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Dic 09 2014

Apocalisse moderna. La lotta tra latino e volgare per “la gloria de la lingua”

 

 

Dante si creò un pubblico, ma non lo creò solo per sé: creò anche il pubblico per i successori. Egli formò, come possibili lettori del suo poema, un mondo di uomini che non esisteva ancora quando scriveva e che si costituì lentamente grazie al suo poema e ai poeti che vennero dopo di lui. (…) Il comune patrimonio moderno cristiano ed europeo, il cui organo per tanto tempo era stato il latino, cominciava allora a rivelarsi come un’unità in una nuova scissione nazionale. Ma quel patrimonio comune aveva, come sua essenza più intima e sua proprietà più cara e più peculiare, la storia umanissima dell’incarnazione e della passione di Cristo; e questa storia era attorniata da tante altre storie, che la annunciavano prefigurandola o la confermavano imitandola. (…) Fu ancora per un processo puramente italiano che, in seguito all’influenza di Dante, l’italiano e il latino si accostarono l’uno all’altro. (…) Dalla lotta fra latino e italiano emerge alla fine, come soluzione intermedia, l’umanesimo volgare, del quale Dante era stato il precursore e il promotore.

Erich Auerbach [1]

 

Se mai il paziente visitatore si addentrasse, come in un grande campo di scavi, fra i confronti testuali che seguono queste brevi note introduttive, si imbatterebbe in singolari trasposizioni di elementi semantici, passati dalla Lectura super Apocalipsim dell’Olivi alla Commedia di Dante. Resterebbe colpito dalla frammentazione nel secondo testo (la Commedia) del primo testo (la Lectura), quasi il lume di questo si riflettesse su un poliedro, disperdendosi in modo multiforme. Noterebbe la forte asimmetria, e anche la libera appropriazione ad altri tempi, luoghi e soggetti delle figure apocalittiche e della loro esegesi. In chi percorresse quanto, in modo volutamente disordinato e senza commento, viene esibito qui di seguito – con un campionario abbastanza significativo di migliaia di versi, toccando tutti i canti del poema e i punti più disparati del commento apocalittico – non potrebbe non insinuarsi il dubbio che il rapporto intertestuale non sia casuale ma necessario, come dagli sparsi frammenti che affiorano in superficie l’archeologo sospetta di ciò che può star sotto. Nel più sfortunato dei casi, che cioè siano, in tutto o in parte, solo accostamenti fortuiti (ma la quantità estingue la casualità), essi gli mostrerebbero almeno quanto il linguaggio dell’esegesi scritturale – il “sermo humilis” – sia penetrato nel “poema sacro”.

Che non si tratti di intertestualità casuale ma di una metamorfosi liberamente scelta dal poeta, regolata da precise norme, e come questa frammentazione e diffusione di una teologia francescana della storia trovi nel “poema sacro”, che di per sé non può dirsi francescano, luogo e ordine, è oggetto della ricerca presentata su questo sito [2]. In particolare, l’ordine interiore del poema è registrato nella Topografia spirituale della Commedia, dove per quasi ogni verso, o gruppo di versi, collegamenti ipertestuali conducono al “panno” esegetico fornito dalla Lectura super Apocalipsim, sul quale il “buon sartore” ha fatto “la gonna”, per usare l’immagine di san Bernardo a Par. XXXII, 140-141. Altrove viene mostrato come la struttura interna della Commedia incorpori una tecnica di arte della memoria, in cui le parole-chiave fungono da imagines agentes, segni che conducono il lettore alla dottrina contenuta nella Lectura super Apocalipsim, consentendo così il passaggio dal senso letterale, che è per tutti, a quelli mistici in esso racchiusi, riservati agli Spirituali, conoscitori dell’opera oliviana.

La ricerca, che non ha precedenti, non è assimilabile a quelle che, nelle scienze umanistiche, sogliono fondarsi sull’evidenza immediata, per cui prove e argomenti vengono inseriti in un discorso ragionevole e convincente. Poiché qui non c’è evidenza immediata, l’esame sperimentale dei testi, del loro rispondersi o meno, deve sempre precedere ogni considerazione delle idee che essi suggeriscono. Bisognerà dunque considerare questa ricerca, se si vuole trovare il criterio di verità, come un esperimento da ripetere in laboratorio. Essa, come nelle scienze naturali, attende una verifica da parte di altri studiosi.

Dai confronti testuali, che mettono in luce il “Dante sotterraneo spirituale”, discendono gravi conseguenze. Sono di carattere storico, perché va riconsiderato il ruolo degli Spirituali nella riforma della Chiesa e sottolineata l’eccezionale importanza della Lectura dell’Olivi; filologico, perché qui non si tratta della trasmissione del poema, ma della sua formazione; letterario, circa i destinatari della Commedia e la doppia lettura di essa. Su quest’ultimo punto – il pubblico della Commedia, come Dante lo concepì – l’erratico campionario qui sotto proposto invita ad alcune riflessioni.

Prima di iniziare la Commedia, nel Convivio (I, ix, 5) Dante aveva presente un pubblico in lingua volgare. Si tratta di “… coloro che per malvagia disusanza del mondo hanno lasciata la litteratura a coloro che l’hanno fatta di donna meretrice; e questi nobili sono principi, baroni, cavalieri e molt’altra nobile gente, non solamente maschi ma femmine, che sono molti e molte in questa lingua, volgari, e non litterati”. L’abbandono del Convivio e l’inizio della Commedia (intorno al 1307) coincise con l’incontro con la Lectura super Apocalipsim. Quali novità recò a Dante?

1) Il latino era una lingua per pochi, non bastava più per tutte le necessità espressive: il latino dell’esegesi è vicino al volgare; a questo latino non aulico rinviano i versi del poema.

2) La storia di Cristo, della sua passione e resurrezione, si diffonde sull’universo umano: il perno della Lectura è Cristo, centro dei tempi. Le sue prerogative avrebbero potuto essere appropriate a chiunque, in conformità o difformità. La tragedia del conte Ugolino è scandita sui giorni della passione; Francesca e Paolo vengono vinti da una falsa Scrittura e da un’erronea immagine di Cristo, in un agone del dubbio che segna il martirio, psicologico e non corporale, degli ultimi tempi. Se “le passioni personali, che prima non erano state altro che istinti, ottengono considerazione e dignità” [3], ciò è perché il patire (che è nello stesso passo mosso dal poeta) partecipa, in modo retto o intorto, del patire di Cristo. Non solo però del Cristo storico, ma dei suoi discepoli spirituali nel secondo avvento nel suo Spirito. Lo Spirito di Cristo muove in terra quanti vi si conformano. Dante sale la montagna del purgatorio con segnate sulla fronte le sette “P”, che sono “piaghe”, come l’angelo del sesto sigillo, che Olivi identifica con Francesco, sale da Oriente: «“habentem signum Dei vivi”, signum scilicet plagarum Christi crucifixi, et etiam signum totalis transformationis et configurationis ipsius ad Christum et in Christum».

3) La Lectura commenta l’Apocalisse inserendo, in un testo già settiforme nelle visioni, delle categorie storiche (i sette “stati”) e traccia la storia dei segni della divina provvidenza fino ai tempi moderni (il sesto stato), nei quali sta già operando una palingenesi nelle coscienze che porterà a un novum saeculum. Per quanto Olivi sia molto cauto nell’uso degli autori pagani, c’è una perfetta concordanza spirituale, e anche letterale, fra quanto afferma di questa “renovatio” e la quarta egloga virgiliana. In questa età rinnovata per lo Spirito di Cristo, tanto attesa come quella augustea, una rivoluzione interiore viene compiuta con la parola che converte e rompe la durezza dei cuori, che l’interno dettatore spira nei predicatori  aprendo la loro volontà al dire. Su questa età ‘sesta’ ricade tutta la sapienza e la malizia del passato. Se finora Cristo, in quanto uomo, ha insegnato con la voce esteriore e, in quanto Verbo, con la luce intellettuale, d’ora in poi insegnerà tramite il gusto d’amore proprio del suo Spirito. Alla preparazione della dottrina esteriore subentrerà il dettato interiore: quale migliore parte per Virgilio e Beatrice, con il primo che abbandona il campo alla seconda?

4) La prospettiva storica oliviana rivela in che modo i ministri, messi o nunzi divini (rappresentati dai numerosi angeli dell’Apocalisse) debbano intervenire nella realtà terrena. I discepoli spirituali, che incarnano lo Spirito di Cristo nel suo secondo avvento, sono inviati a predicare nuovamente nel mondo come lo fu Giovanni. In Dante, “alter Iohannes”, la volontà è una con quella di Cristo che gli detta dentro; egli appartiene, direbbe Auerbach, al partito dell’Altissimo [4]. Non solo il singolo individuo viene inserito nell’ordinamento divino, la parte nel tutto, ma questo inserimento è necessario, perché il poeta deve scrivere la visione di cose che, come recita l’Apocalisse, “devono avvenire presto”.

5) La storia dei segni della divina provvidenza è, per l’Olivi, storia della Chiesa considerata come un individuo in sviluppo; questi segni sono da Dante applicati ai singoli individui. Non diversamente aveva fatto lo stesso san Giovanni, “applicando figuras vel sententias eius ad alia facta et tempora quam in prophetis videantur applicari”. Poiché la Redenzione non si è compiuta con il primo avvento di Cristo nella carne, e questo “non liberò gli uomini dalla storia” [5], e anche perché nel corso di essa verranno incorporate in Cristo le genti e poi, infine, tutto Israele, nuovi cittadini avrebbero potuto entrare in “quella Roma onde Cristo è romano”. Pagani o maomettani che siano, sarebbero stati prescelti non per nobiltà di sangue, ma per filiazione spirituale, per dono della Grazia che discende dal “Padre de’ lumi” (Jc 1, 17).

6) Con un aggiornamento di quanto esposto nella Lectura super Apocalipsim sull’incorporazione delle genti nella Roma dei giusti o dei reprobi, che peregrinano insieme in terra, si poteva pervenire ad attribuire ai classici una sacralità finora propria solo della Chiesa in sé. Omero avrebbe assunto la veste di Gregorio Magno, che come un’aquila volò sopra gli altri nel percorrere gli ardui sentieri dell’allegoria; Aristotele sarebbe stato insignito delle prerogative di Colui che siede sul trono e regge con sapienza, in un luogo (il “nobile castello” del Limbo) che è figura in terra dell’Empireo; nel gustare il divino, il pescatore Glauco avrebbe potuto essere nel trasumanar  figura di Pietro, che gustò l’incorporazione dei Gentili e d’Israele. Appropriandosi di concetti evangelici e spirituali, Ulisse si sarebbe perduto in un’andata al sesto stato prima del tempo, un viaggio nel futuro che precorre i disegni provvidenziali e valica i confini dell’etica – il senso morale assegnato agli Antichi – volando nel senso anagogico.
Se alla donna (la Chiesa) nel deserto dei Gentili vengono date due ali di una grande aquila (Ap 12, 14) interpretate come il terzo stato dei dottori (che confutano le eresie con la ragione e la spada) e il quarto degli anacoreti (dediti al devoto pasto eucaristico), ecco che alle loro prerogative – si tratta di due stati di solare sapienza – potevano venire assimilati Impero e Papato, spada e pastorale, i “due soli” di Marco Lombardo. Gli “stati” infatti vanno al di là della loro effettiva periodizzazione; i doni della grazia che recano ridondano sui successivi (il sesto, cioè i tempi moderni, li riceve tutti nel modo più alto) e, inoltre, non sono solo categorie storiche, ma anche modi di essere degli individui. E poiché il fiume luminoso che scorre nel mezzo della Gerusalemme celeste ha due rive, l’umana e la divina con in mezzo Cristo-“lignum vitae” che ombreggia entrambe (Ap 22, 1-2), quell’ombra sacramentale di verità superiori si poteva riverberare sull’“ombra delle sacre penne” dell’aquila imperiale, di cui dice Giustiniano (Par. VI, 7) come sull’“ombra de le sacre bende” proprie della vita religiosa ed evangelica di cui parla Piccarda (Par. III, 114), cioè sui due fini di beatitudine assegnati all’uomo dalla Provvidenza (cfr. Monarchia, III, xv, 7).
Ancora, sul piano dottrinale Gioacchino da Fiore avrebbe potuto ben figurare insieme a Tommaso d’Aquino e a Bonaventura fra i sapienti del cielo del Sole. Il sesto e il settimo stato della Chiesa, nella prospettiva di Olivi, corrispondono alla terza età di Gioacchino da Fiore, quella dello Spirito Santo ma, novità sostanziale rispetto all’abate calabrese, non sono appropriati a una persona della Trinità, bensì allo Spirito di Cristo, centro della storia in progressivo sviluppo. Dunque l’abate calabrese sarebbe stato presente nella Commedia in modo diffuso, perché le numerose sue citazioni nella Lectura si sarebbero inserite nella generale metamorfosi di questa.

