordinati ad illam, ita quod si non caderent a gratia infallibiliter assequerentur illam. Pro quanto autem per casum ab illa deletur hec ordinatio, pro tanto dicuntur deleri de libro vite; et per contrarium quanto magis crescunt et perseverant in gratia, tanto magis dicuntur scribi in libro vite.

Inf. VII, 103-105; VIII, 19-21, 25

L’acqua era buia assai più che persa;
e noi, in compagnia de l’onde bige,
intrammo giù per una via diversa.

“Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto”,
disse lo mio segnore, “a questa volta:
più non ci avrai che sol passando il loto”. ……
Lo duca mio discese ne la barca ……

Par. XXI, 64-66

Giù per li gradi de la scala santa
discesi tanto sol per farti festa
col dire e con la luce che mi ammanta

 

Par. XXV, 103-108

E come surge e va ed entra in ballo
vergine lieta, sol per fare onore
a la novizia, non per alcun fallo,
così vid’ io lo schiarato splendore
venire a’ due che si volgieno a nota
qual conveniesi al loro ardente amore.

 

[LSA, prologus, Notabile VII] Prima est quia licet condescensio quinti status in infirmis, pro quibus fit, sit imperfectior, in sanctis tamen, arduas perfectiones priorum statuum in habitu mentis tenentibus et ex sola caritate et infirmorum utilitate condescendentibus, est ipsa condescensio ad perfec-tionis augmentum, prout patet in Christo infirmis condescendente. Unde et Ade subtracta est fortis costa ad formationem Eve, “et replevit” Deus “carnem pro ea” (Gn 2, 21), id est pietatem conde-scensionis pro robore solitarie austeritatis.

Par. XVI, 10-15

Dal ‘voi’ che prima a Roma s’offerie,
in che la sua famiglia men persevra,
ricominciaron le parole mie;
onde Beatrice, ch’era un poco scevra,
ridendo, parve quella che tossio
al primo fallo scritto di Ginevra.

[1] Variazioni su temi del quinto stato sono l’espressione a chi pon mente (XXIV, 14), dalla quinta chiesa d’Asia (Ap 3, 3), come pure notai (v. 19; Ap 3, 4). Il verbo salta (v. 25), come a XXIII, 62, appropria alla poesia dell’autore l’incapacità di volare alto tipico delle locuste apocalittiche (Ap 9, 3).

[2] A XXIV, 112-114 – “Finito questo, l’alta corte santa / risonò per le spere un ‘Dio laudamo’ / ne la melode che là sù si canta” – l’espressione finito questo sembra parodia di “Et cum finierint testimonium suum” (Ap 11, 7), relativo ai due testimoni, Enoc ed Elia (la terzina è posta a conclusione della testimonianza di Dante sulla fede). Costoro vengono vinti in apparenza dalla bestia per poi risorgere; la fede fece sì che san Pietro vincesse ver’ lo sepulcro più giovani piedi” (vv. 124-126; cfr. anche Inf. III, 130, 135).

1.2. Spirare d’amor santo

 

Breathe of Holy Love

  O santa suora mia che sì ne prieghe / divota [O holy sister mine, who us implorest / with such devotion] (Par. XXIV, 28–33). In Rev 5:8, the golden, flaming bowls (“phiale”), which the twenty-four elders (angels or holy men) offer whilst prostrate before the Lamb, brimming with fragrances that spread forth as the scents “ad varias rationes dilecti et ad varias rationes sancti amoris”, signify the prayers of the saints, breathing of devout affections and the desires of the heart, with minds already disposed to the praise of God. The sign-words — that is, the semantic elements that refer to this exegetical passage — compose a veritable symphony of sacred love, which the poet freely unfolds by combining its motifs in various ways.
   It is not uncommon for the presence of these sacred markers to coincide numerically in different verses or tercets: see line 82 of Par. XXIV and XXV – the former referring to Saint Peter and the latter to Saint James – or lines 142–144 of Par. VII and X – both cantos comprising 148 lines – or again lines 124–129 of Par. II and XXXI. Thus, the first tercet in which the ‘angelic love’ descending into the eighth heaven is mentioned (Par. XXIII) coincides numerically (lines 103–105) with another tercet in which, in the Empyrean, Dante asks Saint Bernard about the archangel Gabriel (Par. XXXII). This phenomenon is indicative of the poet’s constant engagement with Latin exegesis, and is probably also the result of that mysticism of numbers described by Singleton (‘The Poet’s Number at the Centre’, MLN, Vol. 80, No 1. Italian Issue (1965), pp. 1-10: 10), which is also evident in other parts of the exegesis.
   The light of Saint Peter addresses Beatrice with the themes of the vials from Rev 5:8 (Par. XXIV, 28–33), whereby the devout affections of those at prayer (“O santa suora mia che sì ne prieghe / divota, per lo tuo ardente affetto”) flow and spread far and wide to the various aspects of the beloved’s being and to the various forms of holy love (“il foco benedetto / a la mia donna dirizzò lo spiro”, where the motif of love, unlike elsewhere, is implied). The breath of love, that which derives from the Holy Spirit, is characteristic of Saint Peter: “quella luce onde spirava” (line 54), “così spirò quello amore acceso” (line 82). It belongs to God, che tutto ’l ciel move, / non moto, con amore e con disio” (lines 131–132; the theme of the breath is omitted). It is the prerogative of St John: “de la fulgida fiamma … uscì un spiro” (XXVI, 2–3).

O santa suora mia che sì ne prieghe / divota (XXIV, 28-33). Ad Ap 5, 8 le coppe auree e fiammeggianti (“phiale”), che i ventiquattro seniori (angeli o santi uomini) offrono prostrati dinanzi all’Agnello, ricolme di profumi che si diffondono come gli odori “ad varias rationes dilecti et ad varias rationes sancti amoris”, designano le preghiere dei santi, spirano di devoti affetti e di desideri dei cuori, con menti già disposte alla lode di Dio. Le parole-segni, cioè gli elementi semantici che rinviano a questo luogo esegetico, compongono una vera sinfonia dell’amor sacro che il poeta con libertà diffonde variamente combinandone i motivi.
Non è infrequente che la presenza di questi sacri marcatori coincida numericamente in versi o in terzine diverse: si veda al verso 82 di Par. XXIV e XXV – riferiti il primo a san Pietro e il secondo a san Giacomo -, oppure ai versi 142-144 di Par. VII e X – entrambi i canti sono di 148 versi -, o ancora ai versi 124-129 di Par. II e XXXI. Così la prima terzina in cui parla l’“amore angelico” che scende nell’ottavo cielo (Par. XXIII) coincide nel numero (vv. 103-105) con altra terzina in cui, nell’Empireo, Dante domanda a san Bernardo dell’arcangelo Gabriele (Par. XXXII). Un fenomeno indice del costante lavorio del poeta sull’esegesi latina, e probabilmente frutto anche di quella mistica dei numeri di cui scrisse Singleton (Il numero del poeta al centro, in La poesia della Divina Commedia, trad. it., Bologna 1978, pp. 451-462), che si verifica anche per altre parti di esegesi.
La luce di san Pietro si rivolge a Beatrice con i temi delle fiale da Ap 5, 8 (Par. XXIV, 28-33), per cui i devoti affetti degli oranti (“O santa suora mia che sì ne prieghe / divota, per lo tuo ardente affetto”) spirano e si diffondono distesamente ai vari modi di essere dell’amato e alle varie forme del santo amore (“il foco benedetto / a la mia donna dirizzò lo spiro”, dove il motivo dell’amore, a differenza che altrove, è sottaciuto). Lo spirare d’amore, quello che deriva dallo Spirito santo, è proprio di san Pietro: “quella luce onde spirava” (v. 54), “così spirò quello amore acceso” (v. 82). Appartiene a Dio, “che tutto ’l ciel move, / non moto, con amore e con disio” (vv. 131-132; tace il tema dello spirare). È prerogativa di san Giovanni: “de la fulgida fiamma … uscì un spiro” (XXVI, 2-3).
L’affetto si spande non solo fra san Pietro e Beatrice, ma pure fra gli stessi apostoli. San Giacomo si colloca accanto a san Pietro
“sì come quando il colombo si pone / presso al compagno, l’uno a l’altro pande, / girando e mormorando, l’affezione … laudando il cibo che là sù li prande” (XXV, 19-24). Il devoto affetto della santa vita, il cibo pastorale che rifocilla, sono tipici dei contemplativi del quarto stato o periodo della Chiesa ma anche habitus, modi di essere in ogni momento dell’individuo. L’affetto del quarto stato concorre, quasi con reciproco ossequio, con l’intelletto razionale proprio del terzo precedente periodo, quando i dottori confutarono le eresie con la spada della ragione (prologo, Notabile X).
Spirare d’amore, affetto devoto, desiderio, reciproco congratularsi sono dunque i temi principali, tratti dal panno con cui è fatta la veste dei personaggi, nei canti concernenti l’esame dell’autore sulle tre virtù teologali, in particolare il primo, quello sulla fede. Temi che fasciano quanto di scolastico vi appare, nel rapporto tra docenti e discente.

Tab. IV

[LSA, prologus, Notabile X] Ideo autem quartus status concurrit eodem tempore cum tertio, quia sicut affectus exigit notitiam intellectus, nec ista notitia est sancta absque sancto affectu, sic affectualis exercitatio et contemplatio anachoritarum et sanctorum illitteratorum eguit preclaro lumine doctorum, nec illud preclarum esse potuit absque precellentia vite. Unde ad mutuum obsequium et ad meridiem universi orbis tunc ad fidem conversi simul clarificandam et inflammandam debuerunt illi duo status concurrere simul. Sicut autem notitia preit amorem, quia non potest amari nisi cognitum, sic status doctorum in hoc libro premittitur ante statum anachoritarum; in quarta tamen visione ostenduntur simul concurrere, ubi dicitur quod “date sunt mulieri due ale aquile magne ut volaret in desertum” (Ap 12, 14). Quod autem de facto insimul concurrant, patet ex cronicis.

[Notabile III] De tertio (dono) etiam patet. Nam magistralis tuba seu expositio intendit fidei et eius scientie seminande (I), et deinde radicande seu roborande (II), deinde explicande (III), deinde amplexande (IV), deinde contemperande, unicui-que scilicet secundum suam proportionem (V); intendit etiam finaliter eam imprimere et sigillare (VI) et tandem glorificare seu glorificatam exhibere (VII). Et patet correspondentia primi ad primum statum et secundi ad secundum et sic de aliis.

[Notabile III] Patet enim hoc de primo dono. Nam pastoralis cura insistit primo ovium propagationi (I). Secundo earum defensioni ab imbribus et lupis et consimilibus (II). Tertio earum directioni seu deductioni ad exteriora (III). Quarto earum pascuali refectioni (IV). Quinto morborum et morbidarum medicinali extirpationi (V). Sexto ipsa-rum plene reformationi (VI). Septimo ipsarum in suum ovile reductioni et recollectioni (VII). Constat autem quod propagatio appropriatur prime planta-tioni ecclesie sub apostolis (I), defensio vero militari pugne martirum (II), directio vero eruditioni docto-rum (III), refectio autem studiose et refective devo-tioni anachoritarum (IV), et sic de aliis.

[Notabile XIII] Refectio vero eucharistie congruit devotioni anachoritarum.

Par. XXII, 52-55

E io a lui: “L’affetto che dimostri
meco parlando, e la buona sembianza
ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri,
così m’ha dilatata mia fidanza

 

 

Par. XXV, 19-25, 29

Sì come quando il colombo si pone
presso al compagno, l’uno a l’altro pande,
girando e mormorando, l’affezione;
così vid’ ïo l’un da l’altro grande
principe glorïoso essere accolto,
laudando il cibo che là sù li prande.
Ma poi che ’l gratular si fu assolto

Inclita vita per cui la larghezza ……

 

1.3. La discesa della Gerusalemme superna

La Gerusalemme celeste è discesa dall’Empireo al cielo Stellato. Ivi il poeta ha visto “le schiere / del trïunfo di Cristo”, non ha potuto sostenere la “lucente sustanza tanto chiara” del Figlio di Dio, ha però guardato nel volto sorridente di Beatrice – un’ardua visione rimasta in oblio al momento di scriverla -, si è infine rivolto a “la rosa in che ’l verbo divino / carne si fece”, ascoltando l’alto preconio di Maria cantato dall’amore angelico” e confermato da “tutti li altri lumi”. Risaliti all’Empireo Cristo e sua Madre, sulla scena restano i beati, fra i quali vengono in primo piano i tre apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni.
La Gerusalemme celeste – come descritta nella settima visione dell’Apocalisse e illustrata dall’esegesi di Olivi – è la Chiesa dei contemplativi, cioè dei beati; ma anche la Chiesa peregrinante e militante in terra ne può ben pregustare la pace. La vittoria del sesto stato, cioè degli uomini che in terra, nei tempi moderni, combattono contro Babylon – la Chiesa carnale – affinché si instauri un “novum saeculum”, consiste nell’avere iscritto nella mente il nuovo nome della Gerusalemme che discende dal cielo in terra, e che è detta essere visione di pace (Ap 3, 12). Di essa maggior gusto si potrà provare nel successivo settimo ed ultimo stato.
Nel cielo Stellato si incontrano, a metà strada tra l’Empireo e “l’aiuola che ci fa tanto feroci”, la Chiesa trionfante e quella militante, quest’ultima rappresentata dal pellegrino Dante:
“La Chiesa militante alcun figliuolo / non ha con più speranza”, dice Beatrice presentando l’amico a san Giacomo. A lui infatti è ‘concesso’ per grazia di vedere i troni del trionfo eterno prima di abbandonare il militare terreno (Par. V, 115-117) e di venire d’Egitto in Gerusalemme (Par. XXV, 55-57). Il verbo concedere è pregno di significato: a Dante, che viaggia “al servigio dell’Altissimo”, è infatti appropriato il tema della singolare grazia concessa da Dio a Cristo, del quale il poeta è fedele imitatore, perché riveli quel che è arcano e incomprensibile.
Non solo: se tre apostoli si sono degnati di lasciare i loro scranni nell’Empireo, lo hanno fatto per cooptare un quasi-apostolo. All’esiliato san Giovanni, nella visione che ebbe a Patmos, fu detto di profetizzare ancora nel mondo, dopo gli apostoli:
“Et dixit michi: Oportet te iterum prophetare in gentibus et populis et linguis et regibus multis” (Ap 10, 11). Dante, alter Iohannes, evangelista degli ultimi tempi – già “sesto tra cotanto senno” in compagnia dei sommi poeti del Limbo (Inf. IV, 100-102) -, ha già ricevuto da Cacciaguida, nel cielo di Marte, l’ingiunzione di predicare al mondo col rendere manifesto quanto gli è stato mostrato nel corso del viaggio e che egli ha notato nel suo poema sacro, nuova Apocalisse. Ora l’ingiunzione gli viene confermata da san Pietro: “e tu, figliuol, che per lo mortal pondo / ancor giù tornerai, apri la bocca, / e non asconder quel ch’io non ascondo” (Par. XXVII, 64-66). Il principe degli apostoli, nel rivolgersi a Dante, usa quell’avverbio ancor che se è riferito all’essere il poeta un mortale che deve di nuovo tornare sulla terra, ripete l’iterum un tempo detto dall’angelo a Giovanni e ora al suo emulo perché predichino ancora, dopo gli apostoli, a tutto il mondo quanto scritto nel libro loro aperto e consegnato, da essi divorato con dolore e con dolcezza.
La città ideale – la santa Gerusalemme celeste -, anche se descritta con similitudini materiali – fosse, muro, porte, case, piazza, angoli, misure dei lati, pietre preziose, fiume, rive, albero, frutti -, viene applicata agli individui, che partecipano così (in consonanza o dissonanza) delle sue divine qualità.
Le fondamenta della città sono ornate con dodici pietre preziose: diaspro, zaffiro, calcedonio, smeraldo, sardonice, cornalina, crisòlito, berillo, topazio, crisopazio, giacinto, ametista (Ap 21, 19-20). Queste gemme sono virtù. Nel “poema sacro” si impersonano nei beati, come nella “luculenta e cara gioia” (Folchetto da Marsiglia, Par. IX, 37) o nelle “molte gioie care e belle” dei solari spiriti sapienti, tanto ineffabili che si trovano solo nella “corte del cielo” e da essa non si possono sottrarre (Par. X, 70-72).
Oppure può trattarsi effettivamente di virtù, come nel caso della fede – “
che l’esser loro v’è in sola credenza, / sopra la qual si fonda l’alta spene … questa cara gioia / sopra la quale ogne virtù si fonda” (corrisponde al verde diaspro, prima pietra fondante; cfr. i passi simmetrici di Ap 4, 3 per la sede divina e 21, 11 per la luce della città) -, dal poeta professata a san Pietro (Par. XXIV, 73-74, 89-91.
«Fundamentum primum iaspis …” (Ap 21, 19)  murus est ex lapide propter solidam virtutem sanctorum, et “ex lapide iaspide” propter virorem vive fidei» (21, 12): a XXIV, 74 – “sopra la qual si fonda l’alta spene” – la variante si ferma, pur ammissibile, indebolirebbe il valore fondante di ogni virtù proprio della fede, né per questo sarebbe anticipo del v. 90, dove pure di virtù fondata sulla fede si tratta.
San Pietro stesso si fa notare, fra i lumi danzanti, per “più carezza” (v. 19), cioè per maggiore preziosità; è pertanto da escludere la variante bellezza.
Può trattarsi di una vera “gemma”, come quella con cui la Pia fu “’nnanellata pria / disposando”, in un contesto che registra altri temi della città chiamata, ad Ap 21, 2, “sposa” (Purg. V, 130-136; cfr. Ap 3, 12).
La città superna, nei suoi quattro lati, ha ugual misura in lunghezza, larghezza e altezza (Ap 21, 16); le sorrise parole rivolte da Beatrice a san Giacomo menzionano la larghezza (l’amore) e l’altezza (la speranza, virtù per antonomasia dell’interlocutore; Par. XXV, 25-33; i motivi, portati dalla correlativa quantotanto, ritornano a XXVI, 28-30). Mentre s’affisse, si scrisse, la figuri (vv. 26, 30, 32) fanno segno di Ap 3, 12 (stare fisso come una colonna nel tempio, con il divino iscritto nell’animo, tutto configurato a Cristo), il ridere della donna rende lo “splendor faciei” di Cristo di Ap 1, 16; il volto del poeta vinto dal fiammeggiare dei tre apostoli rinvia all’ex intolerabili superexcessu obiecti del versetto successivo.
Al v. 33 – “tu sai, che tante fiate la figuri, /
quante Iesù ai tre fé più carezza” – è da rilevare la variante chiarezza, che rinvia anch’essa ad Ap 1, 16. Gesù fece più chiarezza ai tre apostoli nella trasfigurazione: “sue claritatis … plus incomparabiliter lucet … In cuius signum Christus post sex dies transfiguratus est in monte in faciem solis”, senso di gran lunga più perspicuo della ‘familiarità’ verso di essi con la quale verrebbe interpretata carezza. Si tratta di un esempio nel quale il confronto con la Lectura dà esiti diversi dai consueti canoni editoriali. Altro è la tradizione manoscritta fondata su testimoni successivi al completamento dell’opera, altro è disporre di un testo costantemente elaborato nel corso della sua redazione. Questo testo (la Lectura super Apocalipsim di Olivi) non sostituisce ovviamente lo studio critico dei testimoni, ma, poiché il rapporto tra ipertesto e ipotesto si fonda su precise norme, in alcuni punti controversi può arrecare nuove soluzioni.
Da notare che le variazioni su Ap 1, 16-17 si verificano in terzine parzialmente corrispondenti nel numero a Par. XVI, 28-33 (10a-11a), XXIII, 28-36 (10a-12a) e XXV, 25-33 (9a-11a).
Alle porte della Gerusalemme celeste, per le quali gli infedeli entrarono nella fede (Ap 21, 12), sono assimilati gli occhi di Beatrice (
XXVI, 14-15); alle due rive del fiume di acqua viva che scorre nel mezzo della città (Ap 22, 1-2) rinvia la rima viva/rima ai vv. 61/63. La luce della città è simile al cristallo, in essa non vi è mai notte (Ap 21, 11.24-25): le prerogative vengono trasferite su san Giovanni, lume che, se la costellazione del Cancro fosse tanto chiara, in inverno ci sarebbe un mese senza notte (XXV, 100-102).

Tab. V

[LSA, cap. XXI, Ap 21, 11 (VIIa visio)] Formam (civitatis) autem tangit tam quoad eius splendorem quam quoad partium eius dispositionem et dimensionem, unde subdit: “a Deo habentem claritatem Dei” (Ap 21, 10-11). “Dei” dicit, quia est similis increate luci Dei tamquam imago et participatio eius. Dicit etiam “a Deo”, quia ab ipso datur et efficitur. Sicut enim ferrum in igne et sub igne et ab igne caloratur et ignis speciem sumit, non autem a se, sic et sancta ecclesia accipit a Deo “claritatem”, id est preclaram et gloriosam formam et imaginem Dei, quam et figuraliter specificat subdens: “Et lumen eius simile lapidi pretioso, tamquam lapidi iaspidis, sicut cristallum”. Lux gemmarum est eis firmissime et quasi indelebiliter incorporata, et est speculariter seu instar speculi polita et variis coloribus venustata et visui plurimum gratiosa. Iaspis vero est coloris viridis; color vero seu claritas cristalli est quasi similis lune seu aque congelate et perspicue. Sic etiam lux glorie et gratie est sensibus cordis intime et solide incorporata et variis virtutum coloribus adornata et divina munde et polite et speculariter representans et omnium virtutum temperie virens. Est etiam perspicua et transparens non cum fluxibili vanitate, sed cum solida et humili veritate. Obscuritas enim lune humilitatem celestium mentium designat.

