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Ago 30 2026

Paradiso XXVII

 

 

La ‘Divina Parodia’ del Libro scritto dentro e fuori 

The ‘Divine Parody’ of the Book written within and without

Inferno: I; II; III; IV; V; VI; VII; VIII; IX; X; XI; XII; XIII; XIV; XV; XVI; XVII; XVIII; XIX; XX; XXI; XXII; XXIII; XXIV; XXV; XXVI; XXVII; XXVIII; XXIX; XXX; XXXI; XXXII, 1-123; XXXII, 124-XXXIII, 90; XXXIII, 91-157; XXXIV

Purgatorio: III; XXVIII; XXIX; XXX; XXXI; XXXII; XXXIII

Paradiso: I-II; III-IV-V; VI-VII; VIII-IX; X; XI-XII; XIII; XIV; XVXVIXVII-XVIII, 1-51; XVIII, 52-136-XIXXX; XXI-XXII, 1-132; XXII, 133-154-XXIII; XXIV-XXV-XXVI; XXVII; XXXIII

Viene qui esposto il canto XXVII del Paradiso con i corrispondenti legami ipertestuali con i luoghi della Lectura super Apocalipsim ai quali i versi si riferiscono. L’intero poema è esposto nella Topografia spirituale della Commedia (2013, PDF; cfr. infra), ma si sta procedendo a un esame progressivo e aggiornato dei singoli canti (completato l’Inferno). Ogni tabella sinottica, qui presentata o alla quale si rinvia in quanto già esaminata in altra sede, è preceduta o seguita da una parte esplicativa. Sull’uso dei colori cfr. Avvertenze.

 

1. Sede vacante. 1.1. Canto, silenzio, tromba dottorale. 1.2. habebat nomen boni cum esset malus”. 1.3. La giustizia immutabile. 2. Il memoriale di Ulisse. 3. “Nel ciel velocissimo”. 4. Il governo dell’umana famiglia.
AvvertenzeAbbreviazioniNote sulla “topografia spirituale” della Commedia.

 

XXVII

Legenda [3]: numero dei versi; 4, 8: collegamento ipertestuale all’esegesi, nella Lectura di Olivi, di capitolo e versetto dell’Apocalisse [Ap]; Not. VII: collegamento all’esegesi contenuta nei tredici notabilia del prologo della LecturaVarianti rispetto al testo del Petrocchi.

Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’,   4, 8
cominciò, ‘gloria!’, tutto ’l paradiso,
sì che m’inebrïava il dolce canto.   [3]

Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso   1, 16
de l’universo; per che mia ebbrezza
intrava per l’udire e per lo  viso.   [6]

Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!   8, 1
oh vita intègra d’amore e di pace!
oh sanza brama sicura ricchezza!   [9]

Dinanzi a li occhi miei le quattro face   4, 8
stavano accese, e quella che pria venne
incominciò a farsi più vivace,   [12]

e tal ne la sembianza sua divenne,
qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte
fossero augelli e cambiassersi penne.   [15]   Not. VII

La provedenza, che quivi comparte
vice e officio, nel beato coro
silenzio posto avea da ogne parte,   [18]   8, 1

quand’ ïo udi’: « Se io mi trascoloro,
non ti maravigliar, ché, dicend’ io,   17, 6-7
vedrai trascolorar tutti costoro.   [21]

Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio,   11, 4; 3, 2
il luogo mio, il luogo mio che vaca
ne la presenza del Figliuol di Dio,   [24]

fatt’ ha del cimitero mio cloaca   16, 4
del sangue e de la puzza; onde ’l perverso
che cadde di qua sù, là giù si placa ».   [27]

Di quel color che per lo sole avverso   21, 20
nube dipigne da sera e da mane,
vid’ ïo allora tutto ’l ciel cosperso.   [30]

E come donna onesta che permane   9, 4
di sé sicura, e per l’altrui fallanza,
pur ascoltando, timida si fane,   [33]

così Beatrice trasmutò sembianza;   Not. VII
e tale eclissi credo che ’n ciel fue
quando patì la supprema possanza.   [36]

Poi procedetter le parole sue   8, 6
con voce tanto da sé trasmutata,   Not. VII
che la sembianza non si mutò piùe:   [39]   4, 3

« Non fu la sposa di Cristo allevata
del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,
per essere ad acquisto d’oro usata;   [42]   18, 12.19

ma per acquisto d’esto viver lieto
e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano
sparser lo sangue dopo molto fleto.   [45]

Non fu nostra intenzion ch’a destra mano   1, 16
d’i nostri successor parte sedesse,
parte da l’altra del popol cristiano;   [48]

né che le chiavi che mi fuor concesse,   1, 1   commesse
divenisser signaculo in vessillo
che contra battezzati combattesse;   [51]

né ch’io fossi figura di sigillo   14, 11
a privilegi venduti e mendaci,
ond’ io sovente arrosso e disfavillo.   [54]

In vesta di pastor lupi rapaci   Not. III
si veggion di qua sù per tutti i paschi:
o difesa di Dio, perché pur giaci?   [57]

Del sangue nostro Caorsini e Guaschi   16, 6 (5, 1)
s’apparecchian di bere: o buon principio,
a che vil fine convien che tu caschi!   [60]   Not. V

Ma l’alta provedenza, che con Scipio
difese a Roma la gloria del mondo,   18, 7.10
soccorrà tosto, sì com’ io concipio;   [63]   22, 10; 8, 6

e tu, figliuol, che per lo mortal pondo   10, 11
ancor giù tornerai, apri la bocca,
e non asconder quel ch’io non ascondo ».   [66]

Sì come di vapor gelati fiocca   16, 17
in giuso l’aere nostro, quando ’l corno
de la capra del ciel col sol si tocca,   [69]

in sù vid’ io così l’etera addorno
farsi e fioccar di vapor trïunfanti
che fatto avien con noi quivi soggiorno.   [72]

Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,   14, 4
e seguì fin che ’l mezzo, per lo molto,
li tolse il trapassar del più avanti.   [75]

Onde la donna, che mi vide assolto
de l’attendere in sù, mi disse: « Adima
il viso e guarda come tu se’ vòlto ».   [78]

Da l’ora ch’ïo avea guardato prima
i’ vidi mosso me per tutto l’arco
che fa dal mezzo al fine il primo clima;   [81]

sì ch’io vedea di là da Gade il varco   Not. XIII
folle d’Ulisse, e di qua presso il lito
nel qual si fece Europa dolce carco.   [84]

E più mi fora discoverto il sito   8, 7
di questa aiuola; ma ’l sol procedea
sotto i mie’ piedi un segno e più partito.   [87]

La mente innamorata, che donnea
con la mia donna sempre, di ridure   12, 14   tempus
ad essa li occhi più che mai ardea;   [90]

e se natura o arte fé pasture   tempora
da pigliare occhi, per aver la mente,   12, 4
in carne umana o ne le sue pitture,   [93]

tutte adunate, parrebber nïente   dimidium temporis
ver’ lo piacer divin che mi refulse,
quando mi volsi al suo viso ridente.   [96]   1, 10-12; 1, 16

E la virtù che lo sguardo m’indulse,   explicit
del bel nido di Leda mi divelse
e nel ciel velocissimo m’impulse.   [99]

Le parti sue vivissime ed eccelse   22, 1-2   vicinissime
uniforme son, ch’i’ non so dire
qual Bëatrice per loco mi scelse.   [102]

Ma ella, che vedëa ’l mio disire,
incominciò, ridendo tanto lieta,
che Dio parea nel suo volto gioire:   [105]

« La natura del mondo, che quïeta   Not. I
il mezzo e tutto l’altro intorno move,
quinci comincia come da sua meta;   [108]

e questo cielo non ha altro dove
che la mente divina, in che s’accende   6, 6
l’amor che ’l volge e la virtù ch’ei piove.   [111]

Luce e amor d’un cerchio lui comprende,   1, 13
sì come questo li altri; e quel precinto
colui che ’l cinge solamente intende.   [114]

Non è suo moto per altro distinto,
ma li altri son mensurati da questo,
sì come diece da mezzo e da quinto;   [117]   12, 14

e come il tempo tegna in cotal testo   explicit; incipit
le sue radici e ne li altri le fronde,
omai a te può esser manifesto.   [120]   1, 1

Oh cupidigia, che i mortali affonde
sì sotto te, che nessuno ha podere
di trarre li occhi fuor de le tue onde!   [123]

Ben fiorisce ne li uomini il volere;   2, 1
ma la pioggia continüa converte   8, 7
in bozzacchioni le sosine vere.   [126]   6, 13

Fede e innocenza son reperte
solo ne’ parvoletti; poi ciascuna   2, 1
pria fugge che le guance sian coperte.   [129]

Tale, balbuzïendo ancor, digiuna,
che poi divora, con la lingua sciolta,
qualunque cibo per qualunque luna;   [132]

e tal, balbuzïendo, ama e ascolta
la madre sua, che, con loquela intera,   2, 1
disïa poi di vederla sepolta.   [135]

Così si fa la pelle bianca nera   6, 12; 6, 2   bianca e nera
nel primo aspetto de la bella figlia   2, 1
di quel ch’apporta mane e lascia sera.   [138]

Tu, perché non ti facci maraviglia,   17, 6-7
pensa che ’n terra non è chi governi;   4, 5; 8, 5; 4, 4
onde sì svïa l’umana famiglia.   [141]

Ma prima che gennaio tutto si sverni
per la centesma ch’è là giù negletta,   12, 6
raggeran sì questi cerchi superni,   [144]   ruggiran   10, 3

che la fortuna che tanto s’aspetta,   6, 9 (12, 6)
le poppe volgerà u’ son le prore,
sì che la classe correrà diretta;
e vero frutto verrà dopo ’l fiore ».   [148]

1. “Sede vacante”

 

   Chapter XI of the Lectura super Apocalipsim discusses the two witnesses appointed by God, Enoch and Elijah, who will be killed by the beast and then rise again after three and a half days (corresponding to “a time, two times and half a time” in Rev 12:14 – “tempus, tempora et dimidium temporis” -, that is, the three and a half years during which the Antichrist will reign). It is said of them that they “will prophesy clothed in sackcloth”, that is, in cilice and poor, coarse garments, signifying the austerity of their religious life (Rev 11:3). They are “two olive trees” rich in charity and filled with divine anointing and gentleness, and “two shining lampstands”, which spread throughout the Church the light of divine wisdom that they bear in a lofty and illustrious manner, “who stand in the presence of the Lord”, that is to say, they are ever in God’s service, both through their singular contemplation and through the service of ready obedience and reverence. According to Joachim of Fiore, both here and in Zechariah 4:14 it is said of these two that they “stand in the presence of the Lord of the earth” because they have come for this very purpose, and they will go before the face of Christ to herald the coming of a time in which it is necessary for the Son of God to reign over the whole earth, so that mankind may be enlightened as by luminous candlesticks and the hearts of the elect may be anointed by grace and spiritual doctrine as by lamps filled with holy oil. The “Lord of the earth” may also refer to the Antichrist, who will then rule the earth and its domains as a usurper; in the face of whom the two will stand firm, admonishing him on God’s behalf, just as Moses and Aaron did before Pharaoh, and Peter and Paul before Nero.
   In line with Rev 11:4, concerning the two witnesses and their standing “in the presence of the Lord of the earth” (who may be the Son of God or the Antichrist), St Francis’s standing – as one thirsting for martyrdom – is likened to that “ne la presenza del Soldan superba”, where “predicò Cristo e li altri che ’l seguiro” (Par. XI, 100–102). That the Sultan is to be understood as the “Dominus terre” is also evident from Virgil’s words concerning Semiramis (“tenne la terra che ’l Soldan corregge”, Inf. V, 60). The two witnesses “verranno per questo”, that is, to stand in the presence of Christ, “Dominus terre”, and to announce that the time is near when the Son of God will reign over the whole earth: this theme features in Bonaventure’s account of Dominic’s life: “Spesse fïate fu tacito e desto / trovato in terra da la sua nutrice, / come dicesse: ‘Io son venuto a questo’” (Par. XII, 76–78). Moreover, Par. XI, 35–36 also points to Rev 11:4 (a passage to be read in conjunction with Rev 10:1), where mention is made precisely of the two princes – Francis and Dominic – appointed by Providence to guide the Church, just as exegesis states (Rev 10:1) that God has appointed angelic men who enlighten those below and (Rev 11:4) that the two witnesses, Enoch and Elijah, are two luminous candlesticks standing in the presence of God, just as two princes and counsellors stand and walk, one on the right and one on the left, in the presence of a great king (Rev 11:4).
   The theme of the Antichrist usurping earthly dominion is found in the eighth heaven, that of the fixed stars, when Saint Peter delivers his invective against “quelli ch’usurpa in terra il luogo mio, / il luogo mio, il luogo mio che vaca / ne la presenza del Figliuol di Dio” (Par. XXVII, 22–24). This refers to Boniface VIII, the reigning pope in 1300, and the epithet ‘usurper’, in the words of the Prince of the Apostles — who also declares his seat on earth to be vacant — seems to allude to the illegitimacy of Caetani’s election. One might respond, following Arsenio Frugoni, that Peter’s words cannot be understood as denouncing any canonical illegitimacy on Boniface’s part, “but rather as denouncing the utter unworthiness of the one who has taken ‘by fraud / the beautiful Lady’ and works her ‘woe’ (Inf. XIX, 56–57), so that for that ally of Satan the Papacy is in fact vacant, even if it does not appear so to men, in the judgement of the Son of God” (Celestino V, in Enciclopedia Dantesca, I, p. 906).
   The theme of moral vacancy before God is found in Rev 3:1–2. The bishop of Sardis, the fifth of the seven churches in Asia to which John writes in his first vision, is rebuked for having a reputation for being righteous and living a life of grace, whilst in fact he is dead because of a mortal sin: “nomen habes quod vivas et tamen mortuus es”. He is urged to be watchful and to strengthen his works, which are on the verge of fading away; for this reason, Christ says to him: “I cannot find your works complete before God” – that is to say, as Olivi explains, even though they appear to men to be full of virtue and charity, they are lacking (vacua, in the sense of ‘empty’) before God. Thus for Bonifacio, a legitimate pope in earthly terms but not before God, whose name is strikingly consistent with the exegesis concerning the bishop of the fifth church: “quia habebat nomen boni cum esset malus”. The verses singed by Saint Peter weave together the themes of the fifth church – the works that are ‘empty’, “vacua coram Deo” (Rev 3, 1-2) – with those of the sixth trumpet from Rev 11:4 – the two witnesses who stand “in conspectu Domini terre” – the latter being present through its dual application to the usurping Antichrist (“Quelli ch’usurpa in terra”) and to Christ (“ne la presenza del Figliuol di Dio”).
   Boniface VIII’s situation is partly illuminated by another passage in the poem. This is the description of the Phlegethon as it plunges from the seventh circle of Hell to Malebolge, the eighth. The river of blood is likened to the Montone which, at the outset, in its upper course, “prima dal Monte Viso ’nver’ levante, / da la sinistra costa d’Apennino” has its own course and its own name (Acquacheta; in Ap 3, 4 the “proprium nomen” is the “proprium donum gratie” given to each), a name that becomes ‘vacant’ when the river, after the waterfall at San Benedetto dell’Alpe, descends into the plain of Forlì and is called, precisely, the Montone (Inf. XVI, 94–105; cf. in Purg. V, 97, the words of Buonconte da Montefeltro on the “Archian rubesto” flowing into the Arno: “Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano”). These lines, which appear to be merely geographical in nature, are in fact imbued with spiritual themes. The main theme is the ruinous descent (the cascade) of the river, corresponding to the precipitous decline in the final phase of the lax fifth status or period of the Church. Thus the river first bears a name of life, “avante / che si divalli giù nel basso letto” (before it ‘descends’), and then loses it, just as the church of Sardis had a beautiful beginning and then lost it, finding itself with a name that is void (‘vacant’) before God. The entire section preceding the description of the Phlegethon’s waterfall – the sodomites – is permeated by the themes of the fifth status (note the final words of Ser Brunetto in Inf. XV, 119–120: “Sieti raccomandato il mio Tesoro, / nel qual io vivo ancora”, that is, I have a name of life and fame). In the ravine into which the Phlegethon plunges, Virgil casts the rope with which Dante was bound, and this is a “novo cenno” – marking the transition to the sixth status of Church – after which Geryon ascends to carry Dante and his guide in flight to the bottom of that dizzying abyss, obeying the command of Virgil who has summoned him, just as Christ promises the sixth church – Philadelphia – that he will bring those from the synagogue of Satan to it, to subject them to his teaching (Rev 3:9).
  Whilst the ‘vacancy’ of the Roman See is a thread drawn from the exegesis of the fifth church – which had a noble beginning that later became corrupted, rendering its name void before God – St Peter’s intention is not to say that Boniface VIII was elected illegitimately, but that he became an apostate from that high state (which he therefore ‘usurps’ by occupying the ‘place’), just like the Antichrist who, as Olivi points out in Rev 13:11, will not be educated and instructed by the devil from infancy or from his mother’s womb but, as a new Lucifer, will be an apostate and will fall of his own accord from the most exalted and righteous state in which he was created.
   St Peter is referring to Boniface VIII, pope in 1300, the year of the journey, but also, prophetically, to Clement V, the ‘Gascon’ (1305–1314), and to John XXII, the ‘Caorsin’ (1316–1334), who was reigning at the time Dante wrote these verses. The image that was meant to present itself to the spiritual reader remained unchanged: it was that of a pope who was in God’s judgement, if not a heretic, then at least errant in his interpretation of the Gospel, just as his simoniacal predecessors had been.