7) La metamorfosi della Lectura super Apocalipsim nei versi in in volgare non avrebbe fatto venir meno il voluto carattere polisemico del “poema sacro”. Con l’esegesi dell’ultimo libro canonico, esposta in una teologia della storia che comprende per settenari tutta la Scrittura, la quale a sua volta è forma, esempio e fine di ogni scienza, avrebbe infatti concordato ogni conoscenza e ogni esperienza; nella titanica lotta del volgare col latino sarebbero state “rifuse tutte le forme dell’eredità latina” [6].

Non poche novità, dunque, dovettero balenare alla mente di Dante nello scorrere la Lectura super Apocalipsim. Un nuovo pubblico si configurava. Il senso letterale, rivolto a chiunque, ne avrebbe racchiuso altri “mistici” rivolti ai pochi – gli Spirituali francescani – che con la predicazione avrebbero potuto riformare la Chiesa. Un gruppo di lettori privilegiato che possedeva la Lectura super Apocalipsim, subito diffusasi in Italia dopo la morte del suo autore (1298), avrebbe potuto leggerla, parafrasata e aggiornata in senso aristotelico e imperiale, nei versi in volgare. I riformatori erano soprattutto predicatori. La Commedia è un viaggio per exempla. Se grazie alla Commedia Dante fosse tornato a Firenze “con altra voce omai, con altro vello”, quanti predicatori non l’avrebbero citata dai pergami cittadini? Il lavorio sul latino avrebbe incorporato nel “poema sacro” parole-chiave che rinviano alla Lectura oliviana; ci sarebbero stati, rinchiusi nel senso letterale alla portata di tutti, signacula marcatori di memoria per chi, non diversamente dai profeti dell’Antico Testamento, avrebbe dovuto ingiungere ai fedeli di convertirsi per tempo adducendo esempi contemporanei e vicini. Il microcosmo toscano sarebbe asceso, come è nel poema, a storia universale predicata.

Il “poema sacro” si sarebbe proposto come speculum per quel gruppo riformatore. Non solo avrebbero potuto predicarlo, ma per essi sarebbe stata guida nella conduzione del gregge affidato. Un pastore devoto vicino al popolo cristiano, che lasci “seder Cesare in la sella”, che riconosca in Aristotele il “maestro di color che sanno”, ma con la non secondaria clausola di concordarlo con la visione apocalittica dell’Olivi (che riassume l’intera Scrittura); pronto ad ammettere i poeti e gli autori classici come antiche figure del nuovo e grande “sesto” poeta. Un clero non timoroso della classicità, aperto al novum saeculum nel quale si verificherà quella unitiva e spirituale conversione finale di Gentili ed Ebrei allorché, quasi come la voce di una tromba angelica, si sente dire: “Venite”, venite cioè a parlare perché così vi detta dentro, dite le vostre ragioni, nel momento in cui, anche per i dannati, cessano le tempeste dei cuori umani.

Quel tipo di pubblico – “O voi ch’avete li ’ntelletti sani … Voialtri pochi che drizzaste il collo / per tempo al pan de li angeli” (Inf. IX, 61; Par. II, 10-11) – avrebbe ben compreso gli appelli del poeta, che instaurano un rapporto tra colui che ha visto e scrive (come Giovanni: “scribe quae vidisti”: Ap 1, 19) e colui che legge e viene esercitato ad elevarsi nella visione (“Leva dunque, lettore, a l’alte rote / meco la vista”: Par. X, 7-8). Se tutti gli altri lettori venivano stimolati a indagare [7], e lo continuano ad essere dopo sette secoli, solo il conoscitore della Lectura avrebbe compreso la differenza fra i due ‘velami’ di Inf. IX 61-63 e Purg. VIII, 19-21 – “la dottrina che s’asconde / sotto ’l velame de li versi strani” e “’l velo … ora ben tanto sottile, / certo che ’l trapassar dentro è leggero”, come cioè essi si riferiscano a due momenti storici differenti che ricadono nel tempo moderno del viaggio: il primo (il tempo antico) in cui l’illuminazione – i misteri della settiforme dottrina della storia provvidenziale preannunciati sotto veli mistici – è chiusa o espressa in forme oscure; il secondo (il sesto stato dell’Olivi, che equivale alla gioachimita terza età, appropriata allo Spirito Santo) in cui è molto più sottile e aperta. Così venne detto a Daniele di tacere la visione fino al tempo stabilito (Dn 12, 4/9), cioè fino al sesto stato della Chiesa, e viene detto a Giovanni ( e ai suoi moderni emuli) di manifestarla (Ap 22, 10).

Certamente, come intende Auerbach, Dante si creò il pubblico futuro. Ma come nella Vita nova si immaginò un pubblico elitario del “cor gentile”, e nel Convivio ebbe presente un pubblico laico di prìncipi, uomini d’arme, notai, curiali, così nella Commedia immaginò anche un preciso pubblico di chierici, che usavano il latino e predicavano in volgare. Si potrebbe dire che gli Spirituali, depositari della Lectura, avrebbero dovuto essere i primi umanisti in volgare. Essi non erano un partito o una fazione ma un fermento di vita fra i Minori, una presa di coscienza, un “mouvement d’espérance” (Manselli) [8]. Scritta non per gli ambiti universitari ma consacrata “al suo popolo francescano, al destino del quale credeva” [9], la Lectura super Apocalipsim avrebbe potuto diffondersi fra i laici colti e dare origine a una letteratura religiosa in volgare. Ma se intorno al 1307 ciò era ancora possibile, le note vicissitudini seguite al Concilio di Vienne (1311-1312) portarono, nei due decenni successivi, alla persecuzione degli Spirituali e quasi cancellarono il loro libro-vessillo, definitivamente condannato da Giovanni XXII nel 1326.

Auerbach osservava che l’opera di Dante fu il punto di arrivo di uno sviluppo che si interruppe con lui: “nessuno ha potuto continuare o completare la costruzione del mondo e della storia contenuta nella sua opera, perché quella costruzione crollò”. Venne a mancare il giudizio di Dio che attualizza, ordina e rende eterna la tragicità con cui Dante aveva inserito l’individuo nell’ordine universale: “Più tardi l’individuo è solo, e la sua tragedia finisce con la sua vita” [10]. Crollò, in quell’ “autunno del Medioevo”, anche la Lectura super Apocalipsim, perché oggetto di una persecuzione senza pari, come lo furono gli Spirituali, e perché venne meno la visione stessa di una storia della salvezza collettiva [11].


[1] E. Auerbach, Lingua letteraria e pubblico nella tarda antichità latina e nel Medioevo, Milano 19743, pp. 282-283,  287-288.

[2] La presentazione della ricerca, nei suoi primordi, è stata avviata anticipandone in varie sedi alcuni aspetti, sia a stampa sia in forma elettronica, in particolare nell’ambito dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, in passato, con la scuola di Raffaello Morghen, campo eletto da questo tipo di studi. Cfr. A. Forni, Dialogo tra Dante e il suo maestro. La metamorfosi della Lectura super Apocalipsim di Pietro di Giovanni Olivi nella Divina Commedia, “Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo”, 108 (2006), pp. 83-122. Quegli aspetti sono stati poi, nell’avanzare della ricerca, ripresi, di molto arricchiti e aggiornati, a partire dal 2009, in questo nuovo sito privato, che non si vuole cristallizzato ma campo aperto a un’indagine che è ben lungi dall’essere conclusa.

[3] Auerbach, Lingua letteraria e pubblico, p. 277.

[4] Ibid., p. 280.

[5] Ibid., p. 278.

[6] Ibid., p. 284.

[7] Ibid., p. 273.

[8] P. Vian, “Se il chicco di grano …”. Raoul Manselli, Pietro di Giovanni Olivi e il francescanesimo spirituale. Nuovi appunti di lettura, in “Nisi granum frumenti…”. Raoul Manselli e gli studi francescani, a cura di F. Accrocca (Bibliotheca Seraphico-Capuccina, 93), Roma, Istituto Storico dei Cappuccini, 2011, pp. 30-33.

[9] D. Flood, Le projet franciscain de Pierre Olivi, “Études Franciscaines”, n. s., 23 (1973), pp. 367-379: 376-377, citato e tradotto da P. Vian in Pietro di Giovanni Olivi, Scritti scelti (Fonti cristiane per il terzo millennio, 3), Roma 1989, p. 112.

[10] Auerbach, Lingua letteraria e pubblico, pp. 286-287.

[11] Cfr. P. Vian, Tempo escatologico e tempo della Chiesa: Pietro di Giovanni Olivi e i suoi censori, in Sentimento del tempo e periodizzazione della storia nel Medioevo. Atti del XXXVI convegno storico internazionale, Todi, 10-12 ottobre 1999 (Atti dei Convegni del Centro Italiano di Studi sul Basso Medioevo-Accademia Tudertina e del Centro di Studi sulla Spiritualità Medievale dell’Università degli Studi di Perugia, n.s., 13), Spoleto 2000, pp. 137-183: p. 183: “(…) con la sua concezione del tempo e della storia,  appare come l’estrema espressione dell’escatologismo medievale (…)”.

 

AVVERTENZE

Tutte le citazioni della Lectura super Apocalipsim presenti nei saggi o negli articoli pubblicati su questo sito sono tratte dalla trascrizione, corredata di note e indici, del ms. Paris, Bibliothèque nationale de France, lat. 713 ((area della Francia meridionale), a disposizione fin dal 2009 sul sito medesimo. Come dimostrano gli innumerevoli segni vergati nei margini e nelle interlinee, il codice parigino era certamente nelle mani dei censori che, nel 1318-1319, esaminarono la «pestifera postilla» per incarico di papa Giovanni XXII. Su di esso, infatti, collazionarono i sessanta articoli estratti considerati eretici o erronei [cfr. P. Vian, Appunti sulla tradizione manoscritta della «Lectura super Apocalipsim» di Pietro di Giovanni Olivi, in Editori di Quaracchi 100 anni dopo. Bilancio e prospettive, Atti del Colloquio Internazionale, Roma 29-30 maggio 1995 (Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani. Pontificio Ateneo Antonianum), a cura di A. Cacciotti e B. Faes de Mottoni, Roma, 1997, pp. 373-409: pp. 395-401; A. Forni – P. Vian, Un codice curiale nella storia della condanna della Lectura super Apocalipsim di Pietro di Giovanni Olivi: il Parigino latino 713, «Collectanea Franciscana» 81 (2011), pp. 479-558; 82 (2012), pp. 563-677]. Nessun altro testimone, dei sedici trasmessici (dei quali ben dodici di area italiana), ha una simile importanza per antichità, autorevolezza e valore storico.