[Ap 21, 24-25] “Et ambulabunt gentes in lumine eius” et cetera (Ap 21, 24). Simile huius partis et precedentis habes Isaie LX°. Per “gentes” autem et “reges” earum intelligit totam universitatem electorum de gentibus et earum regibus, que existens in gloria in predicto lumine ambulabit, id est diriget et faciet actus suos beatos, et totam gloriam, quam a Deo acceperunt, reddent et offerent Deo et etiam toti sancte civitati beatorum tamquam matri et cooperatrici et comministre meriti eorum et adductioni<s> eorum ad gratiam et gloriam Dei. Possunt etiam per reges intelligi spiritales prelati. “Et porte eius non claudentur per diem” (Ap 21, 25), quasi dicat: nec timore hostium nec invidia aut avaritia vel quocumque privato amore vel ob culpam alicuius civium claudentur, immo omnia erunt patula et aperta beatis. Hic enim clauduntur quando vel predicatio iuste subtrahitur, vel aliquis pro culpa sua ab introitu ecclesie arcetur.
Quare autem non dixerit portas eius per noctem non claudi, sicut ait eas non claudi per diem, ipse declarat dicens: “Nox enim non erit illic”, id est nullus defectus lucis vel gaudii vel alicuius boni nec aliqua adversitas.

Par. XXV, 100-102

Poscia tra esse un lume si schiarì
sì che, se ’l Cancro avesse un tal cristallo,
l’inverno avrebbe un mese d’un sol dì.

 2. La “signatio” apostolica della Chiesa militante

 

The apostolic ‘signatio’ of the Church Militant

   The angel of the sixth seal (Rev 7:2) removes the barrier placed by the four angels who prevent the preaching (7:1), after which the mark is placed on the foreheads — not ashamed but freely magnanimous — of God’s chosen friends, defenders of the faith even unto martyrdom, known to Him by name and enrolled in the highest order of barons, decurions and knights, which is distinguished from the common rank of foot soldiers (7:3–4). This exegesis, in which the sixth period (status) of the Church corresponds to the final six years of the Temple’s construction following the Babylonian captivity, is a sacred military symphony whose themes recur in various places: from the poetic “signatio” of Dante, a friend of Beatrice and sesto tra cotanto senno” in the ranks of the supreme poets of Limbo, to the apostolic “signatio” in the theological virtues in the presence of Peter, James and John; from the impossible friendship with God of Francesca and Paolo (themselves part of a host) to the Florentine families, mentioned by Cacciaguida, who bear “la bella insegna” of Marquis Ugo of Tuscany, as Giano della Bella, the author of the famous against Magnates Ordinamenti di giustizia (1293), who was himself honoured with it (which “fascia col fregio”), but who today gathers with the people, corresponding to the vulgar and pedestrian militia that comes after the the marked ones; from the two champions of the Church, Francis and Dominic, who re-armed the army of Christ, to Cacciaguida, crusader and martyr. These chosen ‘sixth’ ones, beloved by God, are the sacred fulfilment of those (De vulgari eloquentia, II, iv, 10–11) whom Virgil, in the sixth book of the Aeneid, defines as “Dei dilectos”, the tragic poets raised to heaven through ardent virtue (Aen., VI, 129–131: “Pauci, quos aequus amavit / Iuppiter”), designated by the “astripeta aquila”.
   Dante’s apostolic “signatio” takes place during the trials he undergoes concerning faith and hope before Peter and James in the eighth heaven. In the case of Saint Peter, the range of motifs that punctuate the signatio is evident: Dante (Par. XXIV, 58–60) confesses his faith (“ad Christi fidem publice confitendam”), by grace (the angel of the sixth seal removes the obstacle to grace), to the “alto primipilo” (the signatio is “specialis assumptio […] ad professionem perfectionis evangelice et altioris militie christiane”; the primipilus, among the Romans, was the one who bore the standard and hurled the first spear). Once the examination is over, Dante expresses the hope of returning to his homeland and being crowned a poet: “con altra voce omai, con altro vello / ritornerò poeta, e in sul fonte / del mio battesmo prenderò ’l cappello; / però che ne la fede, che fa conte / l’anime a Dio (‘conte’, that is, known; cf. the ‘notitia apud Deum’ by which one is marked), quivi intra’ io, e poi / Pietro per lei sì mi girò la fronte (the “signatio” takes place on the forehead), that is, he approved the profession of faith by turning round me three times, as described at the end of the previous canto (XXV, 7–12).
   Dante, who lifts his forehead into the light of Saint Peter, who questions him about his faith (Par. XXIV, 52–54), and who, by grace whilst still alive, stands before the Supreme Emperor “ne l’aula più secreta co’ suoi conti” (that is, with those known to him: Par. XXV, 40–42), is, within the Church Militant, the one who possesses the greatest hope and script, in the sense of privilege (“com’ è scritto / nel Sol che raggia tutto nostro stuolo”: lines 52–54). Saint James – described precisely as a “barone” (line 17; like Saint Peter, Par. XXIV, 115) – is the light that moves “di quella spera ond’ uscì la primizia / che lasciò Cristo d’i vicari suoi”, where the widely attested variant schiera would be preferable because it is suggested by the range of motifs, relating to the Christian militia, offered by scriptural exegesis and applied not only to Dante but also to his apostolic examiners (Par. XXV, 13–15). Furthermore, when speaking about “quello che la speranza ti ’mpromette”, the poet states that the New and Old Testaments “pongon lo segno, ed esso lo mi addita, / de l’anime che Dio s’ha fatte amiche” (lines 88–90: this is the sign that identifies the blessed souls “sub certo nomine … et scriptura”). After James comes the ‘marked one’ par excellence, namely Saint John: “questi fue / di su la croce al grande officio eletto” (lines 112–114).
   The poetic “signatio” of Dante, friend of Beatrice and sesto tra cotanto senno” in the ranks of the supreme poets of Limbo, corresponds to the apostolic “signatio”. Just as the “sesta compagnia” (Homer, Horace, Ovid, Lucan, Virgil, Dante) enters the “nobile castello” of Limbo, so too do six figures appear in the eighth heaven (Peter, James, John, Adam, Beatrice, Dante).
   As stated in Par. XXV, 1–2, to the “poema sacro … ha posto mano e cielo e terra” [“the Poem Sacred, / to which both heaven and earth have set their hand”]. This latter expression can be linked to the exegesis of Rev 22:2, which speaks of the two banks — the divine and the human — of the river of living water (the grace of the Spirit) flowing from the Trinity, both shaded by the leaves that symbolise the sacraments, that is, the truth: “Nam non solum celum, sed etiam terra plena est gloria et maiestate Dei”. Yet the verses cannot be said to exclude a sacramental formula of oath concerning a forthcoming time of peace, “sicut nos iuramus levando et ponendo manum super altare vel super librum evangeliorum”: “Se mai continga che ’l poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra / … vinca la crudeltà che fuor mi serra / del bello ovile ov’ io dormi’ agnello, / nimico ai lupi che li danno guerra; / con altra voce omai, con altro vello / ritornerò poeta …”; as if to say, like the angel with the sun-like face of Rev 10, 5-7: ‘I swear by heaven and earth that the time of affliction and exile will come to an end’. Whilst the angel swears that time itself will also come to an end and that the true homeland is the heavenly one, the main effect of his words will, however, be the peace established after the death of the Antichrist, which will endure on earth for some time before the Last Judgement. Time, that is to say, will not end entirely. Contrary to Richard of Saint Victor, Olivi maintains that the command given to John at the end of chapter X to preach once more after the apostles to the whole world (Rev 10:11), for which he is promised a return to his homeland from exile, does not refer solely to the Evangelist but above all to the saints living in the sixth period of the Church’s history, and therefore also in the year 1300.

L’angelo del sesto sigillo (Ap 7, 2) rimuove l’impedimento frapposto dai quattro angeli che impediscono la predicazione (7, 1), dopo di che il segno è posto sulla fronte, non vergognosa ma liberamente magnanima, degli eletti amici di Dio, difensori della fede fino al martirio da lui conosciuti per nome e ascritti alla più alta milizia dei baroni, dei decurioni, dei cavalieri che si distingue da quella volgare dei fanti (7, 3-4). Questa esegesi, nella quale il sesto stato della Chiesa corrisponde agli ultimi sei anni della costruzione del Tempio dopo la cattività in Babilonia, è una sacra sinfonia militare i cui temi trascorrono in più luoghi: dalla “signatio” poetica di Dante, amico di Beatrice e “sesto tra cotanto senno” nella schiera dei sommi poeti del Limbo, alla sua “signatio” apostolica nelle virtù teologali di fronte a Pietro, Giacomo e Giovanni; dall’impossibile amicizia con Dio di Francesca e Paolo (anch’essi in una schiera) alle famiglie fiorentine, menzionate da Cacciaguida, che portano “la bella insegna” del marchese Ugo di Toscana, assunte a una milizia più alta rispetto a Giano della Bella, l’autore dei famosi Ordinamenti di giustizia (1293) anch’egli di essa insignito (la quale “fascia col fregio”), ma che oggi si raduna col popolo, corrispondente alla volgare e pedestre milizia che viene dopo i segnati; dai due campioni della Chiesa, Francesco e Domenico, che riarmarono l’esercito di Cristo, a Cacciaguida crociato e martire. Questi eletti ‘sesti’ amati da Dio sono lo sviluppo sacro di coloro (De vulgari eloquentia, II, iv, 10-11) che Virgilio, nel sesto dell’Eneide, definisce “Dei dilectos”, i poeti tragici innalzati al cielo per ardente virtù (Aen., VI, 129-131: “Pauci, quos aequus amavit / Iuppiter”), designati dall’“astripeta aquila”.
L’impressione del segno apostolico su Dante avviene con gli esami sostenuti nella fede e nella speranza di fronte a Pietro e Giacomo nell’ottavo cielo. Nel caso di san Pietro la rosa dei motivi che costellano la signatio appare evidente: Dante (Par. XXIV, 58-60) confessa la propria fede (“ad Christi fidem publice confitendam”), per grazia (l’angelo del sesto sigillo rimuove l’impedimento alla grazia), all’“alto primipilo” (la signatio è “specialis assumptio […] ad professionem perfectionis evangelice et altioris militie christiane”; il primipilo, presso i Romani, era colui che portava il segno e scagliava la prima lancia) [1]. Terminato l’esame, Dante esprime la speranza di ritornare in patria e di essere incoronato poeta: “con altra voce omai, con altro vello / ritornerò poeta, e in sul fonte / del mio battesmo prenderò ’l cappello; / però che ne la fede, che fa conte / l’anime a Dio (“conte”, cioè note; cfr. la “notitia apud Deum” per cui si è segnati), quivi intra’ io, e poi / Pietro per lei sì mi girò la fronte (la “signatio” avviene sulla fronte)”, cioè approvò la professione di fede fatta girandomi attorno tre volte, come descritto alla fine del canto precedente (XXV, 7-12).
Dante, che ‘leva la fronte’ nella luce di san Pietro che gli domanda della fede (Par. XXIV, 52-54), che ‘affronta’ per grazia da vivo il sommo Imperatore “ne l’aula più secreta co’ suoi conti” (cioè con quelli che sono a lui noti: XXV, 40-42), è nella Chiesa militante colui che ha più speranza e scrittura, nel senso di privilegio (“com’ è scritto / nel Sol che raggia tutto nostro stuolo”: vv. 52-54). San Giacomo – definito appunto “barone” (v. 17; come san Pietro, XXIV, 115) – è lume che muove “di quella spera ond’ uscì la primizia / che lasciò Cristo d’i vicari suoi”, dove la variante schiera, largamente attestata, sarebbe preferibile perché suggerita dalla rosa dei motivi, riferiti alla milizia terrena, offerti dall’esegesi scritturale e applicati non solo a Dante, ma anche ai suoi apostolici esaminatori (XXV, 13-15). Ancora, dovendo dire “quello che la speranza ti ’mpromette”, il poeta afferma che il Nuovo e il Vecchio Testamento “pongon lo segno, ed esso lo mi addita, / de l’anime che Dio s’ha fatte amiche” (vv. 88-90: si tratta del segno che rende note le anime beate “sub certo nomine … et scriptura” non, come è stato interpretato, del termine da raggiungere o, più genericamente, della condizione per cui si è beati). Dopo Giacomo viene il ‘segnato’ per eccellenza, cioè san Giovanni: “questi fue / di su la croce al grande officio eletto” (vv. 112-114).
Alla “signatio” poetica di Dante, amico di Beatrice e “sesto tra cotanto senno” nella schiera dei sommi poeti del Limbo, corrisponde la “signatio” apostolica. Come nel “nobile castello” del Limbo entra “la sesta compagnia” (Omero, Orazio, Ovidio, Lucano, Virgilio, Dante), così nell’ottavo cielo intervengono sei personaggi (Pietro, Giacomo, Giovanni, Adamo, Beatrice, Dante).
Al “poema sacro”, come detto a Par. XXV, 1-2, “ha posto mano e cielo e terra”. Quest’ultima espressione è accostabile all’esegesi di Ap 22, 2, dove si parla delle due rive, la divina e l’umana, del fiume di acqua viva (la grazia dello Spirito) che deriva dalla Trinità, entrambe ombreggiate dalle foglie che designano i sacramenti, cioè la verità: “Nam non solum celum, sed etiam terra plena est gloria et maiestate Dei”. Ma nei versi non può essere esclusa una sacramentale formula di giuramento su un prossimo tempo di pace, “sicut nos iuramus levando et ponendo manum super altare vel super librum evangeliorum”: “Se mai continga che ’l poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra / … vinca la crudeltà che fuor mi serra / del bello ovile ov’ io dormi’ agnello, / nimico ai lupi che li danno guerra; / con altra voce omai, con altro vello / ritornerò poeta …”; quasi dicesse, come l’angelo dal volto solare ad Ap 10, 5-7: giuro per il cielo e la terra che il tempo dell’afflizione e dell’esilio finirà. Se l’angelo giura che anche il tempo finirà e che la patria è quella celeste, l’effetto principale delle sue parole sarà però la pace instaurata dopo la morte dell’Anticristo, che durerà in terra alquanto tempo prima del giudizio finale. Il tempo, cioè, non finirà del tutto. Contro Riccardo di San Vittore, Olivi ritiene che l’ingiunzione fatta a Giovanni nel finale del capitolo X, di predicare ancora dopo gli apostoli a tutto il mondo (Ap 10, 11), per cui gli viene promesso il ritorno in patria dall’esilio, non è riferibile solo all’Evangelista bensì soprattutto ai santi che vivono nel sesto stato della storia della Chiesa, e dunque anche nel 1300.

[1]
«“La Grazia che mi dà ch’io mi confessi”, / comincia’ io, “da l’alto primipilo”» (Par. XXIV, 58-59) sembra rinviare anche alla seconda Lettera ai Tessalonicesi 2, 13-14, citata ad Ap 3, 10: “Nos autem debemus gratias agere Deo pro vobis semper, fratres, quod elegerit nos Deus primitias in salutem, in quam et vocavit vos per evangelium nostrum”. Nel’esegesi si parla dei soli pochi eletti preservati dalle tentazioni e dal diluvio dell’Anticristo (cfr. Inf. II, 3; Purg. XXIV, 133).

Tab. VI

[LSA, cap. VII, Ap 7, 3 (IIa visio, apertio VIi sigilli)] Clamat ergo (Ap 7, 3): “Nolite”, id est non audeatis; vel si ad bonos angelos loquitur, dicit “nolite” quia, ex quo ipse prohibuit, non debuerunt velle; “nocere”, scilicet per effrenatam temptationem vel per predicationis et gratie impeditionem, “terre et mari neque arboribus, quoadusque signemus servos Dei nostri in frontibus eorum”.
Signatio hec fit per administrationem fidei et caritatis et per assumptionem ac professionem sacramentorum Christi distinctivam fidelium ab infidelibus. In hac etiam signatione includitur fides et devotio ad Christi passionem adorandam et imitandam et exaltandam. Fit autemin frontibus”, quando signatis datur constans et magnanimis libertas ad Christi fidem publice confitendam et observandam et predicandam et defendendam. In fronte enim apparet signum audacie et strenuitatis vel formidolositatis et inhertie, et signum gloriationis vel erubescentie.
Item prout in eodem exercitu eiusdem regis distinguuntur equites a peditibus et barones seu duces vel centuriones et decuriones a simplicibus militibus, sic videntur hic distingui signati ex duodecim tribubus a turba innumerabili fidelium post ipsos subiuncta. Designatur enim per hanc signationem specialis assumptio ipsorum ad professionem perfectionis evangelice et altioris militie christiane et ad maiorem configurationem et transformationem ipsorum in Christum crucifixum et, secundum Ioachim, ad passionem martiriorum in eis complendam. Sicut enim post transmigrationem Babilonis, quod deerat in constructione templi, in quadraginta sex annis facta, completum est in sex ultimis annis, ita nunc sub sexta apertione ordo sanctorum martirum consumationem accipiet. Unde in die illo qui <erit> medius inter utramque tribulationem, scilicet Babilonis et Antichristi, signabuntur multi Iudeorum et gentium signaculo sancte Trinitatis, ad complendum numerum sanctorum martirum infra scriptum et illam gloriosam multitudinem cuius est numerus infinitus. Hec Ioachim*.

[Ap 7, 4] Igitur per hunc numerum, prout est certus et diffinitus, designatur singularis dignitas signatorum. Hii enim, qui sub certo nomine et numero et scriptura a regibus ad suam militiam vel curiam aut ad sua grandia vel dona ascribuntur, sunt digniores ceteris, qui absque scriptura et numero ad vulgarem et pedestrem militiam vel familiam eliguntur. Sicut etiam Deus, in signum familiarissime notitie  et amicitie, Exodi XXXIII° (Ex 33, 17) dicit Moysi: “Novi te ex nomine”, cum tamen omnes electos suos communiter noverit ut amicos et hoc modo solos reprobos dicatur nescire, sic per hanc specialem et prefixam numerationem et consignationem designatur familiarior signatio et notitia et amicitia apud Deum.

* Expositio, pars II, f. 121ra-b.

 

Par. XXIV, 52-60, 115-117

“Dì, buon Cristiano, fatti manifesto:
 fede che è?”. Ond’ io levai la fronte
 in quella luce onde spirava questo;

poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte
sembianze femmi perch’ ïo spandessi
l’acqua di fuor del mio interno fonte.
“La Grazia che mi dà  ch’io mi confessi”,
comincia’ io, “da l’alto primipilo,
faccia li miei concetti bene espressi”.

E quel baron che sì di ramo in ramo,
essaminando, già tratto m’avea,
che a l’ultime fronde appressavamo

Par. XXV, 10-18, 40-42, 52-57, 88-90, 112-114

però che ne la fede, che fa conte
l’anime a Dio, quivi intra’ io, e poi

Pietro per lei sì mi girò la fronte.
Indi si mosse un lume verso noi 
 di quella spera ond’ uscì la primizia   schiera

che lasciò Cristo d’i vicari suoi;
e la mia donna, piena di letizia,
mi disse: “Mira, mira: ecco il barone
 per cui là giù si vicita Galizia”.

Poi che per grazia vuol che tu t’affronti
 lo nostro Imperadore, anzi la morte,

ne l’aula più secreta co’ suoi conti

La Chiesa militante alcun figliuolo
non ha con più speranza, com’ è scritto
 nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:

però li è conceduto che d’Egitto
vegna in Ierusalemme per vedere,
anzi che l militar li sia prescritto.

E io: “Le nove e le scritture antiche
pongon lo segno, ed esso lo mi addita,
de l’anime che Dio s’ha fatte amiche”.

Questi è colui che giacque sopra ’l petto
del nostro pellicano, e questi fue
di su la croce al grande officio eletto.

Par. IX, 139-142

Ma Vaticano e l’altre parti elette
 di Roma che son state cimitero

a la milizia che Pietro seguette,
tosto libere fien de l’avoltero.

Inf. XXXIII, 31-33

Con cagne magre, studïose e conte
 Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi

s’avea messi dinanzi da la fronte.

Par. VI, 100-105

L’uno al pubblico segno i gigli gialli
oppone, e l’altro appropria quello a parte,
sì ch’è forte a veder chi più si falli.
Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
 sott’ altro segno, ché mal segue quello
sempre chi la giustizia e lui diparte

Par. XVIII, 121-126

sì ch’un’altra fïata omai s’adiri
del comperare e vender dentro al templo
 che si murò di segni e di martìri.

O milizia del ciel cu’ io contemplo,
adora per color che sono in terra
tutti svïati dietro al malo essemplo!

Par. XV, 139-141, 148; XVI, 22-27, 40-42, 127-132, 148-150

Poi seguitai lo ’mperador Currado;
ed el mi cinse de la sua milizia,
tanto per bene ovrar li venni in grado.

e venni dal martiro a questa pace.

Ditemi dunque, cara mia primizia,
quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni
 che si segnaro in vostra püerizia;

ditemi de l’ovil di San Giovanni
quanto era allora, e chi eran le genti
tra esso degne di più alti scanni.

Li antichi miei e io nacqui nel loco
dove si truova pria l’ultimo sesto
 da quei che corre il vostro annüal gioco.

Ciascun che de la bella insegna porta
del gran barone il cui nome e ’l cui pregio
la festa di Tommaso riconforta,
da esso ebbe milizia e privilegio;
avvegna che con popol si rauni
oggi colui che la fascia col fregio.

Con queste genti, e con altre con esse,
vid’ io Fiorenza in sì fatto riposo,
che non avea cagione onde piangesse.