1.1 Canto, silenzio, tromba dottorale

All’inebriante canto con il quale “tutto l paradiso” glorifica la Trinità (Par. XXVII, 1-3; Ap 4, 8) – “mi sembiava un riso / de l’universo” (vv. 4-5; “riso” rende lo splendore del volto di Cristo ad Ap 1, 16, che travasa su Beatrice ai vv. 95-96) -, per cui si gusta l’ineffabile pace che supera ogni sentimento (vv. 7-8: “Oh gioia! oh ineffabile allegrezza! / oh vita intègra d’amore e di pace!; Ap 8, 1, apertura del settimo sigillo), subentra il silenzio imposto dalla Provvidenza al “beato coro” (vv. 1-18).
Le sette visioni apocalittiche, le prime sei divise in settenari, sono strettamente interconnesse fra loro. Ad esempio, il settimo e ultimo momento della visione che precede è congiunto con la visione che segue, per quanto temporalmente sia da essa distinto. La seconda visione, dei sette sigilli, si conclude con il silenzio fatto in cielo per mezz’ora (Ap 8, 1) e subito inizia la terza, cioè la visione delle sette trombe (Ap 8, 2), come se dall’arcano silenzio della contemplazione sgorgasse il canto della perfetta e alta predicazione delle cose divine (prologo, Notabile V).
Nell’Eden tace Beatrice nel rimproverare Dante, e subito cantano gli angeli (Purg. XXX, 82-84). Tre volte girano cantando intorno a Beatrice e a Dante gli spiriti sapienti che nel cielo del Sole formano la prima corona, poi si arrestano taciti, come donne che non sospendono la danza ma ascoltano silenziose in attesa di raccogliere le nuove note (Par. X, 76-82). Il silenzio che precede il canto o il suono – proprio anche degli spiriti che formano l’Aquila nel cielo di Giove (Par. XX, 7-9, 16-19), del cantare di san Pietro dopo che il poeta ha cessato di parlare (Par. XXIV, 151-152), del “dolcissimo canto” che risuona a Par. XXVI, 67-69 nella medesima situazione, dell’invettiva dello stesso san Pietro contro i papi corrotti (Par. XXVII, 16-19: da notare la non casuale corrispondenza dell’ordine numerico dei versi con Par. XX) – corrisponde al silenzio che caratterizza il settimo sigillo, che conclude la seconda visione, cui fa seguito l’inizio della terza con lo sgorgare del canto delle trombe dei dottori.
La forma latina “concipio” compare una sola volta nella Commedia, nell’infuocato inveire di san Pietro contro il papato corrotto: come quei dottori, i quali “per igneas meditationes concipiunt et emittunt spiritalem intelligentiam”, il Pescatore afferma che “l’alta provedenza, che con Scipio / difese a Roma la gloria del mondo, / soccorrà tosto, sì com’ io concipio” (Par. XXVII, 61-63). È da notare che nel parlare del principe degli apostoli sono presenti elementi semantici riconducibili all’esegesi del prepararsi a tubicinare da parte dei dottori (Ap 8, 6): “Poi procedetter le parole sue (v. 37) … similis flatui procedenti ex tuba”; il concepire: “Sic enim doctores primo ex scripturis sacris componunt et ordinant certas materias, ac deinde per igneas meditationes concipiunt et emittunt spiritalem intelligentiam”; l’ordine dato al poeta di parlare liberamente: “apri la bocca, / e non asconder quel ch’io non ascondo (vv. 65-66) … tubam sic compositam applicant ori suo”. Come sopra detto, nella successione delle visioni apocalittiche, al silenzio che caratterizza il settimo sigillo, che conclude la seconda visione, fa seguito l’inizio della terza con lo sgorgare del canto delle trombe dei dottori:

«Item finis secunde visionis est quod aperto septimo sigillo “factum est silentium in celo quasi media hora” (Ap 8, 1), et tunc immediate subditur initium tertie visionis, scilicet: “Vidi septem angelos, et date sunt illis septem tube” (Ap 8, 2), ac si post silentium medie hore premissum prosiliret cantus septem tubarum, et certe de archano contemplationis silentio prosiliit perfecta et alta predicatio divinorum”» (prologo, Notabile V).

Così l’invettiva di san Pietro, vera tubicinazione dottorale senza che mai sia citato il termine “tromba”, è preceduta dal silenzio posto dalla Provvidenza “nel beato coro … da ogne parte” (vv. 16-18; sesta terzina del canto, come avvenuto per l’Aquila in Par. XX).

1.2. “habebat nomen boni cum esset malus”

Nel capitolo XI della Lectura si parla dei due testimoni dati da Dio, Enoch ed Elia, che verranno uccisi dalla bestia per poi risorgere dopo tre giorni e mezzo (corrispondenti a “un tempo, due tempi e la metà di un tempo” di Ap 12, 14, ovvero ai tre anni e mezzo in cui regnerà l’Anticristo). Di essi si dice che “profetizzeranno vestiti di sacco”, cioè di cilici e di vesti povere e aspre, a significare l’austerità della loro vita religiosa (Ap 11, 3). Essi sono “due olivi” pingui di carità e ripieni dell’unzione divina e di soavità, e “due candelabri lucenti”, i quali spandono per tutta la Chiesa il lume della sapienza divina che portano in modo alto e preclaro, “che stanno nel cospetto del Signore”, cioè assistono sempre Dio sia per la singolare contemplazione che per il servigio di una pronta obbedienza e ossequio (Ap 11, 4).
Secondo Gioacchino da Fiore, sia qui come in Zaccaria 4, 14 si dice di costoro “che stanno nel cospetto del Signore della terra” perché sono venuti per questo, e andranno davanti al volto di Cristo per annunziare la venuta di un tempo nel quale è necessario che il Figlio di Dio regni su tutta la terra, cosicché gli uomini siano illuminati come da candelabri luminosi e il cuore degli eletti venga unto dalla grazia e dalla dottrina spirituale come da lampade colme di olio santo. Con il “Signore della terra” può essere anche designato l’Anticristo, che allora dominerà da usurpatore la terra e i terreni, di fronte al quale i due resisteranno con costanza ammonendolo da parte di Dio, come fecero Mosè e Aronne di fronte al Faraone e Pietro e Paolo di fronte a Nerone.
Al passo di Ap 11, 4, relativo ai due testimoni e al loro stare “in cospetto del Signore della terra” (che può essere il Figlio di Dio oppure l’Anticristo), rinvia lo stare di Francesco, assetato di martirio, “ne la presenza del Soldan superba” ove “predicò Cristo e li altri che ’l seguiro” (Par. XI, 100-102). Che il Sultano sia inteso come “Dominus terre” si ricava anche dalle parole di Virgilio relative a Semiramìs (“tenne la terra che ’l Soldan corregge”, Inf. V, 60). I due testimoni “verranno per questo”, cioè per stare in presenza di Cristo “Dominus terre” e per annunciare essere prossimo il tempo in cui il Figlio di Dio regnerà sull’universa terra: il tema gioachimita, filtrato attraverso la Lectura super Apocalipsim di Olivi, entra nella narrazione che Bonaventura fa della vita di Domenico: “Spesse fïate fu tacito e desto / trovato in terra da la sua nutrice, / come dicesse: ‘Io son venuto a questo’” (Par. XII, 76-78). D’altronde ad Ap 11, 4 (passo in collazione con Ap 10, 1) conduce anche Par. XI, 35-36, dove si parla appunto dei due principi – Francesco e Domenico – ordinati dalla Provvidenza a guida della Chiesa, come nell’esegesi si dice (Ap 10, 1) che Dio ha ordinato uomini angelici che illuminano gli inferiori e (Ap 11, 4) che i due testimoni, Enoch ed Elia, sono due candelabri luminosi che stanno al cospetto di Dio, come due principi e consiglieri stanno e incedono uno a destra e uno a sinistra al cospetto di un gran re (Ap 11, 4).
Il tema dell’Anticristo che usurpa il dominio terreno si ritrova nel cielo ottavo, delle stelle fisse, allorché san Pietro pronuncia l’invettiva contro “quelli ch’usurpa in terra il luogo mio, / il luogo mio, il luogo mio che vaca / ne la presenza del Figliuol di Dio” (Par. XXVII, 22-24). Si tratta di Bonifacio VIII, pontefice regnante nel 1300, e l’appellativo di usurpatore, nelle parole del principe degli apostoli che dichiara altresì essere vacante il suo seggio in terra, sembra alludere all’illegittimità dell’elezione del Caetani. Si può rispondere con Arsenio Frugoni, che le parole di Pietro non possono essere intese come denuncia di un’illegittimità canonica di Bonifacio, “ma bensì di un’indegnità totale di colui che ha tolto ‘a ’nganno / la bella donna’ e ne fa ‘strazio’ (Inf. XIX, 56-57), sicché per quell’alleato di Satana il Papato è di fatto vacante, anche se così non appare agli uomini, nel giudizio del Figlio di Dio” (Celestino V, in Enciclopedia Dantesca, I, p. 906).
Il tema del vacare moralmente dinanzi a Dio è presente ad Ap 3, 1-2. Il vescovo di Sardi, la quinta delle sette chiese d’Asia alle quali Giovanni scrive nella prima visione, viene rimproverato di avere fama di essere giusto e di vivere la vita della grazia, mentre invece è morto per colpa mortale: “nomen habes quod vivas et tamen mortuus es”. Viene invitato a vigilare e a confermare le sue opere che stanno per estinguersi, per cui Cristo gli dice: “non trovo le tue opere piene di fronte a Dio” cioè, spiega Olivi, anche se dinanzi agli uomini appaiono piene di virtù e di carità, vacano (nel senso di ‘sono vuote’) di fronte a Dio. Così per Bonifacio, pontefice legittimo per i terreni ma non per Dio, singolarmente consonante nel nome con l’esegesi relativa al vescovo della quinta chiesa, “quia habebat nomen boni cum esset malus”. I versi pronunciati da san Pietro cuciono insieme i temi della quinta chiesa – le opere vacanti “coram Deo” (Ap 3, 1-2) – con quelli della sesta tromba da Ap 11, 4 – i due testimoni che stanno “in conspectu Domini terre” -, presente quest’ultimo con la duplice appropriazione all’usurpatore Anticristo (“Quelli ch’usurpa in terra”) e a Cristo (“ne la presenza del Figliuol di Dio”).
La situazione di Bonifacio VIII è parzialmente illuminata da altro luogo del poema. Si tratta della descrizione della cascata del Flegetonte che precipita dal settimo all’ottavo cerchio infernale. Il fiume di sangue è paragonato al Montone che all’inizio, nel suo alto corso, “prima dal Monte Viso ’nver’ levante, / da la sinistra costa d’Apennino” ha proprio cammino e proprio nome (Acquacheta; ad Ap 3, 4 il “proprium nomen” è il “proprium donum gratie” dato a ciascuno), nome che diventa “vacante” allorché il fiume, dopo la cascata di San Benedetto dell’Alpe, è sceso nella piana di Forlì e si chiama appunto Montone (Inf. XVI, 94-105; cfr. a Purg. V, 97 le parole di Buonconte da Montefeltro sullo sfociare in Arno dell’“Archian rubesto”: “Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano”). Questi versi di apparente indicazione geografica sono in realtà pregni di motivi spirituali. Il tema principale è la caduta rovinosa (la cascata) del fiume, corrispondente al precipitoso rovinare della Chiesa nella fase estrema del quinto stato condescensivo e rilassato. Così il fiume ha dapprima un nome di vita, “avante / che si divalli giù nel basso letto” (prima che ‘condiscenda’), e poi lo perde, come la chiesa di Sardi ha avuto un principio bello e poi l’ha perduto ritrovandosi con un nome vacante di fronte a Dio. Tutta la zona che precede la descrizione della cascata del Flegetonte – i sodomiti – è pervasa dai temi del quinto stato (da notare le ultime parole di ser Brunetto ad Inf. XV, 119-120: “Sieti raccomandato il mio Tesoro, / nel qual io vivo ancora”, cioè ho nome e fama). Nel burrone di Malebolge in cui precipita il Flegetonte Virgilio getta la corda della quale Dante era cinto, e questo è “novo cenno” – che segna il passaggio al sesto stato -, per cui Gerione viene di sopra per portare Dante in volo nel fondo di “quell’alto burrato”, ubbidendo al comando di Virgilio che lo ha ‘fatto venire’, come Cristo promette alla sesta chiesa che le farà venire quelli della sinagoga di Satana, per sottoporli al suo magistero (Ap 3, 9).
Se il ‘vacare’ della sede romana è un filo tratto dall’esegesi della quinta chiesa, la quale ebbe un principio bello poi corrottosi rendendo il proprio nome vacuo di fronte a Dio, l’intenzione di san Pietro non è di dire che Bonifacio VIII è stato eletto in modo illegittimo, ma che si è reso apostata da quell’alto stato (che pertanto “usurpa” occupandone “il luogo”), come l’Anticristo il quale, precisa Olivi ad Ap 13, 11, non sarà educato ed edotto dal diavolo fin dall’infanzia o dal ventre materno ma, nuovo Lucifero, sarà apostata e cadrà di sua volontà dall’altissimo e giustissimo stato in cui era stato creato.