Nelle tabelle dove si confrontano Lectura e Commedia, è segnalato il capitolo e il versetto dell’Apocalisse (Ap) tra [ ], oppure il notabile del prologo della Lectura ; i passi scritturali ai quali si riferisce l’esegesi sono in tondo compresi tra “ ”. Gli interventi sul testo operati nella trascrizione sono fra [ ], per la loro giustificazione si rinvia al testo della Lectura pubblicato su questo sito, dove si troveranno anche i riferimenti alle fonti, esplicite o implicite. Eventuali inserzioni nel testo di elementi chiarificativi, ad esso estranei, sono tra ( ).

Non viene presa in considerazione l’edizione critica a cura di W. LEWIS (Franciscan Institute Publications, St. Bonaventure – New York, 2015) per le problematiche da essa poste, che sono discusse in “Archivum Franciscanum Historicum” 109 (2016), pp. 99-161. Il testo della Commedia citato è in Dante Alighieri, La Commedia secondo l’antica vulgata, a cura di G. PETROCCHI, Firenze 1994.

[All quotations from the Lectura super Apocalipsim in the essays or articles published in this website have been drawn from the transcription, with notes and indexes, of ms. Paris, Bibliothèque nationale de France, lat. 713, which has been available therein since 2009.  The Biblical passages to which the exegesis refers are in Roman type in “ ”; for sources please refer to the online edition.   The critical edition by W. LEWIS (Franciscan Institute Publications, St. Bonaventure – New York, 2015) has not been considered due to the issues it poses, which are discussed in “Archivum Franciscanum Historicum” 109 (2016), pp. 99-161.  The text referring to the Commedia has been drawn from Dante Alighieri, La Commedia secondo l’antica vulgata, edited by G. PETROCCHI, Firenze 1994.]

I colori sono dei marcatori (sostituibili, se si vuole, con altri tipi) della presenza ciclica nei versi dei temi relativi ai singoli sette stati, cioè alle categorie storiche che organizzano il materiale esegetico offerto dall’Olivi. L’Apocalisse si divide in sette visioni: le sette chiese d’Asia, i sette sigilli, le sette trombe, la donna vestita di sole (le sette guerre sostenute dalla Chiesa), le sette coppe, il giudizio di Babylon nelle sette teste del drago, la Gerusalemme celeste. Le prime sei visioni possono essere a loro volta divise in sette momenti, ciascuno dei quali riferibile a uno dei sette stati. Assembrando, per le prime sei visioni, tutti i primi elementi (chiesa, sigillo, tromba, guerra, coppa, momento del giudizio di Babylon), tutti i secondi, i terzi e così di seguito, si ottengono sette gruppi di materia teologica, corrispondenti al complesso dei temi afferenti a ciascuno dei sette stati [*]. A questi sette gruppi se ne aggiungono altri due: l’esegesi della settima visione (senza articolazioni interne) e l’esegesi di capitoli del testo scritturale, o di parti di essi, introduttivi delle successive specificazioni delle singole visioni per settenari, che l’Olivi definisce «radicalia» o «fontalia». Si ottengono in tal modo nove gruppi: le parti proemiali, i sette assembramenti di settenari e la settima visione. Il grande prologo della Lectura, articolato in tredici notabilia, può essere anch’esso riaggregato secondo i sette stati.
A ogni gruppo è arbitrariamente assegnato un diverso colore: Radici (verde), I stato (verde acqua), II stato (rosso), III stato (nero), IV stato (viola), V stato (marrone), VI stato (blu), VII stato (indaco), VII visione (fucsia). Talora, per maggiore visibilità e resa, sono utilizzati colori diversi da quelli stabiliti (come l’arancione).
In questa sede non si tratta dei contenuti dottrinali, che sono esposti in vari saggi, pubblicati sul sito: I. Dante all’«alta guerra» tra latino e volgare. Postilla alle ricerche di Gustavo Vinay sul De vulgari eloquentia; II. L’agone del dubbio, ovvero il martirio moderno (Francesca e la «Donna Gentile») ; III. Il sesto sigillo (capitoli 1-10); cap. 11 (“Un cinquecento diece e cinque”), cap. 12 (“Il Veltro”); IV.“Lectura super Apocalipsim” e “Commedia”. Le norme del rispondersi ; V. Il Cristo di Dante ; VI. Amore angelico  (Par. XXIII, 103-111); Topografia spirituale della Commedia: oltre al file principale, sono stati approfonditi: Il terzo stato. La ragione contro l’errore ; La settima visione (La Gerusalemme celeste, Ap XX-XXII) ; Lectura Dantis: Inferno VI, Inferno X; Inferno XXVIPar. XII, 124-126. Ai sopraindicati saggi si rinvia qui nelle tabelle dimostrative. Per esempio, l’indicazione [III, 3, tab. XXVI], posta dopo la numerazione progressiva, rinvia al terzo saggio e al capitolo dove viene spiegata la singola tabella; oppure [La settima visione, III] rinvia alla parte ‘topografica’ già pubblicata.
Sugli aspetti generali della ricerca, cfr. Pietro di Giovanni Olivi e Dante. Un progetto di ricerca, «Collectanea Franciscana», 82 (2012), pp. 87-156.

 


[*] Il principio è chiaramente affermato nel notabile VIII del prologo: “(…) si omnia prima membra visionum ad invicem conferas et consimiliter omnia secunda et sic de aliis, aperte videbis omnia prima ad idem primum concorditer referri et consimiliter omnia secunda ad idem secundum et sic de aliis. Et hoc in tantum quod plena intelligentia eiusdem primi multum clarificatur ex mutua collatione omnium primorum, et idem est de omnibus secundis et tertiis et sic de aliis” (Pa, ff. 12vb-13ra).

 

1

[LSA, Prologus, Notabile V; Pa, f. 6ra]

(…) tuncque congrue instituta est vita condescensiva, ut nequeuntibus in arduis perdurare daretur locus gratie in mediocri statu.

 

Inf. XII, 1-2; 7-10; Par. XXIII, 85-87

Era lo loco ov’ a scender la riva
venimmo, alpestro ……………….
che da cima del monte, onde si mosse,
al piano è sì la roccia discoscesa,
ch’alcuna via darebbe a chi fosse:
cotal di quel burrato era la scesa 

O benigna vertù che sì li ’mprenti,
t’essaltasti per largirmi loco
a li occhi lì che non t’eran possenti.

2

[ibid.; Pa, f. 7ra]

(…) non tamen sic crebra et expressa mentio fit (…)

Par. XIX, 69

di che facei question cotanto crebra

3

[LSA, Ap 13, 18 (IV vis., VI prel.); Pa, f. 150va]

(…) et exinde expellens clericos et priores episcopos qui semini Frederici et specialiter illi imperatori et sibi et suo statui fuerant adversati (…)

Inf. X, 46-48

poi disse: “Fieramente furo avversi
a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fïate li dispersi”.

4

[LSA, Ap 12, 6 (IV vis., I prel.); Pa, f. 130vb]

(…) “et Chermel”, id est Iudea, “in saltum” seu silvam “reputabitur”, id est silvestrescet (…)

Inf. I, 5

esta selva selvaggia e aspra e forte

5

[ibid.]

“Erit desertum in Chermel” (Is 32, 15), id est [sic] pinguis in gratiis sicut prius fuerat Iudea, “et Chermel”, id est Iudea, “in saltum” seu silvam “reputabitur”, id est silvestrescet (…)

Par. XI, 124-126, 137-139

Ma ’l suo pecuglio di nova vivanda
è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote
che per diversi salti non si spanda ……
perché vedrai la pianta onde si scheggia,
e vedra’ il corrègger che argomenta
“U’ ben s’impingua, se non si vaneggia”.

6

[ibid.; Pa, f. 130va-b]

“Et mulier”, id est ecclesia, “fugit in solitudinem” (…) Tertium est plebs et terra gentilium, que tunc erat a Deo et a divino cultu deserta, et ad hanc ad litteram tunc confugit ecclesia, fugiendo Iudeorum obstinatam incredulitatem et persecutionem. De hac autem solitudine dicitur Isaie (…) capitulo LIIII° (Is 54, 1): “Letare, sterilis que non paris, quia multi filii deserte magis quam eius que habet virum”.

Purg. XIV, 112-117

O Bretinoro, ché non fuggi via,
poi che gita se n’è la tua famiglia
e molta gente per non esser ria?
Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
che di figliar tai conti più s’impiglia.

7

[LSA, Ap 18, 10 (VI vis.); Pa, f. 177vb]

Et ideo convertentur ad luctum “dicentes”, scilicet plangendo (…)

Inf. V, 126; XXXIII, 9

dirò come colui che piange e dice 

parlare e lagrimar vedrai insieme

8

[LSA, Ap 1, 13 (I vis., radix); Pa, f. 29ra]

Licet enim mortalitas et passibilitas et omnis infirmitas esset tunc a Christi corpore per gloriam ablata, nichilominus retinuit in ceteris priorem similitudinem quam habuit in hac vita mortali.

Inf. XVIII, 83-85

mi disse: “Guarda quel grande che vene,
e per dolor non par lagrime spanda:
quanto aspetto reale ancor ritene! “

 

9

[LSA, Ap 2, 5 (I vis., I eccl.); Pa, f. 39rb]

(…) et sequebantur ut magistram et primam, tamquam per eam illuminati in Christo et tracti ad Christum (…)

Purg. XXII, 66

e prima appresso Dio m’alluminasti

10

[ibid.]

Primum est inanis gloria et superba presumptio de suo primatu et primitate, quam scilicet habuit non solum ex hoc quod prima in Christum credidit, nec solum ex hoc quod fideles ex gentibus ipsam honorabant et sequebantur ut magistram et primam, tamquam per eam illuminati in Christo et tracti ad Christum, sed etiam ex gloria suorum patriarcharum et prophetarum et divine legis ac cultus legalis longo tempore in ipsa sola fundati.

Purg. XI, 79-81, 121-123

“Oh!”, diss’ io lui, “non se’ tu Oderisi,
l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte
ch’alluminar chiamata è in Parisi?”.

“Quelli è”, rispuose, “Provenzan Salvani;
ed è qui perché fu presuntüoso
a recar Siena tutta a le sue mani.”

11

[ibid.]

Primum est inanis gloria et superba presumptio de suo primatu et primitate, quam scilicet habuit non solum ex hoc quod prima in Christum credidit, nec solum ex hoc quod fideles ex gentibus ipsam honorabant et sequebantur ut magistram et primam, tamquam per eam illuminati in Christo et tracti ad Christum, sed etiam ex gloria suorum patriarcharum et prophetarum et divine legis ac cultus legalis longo tempore in ipsa sola fundati.

Inf. I, 82-87

O de li altri poeti onore e lume,
vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
che m’ha fatto cercar lo tuo volume.
Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ha fatto onore.

12

[LSA, Ap 3, 11 (I vis., VI eccl.); Pa, f. 51va]

Ne ergo de suo primatu superbiant aut insolescant, quasi non possint ipsum perdere aut quasi alius nequeat substitui eis et fieri eque dignus, insinuatur eis predicta translatio. Secunda ratio est quia uterque eorum substitutus est alteri. Nam gloria que fuerat sinagoge parata et pontificibus suis, si in Christum credidissent, translata fuit ad primitivam ecclesiam et ad pastores eius.