[LSA, cap. XXI, Ap 21, 16 (VIIa visio)] “Et civitas in quadro posita est”, id est habens quattuor latera muri sub figura quadranguli iuncta, per quod designatur solida quadratura virtutum. […] “Et mensus est civitatem Dei cum arundine per stadia duodecim milia” (Ap 21, 16). Stadium est spatium in cuius termino statur vel pro respirando pausatur, et per quod curritur ut bravium acquiratur, secundum illud Apostoli Ia ad Corinthios, capitulo IX°: “Nescitis quod hii, qui in stadio currunt, omnes quidem currunt, sed unus accipit bravium?” (1 Cor 9, 24), et ideo significat iter meriti triumphaliter obtinentis premium. Cui et congruit quod stadium est octava pars miliarii, unde designat octavam resurrectionis. Octava autem pars miliarii, id est mille passuum, sunt centum viginti quinque passus, qui faciunt duodecies decem et ultra hoc quinque; in quo designatur status continens perfectionem apostolicam habundanter implentem decalogum legis, et ultra hoc plenitudinem quinque spiritualium sensuum et quinque patriarchalium ecclesiarum.

Par. XI, 118-120

Pensa oramai qual fu colui che degno
 collega fu a mantener la barca

di Pietro in alto mar per dritto segno

Par. XII, 37-42, 130-135

L’essercito di Cristo, che sì caro
costò a rïarmar, dietro a la ’nsegna
 si movea tardo, sospeccioso e raro,

quando lo ’mperador che sempre regna
provide a lmilizia, ch’era in forse,
per sola grazia, non per esser degna

Illuminato e Augustin son quici,
che fuor de’ primi scalzi poverelli
che nel capestro a Dio si fero amici.
Ugo da San Vittore è qui con elli,
e Pietro Mangiadore e Pietro Spano,
lo qual giù luce in dodici libelli

[Ap 7, 3] Ex predictis autem patent alique rationes quare ante temporale exterminium nove Babilonis sit veritas evangelice vite a reprobis sollempniter impugnanda et condempnanda, et e contra a spiritalibus suscitandis ferventius defendenda et observanda et attentius et clarius intelligenda et predicanda, ut merito ibi sit quoddam sollempne initium sexte apertionis. Quamvis autem a pluribus fide dignis audiverim sanctum patrem nostrum Franciscum hanc temptationem pluries predixisse, et etiam quod per eius status professores esset malignius et principalius exercenda, nichilominus quasdam rationes breviter subinsinuo. […] Tertio ut spiritus in viris evangelicis tepefactus et quasi extinctus seu consopitus suscitetur et fortissime accendatur, et per hoc disponantur et etiam promereantur ad potenter sustinendum et triumphaliter devincendum subsequentem temptationem sub magno Antichristo venturam. Quarto quia expedit veritatem evangelice vite et regule per concertationem validam prius clarificari et exaltari ante magni Antichristi adventum, quia aliter non posset sibi triumphaliter resistere nec esset dare tunc plures perfectos Christi milites ab ipso martirizandos.

[LSA, cap. III, Ap 3, 10 (Ia visio, VIa ecclesia)] Potest etiam dici quod Christus promittit servare eum ab hora finalis temptationis, ne scilicet sit in tempore illo in quo tantum habundabit iniquitas quod refrigescet seu extinguetur multorum caritas et in quo fere ducentur in errorem electi. Unde <et> Apostolus, IIa ad Thessalonicenses II°, ubi loquitur quomodo Antichristus venturus est in “signis et prodigiis mendacibus et in omni seductione iniquitatis” (2 Th 2, 9-10), subdit se et suos pro magna gratia habere quia sunt electi longe ante illud tempus, unde ait: “Nos autem debemus gratias agere Deo pro vobis semper, fratres, quod elegerit nos Deus primitias in salutem, in quam et vocavit vos per evangelium nostrum” (2 Th 2, 13-14). Loquitur etiam sic ob misterium electorum sexti status qui servandi sunt ab hora temptationis Antichristi, non quidem ut illam non sentiant vel non patiantur, sed ut per illam aut in illa non corruant a fide et a caritate et a ceterarum virtutum perfectione, immo potius divino munere ex illa proficiant. Quia vero soli pauci electi tunc servabuntur, sicut solus Noe cum paucis servatus est in archa, ideo congrue significatur per angelum Philadelphie, que interpretatur salvans hereditatem, quia in illis electis salvabitur tunc hereditas et semen fidei in universum orbem iterum seminande.

Inf. II, 3-4; Purg. XXIV, 133-134

…………………………e io sol uno
m’apparecchiava a sostener la guerra

“Che andate pensando sì voi sol tre?”,
 sùbita voce disse …………………..

Par. XXIV, 58-60; XXV, 13-15

La Grazia che mi dà ch’io mi confessi”,
comincia’ io, “da l’alto primipilo,
faccia li miei concetti bene espressi”.

Indi si mosse un lume verso noi
di quella spera ond’ uscì la primizia
che lasciò Cristo d’i vicari suoi 

All’apertura del primo sigillo appare Cristo resuscitato, seduto su un cavallo bianco (Ap 6, 2). Si mostra cioè nel suo corpo glorioso e nella Chiesa primitiva resa bianca dalla grazia della rigenerazione e irradiata dalla luce della sua resurrezione. Sedendo su di essa, Cristo uscì nel campo del mondo non pavido o infermo, ma con somma magnanimità e insuperabile virtù. Condusse infatti nel mondo i suoi apostoli come leoni animosi e potenti nell’operare miracoli. In essi aveva l’arco della predicazione capace di saettare e di penetrare i cuori. Gli era stata data anche la corona regale, secondo quanto si dice in Matteo 28, 18: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra”. La corona riguarda anche gli apostoli, che aveva fatto principi e re spirituali di tutta la Chiesa e di tutto il mondo. Con l’arco saetta i reprobi con sentenze di condanna, con la corona glorifica i buoni. Cristo “uscì vittorioso per vincere”, cioè, secondo Riccardo di San Vittore, convertendo quelli fra i Giudei che aveva eletto per vincere i Gentili predestinati. Nella sua stessa uscita nel mondo apparve vittorioso come se avesse già vinto tutto.
Il tema del campo, nell’esegesi quello vittorioso di Cristo nel mondo, assume nel poema molteplici forme. Abbinato al motivo del vincere, il tema del campo (Ap 6, 2) caratterizza il commiato di Brunetto Latini: al sopraggiungere di una schiera che non è la propria e con la quale non può stare, pena giacere cent’anni sotto la pioggia di fuoco senza potersi fare riparo con le mani, nell’allontanarsi “parve di coloro / che corrono a Verona il drappo verde / per la campagna; e parve di costoro / quelli che vince, non colui che perde” (Inf. XV, 121-124).
Con san Domenico, una delle due ruote, insieme con san Francesco, della biga della Chiesa, questa “si difese / e vinse in campo la sua civil briga”, ossia la lotta contro gli eretici (Par. XII, 106-108). Dice Dante a san Pietro nell’ottavo cielo: “ché tu intrasti povero e digiuno / in campo, a seminar la buona pianta / che fu già vite e ora è fatta pruno” (Par. XXIV, 109-111; la vigna della Chiesa devastata dall’aper de silva: Ap 9, 11). San Giacomo avvampa d’amore verso la speranza, che non lo abbandonò mai “infin la palma e a l’uscir del campo”, cioè dalla battaglia terrena, variazione dell’uscire vittorioso di Cristo, come se avesse già vinto, nel campo del mondo (Par. XXV, 82-84).
Nei versi di Inf. XV e Par. XXV fa da contrappunto un altro tema, quello paolino del vincere il premio correndo nello stadio, proprio della settima visione (Ap 21, 16). La misura della città celeste è di 12.000 stadi. Lo stadio è lo spazio al cui termine si sosta o “si posa” per respirare e lungo il quale si corre per conseguire il premio. Designa il percorso del merito che ottiene il premio in modo trionfale, secondo quanto scrive san Paolo ai Corinzi: “Non sapete che tutti corrono nello stadio, ma di costoro uno solo prende il premio?” (1 Cor 9, 24). Ciò concorda con il fatto che lo stadio è l’ottava parte del miglio, e in questo senso designa l’ottavo giorno di resurrezione. L’ottava parte del miglio corrisponde a 125 passi, che rappresentano lo stato di perfezione apostolica che adempie i precetti del decalogo (12 apostoli x 10 comandamenti), cui si aggiunge la pienezza dei cinque sensi e delle cinque chiese patriarcali.
In Par. XXV, 79-81, a san Giacomo è appropriato anche il tema della folgorante luce di Cristo (dal prologo, Notabile XII: “dentro al vivo seno / di quello incendio tremolava un lampo / sùbito e spesso a guisa di baleno”). Da notare la presenza del verbo respirare (che è hapax nel poema: “vuol ch’io respiri a te che ti dilette / di lei”, vv. 85-86), richiamato dal posarsi nella descrizione finale del quietarsi del suono, dolcemente mischiato, delle voci dei tre apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, come i remi che “per cessar fatica o rischio … tutti si posano al sonar d’un fischio”, i quali prima percuotevano l’acqua (vv. 130-135). Respirare e posarsi sono segno del conseguimento del premio, dopo il correre nello stadio (Ap 21, 16). Il tema del posarsi è congiunto con quello della quiete e della pace proprio del settimo stato, libero da ogni fatica o opera servile (prologo, Notabile XIII; Ap 10, 5-7).

2.1. San Pietro: nel mare delle tentazioni

 

Saint Peter: in the sea of temptations

   It has often been argued that the subject matter of cantos XXIV, XXV and XXVI is didactic in nature and treated in line with prevailing opinions, lacking originality. The originality lies in cloaking those views in the fabric provided by Olivi’s Lectura super Apocalipsim. The parody transforms the underlying text through profound, positive metamorphoses of situations that exegesis does not present as such. Dante, whilst Saint Peter addresses his question to him, prepares himself per esser presto / a tal querente e a tal professione” (XXIV, 49–51), just as a bachelor of arts mentally prepares arguments in support of the various theses concerning the question posed by his master, which the latter defines the following day (lines 46–48). The poet expresses “la forma qui del pronto creder mio” (lines 127–128). This readiness is characteristic of locusts: strong, spirited, prone to quarrelling, and presumptuous when discussing the difficult points of the faith (Rev 9:5–7: exegesis  relates the locusts, at the opening of the fifth seal, to the Cathar and Waldensian heresies; the vocabulary – forti, di iattanza, pronto also features, in various forms, in the following canto, XXV, 61, 62, 65). The most striking variation on the themes of the cunning, stinging locusts concerns St John, “l’aguglia di Cristo” (XXVI, 49–57). The fact that terminare — that is, settling the matter — is not the responsibility of the bachelor but only of the master seems to transpose onto the level of scholastic teaching what is stated in Rev 9:4 regarding the simple faithful who, when questioned by heretics, decline to discuss matters of faith, which is the prerogative of the clergy.
   In his confession, Dante regards faith as a gift that belongs to him: e chi nol sa, s’elli ha la fede mia?(XXV, 75). But his faith is not merely an individual virtue; it is the faith that has been preserved and developed in the house of Peter, the custodian of the one true language following the confusion of Babel. To express his firm inner conviction, the poet does not use scholastic terminology; the words are drawn from the salvific history of the Church of Rome, striving towards universal conversion to Christ, as set out in Olivi’s Lectura.
   It is not scholastic theology, but Olivian eschatology that permeates the poet’s encounter with the three apostles. Verbs such as manifestare, concedere, typical of the Johannine revelation or its exegesis, run through the verses: fatti manifesto, ch’io manifesti (XXIV, 52, 127); li è conceduto, questa revelazion ci manifesta (XXV, 55, 96).
   Saint Peter sits in the Empyrean – “quel padre vetusto / di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi / raccomandò di questo fior venusto” (Par. XXXII, 124–126) – but to him descended to the eighth heaven, Beatrice recalls his earthly story, victoriously waging war against temptations: tenta costui di punti lievi e gravi, / come ti piace, intorno de la fede, / per la qual tu su per lo mare andavi” (XXIV, 37–39). Travelling across the stormy sea of temptations, in which a third of the ships perished, is a theme that resonates in the exegesis of the second trumpet (Rev 8:9); Beatrice asks Peter to ‘tempt’, that is, to examine, Dante’s faith, which enabled him to walk upon the Sea of Galilee without perishing.
   The sea symbolises the tempestuous love that breeds anguish and a life lived ‘like brutes’ (as in the tropological interpretation of the second trumpet at the end of Chapter XI). These are the Gentiles with their brutal love and hearts ever stormy with war. Such is the case with Francesca and the Romagnoli, about whom the Franciscan Guido da Montefeltro wishes to enquire. Dante’s journey is a voyage across the stormy sea of “Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende”; it was the “altre corde” of charity that “tratto m’hanno del mar de l’amor torto, / e del diritto m’han posto a la riva”, as the poet declares before St John (Par. XXVI, 61–63).

Non la teologia scolastica, ma l’escatologia oliviana permea l’incontro del poeta con i tre apostoli. Verbi come manifestare, concedere, tipici della rivelazione giovannea o della sua esegesi, percorrono i versi: fatti manifesto [2], ch’io manifesti (XXIV, 52, 127); li è conceduto, questa revelazion ci manifesta (XXV, 55, 96). A Dante viene aperta la profondità del libro (Ap 5, 1):

hic accedit ad ostendendum profunditatem incomprehensibilem libri sui … quia continet promissiones Christi gratie et glorie et etiam largitiones et preparationes – Le profonde cose / che mi largiscon qui la lor parvenza” (XXIV, 70-71).

San Pietro siede nell’Empireo – “quel padre vetusto / di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi / raccomandò di questo fior venusto” (Par. XXXII, 124-126) – ma a lui, disceso all’ottavo cielo, Beatrice rammenta la sua storia terrena, vittoriosamente militante contro le tentazioni: “tenta costui di punti lievi e gravi, / come ti piace, intorno de la fede, / per la qual tu su per lo mare andavi” (XXIV, 37-39). Andare per il tempestoso mare delle tentazioni, nel quale perì la terza parte delle navi,  è tema che risuona nell’egesesi della seconda tromba (Ap 8, 9); Beatrice chiede a Pietro di ‘tentare’, cioè di esaminare, Dante nella fede che gli consentiva di camminare sul mare di Galilea senza perire [3].
Il mare designa l’amore tempestoso – amor sui – che genera affanni accompagnati da un viver come bruti (così nell’interpretazione tropologica della seconda tromba in fine del cap. XI). Si tratta dei Gentili dall’amore brutale e dai cuori sempre tempestosi per guerre. È il caso di Francesca e dei Romagnoli dei quali vuol sapere il francescano Guido da Montefeltro. Il viaggio di Dante è navigazione nel mare tempestoso, dell’“Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende”; sono state le “altre corde” della carità che “tratto m’hanno del mar de l’amor torto, / e del diritto m’han posto a la riva”, come dichiara il poeta di fronte a san Giovanni (Par. XXVI, 61-63).
San Pietro, come Cristo, è pio pastore da amare e nel quale sperare, conosce ogni atto o pensiero (Ap 2, 1): “
S’elli ama bene e bene spera e crede, / non t’è occulto” (XXIV, 40-41). Al modo del vescovo di Efeso, metropolita delle sette chiesa d’Asia, esamina e approva (Ap 2, 2, esegesi già ritagliata per Minosse): “E quel baron che sì di ramo in ramo, / essaminando, già tratto m’avea … sì ch’io approvo ciò che fuori emerse” (vv. 115-116, 121).
L’esame si svolge nell’ambito della Sacra Scrittura. Richiesto di definire cosa sia la fede, Dante risponde citando la Lettera agli Ebrei 11, 1:
“fede è sustanza di cose sperate / e argomento de le non parventi; / e questa pare a me sua quiditate (vv. 64-66) – Est autem fides sperandorum substantia rerum, argumentum non parentum”. Di fronte a san Pietro, il poeta argomenta con san Paolo: “Come ’l verace stilo / ne scrisse, padre, del tuo caro frate / che mise teco Roma nel buon filo” (vv. 61-63). Come nell’Antico Testamento – afferma Olivi ad Ap 6, 7-8 – la tribù di Beniamino venne congiunta col regno di Giuda, così Paolo, della tribù di Beniamino, si congiunse in Roma con Pietro, che nel principato della fede fu un altro Davide e, tra gli apostoli, nuovo Giuda patriarca della fede.
Nell’argomentare, la razionalità umana non è esclusa. Ma è anch’essa incastonata in un preciso contesto scritturale-escatologico, che le fornisce il lessico:
acqua, fontedirittamente; moneta, lega, peso, ho, lucida. Il terzo stato della storia della Chiesa è proprio dei dottori, che confutano le eresie  con la spada della ragione, propinando, come da fonti, la salutare acqua della Scrittura (Ap 8, 10). Spinto dallo sguardo di Beatrice, Dante spande “l’acqua di fuor del mio interno fonte” (vv. 55-57). All’apertura del terzo sigillo, viene pesata la corretta interpretazione della Scrittura (Ap 6, 5): “Dirittamente senti”, sentenzia san Pietro sulla definizione che il poeta ha dato della fede (vv. 67-69).
Il terzo sigillo (Ap 5, 1) rimane chiuso alla ragione umana a causa dell’apparente stoltezza, per cui Dio si è fatto uomo ed è morto per dare soddisfazione alle ingiurie a lui arrecate e ha redento con tale prezzo coloro che avrebbe potuto salvare col solo suo potere. Contro l’apparente stoltezza della croce sta il “valore”, di incomparabile lucro, che deriva dal commercio della dottrina di Cristo. In cambio di un solo denaro – la fede unica e semplice – si ottengono infatti beni senza prezzo, cioè il grano, l’orzo, il vino e l’olio di cui si dice nella terza apertura dei sigilli e che corrispondono ai quattro sensi della Scrittura (Ap 6, 6). Il commercio della sapienza tramite lo studio dello Scrittura si contrappone alla bilancia dolosa ed erronea degli eretici, che vacilla dal retto equilibrio della verità. Dante ha spiegato correttamente perché san Paolo, circa la fede, “la ripuose / tra le sustanze, e poi tra gli argomenti”, al che san Pietro asserisce: “Assai bene è trascorsa / d’esta moneta già la lega e ’l peso; / ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa” (vv. 83-85).
È proprio dei dottori del terzo stato della Chiesa vincere l’erronea fantasia eretica, ad essi spetta il premio del singolare apprendimento e del gusto dell’arcana sapienza di Dio. Così alla terza chiesa d’Asia (Pergamo) viene detto: “Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza lucida sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve” (Ap 2, 17). La pietruzza lucida, il “lapillo” piccolo e solido, calcato dai piedi, è Cristo uomo per noi umiliato e assottigliato ma perfuso della luce della grazia, della gloria e della divinità. In esso è un nome nuovo: nulla infatti è più nuovo del fatto che Dio sia uomo e l’uomo Dio, che Dio abbia tanto amato l’uomo caduto e da lui giustamente condannato da essersi dato come fratello, compagno, sposo, in prezzo, in cibo e in premio. Nessuno conosce questo nome con l’affetto o con l’esperienza senza riceverlo nel profondo del suo amore: non lo si può infatti intendere senza possederlo con ferma e chiara fede. Alla domanda di san Pietro se possegga la moneta della fede, Dante risponde: “Sì ho, sì lucida e sì tonda, / che nel suo conio nulla mi s’inforsa” (vv. 86-87).
Ancora dall’esegesi dell’apertura del terzo sigillo (Ap 6, 6), i temi dell’orzo (Vecchio Testamento) e del grano (Nuovo Testamento) sono compresenti nella professione di fede fatta dal poeta (vv. 133-138): questo credere, afferma Dante, non si fonda soltanto sulle prove fisiche e metafisiche, ma proviene anche dalle Scritture antiche e nuove: “… ma dalmi / anche la verità che quinci piove / per Moïsè, per profeti e per salmi (l’orzo ha tre misure), / per l’Evangelio e per voi che scriveste / poi che l’ardente Spirto vi fé almi (il grano misura due libbre, per la duplice intelligenza, storica e spirituale)”.
La fede, come la Chiesa, si sviluppa secondo i sette periodi della storia (status). Ciascun dono dello Spirito può essere distinto in sette parti. Il terzo dono, la “tuba magistralis”, espone la fede secondo sette parti (prologo, Notabile III). La prima, volta a seminare la fede, corrisponde al sacramento del battesimo: si ricordino, a Inf. IV, 36, le parole di Virgilio sul battesimo “ch’è parte de la fede che tu credi” (dove tutti i codici, salvo il Cortonese nell’edizione dell’antica vulgata del Petrocchi, recano “parte” e non “porta”, come reca invece lo stesso editore). “Parte” è da intendere come ‘prerogativa’, ‘qualità’, propria dei singoli sette doni dello Spirito increato, uno semplicissimo ma ‘partito’ nella storia della Chiesa divisa secondo sette stati o periodi:

[LSA, prologus, Notabile III] Quarta ratio est quia quodlibet predictorum septem donorum potest subdistingui in septem partes sive proprietates, ita quod prima a proprietate correspondet primo statui et secunda secundo et sic de aliis, ut sic sint septies septem. […] De tertio (dono) etiam patet. Nam magistralis tuba seu expositio intendit fidei et eius scientie seminande (I), et deinde radicande seu roborande (II), deinde explicande (III), deinde amplexande (IV), deinde contemperande, unicuique scilicet secundum suam proportionem (V); intendit etiam finaliter eam imprimere et sigillare (VI) et tandem glorificare seu glorificatam exhibere (VII). Et patet correspondentia primi ad primum statum et secundi ad secundum et sic de aliis.