Tab. I

[LSA, cap. X, Ap 10, 1-2 (IIIa visio, VIa tuba)] Quod autem quidam dicunt hunc angelum esse Christum, quia solius ipsius est aperire librum, prout dicitur supra capitulo quinto (Ap 5, 2-3.9), non negamus quin ipse sit principalis reserator libri et precipue in quantum est Deus illuminans interius mentes, sed nichilominus ordinavit sub se angelicos spiritus et angelicos homines ad ministerialiter illuminandum inferiores. Qua ergo ratione per septem angelos tuba canentes intelliguntur angelici homines et doctores et etiam spiritus angelici eis presidentes, quamquam Christus principaliter doceat omnia que per tubicinationes angelorum docentur, eadem ratione debet consimiliter intelligi in proposito. […]
“Posuit” etiam “pedem dextrum sup<ra> mare” (Ap 10, 2), quia ad Sarracenos convertendos et ad martirium accipiendum ab eis cum summo studio et fervore laboravit ter ire ad eos, prout scribitur IX° capitulo vite sue, scilicet sexto anno a conversione sua tamquam angelus sexti signaculi et in signum quod per eius ordinem sunt in sexto statu ecclesie convertendi ad Christum, et iterum tertio in tertio decimo anno conversionis sue, in signum quod in tertio decimo centenario, a passione et resurrectione Christi inchoando, sunt Sarraceni et ceteri infideles scilicet per eius ordinem cum multis martiriis convertendi. Unde et in sua regula similiter instituit modum eundi ad predicandum Sarracenos et alios infideles.
Sicut enim in tertia decima die a nativitate Christus apparuit regibus orientis (Mt 2, 1ss.) et in consimili die baptizatus est (Mt 3, 13ss.; Mr 1, 4ss.; Lc 3, 21ss.) et aquam convertit in vinum (Jo 2, 1-11), et in tertio decimo anno absentatus a matre est ab ea inventus in templo (Lc 2, 40-50), sic in tertio decimo centenario a Christi ortu apparuit Franciscus et eius evangelicus ordo, sed in tertio decimo a Christi morte et ascensione exaltabitur in cruce et ascendet ei<us> gloria super totum orbem, prout pie conicitur ex scripturis et specialiter ex hiis que tanguntur infra in quarta visione huius libri.

[LSA, cap. XI, Ap 11, 4 (IIIa visio, VIa tuba)] “In conspectu Domini terre stantes”, id est tam per singularem contemplationem quam per prompte obedientie et obsequii famulatum semper Deo assistentes.
Et secundum Ioachim, ideo tam hic quam in Zacharia, capitulo scilicet IIII° (Zc 4, 14), dicitur de istis quod sunt “in conspectu Domini terre stantes”, quia ad hoc venturi sunt et ante faciem Christi ituri, ut annuntient advenisse tempus in quo oportet regnare Filium Dei in universa terra, ita ut tamquam de candelabris lucentibus illuminentur homines et tamquam de lampadibus oleo sancto plenis inungantur corda electorum spiritali gratia et doctrina*.
Vel si per “dominum terre” intelligatur Antichristus tunc usurpatorie dominans terre et terrenis, constat quod isti stabunt coram eo tamquam sibi constanter resistentes et tamquam ipsum auctorizabiliter ex parte Dei monentes, sicut Moyses et Aaron steterunt coram Pharaone et Petrus et Paulus coram Nerone imperatore*. Primum tamen videtur magis de mente littere, quia in scriptura non est consuetum quod sancti dicantur stare in conspectu regis mundani, et tamen consuetum est dici stare eos in conspectu Dei.
Preterea hic dicuntur stare in conspectu Domini sicut duo candelabra lucentia seu duo luminaria stant coram uno Domino seu coram altari Dei unum a dextris et aliud a sinistris, vel sicut duo principes vel consiliarii unius magni regis stant et incedunt coram eo unus a dextris et alius a sinistris.

* Expositio, pars III, f. 149ra.

Inf. XV, 119-120

Sieti raccomandato il mio Tesoro,
nel qual io vivo ancora, e più non cheggio.

Inf. XVI, 94-105

Come quel fiume c’ha proprio cammino
prima dal Monte Viso ’nver’ levante,
da la sinistra costa d’Apennino,
che si chiama Acquacheta suso, avante
che si divalli giù nel basso letto,
e a Forlì di quel nome è vacante,
rimbomba là sovra San Benedetto
de l’Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser recetto;
così, giù d’una ripa discoscesa,
trovammo risonar quell’ acqua tinta,
sì che ’n poc’ ora avria l’orecchia offesa.

Inf. XIX, 52-54

Ed el gridò: “Se’ tu già costì ritto,
se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto”.

Purg. V, 97-99

Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano,
arriva’ io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.

Inf. V, 58-60

Ell’ è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge.

Par. XXVII, 22-24

Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio,
il luogo mio, il luogo mio che vaca
ne la presenza del Figliuol di Dio 

Par. XI, 34-36, 100-105

in sé sicura e anche a lui più fida,
due principi ordinò in suo favore,
che quinci e quindi le fosser per guida.

E poi che, per la sete del martiro,
ne la presenza del Soldan superba
predicò Cristo e li altri che ’l seguiro,
e per trovare a conversione acerba
troppo la gente e per non stare indarno,
redissi al frutto de l’italica erba

Par. XII, 76-78

Spesse fïate fu tacito e desto
trovato in terra da la sua nutrice,
come dicesse: Io son venuto a questo.

Par. XV, 142-144

Dietro li andai incontro a la nequizia
 di quella legge il cui popolo usurpa,
per colpa d’i pastor, vostra giustizia.

[LSA, cap. III, Ap 3, 1-2.4 (Ia visio, Va ecclesia)] Talem ergo se proponit huic episcopo, quia habebat nomen boni cum esset malus, nec videbatur futurum iudicium formidare, et etiam quia Christus ostendit se nosse quosdam sanctos huius ecclesie occultos et paucos, tamquam omnibus spiritualiter presens et omnia potestative continens. […] Increpans ergo eam dicit: “Scio opera tua” (Ap 3, 1). Non ponitur hic “scio” pro ‘approbo’ sicut in precedentibus ponebatur, sed solum pro illa scientia qua infallibiliter scit omnia mala. “Quia nomen habes quod vivas”, id est famam habes in vulgo quod sis iustus et per vitam gratie vivus, “et tamen mortuus es”, scilicet per culpam mortalem. Vel si erat aperte malus, est sensus quod habebat nomen christiani, quod est nomen vite sancte, non tamen habebat rem eius sed potius oppositum, scilicet mortem culpe. […]
(Ap 3, 2) Quare autem monet eum vigilare et moritura opera confirmare, ostendit subdens: “Non enim invenio opera tua plena coram Deo meo”, id est etsi coram hominibus videntur plena virtute et caritate, sunt tamen istis vacua coram Deo. […]
Deinde a predicto defectu excipit quosdam illius ecclesie, subdens: “Sed habes pauca nomina in Sardis” (Ap 3, 4). Nomina sumit pro personis quarum nomina sunt. Per nomina etiam intelligit personas merito sue sanctitatis notas Christo. Item proprium donum gratie, quod unusquisque accepit, dat cuique viro quasi proprium nomen ut cognoscatur ex nomine. Caritas autem Dei, in quantum communis omnibus bonis, dat commune nomen sanctis ut vocentur cives Iherusalem.

1.3. La giustizia immutabile

Nel cielo ottavo, alle parole irate di san Pietro contro “quelli ch’usurpa in terra il luogo mio …” tutti trascolorano arrossendo dietro al principe degli apostoli. Lo stesso san Pietro procede nell’invettiva mutando tanto la voce, mentre l’aspetto resta immutabile (Par. XXVII, 21, 34-39). Il tema della sembianza immutabile è nell’esegesi di Ap 4, 3, dove si tratta dell’“aspetto” di Colui che siede sul trono, simile a pietra di diaspro e di cornalina, cioè di colore verde e rosso sangue. Dio è simile a una pietra poiché per sua natura è fermo e immutabile, solido e stabile nella giustizia, tutto governa e stabilisce con la potenza infrangibile della propria virtù. Il diaspro è di colore verde come l’erba, e rappresenta l’immarcescibile verdeggiare di Dio, assai dilettevole e grazioso agli eletti. La cornalina è invece rossa sia per la carità e la pietà verso gli eletti come – è il caso di san Pietro – per l’ira e l’odio verso i reprobi.
L’insistenza semantica sul trasmutarsi di san Pietro, e anche di Beatrice – cambiassersi, trasmutò, trasmutata, non si mutò (vv. 15, 34, 38, 39) – può riferirsi al passo sulla commutatio del pontificato (prologo, Notabile VII).
Nell’Antico Testamento si registrò un continuo mutare delle stirpi sacerdotali, nonostante i patti stabiliti da Dio con alcune di esse. Qualcosa di simile si registra nel Nuovo. Con Pietro e con gli apostoli il sacerdozio fu dapprima dato alla stirpe evangelica, quindi venne utilmente e ragionevolmente commutato a uno stato fondato sul possesso dei beni temporali, la cui durata va da Costantino al termine del quinto stato (perdurante ancora nel XIII secolo, in concorrenza con il sesto iniziato, nel 1206, con la conversione di san Francesco). In questo periodo, i pontefici che preferirono la povertà evangelica ai beni temporali segnarono di nuovo, e in modo raddoppiato, il prevalere del primo ordine, quello del sacerdozio apostolico. Alla fine di queste mutazioni, il pontificato dovrà ritornare al primo ordine, al quale spetta per diritto di primogenitura e per la maggiore perfezione derivante dalla conformità con Cristo. Questo ritorno sarà agevolato non solo dall’imperfezione insita nel possesso dei beni temporali, ma pure da quegli enormi difetti – superbia, lussuria, simonie, liti, frodi e rapine – da cui la Chiesa, divenuta alla fine del quinto stato quasi una nuova Babilonia, risulterà macchiata e confusa dai piedi al capo. San Pietro, condannando il corrotto papato contemporaneo, certifica il prossimo ritorno di questo alla Chiesa primitiva, quella “di Lin, di quel di Cleto“, di “e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano” (vv. 41, 44).
Dopo il ‘trascolorare’ di san Pietro, arrossendo questi nell’aspetto e sfavillando nell’accingersi ad inveire contro “quelli ch’usurpa in terra il luogo mio …”, trascolorano i beati, trascolora il cielo, che si fa purpureo (“Di quel color che per lo sole avverso / nube dipigne da sera e da mane”, vv. 28-30): è il colore del crisopazio, la decima gemma della Gerusalemme celeste che designa appunto la zelante e giusta ira (Ap 21, 20). Trasmuta sembianza anche Beatrice (“E come donna onesta che permane / di sé sicura, e per l’altrui fallanza, / pur ascoltando, timida si fane”, vv. 31-33): è il colore discreto del giacinto, l’undecima fra le gemme, che cambia con l’aria, ora chiaro e certo ora cauto, timoroso e quasi nebuloso. Il poeta accerta che tale eclissi di Beatrice “’n ciel fue / quando patì la supprema possanza” (vv. 34-36): qui si torna alla gemma precedente, il “crisopassus”.
L’invettiva petrina procede parodiando l’esegesi di vari luoghi apocalittici. “Et factus est sanguis”, a seguito del versamento della terza coppa, da parte dell’angelo, sopra le fonti d’acqua, cioè sopra la dottrina dei vescovi eretici (Ap 16, 4), accecati al punto “ut biberent potum doctrine sanguinee et carnalis” (16, 6):
fatt’ ha del cimitero mio cloaca / del sangue e de la puzza … Del sangue nostro Caorsini e Guaschi / s’apparecchian di bere” (vv. 25-26, 58-59). San Pietro si riferisce a Bonifacio VIII, pontefice nel 1300, data del viaggio, ma anche, profeticamente, al ‘guasco’ Clemente V (1305-1314) e al ‘caorsino’ Giovanni XXII (1316-1334), regnante al tempo in cui Dante scriveva questi versi. L’immagine che doveva presentarsi al lettore spirituale non mutava: era quella di un papa errante, se non eretico, nell’interpretazione del Vangelo come lo erano stati i suoi predecessori simoniaci.
San Pietro, in quanto pastore, denuncia che l’attività pastorale non è impegnata nella difesa del gregge  –
“In vesta di pastor lupi rapaci / si veggion di qua sù per tutti i paschi” (vv. 55-56; prologo, Notabile III) -; che il potere delle “chiavi che mi fuor concesse” viene usato contro i cristiani (vv. 49-51; concedere è verbo tipicamente apocalittico, per cui è da scartare la variante commesse, che oltretutto non “fruisce di troppo più larga e autorevole testimonianza” come concesse [Petrocchi]); che non lui, ma l’Anticristo si è fatto “figura di sigillo / a privilegi venduti e mendaci, / ond’ io sovente arrosso e disfavillo” (vv. 52-54; Ap 14, 11). Afferma che non fu intenzione sua e dei primi pontefici dividere il popolo cristiano parte alla destra (la migliore) e parte alla sinistra mano, alludendo al favore dato dal papato ai Guelfi contro i Ghibellini (vv. 46-48; Ap 1, 16). La Chiesa, sposa di Cristo, è ora “ad acquisto d’oro usata”; nei commerci si è trasformata in una novella Babilonia (vv. 40-42; cfr. Par. XXIII, 133-135; Ap 18, 12.19). Il quinto tempo della Chiesa, ancora concorrente col sesto nel 1300, dopo un inizio bello e stellare, si è corrotto: “circa finem … permissi sunt ruere in vilissimam fecem – o buon principio, / a che vil fine convien che tu caschi!” (XXVII, 59-60; prologo, Notabile V; cfr. XXII, 91-93). Babilonia, che un tempo sedeva gloriosa, apparirà, dopo la distruzione inferta dai dieci re (Ap 17, 12), misera, vedova, sola, priva di compagnia e di difesa, “ma l’alta provedenza, che con Scipio / difese a Roma la gloria del mondo, / soccorrà tosto, sì com’ io concipio” (XXVII, 61-63; Ap 18, 7.10). La vera Roma papale sarà difesa, a differenza della prostituta apocalittica; ciò avverrà presto, come scritto ad Ap 22, 10; a Dante spetta di divulgare la profezia (vv. 64-66; cfr. Ap 10, 11).