Purg. XI, 88, 97-98

Di tal superbia qui si paga il fio

Così ha tolto luno a l’altro Guido
la gloria de la lingua ………………

 

13

[LSA, Ap 7, 3 (II vis., VI sig.); Pa, f. 86va]

Signatio hec fit (…) autem “in frontibus”, quando signatis datur constans et magnanimis libertas ad Christi fidem publice confitendam et obser-vandam et predicandam et defendendam. In fronte enim apparet signum audacie et strenuitatis vel formidolositatis et inhertie, et signum gloriationis vel erubescentie.

Inf. I, 81; II, 43-45; X, 35, 73-74, 93; Purg. XI, 133-135

rispuos’ io lui con vergognosa fronte

“S’i’ ho ben la parola tua intesa”,
rispuose del magnanimo quell’ ombra,
“l’anima tua è da viltade offesa”

ed el s’ergea col petto e con la fronte ……
Ma quell’ altro magnanimo, a cui posta
restato m’era ………………………..
colui che la difesi a viso aperto

“Quando vivea più glorïoso”, disse,
liberamente nel Campo di Siena,
ogne vergogna diposta, s’affisse”

14

[LSA, Ap 7, 4 (II vis., VI sig.); Pa, f. 88va]

(…) designatur familiarior signatio et notitia et amicitia apud Deum.

Inf. II, 61; V, 91; Purg. XIII, 145-147; Par. XII, 132; XXV, 89-90

l’amico mio, e non de la ventura

se fosse amico il re de l’universo

“Oh, questa è a udir sì cosa nuova”,
rispuose, “che gran segno è che Dio t’ami;
però col priego tuo talor mi giova.”

che nel capestro a Dio si fero amici

pongon lo segno, ed esso lo mi addita,
de l’anime che Dio s’ha fatte amiche.

15

[ibid.]

(…) sunt digniores ceteris, qui absque scriptura et numero ad vulgarem et pedestrem militiam vel familiam eliguntur.

Inf. II, 105; Par. XVI, 130-132

ch’uscì per te de la volgare schiera

da esso ebbe milizia e privilegio;
avvegna che con popol si rauni
oggi colui che la fascia col fregio.

16

[ibid.; Pa, f. 88rb]

Igitur per hunc numerum, prout est certus et diffinitus, designatur singularis dignitas signatorum.

Par. XI, 118-120

Pensa oramai qual fu colui che degno
collega fu a mantener la barca
di Pietro in alto mar per dritto segno

 

17

[LSA, Ap 13, 18 (IV vis., VI prel.); Pa, f. 150ra-b]

Dabuntque ad hoc signa magna. (…) Secund[o] universalis sententie omnium magistrorum et doctorum suorum, et etiam totius multitudinis, seu communis opinionis omnium, cui contradicere videbitur stultum et insanum et etiam hereticum. Tertio dabunt signa rationum et scripturarum falso intortarum, et etiam signa alicuius superficialis ac vetuste et multiformis religionis per longam successionem ab antiquo firmate et sollempnizate (…) Facient etiam quod imago bestie, id est pseudopapa a rege bestie sublimatus, adoretur, ita ut sibi plusquam Christo et eius evangelio credatur et ut adulatorie quasi Deus huius seculi honoretur.

Purg. XXVI, 118-126

Versi d’amore e prose di romanzi
soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
che quel di Lemosì credon ch’avanzi.
A voce più ch’al ver drizzan li volti,
e così ferman sua oppinïone
prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.
Così fer molti antichi di Guittone,
di grido in grido pur lui dando pregio,
fin che l’ha vinto il ver con più persone.

18

[LSA, Ap 22, 11 (VII vis.); Pa, f. 206ra]

Et continuat se ad immediate premissum (…)

Inf. X, 76; Purg. XXIX, 2; XXXI, 4; Par. V, 17-18 

e sé continüando al primo detto

continüò col fin di sue parole

ricominciò, seguendo sanza cunta

e sì com’ uom che suo parlar non spezza,
continüò così ’l processo santo

19

[LSA, Ap 10, 9-11 (III vis., VI tub.); Pa, f. 118ra]

Potest etiam dici quod eo ipso quod Dei instinctu et iussu accepit ab angelo singularem intelligentiam libri et cum singulari dulcore ipsam sibi invisceravit, et ex hoc cum dolore presensit passiones graves sibi et ecclesie affuturas (…)

Par. XVII, 22-23; XXXII, 127-129

dette mi fuor di mia vita futura
parole gravi.……………………..

E quei che vide tutti i tempi gravi,
pria che morisse, de la bella sposa
che s’acquistò con la lancia e coi clavi

20

[LSA, Ap 1, 18 (I vis., radix); Pa, f. 31ra]

(…) “et sum vivus et fui mortuus”, scilicet pro veritate et pro vestra salute. Ne tamen credatur nunc habere vitam mortalem sicut prius habuit, ideo subdit: “et ecce sum vivens in secula seculorum” (…)

Inf. XIV, 51; Par. VI, 10

gridò: “Qual io fui vivo, tal son morto

Cesare fui e son Iustinïano

21

[LSA, Prologus, Notabile XIII; Pa, f. 20vb]

(…) Raphael dicit se esse unum de septem astantibus ante Dominum (Tb 12, 15) (…)

Inf. XIV, 68-69

dicendo: “Quei fu l’un d’i sette regi
ch’assiser Tebe ………………………..”

22

[LSA, Ap 2, 17 (I vis., III vict.); Pa, f. 34ra-b]

(…) “et dabo ei calculum lucidum” (…) Calculus autem, id est lapillus parvulus et solidus (…)

Par. XX, 16

Poscia che i cari e lucidi lapilli

23

[ibid.]

(…) “et dabo ei calculum lucidum” (…) Calculus autem, id est lapillus parvulus et solidus, pedibus sepe calcatus, est homo Christus pro nobis humiliatus et exinanitus, luce gratie et glorie et deitatis [per]fusus, in quo est nomen novum. Nichil enim magis novum quam quod Deus sit homo et homo Deus, et quod Deus tantum amaverit hominem lapsum et ab ipso iuste dampnatum quod dederit se ei (…)

Purg. XV, 67-70; Par. VII, 116-117

Quello infinito e ineffabil bene
che là sù è, così corre ad amore
com’ a lucido corpo raggio vene.
Tanto si dà quanto trova d’ardore

ché più largo fu Dio a dar sé stesso
per far l’uom sufficiente a rilevarsi

 

 

24

[LSA, Ap 2, 17 (I vis., III vict.); Pa, f. 34ra]

Tertia (victoria) est victoriosus ascensus super phantasmata suorum sensuum, quorum sequela est causa errorum et heresum. Hic autem ascensus fit per prudentiam effugantem illorum nubila et errores ac impetus precipites et temerarios ac tempestuosos. Hoc autem competit doctoribus phantasticos hereticorum errores expugnantibus, quibus et competit premium singularis apprehensionis et degustationis archane sapientie Dei, de quo tertie ecclesie dicitur: “Vincenti dabo manna absconditum, et dabo ei calculum lucidum, et in calculo nomen novum scriptum, quod nemo novit, nisi qui accipit”.

Purg. XVII, 13-16, 40-45

O imaginativa che ne rube
talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge
perché dintorno suonin mille tube,
chi move te, se ’l senso non ti porge?

Come si frange il sonno ove di butto
nova luce percuote il viso chiuso,
che fratto guizza pria che muoia tutto;
così l’imaginar mio cadde giuso
tosto che lume il volto mi percosse,
maggior assai che quel ch’è in nostro uso.

25

[LSA, Ap 2, 26-28 (I vis., IV vict.); Pa, f. 34rb]

Quarta (victoria) est victoriosus effectus, quando scilicet omnes vires corporis et mentis assidue et totaliter perfectis virtutum operibus dedicantur, nec ex longa continuatione operis remittuntur sed potius intenduntur et roborantur et ad fortia opera superexcrescunt (…)

Inf. II, 16-18, 25-27

Però, se l’avversario d’ogne male
cortese i fu, pensando l’alto effetto
ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale ……
Per quest’ andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto.

26

[LSA, Ap 3, 5 (I vis., V vict.); Pa, ff. 34vb-35ra]

Quinta (victoria) est victoriosus descensus ad opera condescensionis et pietatis, qui tunc est victoriosus quando nichil sordis vel imperfectionis accipit ex consortio infirmorum quibus condescendit nec ex sua condescensione, immo inter carnales et laxos et immundos vivit sic immaculate et sancte ac si esset in solitudine vel inter austerrimos et perfectos, quod quidem patet tunc arduissimum tam in puritate quam in pietate misericordi et competit perfectis patribus quinti status (…) quia isti ex multitudine immundorum, inter quos quasi sepulti et innominati vixerunt, et ex condescensione ad eos, visi sunt quasi infirmi et nulli, unde nec habuerunt nomen seu famam summe perfectorum, ideo digni sunt habere singulare nomen in gloria Dei et quod singulariter commendentur a Christo coram tota curia celi.

[LSA, Prologus, Notabile VI (V vict.); Pa, f. 8vb]

(…) et condescensivum contubernium vite domestice seu cenobitice (…)

[LSA, Notabile VII; Pa, f. 10ra]

(…) licet condescensio quinti status in infirmis, pro quibus fit, sit imperfectior, in sanctis tamen, arduas perfectiones priorum statuum in habitu mentis tenentibus et ex sola caritate et infirmorum utilitate condescendentibus, est ipsa condescensio ad perfectionis augmentum, prout patet in Christo infirmis condescendente.

Inf. VII, 97, 104-105; VIII, 19-21, 25; XV, 43-44; XXII, 13-15; XXIII, 1-3; Par. XXI, 64-66, 70-72

Or discendiamo omai a maggior pieta ……
e noi, in compagnia de l’onde bige,
intrammo giù per una via diversa.

“Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto”,
disse lo mio segnore, “a questa volta:
più non ci avrai che sol passando il loto

Lo duca mio discese ne la barca

Io non osava scender de la strada
per andar par di lui ………………..

Noi andavam con li diece demoni.
Ahi, fiera compagnia! ma ne la chiesa
coi santi, e in taverna coi ghiottoni.

Taciti, soli, sanza compagnia
n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,
come frati minor vanno per via.

Giù per li gradi de la scala santa
discesi tanto sol  per farti festa
col dire e con la luce che mi ammanta ……
Ma l’alta carità, che ci fa serve
pronte al consiglio che ’l mondo governa,
sorteggia qui sì come tu osserve.

27

[LSA, Ap 3, 5 (I vis., V vict.); Pa, ff. 34vb-35ra]

Quinta (victoria) est victoriosus descensus ad opera condescensionis et pietatis, qui tunc est victoriosus quando nichil sordis vel imperfectionis accipit ex consortio infirmorum quibus condescendit nec ex sua condescensione, immo inter carnales et laxos et immundos vivit sic immaculate et sancte ac si esset in solitudine vel inter austerrimos et perfectos, quod quidem patet tunc arduissimum tam in puritate quam in pietate misericordi et competit perfectis patribus quinti status (…) quia isti ex multitudine immundorum, inter quos quasi sepulti et innominati vixerunt, et ex condescensione ad eos, visi sunt quasi infirmi et nulli, unde nec habuerunt nomen seu famam summe perfectorum, ideo digni sunt habere singulare nomen in gloria Dei et quod singulariter commendentur a Christo coram tota curia celi.

Purg. XI, 55-57; XVIII, 82-84; Par. XV, 25-27, 43-45

cotesti, ch’ancor vive e non si noma,
guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco,
e per farlo pietoso a questa soma.