La fede in primo luogo si semina, in secondo si fortifica, in terzo si spiega, in quarto si abbraccia, in quinto si contempera secondo le esigenze di ciascuno, in sesto si imprime col sigillo, in settimo si glorifica. Così il dialogo con san Pietro è pregno, nel lessico, di temi riferiti a ogni periodo della storia della Chiesa, le cui prerogative non appartengono solo al tempo per antonomasia ad esse dedicato, ma agli individui in qualsiasi momento. San Pietro seminò “la buona pianta” (v. 110: primo stato), è “’l segnor ch’ascolta quel che i piace, / da indi abbraccia il servo” (vv. 148-149: quarto stato), trae l’esaminando “di ramo in ramo” dell’albero della Chiesa (vv. 115-117; Ap 21, 12-13.21). Dante ha fede sicura (v. 103: il secondo stato è assimilato al sacramento della confermazione); si fa lui stesso esplicatore delle verità di fede come un dottore del terzo stato (cfr. supra); la dottrina evangelica gli è “principio” e “stella” (vv. 145-147: temi propri di Sardi, la quinta chiesa d’Asia, bella nel principio e dotata della pienezza stellare: Ap 3, 1), essa gli “sigilla” nella mente “de la profonda condizion divina” (vv. 142-144: sesto stato).
Il sesto stato, iniziato con la conversione di san Francesco (1206) e perdurante fino alla sconfitta dell’Anticristo e al giubileo di pace (1335), è il periodo nel quale vivono Olivi e Dante. Su di esso, causa finale della storia, ridondano tutte le illuminazioni e tutto il male precedente; corrisponde, con il successivo più breve e pacifico settimo stato, all’età dello Spirito di Gioacchino da Fiore.
Su di esso piovono grazie, stilla rugiada di dolcezze spirituali, si diffonde la luce della sapienza, arde la carità, viene fecondata l’erba delle virtù. Come la nube, che sta tra noi e il cielo, riceve i raggi del sole e li tempera, effondendo in misura dovuta le acque piovane feconde per la fruttificazione delle sementi, così nel sesto stato la Sacra Scrittura sarà spiritualmente nella carità e nella sapienza di Dio come il sole che irradia alla fine tutta la terra formando il giorno solare del terzo stato generale del mondo (Ap 10, 1). Dal libro della Scrittura, compiutamente aperto e pregno di feconda pioggia, è venuta la fede di Dante: “La larga ploia / de lo Spirito Santo, ch’è diffusa / in su le vecchie e ’n su le nuove cuoia … ma dalmi / anche la verità che quinci piove / per Moïsè, per profeti e per salmi, / per l’Evangelio e per voi che scriveste / poi che l’ardente Spirto vi fé almi” (vv. 91-93, 134-138). La pioggia irriga, come la “voce di molte acque” che distilla nel cuore e reca refrigeranti lacrime e sospiri (Ap 1, 15; 14, 2). Da essa viene anche la speranza, come dice il poeta a san Giacomo: “la distillò nel mio cor … tu mi stillasti, con lo stillar suo … e in altrui vostra pioggia repluo” (XXV, 71, 76, 78).
Agli eletti che vivono nel sesto periodo della Chiesa è data per Grazia la “porta aperta”, cioè la parola che converte e rompe la durezza dei cuori; Cristo, interno dettatore, la spira nei predicatori aprendo la loro volontà al dire (Ap 3, 8). È quanto asserisce san Pietro: “La Grazia, che donnea / con la tua mente, la bocca t’aperse / infino a qui come aprir si dovea” (XXIV, 118-120). All’apertura del sesto sigillo vengono segnati sulla fronte i condottieri dell’esercito di Cristo, che guidano la volgare schiera (Ap 7, 3-4); a conclusione dell’esame sulla fede “Pietro per lei sì mi girò la fronte” (XXV, 10-12). Il principe degli apostoli, prima di risalire all’Empireo, lo invierà, quasi nuovo san Giovanni, a predicare ancora al mondo (XXVII, 64-66).
Si è spesso sostenuto che la materia dei canti XXIV, XXV e XXVI sia improntata alla didattica e trattata sulla falsariga delle opinioni correnti, senza originalità. L’originalità sta nel vestire quelle opinioni con il panno fornito dalla Lectura super Apocalipsim di Olivi.
La parodia incide sull’ipotesto con profonde metamorfosi in senso positivo di situazioni che l’esegesi non propone come tali. Dante, mentre san Pietro gli rivolge la domanda, si prepara “per esser presto / a tal querente e a tal professione” (XXIV, 49-51), come il baccelliere appresta mentalmente prove a sostegno delle diverse tesi concernenti la questione che il maestro propone, da questi definita il giorno dopo (vv. 46-48). Il poeta manifesta “la forma qui del pronto creder mio” (v. 128): la prontezza è propria delle locuste, forti, animose, propense al litigio, presuntuose nel discutere sui punti difficili della fede (Ap 9, 5-7: l’esegesi riferisce le locuste, all’apertura del quinto sigillo, anche alle eresie catara e valdese; il lessico – forti, di iattanza, pronto – interessa, con diverse appropriazioni, anche il canto seguente, XXV, 61.62.65). La variazione più sorprendente dei temi delle subdole, pungenti e aculeate locuste interessa san Giovanni, “l’aguglia di Cristo” (XXVI, 49-57). Che ‘terminare’, cioè definire la questione, non spetti al baccelliere, ma solo al maestro, sembra trasporre sul piano dell’insegnamento scolastico quanto affermato ad Ap 9, 4 dei semplici fedeli i quali, interrogati dagli eretici, declinano la discussione in materia di fede, che spetta ai chierici.
Nella sua confessione, Dante considera la fede come un proprio dono: “e chi nol sa, s’elli ha la fede mia?” (XXV, 75). Ma la sua fede non è solo una virtù individuale, è la fede che si è mantenuta e sviluppata nella casa di Pietro, depositaria dell’unica vera lingua dopo la confusione babilonica. Per esprimere la ferma convinzione interiore il poeta non usa un lessico scolastico; le parole sono tratte dalla salvifica storia della Chiesa di Roma, militante verso la conversione universale a Cristo, come esposto nella Lectura super Apocalipsim oliviana.

[2] “Dì, buon Cristiano, fatti manifesto: / fede che è?” (XXIV, 52-53). La domanda di san Pietro ricorda le parole di Farinata: “La tua loquela ti fa manifesto” (Inf. X, 25); il comune riferimento ad Ap 22, 16, riscontrabile anche a XXV, 68-72, 87, è stato discusso nell’esame di quest’ultimo passo.

[3] Nelle parole di Beatrice: “
O luce etterna del gran viro / a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi, / ch’ei portò giù, di questo gaudio miro” (XXIV, 34-36) anche il verbo portare fa parte della rosa semantica di Ap 8, 9, riferito alle navi che portavano per il mare dei Gentili, e al sostenere le tentazioni.

2.2. San Giacomo: le due stole

 

Saint James: the two stoles

The poet’s hope of returning to Florence, overcoming the cruelty that exiled him through the “poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra”, whose strings the artist has skilfully played, imitating the divine harpist (Rev 14:2), resounds at the beginning of Par. XXV, the canto in which Dante is examined by St James on the subject of hope:

«Se mai continga … con altra voce … ritornerò poeta  – si … contingit … “et vocem, quam audivi, sicut citharedorum citharizantium cum citharis suis” … et sub debitis circumstantiis unam virtutem et eius actus aliis virtutibus et earum actibus proportionaliter concordare et concorditer coherere, ita quod rigor iustitie non excludat nec perturbet dulcorem misericordie nec e contrario».

Justice and mercy, the two ways of God, also apply to the exile. In Tre donne, in the second congedo, the Florentine exile wrote:
“camera di perdon savio uom non serra, / ché ’l perdonare è bel vincer di guerra”. Dante hoped for a “revocatio gratiosa” in his homeland; he scorned the idea of returning only upon payment of a sum of money and having to endure the ignominious “oblatio”, as he wrote after 19 May 1315 to his Florentine friend (Epistola XII).
   Dante defines hope by quoting Pietro Lombardo: «“Spene”, diss’ io, “è uno attender certo / de la gloria futura, il qual produce / grazia divina e precedente merto” (lines 67–69) – Est enim spes certa expectatio futurae beatitudinis, veniens ex Dei gratia et ex meritis praecedentibus (Sent. III, xxvi, 1)». Yet this scholastic reference is embedded in a lexical context rich with allusions that direct the spiritual reader’s mind to Olivi’s exegesis of the opening of the fifth seal (Rev 6:9–11). At that moment, the saints’ desire to see the evils afflicting the Church avenged is expressed: why delay divine vengeance? They are told that the execution of divine justice must wait until the predetermined number of the elect has been reached. This is what St John, joining the other two apostles, says to Dante, who attempts to see his body, in accordance with the erroneous belief that he was not dead but had been taken up into heaven: “In terra è terra il mio corpo, e saragli / tanto con li altri, che ’l numero nostro / con l’etterno proposito s’agguagli” (lines 124–129).
Whilst waiting, the saints are given two white stoles, almost like garments of glory; the first is for the soul, the second will be for the body. It is worth noting how the motifs of waiting and the two stoles are also present in Rev 6:9–11 (the opening of the fifth seal) and how, on the exegetical level, the parody employs numerous variations throughout the poem. Furthermore, in line 68, following Pier Lombardo’s definition of hope, beatitudinis is translated as della gloria, as in the exegesis of Rev 6:11, thus foreshadowing the motif of the white stoles in lines 91–96.
Whilst the sublimation of hope is celebrated in heaven, in the poet’s examination before St James, on earth it is the unburied body of Manfredi that embodies it:
“l’ossa del corpo mio sarieno ancora / in co del ponte presso a Benevento, / sotto la guardia de la grave mora” (Purg. III, 127–129). The term ‘mora’ literally refers to the heap of stones thrown by enemy soldiers that covered the grave of the defeated Swabian, as recounted by chroniclers. Spiritually, the expression “sotto la guardia” echoes a theme from the opening of the fifth seal (Rev 6:9, 11), when the saints of the fifth status or period of the Church are told to wait a little while longer, because the number of the elect is not yet complete according to divine predestination. Whilst waiting, ‘the souls of those who were slain’ remain ‘beneath’ God’s altar; they are given two white stoles (for the soul and for the body). This refers not only to the souls of the first martyrs, but also to all those who, through profound penance, crucified and put to death the vices and lusts of the flesh. Manfredi means to say that, after his final repentance, his body would have remained in anticipation (“mora”, from moror, to dwell) of future glory under the protection of Christ, the “caput anguli” (“in co del ponte”). But the ‘shepherd of Cosenza’ disposed of his bones in a different manner by having the body transported “di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde”. Waiting is the central theme of the fifth period of the Church, evident in numerous passages of the poem, particularly shortly after the encounter with the Swabian king, when Sordello acts as guide in the valley of the negligent princes (Purg. VII–VIII). Waiting, as Dante will reply when questioned by Saint James in the eighth heaven, is inherent in the “spene … attender certo / de la gloria futura” (Par. XXV, 67–69); the poet himself and then St John speak of the two “bianche stole”, one of which the body awaits until the Resurrection (lines 91–96, 124–129). ‘Mora’, the burial of Manfredi in ‘a great heap of pebbles and stones’ according to Saba Malaspina, symbolises spiritually the certain expectation, in death, of future glory, the fulfilment of that green hope on earth to which Swabian’s words later allude: “mentre che la speranza ha fior del verde” (Purg. III, 135).

■ La speranza del poeta di tornare a Firenze, vincendo la crudeltà che lo ha esiliato per mezzo del “poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra”, le cui corde l’artista ha bene suonato imitando il divino citarista (Ap 14, 2), risuona in principio di Par. XXV, il canto dove Dante viene esaminato da san Giacomo sulla speranza:  «Se mai continga … con altra voce … ritornerò poeta  – si … contingit … “et vocem, quam audivi, sicut citharedorum citharizantium cum citharis suis” … et sub debitis circumstantiis unam virtutem et eius actus aliis virtutibus et earum actibus proportionaliter concordare et concorditer coherere, ita quod rigor iustitie non excludat nec perturbet dulcorem misericordie nec e contrario». Giustizia e misericordia, le due vie di Dio, valgono anche per l’esule. In Tre donne, nel secondo congedo, l’esule fiorentino scriveva: “camera di perdon savio uom non serra, / ché ’l perdonare è bel vincer di guerra”. Dante sperava in una “revocatio gratiosa” in patria; sdegnò il rientro dietro pagamento di una somma di denaro e la sopportazione dell’ignominiosa “oblatio”, come scrisse dopo il 19 maggio 1315 all’amico fiorentino (Epistola XII).

■ Nel finale dell’apertura del sesto sigillo (Ap 7, 13), uno dei seniori ‘risponde’, cioè si rivolge a Giovanni parlando. Questo vegliardo, nell’interpretazione di Riccardo di San Vittore, designa la totalità dei profeti, degli apostoli, dei dottori, ed insegna la giustizia e la gloria degli eletti; in tal modo è come se parlasse a nome di tutti. Secondo Gioacchino da Fiore, il vegliardo è lo stesso beato Giovanni, autore del libro, il quale ci interroga ed incita a cercare, a capire, a imitare quei santi. Egli è uno, e il maggiore, dei ventiquattro seniori. Noi siamo qui da lui designati in quanto viene edotto dall’angelo che assume la forma di un seniore. Il vegliardo dice: “Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono”, cioè di quali e quante dignità sono insigniti, “e donde vengono?”, cioè per quali meriti e quale via di santità sono pervenuti a tanta gloria. Come noi con le domande del maestro siamo stimolati alla ricerca della verità di ciò su cui ci stiamo interrogando, ad avvertirne qualche difficoltà e a cercare un maestro che ce la insegni, così avviene spesso in queste visioni: è così indicato ogni incoraggiamento degli angeli inferiori o degli uomini mortali da parte degli angeli superiori perché gli inferiori si innalzino più attentamente e altamente ad accogliere l’illuminazione dei superiori. E Giovanni: “Signore mio, tu lo sai” (Ap 7, 14), come per dire: io non lo so ma insegnamelo tu che lo sai. Il vegliardo: “Essi sono coloro che sono venuti”, a tanta gloria, “attraverso la grande tribolazione”, cioè attraverso le grandi tribolazioni patite per Cristo a causa degli empi e a causa di sé stessi in lotta contro le concupiscenze.
La domanda “et unde venerunt” diventa talora ricerca del luogo di nascita: «domandollo ond’ ei fosse, e quei rispuose: / “I’ fui del regno di Navarra nato”» (Inf. XXII, 47-48); “e quella non rispuose al suo dimando, / ma di nostro paese e de la vita / ci ’nchiese” (Purg. VI, 69-71; la tematica prosegue a Purg. VII, 3, 9, 23). La domanda non concerne soltanto persone, ma anche cose inanimate, realtà spirituali, come nel caso della speranza su cui san Giacomo esamina come un dottore interroga un discente: “la spene … dì quel ch’ell’ è … e dì onde a te venne” (Par. XXV, 44-47; il rapporto tra dottori e discepoli è ad Ap 5, 2; numerose sono le variazioni su queste pagine esegetiche).

■ Nelle prime parole di san Giacomo risuonano motivi tratti da Ap 2, 8.10 – non diffidare o temere, confortare, animare alla speranza (t’assicuri, conforto, la spene, conforte: XXV, 34, 37, 44, 45) –, che Cristo propone a Smirne, la seconda chiesa d’Asia appropiata ai màrtiri, temi già presenti nei versi con i quali Virgilio rassicura il discepolo al momento di lasciarlo solo, per recarsi a parlare coi diavoli piovuti sulle porte della città di Dite (Inf. VIII, 97-108). Confortato, il poeta leva “li occhi a’ monti / che li ’ncurvaron pria col troppo pondo” (XXV, 38-39); “monti” – nel caso gli apostoli Pietro e Giacomo – interpretati ad Ap 6, 14 come i santi fermi nella fede.
Dante definisce la speranza citando Pietro Lombardo
 – «“Spene”, diss’ io, “è uno attender certo / de la gloria futura, il qual produce / grazia divina e precedente merto” (vv. 67-69) – Est enim spes certa expectatio futurae beatitudinis, veniens ex Dei gratia et ex meritis praecedentibus (Sent. III, xxvi, 1)». Ma il riferimento scolastico è inserito in un contesto lessicale pregno di segni che rinviano la memoria del lettore spirituale all’esegesi oliviana dell’apertura del quinto sigillo (Ap 6, 9-11). In quel momento storico viene espresso il desiderio dei santi di vedere vendicati i mali della Chiesa: perché differire la vendetta divina? Ad essi viene risposto che l’esecuzione della giustizia divina deve attendere fino al momento in cui sia stato raggiunto il numero di eletti prestabilito. È quanto san Giovanni, aggiuntosi agli altri due apostoli, dice a Dante che si attenta di vederne il corpo, secondo l’erronea credenza che lo riteneva non morto, ma assunto in cielo: “In terra è terra il mio corpo, e saragli / tanto con li altri, che ’l numero nostro / con l’etterno proposito s’agguagli” (vv. 124-129).
Nell’attesa ai santi vengono date due stole bianche, quasi vesti gloriose; la prima è per l’anima, la seconda sarà per il corpo. È da notare come i motivi dell’attendere e delle due stole siano compresenti ad Ap 6, 9-11 (apertura del quinto sigillo) e come sulla pagina esegetica la parodia si eserciti in numerose variazioni nel corso del poema. Inoltre, al v. 68, nel calco della definizione della speranza data da Pier Lombardo, beatitudinis è tradotto con della gloria, come nell’esegesi di Ap 6, 11, anticipando così il motivo delle bianche stole ai vv. 91-96.

Un altro passo esegetico fascia la definizione del Lombardo, lì dove il poeta afferma che l’attendere è prodotto da “grazia divina e precedente merto” (vv. 68-69). Ad Ap 22, 16 (ultimo capitolo del libro, nella sua conclusione) Cristo si definisce “stella splendida”, illuminatrice dei santi, e “matutina”, che promette, predica e mostra la luce futura dell’eterno giorno. È stella in quanto fu uomo mortale e sole in quanto Dio. Egli invita tutti alla gloria (Ap 22, 17). Lo “sposo”, che secondo Riccardo di San Vittore è Cristo (Olivi nota che alcuni correttori del testo hanno tuttavia ad Ap 22, 17 “spirito” al posto di “sposo”, intendendo che Cristo invita tanto per sé quanto per il suo Spirito e per ispirazione interiore), e la “sposa”, cioè la Chiesa generale, sia quella dei beati sia quella peregrinante come quella contemplativa, dicono “Vieni”, cioè alla gloriosa cena delle nozze dell’Agnello. “E chi ascolta”, ossia chi è a conoscenza dell’invito, oppure chi crede e opera in modo retto e con obbedienza, “dica: vieni” a quelli che sono da chiamare alla cena e alla città beata. Poi è Cristo stesso ad invitare con liberalità dicendo: “Chi ha sete venga, e chi vuole riceva gratuitamente l’acqua della vita”. Dice “chi ha sete e chi vuole” perché nessuno può venire senza che ci sia desiderio e volontario consenso. “Venire” equivale a ricevere l’acqua della vita, cioè la grazia che ristora, vivifica e conduce alla vita eterna. Essa è “gratuita” perché viene data dalla carità e dalla liberalità di Cristo e ricevuta senza l’intervento di alcun prezzo venale ed esteriore, ma anche perché la prima grazia viene data senza alcun merito precedente essendo principio e causa del merito stesso e del suo aumento. A Par. XXV, 67-70 Dante afferma che la speranza è prodotta da “grazia divina e precedente merto”, e questa è verità che gli deriva da molte stelle, cioè da molte scritture (il tema della “stella matutina” che predica e mostra il futuro eterno giorno). Il merito è “precedente” rispetto alla cosa aspettata, ma l’habitus spei è dato gratuitamente da Dio senza precedente merito. Come nella definizione della fede, così anche in quella della speranza il linguaggio del poeta, apparentemente scolastico, è pregno di esegesi escatologica.

Se la sublimazione della speranza si celebra in cielo, nell’esame del poeta di fronte a san Giacomo, in terra è il corpo insepolto di Manfredi a impersonarla: “l’ossa del corpo mio sarieno ancora / in co del ponte presso a Benevento, / sotto la guardia de la grave mora” (Purg. III, 127-129). Per “mora” si intende letteralmente il coacervo di pietre gettate dai soldati nemici che coprì la sepoltura dello sconfitto svevo, secondo quanto narrato dai cronisti. Spiritualmente, l’espressione “sotto la guardia” contiene un tema dall’apertura del quinto sigillo (Ap 6, 9.11), quando ai santi del quinto stato viene detto di aspettare ancora per poco tempo, perché il numero degli eletti non è completo secondo quanto stabilito dall’eterna predestinazione divina. Nell’attesa, “le anime di coloro che furono uccisi” stanno “sotto” l’altare di Dio; ad esse vengono date due stole bianche (per l’anima e per il corpo). Non si intendono solo le anime dei primi martiri, ma anche di quanti con forte penitenza crocifissero e uccisero i vizi e le concupiscenze della carne. Manfredi intende dire che, dopo il pentimento estremo, il suo corpo sarebbe rimasto nell’attesa (“mora”, da moror, dimorare) della gloria futura sotto la protezione di Cristo “caput anguli” (“in co del ponte”). Ma altro è stato il governo delle sue ossa fatto dal “pastor di Cosenza”. Attendere è tema precipuo del quinto stato, registrabile in numerosi luoghi del poema, soprattutto poco dopo l’incontro con il re svevo, quando Sordello fa da guida nella valletta dei principi negligenti (Purg. VII-VIII). L’attesa, come risponderà Dante esaminato da san Giacomo nell’ottavo cielo, è insita nella “spene … attender certo / de la gloria futura” (Par. XXV, 67-69); il poeta stesso e poi san Giovanni parlano delle due “bianche stole”, una delle quali il corpo attende fino alla resurrezione (vv. 91-96, 124-129). “Mora”, la sepoltura di Manfredi “magno lapillorum et lapidum acervo” per Saba Malaspina, fa segno spiritualmente dell’attesa certa, da morto, della gloria futura, compimento di quella verde speranza in terra alla quale le parole dello Svevo poi accennano: “mentre che la speranza ha fior del verde” (Purg. III, 135).