Tab. II

[LSA, cap. XVIII, Ap 18, 7.10 (VIa visio)] Sexto predicit iterum eius culpam et condignam penam, ibi: “Quia in corde suo dicit: Sedeo” et cetera (Ap 18, 7). Et ibi exaggerat eius exterminium et planctum ac stuporem et tremorem carnalium amicorum eius super tanto casu ipsius, cum paulo post subdit: “Et flebunt et plangent” (Ap 18, 9). […] “Quia in corde suo dicit”, id est superbiendo: “Sedeo regina”, id est in magna presidentia et gloria super regnum meum dominor et conquiesco; “et vidua non sum”, id est non sum destituta gloriosis episcopis et regibus; “et luctum non videbo”, id est numquam incidam in miseriam nec amittam predicta. […] Ipsi, inquam, “longe stantes propter timorem tormentorum eius” (Ap 18, 10). Per longe stare designatur hic maxima et totalis fuga et elongatio cordis non solum ab amplexu pene, sed etiam a societate dampnatorum pro quanto subiacent tam horrendis penis. Vel referendo hoc ad temporalem casum eius, stabunt longe tamquam non audentes ad eam defendendam accedere nec se ad prelium parare.

Purg. VI, 112-114

Vieni a veder la tua Roma che piagne
vedova e sola, e dì e notte chiama:
“Cesare mio, perché non m’accompagne?”.

Ep. XI, 21: Quod ut gloriosa longanimitas foveat et defendat, Romam urbem, nunc utroque lumine destitutam, nunc Annibali nedum alii miserandam, solam sedentem et viduam prout superius procla-matur, qualis est, pro modulo vestre ymaginis ante mentales oculos affigatis oportet.

Par. XXVII, 61-66

Ma l’alta provedenza, che con Scipio
difese a Roma la gloria del mondo,
soccorrà tosto, sì com’ io concipio;
e tu, figliuol, che per lo mortal pondo
ancor giù tornerai, apri la bocca,
e non asconder quel ch’io non ascondo. 

[LSA, cap. XXII, Ap 22, 10 (finalis conclusio totius libri)] Sextum est <iussio> de propalando doctrinam propheticam huius libri, tamquam scilicet utillimam et necessariam electis et tamquam certam et gloriosam et Christum et eius opera clarificantem et magnificantem. Unde subdit (Ap 22, 10): “Et dixit michi”, scilicet angelus: “Ne signaveris”, id est non occultes nec sub sigillo claudas, “verba prophetie huius libri”, subditque huius duplicem rationem. Prima est ex propinquitate futurorum temporum et iudiciorum et operum de quibus loquitur, propter quod oportet eam cito sciri, unde subdit: “tempus enim prope est”.

2. Il memoriale di Ulisse

Risalite all’Empireo, come fiocchi di neve rivolti verso l’alto, le anime incontrate nel cielo Stellato, l’ottavo pianeta (parodia di temi della settima coppa, il cui versamento purifica l’aere come la neve: vv. 67-72; Ap 16, 17) – dipartita che il poeta segue per quanto possibile, come si può seguire Cristo in questa vita (vv. 73-75; Ap 14, 4) -, prima di ascendere al Cristallino o Primo Mobile (nono cielo), Beatrice invita il poeta ad abbassare il viso per guardare l’arco che egli ha percorso, volgendosi insieme con l’ottavo cielo, nella costellazione dei Gemelli (Par. XXVII, 76-87). Dante era asceso al cielo Stellato entrando appunto nella costellazione dei Gemelli, e allora Beatrice l’aveva invitato a riguardare in giù per vedere tutte le sette sfere e in particolare la terra abitata, “l’aiuola che ci fa tanto feroci” che era apparsa al poeta “tutta … da’ colli a le foci” (Par. XXII, 124-153) [1].
La visione che si presenta al termine della permanenza nel cielo Stellato, avendo nel frattempo il sole percorso un arco di 90°, è diversa: “Da l’ora ch’ïo avea guardato prima / i’ vidi mosso me per tutto l’arco / che fa dal mezzo al fine il primo clima” [2]. Il “primo clima” è la prima delle sette zone abitabili in cui gli antichi geografi dividevano il nostro emisfero a partire dall’equatore, al quale erano parallele, verso nord. Il primo clima era il più vicino all’equatore e aveva il principio al meridiano del Gange, il mezzo nella linea del meridiano di Gerusalemme, il fine al meridiano di Cadice (Gade). Quando il poeta si era rivolto a guardare in giù per la prima volta si trovava con il segno dei Gemelli sopra il meridiano di Gerusalemme e aveva visto tutta la terra abitata, dal Gange alle colonne d’Ercole; ora si trova a perpendicolo sul meridiano di Cadice e può spingere lo sguardo a occidente oltre Cadice, “sì ch’io vedea di là da Gade il varco / folle d’Ulisse”, cioè l’oceano Atlantico, e a oriente fin verso “il lito / nel qual si fece Europa dolce carco”, cioè fino al litorale della Fenicia.
Nel Notabile XIII del prologo Olivi paragona i tre fini della storia umana, cioè i tre avventi di Cristo nella carne, nello Spirito, nel giudizio, a un grande monte con tre vette, contenente al proprio interno due grandi valli. A chi guarda dalla distanza, il monte appare uno, non trino: tale fu la prospettiva degli Ebrei che vennero prima dell’avvento di Cristo e dei profeti che non distinsero i tre fini. I cristiani che vivono nei primi cinque stati o periodi della Chiesa dopo la venuta di Cristo si trovano sulla prima vetta, in condizione di vedere la prima valle chiusa da due dossi: distinguono pertanto lo spazio temporale in cui, tra il primo avvento (nella carne) e l’ultimo (nel giudizio), avviene la conversione delle genti, ma non percepiscono lo spazio che sta tra il secondo avvento (nello Spirito, cioè nei discepoli spirituali), proprio del sesto stato allorché verrà ucciso l’Anticristo, e l’ultimo. Coloro che si trovano a vivere nel sesto stato, o che lo vedono in spirito (come “il calavrese abate Giovacchino / di spirito profetico dotato”, che altrove, ad Ap 6, 12, Olivi afferma aver visto per rivelazione in spirito, nella sua terza età, il sesto stato), hanno la visione compiuta, poiché trovandosi sulla mediana delle tre vette distinguono tra il primo e il terzo avvento, che alla fine dei tempi sarà segnato dalla conversione di Israele. Essi vedono chiaramente i tre fini nelle profezie dell’Antico Testamento, ove erano involuti, e si rendono conto che ogni novità intervenuta nel corso della storia umana è segno figurativo della mutazione e del rinnovamento operati dai tre avventi, verso i quali tutto corre. La prospettiva di coloro che vennero prima di Cristo, i quali videro dalla distanza “una montagna”, è quella di Ulisse (Inf. XXVI, 133-134).
La posizione di chi sta sopra il meridiano di Cadice, come visto da Dante a Par. XXVII, 79-87, sembra essere quella dell’osservatore il quale, come descritto da Olivi, si trova sulla vetta del monte corrispondente al sesto stato, dalla quale può vedere sia lo spazio proprio della conversione delle genti (il mondo abitabile), sia lo spazio che sta tra il secondo avvento di Cristo e l’ultimo (il “mondo sanza gente”, che volle sperimentare Ulisse nel suo “folle volo”). Allora lo stare sopra il meridiano di Gerusalemme (nell’emisfero “sotto ’l cui colmo consunto / fu l’uom che nacque e visse sanza pecca”, Inf. XXXIV, 112-115) corrisponderebbe allo stare sul primo dosso della montagna da parte dei cristiani che vennero prima del sesto stato della Chiesa, mentre il meridiano di Gange coprirebbe quanti precedettero Cristo i quali, nati “a la riva / de l’Indo, e quivi non è chi ragioni / di Cristo né chi legga né chi scriva” (Par. XIX, 70-72), vedono come Ulisse la “montagna” una e senza distinzioni.
Nonostante la sua straordinaria ricchezza tematica, anche il Paradiso è ordinato per cicli settenari e registra due momenti dedicati al sesto stato della Chiesa (cfr. infra). Il sesto cielo di Giove, terzo a partire dal cielo del Sole (come il terzo stato dei dottori) per la spiegazione di profonde verità di fede, sviluppa il motivo, proprio della sesta chiesa, della “porta aperta”. Aprire la porta significa illuminare e rendere acuto l’intelletto che penetra nell’occulto delle Scritture, e anche penetrare con efficacia spirituale nel cuore di chi ascolta: così l’aquila apre la “latebra” di Dante, così l’occhio di Rifeo Troiano fu da Dio aperto alla futura redenzione. Nel Primo Mobile – nono e sesto cielo (a partire dal cielo del Sole) –, il poeta vede il punto luminosissimo – Dio – da cui dipende il cielo e la terra, circondato dai nove cerchi di fuoco (Par. XXVIII, 16-18, 25-27, 40-42, 94-96). Il sesto stato della Chiesa, secondo quanto Olivi afferma nel Notabile VIII del prologo, è il “punto” da cui dipendono gli altri stati, perché esso appare nel testo dell’Apocalisse in modo più evidente degli altri, che da esso assumono chiarezza quanto alla loro manifestazione nella storia, come l’intelligenza delle cose ordinate ad un fine dipende dal fine. Non è casuale, e anzi è in perfetta simmetria, che come il volgere la poppa “nel mattino” da parte di Ulisse si collochi sulla soglia del sesto stato, prima dell’alto passo verso l’ignoto, così prima di ascendere al Primo Mobile, nona e ultima zona del poema dedicata al sesto stato, Dante si volga a guardare “il varco folle” passato dall’eroe greco.

[1] L’“aiuola che ci fa tanto feroci” (Par. XXII, 151), la parte della terra che non è mai senza guerra nel cuore dei suoi abitanti, è assimilata alla Giudea, la terra che Dio separò dalle acque per darla agli uomini affinché ne facessero un giardino, da essi resa infiammata e insanguinata (Ap 8, 7). Da confrontare l’inciso: “Iudea, quia sicut terra habitabilis fuit segregata a mari et discooperta aquis” con: “E più mi fora discoverto il sito / di questa aiuola” (XXVII; 85-86). I temi propri della Giudea travasano sull’Italia.

[2] Dal momento in cui il poeta ha lasciato l’Eden al passaggio dall’ottavo al nono cielo il sole ha percorso 280° del suo giro intorno alla terra, equivalente a 18 h. e 40’. Nei Gemelli Dante ha percorso lo spazio di un quadrante, corrispondente a sei ore.

3. “Nel ciel velocissimo”