E quell’ ombra gentil per cui si noma
Pietola più che villa mantoana,
del mio carcar diposta avea la soma

pïa l’ombra d’Anchise si porse,
se fede merta nostra maggior musa,
quando in Eliso del figlio s’accorse. ……
E quando l’arco de l’ardente affetto
fu sì sfogato, che ’l parlar discese
inver’ lo segno del nostro intelletto 

28

[LSA, Ap 7, 7 (II vis., VI sig.); Pa, f. 90ra, va, vb]

Septimo exigitur devota oratio supernarum gratiarum impetrativa et exauditione digna, quam designat Simeon, qui interpretatur auditio vel exaudibilis. (…) Primum est suspiriosa et gemebunda devotio, et hoc est Simeon, id est audiens merorem seu exaudibilis. (…) Primo scilicet benigne miserationis pia condescensio, et hoc est Simeon, id est audiens merorem.

Inf. II, 106, 133; IV, 13, 19-21, 25-27

Non odi tu la pieta del suo pianto ……
Oh pietosa colei che mi soccorse!

“Or discendiam qua giù nel cieco mondo”

Ed elli a me: “L’angoscia de le genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema senti.”

Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri 
che l’aura etterna facevan tremare

29

[ibid.]

Septimo exigitur devota oratio supernarum gratiarum impetrativa et exauditione digna, quam designat Simeon, qui interpretatur auditio vel exaudibilis. (…) Primum est suspiriosa et gemebunda devotio, et hoc est Simeon, id est audiens merorem seu exaudibilis. (…) Primo scilicet benigne miserationis pia condescensio, et hoc est Simeon, id est audiens merorem.

Purg. XX, 16-18; XXXIII, 4-6

Noi andavam con passi lenti e scarsi,
e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia
pietosamente piangere e lagnarsi

e Bëatrice, sospirosa e pia,
quelle ascoltava sì fatta, che poco
più a la croce si cambiò Maria.

30

[ibid.]

Septimo exigitur devota oratio supernarum gratiarum impetrativa et exauditione digna, quam designat Simeon, qui interpretatur auditio vel exaudibilis. (…) Primum est suspiriosa et gemebunda devotio, et hoc est Simeon, id est audiens merorem seu exaudibilis. (…) Primo scilicet benigne miserationis pia condescensio, et hoc est Simeon, id est audiens merorem.

Par. XXXI, 61-63; XXXII, 147-148; XXXIII, 16-19, 40-42

Diffuso era per li occhi e per le gene
di benigna letizia, in atto pio
 quale a tenero padre si convene.

orando grazia conven che s’impetri
grazia da quella che puote aiutarti

La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.
In te misericordia, in te pietate

Li occhi da Dio diletti e venerati,
fissi ne l’orator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati

31

[LSA, Ap 7, 8 (II vis., VI sig.); Pa, f. 90rb]

Post hoc autem duodecimo ascenditur ad extaticam contemplationem et pacem que exsuperat omnem sensum, per quam quidem tota mens moritur sibi ipsi et huic vite ut transeat ad dexteram Dei, et hec designatur per Beniamin, qui in Psalmo dicitur “adole[s]centulus in mentis excessu” (Ps 67, 28), et qui interpretatur filius dextere dictusque est primo a matre Bennoni, id est filius doloris, quia in partu eius obiit pro dolore (cfr. Gn 35, 18).

Purg. III, 73-75; V, 58-63; Par. V, 115-117

“O ben finiti, o già spiriti eletti”,
Virgilio incomiciò, “per quella pace
 ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti”

E io: “Perché ne’ vostri visi guati,
non riconosco alcun; ma s’a voi piace
cosa ch’io possa, spiriti ben nati,
voi dite, e io farò per quella pace
che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,
di mondo in mondo cercar mi si face”.

“O bene nato a cui veder li troni
del trïunfo etternal concede grazia
prima che la milizia s’abbandoni”

32

[LSA, Ap 2, 22 (I vis., IV eccl.); Pa, f. 44vb]

Nota quod est lectus quietis, et de hoc non loquitur hic; et est lectus doloris, de quo in Psalmo XL° dicitur (Ps 40, 4): “Dominus opem ferat illi super lectum doloris eius”, et de hoc loquitur hic. Unde, secundum Ricardum, alia translatio habet: “Mitto eam in luctum”. Loquitur autem ac si tot morbis et plagis eam percuteret quod semper infirma et prostrata iaceret in lecto, et loquitur per contrapositionem ad lectum sue luxurie.

Inf. XIV, 8-10, 22; XXIX, 46, 58-59, 67-68, 70-72; Purg. VI, 149-151; VII, 107-111; Par. VII, 28-29

dico che arrivammo ad una landa
che dal suo letto ogne pianta rimove.
La dolorosa selva l’è ghirlanda ……
Supin giacea in terra alcuna gente

Qual dolor fora, se de li spedali ……
Non credo ch’a veder maggior tristizia
fosse in Egina il popol tutto infermo ……
Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle
l’un de l’altro giacea, …………………
Passo passo andavam sanza sermone,
guardando e ascoltando li ammalati,
che non potean levar le lor persone.

vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su le piume,
ma con dar volta suo dolore scherma.

L’altro vedete c’ha fatto a la guancia
de la sua palma, sospirando, letto.
Padre e suocero son del mal di Francia:
sanno la vita sua viziata e lorda,
e quindi viene il duol che sì li lancia.

onde l’umana specie inferma giacque
giù per secoli molti in grande errore

33

[LSA, Ap 1, 1 (Titulus); Pa, ff. 21vb-22ra]

Nota etiam quod potius dicit revelatio quam visio, quia magis significat donum et gratiam revelantis et archanam occultationem eius, nisi dono Dei eius velamen auferatur seu aperiatur.

Purg. XXIII, 112-114; XXXI, 136-138; Par. XXIX, 133-135

Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!
vedi che non pur io, ma questa gente
tutta rimira là dove ’l sol veli.

Per grazia fa noi grazia che disvele
a lui la bocca tua, sì che discerna
la seconda bellezza che tu cele.

e se tu guardi quel che si revela
 per Danïel, vedrai che ’n sue migliaia
determinato numero si cela.

34

[ibid.; Pa, f. 22ra]

Et ideo dicit quod est “apocalipsis Ihesu Christi”, id est a Ihesu Christo facta, “quam dedit illi Deus”, scilicet Pater et tota Trinitas; “dedit”, inquam, non solum ut eam sciret, sed etiam “palam facere”, id est ad manifestandum, “servis suis que oportet fieri cito”. In quo tangit causam materialem, quia est de futuris que non ex absoluta necessitate, sed respectu infallibilitatis divine prescientie et respectu utilitatis ac necessitatis ecclesie et respectu iustitie Dei retributive et respectu malitie reproborum, “oportet fieri”.

Inf. VII, 89; XII, 86-87

necessità la fa esser veloce

mostrar li mi convien la valle buia;
necessità ’l ci ’nduce, e non diletto.

 

35

[ibid.; Pa, ff. 21vb-22ra]

Nota etiam quod potius dicit revelatio quam visio, quia magis significat donum et gratiam revelantis et archanam occultationem eius, nisi dono Dei eius velamen auferatur seu aperiatur. (…)
Et ideo dicit quod est “apocalipsis Ihesu Christi”, id est a Ihesu Christo facta, “quam dedit illi Deus”, scilicet Pater et tota Trinitas; “dedit”, inquam, non solum ut eam sciret, sed etiam “palam facere”, id est ad manifestandum, “servis suis que oportet fieri cito”.

Par. XVII, 127-128; XXV, 94-96

Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
tutta tua visïon fa manifesta

e ’l tuo fratello assai vie più digesta,
là dove tratta de le bianche stole,
questa revelazion ci manifesta.

36

[ibid.]

Nota etiam quod potius dicit revelatio quam visio, quia magis significat donum et gratiam revelantis et archanam occultationem eius, nisi dono Dei eius velamen auferatur seu aperiatur. (…)
Et ideo dicit quod est “apocalipsis Ihesu Christi”, id est a Ihesu Christo facta, “quam dedit illi Deus”, scilicet Pater et tota Trinitas; “dedit”, inquam, non solum ut eam sciret, sed etiam “palam facere”, id est ad manifestandum, “servis suis que oportet fieri cito”. In quo tangit causam materialem, quia est de futuris que non ex absoluta necessitate, sed respectu infallibilitatis divine prescientie et respectu utilitatis ac necessitatis ecclesie et respectu iustitie Dei retributive et respectu malitie reproborum, “oportet fieri”.

Purg. XXX, 61-69

in su la sponda del carro sinistra,
quando mi volsi al suon del nome mio,
che di necessità qui si registra,
vidi la donna che pria m’appario
velata sotto l’angelica festa,
drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.
Tutto che ‘l vel che le scendea di testa,
cerchiato de le fronde di Minerva,
non la lasciasse parer manifesta

37

[LSA, Ap 1, 17 (I vis., radix); Pa, f. 30vb]

Duodecima (perfectio summo pastori condecens) est humiliatorum et tremefactorum familiaris confortatio et sublevatio, et ad ipsos plenius confortandos perfectionum persone apparentis confortativa explicatio. Quia vero tremefacti solent confortari tam familiari et amicabili et sublevativo tactu quam familiari et suavi affatu, ideo pro primo dicit: “et posuit dexteram suam super me”, pro secundo autem subdit: “dicens: noli timere”.

Inf. III, 19-21; XIII, 130-132; XXXI, 28-29

E poi che la sua mano a la mia puose
 con lieto volto, ond’ io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.

Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea
per le rotture sanguinenti in vano.

Poi caramente mi prese per mano
 e disse ……………………………….

38

[LSA, Ap 1, 8 (Salutatio; tangit primatum Christi secundum deitatem); Pa, f. 26vb]

Signanter etiam vocat se “alpha et o”. Quia “a” est figure triangularis, et ideo designat trinitatem personarum in unitate essentie. “O” vero apud Grecos est figure circularis habentis in summo quandam aperturam, de cuius fundo exit media virgula existens inter duos archus et cornua illius circuli. Per circulum autem significatur unitas et eternitas Dei, per aperturam vero apertio sue caritatis et potentie ad creandum et largiendum dona sua creatis, per duos etiam archus et cornua designantur Pater et Filius, et per mediam virgulam ex eorum medio procedentem designatur Spiritus Sanctus ab utroque procedens et utriusque nexus.

Inf. XII, 52-53, 67-72

Io vidi un’ampia fossa in arco torta,
come quella che tutto ’l piano abbraccia

Poi mi tentò, e disse: “Quelli è Nesso,
che morì per la bella Deianira,
e fé di sé la vendetta elli stesso.
E quel di mezzo, ch’al petto si mira,
è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
quell’ altro è Folo, che fu sì pien d’ira.”

39

[LSA, Ap 3, 3-4 (I vis., V eccl.); Pa, f. 47ra-b]

Deinde comminatur eidem iudicium sibi occulte et inopinate superventurum si non se correxerit, unde subdit: “Si ergo non vigilaveris, veniam ad te tamquam fur” (Ap 3, 3) (…) dicit Apostolus quod “dies Domini veniet in nocte sicut fur. Cum enim dixerint: pax et securitas, tunc superveniet eis repentinus interitus” (1 Th 5, 2-3). (…) Deinde a predicto defectu excipit quosdam illius ecclesie, subdens: “Sed habes pauca nomina in Sardis” (Ap 3, 4). (…) Caritas autem Dei, in quantum communis omnibus bonis, dat commune nomen sanctis ut vocentur cives Iherusalem.

 

 

 

 

Inf. XXI, 41, 44-45

ogn’ uom v’è  barattier, fuor che Bonturo

si volse; e mai non fu mastino sciolto
con tanta fretta a seguitar lo furo.