2.3. San Giovanni: i morsi della carità

 

Saint John: the bites of charity

   Christ, as well as being “alpha et o”, the beginning and the end (Rev 1:8; 21:6; 22:13), and the “medium”, the mediator between the two extremes, is also the virtus contentiva, which contains and preserves the status of the Church, that is, the periods of its history; he is therefore the beginning, the end and the centre of time (Prologus, Notabile VI). Christ’s virtus contentiva belongs to the Primo Mobile (“un corpo ne la cui virtute / l’esser di tutto suo contento giace”) and to the Starry Heaven (“quell’ esser parte per diverse essenze, / da lui distratte e da lui contenute; Par. II, 112–117). The parody gives contentiva the ambiguous meaning of contentare (to satisfy) in Par. XXVI, 16, in Dante’s reply to St John: “Lo ben che fa contenta questa corte, / Alfa e O è di quanta scrittura / mi legge Amore o lievemente o forte”. The tercet (lines 16–18) expresses the fulfilment of Love’s ‘writing’, which began with the deception of Francesca and Paolo, overcome by “solo un punto” of the book “Galeotto” (Inf. V, 127–138). In a completely different context, ‘Love’ and ‘reading’ are united. The two “cognati” had read for themselves; to Dante, it is read through an inner dictation (“Noi leggiavamo … quel giorno più non vi leggemmo avante /… mi legge Amore …”; Rev 8:9). The poet has left “dietro a sé mar sì crudele” (Purg. I, 3), the stormy sea of the troubled ‘gentle’ hearts in which Tristan, the women and the amorous knights were shipwrecked (Rev 5:1), and has turned to God through the bites of charity, which “tratto m’hanno del mar de l’amor torto, / e del diritto m’han posto a la riva” (Par. XXVI, 55–63). He was converted, like “lo cavaliere Lanzalotto”, who, after Arthur’s death, “a questo porto … non volse intrare colle vele alte” [“would not enter this harbour … with sails set high”] (cf. Convivio IV, xxviii, 7–8).
   The dictates of Love do not preclude rationality. In a context seemingly a world away from that of the “nobile castello” of Limbo, the apocalyptic theme of God as the supreme judge and most wise ruler of all things, whose governance and teaching descend to us through the counsel of the masters as from a single shepherd (Rev 4:3–4) – a theme that encompasses Aristotle, “’l maestro di color che sanno” (Inf. IV, 130–132) — is found in Dante’s reply to St John regarding who has directed the bow of his love towards God. Indeed, the voice of the Evangelist, who put reasoning in poet’s thought, contains within itself the theme of the “voces” —modest, gentle voices arising from human reason, which emanate from the divine seat (Par. XXVI, 19–21). The poet replies that “per filosofici argomenti / e per autorità che quinci scende / cotale amor convien che in me si ’mprenti” (lines 25–27). Consequently, “colui che mi dimostra il primo amore / di tutte le sustanze sempiterne”, who “tal vero a l’intelletto mïo sterne” – God being the supreme good towards whom we are necessarily drawn in love (lines 37–39) – can be none other than ’l maestro di color che sanno, whose authority, expressed in the Liber de causis then attributed to him, reveals who is “Amor che ne la mente mi ragiona” and how this reasoner shares in and descends from divine goodness (Convivio, III, ii, 2–9; vii, 1–7). It is worth noting that the autorità che quinci scende”, mirroring the “grande autorità displayed in the appearance by the “spiriti magni” (these are the only two occurrences in the poem), is the word of God expressed in the sacred books, which descends precisely from heaven, where the poet finds himself; it corresponds to the sapiential “documenta”, which “per magistrorum consilium descendunt ad nos quasi a pastore uno” (Ecclesiastes 12:11). The very same themes of the divine seat, appropriated in different ways, encompass Aristotle on earth and Scripture in heaven.
   The Aristotelian source, therefore, does not fall silent; it remains ever “conoscenza viva”, yet guided by a Great Bear different from the earthly one, which harmonises with the human world. As in the examination of faith before Saint Peter, the parody incorporates into its vocabulary themes characteristic of the third period of the Church, in which the doctors refute heresies with the sword of reason: cerne (XXVI, 35), l’intelletto (v. 37), mi dimostra (v. 38), ti farò vedere, valore (v. 42), preconio, l’arcano (v. 44), bando, (v. 45), intelletto umano (v. 46), torto (v. 62), diritto (v. 63).
   Having heard how the poet feels drawn to God by the arguments of human reason and by the authority of Scripture, which concurs with it, St John asks whether “altre corde” stir him, “sì che tu suone / con quanti denti questo amor ti morde” [“But say again if other cords thou feelest, / draw thee towards Him, that thou mayst proclaim / with how many teeth this love is biting thee”] (Par. XXVI, 49–51). That is to say, as Buti explains, whether “altri movimenti che ti tirino ad amare Iddio, come la corda tira chi vi è legato” [“other impulses draw you to love God, just as a rope pulls the one who is tied to it”] (lines 49–51; cf. Rev 6:2). The Apostle has already heard how the poet feels drawn to God by the arguments of human reason (Aristotle) and by the authority of Scripture, which concurs with it (Moses and John himself). This second question from John is also woven with motifs that are surprising for their apparent distance from the subject. The eighth characteristic of the locusts, which at the sound of the fifth trumpet emerge from the open, unchecked pit of the abyss, is that they have stinging tails similar to those of scorpions (Rev 9:10). The tail signifies the ultimate and hidden intention; the scorpion’s tail, curved upwards and forwards, indicates the poisonous and deceitful intention to sting, almost as if to spur one on towards the higher goods that lie ahead of others. The barbs on the locusts’ tails penetrate the heart, sharp and subtle, leaving the sting of sin and remorse. These motifs, characteristic of an apocalyptic plague, are varied in the Evangelist’s words: tu suone, denti, ti morde (teeth and biting, as well as playing, are characteristics of locusts). To Dante, “non fu latente la santa intenzione / de l’aguglia di Cristo”, that is to say, it was not a concealed intention like the poisonous one of the locusts, and the urging upwards was not deceitful but clear in indicating the end to which he wished to lead the poet’s response (lines 52–54). Dante returns to the theme of the bite to declare what has contributed to the formation of charity, namely “tutti quei morsi / che posson far lo cor volgere a Dio” (lines 55–57). Even the description of St John as aguglia di Cristo”, whilst literally derived from the symbol of the eagle associated with him, harmonises, through spiritual phonetics, with the stings (aculei) of the locusts, which, stripped of their malevolent power, direct one towards love of the highest good. This is not the only passage in the poem that transforms, in a positive sense, a passage which in the text of the Revelation is associated with negative figures or situations, and this has been discussed elsewhere.
   Those ‘other strings’ that draw one towards God – these are ‘all those stings’ that contribute to charity: the existence of the world and of creatures, the Redemption, the hope of eternal bliss — which, unlike philosophical arguments and the Scripture itself, understood only literally and not spiritually, correspond to the failure to turn towards Beatrice, who, after her death, was no longer a deceptive thing; and this, in fact, constitutes the subject of the woman’s harsh rebuke in Eden: “qual cosa mortale / dovea poi trarre te nel suo disio?” (Purg. XXXI, 52–54). To her, before she descended into the world, the cardinal virtues were ordained as her handmaidens (lines 106–108), upon which earthly bliss is founded (that which the Monarchia assigns to the Emperor’s guidance through the teachings of philosophy, Mon. III, xv, 7–10), just as the seniores (the ancient fathers who came before Christ) are, in the exegesis of the divine throne before the book is opened, servants appointed to the defence of the Church (Rev 4:4). The very theme of punitive remorse — negative in the locusts, exalted in the examination of charity before St John — runs through the theme of Dante’s repentance before Beatrice: “Di penter sì mi punse ivi l’ortica … Tanta riconoscenza il cor mi morse” (Purg. XXXI, 85–90).

Dante, abbagliato dalla luce di san Giovanni nel vano tentativo di vederne il corpo, recita il tema di chi, per eccesso di contemplazione, ha voluto veder troppo (difetto tipico del quarto stato della Chiesa; Ap 2, 1): “Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta / di vedere eclissar lo sole un poco, / che, per veder, non vedente diventa” (Par. XXV, 118-120). Si volge per vedere Beatrice stargli accanto, ma invano, per cui è sconvolto come da un terremoto interiore: “Ahi quanto ne la mente mi commossi” (vv. 136-139; Ap 16, 18). È assalito dal dubbio: “Mentr’ io dubbiava per lo viso spento” (XXVI, 1; prologo, Notabile X). A questo punto san Giovanni impersona il prudente predicatore, il quale valuta a seconda delle circostanze il prezzo di questo o di quel senso della Scrittura, così da lasciare spazio a quanto è di maggiore utilità nel momento, in particolare al senso morale e a quello anagogico (vv. 4-6, 19-21; Ap 6, 6; 8, 5). Dante non ha “la vista” (il senso anagogico), ma può ‘ragionare’ della carità (il senso morale, appropriato all’uomo razionale, nel terzo stato della Chiesa, per antonomasia dei dottori). Poi il folgorante sguardo di Beatrice, che ha “la virtù ch’ebbe la man d’Anania”, posta su san Paolo accecato sulla via di Damasco (vv. 10-12; Ap 8, 5) [4], gli restituirà la vista, “smarrita e non defunta” (vv. 8-9; Ap 3, 3).
Cristo, oltre a essere “alpha et o”, principio e fine (Ap 1, 8; 21, 6; 22, 13), e “medium”, mediatore fra i due termini, è anche virtus contentiva, che contiene e conserva gli stati della Chiesa, cioè i periodi della storia di questa; è dunque principio, fine e centro del tempo (prologo, Notabile VI). La virtus contentiva di Cristo appartiene al Primo Mobile (“un corpo ne la cui virtute / l’esser di tutto suo contento giace”) e al cielo Stellato (“quell’ esser parte per diverse essenze, / da lui distratte e da lui contenute”; Par. II, 112-117). La parodia dà a contentiva il senso equivoco di  contentare (appagare): “Lo ben che fa contenta questa corte, / Alfa e O è di quanta scrittura / mi legge Amore o lievemente o forte” (vv. 16-18). La terzina (Par. XXVI, 16-18) esprime il compimento della “scrittura” d’Amore, iniziata con l’inganno di Francesca e Paolo vinti da “solo un punto” (Inf. V, 127-138). In tutt’altro contesto, ‘Amore’ e ‘leggere’ sono uniti. I due “cognati” avevano letto da soli, a Dante viene letto per dettato interiore (“Noi leggiavamo … quel giorno più non vi leggemmo avante /… mi legge Amore …”;  Ap 8, 9) [5]. Il poeta ha lasciato “dietro a sé mar sì crudele” (Purg. I, 3), il tempestoso mare degli affannati cuori ‘gentili’ nel quale hanno fatto naufragio Tristano con le donne e i cavalieri amorosi (Ap 5, 1), e si è rivolto a Dio per mezzo dei morsi della carità, che “tratto m’hanno del mar de l’amor torto, / e del diritto m’han posto a la riva” (Par. XXVI, 55-63). Si è convertito, come “lo cavaliere Lanzalotto”, che dopo la morte di Artù “a questo porto … non volse intrare colle vele alte” (cfr. Convivio IV, xxviii, 7-8).
 Il dettame d’Amore non eslude la razionalità. In un contesto apparentemente lontanissimo da quello del “nobile castello” del Limbo, il tema apocalittico di Dio sommo giudice e rettore sapientissimo di ogni cosa, il cui governo e il cui insegnamento discendono a noi per mezzo dei consigli dei maestri come da un solo pastore (Ap 4, 3-4) – tema che fascia Aristotele, “’l maestro di color che sanno” (Inf. IV, 130-132) -, si ritrova nella risposta che Dante dà a san Giovanni su chi abbia indirizzato l’arco del suo amore a Dio. Già la voce dell’evangelista, che ‘mette in cura’ “di ragionare”, contiene in sé il tema delle “voces”, modeste, soavi, provenienti dalla ragione umana, che emanano dalla sede divina (Par. XXVI, 19-21). Il poeta risponde che “per filosofici argomenti / e per autorità che quinci scende / cotale amor convien che in me si ’mprenti” (vv. 25-27). Di conseguenza, “colui che mi dimostra il primo amore / di tutte le sustanze sempiterne”, che “tal vero a l’intelletto mïo sterne” – l’essere Dio il sommo bene al quale siamo necessariamente vòlti amando (vv. 37-39) – altri non può essere che “’l maestro di color che sanno”, la cui autorità, espressa nel Liber de causis allora a lui attribuito, dimostra chi sia “Amor che ne la mente mi ragiona” e come questo ragionatore sia partecipe e discenda dalla bontà divina (Convivio, III, ii, 2-9; vii, 1-7). È da notare che l’“autorità che quinci scende”, simmetrica alla “grande autorità” mostrata nel “sembiante” dagli “spiriti magni” (sono le due uniche occorrenze nel poema), è la parola di Dio espressa nei libri sacri, che scende appunto dal cielo, dove si trova il poeta; essa corrisponde ai “documenta” sapienziali, i quali “per magistrorum consilium descendunt ad nos quasi a pastore uno” (Ecclesiaste 12, 11). Gli stessi temi della sede divina, diversamente appropriati, fasciano Aristotele in terra e la Scrittura in cielo.
Non tace dunque la fonte aristotelica, che rimane sempre “conoscenza viva”, tuttavia guidata da un’Orsa diversa da quella terrestre, che con il mondo umano armonizza. Come già nell’esame sulla fede di fronte a san Pietro, la parodia trasferisce nel lessico temi propri del terzo stato o periodo della Chiesa, nel quale i dottori confutano le eresie con la spada della ragione: cerne (XXVI, 35), l’intelletto (v. 37), mi dimostra (v. 38), ti farò vedere, valore (v. 42), preconio, l’arcano (v. 44), bando, (v. 45), intelletto umano (v. 46), torto (v. 62), diritto (v. 63).
Dopo aver ascoltato come il poeta si senta tratto a Dio per gli argomenti della ragione umana e per l’autorità della Scrittura che con essa concorda, san Giovanni chiede se “altre corde” lo stimolino, “sì che tu suone / con quanti denti questo amor ti morde” (Par. XXVI, 49-51). Cioè, come spiega il Buti, se “altri movimenti che ti tirino ad amare Iddio, come la corda tira chi vi è legato” (vv. 49-51; cfr. Ap 6, 2). L’Apostolo ha già ascoltato come il poeta si senta tratto a Dio per gli argomenti della ragione umana (Aristotele) e per l’autorità della Scrittura che con essa concorda (Mosè e lo stesso Giovanni). Questa seconda domanda di Giovanni è tessuta anche con motivi che sorprendono per la loro apparente distanza. L’ottava proprietà delle locuste, che al suono della quinta tromba escono dal pozzo dell’abisso aperto e privo di freno, è di avere le code aculeate simili a quelle degli scorpioni (Ap 9, 10). La coda designa l’intenzione finale e occulta, la coda dello scorpione incurvata verso l’alto e davanti indica la velenosa e fraudolenta intenzione di pungere quasi per stimolare verso i beni superiori che stanno innanzi agli altri. Gli aculei della coda delle locuste penetrano sottili e acuti nel cuore lasciando la puntura del peccato e il rimorso. Questi motivi, propri di una piaga apocalittica, sono variati nelle parole dell’Evangelista: “Ma dì ancor se tu senti altre corde / tirarti verso lui, sì che tu suone / con quanti denti questo amor ti morde” (denti e mordere, nonché suonare, sono proprietà delle locuste). A Dante “non fu latente la santa intenzione / de l’aguglia di Cristo”, cioè non fu occulta intenzione come quella velenosa delle locuste e lo stimolare verso l’alto non fu fraudolento ma chiaro nell’indicare il fine al quale desiderava condurre la risposta del poeta (vv. 52-54). La quale riprende il tema del morso per dichiarare ciò che ha concorso a formare la carità, e si tratta di “tutti quei morsi / che posson far lo cor volgere a Dio” (vv. 55-57). Anche la definizione di san Giovanni come “aguglia di Cristo”, se secondo la lettera deriva dal simbolo dell’aquila che gli è proprio, per fonetica spirituale concorda con gli “aculei” delle locuste i quali, privati della loro malefica efficacia, indirizzano all’amore del sommo bene. Non è questo l’unico luogo del poema dove viene trasformato in senso positivo un passo che nel testo dell’Apocalisse è appropriato a figure o a situazioni negative, e di ciò altrove si è trattato.
Quelle “altre corde” che tirano verso Dio – si tratta di “tutti quei morsi” che concorrono alla carità: l’esistenza del mondo e delle creature, la Redenzione [6], la speranza della beatitudine eterna –, diverse dagli argomenti filosofici e dalla stessa Scrittura intesa solo letteralmente e non spiritualmente, corrispondono al mancato tirarsi su verso Beatrice, la quale dopo morta non era più cosa fallace, e ciò di fatto costituisce l’oggetto dell’aspro rimprovero della donna nell’Eden: “qual cosa mortale / dovea poi trarre te nel suo disio?” (Purg. XXXI, 52-54). A lei, “pria … che discendesse al mondo” furono ordinate “per sue ancelle” le virtù cardinali (vv. 106-108), su cui si fonda la beatitudine terrena (quella che la Monarchia assegna alla guida dell’Imperatore per mezzo degli insegnamenti della filosofia, Mon. III, xv, 7-10), come i seniori (gli antichi padri che vennero prima di Cristo) sono, nell’esegesi della sede divina prima dell’apertura del libro, famuli ordinati alla difesa della Chiesa (Purg. XXXI, 106-108; Ap 4, 4). Lo stesso tema del pungitivo rimorso, negativo nelle locuste, esaltato nell’esame sulla carità di fronte a san Giovanni, percorre il tema del pentimento di Dante di fronte a Beatrice: “Di penter sì mi punse ivi l’ortica … Tanta riconoscenza il cor mi morse” (Purg. XXXI, 85-90). Simmetriche sono le espressioni “di tutte altre cose qual mi torse / più nel suo amor”, di fronte alla donna non ancora svelata che “vincer pariemi più sé stessa antica” (vv. 83, 86-87), e “tratto m’hanno del mar de l’amor torto, / e del diritto m’han posto a la riva”, di fronte a san Giovanni (Par. XXVI, 62-63).

[4] La parodia sostituisce con Anania di Damasco, che per comando divino ridiede la vista a san Paolo (Atti, 9, 10-19), quell’Anania che con Safira venne folgorato per ordine di san Pietro (Atti 5, 1-11), episodio citato ad Ap 8, 5 a proposito delle folgori.

[5] Amore, a Par. XXVI, 18, è soggetto, non oggetto (con scrittura soggetto), come è tale a Inf. V, 128.

[6] “La morte ch’el sostenne per ch’io viva”, cioè la redenzione operata da Cristo, è fra le corde che tirano verso Dio, fra i morsi dell’amore divino che, come dice Dante a san Giovanni, “tratto m’hanno del mar de l’amor torto, / e del diritto m’han posto a la riva”, mare che, ancora una volta, designa il tempestoso flutto delle passioni (Par. XXVI, 49-63; lo stesso verbo sostenere è appropriato a Beatrice, la quale in vita guidava Dante “in dritta parte” mostrandogli “li occhi giovanetti”: Purg. XXX, 121-123). L’espressione è ricavata dall’esegesi di Ap 15, 1 – “et sustinuerunt eos usque ad mortem” -, alla quale ancora rinvia la dura critica di Beatrice contro le false indulgenze dei moderni predicatori dal cappuccio gonfio di vanità e nascondiglio del diavolo: “Ma tale uccel nel becchetto s’annida, / che se ’l vulgo il vedesse, vederebbe / la perdonanza di ch’el si confida” (Par. XXIX, 118-120; cfr. con la citazione di Gioacchino da Fiore: “quia mirantur homines cum incipiunt videre que aliquando non viderunt”). 

Tab. VII

[LSA, cap. XXI, Ap 21, 19 (VIIa visio)] “Et” etiam “habens fundamenta duodecim, et in ipsis duodecim nomina duodecim apostolorum et Agni” (Ap 21, 14), scilicet insculpta vel inscripta, quia supra petram Christum et supra fidem apostolorum fundata est multitudo militum Christi. De quibus infra subditur quod sunt “omni lapide pretioso ornata” (Ap 21, 19), quia in quolibet sanctorum apostolorum est et fuit ornatus omnium perfectarum virtutum. Quia tamen in quolibet fuit singularis prerogativa alicuius gratie, ideo ad hoc designandum ibidem subditur: “Fundamentum primum iaspis, secundum saphirus”. Libri correctores et antiquiores habent “secundus” in masculino genere, et sic a secundo usque ad duodecimum, quod fit vel quia fit relatio ad hoc nomen “lapis” ibi realiter subintellectum, vel quia fundamentum in greco dicitur esse masculini generis.