La Lectura si conclude, citando Gioacchino da Fiore, con un ringraziamento a Dio che dopo tanti mari percorsi ha condotto la nave in porto, e con la preghiera di prestare indulgenza se in qualche punto l’espressione non sia stata conforme alla Sua volontà. Olivi si dichiara pronto a ricevere correzioni mentre è ancora in vita, qualora ci sia qualche pio disposto a suggerirle. Se poi la veloce chiamata di Dio lo sottrarrà dalla luce terrena, allora il compito di emendare spetterà alla Chiesa romana, alla quale è stato dato il magistero universale. Citando Riccardo di San Vittore, il frate assegna infine a sé quanto detto da lui meno bene e, come i seniori di fronte al trono divino, attribuisce ciò che è degno a Colui che non occupa luogo né è mutato dal tempo.
Anche questa estrema parte non si sottrae a profonde metamorfosi poetiche. Il prestarsi, che nell’esegesi è un prestare indulgenza ai limiti dell’autore, si trasforma nel prestarsi della luce divina a una memoria incapace di seguire l’intelletto che in quella luce si profonda. Ciò è tema del primo e dell’ultimo canto del Paradiso. Nel primo caso, invocando il “buono Appollo”, il poeta ascrive alla virtù divina (“se mi ti presti / tanto che l’ombra del beato regno / segnata nel mio capo io manifesti”) la dignità che gli darà l’amato alloro (Par. I, 22-27). Nel secondo caso, la somma luce viene invocata – “ripresta un poco di quel che parevi” -, affinché il poeta possa lasciare alla futura gente una sola favilla di quella gloria (XXXIII, 67-75).
Manifestare per segni (I, 24) equivale ad esprimere la visione apocalittica (Ap 1, 1); il “buono Appollo” (v. 13) è l’opposto del re delle locuste
“cui nomen hebraice Abadon, grece autem Apollion et latine habet nomen Exterminans” (Ap 9, 11); la materia resa degna dall’ispirazione divina (v. 27) è quella del “canticum novum”, di lode a Cristo degno di aprire il libro segnato da sette sigilli (Ap 5, 9); le “miglior voci” con le quali “forse di retro a me … / si pregherà perché Cirra risponda” (vv. 35-36) rinviano alla voce, che accenna a realtà superiori, udita da Giovanni dietro le spalle di cui ad Ap 1, 10-12.
L’emendarsi (“rimendo qui la vita ria”: hapax, singolarmente congiunto col prestarsi, come nella Lectura) è proprio di Sapìa senese, la quale nel secondo girone della montagna purga l’invidia, “lagrimando a colui che sé ne presti”, affinché voglia concederne la visione (Purg. XIII, 106-108). Non sarà casuale questo appropriare le finali attestazioni di umiltà e di sottomissione dell’Olivi a colei che ebbe abbreviata la sua penitenza per le preghiere di Pier Pettinaio, uomo spirituale.
I motivi dell’indulgere, dell’essere veloce, di Dio che non ha luogo né tempo percorrono l’ascesa di Dante al nono cielo, il Primo Mobile o Cristallino, in Par. XXVII, 97 sgg. Lo sguardo di Beatrice ‘indulge’, cioè presta una virtù che sottrae il poeta alla costellazione dei Gemelli e lo spinge “nel ciel velocissimo”. Tutte le parti di questo cielo sono così uniformi, che Dante non sa dire quale luogo abbia scelto Beatrice per entrarvi. Il Primo Mobile, da cui comincia la natura del mondo, non ha altro luogo in cui si possa considerare situato che la mente divina, da cui deriva l’amore che lo fa girare e la virtù che fa piovere sugli otto cieli da esso contenuti. Non è misurato dal tempo, ma è la radice del tempo, che tiene “in cotal testo / le sue radici” (vv. 118-119), cioè in tale vaso (da notare l’uso di termini presenti nell’incipit della Lectura, relativi alla dottrina di Cristo contenuta nel Vecchio Testamento “sicut nucleum in testa et pullum in ovo et fructum in semine vel radice”). Nel Primo Mobile, Beatrice ride “tanto lieta, / che Dio parea nel suo volto gioire” (vv. 103-105).
L’Empireo, “precinto” al Primo Mobile, che a sua volta comprende gli altri cieli, è “luce e amor”, che corrispondono all’intelletto e alla volontà, le due mammelle della mente nell’esegesi del manto di Cristo sommo pastore (Ap 1, 13): esso è cinto da Dio, che solo intende il suo operare (Par. XXVII, 112-114; cfr. i serafini, descritti a XXVIII, 22-27). Il Primo Mobile è anche “lo real manto di tutti i volumi del mondo” (XXIII, 112-113). Sono “le parti sue vivissime ed eccelse” (XXVII, 100), interna (verso l’inferiore cielo Stellato, dunque verso la terra; cfr. XXIII, 112-117) ed esterna (verso l’Empireo), anticipazione del “lume in forma di rivera / fulvido di fulgore, intra due rive / dipinte di mirabil primavera” che il poeta vedrà “dentro dal ciel de la divina pace”, figura poetica delle due rive del fiume di acqua viva dalle due rive, umana e divina, che scorre nel mezzo della Gerusalemme celeste (XXX, 61-69; Ap 22, 1-2). Per questo vivissime, lezione prescelta dal Petrocchi in quanto ottimamente attestata dalla più antica tradizione e dunque difendibile, è preferibile alla variante vicinissime (vicissime), che introdurrebbe un elemento interpretativo (la terra) rispetto al quale le parti del Primo Mobile sarebbero più vicine o più lontane (eccelse). Sarebbe poi da spiegare come la parte inferiore del nono cielo sia ‘vicinissima’ alla terra, considerato che, già nel sottostante ottavo cielo, il Primo Mobile “avea sopra di noi l’interna riva (quella rivolta verso la terra) / tanto distante, che la sua parvenza, / là dov’ io era, ancor non appariva” (Par. XXIII, 115-117). Il nono cielo è quello “che più ferve e più s’avviva (in tutte le sue parti) / ne l’alito di Dio e nei costumi” (vv. 113-114).
È il fulgido riso di Beatrice, sacra parodia dello splendore del volto di Cristo nel meriggio del sesto stato della Chiesa (Ap 1, 16), a spingere Dante, che gli si rivolge (Ap 1, 10), verso il Primo Mobile (XXVII, 95-96). Alla donna (vv. 88-96), come al moto di quel cielo dal quale gli altri sono misurati (vv. 115-117), è appropriato il numero mistico “un tempo, due tempi e la metà di un tempo” (Ap 12, 14), tema oggetto di numerose variazioni nel corso del poema.

Tab. III

[LSA, explicit] Ut autem verbis Ioachim* utar, referamus et nos gratiam ei qui nos, decursis tantis pelagis, perduxit ad portum, orantes ut si in aliquibus locis aliter locuti sumus quam ipse voluit, prestet indulgentiam delinquenti. Quod si est qui pie corrigat dum adhuc vivo, paratus sum recipere correctionem. Si autem velox vocatio Domini me subtraxerit ex hac luce, romana ecclesia, cui datum est universale magisterium, si qua indigna esse perspexerit, dignetur obsecro emendare.
Et ut verbis Ricardi* utar, quicquid in hiis que scripsimus minus bene diximus nobis imputamus; si quid vero digne illius dono fideliter ascribendum iudicamus, qui nec loco capitur nec tempore mutatur, immensus eternus et Deus benedictus ac benedicendus in secula seculorum. Amen.

* Expositio, ff. 223vb-224rb.

* In Ap VII, x (PL 196, col. 888 B).

Par. I, 22-27; XXXIII, 67-69

O divina virtù, se mi ti presti
tanto che l’ombra del beato regno

segnata nel mio capo io manifesti,
vedra’mi al piè del tuo diletto legno
venire, e coronarmi de le foglie
che la materia e tu mi farai degno.

O somma luce che tanto ti levi
da’ concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi

Purg. XIII, 106-108

“Io fui sanese”, rispuose, “e con questi
altri rimendo qui la vita ria,
lagrimando a colui che sé ne presti”.

Ep. XIII, 90: Et quia, invento principio seu primo, videlicet Deo, nichil est quod ulterius queratur, cum sit Alfa et O, idest principium et finis, ut visio Iohannis designat, in ipso Deo terminatur tractatus, qui est benedictus in secula seculorum.

 

Par. XXVII, 97-105, 109-110, 115-120

E la virtù che lo sguardo m’indulse,
del bel nido di Leda mi divelse
e nel ciel velocissimo m’impulse.
Le parti sue vivissime ed eccelse
uniforme son, ch’i’ non so dire
qual Bëatrice per loco mi scelse.
Ma ella, che vedëa ’l mio disire,
incominciò, ridendo tanto lieta,
che Dio parea nel suo volto gioire

e questo cielo non ha altro dove
che la mente divina ……………..

Non è suo moto per altro distinto,
ma li altri son mensurati da questo,
sì come diece da mezzo e da quinto;
e come il tempo  tegna in cotal testo
le sue radici e ne li altri le fronde,

omai a te può esser manifesto.

Par. II, 22-24

Beatrice in suso, e io in lei guardava;
e forse in tanto in quanto un quadrel posa   21, 16
e vola e da la noce si dischiava

[LSA, prologus, incipit] Hec autem lux habet septiformem diem transcendentem velamen umbre legalis, quoniam in hac aperitur trinitatis Dei archanum, ac culpe originalis et actualis vinculum et debitum, et incarnationis Filii Dei beneficium, et nostre redemptionis pretium, et iustificantis gratie supernaturale donum simul et predestinationis ac reprobative subtractionis eiusdem gratie incomprehensibile secretum, ac spiritualis et perfecti modi vivendi Deumque colendi saluberrimum exemplum ac preceptum et consilium, et eterne retributionis premium et supplicium cum finali consumatione omnium. Hec enim septem sunt velut septem dies solaris doctrine Christi, que sub velamine scripta et absconsa fuerunt in lege et prophetis. Eo ipso autem quod doctrina Novi Testamenti probat se ipsam contineri in Veteri sicut nucleum in testa et pullum in ovo et fructum in semine vel radice et sicut lumen in lucerna lucente in loco caliginoso, eo ipso promovetur luna, id est vetus lex et scriptura, in lucem solis.

 4. Il governo dell’umana famiglia

Il libro dell’Apocalisse contiene tutta la sapienza che governa il mondo: “liber signatus est comprehensivus summe sapientie Dei universi orbis gubernative et specialiter electorum suorum” (Ap 4, 4). Si può vedere come gli stessi elementi di esegesi che designano Colui che siede sul trono, “cuius gubernationes et documenta per magistrorum consilium descendunt ad nos quasi a pastore uno”, siano quasi fili utilizzati nei versi per la trama di Aristotele (“vidi ’l maestro di color che sanno / seder tra filosofica famiglia”, Inf. IV, 131-132), di san Luca medico (“L’un si mostrava alcun de’ famigliari / di quel sommo Ipocràte che natura / a li animali fé ch’ell’ ha più cari”, Purg. XXIX, 136-138) e delle parole di Beatrice sul traviamento degli uomini (“Tu, perché non ti facci maraviglia, / pensa che ’n terra non è chi governi; / onde sì svïa l’umana famiglia”, Par. XXVII, 139-141). In tutti e tre i casi, si tratta appunto dell’“umana famiglia”, cioè degli esseri razionali, i quali “per phylosophica documenta” dovrebbero conseguire la beatitudine in questa vita sotto le leggi dell’Imperatore (Monarchia, III, xv, 7-10). Una “famiglia” designata dai seniori, i quali circondano come “famuli” la sede divina. La curia celeste è proiettata su quella terrena, che deriva anch’essa dal fonte dell’universale sapienza. Il libro, che sta nella destra di Colui che siede sul trono, contiene infatti le leggi e i precetti del sommo imperatore e le sentenze e i giudizi del sommo giudice.
Non sarà casuale che le parole di Beatrice sul governo degli uomini siano pronunciate nel Primo Mobile, nell’uniforme luogo che “non ha altro dove / che la mente divina, in che s’accende / l’amor che ’l volge e la virtù ch’ei piove”, e dove è manifesto “come il tempo tegna in cotal testo / le sue radici e ne li altri le fronde” (Par. XXVII, 109-111, 118-120). Lì è la radice del tempo, e dunque anche della felicità e della monarchia temporali. Lì si vede come l’ordine del mondo sensibile (in cui le sfere celesti sono tanto più veloci e grandi quanto più si allontanano dal centro, cioè dalla terra) concorda per apparente contrapposizione con quanto si vede nel paradiso (dove i cerchi angelici sono tanto più veloci quanto più vicini a Dio, “punto” luminoso da cui “depende il cielo e tutta la natura”, Par. XXVIII, 40-87). Da una parte la quantità dei corpi, con la loro virtù, dall’altra la sola virtù senza quantità; entrambi, “essemplo” ed “essemplare”, “non vanno d’un modo” nel comune tendere verso Dio. Sono come le due corone di spiriti sapienti di Par. XIII, 16-18, le quali nel cielo del Sole procedono l’una in una direzione, l’altra in quella opposta, girando “per maniera / che l’uno andasse al primo e l’altro al poi”, ulteriore esempio di concordia fra dissimili (non a caso nell’una si dice di Francesco, che “fu tutto serafico in ardore”; nell’altra di Domenico, che “per sapïenza in terra fue / di cherubica luce uno splendore”). Angeli e uomini sono in tensione diversa verso Dio, “per somigliarsi al punto quanto ponno” (Par. XXVIII, 101). L’uomo, che solo fra gli enti è medio tra ciò che è corruttibile e ciò che è incorruttibile, opera in modo quasi divino, secondo quanto scritto nel Salmo 8, 6: “Tu l’hai fatto poco minore che gli angeli” (cfr. Convivio, IV, xix, 7; Monarchia, I, iv, 2; III, xv, 4).
Le parole di Beatrice sulla volontà degli uomini la quale, sopo l’infanzia, sfiorisce marcita dalla pioggia (Par. XXVII, 124-138), sono state esaminate altrove per i due passi parodiati: Ap 2, 1 (
la fervida volontà iniziale una con quella di Cristo come quella della madre nel pargolo: “voluntas mea in ea”), poi rilassatasi (“lapsus”, secondo l’interpretazione del nome della prima chiesa d’Asia, Efeso) e 6, 12-13 (il sole che si fa nero all’apertura del sesto sigillo). La donna afferma che Dante non deve meravigliarsi (v. 139; cfr. v. 20: Ap 17, 6-7). Conclude assicurando “che la fortuna che tanto s’aspetta, / le poppe volgerà u’ son le prore, / sì che la classe correrà diretta; / e vero frutto verrà dopo ’l fiore” (vv. 145-148). Attendere è tema precipuo del quinto sigillo, alla cui apertura viene detto ai santi che invocano la giustizia divina sui reprobi di aspettare i grandi eventi che si verificheranno fra poco alla sesta apertura (Ap 6, 9-11). Beatrice accerta che ciò avverrà “prima che gennaio tutto si sverni / per la centesma ch’è là giù negletta” (vv. 142-143), cioè, come intendono i commentatori, l’umanità non dovrà attendere molto la palingenesi politica e spirituale. Non sarà casuale che la “centesma” (la centesima parte del giorno trascurata dal calendario giuliano) venga in rilievo nell’esegesi proprio nel calcolo escatologico, sulla base della profezia di Daniele, della venuta dell’Anticristo e della sua successiva sconfitta (1260 o 1290, secondo che vengano calcolate o meno le “minutie temporum”; Ap 12, 6).
Al v. 144 – “raggeran sì questi cerchi superni” – degna di considerazione è la variante ruggiran (definita “importante” da Petrocchi che però non la presceglie, ma cfr. Inglese), se parodia di Ap 10, 3, dove si afferma che l’angelo dal volto solare, al suono della sesta tromba, griderà a gran voce come un leone che ruggisce, perché parlerà con forte indignazione e collera contro gli errori e i vizi di quanti sono induriti, predicendo loro con somma autorità e terribile minaccia lo spaventoso giudizio divino che incombe, al punto che farà tremare le bestie, cioè i bestiali. Il Primo Mobile, luogo dove Beatrice sta parlando, è appunto abitato dalle gerarchie angeliche (i “cerchi superni” descritti nei due canti successivi); ruggiran meglio esprime dell’irradiarsi il prossimo sopravvento della giustizia divina.