40

[LSA, Ap 3, 3 (I vis., V eccl.); Pa, f. 47ra-b]

Quibus autem, scilicet sanctis, et quare non veniet sicut fur ostendit subdens: “Vos autem, fratres, non estis in tenebris, ut vos dies illa tamquam fur comprehendat; omnes enim vos estis filii lucis et diei. Igitur non dormiamus sicut et ceteri, sed vigilemus et sobrii simus. Qui enim dormiunt nocte dormiunt” et cetera (1 Th, 5, 4-7).

Inf. XXVI, 112-114; Purg. XXX, 103-104

O frati”, dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia …”

Voi  vigilate ne l’etterno die,
sì che notte né sonno a voi non fura

41

[ibid.; Pa, f. 47ra]

Talis etiam propter suas tenebras non videt lucem, ac erronee credit et optat se diu in prosperitate victurum et Dei iudicium diu esse tardandum, et etiam spe presumptuosa sperat se esse finaliter salvandum (…)

Purg. XI, 121-123, 127-128

“Quelli è”, rispuose, “Provenzan Salvani;
ed è qui perché fu presuntüoso
 a recar Siena tutta a le sue mani.” ……
E io: “Se quello spirito ch’attende,
 pria che si penta, l’orlo de la vita

42

[ibid.; Pa, f. 47ra]

Deinde comminatur eidem iudicium sibi occulte et inopinate superventurum si non se correxerit, unde subdit: “Si ergo non vigilaveris, veniam ad te tamquam fur” (Ap 3, 3) (…) Talis etiam propter suas tenebras non videt lucem, ac erronee credit et optat se diu in prosperitate victurum et Dei iudicium diu esse tardandum, et etiam spe presumptuosa sperat se esse finaliter salvandum propter quod Ia ad Thessalonicenses V° dicit Apostolus quod “dies Domini veniet in nocte sicut fur. Cum enim dixerint: pax et securitas, tunc superveniet eis repentinus interitus” (1 Th 5, 2-3). (…)

Purg. V, 52-54, 73-76

Noi fummo tutti già per forza morti,
e peccatori infino a l’ultima ora;
quivi lume del ciel ne fece accorti

Quindi fu’ io; ma li profondi fóri
ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea,
fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
là dov’ io più sicuro esser credea

43

[LSA, Ap 16, 15 (V vis., VI ph.); Pa, f. 165va-b]

Quia vero Deus tunc ex improviso et subito faciet hec iudicia, ideo subdit: “Ecce venio sicut fur”. (…) “Beatus qui vigilat et custodit vestimenta sua”, scilicet virtutes et bona opera, “ne nudus ambulet”, id est virtutibus spoliatus; “et videant”, scilicet omnes tam boni quam mali, “turpitudinem eius”, id est sua turpissima peccata et suam confusibilem penam in die iudicii sibi infligendam.

Inf. III, 113-114; XIII, 103-104; XXVII, 127-129; XXXIII, 62-63; Purg. VII, 34-35; XX, 109-110; Par. XII, 47-48

……………………….. fin che ’l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie

Come l’altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch’alcuna sen rivesta

“disse: ‘Questi è d’i rei del foco furo’;
per ch’io là dove vedi son perduto,
e sì vestito, andando, mi rancuro”.

……………………………..tu ne vestisti
 queste misere carni, e tu le spoglia

quivi sto io con quei che le tre sante
virtù non si vestiro …………………….

Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,
come furò le spoglie …………………..

…………………. le novelle fronde
di che si vede Europa rivestire

44

[LSA, Prologus, Notabile VII; Pa, f. 10vb]

(…) a planta pedis usque ad verticem est fere tota ecclesia infecta et confusa et quasi nova Babilon  effecta (…)

Inf. XXIX, 75; Purg. XXXII, 156

dal capo al piè di schianze macolati

la flagellò dal capo infin le piante

45

[LSA, Ap 8, 8 (III vis., II tub.); Pa, f. 97va]

(…) inflammavit et concitavit gentiles contra doctores (…)

Inf. XIII, 67

infiammò contra me li animi tutti

46

[LSA, Ap 10, 1 (III vis., VI tub.); Pa, ff. 114vb-115ra]

(…) inflammatus et illuminatus et illuminans et inflammans.

Inf. XIII, 68

e li ’nfiammati infiammar sì Augusto 

47

[LSA, Ap 13, 18 (IV vis., VI prel.); Pa, f. 150va]

“nisi venerit discessio primum” (2 Th, 2, 3)

Purg. XX, 15

quando verrà per cui questa disceda?

48

[LSA, Ap 19, 18 (VI vis.); Pa, f. 185vb]

“et erunt usque ad satietatem visionis omni carni” (Is 66, 24)

Inf. XVIII, 136

E quinci sian le nostre viste sazie

49

[LSA, Ap 1, 10 (sexta circumstantia visionum); Pa, f. 28rb]

in omnem” enim “terram exivit sonus eorum” (Ps 18, 5; Rm 10, 18). 

[Ap 19, 6 (VI vis.); Pa, ff. 181vb-182ra]

(…) ad extremum autem maior effecta, quasi tonitruorum magnorum, perveniet usque ad fines terre (…) Erit enim efficax ad movendum, sicut est vox magne tube (…)

Inf. XXVII, 78; Par. XI, 68-69

ch’ al fine de la terra il suono uscie

………………..al suon de la sua voce,
colui ch’a tutto ’l mondo fé paura

50

[LSA, incipit; Pa, f. 1ra]

“in die qua alligaverit Dominus vulnus populi sui et percussuram plage eius sanaverit” (Is 30, 26). 

Purg. XXV, 30-31

“che sia or sanator de le tue piage”.
“Se la veduta etterna li dislego

51

[LSA, Ap 11, 6 (III vis., VI tub.); Pa, f. 122va-b]

(…) monstrando eis plagas mundi preteritas et presentes et etiam futuras, quas ipsi carnales non attendunt nec sapientialiter sentiunt nisi cum ab istis aperiuntur.

Inf. XVI, 10-11; Purg. III, 111; XXX, 136-138

Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri,
ricenti e vecchie, da le fiamme incese!

e mostrommi una piaga a sommo ’l petto

Tanto giù cadde, che tutti argomenti
a la salute sua eran già corti,
fuor che mostrarli le perdute genti.

52

[LSA, Ap 5, 1/6, 9 (II vis., V sig.); Pa, f. 64vb]

(…) expetitur instanter et alte iusta vindicta.

Purg. XX, 47-48

…………………. tosto ne saria vendetta;
e io la cheggio a lui che tutto giuggia.

53

[LSA, Ap 3, 12 (I vis., VI vict.); Pa, f. 36ra]

Item, secundum quosdam, inscribitur sibi nomen Dei Patris quando sue paternitatis imago sic illi imprimitur ut merito possit dici abba seu pater spiritualis religionis et prolis.

Inf. XV, 83-84

la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora

54

[ibid.]

Item, secundum quosdam, inscribitur sibi nomen Dei Patris quando sue paternitatis imago sic illi imprimitur ut merito possit dici abba seu pater spiritualis religionis et prolis.

Purg. XXVI, 97-98

quand’ io odo nomar sé stesso il padre
mio …………………………………….

55

[ibid.; Pa, ff. 35vb-36ra]

Et attende quomodo a Deo incipiens et in eius civitatem descendens, reascendit et finit in se ipsum, quia contemplatio incipit in Deo et per Dei civitatem ascendit in Christum eius regem, in quo et per quem consumatissime redit et reintrat in Deum, et sic fit circulus gloriosus. (…) Nomen vero Iherusalem nove sibi inscribitur, cum per suavitatem amoris est eius mens digna ut vocetur sponsa Christi et mater pia et nutritiva spiritalis prolis.

Purg. V, 130-136

“Deh, quando tu sarai tornato al mondo
e riposato de la lunga via”,
seguitò ’l terzo spirito al secondo,
“ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ’nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma”.

56

[ibid.; Pa, f. 36ra]

Nomen vero Christi sibi inscribitur, cum meretur dici christianus et etiam christus Domini, secundum illud Psalmi (Ps 104, 15): “Nolite tangere christos meos”.

Inf. XV, 73-74

 

Faccian le bestie fiesolane strame
di lor medesme, e non tocchin la pianta

57

[Ap 5, 9 (II vis., radix); Pa, f. 70ra-b]

(…) per singularem gratiam redemptoris sumus discreti et segregati a communi et perdita massa generis humani.

Purg. VIII, 66-67

“vieni a veder che Dio per grazia volse”.
Poi, vòlto a me: “Per quel singular grado”

58

[Ap 1, 1 (Titulus); Pa, f. 22va]

(…) ex singulari gratia datum et concessum est (…)

Par. V, 115-116

O bene nato a cui veder li troni
del trïunfo etternal concede grazia

59

[Ap 1, 19 (I vis., radix); Pa, f. 31rb]

 

Scribe ergo que vidisti” (…) quod scribat et mittat ecclesiis totam hanc visionem (…)

[Ap 1, 11 (sexta circumstantia visionum); Pa, f. 28rb]

Quod vides”, id est quod visurus es et videre iam cepisti, “scribe in libro”, id est fac inde librum sollempnem (…)

Par. XVII, 128; Purg. XXXII, 104-105; XXXIII, 55

tutta tua visïon fa manifesta

al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
ritornato di là, fa che tu scrive.

E aggi a mente, quando tu le scrivi

 

60

[LSA, Ap 3, 8 (I vis., VI eccl.); Pa, f. 49va]

(…) quia sub tanta luce et evidentia fit hec apertio isti et statui sexto per eum designato quod nemo potest eam obscurare per aliquam rationem vel astutiam, nec per aliquod scripture sacre testimonium, nec per quamcumque aliam viam.

Purg. XXVI, 107-108

…………………………..e tanto chiaro,
 che Letè nol può tòrre né far bigio

61

[LSA, Ap 1, 18 (I vis., radix); Pa, f. 31ra]

(…) bene possum te a morte ad vitam eternam sublevare  (…)

Purg. XXXI, 55-56

Ben ti dovevi, per lo primo strale
de le cose fallaci, levar suso

62

[LSA, Ap 1, 3 (Titulus), Pa, ff. 23vb-24ra]

Unde subdit (Ap 1, 3): “Beatus qui legit” et cetera. Quantum ad ea que proprio visu vel per propriam investigationem addiscimus, dicit: “qui legit”; quantum vero ad ea que per auditum et alterius eruditionem addiscimus, dicit: “qui audit”. Primum etiam magis spectat ad litteratos vel ad doctores, qui aliis legunt et exponunt; secundum vero ad laicos vel auditores. Quia vero ad salutem non sufficit solum addiscere vel scire, nisi serventur in affectu et opere, ideo subdit: “et servat ea”.

Par. V, 41-42

…………….. ché non fa scïenza,
sanza lo ritenere, avere inteso

 

63

[LSA, Ap 1, 3 (Titulus), Pa, ff. 23vb-24ra]

Unde subdit (Ap 1, 3): “Beatus qui legit” et cetera. Quantum ad ea que proprio visu vel per propriam investigationem addiscimus, dicit: “qui legit”; quantum vero ad ea que per auditum et alterius eruditionem addiscimus, dicit: “qui audit”. Primum etiam magis spectat ad litteratos vel ad doctores, qui aliis legunt et exponunt; secundum vero ad laicos vel auditores. Quia vero ad salutem non sufficit solum addiscere vel scire, nisi serventur in affectu et opere, ideo subdit: “et servat ea”. Quedam enim ibi scribuntur ut a nobis agenda, quedam vero ut credenda et speranda vel metuenda, et sic omnia sunt a nobis servanda vel agendo illa vel credendo ea cum caritate et spe vel timore.