[LSA, cap. XXI, Ap 21, 12 (VIIa visio)] Dicit ergo: “Et habebat murum magnum et altum” (Ap 21, 12). Per magnum intelligit longum et latum, seu totum eius circuitum. Sicut autem murus opponitur exterioribus et defendit et abscondit interiora, sic sancti martires et zelativi doctores et pugiles, qui opposuerunt se hostibus et eorum impugnationibus in defensionem fidei et ecclesie, fuerunt murus ecclesie magnus et altus. Virtutes etiam hiis officiis dedicate sunt murus animarum sanctarum, qui quidem murus est ex lapide propter solidam virtutem sanctorum, et “ex lapide iaspide” (cfr. Ap 21, 18) propter virorem vive fidei, propter quam sunt zelati et passi et fortes effecti.

Par. XXIV, 19-21, 70-75, 88-91

Di quella ch’io notai di più carezza
vid’ ïo uscire un foco sì felice,
che nullo vi lasciò di più chiarezza

E io appresso: “Le profonde cose
che mi largiscon qui la lor parvenza,
a li occhi di là giù son sì ascose,
che l’esser loro v’è in sola credenza,
sopra la qual si fonda l’alta spene;
e però di sustanza prende intenza”.

Appresso uscì de la luce profonda
che lì splendeva: “Questa cara gioia
sopra la quale ogne virtù si fonda,
onde ti venne?”. E io: ……………

3. Adamo: “il trapassar del segno”

 

Adam: ‘Overstepping of the bounds’

In the analysis of Inf. XXVI, 107–109, in the words of Ulysses – quando venimmo a quella foce stretta / dov’ Ercule segnò li suoi riguardi / acciò che l’uom più oltre non si metta” [“When at that narrow passage we arrived / where Hercules his landmarks set as signals, / that man no farther onward should adventure”] – a variation on themes from Rev 9:14 and 20:3 has been noted, both passages referring to the setting of an insurmountable boundary.    Before Hercules set his limits upon human reason, an insurmountable mark had already been set by God Himself upon Adam, as admitted by the first man, who explains to the poet that it was not the tasting of the forbidden fruit that caused the expulsion from Eden, “ma solamente il trapassar del segno” [“But solely the o’erstepping of the bounds”] — that is to say, not the sin of gluttony (in the sense of the desire for knowledge), but that of pride (Par. XXVI, 115–117).
In the case of Ulysses, the act of going beyond the boundary is presented in a far more subtle manner than in the case of Adam, yet something unites them in their shared overstepping presumption of knowledge. It is no coincidence — as indeed nothing is in the ‘sacred poem’ —that the encounter with both occurs in the same number of canto (XXVI) and that, in the canto following that concerning Adam, the memory of Ulysses resurfaces when, as Dante is about to ascend to the Primo Mobile, he sees from on high
“il varco folle” [“the mad track”] (Par. XXVII, 82–83).
Adam condemned himself and all his offspring
“per non soffrire a la virtù che vole / freno a suo prode” [“By not enduring on the power that wills / curb for his good”] (Par. VII, 25–27; a lack of restraint which, for Eve, was an inability to endure the ‘veil’, Purg. XXIX, 25–27: note once again the numerical symmetry of the lines); Ulysses was lost because of himself, for failing to rein in his ingenuity. Adam was banished from Eden; Ulysses merely saw it from afar.

■ A Par. XXVI, 70-75, Dante, grazie al fulgido raggio degli occhi di Beatrice, riacquista la vista dopo essere stato abbagliato dal lume di san Giovanni. Viene parodiata l’esegesi di due passi simmetrici – Ap 3, 3 (prima visione, quinta chiesa) e 16, 15 (quinta visione, sesta coppa) -, nei quali è detto che il giudizio di Cristo arriva all’improvviso come un ladro (i temi sono variati più volte nel corso del poema, ad esempio a Inf. XXI). Il poeta si sente come uno che si svegli per un “lume acuto” che però non può fissare “sì nescïa è la sùbita vigilia” (dove “vigilia”, che equivale a risveglio, e “nescia” provengono da Ap 3, 3 – “Si ergo non vigilaveris … et horam nescies qua veniam ad te” -, mentre “sùbita” da Ap 16, 15 – “Quia vero Deus tunc ex improviso et subito faciet hec iudicia”), finché non viene in aiuto la virtù stimativa con la quale si acquista chiara coscienza della realtà (ad Ap 16, 15, il subitaneo venire di Cristo toglie invece ogni possibilità di ‘stimare’ l’indugio). Si tratta di una variazione che si allontana assai dai temi originari, che vengono quasi svuotati della loro drammaticità (il subitaneo arrivo del ladro); si mantiene però il concetto di qualcosa di improvviso che sopravviene e anche di un istinto alla fuga, reso dal fatto che “lo svegliato ciò che vede aborre”, cioè rifugge dal vedere perché, come notò il Buti, è colto da timore. Quasi usando un collirio (Ap 3, 18), “così de li occhi miei ogne quisquilia / fugò Beatrice (Ap 2, 17) col raggio d’i suoi, / che rifulgea da più di mille milia: / onde mei che dinanzi vidi poi (Ap 15, 8)” (vv. 76-79).

■ Dante chiede di un quarto lume, che vede aggiungersi ai tre apostoli; Beatrice risponde (Par. XXVI, 82-84) parodiando l’esegesi di Ap 3, 14, dove si cita la Lettera di Giacomo e la seconda paolina agli Efesini (da confrontare Dio che “vagheggia” l’anima di Adamo con quanto afferma Marco Lombardo a Purg. XVI, 85-87):

Hiis autem, sicut et in ceteris ecclesiis, premittit preceptum de istis scribendis ac deinde proponitur Christus loquens, ibi (Ap 3, 14): “Hec dicit amen”, id est verus seu veritas; vel “amen”, id est vere; “testis fidelis et verus, qui est principium”, id est prima causa, “creature Dei”, et hoc tam creando omnia de nichilo quam recreando electos per infusionem gratie. Sancti enim <anthonomasice> dicuntur creature Dei, secundum illud epistule Iacobi capitulo I° (Jc 1, 18): “Voluntarie genuit nos verbo veritatis, ut simus initium aliquod creature eius”. Et ad Ephesios II° dicit Apostolus (Eph 2, 10): “Ipsius sumus factura, creati in Christo Ihesu in operibus bonis”.
– E la mia donna: “Dentro da quei rai / vagheggia (Ap 5, 1) il suo fattor l’anima prima / che la prima virtù creasse mai” (Par. XXVI, 82-84).

■ Dalla settima visione (che ha ad oggetto la Gerusalemme celeste) derivano variazioni sul levarsi stupefatto alla vista di cose inusitate (Ap 21, 17; vv. 86, 89: si leva, stupendo); la trasparenza della città, specchio di verità (Ap 21, 11.18.21; vv. 101, 106: trasparer, verace speglio.
Come sono uguali le misure della Gerusalemme celeste in lunghezza di visione, larghezza di carità e altezza di lode divina (Ap 21, 16: “Tanta autem equalitas designat summam concordiam beatorum in regno Dei”), così l’acqua mai prima corsa “ritorna equale” (Par. II, 15); la nave stessa del poeta è attrezzata per tratti di mare che egli chiama pareggio (XXIII, 67-68: “non è pareggio da picciola barca / quel che fendendo va l’ardita prora”), quasi a sottolineare, nel suonare della parola (migliore rispetto alle varianti peleggio, pileggio), la tensione del viaggiatore verso “la prima equalità” (XV, 74). A XXVI, 106-108 – “perch’ io la veggio nel verace speglio / che fa di sé pareglio a l’altre cose, / e nulla face lui di sé pareglio” – Adamo usa l’aggettivo sostantivato pareglio, dal francese pareil – somigliante, con riferimento all’essere la Gerusalemme celeste, il luogo dei beati, simile all’increata luce divina e immagine di questa (Ap 21, 11). Se non è ammissibile la variante pareggio, sospetta eco di XXIII, 67, il suono della parola evoca comunque Dio, “la prima equalità”, esemplare di tutte le cose nessuna delle quali gli è di modello.
Ap 22, 17, uno dei passi conclusivi del libro, nel quale lo Spirito di Cristo invita alla cena delle nozze dell’Agnello quanti ascoltano assetati con desiderio e volontario consenso, fornisce motivi di liberalità e cortesia: mia voglia (v. 95), per udirti, la dico (v. 96), la voglia tua (v. 104), tu vuogli udir (v. 109).
Al v. 99 – “per lo seguir che face a lui 
la ’nvoglia – nella similitudine dell’affetto mostrato dal tremolio della luce che riveste Adamo con un animale coperto da un panno il quale agitandosi all’interno mostra il desiderio di liberarsi, la ’nvoglia, cioè la coperta, segue nell’agitarsi il desiderio, al quale allude foneticamente (è attestata anche la variante voglia, ammissibile se assunta nel senso di ‘involto’ o ‘tela per involgere’: cfr. Inglese ad loc., ma evidente eco del v. 95).
Sempre ad Ap 22, 17 si afferma che l’acqua della vita, a bere la quale lo Spirito di Cristo invita, è “gratuita” perché viene data con carità e liberalità e ricevuta senza l’intervento di alcun prezzo venale ed esteriore, e anche perché la prima Grazia viene data senza alcun merito precedente essendo principio e causa del merito stesso e del suo aumento. Le parole di Adamo, che accertano il poeta di intuire il suo desiderio, cioè le domande che intende proporgli, senza che questo venga espresso – “Sanz’ essermi proferta / da te, la voglia tua discerno meglio / che tu qualunque cosa t’è più certa” (vv. 103-105) -, in quanto lo legge in Dio, esemplare di tutte le cose, potrebbe fare riferimento, in un contesto semanticamente riconducibile all’esegesi di Ap 22, 17, alla prima Grazia data gratuitamente da Dio senza alcun altro intervento. Alla diffusa variante Dante, oltre alla “necessità” per la quale il nome dell’autore deve essere pronunciato una sola volta e non anche in questo caso (Purg. XXX, 63), si opporrebbe il fatto che sia Dio, liberale nella sua prima gratuita Grazia, a dare ad Adamo il discernimento dei desideri del proprio interlocutore.

■ Nell’esame di Inf. XXVI, 107-109, nelle parole di Ulisse – “quando venimmo a quella foce stretta / dov’ Ercule segnò li suoi riguardi / acciò che l’uom più oltre non si metta” – è stata registrata una variazione su temi da Ap 9, 14 e 20, 3, passi entrambi riferiti all’apposizione di un segno invalicabile. Prima che Ercole ponesse le sue mete alla ragione umana, un segno invalicabile era già stato posto da Dio stesso ad Adamo, come ammesso dal progenitore, il quale spiega al poeta che non il gustare il frutto proibito causò la cacciata dall’Eden, “ma solamente il trapassar del segno”, non cioè il peccato di gola (nel senso del desiderio di sapere), ma quello di superbia (Par. XXVI, 115-117). L’andare oltre il segno, nel caso di Ulisse, è proposto in modo assai più chiuso che nel caso di Adamo, ma qualcosa li unisce, nella comune presunzione di sapere. Non è casuale, come mai nulla è nel “poema sacro”, che l’incontro con entrambi corrisponda nel medesimo numero di canto e che, nel canto successivo a quello relativo ad Adamo, il ricordo di Ulisse si ripresenti quando, in procinto di ascendere al Primo Mobile, Dante ne vede dall’alto “il varco folle” (Par. XXVII, 82-83). Adamo condannò sé e tutta la sua prole “per non soffrire a la virtù che vole / freno a suo prode” (Par. VII, 25-27; un’assenza di freno che per Eva fu insofferenza del “velo”, Purg. XXIX, 25-27: si noti ancora la simmetria numerica dei versi); Ulisse si perdette per sé, per non aver frenato il suo ingegno. Adamo fu sbandito dall’Eden, Ulisse lo vide solo dalla distanza.

4. Il primo nome di Dio

 

The First Name of God

   The exegesis of Rev 19:1 deals with the festive jubilation that follows the condemnation of Babylon; it is particularly significant in terms of the final conversion of the Gentiles and of Israel, who, by renewing the Feast of Palm Sunday, will enter into Christ “in spiritu magno et alto”. Further on, in Rev 19:17–18, the text deals with the spiritual and evening banquet to which Elijah will invite the guests (“And I saw an angel standing in the sun”), a fundamental passage in the ascent to heaven described in the first canto of Paradiso.
   Beatrice, God’s ‘creation’ (Inf. II, 91; Rev 3:14), the tearful Scripture (Inf. II, 116; Rev 3:18), embodies within herself three names which, as a sign of reverence, cannot be translated. The first is the Greek “apocalypse” (meaning ‘revelation’): it pertains to Dante’s woman as she reveals herself in Eden, together with all the semantic and conceptual elements that accompany the term apocalipsis in the first three verses of the sacred book. The woman’s name also coincides with the final cause of the book (the “beatitudo”).
   The other two names are Hebrew: “alleluia” (meaning ‘to praise God’, as stated in Rev 19:1: “Quod est hebreum et est idem quod laudare Deum”) and “amen” (meaning ‘truly’, as in Rev 19:4: «“Amen, alleluia”, id est vere est Deus ineffabiliter laudandus»). Thus Lucia addresses her in the Empyrean to move her to save Dante: Beatrice, loda di Dio vera (Inf. II, 103), uttering three uninterpreted words — that is, words that cannot be translated — as a sign of reverence: “apocalipsis, alleluia, amen. Beatrice is the one who, in the Empyrean, sings “alleluia, as Virgil tells Chiron (Inf. XII, 88).
   Note the rhyme ending in –uia in Par. IX, 73 (“Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia), when Dante addresses Folco of Marseille, a loving spirit who has not yet revealed himself. ‘Inluiarsi’ is a neologism coined by Dante, and literally means ‘to penetrate into God’. But the lofty rhetoric that always envelops the verses evokes “alleluia”, which, according to St Jerome, is one of the names of God (ia), in the sense that the vision of the blessed is accompanied by ineffable praise. Also noteworthy is the explicit reference to letiziar, whereby “là sù fulgor s’acquista” (v. 70). Length (vision), breadth (joy) and height (praise) are the dimensions, perfectly equal to one another, of the heavenly city.
   Adam says that I s’appellava in terra il sommo bene / onde vien la letizia che mi fascia”: this was before, upon his death, he descended into Limbo (“a l’infernale ambascia”). Then – continues the progenitor – men gave God another name, El, “e ciò convene, / ché l’uso d’i mortali è come fronda / in ramo, che sen va e altra vene” (Par. XXVI, 133–138). This variation in human artifice, which nature leaves to mankind, is expressed by Adam through the theme of beauty (“secondo che v’abbella”, lines 130–132), a theme characteristic of the fifth period of the Church in its beautiful beginning, filled with the gifts of the Spirit: the fifth status is, par excellence, that of communal life (Prologus, Notabile III; Rev 2:1).
   The presence of joy in Adam’s words seems to link the name I not to a number (the unity of God), nor generically to a name of the utmost simplicity, but rather to Ia (the consonantal I, pronounced Ia) [1], that is, to alleluia, a name which expresses the ineffability of God and, from a human perspective, the praise paid to Him. Such is the interpretation of Rev 19:1, where Jerome and Augustine are cited [2]. The first name of God was therefore one of ineffable praise, also expressed by Beatrice, “loda di Dio”.

[1] This thus confirms GINO CASAGRANDE’s argument: I s’appellava in terra ’l sommo bene, in “Aevum”, 50 (1976), pp. 249-273.

[2] Cf. S. HIERONYMI Presbyteri Liber interpretationis hebraicorum nominum, cura et studio P. De Lagarde, Turnholti 1959 (Corpus Christianorum. Series Latina, LXXII), p. 159; Epist. XXV, PL 22, col. 429. But the quotation is mediated through ISIDORE OF SEVILLE, Etymologiarum VI, xix, 19-21 (ed. W. M. Lindsay, Oxonii 1911, vol. I). Cf. Sancti Aurelii AUGUSTINI De doctrina christiana, cura et studio I. Martin, Turnholti 1962 (CCSL, XXXII), lib. II, xi, p. 42.

L’esegesi di Ap 19, 1 tratta del festivo giubilo che segue la dannazione della nuova Babilonia; è particolarmente importante sotto l’aspetto della conversione finale dei Gentili e d’Israele i quali, rinnovando la festività delle Palme, entreranno in Cristo “in spiritu magno et alto”. Più avanti, ad Ap 19, 17-18, si tratta dello spirituale e serotino convivio al quale inviterà Elia (“Et vidi unum angelum stantem in sole”), passo fondamentale nella salita al cielo descritta nel primo canto del Paradiso.
Beatrice, ‘fattura’ di Dio (Inf. II, 91; Ap 3, 14), Scrittura lacrimosa (Inf. II, 116; Ap 3, 18), racchiude in sé tre nomi i quali, in segno di reverenza, non possono essere tradotti. Il primo è il greco “apocalisse” (che significa ‘rivelazione’): appartiene alla donna di Dante nel suo disvelarsi nell’Eden, insieme a tutti gli elementi semantici e concettuali che accompagnano, nei primi tre versetti del libro sacro, il termine apocalipsis. Il nome della donna coincide anche con la causa finale del libro (la “beatitudo”).
Gli altri due nomi sono ebraici: “alleluia” (che significa ‘lodare Dio’, come detto ad Ap 19, 1: “Quod est hebreum et est idem quod laudare Deum”) e “amen” (che significa ‘veramente’, come ad Ap 19, 4: «“Amen, alleluia”, id est vere est Deus ineffabiliter laudandus»). Lucia così le si rivolge nell’Empireo per muoverla a salvare l’amico: “Beatrice, loda di Dio vera” (Inf. II, 103), dicendo tre parole non interpretate, cioè non traducibili in segno di reverenza: ‘apocalipsis, alleluia, amen’. Beatrice è colei che nell’Empireo canta “alleluia”, come dice Virgilio a Chirone (Inf. XII, 88).
Da notare la rima in –uia a Par. IX, 73 (“Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia”), nel rivolgersi di Dante a Folchetto di Marsiglia, spirito amante non ancora manifestatosi. ‘Inluiarsi’ è neologismo dantesco, e significa letteralmente ‘penetrare in Dio’. Ma l’alta retorica che sempre fascia i versi richiama “alleluia”, che secondo san Girolamo è uno dei nomi di Dio (ia), nel senso che il vedere dei beati si accompagna alla lode ineffabile. Di rilievo è anche l’esplicito riferimento al letiziar, per cui “là sù fulgor s’acquista” (v. 70). La lunghezza (il vedere), la larghezza (il gaudio) e l’altezza (la lode) sono le misure, perfettamente uguali fra loro, della città celeste.
Dice Adamo che “I s’appellava in terra il sommo bene / onde vien la letizia che mi fascia”: questo prima che, con la sua morte, scendesse al Limbo (“a l’infernale ambascia”: cfr. Ap 7, 7) e desiderasse il paradiso come i Padri ivi rinchiusi (cfr. Ap 5, 4). Poi – continua il progenitore – gli uomini diedero a Dio un altro nome, El, “e ciò convene, / ché l’uso d’i mortali è come fronda / in ramo, che sen va e altra vene” (Par. XXVI, 133-138; parodia della citazione da Ezechiele 1, 14: “ibant et revertebantur in similitudinem fulguris coruscantis” ad Ap 4, 5). Questo variare dell’umano artificio, che la natura lascia agli uomini, è espresso da Adamo attraverso il tema della bellezza (“secondo che v’abbella”, vv. 130-132), un tema proprio del quinto stato nel suo bell’inizio ripieno dei doni dello Spirito: il quinto stato è per eccellenza quello della vita associata (prologo, Notabile III; Ap 2,1).
La presenza della letizia nelle parole di Adamo sembra ricondurre il nome I non a un numero (l’unità di Dio, da cui la variante un), né genericamente a un nome di massima semplicità, bensì a Ia (I consonantica, pronunciata Ia[1], cioè ad alleluia, nome che esprime l’ineffabilità di Dio e, dal punto di vista dell’uomo, la lode tributatagli. Tale è nell’esegesi di Ap 19, 1, dove sono citati Girolamo e Agostino [2]. Il primo nome di Dio fu dunque di ineffabile lode, espresso anche da Beatrice, “loda di Dio”.

[1] Si conferma in tal modo la tesi di GINO CASAGRANDE, I s’appellava in terra ’l sommo bene, in “Aevum”, 50 (1976), pp. 249-273.

[2] Cfr. S. HIERONYMI Presbyteri Liber interpretationis hebraicorum nominum, cura et studio P. De Lagarde, Turnholti 1959 (Corpus Christianorum. Series Latina, LXXII), p. 159; Epist. XXV, PL 22, col. 429. Ma la citazione è mediata tramite ISIDORO DI SIVIGLIA, Etymologiarum VI, xix, 19-21 (ed. W. M. Lindsay, Oxonii 1911, vol. I). Cfr. Sancti Aurelii AUGUSTINI De doctrina christiana, cura et studio I. Martin, Turnholti 1962 (CCSL, XXXII), lib. II, xi, p. 42.