Tab. IV

[LSA, cap. IV, Ap 4, 3-4 (radix IIe visionis)] “Et qui sedebat, similis erat aspectui”, id est aspectibili seu visibili forme, “lapidis iaspidis et sardini” (Ap 4, 3). Lapidi dicitur similis, quia Deus est per naturam firmus et immutabilis et in sua iustitia solidus et stabilis, et firmiter regit et statuit omnia per potentiam infrangibilem proprie virtutis. […]
“Et in circuitu sedis sedilia viginti quattuor” (Ap 4, 4), scilicet erant, nobiles quidem sedes prima tamen longe inferiores; “et super sedilia”, scilicet erant, “viginti quattuor seniores sedentes, circumamicti stolis albis, et in capitibus eorum corone auree”.
Ex coronis et sedilibus eorum patet quod erant quasi reges vel pontifices sub summo imperatore et iudice et tamquam eius consiliarii sibi assistentes et circumsedentes, propter quod describuntur esse seniores tamquam magne experientie et prudentie et maturi ac providi iudicii et consilii. […] Per coronas autem aureas designatur principatus seu prelationis auctoritas et premii ac meriti sanctorum dignitas. […]
Ad insinuandum autem quod liber signatus est comprehensivus summe sapientie Dei universi orbis gubernative et specialiter electorum suorum, Deus apparet hic tamquam summus et sapientissimus iudex et rector omnium, cuius gubernationes et documenta per magistrorum consilium descendunt ad nos quasi a pastore uno, prout dicitur Ecclesiastes ultimo (Ec 12, 11).
Per istos igitur anagogice designantur celestes angeli et potissime supremi; allegorice autem prophete et apostoli ceterique prelati, per quorum documenta et consilia a Deo accepta regitur universa ecclesia. Vel, secundum Ioachim, duodecim apostoli per quos ecclesia de gentibus intravit ad Christum, et alii duodecim futuri evangelici per quos omnis Israel et iterum totus orbis convertetur ad Christum.
Dicuntur autem esse “in circuitu sedis”, quia ad defensionem et protectionem sancte matris ecclesie ordinati sunt quasi murus eius et etiam sicut famuli eius. Sicut enim sedes Dei integratur ex ecclesia plenitudinis gentium et ex finali ecclesia reliquiarum Iudeorum et gentium tamquam ex parte sinistra et dextera, sic duodecim principes unius partis stant ad sinistram sedis et duodecim principes alterius partis stant ad dexteram eius. Per eorum autem sedilia designantur ecclesie eis subiecte. […]
Per stolas autem albas, quibus sunt induti, designatur candor glorie et singularis munditie, quam decet et oportet inesse primis et propinquioribus consiliariis et assessoribus purissimi Dei.

Inf. IV, 112-114, 130-135

Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorità ne’ lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi.

Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
vidi ’l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.
Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid’ ïo Socrate e Platone,
che ’nnanzi a li altri più presso li stanno

Par. XI, 28-30

La provedenza, che governa il mondo
con quel consiglio nel quale ogne aspetto
creato è vinto pria che vada al fondo

Purg. XXIX, 136-141

L’un si mostrava alcun de’ famigliari
di quel sommo Ipocràte che natura

a li animali fé ch’ell’ ha più cari;
mostrava l’altro la contraria cura
con una spada lucida e aguta,
tal che di qua dal rio mi fé paura.

Par. XXVII, 139-141

Tu, perché non ti facci maraviglia,
pensa che ’n terra non è chi governi;
onde sì svïa l’umana famiglia.

 

[LSA, cap. IV, Ap 4, 5 (radix IIe visionis)] Voces enim in terra fiunt, tonitrua vero in celo seu ethere, vocesque sunt modice respectu tonitruorum.
[LSA, cap. VIII, Ap 8, 5 (radix IIe visionis)] “et voces”, scilicet doctrine rationalis et quasi humane […]
[LSA, cap. XI, Ap 11, 19 (radix IIe visionis)] “et voces”, id est et suaves ac rationabiles persuasiones et predicationes sunt facte.

 AVVERTENZE

Seppure segue l’ordine dei ventidue capitoli dell’Apocalisse, Olivi suggerisce, nel prologo della Lectura, un metodo differente di comprensione e di aggregazione del testo, fondato sui sette stati (status), cioè sulle epoche nelle quali si articola la storia della Chiesa, prefigurate nell’Antico Testamento.
L’Apocalisse si articola in sette visioni: le sette chiese d’Asia, i sette sigilli, le sette trombe, la donna vestita di sole (le sette guerre sostenute dalla Chiesa), le sette coppe, il giudizio di Babylon nelle sette teste del drago, la Gerusalemme celeste. Le prime sei visioni possono essere a loro volta divise in sette momenti, ciascuno dei quali riferibile a uno dei sette stati. Assembrando, per le prime sei visioni, tutti i primi elementi (chiesa, sigillo, tromba, guerra, coppa, momento del giudizio di Babylon), tutti i secondi, i terzi e così di seguito, si ottengono sette gruppi di materia teologica, corrispondenti al complesso dei temi afferenti a ciascuno dei sette stati. A questi sette gruppi si aggiungono altri due: l’esegesi della settima visione (senza articolazioni interne) e l’esegesi di capitoli del testo scritturale, o di parti di essi, introduttivi delle successive specificazioni delle singole visioni per settenari, che Olivi definisce “radicalia” o “fontalia”. Si ottengono in tal modo nove gruppi: le parti proemiali, i sette assembramenti di settenari e la settima visione. Il grande prologo della Lectura, articolato in tredici notabilia, può essere anch’esso aggregato secondo i sette stati. Un libro (la Lectura) contiene dunque princìpi e criteri affinché l’accorto lettore possa trarne un altro libro, fatto con lo stesso materiale ma ricomposto e distribuito in forma diversa.

La Commedia mostra un ordine interno diverso da quello che appare al lettore: il viaggio di Dante ha un andamento di ciclici settenari, che corrispondono ai sette stati della storia della Chiesa, cioè alle categorie con cui Olivi organizza la materia esegetica. Questo ordine interno è registrabile per zone progressive del poema dove prevale, tramite parole-chiave, la semantica riferibile a un singolo stato. È un’intima struttura dirompente i confini letterali stabiliti dai canti e da tutte le divisioni materiali per cerchi, gironi, cieli. Ogni stato, che ha differenti inizi, è concatenato per concurrentia, come le maglie di un’armatura, con quello che precede e con quello che segue. Si possono in tal modo redigere mappe che comprendano l’ordine spirituale della Commedia. La ricerca è pervenuta a una Topografia spirituale della Commedia, dove quasi per ogni verso, o gruppo di versi, collegamenti ipertestuali conducono al “panno” esegetico fornito dalla Lectura super Apocalipsim, sul quale il “buon sartore” ha fatto “la gonna” (cfr. Par. XXXII, 139-141).

■ A ogni gruppo è arbitrariamente assegnato un diverso colore: Radici (verde), I stato (verde acqua), II stato (rosso), III stato (nero), IV stato (viola), V stato (marrone), VI stato (blu), VII stato (indaco), VII visione (fucsia). Dei gruppi sono stati integralmente studiati il terzo stato e la settima visione. Mentre la diversità dei colori è generalmente rispettata nelle tabelle complessive contenenti i collegamenti ipertestuali (Par. XXII, XXIII), nelle sinossi i colori possono essere variati per maggiore evidenza.

Non di rado nei versi alcune parole o incisi-chiave possono rinviare a più luoghi esegetici. Questo perché il testo dottrinale contenuto nella Lectura, prima di travasarsi semanticamente nella Commedia, è stato sottoposto a una duplice riorganizzazione. La prima, sulla base delle indicazioni dello stesso Olivi, secondo il materiale esegetico attribuibile ai singoli stati. La seconda, seguendo il principio applicato nelle distinctiones ad uso dei predicatori, sulla base di lemmi analogicamente collazionati. La “mutua collatio” di parti della Lectura arricchisce il significato legato alle parole e consente uno sviluppo tematico amplificato. Si vedano, ad esempio, le variazioni eseguite sul tema della “voce” o sull’espressione “in medio”, temi più volte iterati nel sacro testo, oppure il modo con cui Ap 1, 16-17 (l’esegesi della decima e undecima prefezione di Cristo come sommo pastore) percorre i versi in collazione con altri passi. A ciò predispone lo stesso testo scritturale, poiché l’Apocalisse contiene espressioni, come Leitmotive, che ritornano più volte. È determinata da parole-chiave che collegano i passi da collazionare. È suggerita dallo stesso Olivi, nel prologo, per una migliore intelligenza del testo.

Tutte le citazioni della Lectura super Apocalipsim presenti nei saggi o negli articoli pubblicati su questo sito sono tratte dalla trascrizione, corredata di note e indici, del ms. Paris, Bibliothèque nationale de France, lat. 713, a disposizione fin dal 2009 sul sito medesimo. I passi scritturali ai quali si riferisce l’esegesi sono in tondo compresi tra “ ”; per le fonti diverse da quelle indicate si rinvia all’edizione in rete. Non viene presa in considerazione l’edizione critica a cura di WARREN LEWIS (Franciscan Institute Publications, St. Bonaventure – New York, 2015) per le problematiche da essa poste, che sono discusse in ALBERTO FORNI – PAOLO VIAN, A proposito dell’edizione di Warren Lewis della Lectura super Apocalipsim di Pietro di Giovanni Olivi. Alcune osservazioni, in “Archivum Franciscanum Historicum”, 109 (2016), pp. 99-161.
Il testo della Commedia citato è in Dante Alighieri, La Commedia secondo l’antica vulgata, a cura di GIORGIO PETROCCHI, Firenze 1994. Si tiene anche conto dell’edizione a cura di GIORGIO INGLESE, Firenze 2021 (Società Dantesca Italiana. Edizione Nazionale), qualora il testo proposto si discosti da quello del Petrocchi e la scelta della variante risulti discutibile nel confronto con la LSA.

ABBREVIAZIONI

Ap: APOCALYPSIS IOHANNIS.

LSA: PIETRO DI GIOVANNI OLIVI, Lectura super Apocalipsim.

Concordia: JOACHIM VON FIORE, Concordia Novi ac Veteris Testamenti. Herausgegeben von A. PATSCHOVSKY, Wiesbaden 2017 (Monumenta Germaniae Historica. Quellen zur Geistesgeschichte des  Mittelalters, 28. Band), Teil 2 (lib. I-IV), Teil 3 (lib. V).

Expositio: GIOACCHINO DA FIORE, Expositio in Apocalypsim, in Edibus Francisci Bindoni ac Maphei Pasini, Venetiis 1527, ristampa anastatica Minerva, Frankfurt a. M. 1964.
IOACHIM ABBAS FLORENSIS, Expositio super Apocalypsim et Opuscula adiacentia. Ediderunt ALEXANDER PATSCHOVSKY et KURT-VICTOR SELGE †, Roma 2024 (Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Fonti per la Storia dell’Italia Medievale, Antiquitates, 59, 3 voll.; l’edizione reca a margine la foliazione dell’edizione veneziana).

Olivi opera spesso una sintesi del testo di Gioacchino da Fiore. Le « » precedono e chiudono un’effettiva citazione. Diversamente, viene posto un asterisco (*) o una nota in apice al termine della parte riferibile a Gioacchino.

In Ap: RICCARDO DI SAN VITTORE, In Apocalypsim libri septem, PL 196, coll. 683-888.

Note sulla “topografia spirituale” della Commedia   EN

Per quanto segua l’ordine dei ventidue capitoli dell’Apocalisse, Olivi suggerisce un metodo differente di comprensione e di aggregazione del testo esegetico, fondato sui sette stati, cioè sui periodi nei quali si articola la storia della Chiesa. L’Antico Testamento corrisponde alle prime cinque età del mondo, secondo la divisione tradizionale [1]: è l’età del Padre secondo Gioacchino da Fiore. Con il primo avvento di Cristo, nella carne, inizia la sesta età (l’età del Figlio), nella quale la Chiesa, come fosse un individuo, cresce e si sviluppa in sette stati. Al primo, apostolico periodo, succede il secondo dei martiri; poi, al tempo di Giustiniano, il terzo stato dei dottori che confutano con l’intelletto le eresie concorre con il quarto stato degli affettuosi anacoreti devoti al pasto eucaristico, alti per la contemplazione ma anche attivi come reggitori delle genti; a partire da Carlo Magno subentra il quinto stato aperto alla vita associata delle moltitudini, bello nel principio ma poi corrottosi fino a trasformare quasi tutta la Chiesa in una nuova Babilonia; la riforma interviene, a partire da Francesco, con il cristiforme sesto stato, fino alla sconfitta dell’Anticristo; subentra infine il silenzio e la quiete del pacifico settimo stato. Il sesto e il settimo stato (la terza età di Gioacchino da Fiore) coincidono con il secondo avvento di Cristo, nello Spirito, cioè nei suoi discepoli spirituali inviati a convertire il mondo con la predicazione; al termine del settimo stato ci sarà il terzo avvento, nel giudizio.
L’Apocalisse si articola in sette visioni: le sette chiese d’Asia, i sette sigilli, le sette trombe, la donna vestita di sole (le sette guerre sostenute dalla Chiesa), le sette coppe, il giudizio di Babylon nelle sette teste del drago, la Gerusalemme celeste. Le prime sei visioni possono essere a loro volta divise in sette momenti, ciascuno dei quali riferibile a uno dei sette stati. Assembrando, per le prime sei visioni, tutti i primi elementi (chiesa, sigillo, tromba, guerra, coppa, momento del giudizio di Babylon), tutti i secondi, i terzi e così di seguito, si ottengono sette gruppi di materia teologica, corrispondenti al complesso dei temi afferenti a ciascuno dei sette stati [2]. A questi sette gruppi se ne aggiungono altri due: l’esegesi della settima visione (senza articolazioni interne) e l’esegesi di capitoli del testo scritturale, o di parti di essi, introduttivi delle successive specificazioni delle singole visioni per settenari, che Olivi definisce “radicalia” o “fontalia”. Si ottengono in tal modo nove gruppi: le parti proemiali, i sette assembramenti di settenari e la settima visione. Il grande prologo della Lectura, articolato in tredici notabilia, può essere anch’esso aggregato nelle sue parti secondo i sette stati.

L’intenso travaso di parole-temi dalla Lectura nella Commedia si accompagna a un fatto strutturale. La Commedia mostra un ordine interno diverso da quello che appare al lettore: il viaggio di Dante ha un andamento di ciclici settenari, che corrispondono ai sette stati oliviani. È un ordine registrabile per zone progressive del poema dove prevalgono i temi di un singolo stato, che rompe i confini letterali stabiliti dai canti e da tutte le divisioni materiali per cerchi, gironi, cieli. Ogni stato, che ha differenti inizi, è concatenato per “concurrentia”, come le maglie di un’armatura, con quello che precede e con quello che segue. Ciascuno stato ha in sé una grande ricchezza di motivi e contiene inoltre temi di tutti gli altri, consentendo innumerevoli intrecci e variazioni. La Commedia appare, come l’Apocalisse, “libro scritto dentro e fuori” (Ap 5, 1), con duplice struttura, linguaggio e senso, letterale e spirituale. Il viaggio di Dante e la visione di Giovanni hanno la stessa causa finale, che è la beatitudine, alla quale si perviene con diverse guide, per gradi segnati da visioni sempre più nuove e ardue delle precedenti, attraverso una sempre maggiore apertura dell’arcano coperto dal velame dei sette sigilli fino al punto più alto in cui, in questa vita, è possibile vedere la verità.
Tutti i modi del linguaggio interiore al poema esprimono un processo, un viaggio dal più chiuso al più aperto, e in questo andare hanno una loro precisa collocazione ‘topografica’, uno ‘stato’ (nel senso di momento storico che ricade sulla coscienza individuale) al quale appartenere. Si possono in tal modo stendere vere e proprie mappe tematiche che comprendano l’ordine spirituale di tutta la Commedia che aderisce, parodiandola semanticamente, a una precisa teologia della storia, sia pure modificandone profondamente le prospettive. La ciclicità dei temi permette di stabilire collegamenti inusitati tra le diverse zone; il procedere per gradi dell’illuminazione divina fa sì che episodi oscuri e quasi ermeticamente chiusi si chiariscano poi, aprendosi all’intelligenza in modo più alto.
A ogni gruppo è arbitrariamente assegnato un diverso colore: Radici (verde), I stato (verde acqua), II stato (rosso), III stato (nero), IV stato (viola), V stato (marrone), VI stato (blu), VII stato (indaco), VII visione (fucsia). Dei gruppi sono stati integralmente studiati il terzo stato e la settima visione.