Inf. XIV, 16-18; Purg. III, 124-126; Par. X, 124-126

O vendetta di Dio, quanto tu dei
esser temuta da ciascun che legge
ciò che fu manifesto a li occhi miei!

Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia

Per vedere ogne ben dentro vi gode
l’anima santa che ’l mondo fallace
fa manifesto a chi  di lei ben ode. 

64

[LSA, Ap 19, 10 (VI vis.); Pa, f. 182va-b]

“Et dixit michi: Vide ne feceris”, scilicet talem reverentiam michi. Cuius causam subdit dicens: “Conservus tuus sum”, id est tecum et sicut tu sum servus eiusdem Dei et Domini. Ne autem credatur quod respectu solius Iohannis, propter eius singularem precellentiam, hoc diceret, et non de omnibus hominibus servis Christi, ideo subdit: “et fratrum tuorum habentium testimonium Ihesu” (…)

Purg. XIX, 133-135; XXI, 130-132

“Drizza le gambe, lèvati sù,  frate!”,
rispuose; “non errar: conservo sono
teco e con li altri ad una podestate.”

Già s’inchinava ad abbracciar li piedi
al mio dottor, ma el li disse: “Frate,
non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi”.

 

65

[ibid.; Pa, f. 182va]

“Et cecidi ante pedes eius, ut adorarem eum”, non scilicet sicut creatura Deum, sed sicut servus vehementer et cum servili subiectione honorat suum dominum creatum. Et tamen angelus in veteri testamento se sic ab homine adorari sustinebat, non autem sustinet hic, immo prohibet, unde subditur: “Et dixit michi: Vide ne feceris”, scilicet talem reverentiam mihi.

Par. VII, 13-16

Ma quella reverenza che s’indonna
di tutto me, pur per Be e per ice,
mi richinava come l’uom ch’assonna.
Poco sofferse me cotal Beatrice

66

[LSA, Ap 1, 1/3 (Titulus), Pa, ff. 21vb-22ra, 23vb]

In titulo autem explicatur quadruplex causa huius libri, scilicet formalis, quia est per revelationem traditus propter quod vocatur “apocalipsis”, et est nomen grecum et est idem quod revelatio latine (ab apo, quod est re, et calipso, quod est velo seu operio). (…) Nota etiam quod hoc nomen grecum, scilicet “apocalipsis”, remansit hic non interpretatum latine in signum singularis arduitatis et reverentie huius revelationis, sicut ‘amen’ et ‘alleluia’ non sunt apud nos ex hebreo in latinum interpretata in signum sacre reverentie eorum. (…) Ostensa igitur causa formali et effectiva et materiali, subdit de causa finali, que est beatitudo per doctrine huius libri intelligentiam et observantiam obtinenda.

Par. VII, 13-15

Ma quella reverenza che s’indonna
di tutto me, pur per Be e per ice,
mi richinava come l’uom ch’assonna.

 

67

[LSA, Ap 1, 9 (prima circumstantia visionum); Pa, f. 27ra-b]

Et nota quod cum posset dicere ‘magist[er]’ propter prelationem, dixit “frater” propter humilitatem, ut propter humilitatem et dulcedinem fraternitatis facilius eos alliceret et persuaderet.

Purg. XXXIII, 23-24, 46-47

dissemi: “Frate, perché non t’attenti
a domandarmi omai venendo meco?”.

E forse che la mia narrazion buia,
qual Temi e Sfinge, men ti persuade

68

[LSA, Ap 3, 9 (I vis., VI eccl.); Pa, f. 50ra]

(…) scilicet querendo humillime et devotissime (…) puta prosternendo se ante pedes eius (…)

Purg. IX, 107-110

……………………………………..“Chiedi
umilemente che ’l serrame scioglia”.
Divoto mi gittai a’ santi piedi;
misericordia chiesi e ch’el m’aprisse

69

[LSA, Ap 1, 17 (I vis., radix); Pa, f. 30va]

Undecima est ex predictis sublimitatibus impressa in subditos summa humiliatio et tremefactio et adoratio, unde subdit: “et cum vidissem eum”, scilicet tantum ac talem, “cecidi ad pedes eius tamquam mortuus”. Et est intelligendum quod cecidit in faciem prostratus, quia talis competit actui adorandi; casus vero resupinus est signum desperationis et desperate destitutionis.

Inf. V, 133-136, 142; X, 72

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.

E caddi come corpo morto cade.

supin ricadde e più non parve fora

70

[LSA, Ap 5, 1 (II vis., clausura VII sig.); Pa, f. 65vb]

Hanc autem aperit intellectualis nuditas et simplicitas fidei et sapientie Christi (…)

 

Par. II, 106-109

Or, come ai colpi de li caldi rai
de la neve riman nudo il suggetto
e dal colore e dal freddo primai,
così rimaso te ne l’intelletto

71

[LSA, Prologus, Notabile VII (V status); Pa, f. 10ra]

Unde et Ade subtracta est fortis costa ad formationem Eve, “et replevit” Deus “carnem pro ea” (Gn 2, 21), id est pietatem condescensionis pro robore solitarie austeritatis.

Par. XI, 43-45

Intra Tupino e l’acqua che discende
del colle eletto dal beato Ubaldo,
fertile costa d’alto monte pende

 

72

[LSA, Prologus, Notabile XIII (V status); Pa, f. 18vb]

Unde quamvis vita monachorum quarti temporis fuerit clarior, non tamen fecundior nec sic habens sensum vivum et tenerum pietatis.

Par. XXXI, 61-63

Diffuso era per li occhi e per le gene
di benigna letizia, in atto pio
quale a tenero padre si convene.

73

[LSA, Ap 13, 9 (IV vis., VI prel.); Pa, f. 146rb]

“Si quis habet aurem”, id est sanam intelligentiam (…)

Inf. IX, 61

O voi ch’avete li ’ntelletti sani 

74

[LSA, incipit; Pa, f. 1rb]

Hec enim septem sunt velut septem dies solaris doctrine Christi, que sub velamine scripta et absconsa fuerunt in lege et prophetis.

[LSA, Ap 10, 7 (III vis., VI tub); Pa, f. 116vb]

Dicitur etiam misterium”, quia sub misticis velaminibus sunt prenuntiata.

[LSA, Ap 12, 6 (IV vis., I prel.); Pa, ff. 132vb-133ra]

Item (Ioachim) de hoc ultimo dicit libro V° (Concordie) circa finem prime partis: «Unum dico, quod misteria tertii status subtiliora sunt misteriis secundi status et misteriis primi. (…)».

Inf. IX, 62-63

mirate la dottrina che s’asconde
 sotto ’l velame de li versi strani.

 

 

Purg. VIII, 19-21

Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
ché ’l velo è ora ben tanto sottile,
certo che ’l trapassar dentro è leggero.

75

[LSA, Ap 10, 9 (III vis., VI tub.); Pa, f. 117vb]

“Accipe librum [et] devora illum, et faciet amaricar[i] ventrem tuum”, id est faciet tortiones amaras in ventre tuo (…)

Purg. XXXII, 45

poscia che mal si torce il ventre quindi

76

[LSA, Ap 3, 12 (I vis., VI vict.); Pa, f. 51va]

Nota tamen quod iste victor signanter dicitur fiendus columpna templi Dei, quia sicut primi apostoli Christi fuerunt fundamenta ecclesie sic iste debet esse columpna tecti ipsius, id est erectus et pertingens ad sublimem consumationem ipsius, debetque firmum esse et decorum sustentaculum alte et finalis perfectionis ipsius.

Purg. X, 130-132

Come per sostentar solaio o tetto,
per mensola talvolta una figura
si vede giugner le ginocchia al petto

 

77

[LSA, Ap 21, 16 (VII vis.); Pa, f. 198rb-va]

“Longitudo eius tanta est quanta et latitudo”, id est quattuor latera eius sunt equalia. Nam duo sunt longitudo eius et alia duo sunt eius latitudo. Civitas enim beatorum quantum de Deo et bonis eius videt tantum amat, et ideo quantum est in visione longa tantum est in caritate lata; quantum etiam est in longitudinem eternitatis immortaliter prolongata, tantum est iocunditate glorie dilatata.

 

Inf. XXVI, 25-32; Par. XXI, 88-90; XXVIII, 106-108

Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ’l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,
come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’ e’ vendemmia e ara:
di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia ……………………………..

Quinci vien l’allegrezza ond’ io fiammeggio;
per ch’a la vista mia, quant’ ella è chiara,
la  chiarità de la fiamma pareggio.

e dei saper che tutti hanno diletto
quanto la sua veduta si profonda
nel vero in che si queta ogne intelletto.

 

78

[LSA, Ap 6, 2 (II vis. I sig.); Pa, f. 73ra-b]

In prima autem apertione apparet Christus resuscitatus sedens in equo albo, id est in suo corpore glorioso et in primitiva ecclesia per regenerationis gratiam dealbata et per lucem resurrectionis Christi irradiata, in qua Christus sedens exivit in campum totius orbis non quasi pavidus aut infirmus, sed cum summa magnanimitate et insuperabili virtute. (…) “Et exivit vincens ut vinceret”, id est, secundum Ricardum, vincens quos de Iudeis elegit ipsos convertendo ut per eosdem vinceret, id est converteret gentiles quos predestinaverat. Vel per hoc designatur quod, quando exivit ut mundum vinceret, apparuit in ipso exitu totus victoriosus et ac si iam totus vicisset.

Inf. XV, 121-124; Par. XII, 106-108; XXV, 82-84

Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro
quelli che vince, non colui che perde.

Se tal fu l’una rota de la biga
in che la Santa Chiesa si difese
e vinse in campo la sua civil briga

Indi spirò: “L’amore ond’ ïo avvampo
ancor ver’ la virtù che mi seguette
infin la palma e a l’uscir del campo

79

[LSA, Prologus, Notabile XII; Pa, f. 16va]

Dicendum quod diffusio fidei per apostolos in orbem universum debuit esse velox instar lucis solaris ab oriente in occidentem subito procedentis et instar fulguris universa subito discurrentis. Hoc enim fuit in gloriam Christi et lucis sue, unde in apertione primi signaculi dicitur exisse vincens ut vinceret (cfr. Ap 6, 2).

Par. XXV, 79-84

Mentr’ io diceva, dentro al vivo seno
di quello incendio tremolava un lampo
sùbito e spesso a guisa di baleno.
Indi spirò: “L’amore ond’ ïo avvampo
ancor ver’ la virtù che mi seguette
infin la palma e a l’uscir del campo”

80

[LSA, Ap 6, 2 (II vis. I sig.); Pa, f. 73ra-b]

In prima autem apertione apparet Christus resuscitatus sedens in equo albo, id est in suo corpore glorioso et in primitiva ecclesia per regenerationis gratiam dealbata et per lucem resurrectionis Christi irradiata, in qua Christus sedens exivit in campum totius orbis non quasi pavidus aut infirmus, sed cum summa magnanimitate et insuperabili virtute. (…) Habet etiam archum a quo contra reprobos exeunt sententie dampnationis quasi sagitte, coronam vero ut bonos glorificando coronet. (…) “Et exivit vincens ut vinceret”, id est, secundum Ricardum, vincens quos de Iudeis elegit ipsos convertendo ut per eosdem vinceret, id est converteret gentiles quos predestinaverat. Vel per hoc designatur quod, quando exivit ut mundum vinceret, apparuit in ipso exitu totus victoriosus et ac si iam totus vicisset.