Tab. VIII

[LSA, cap. XIX, Ap 19, 1 (VIa visio)] Pro primo dicit: “Post hoc”, id est post dampnationem Babilonis, “audivi vocem magnam quasi tubarum multarum in celo dicentium: Alleluia” (Ap 19, 1). Quot sancti erunt tunc tot erunt et tube, que per Spiritus Sancti vehementem flatum ex intimis visceribus usque ad celum et in totum orbem divinas iubilationes et laudes altissime et effusive resonabunt. Et quia magna multitudo Iudeorum et gentium, et Grecorum et Latinorum, tunc intrabit ad Christum in spiritu magno et alto, ideo tunc multe erunt tube magnis vocibus spiritalium intellectuum et affectuum resonantes, sicut et in huius typum sexta hebdomada quadragesim<e> sextoque die ante passionem Domini celebratur annuatim sollempnitas palmarum, in qua a multis populis glorificatus est Christus. Turbe enim que precedunt designant Grecos et que sequuntur Latinos; que autem occurrunt ad descensum montis Olivarum Iudeos, inter quos sunt et pueri Hebreorum. Igitur hii omnes cantabant “Osanna filio David” et ‘gloria, laus et honor tibi sit, rex Christe redemptor’ (cfr. Mt 21, 9-15).
Quia etiam spiritalis intellectus tertii generalis status tunc clarissime aperietur, et cum ipso omnes ceteri, idcirco procedet tunc de tubis diversarum ystoriarum seu figurarum et innumerabilium misteriorum concorditer et admirabiliter resonantium et sanctorum corda suscitantium ad ineffabilem Dei laudem, que hic designatur per “alleluia”. Quod est hebreum et est idem quod laudare Deum. Nam, secundum Ieronimum, ia est in hebreo <unum> de decem nominibus Dei, cantaturque communiter in ecclesia cum grandi melodia et neupmate ad designandum illum ineffabilem iubilum laudis Dei qui verbis exprimi non potest. Unde, secundum Augustinum, ‘alleluia’ et ‘amenpropter sui reverentiam remanserunt intranslata. Unde, secundum Ricardum, quia “alleluiaignotum est, addit quod notum est dicens: “laus et gloria et virtus Deo nostro”, scilicet est vel sit et reddatur seu ascribatur a nobis. “Laus” dicitur in respectu ad nos a quibus est laudandus; “gloria” vero designat essentialem et immensam beatitudinem eius suis sanctis tunc singulariter inclarescentem; “virtus” vero est eius omnipotentia per quam deiecit Babilonem et mirabiliter exaltavit electos.

[LSA, cap. XIX, Ap 19, 4] Deinde ostendit quomodo communi laudi sanctorum correspondebit laus prelatorum presidentium collegiis sanctorum. Unde subdit (Ap 19, 4): “Et viginti quattuor seniores et quattuor animalia ceciderunt et adoraverunt Deum sedentem super tronum dicentes: Amen, alleluia”, id est vere est Deus ineffabiliter laudandus. Dicendo enim “amen” confirmant laudem communitatis suorum subditorum, et post hoc addunt et ipsi suam laudem […].

Par. IX, 70-75

Per letiziar  là sù fulgor s’acquista,
sì come riso qui; ma giù s’abbuia
l’ombra di fuor, come la mente è trista.
“Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia”,
diss’ io, “beato spirto, sì che nulla
voglia di sé a te puot’ esser fuia”.

 

Inf. II, 103-105

Disse: – Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t’amò tanto,
ch’uscì per te de la volgare schiera?

Inf. XII, 88-90

Tal si partì da cantare  alleluia
che mi commise quest’ officio novo:

non è ladron, né io anima fuia.

Par. XXVI, 133-138

Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia
I <a> s’appellava in terra il sommo bene
onde vien la letizia che mi fascia;
e El  si chiamò poi: e ciò convene,
ché l’uso d’i mortali è come fronda
in ramo, che sen va e altra vene.

AVVERTENZE

Seppure segue l’ordine dei ventidue capitoli dell’Apocalisse, Olivi suggerisce, nel prologo della Lectura, un metodo differente di comprensione e di aggregazione del testo, fondato sui sette stati (status), cioè sulle epoche nelle quali si articola la storia della Chiesa, prefigurate nell’Antico Testamento.
L’Apocalisse si articola in sette visioni: le sette chiese d’Asia, i sette sigilli, le sette trombe, la donna vestita di sole (le sette guerre sostenute dalla Chiesa), le sette coppe, il giudizio di Babylon nelle sette teste del drago, la Gerusalemme celeste. Le prime sei visioni possono essere a loro volta divise in sette momenti, ciascuno dei quali riferibile a uno dei sette stati. Assembrando, per le prime sei visioni, tutti i primi elementi (chiesa, sigillo, tromba, guerra, coppa, momento del giudizio di Babylon), tutti i secondi, i terzi e così di seguito, si ottengono sette gruppi di materia teologica, corrispondenti al complesso dei temi afferenti a ciascuno dei sette stati. A questi sette gruppi si aggiungono altri due: l’esegesi della settima visione (senza articolazioni interne) e l’esegesi di capitoli del testo scritturale, o di parti di essi, introduttivi delle successive specificazioni delle singole visioni per settenari, che Olivi definisce “radicalia” o “fontalia”. Si ottengono in tal modo nove gruppi: le parti proemiali, i sette assembramenti di settenari e la settima visione. Il grande prologo della Lectura, articolato in tredici notabilia, può essere anch’esso aggregato secondo i sette stati. Un libro (la Lectura) contiene dunque princìpi e criteri affinché l’accorto lettore possa trarne un altro libro, fatto con lo stesso materiale ma ricomposto e distribuito in forma diversa.

La Commedia mostra un ordine interno diverso da quello che appare al lettore: il viaggio di Dante ha un andamento di ciclici settenari, che corrispondono ai sette stati della storia della Chiesa, cioè alle categorie con cui Olivi organizza la materia esegetica. Questo ordine interno è registrabile per zone progressive del poema dove prevale, tramite parole-chiave, la semantica riferibile a un singolo stato. È un’intima struttura dirompente i confini letterali stabiliti dai canti e da tutte le divisioni materiali per cerchi, gironi, cieli. Ogni stato, che ha differenti inizi, è concatenato per concurrentia, come le maglie di un’armatura, con quello che precede e con quello che segue. Si possono in tal modo redigere mappe che comprendano l’ordine spirituale della Commedia. La ricerca è pervenuta a una Topografia spirituale della Commedia, dove quasi per ogni verso, o gruppo di versi, collegamenti ipertestuali conducono al “panno” esegetico fornito dalla Lectura super Apocalipsim, sul quale il “buon sartore” ha fatto “la gonna” (cfr. Par. XXXII, 139-141).

■ A ogni gruppo è arbitrariamente assegnato un diverso colore: Radici (verde), I stato (verde acqua), II stato (rosso), III stato (nero), IV stato (viola), V stato (marrone), VI stato (blu), VII stato (indaco), VII visione (fucsia). Dei gruppi sono stati integralmente studiati il terzo stato e la settima visione. Mentre la diversità dei colori è generalmente rispettata nelle tabelle complessive contenenti i collegamenti ipertestuali (Par. XXII, XXIII), nelle sinossi i colori possono essere variati per maggiore evidenza.

Non di rado nei versi alcune parole o incisi-chiave possono rinviare a più luoghi esegetici. Questo perché il testo dottrinale contenuto nella Lectura, prima di travasarsi semanticamente nella Commedia, è stato sottoposto a una duplice riorganizzazione. La prima, sulla base delle indicazioni dello stesso Olivi, secondo il materiale esegetico attribuibile ai singoli stati. La seconda, seguendo il principio applicato nelle distinctiones ad uso dei predicatori, sulla base di lemmi analogicamente collazionati. La “mutua collatio” di parti della Lectura arricchisce il significato legato alle parole e consente uno sviluppo tematico amplificato. Si vedano, ad esempio, le variazioni eseguite sul tema della “voce” o sull’espressione “in medio”, temi più volte iterati nel sacro testo, oppure il modo con cui Ap 1, 16-17 (l’esegesi della decima e undecima prefezione di Cristo come sommo pastore) percorre i versi in collazione con altri passi. A ciò predispone lo stesso testo scritturale, poiché l’Apocalisse contiene espressioni, come Leitmotive, che ritornano più volte. È determinata da parole-chiave che collegano i passi da collazionare. È suggerita dallo stesso Olivi, nel prologo, per una migliore intelligenza del testo.

Tutte le citazioni della Lectura super Apocalipsim presenti nei saggi o negli articoli pubblicati su questo sito sono tratte dalla trascrizione, corredata di note e indici, del ms. Paris, Bibliothèque nationale de France, lat. 713, a disposizione fin dal 2009 sul sito medesimo. I passi scritturali ai quali si riferisce l’esegesi sono in tondo compresi tra “ ”; per le fonti diverse da quelle indicate si rinvia all’edizione in rete. Non viene presa in considerazione l’edizione critica a cura di WARREN LEWIS (Franciscan Institute Publications, St. Bonaventure – New York, 2015) per le problematiche da essa poste, che sono discusse in ALBERTO FORNI – PAOLO VIAN, A proposito dell’edizione di Warren Lewis della Lectura super Apocalipsim di Pietro di Giovanni Olivi. Alcune osservazioni, in “Archivum Franciscanum Historicum”, 109 (2016), pp. 99-161.
Il testo della Commedia citato è in Dante Alighieri, La Commedia secondo l’antica vulgata, a cura di GIORGIO PETROCCHI, Firenze 1994. Si tiene anche conto dell’edizione a cura di GIORGIO INGLESE, Firenze 2021 (Società Dantesca Italiana. Edizione Nazionale), qualora il testo proposto si discosti da quello del Petrocchi e la scelta della variante risulti discutibile nel confronto con la LSA.

ABBREVIAZIONI

Ap: APOCALYPSIS IOHANNIS.

LSA: PIETRO DI GIOVANNI OLIVI, Lectura super Apocalipsim.

Concordia: JOACHIM VON FIORE, Concordia Novi ac Veteris Testamenti. Herausgegeben von A. PATSCHOVSKY, Wiesbaden 2017 (Monumenta Germaniae Historica. Quellen zur Geistesgeschichte des  Mittelalters, 28. Band), Teil 2 (lib. I-IV), Teil 3 (lib. V).

Expositio: GIOACCHINO DA FIORE, Expositio in Apocalypsim, in Edibus Francisci Bindoni ac Maphei Pasini, Venetiis 1527, ristampa anastatica Minerva, Frankfurt a. M. 1964.
IOACHIM ABBAS FLORENSIS, Expositio super Apocalypsim et Opuscula adiacentia. Ediderunt ALEXANDER PATSCHOVSKY et KURT-VICTOR SELGE †, Roma 2024 (Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Fonti per la Storia dell’Italia Medievale, Antiquitates, 59, 3 voll.; l’edizione reca a margine la foliazione dell’edizione veneziana).

Olivi opera spesso una sintesi del testo di Gioacchino da Fiore. Le « » precedono e chiudono un’effettiva citazione. Diversamente, viene posto un asterisco (*) o una nota in apice al termine della parte riferibile a Gioacchino.

In Ap: RICCARDO DI SAN VITTORE, In Apocalypsim libri septem, PL 196, coll. 683-888.

Note sulla “topografia spirituale” della Commedia   EN

Per quanto segua l’ordine dei ventidue capitoli dell’Apocalisse, Olivi suggerisce un metodo differente di comprensione e di aggregazione del testo esegetico, fondato sui sette stati, cioè sui periodi nei quali si articola la storia della Chiesa. L’Antico Testamento corrisponde alle prime cinque età del mondo, secondo la divisione tradizionale [1]: è l’età del Padre secondo Gioacchino da Fiore. Con il primo avvento di Cristo, nella carne, inizia la sesta età (l’età del Figlio), nella quale la Chiesa, come fosse un individuo, cresce e si sviluppa in sette stati. Al primo, apostolico periodo, succede il secondo dei martiri; poi, al tempo di Giustiniano, il terzo stato dei dottori che confutano con l’intelletto le eresie concorre con il quarto stato degli affettuosi anacoreti devoti al pasto eucaristico, alti per la contemplazione ma anche attivi come reggitori delle genti; a partire da Carlo Magno subentra il quinto stato aperto alla vita associata delle moltitudini, bello nel principio ma poi corrottosi fino a trasformare quasi tutta la Chiesa in una nuova Babilonia; la riforma interviene, a partire da Francesco, con il cristiforme sesto stato, fino alla sconfitta dell’Anticristo; subentra infine il silenzio e la quiete del pacifico settimo stato. Il sesto e il settimo stato (la terza età di Gioacchino da Fiore) coincidono con il secondo avvento di Cristo, nello Spirito, cioè nei suoi discepoli spirituali inviati a convertire il mondo con la predicazione; al termine del settimo stato ci sarà il terzo avvento, nel giudizio.
L’Apocalisse si articola in sette visioni: le sette chiese d’Asia, i sette sigilli, le sette trombe, la donna vestita di sole (le sette guerre sostenute dalla Chiesa), le sette coppe, il giudizio di Babylon nelle sette teste del drago, la Gerusalemme celeste. Le prime sei visioni possono essere a loro volta divise in sette momenti, ciascuno dei quali riferibile a uno dei sette stati. Assembrando, per le prime sei visioni, tutti i primi elementi (chiesa, sigillo, tromba, guerra, coppa, momento del giudizio di Babylon), tutti i secondi, i terzi e così di seguito, si ottengono sette gruppi di materia teologica, corrispondenti al complesso dei temi afferenti a ciascuno dei sette stati [2]. A questi sette gruppi se ne aggiungono altri due: l’esegesi della settima visione (senza articolazioni interne) e l’esegesi di capitoli del testo scritturale, o di parti di essi, introduttivi delle successive specificazioni delle singole visioni per settenari, che Olivi definisce “radicalia” o “fontalia”. Si ottengono in tal modo nove gruppi: le parti proemiali, i sette assembramenti di settenari e la settima visione. Il grande prologo della Lectura, articolato in tredici notabilia, può essere anch’esso aggregato nelle sue parti secondo i sette stati.

L’intenso travaso di parole-temi dalla Lectura nella Commedia si accompagna a un fatto strutturale. La Commedia mostra un ordine interno diverso da quello che appare al lettore: il viaggio di Dante ha un andamento di ciclici settenari, che corrispondono ai sette stati oliviani. È un ordine registrabile per zone progressive del poema dove prevalgono i temi di un singolo stato, che rompe i confini letterali stabiliti dai canti e da tutte le divisioni materiali per cerchi, gironi, cieli. Ogni stato, che ha differenti inizi, è concatenato per “concurrentia”, come le maglie di un’armatura, con quello che precede e con quello che segue. Ciascuno stato ha in sé una grande ricchezza di motivi e contiene inoltre temi di tutti gli altri, consentendo innumerevoli intrecci e variazioni. La Commedia appare, come l’Apocalisse, “libro scritto dentro e fuori” (Ap 5, 1), con duplice struttura, linguaggio e senso, letterale e spirituale. Il viaggio di Dante e la visione di Giovanni hanno la stessa causa finale, che è la beatitudine, alla quale si perviene con diverse guide, per gradi segnati da visioni sempre più nuove e ardue delle precedenti, attraverso una sempre maggiore apertura dell’arcano coperto dal velame dei sette sigilli fino al punto più alto in cui, in questa vita, è possibile vedere la verità.
Tutti i modi del linguaggio interiore al poema esprimono un processo, un viaggio dal più chiuso al più aperto, e in questo andare hanno una loro precisa collocazione ‘topografica’, uno ‘stato’ (nel senso di momento storico che ricade sulla coscienza individuale) al quale appartenere. Si possono in tal modo stendere vere e proprie mappe tematiche che comprendano l’ordine spirituale di tutta la Commedia che aderisce, parodiandola semanticamente, a una precisa teologia della storia, sia pure modificandone profondamente le prospettive. La ciclicità dei temi permette di stabilire collegamenti inusitati tra le diverse zone; il procedere per gradi dell’illuminazione divina fa sì che episodi oscuri e quasi ermeticamente chiusi si chiariscano poi, aprendosi all’intelligenza in modo più alto.
A ogni gruppo è arbitrariamente assegnato un diverso colore: Radici (verde), I stato (verde acqua), II stato (rosso), III stato (nero), IV stato (viola), V stato (marrone), VI stato (blu), VII stato (indaco), VII visione (fucsia). Dei gruppi sono stati integralmente studiati il terzo stato e la settima visione.

INFERNO

(le prime cinque età del mondo)

La ‘topografia spirituale’ del poema mostra nell’Inferno cinque cicli settenari corrispondenti agli stati della Chiesa descritti da Olivi e ai loro temi contenuti nella Lectura. Questi cinque cicli designano le prime cinque età del mondo (riunite a loro volta nel primo stato generale, che corrisponde all’età del Padre di Gioacchino da Fiore), in quanto prefigurazione del primo avvento di Cristo e della Chiesa.
I cinque cicli settenari che si susseguono nell’Inferno a partire dal quarto canto (i primi tre canti hanno una tematica particolare) sono preceduti da cinque zone che possono essere definite ‘snodi’, dove cioè confluiscono temi provenienti da più stati, intrecciati insieme ad altri ad avviare il procedere settenario. Il centro di questi ‘snodi’ coincide con un canto (Inf. IV, X, XVII, XXVI, XXXII), ma la zona è più vasta e supera l’ambito dato dalla divisione letterale del poema.

Inf. I-III sono da considerare al di fuori dei cicli. Inf. I e II sono profondamente segnati dai temi del sesto stato. Inf. III è riferibile al settimo stato (per gli ignavi) e in parte al quinto (per l’episodio di Caronte).

canti

I ciclo

stati

cerchi

IV

Limbo

Radici, I (I snodo)

I

V

lussuriosi

II

II

VI

golosi

III

III

VII

avari e prodighi

palude Stigia
(iracondi e accidiosi)

IIIIV

 

V

IV


V

VIII

palude Stigia (orgogliosi)
città di Dite

V

V

IX

apertura della porta di Dite

VVI

 

canti

II ciclo

stati

cerchi

IX-X-XI

eretici, ordinamento dell’inferno

I (II snodo)

VI

XII

violenti contro il prossimo

II

VII (girone 1)

XIII

violenti contro sé

III

        (girone 2)

XIV

violenti contro Dio: bestemmiatori

IV

        (girone 3)

XV-XVI

violenti contro Dio: sodomiti

V

XVI

XVII

ascesa di Gerione

Gerione,  violenti contro Dio: usurai

VI

canti

III ciclo

stati

cerchi

XVII

volo verso Malebolge

I (III snodo)

 

XVIII

ruffiani, lusingatori

Radici II

VIII (bolgia 1, 2)

XIX

simoniaci

III

(bolgia 3)

XX

indovini

IV

(bolgia 4)

XXI-XXII

barattieri

V

(bolgia 5)

XXIII

ipocriti

VVI

(bolgia 6)

XXIV-XXV

ladri

VI

(bolgia 7)

canti

IV ciclo

stati

cerchi

XXVI

consiglieri di frode (greci)

I (IV snodo)

(bolgia 8)

XXVII

consiglieri di frode (latini)

II

XXVIII-XXIX

seminatori di scandalo e di scisma

III

(bolgia 9)

XXIX

falsatori

IV

  (bolgia 10)

XXX

falsatori

IVV

XXXI

giganti

VVI

 

canti

V ciclo

stati

cerchi

XXXII

Cocito: Caina, Antenora

I (V snodo)

IX

XXXIII

Antenora, Tolomea

II

XXXIV

Giudecca

IIIIVV

XXXIV

volgersi di Virgilio sull’anca di Lucifero

VI

 

 

Il sesto stato è per Olivi la fase più importante nella costruzione dell’edificio della Chiesa. In esso “renovabitur Christi lex et vita et crux”. Corrisponde ai tempi moderni. Ha quattro diversi inizi temporali: uno profetico, con Gioacchino da Fiore, il quale lo vide in spirito concependo la sua terza età; il secondo con la conversione di Francesco (1206), che seminò la pianta; il terzo con la predicazione degli uomini spirituali, per la quale la pianta si rinnovella; il quarto con la distruzione storica di Babylon. Dura fino alla sconfitta dell’Anticristo, il cui avvento si collocherebbe, secondo i numeri della profezia di Daniele 12, 11-12 combinati con Ap 12, 6 e 14, fra il 1290 e il giubileo di pace del 1335.
Una ‘vita nuova’ si instaura nel sesto stato, per eccellenza il momento dell’imitazione di Cristo. I rami dell’albero si dilatano producendo il frutto della carità, l’acqua che proviene da Cristo-fonte attraverso il condotto che percorre i primi cinque stati della Chiesa si effonde in un lago; è il tempo, assimilato al sacramento del matrimonio, della letizia nuziale, della familiarità, dell’amicizia. Corrisponde al sesto giorno della creazione, in cui vennero creati prima i rettili e le bestie irrazionali, poi l’uomo razionale che, come l’ordine evangelico, è fatto a immagine e somiglianza di Dio e domina tutti gli animali.
Le espressioni di Olivi relative al sesto stato – “quoddam sollempne initium novi seculirenovaretur et consumaretur seculum”, nel quale il sacerdozio apostolico “redeat et assurgat ad ordinem primum”, la “nova Ierusalem”, interpretata come “visione di pace”, viene vista “descendere de celo” e la Chiesa descritta come la donna vestita di sole con la sua “virginea proles” – sono la veste spirituale dei versi della quarta egloga virgiliana che celebrano la rinnovata età dell’oro: “Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo / iam redit et Virgo; redeunt Saturnia regna; / Iam nova progenies caelo demittitur alto” (Egloga IV, 5-7). Olivi completa la Lectura super Apocalipsim nel 1298, poco prima di morire, il 14 marzo, a Narbonne. Quel felicissimo stato segnato dalla pace sotto il divo Augusto, che rese l’umanità disposta al primo avvento di Cristo, si sta rinnovando nel sesto stato della Chiesa, nel secondo avvento nello Spirito. Scrive Arsenio Frugoni: “[…] quell’escatologismo, oltre che ideologia di lotta e di riforma del gruppo spirituale, era anche un vero e proprio sentimento storico […] una tensione di rinnovamento, una ansia di salvezza, che nel 1300, l’anno centenario della Natività, aveva trovato come una attivazione, in un senso di pienezza dei tempi, cui doveva corrispondere un fatto, un accadere meraviglioso e nuovo” [3].
All’apertura del sesto sigillo, l’eletta schiera dei riformatori – i 144.000 segnati dalle dodici tribù d’Israele – guida la turba innumerevole di ogni gente, tribù, popolo e lingua (Ap 7, 3-4.13). Questi eletti e magnanimi duci, separati dalla volgare schiera per più alta milizia, vengono destinati a difendere liberamente la fede – ad essi è data la “plena libertas ad innovandam christianam religionem” -; sono gli amici di Dio a lui noti per nome, configurati in Cristo crocifisso e votati al martirio.
All’interno della Chiesa del sesto stato, l’Ordine dei Minori – “ordo plurium personarum” – è  assimilabile alla persona umana di Cristo. Come questa si sviluppò fino all’età virile, così dovrà essere per l’ordo evangelicus piantato da Francesco, che avrà bisogno (a differenza di Cristo che stette poco tempo nel mondo) di due o tre generazioni per svilupparsi prima di subire una condanna simile a quella di Cristo [4]. La sua maturità coincide, verso il 1300, con il terzo inizio del sesto stato, cioè con il rinnovarsi per opera dello Spirito di Cristo, nel suo secondo avvento, della pianta seminata da Francesco. Questa concezione dell’Ordine francescano come individuo in sviluppo che, perfettamente maturato, diventa il novus ordo preconizzato da Gioacchino da Fiore per l’età dello Spirito, si differenzia da quella di Bonaventura, che aveva invece distinto i Francescani del proprio tempo – e quindi anche gli Spirituali – dall’Ordine finale che dominerà fino ai confini della terra. Alla terza apertura del sesto sigillo nuovi san Giovanni vengono inviati a predicare al mondo come nel tempo degli Apostoli. Ma Giovanni non designa solo un Ordine, perché Olivi lascia aperta la possibilità di rivelazioni individuali, avute da “singulares persone”, perfetti imitatori di Cristo votati, con la loro “lingua erudita”, al compito della conversione universale.