INFERNO

(le prime cinque età del mondo)

La ‘topografia spirituale’ del poema mostra nell’Inferno cinque cicli settenari corrispondenti agli stati della Chiesa descritti da Olivi e ai loro temi contenuti nella Lectura. Questi cinque cicli designano le prime cinque età del mondo (riunite a loro volta nel primo stato generale, che corrisponde all’età del Padre di Gioacchino da Fiore), in quanto prefigurazione del primo avvento di Cristo e della Chiesa.
I cinque cicli settenari che si susseguono nell’Inferno a partire dal quarto canto (i primi tre canti hanno una tematica particolare) sono preceduti da cinque zone che possono essere definite ‘snodi’, dove cioè confluiscono temi provenienti da più stati, intrecciati insieme ad altri ad avviare il procedere settenario. Il centro di questi ‘snodi’ coincide con un canto (Inf. IV, X, XVII, XXVI, XXXII), ma la zona è più vasta e supera l’ambito dato dalla divisione letterale del poema.

Inf. I-III sono da considerare al di fuori dei cicli. Inf. I e II sono profondamente segnati dai temi del sesto stato. Inf. III è riferibile al settimo stato (per gli ignavi) e in parte al quinto (per l’episodio di Caronte).

canti

I ciclo

stati

cerchi

IV

Limbo

Radici, I (I snodo)

I

V

lussuriosi

II

II

VI

golosi

III

III

VII

avari e prodighi

palude Stigia
(iracondi e accidiosi)

IIIIV

 

V

IV


V

VIII

palude Stigia (orgogliosi)
città di Dite

V

V

IX

apertura della porta di Dite

VVI

 

canti

II ciclo

stati

cerchi

IX-X-XI

eretici, ordinamento dell’inferno

I (II snodo)

VI

XII

violenti contro il prossimo

II

VII (girone 1)

XIII

violenti contro sé

III

        (girone 2)

XIV

violenti contro Dio: bestemmiatori

IV

        (girone 3)

XV-XVI

violenti contro Dio: sodomiti

V

XVI

XVII

ascesa di Gerione

Gerione,  violenti contro Dio: usurai

VI

canti

III ciclo

stati

cerchi

XVII

volo verso Malebolge

I (III snodo)

 

XVIII

ruffiani, lusingatori

Radici II

VIII (bolgia 1, 2)

XIX

simoniaci

III

(bolgia 3)

XX

indovini

IV

(bolgia 4)

XXI-XXII

barattieri

V

(bolgia 5)

XXIII

ipocriti

VVI

(bolgia 6)

XXIV-XXV

ladri

VI

(bolgia 7)

canti

IV ciclo

stati

cerchi

XXVI

consiglieri di frode (greci)

I (IV snodo)

(bolgia 8)

XXVII

consiglieri di frode (latini)

II

XXVIII-XXIX

seminatori di scandalo e di scisma

III

(bolgia 9)

XXIX

falsatori

IV

  (bolgia 10)

XXX

falsatori

IVV

XXXI

giganti

VVI

 

canti

V ciclo

stati

cerchi

XXXII

Cocito: Caina, Antenora

I (V snodo)

IX

XXXIII

Antenora, Tolomea

II

XXXIV

Giudecca

IIIIVV

XXXIV

volgersi di Virgilio sull’anca di Lucifero

VI

 

 

Il sesto stato è per Olivi la fase più importante nella costruzione dell’edificio della Chiesa. In esso “renovabitur Christi lex et vita et crux”. Corrisponde ai tempi moderni. Ha quattro diversi inizi temporali: uno profetico, con Gioacchino da Fiore, il quale lo vide in spirito concependo la sua terza età; il secondo con la conversione di Francesco (1206), che seminò la pianta; il terzo con la predicazione degli uomini spirituali, per la quale la pianta si rinnovella; il quarto con la distruzione storica di Babylon. Dura fino alla sconfitta dell’Anticristo, il cui avvento si collocherebbe, secondo i numeri della profezia di Daniele 12, 11-12 combinati con Ap 12, 6 e 14, fra il 1290 e il giubileo di pace del 1335.
Una ‘vita nuova’ si instaura nel sesto stato, per eccellenza il momento dell’imitazione di Cristo. I rami dell’albero si dilatano producendo il frutto della carità, l’acqua che proviene da Cristo-fonte attraverso il condotto che percorre i primi cinque stati della Chiesa si effonde in un lago; è il tempo, assimilato al sacramento del matrimonio, della letizia nuziale, della familiarità, dell’amicizia. Corrisponde al sesto giorno della creazione, in cui vennero creati prima i rettili e le bestie irrazionali, poi l’uomo razionale che, come l’ordine evangelico, è fatto a immagine e somiglianza di Dio e domina tutti gli animali.
Le espressioni di Olivi relative al sesto stato – “quoddam sollempne initium novi seculirenovaretur et consumaretur seculum”, nel quale il sacerdozio apostolico “redeat et assurgat ad ordinem primum”, la “nova Ierusalem”, interpretata come “visione di pace”, viene vista “descendere de celo” e la Chiesa descritta come la donna vestita di sole con la sua “virginea proles” – sono la veste spirituale dei versi della quarta egloga virgiliana che celebrano la rinnovata età dell’oro: “Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo / iam redit et Virgo; redeunt Saturnia regna; / Iam nova progenies caelo demittitur alto” (Egloga IV, 5-7). Olivi completa la Lectura super Apocalipsim nel 1298, poco prima di morire, il 14 marzo, a Narbonne. Quel felicissimo stato segnato dalla pace sotto il divo Augusto, che rese l’umanità disposta al primo avvento di Cristo, si sta rinnovando nel sesto stato della Chiesa, nel secondo avvento nello Spirito. Scrive Arsenio Frugoni: “[…] quell’escatologismo, oltre che ideologia di lotta e di riforma del gruppo spirituale, era anche un vero e proprio sentimento storico […] una tensione di rinnovamento, una ansia di salvezza, che nel 1300, l’anno centenario della Natività, aveva trovato come una attivazione, in un senso di pienezza dei tempi, cui doveva corrispondere un fatto, un accadere meraviglioso e nuovo” [3].
All’apertura del sesto sigillo, l’eletta schiera dei riformatori – i 144.000 segnati dalle dodici tribù d’Israele – guida la turba innumerevole di ogni gente, tribù, popolo e lingua (Ap 7, 3-4.13). Questi eletti e magnanimi duci, separati dalla volgare schiera per più alta milizia, vengono destinati a difendere liberamente la fede – ad essi è data la “plena libertas ad innovandam christianam religionem” -; sono gli amici di Dio a lui noti per nome, configurati in Cristo crocifisso e votati al martirio.
All’interno della Chiesa del sesto stato, l’Ordine dei Minori – “ordo plurium personarum” – è  assimilabile alla persona umana di Cristo. Come questa si sviluppò fino all’età virile, così dovrà essere per l’ordo evangelicus piantato da Francesco, che avrà bisogno (a differenza di Cristo che stette poco tempo nel mondo) di due o tre generazioni per svilupparsi prima di subire una condanna simile a quella di Cristo [4]. La sua maturità coincide, verso il 1300, con il terzo inizio del sesto stato, cioè con il rinnovarsi per opera dello Spirito di Cristo, nel suo secondo avvento, della pianta seminata da Francesco. Questa concezione dell’Ordine francescano come individuo in sviluppo che, perfettamente maturato, diventa il novus ordo preconizzato da Gioacchino da Fiore per l’età dello Spirito, si differenzia da quella di Bonaventura, che aveva invece distinto i Francescani del proprio tempo – e quindi anche gli Spirituali – dall’Ordine finale che dominerà fino ai confini della terra. Alla terza apertura del sesto sigillo nuovi san Giovanni vengono inviati a predicare al mondo come nel tempo degli Apostoli. Ma Giovanni non designa solo un Ordine, perché Olivi lascia aperta la possibilità di rivelazioni individuali, avute da “singulares persone”, perfetti imitatori di Cristo votati, con la loro “lingua erudita”, al compito della conversione universale.

[LSA, cap. X, Ap 10, 11] “Et dixit michi: Oportet te iterum prophetare in gentibus et populis et linguis et regibus multis”. In ipsa sapientia libri expresse continetur quod oportet iterum predicari evangelium in toto orbe, et Iudeis et gentibus, et totum orbem finaliter converti ad Christum. Sed quod per istum hoc esset implendum non poterat sciri nisi per spiritualem revelationem, et hoc dico prout per Iohannem designantur hic singulares persone quia, prout per ipsum designatur in communi ordo evangelicus et contemplativus, scitur ex ipsa intelligentia libri quod per illum ordinem debet hoc impleri.

Nei cinque cicli settenari della prima cantica il sesto stato è segnato dall’apertura della porta della città di Dite (Inf. IX, 89-90); dall’ascesa di Gerione dall’abisso (Inf. XVI, 106-136); dal precipitoso passaggio dalla quinta alla sesta bolgia (Inf. XXIII, 1-57) e poi dalle trasformazioni della settima, dove i ladri fiorentini si mutano in serpenti e viceversa (Inf. XXIV-XXV); dal chinarsi di Anteo sul fondo dell’inferno (Inf. XXXI, 136-145); dal passaggio del centro della terra, con la conversione di Virgilio sull’anca di Lucifero, che è passaggio verso la sesta età, quella della Chiesa, descritta nel Purgatorio.
Ma i temi propri del sesto stato sono diffusi ovunque, intrecciati con quelli degli altri stati, e alla loro esegesi rinviano precise parole-chiave incardinate nel senso letterale dei versi. L’esegesi dell’angelo del sesto sigillo (Ap 7, 2) è già centrale nel primo canto del poema.
La novità che il sesto stato, per eccellenza stato di rinnovamento di questo secolo, arreca nell’inferno è una novità fittizia: l’apertura della porta della città di Dite non è vera novità, perché essa è stata chiusa dall’ostinazione dei diavoli, recidivi dopo l’apertura della porta dell’inferno da parte di Cristo prefigurata dalla venuta di Ercole all’Ade, per cui Cerbero “ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo”; Gerione viene su ad un “novo cenno” di Virgilio, ma è figura della frode dalla velenosa coda aculeata; il nuovo prodotto dalle trasformazioni reciproche di serpenti e uomini è qualcosa di incompiuto perché l’uomo razionale, creato nel sesto stato, regredisce allo stato precedente.
L’Inferno è il luogo della durezza lapidea, dell’impetrarsi, del parlare duro di cose dure a dirsi, del duro giudizio, del senso duro della scritta al sommo della porta, dei duri lamenti, dei duri demoni, dei duri veli del gelo, della gravezza. Nell’Inferno vige l’imposizione data a Daniele dall’angelo sotto il sesto sigillo dell’Antico Testamento: “Ora tu, Daniele, chiudi queste parole e sigilla questo libro fino al tempo stabilito” (Dn 12, 4), che era la sesta età nella quale apparve Cristo e in particolare il sesto stato della sua Chiesa nella quale il libro doveva essere più pienamente aperto, non però ai malevoli e ai maldisposti. Questa durezza è rotta dall’invito di Dante ai dannati perché parlino. Far parlare liberamente, per dettato interiore, è la principale prerogativa del sesto stato – la nuova età che tanto s’aspetta, quella che ode del “dolce stil novo” e delle “nove rime” -, ed è tema che la poesia canta per intero, sia pure per un attimo, anche nella vecchia roccia infernale. Appartiene alla sesta chiesa il parlare liberamente di Cristo – ad essa è dato l’“ostium apertum”, che è “ostium sermonis” – , il sentire per dettato interiore, l’aprirsi della volontà. Appartiene alla sesta chiesa anche il far venire quelli che si dicono Giudei senza esserlo, mutati nel cuore e disposti a farsi battezzare e governare. Questo far venire a parlare equivale al cortese e liberale invito dello Spirito di Cristo a convivare, a venire con desiderio e volontario consenso, con “disio” e con “velle”, in una pausa di pace nell’eterna dannazione. All’“affettüoso grido” del poeta le ombre di Francesca e Paolo vengono “dal voler portate” verso un momento di mutazione, sebbene limitata al successivo colloquio. Tutto l’Inferno è un contrappunto fra la durezza del giudizio e l’apertura per la parola dirompente, fin che essa dura, la pena. Un’apertura che si esprime in varie forme: muoversi sospirando nel Farinata prima immobile, ‘crollarsi’ quasi per terremoto interiore dello ‘schivo’ Ulisse, convertirsi del vento in voce in Guido da Montefeltro, tornare indietro nel cammino assegnato o separarsi dai compagni di pena, essere sforzati a parlare anche malvolentieri, non poterlo negare o mostrare fretta di farlo, arrestarsi obliando il martirio, levarsi per poi ricadere, sollevarsi da atti bestiali per ritornare a essi dopo aver parlato, come nel conte Ugolino. In tante lingue, che parlano come per sé stesse mosse, sta un solo desiderio, il vivere ancora nel libro che è stato altrui aperto.
Se nell’Inferno il sesto stato non si realizza mai compiutamente, anche il settimo, che gli è strettamente connesso, non può trovare un luogo autonomo. Ciò non toglie che temi del settimo stato (e della settima visione) siano ben presenti in modo diffuso. Ad esempio, quelli relativi alla settima chiesa assumono particolare rilievo nella descrizione degli ignavi a Inf. III. Tempo del silenzio, della serena pace, del riposo dalle ansiose fatiche, il settimo stato subentra dopo le terribili tentazioni inferte, con un martirio non corporale ma psicologico, dai carnefici dell’Anticristo nel sesto. Come ogni momento della storia umana partecipa dell’imitazione di Cristo, che raggiunge l’acme nel sesto stato, così in ogni periodo si verifica una sua “quietatio”, una pausa di pace, di quiete, di silenzio propria del settimo. Così Francesca parla e ascolta “mentre che ’l vento, come fa, ci tace”. Il vento – “la bufera infernal, che mai non resta” – designa il fluttuare tempestoso delle passioni nel cuore.

PURGATORIO

(sesta età del mondo)

Dopo le prime cinque età del mondo (corrispondenti all’Antico Testamento, la gioachimita età del Padre), che hanno segnato la discesa a spirale per i cinque cicli settenari dell’Inferno, con il Purgatorio inizia la sesta età, quella di Cristo (l’età del Figlio), che ha sette stati, corrispondenti ai sette stati della Chiesa. Dapprima, nel cosiddetto ‘antipurgatorio’, si registrano in successione temi prevalenti dei primi cinque stati. Il sesto stato della sesta età (con cui si apre l’età dello Spirito) inizia con l’apertura della porta di san Pietro (la porta del purgatorio). Questo sesto stato procede anch’esso con andamento settenario, per cui ha sette momenti, coincidenti principalmente con un girone della montagna, ma non del tutto, perché sempre l’ordine spirituale del poema rompe i confini letterali e le divisioni materiali, concatenando i temi di uno stato prevalente con quelli dello stato che precede e con quelli dello stato che segue e intrecciandoli con temi di tutti gli altri stati.
È spiegato nel Notabile VII del prologo della Lectura che il sesto stato della Chiesa è il secondo stato di Cristo e ha i suoi sette tempi per cui la Chiesa, come fosse una sfera, si ricongiunge circolarmente al primo apostolico tempo. Il settimo dei sette momenti del sesto stato della Chiesa coincide con il settimo stato generale della Chiesa, che nel poema corrisponde in parte all’ultimo girone della montagna (il settimo, dove si purgano i lussuriosi) e in parte all’Eden, con cui si chiude la seconda cantica.
Il Purgatorio dunque, secondo il senso spirituale, è la storia della Chiesa che corre verso il suo sesto stato, punto di riferimento di tutte le vicende umane, antiche e moderne, che ad esso cooperano. Non è casuale che nel sesto girone della montagna sia chiarificata e riconosciuta, nel colloquio con Bonagiunta da Lucca, la poetica delle “nove rime” di Dante, già “sesto tra cotanto senno” cooptato nella “bella scola” dei poeti del Limbo.
La vasta zona dedicata al sesto momento del sesto stato della Chiesa ha il suo inizio nel forte terremoto che scuote la montagna mentre Dante e Virgilio si trovano ancora nel quinto girone (Purg. XX, 124-141). Essa è stata compiutamente esaminata altrove.
Il settimo stato dell’Olivi si realizza parte in questa vita (come pregustazione in terra della gloria eterna, cioè fin sulla cima della montagna) e in parte nella futura (nel senso della quiete delle anime beate in attesa della resurrezione, che è la materia del Paradiso).

canti

I ciclo – fino al sesto sato

stati

 

I

Catone

Radici, I

 

II

angelo nocchiero, Casella

–  II

 

III

scomunicati

III

“Antipurgatorio”

IV

salita al primo balzo, Belacqua

IV  –  V

V

negligenti morti per violenza

V

VI

Sordello

V

VII-VIII

valletta dei principi

V

IX

apertura della porta

VI sesto stato

 

canti

II ciclo – il sesto stato della sesta età

stati

gironi

X-XII

superbi

I

I

XIII-XIV-XV

invidiosi

II

II

XV-XVIII

iracondi

ordinamento del purgatorio,

amore e libero arbitrio

III

III

IV

XVIII-XIX

accidiosi

IV

IV

XIX-XX

avari e prodighi

V

V

XX (terremoto)  -XXV

Stazio, golosi, generazione dell’uomo

VI

VI

XXV-XXVI

lussuriosi

VII – settimo stato

VII

XXVII

XXVIII-XXXIII

 muro di fuoco

notte stellata, termine dell’ascesa

Eden

 

 

PARADISO

(settimo stato della Chiesa)

Il Primo Mobile è il nono e penultimo cielo, ma è il sesto se si parte dal cielo del Sole. È anche il cielo più segnato dal tema del “punto”, cui è assimilato il sesto stato. Questo consente di ricostruire l’ordine spirituale del Paradiso ponendo la cerniera nel quarto cielo del Sole. Con il terzo cielo di Venere termina infatti il cono d’ombra gettato dalla terra, secondo la dottrina di Alfragano (Par. IX, 118-119), mentre prima di descrivere l’ascesa al cielo del Sole il poeta invita il lettore a rivolgersi “a l’alte rote” (Par. X, 7-27). Senza la cesura recisa che, nella prima cantica, divide i dannati puniti all’interno della città di Dite da quelli che ne stanno fuori e, nella seconda cantica, separa le anime purganti nei sette gironi della montagna dalle anime che attendono fuori della porta (il cosiddetto ‘antipurgatorio’), anche nel Paradiso gli spiriti che si manifestano nei primi tre cieli della Luna, di Mercurio e di Venere (spiriti che mancarono ai voti, spiriti che furono attivi per conseguire onore e fama, spiriti amanti) si distinguono per minore perfezione rispetto a quelli che appaiono nei cieli seguenti.
I dieci cieli del Paradiso si mostrano pertanto ordinati in due gruppi di settenari, corrispondenti agli stati della Chiesa (e alle loro prerogative) secondo Olivi, parzialmente combacianti (da 1 a 7 e da 4 a 10: coincidono gli ultimi quattro numeri del primo gruppo e i primi quattro del secondo).

I  Se si considera il primo settenario, nel primo cielo della Luna si affronta la questione dell’inadempienza dei voti, che ha corrispondenza con i temi propri della prima chiesa di Efeso, il cui nome, se interpretato, oscilla tra la fervida volontà iniziale e la remissione (l’essenza del voto consiste nella volontà).

II  Nel secondo cielo di Mercurio, le battaglie sostenute dal “sacrosanto segno” dell’aquila corrispondono allo stato dei martiri, che è dei combattenti, e anche la dottrina dell’incarnazione e della passione di Cristo, esposta successivamente da Beatrice, fa parte della tematica, perché l’intera Chiesa, fondata sulla passione di Cristo, imita con i martiri la sua croce, e questo giova assai al suo radicamento.

III  Nel terzo cielo di Venere, Carlo Martello spiega al modo di un dottore del terzo stato la diversità delle indoli umane e come gli uomini, non assecondandole, errino; nello stesso cielo compare Folchetto di Marsiglia, che da vescovo di Tolosa combatté l’eresia albigese.

IV – I  Al quarto cielo del Sole, primo del secondo gruppo di settenari per l’esaltazione della vita apostolica (propria del primo stato e rinnovata nel sesto), si può connettere il tema stesso del sole inteso nell’esegesi della quarta tromba (Ap 8, 12): “Per solem videtur hic designari solaris vita et contemplatio summorum anachoritarum, qui fuerunt patres et exempla aliorum, vel solaris sapientia et doctrina summorum doctorum”. Sapienza e contemplazione, dottori del terzo e anacoreti del quarto stato, concorrono,come Domenico e Francesco– “L’un fu tutto serafico in ardore; / l’altro per sapïenza in terra fue / di cherubica luce uno splendore” (Par. XI, 37-39) – con mutua cortesia a infiammare il meriggio dell’universo.

V – II  Il quinto cielo di Marte, secondo (come il secondo stato dei martiri) per l’esaltazione della croce di Cristo formata dai lumi dei combattenti per la fede, reca in sé il tema del condiscendere proprio del quinto stato sia nel pio discendere per la croce di Cacciaguida verso Dante, sia nella decadenza degli “alti Fiorentini”, cioè delle antiche famiglie, assimilate agli anacoreti, un tempo alti e poi vòlti in basso.

VI – III  Il sesto cielo di Giove, terzo (come il terzo stato dei dottori) per la spiegazione di profonde verità di fede, sviluppa il motivo, proprio della sesta chiesa, della “porta aperta”. Aprire la porta significa illuminare e rendere acuto l’intelletto che penetra nell’occulto delle Scritture, e anche dare efficacia spirituale a penetrare nel cuore di chi ascolta: così l’aquila apre la “latebra” di Dante, così l’occhio di Rifeo Troiano fu da Dio aperto alla futura redenzione.

VII – IV Nel settimo cielo di Saturno, quarto (come il quarto stato degli anacoreti), “si tace … la dolce sinfonia di paradiso” (Par. XXI, 58-60), e il tacere è tema del settimo stato. Ivi si mostrano gli spiriti contemplativi, principali soggetti del quarto stato, proprio degli anacoreti: se si conta a partire dal quarto cielo del Sole, considerando questo come primo ovvero come nuovo avvio del ciclo settenario, il cielo di Saturno è appunto quarto.

VIII (V) Il settimo cielo di Saturno è seguito dal cielo delle Stelle fisse – ottavo e quinto -, dove si mostrano le schiere del trionfo di Cristo che discendono dall’Empireo (il quinto stato è caratterizzato dalla “condescensio”) e si celebra il trionfo di Maria (sviluppo del tema, proprio della quinta chiesa, della mirabile bellezza della Chiesa, regina ornata di veste aurea per la carità che unisce e circondata dalla varietà nei doni e nelle grazie delle diverse membra). È inoltre ricapitolazione dei precedenti sette, secondo un’interpretazione più volte presente nella Lectura dell’essere ‘ottavo’. Per questo Dante, stando nel segno dei Gemelli, riguarda in giù e torna col viso per tutte quante le sette precedenti sfere (Par. XXII, 124-154).

IX (VI) Segue il Primo Mobile o Cristallino – nono e sesto cielo –, dove il poeta vede il punto luminosissimo – Dio – da cui dipende il cielo e la terra, circondato dai nove cerchi di fuoco (Par. XXVIII, 16-18, 40-42, 94-96). Il sesto stato, secondo quanto Olivi afferma nel Notabile VIII, è il “punto” da cui dipendono gli altri stati, perché appare nel testo dell’Apocalisse in modo più evidente degli altri, che da esso assumono chiarezza quanto alla loro manifestazione nella storia, come l’intelligenza delle cose ordinate ad un fine dipende dal fine.

X (VII) La quiete e l’immobilità dell’Empireo, decimo cielo – il “ciel de la divina pace” -, corrispondono al settimo stato, di cui è propria la “quietatio”, il silenzio (tema anticipato dal tacere di Beatrice in apertura del canto XXIX), e la pace.

Il Paradiso avrebbe pertanto un ordine spirituale del seguente tipo:

cielo

stato

cielo

I

LUNA

I

II

MERCURIO

II

III

VENERE

III

IV

SOLE

IV

I

SOLE

V

MARTE

V

II

MARTE

VI

GIOVE

VI

III

GIOVE

VII

SATURNO

VII

IV

SATURNO

VIII

V

STELLE FISSE

IX

VI

PRIMO MOBILE

X

VII

EMPIREO

Oltre ai luoghi sopra indicati, i temi del sesto e del settimo stato si rinvengono in più punti, intrecciati con altri.

[1] Cfr. LSA, cap. XVII, Ap 17, 9: «Et subdit Ricardus quod per septem reges, et per septem capita designatos, designatur hic universus populus malorum, qui secundum septem status huius seculi determinantur. Primus scilicet ab Adam usque ad Noe. Secundus a Noe usque ad Abraam. Tertius ab Abraam usque ad Moysen. Quartus a Moys<e> usque ad David. Quintus a David usque ad Christum. Sextus a Christo usque ad Antichristum. Septimus autem sub Antichristo attribuitur». Cfr. PETRI IOHANNIS OLIVI Lectura super Lucam, Lc 1, 26, ed. F. Iozzelli, Grottaferrata 2010 (Collectio Oliviana, V), pp. 187-188: «Signanter autem dicitur in sexto mense, quia Christus uenit in sexta mundi etate, et iterum post quinque notabiles synagoge decursus: nam primo, cum sola circumcisione fuit sub patribus per quadringentos annos; secundo, accepta lege, fuit sub iudicibus per tantumdem temporis; tertio, proficiens in regnum, fuit sub regibus; quarto, assumpto plenius spiritu prophetico, fuit sub prophetis sollempnioribus, scilicet sub Elia, Ysaia et Yeremia etc.; quinto, restituto templo et urbe, fuit sub pontificibus quibus, per Aggeum et Zachariam et Malachiam iterata prophetia de Christo et eius precursore Elia, factum est silentium prophetarum, ita quod obmutuit cetus sacerdotum usque ad Iohannis ortum; et iterum in eiusdem quinti temporis sexto centenario conceptus est Christus. Sicut etiam sexto die factus est homo ad ymaginem Dei, sic conuenienter sub consimili senario factus est Christus homo, plenior Dei ymago: nam et perfectio numeri senarii, que ex omnibus partibus suis aliquotis et iterum ex ternario cum suis partibus, scilicet binario et unitate, consurgit, competit sibi et etiam reflexio ternarii per binarium, id est cultus fidei et Trinitatis per geminam caritatem».

[2] Il principio è chiaramente affermato nel notabile VIII del prologo della LSA: «[…] si omnia prima membra visionum ad invicem conferas et consimiliter omnia secunda et sic de aliis, aperte videbis omnia prima ad idem primum concorditer referri et consimiliter omnia secunda ad idem secundum et sic de aliis. Et hoc in tantum quod plena intelligentia eiusdem primi multum clarificatur ex mutua collatione omnium primorum, et idem est de omnibus secundis et tertiis et sic de aliis».

[3] ARSENIO FRUGONI, La Roma di Dante, tra il tempo e l’eterno, in ID., Pellegrini a Roma nel 1300. Cronache del primo Giubileo, presentazione di C. Frugoni, a cura e con Introduzione di F. Accrocca, Casale Monferrato 1999, pp. 102-103.

[4] LSA, cap. VI, Ap 6, 12: «Secunda ratio est quia persone Christi correspondet in sexta apertione unus ordo plurium personarum sic secundum suam proportionem augendus, sicut Christus secundum suum corpus fuit usque ad perfectam etatem viriliter auctus. […] Quarta est quia, prout super evangelia ostendi, Christus parvo tempore debuit inter nos vivere et pauciori predicare […]. Nisi autem ordo evangelicus, per Franciscum renovatus, esset in multis et saltem sub duabus vel tribus generationibus propagatus et sollempnizatus, non esset nec ipse nec populus ab eo ducendus sufficienter dispositus ad tam autenticam condempnationem condempnationi Christi consimilem subeundam».