[LSA, cap. X, Ap 10, 11] “Et dixit michi: Oportet te iterum prophetare in gentibus et populis et linguis et regibus multis”. In ipsa sapientia libri expresse continetur quod oportet iterum predicari evangelium in toto orbe, et Iudeis et gentibus, et totum orbem finaliter converti ad Christum. Sed quod per istum hoc esset implendum non poterat sciri nisi per spiritualem revelationem, et hoc dico prout per Iohannem designantur hic singulares persone quia, prout per ipsum designatur in communi ordo evangelicus et contemplativus, scitur ex ipsa intelligentia libri quod per illum ordinem debet hoc impleri.

Nei cinque cicli settenari della prima cantica il sesto stato è segnato dall’apertura della porta della città di Dite (Inf. IX, 89-90); dall’ascesa di Gerione dall’abisso (Inf. XVI, 106-136); dal precipitoso passaggio dalla quinta alla sesta bolgia (Inf. XXIII, 1-57) e poi dalle trasformazioni della settima, dove i ladri fiorentini si mutano in serpenti e viceversa (Inf. XXIV-XXV); dal chinarsi di Anteo sul fondo dell’inferno (Inf. XXXI, 136-145); dal passaggio del centro della terra, con la conversione di Virgilio sull’anca di Lucifero, che è passaggio verso la sesta età, quella della Chiesa, descritta nel Purgatorio.
Ma i temi propri del sesto stato sono diffusi ovunque, intrecciati con quelli degli altri stati, e alla loro esegesi rinviano precise parole-chiave incardinate nel senso letterale dei versi. L’esegesi dell’angelo del sesto sigillo (Ap 7, 2) è già centrale nel primo canto del poema.
La novità che il sesto stato, per eccellenza stato di rinnovamento di questo secolo, arreca nell’inferno è una novità fittizia: l’apertura della porta della città di Dite non è vera novità, perché essa è stata chiusa dall’ostinazione dei diavoli, recidivi dopo l’apertura della porta dell’inferno da parte di Cristo prefigurata dalla venuta di Ercole all’Ade, per cui Cerbero “ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo”; Gerione viene su ad un “novo cenno” di Virgilio, ma è figura della frode dalla velenosa coda aculeata; il nuovo prodotto dalle trasformazioni reciproche di serpenti e uomini è qualcosa di incompiuto perché l’uomo razionale, creato nel sesto stato, regredisce allo stato precedente.
L’Inferno è il luogo della durezza lapidea, dell’impetrarsi, del parlare duro di cose dure a dirsi, del duro giudizio, del senso duro della scritta al sommo della porta, dei duri lamenti, dei duri demoni, dei duri veli del gelo, della gravezza. Nell’Inferno vige l’imposizione data a Daniele dall’angelo sotto il sesto sigillo dell’Antico Testamento: “Ora tu, Daniele, chiudi queste parole e sigilla questo libro fino al tempo stabilito” (Dn 12, 4), che era la sesta età nella quale apparve Cristo e in particolare il sesto stato della sua Chiesa nella quale il libro doveva essere più pienamente aperto, non però ai malevoli e ai maldisposti. Questa durezza è rotta dall’invito di Dante ai dannati perché parlino. Far parlare liberamente, per dettato interiore, è la principale prerogativa del sesto stato – la nuova età che tanto s’aspetta, quella che ode del “dolce stil novo” e delle “nove rime” -, ed è tema che la poesia canta per intero, sia pure per un attimo, anche nella vecchia roccia infernale. Appartiene alla sesta chiesa il parlare liberamente di Cristo – ad essa è dato l’“ostium apertum”, che è “ostium sermonis” – , il sentire per dettato interiore, l’aprirsi della volontà. Appartiene alla sesta chiesa anche il far venire quelli che si dicono Giudei senza esserlo, mutati nel cuore e disposti a farsi battezzare e governare. Questo far venire a parlare equivale al cortese e liberale invito dello Spirito di Cristo a convivare, a venire con desiderio e volontario consenso, con “disio” e con “velle”, in una pausa di pace nell’eterna dannazione. All’“affettüoso grido” del poeta le ombre di Francesca e Paolo vengono “dal voler portate” verso un momento di mutazione, sebbene limitata al successivo colloquio. Tutto l’Inferno è un contrappunto fra la durezza del giudizio e l’apertura per la parola dirompente, fin che essa dura, la pena. Un’apertura che si esprime in varie forme: muoversi sospirando nel Farinata prima immobile, ‘crollarsi’ quasi per terremoto interiore dello ‘schivo’ Ulisse, convertirsi del vento in voce in Guido da Montefeltro, tornare indietro nel cammino assegnato o separarsi dai compagni di pena, essere sforzati a parlare anche malvolentieri, non poterlo negare o mostrare fretta di farlo, arrestarsi obliando il martirio, levarsi per poi ricadere, sollevarsi da atti bestiali per ritornare a essi dopo aver parlato, come nel conte Ugolino. In tante lingue, che parlano come per sé stesse mosse, sta un solo desiderio, il vivere ancora nel libro che è stato altrui aperto.
Se nell’Inferno il sesto stato non si realizza mai compiutamente, anche il settimo, che gli è strettamente connesso, non può trovare un luogo autonomo. Ciò non toglie che temi del settimo stato (e della settima visione) siano ben presenti in modo diffuso. Ad esempio, quelli relativi alla settima chiesa assumono particolare rilievo nella descrizione degli ignavi a Inf. III. Tempo del silenzio, della serena pace, del riposo dalle ansiose fatiche, il settimo stato subentra dopo le terribili tentazioni inferte, con un martirio non corporale ma psicologico, dai carnefici dell’Anticristo nel sesto. Come ogni momento della storia umana partecipa dell’imitazione di Cristo, che raggiunge l’acme nel sesto stato, così in ogni periodo si verifica una sua “quietatio”, una pausa di pace, di quiete, di silenzio propria del settimo. Così Francesca parla e ascolta “mentre che ’l vento, come fa, ci tace”. Il vento – “la bufera infernal, che mai non resta” – designa il fluttuare tempestoso delle passioni nel cuore.

PURGATORIO

(sesta età del mondo)

Dopo le prime cinque età del mondo (corrispondenti all’Antico Testamento, la gioachimita età del Padre), che hanno segnato la discesa a spirale per i cinque cicli settenari dell’Inferno, con il Purgatorio inizia la sesta età, quella di Cristo (l’età del Figlio), che ha sette stati, corrispondenti ai sette stati della Chiesa. Dapprima, nel cosiddetto ‘antipurgatorio’, si registrano in successione temi prevalenti dei primi cinque stati. Il sesto stato della sesta età (con cui si apre l’età dello Spirito) inizia con l’apertura della porta di san Pietro (la porta del purgatorio). Questo sesto stato procede anch’esso con andamento settenario, per cui ha sette momenti, coincidenti principalmente con un girone della montagna, ma non del tutto, perché sempre l’ordine spirituale del poema rompe i confini letterali e le divisioni materiali, concatenando i temi di uno stato prevalente con quelli dello stato che precede e con quelli dello stato che segue e intrecciandoli con temi di tutti gli altri stati.
È spiegato nel Notabile VII del prologo della Lectura che il sesto stato della Chiesa è il secondo stato di Cristo e ha i suoi sette tempi per cui la Chiesa, come fosse una sfera, si ricongiunge circolarmente al primo apostolico tempo. Il settimo dei sette momenti del sesto stato della Chiesa coincide con il settimo stato generale della Chiesa, che nel poema corrisponde in parte all’ultimo girone della montagna (il settimo, dove si purgano i lussuriosi) e in parte all’Eden, con cui si chiude la seconda cantica.
Il Purgatorio dunque, secondo il senso spirituale, è la storia della Chiesa che corre verso il suo sesto stato, punto di riferimento di tutte le vicende umane, antiche e moderne, che ad esso cooperano. Non è casuale che nel sesto girone della montagna sia chiarificata e riconosciuta, nel colloquio con Bonagiunta da Lucca, la poetica delle “nove rime” di Dante, già “sesto tra cotanto senno” cooptato nella “bella scola” dei poeti del Limbo.
La vasta zona dedicata al sesto momento del sesto stato della Chiesa ha il suo inizio nel forte terremoto che scuote la montagna mentre Dante e Virgilio si trovano ancora nel quinto girone (Purg. XX, 124-141). Essa è stata compiutamente esaminata altrove.
Il settimo stato dell’Olivi si realizza parte in questa vita (come pregustazione in terra della gloria eterna, cioè fin sulla cima della montagna) e in parte nella futura (nel senso della quiete delle anime beate in attesa della resurrezione, che è la materia del Paradiso).

canti

I ciclo – fino al sesto sato

stati

 

I

Catone

Radici, I

 

II

angelo nocchiero, Casella

–  II

 

III

scomunicati

III

“Antipurgatorio”

IV

salita al primo balzo, Belacqua

IV  –  V

V

negligenti morti per violenza

V

VI

Sordello

V

VII-VIII

valletta dei principi

V

IX

apertura della porta

VI sesto stato

 

canti

II ciclo – il sesto stato della sesta età

stati

gironi

X-XII

superbi

I

I

XIII-XIV-XV

invidiosi

II

II

XV-XVIII

iracondi

ordinamento del purgatorio,

amore e libero arbitrio

III

III

IV

XVIII-XIX

accidiosi

IV

IV

XIX-XX

avari e prodighi

V

V

XX (terremoto)  -XXV

Stazio, golosi, generazione dell’uomo

VI

VI

XXV-XXVI

lussuriosi

VII – settimo stato

VII

XXVII

XXVIII-XXXIII

 muro di fuoco

notte stellata, termine dell’ascesa

Eden

 

 

PARADISO

(settimo stato della Chiesa)

Il Primo Mobile è il nono e penultimo cielo, ma è il sesto se si parte dal cielo del Sole. È anche il cielo più segnato dal tema del “punto”, cui è assimilato il sesto stato. Questo consente di ricostruire l’ordine spirituale del Paradiso ponendo la cerniera nel quarto cielo del Sole. Con il terzo cielo di Venere termina infatti il cono d’ombra gettato dalla terra, secondo la dottrina di Alfragano (Par. IX, 118-119), mentre prima di descrivere l’ascesa al cielo del Sole il poeta invita il lettore a rivolgersi “a l’alte rote” (Par. X, 7-27). Senza la cesura recisa che, nella prima cantica, divide i dannati puniti all’interno della città di Dite da quelli che ne stanno fuori e, nella seconda cantica, separa le anime purganti nei sette gironi della montagna dalle anime che attendono fuori della porta (il cosiddetto ‘antipurgatorio’), anche nel Paradiso gli spiriti che si manifestano nei primi tre cieli della Luna, di Mercurio e di Venere (spiriti che mancarono ai voti, spiriti che furono attivi per conseguire onore e fama, spiriti amanti) si distinguono per minore perfezione rispetto a quelli che appaiono nei cieli seguenti.
I dieci cieli del Paradiso si mostrano pertanto ordinati in due gruppi di settenari, corrispondenti agli stati della Chiesa (e alle loro prerogative) secondo Olivi, parzialmente combacianti (da 1 a 7 e da 4 a 10: coincidono gli ultimi quattro numeri del primo gruppo e i primi quattro del secondo).

I  Se si considera il primo settenario, nel primo cielo della Luna si affronta la questione dell’inadempienza dei voti, che ha corrispondenza con i temi propri della prima chiesa di Efeso, il cui nome, se interpretato, oscilla tra la fervida volontà iniziale e la remissione (l’essenza del voto consiste nella volontà).

II  Nel secondo cielo di Mercurio, le battaglie sostenute dal “sacrosanto segno” dell’aquila corrispondono allo stato dei martiri, che è dei combattenti, e anche la dottrina dell’incarnazione e della passione di Cristo, esposta successivamente da Beatrice, fa parte della tematica, perché l’intera Chiesa, fondata sulla passione di Cristo, imita con i martiri la sua croce, e questo giova assai al suo radicamento.

III  Nel terzo cielo di Venere, Carlo Martello spiega al modo di un dottore del terzo stato la diversità delle indoli umane e come gli uomini, non assecondandole, errino; nello stesso cielo compare Folchetto di Marsiglia, che da vescovo di Tolosa combatté l’eresia albigese.

IV – I  Al quarto cielo del Sole, primo del secondo gruppo di settenari per l’esaltazione della vita apostolica (propria del primo stato e rinnovata nel sesto), si può connettere il tema stesso del sole inteso nell’esegesi della quarta tromba (Ap 8, 12): “Per solem videtur hic designari solaris vita et contemplatio summorum anachoritarum, qui fuerunt patres et exempla aliorum, vel solaris sapientia et doctrina summorum doctorum”. Sapienza e contemplazione, dottori del terzo e anacoreti del quarto stato, concorrono,come Domenico e Francesco– “L’un fu tutto serafico in ardore; / l’altro per sapïenza in terra fue / di cherubica luce uno splendore” (Par. XI, 37-39) – con mutua cortesia a infiammare il meriggio dell’universo.

V – II  Il quinto cielo di Marte, secondo (come il secondo stato dei martiri) per l’esaltazione della croce di Cristo formata dai lumi dei combattenti per la fede, reca in sé il tema del condiscendere proprio del quinto stato sia nel pio discendere per la croce di Cacciaguida verso Dante, sia nella decadenza degli “alti Fiorentini”, cioè delle antiche famiglie, assimilate agli anacoreti, un tempo alti e poi vòlti in basso.

VI – III  Il sesto cielo di Giove, terzo (come il terzo stato dei dottori) per la spiegazione di profonde verità di fede, sviluppa il motivo, proprio della sesta chiesa, della “porta aperta”. Aprire la porta significa illuminare e rendere acuto l’intelletto che penetra nell’occulto delle Scritture, e anche dare efficacia spirituale a penetrare nel cuore di chi ascolta: così l’aquila apre la “latebra” di Dante, così l’occhio di Rifeo Troiano fu da Dio aperto alla futura redenzione.

VII – IV Nel settimo cielo di Saturno, quarto (come il quarto stato degli anacoreti), “si tace … la dolce sinfonia di paradiso” (Par. XXI, 58-60), e il tacere è tema del settimo stato. Ivi si mostrano gli spiriti contemplativi, principali soggetti del quarto stato, proprio degli anacoreti: se si conta a partire dal quarto cielo del Sole, considerando questo come primo ovvero come nuovo avvio del ciclo settenario, il cielo di Saturno è appunto quarto.

VIII (V) Il settimo cielo di Saturno è seguito dal cielo delle Stelle fisse – ottavo e quinto -, dove si mostrano le schiere del trionfo di Cristo che discendono dall’Empireo (il quinto stato è caratterizzato dalla “condescensio”) e si celebra il trionfo di Maria (sviluppo del tema, proprio della quinta chiesa, della mirabile bellezza della Chiesa, regina ornata di veste aurea per la carità che unisce e circondata dalla varietà nei doni e nelle grazie delle diverse membra). È inoltre ricapitolazione dei precedenti sette, secondo un’interpretazione più volte presente nella Lectura dell’essere ‘ottavo’. Per questo Dante, stando nel segno dei Gemelli, riguarda in giù e torna col viso per tutte quante le sette precedenti sfere (Par. XXII, 124-154).

IX (VI) Segue il Primo Mobile o Cristallino – nono e sesto cielo –, dove il poeta vede il punto luminosissimo – Dio – da cui dipende il cielo e la terra, circondato dai nove cerchi di fuoco (Par. XXVIII, 16-18, 40-42, 94-96). Il sesto stato, secondo quanto Olivi afferma nel Notabile VIII, è il “punto” da cui dipendono gli altri stati, perché appare nel testo dell’Apocalisse in modo più evidente degli altri, che da esso assumono chiarezza quanto alla loro manifestazione nella storia, come l’intelligenza delle cose ordinate ad un fine dipende dal fine.

X (VII) La quiete e l’immobilità dell’Empireo, decimo cielo – il “ciel de la divina pace” -, corrispondono al settimo stato, di cui è propria la “quietatio”, il silenzio (tema anticipato dal tacere di Beatrice in apertura del canto XXIX), e la pace.

Il Paradiso avrebbe pertanto un ordine spirituale del seguente tipo:

cielo

stato

cielo

I

LUNA

I

II

MERCURIO

II

III

VENERE

III

IV

SOLE

IV

I

SOLE

V

MARTE

V

II

MARTE

VI

GIOVE

VI

III

GIOVE

VII

SATURNO

VII

IV

SATURNO

VIII

V

STELLE FISSE

IX

VI

PRIMO MOBILE

X

VII

EMPIREO

Oltre ai luoghi sopra indicati, i temi del sesto e del settimo stato si rinvengono in più punti, intrecciati con altri.

[1] Cfr. LSA, cap. XVII, Ap 17, 9: «Et subdit Ricardus quod per septem reges, et per septem capita designatos, designatur hic universus populus malorum, qui secundum septem status huius seculi determinantur. Primus scilicet ab Adam usque ad Noe. Secundus a Noe usque ad Abraam. Tertius ab Abraam usque ad Moysen. Quartus a Moys<e> usque ad David. Quintus a David usque ad Christum. Sextus a Christo usque ad Antichristum. Septimus autem sub Antichristo attribuitur». Cfr. PETRI IOHANNIS OLIVI Lectura super Lucam, Lc 1, 26, ed. F. Iozzelli, Grottaferrata 2010 (Collectio Oliviana, V), pp. 187-188: «Signanter autem dicitur in sexto mense, quia Christus uenit in sexta mundi etate, et iterum post quinque notabiles synagoge decursus: nam primo, cum sola circumcisione fuit sub patribus per quadringentos annos; secundo, accepta lege, fuit sub iudicibus per tantumdem temporis; tertio, proficiens in regnum, fuit sub regibus; quarto, assumpto plenius spiritu prophetico, fuit sub prophetis sollempnioribus, scilicet sub Elia, Ysaia et Yeremia etc.; quinto, restituto templo et urbe, fuit sub pontificibus quibus, per Aggeum et Zachariam et Malachiam iterata prophetia de Christo et eius precursore Elia, factum est silentium prophetarum, ita quod obmutuit cetus sacerdotum usque ad Iohannis ortum; et iterum in eiusdem quinti temporis sexto centenario conceptus est Christus. Sicut etiam sexto die factus est homo ad ymaginem Dei, sic conuenienter sub consimili senario factus est Christus homo, plenior Dei ymago: nam et perfectio numeri senarii, que ex omnibus partibus suis aliquotis et iterum ex ternario cum suis partibus, scilicet binario et unitate, consurgit, competit sibi et etiam reflexio ternarii per binarium, id est cultus fidei et Trinitatis per geminam caritatem».

[2] Il principio è chiaramente affermato nel notabile VIII del prologo della LSA: «[…] si omnia prima membra visionum ad invicem conferas et consimiliter omnia secunda et sic de aliis, aperte videbis omnia prima ad idem primum concorditer referri et consimiliter omnia secunda ad idem secundum et sic de aliis. Et hoc in tantum quod plena intelligentia eiusdem primi multum clarificatur ex mutua collatione omnium primorum, et idem est de omnibus secundis et tertiis et sic de aliis».

[3] ARSENIO FRUGONI, La Roma di Dante, tra il tempo e l’eterno, in ID., Pellegrini a Roma nel 1300. Cronache del primo Giubileo, presentazione di C. Frugoni, a cura e con Introduzione di F. Accrocca, Casale Monferrato 1999, pp. 102-103.

[4] LSA, cap. VI, Ap 6, 12: «Secunda ratio est quia persone Christi correspondet in sexta apertione unus ordo plurium personarum sic secundum suam proportionem augendus, sicut Christus secundum suum corpus fuit usque ad perfectam etatem viriliter auctus. […] Quarta est quia, prout super evangelia ostendi, Christus parvo tempore debuit inter nos vivere et pauciori predicare […]. Nisi autem ordo evangelicus, per Franciscum renovatus, esset in multis et saltem sub duabus vel tribus generationibus propagatus et sollempnizatus, non esset nec ipse nec populus ab eo ducendus sufficienter dispositus ad tam autenticam condempnationem condempnationi Christi consimilem subeundam».