[LSA, Prologus, Notabile XII; Pa, f. 16va]

Dicendum quod diffusio fidei per apostolos in orbem universum debuit esse velox instar lucis solaris ab oriente in occidentem subito procedentis et instar fulguris universa subito discurrentis. Hoc enim fuit in gloriam Christi et lucis sue, unde in apertione primi signaculi dicitur exisse vincens ut vinceret (cfr. Ap 6, 2).

 

Purg. I,  115-117; II, 16-18, 22-26, 46-51, 55-57; III, 1-3

L’alba vinceva l’ora mattutina
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il tremolar de la marina.

cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia,
un lume per lo mar venir sì ratto,
che ’l muover suo nessun volar pareggia.

Poi d’ogne lato ad esso m’appario
un non sapeva che bianco, e di sotto
a poco a poco un altro a lui uscìo.
Lo mio maestro ancor non facea motto,
mentre che i primi bianchi apparver ali

In exitu Isräel de Aegypto
cantavan tutti insieme ad una voce
con quanto di quel salmo è poscia scripto.
Poi fece il segno lor di santa croce;
ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia:
ed el sen gì, come venne, veloce.

Da tutte parti saettava il giorno
lo sol, ch’avea con le saette conte
di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno

Avvegna che la subitana fuga
dispergesse color per la campagna,
rivolti al monte ove ragion ne fruga

81

[LSA, Ap 10, 1 (III vis., VI tub.); Pa, f. 114va]

(…) quia in hoc sexto tempore oportet Dei contemplationem in modum solis splendescere et perduci ad notitiam eorum qui designantur in Petro et Iacobo et Iohanne, id est Latinorum et Grecorum et Hebreorum: primo quidem Latinorum, deinde Grecorum, tertio Hebreorum, ut fiant novissimi qui erant primi et e contrario.

Purg. XXXII, 70-78

Però trascorro a quando mi svegliai,
e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo
del sonno, e un chiamar: “Surgi: che fai?”.
Quali a veder de’ fioretti del melo
che del suo pome li angeli fa ghiotti
e perpetüe nozze fa nel cielo,
Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
e vinti, ritonaro a la parola
da la qual furon maggior sonni rotti

82

[LSA, Ap 12, 16  (IV vis., III-IV prel.); Pa, f. 140va]

 

reddidit eos aridos

 et terrestres

et ydropicos

et inflatos

 

 ac leprosos

et fedos

Inf. XIV, 13; Par. XIX, 85; Inf. XXX, 112; VII, 7; XXX, 119; XXIX, 124; XII, 40

Lo spazzo era una rena arida e spessa

Oh terreni animali! oh menti grosse!

E l’idropico: “Tu di’ ver di questo”

Poi si rivolse a quellanfiata labbia

rispuose quel ch’avëa infiata l’epa

Onde l’altro lebbroso, che m’intese

da tutte parti l’alta valle feda

83

[LSA, Ap 19, 10 (VI vis.); Pa, f. 183va]

Quintum est crepatio importabilis impatientie in summas sui ipsius maledictiones (…)

Inf. XXX, 121

E te sia rea la sete onde ti crepa

84

[LSA, Ap 6, 3 (II vis., II sig.); Pa, f. 74ra]

(…) auctoritatibus farcita et fedata  (…)

Inf. XXX, 126

ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia

85

[LSA, Ap 17, 18 (VI vis.); Pa, f. 175va-b]

(…) aut Christus post Antichristum reducat sedem suam ad locum unde manavit ad urbem Romam (…)

 

Inf. XV, 54; Purg. XXXII, 102; Par. VI, 67-68

e reducemi a ca per questo calle

di quella Roma onde Cristo è romano

Antandro e Simeonta, onde  si mosse,
rivide e là dov’ Ettore si cuba

86

[LSA, Ap 22, 15 (VII vis.); Pa, f. 206rb]

Foris”, scilicet sunt vel erunt, “canes”, id est immundi et sanctorum vitam detractoriis latratibus lacerantes (…)

Inf. XXX, 20

forsennata latrò sì come cane

87

[LSA. Ap 8, 11 (III vis., III tub.); Pa, f. 99rb]

Non dicit ‘tertia pars hominum’, sed “multi homines”,

Purg. III, 43-44

io dico d’Aristotile e di Plato
e di molt’ altri ……………….

88

(segue) ad insinuandum quod supra modum fuerunt in toto orbe multi et innumerabiles per heresim Arrii extincti (…)

Inf. IX, 127-129

E quelli a me: “Qui son li eresïarche
con lor seguaci, d’ogne setta, e molto
più che non credi
son le tombe carche.”

 

89

[LSA, Ap 11, 8 (III vis., VI tub.); Pa, f. 123va]

(…) “in plateis civitatis magne”, scilicet Iherusalem, que olim fuit magna per iustitiam, tunc autem erit magna per malitiam (…)

Inf. XXIII, 95

sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa

90

[LSA, Ap 17, 13 (VI vis.); Pa, f. 174vb]

(…) id est concordi et unanimi consilio et consensu convenient insimul contra Christum et electos eius (…)

Inf. XXIII, 116

consigliò i Farisei che convenia

 

91

[LSA, Ap 17, 15 (VI vis./III); Pa, f. 175rb]

(…) quia scilicet sicut aque sua labilitate defluunt ita populi sua mortalitate pertranseunt (…)

Par. VI, 50-51

che di retro ad Anibale passaro
l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.

92

[LSA, Ap 9, 5-6 (III vis., V tub.); Pa, f. 104rb]

Hoc autem instar scorpii faciunt sub blanda specie et quasi sub pio zelo erudiendi eos ab errore et dampnatione et reducendi eos ad viam salutis.

 

Inf. XXI, 111, 125; Purg. XX, 69

presso è un altro scoglio che via face ……
costor sian salvi infino a l’altro scheggio

ripinse al ciel Tommaso, per ammenda

93

[LSA, Ap 9, 6 (III vis., V tub.); Pa, f. 104va]

(…) propter scilicet nimium cruciatum sui dubii, tamquam ex hoc timentes dampnari et in utraque parte, scilicet falsa et vera, timentes errare.

 

Inf. VIII, 110-111; Purg. XXI, 115; XXV, 115-120; Par. IV, 4-5

 …………….. e io rimagno in forse,
che sì e no nel capo mi tenciona.

Or son io d’una parte e d’altra preso

ond’ ir ne convenia dal lato schiuso
ad uno ad uno; e io temëa ’l foco
quinci, e quindi temeva cader giuso.
Lo duca mio dicea: “Per questo loco
si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
però ch’errar potrebbesi per poco”.

sì si starebbe un agno intra due brame
di fieri lupi, igualmente temendo

94

[ibid.; Pa, ff. 102va, 104va]

Quinto describit gravitatem doloris predictorum lesuram consequentis et concomitantis, unde subdit: “sed ut cruciarent mensibus quinque, et cruciatus eorum ut cruciatus scorpii, cum percutit hominem. Et in diebus illis querent homines mortem et non invenient eam et desiderabunt mori, et fugiet mors ab illis”. (…) De predictis autem sic scorpionali stimulo et dubio fortiter cruciatis, non tamen in eorum heresim transductis nec a fide vera simpliciter extinctis, subditur quod tales “querent mortem et non invenient”, propter scilicet nimium cruciatum sui dubii, tamquam ex hoc timentes dampnari et in utraque parte, scilicet falsa et vera, timentes errare.

Purg. XVI, 53-54, 121-123; Par. X, 133-135

…………………….ma io scoppio
dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.

Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna
l’antica età la nova, e par lor tardo
che Dio a miglior vita li ripogna

Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,
è ’l lume d’uno spirto che ’n pensieri
gravi a morir li parve venir tardo:

95

[LSA, Ap 3, 15 (I vis., VII eccl.); Pa, f. 53ra]

(…) et consimiliter de vino putrefacto est impossibilius facere bonum vinum quam de humore aqueo qui transit in vitem.

Purg. XXV, 77-78

guarda il calor del sol che si fa vino,
giunto a l’omor che de la vite cola.

 

96

[LSA, Ap 5, 13 (II vis., radix); Pa, f. 71ra-b]

“Et omnem creaturam” et cetera, id est non solum dignus est predicta septem accipere per laudem et gratiarum actionem (…)

Purg. XI, 4-6

laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore
da ogne creatura, com’ è degno
 di render grazie al tuo dolce vapore.

97

[LSA, Ap 22, 16 (VII vis.); Pa, f. 206va]

Sexto loquitur ut sue regalis auctoritatis et magistralis et exemplaris claritatis manifestator (…)

[Matteo 26, 73: nam et loquela tua manifestum te facit]

 

Inf. X,  25; Par. XXIV, 52-54, 151-154

La tua loquela ti fa manifesto

“Dì, buon Cristiano, fatti manifesto:
fede che è?”. Ond’ io levai la fronte
in quella luce onde spirava questo

così, benedicendomi cantando,
tre volte cinse me, sì com’ io tacqui,
l’appostolico lume al cui comando
io avea detto: sì nel dir li piacqui!

98

[LSA, Ap 1, 6 (Salutatio: sextus primatus Christi secundum quod homo); Pa, f. 25vb]

(…) “fecit nos regnum” celestis glorie quia facturus est, et hoc sic ac si iam esset factum (…) Et nota quod regnum attribuit nobis quasi passive seu subiective (…)

Par. VI, 83-84

 

fatto avea prima e poi era fatturo
per lo regno mortal ch’a lui soggiace

99

[LSA, Ap 7, 16 (II vis., VI sig.); Pa, f. 92va]

(…) aut cuiuscumque desiderii non habentis plene et indistanter quod optat.

Inf. XXX, 62

io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli 

100

[LSA, Ap 2, 24 (I vis., IV eccl.); Pa, f. 45va-b]

Ne autem boni propter tantam severitatem iudiciorum Dei credant se ad alia graviora et quasi importabilia teneri, ideo hoc excludit (…) “qui non cognoverunt”, scilicet affectu et opere, “altitudinem Sathane”, id est altam superbiam et profundam malitiam diaboli; “vobis”, inquam talibus, “dico” quod “non mittam”, id est non imponam, “super vos aliud pondus”, scilicet preceptorum (…)

Inf. VI, 70-71; XXIII, 64-66; Par. VIII, 79-81

Alte terrà lungo tempo le fronti,
tenendo l’altra sotto gravi pesi

Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia;
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
che Federigo le mettea di paglia.

ché veramente proveder bisogna
per lui, o per altrui, sì ch’a sua barca
carcata più d’incarco non si pogna.
                                        non s’impogna

101

[LSA, Ap 19, 15 (VI vis.); Pa, f. 184vb]

(…) necesse est ut tunc temporis sentiant severitatem et fortitudinem discipline eius, ut saltem sero subiciantur sceptro ipsius.

Inf. XXV, 32-33

sotto la mazza d’Ercule, che forse
gliene diè cento, e non sentì le diece.

102

[LSA, Ap 2, 10 (I vis., II eccl.); Pa, f. 41rb]

(…) quia vero iacula que previdentur minus feriunt (…)

Par. XVII, 27

ché saetta previsa vien più lenta

 

103

[LSA, Ap 3, 7 (I vis., VI eccl.); Pa, f. 48rb]

(…) “cum venerit ille Spiritus veritatis, docebit vos omnem veritatem” (Jo 16, 13) (…)

Purg. XXV, 67-68

Apri a la verità che viene il petto;
e sappi che ……………………………

104

[LSA, Ap 12, 14 (IV vis., III-IV prel.); Pa, f. 138vb]

(…) sicut cum imperium romanum fuit sibi famulatorie et devote subiectum.

Par. XXXI, 117

cui questo regno è suddito e devoto

 

105

[LSA, Ap 8, 13 (III vis., IV tub.); Pa, f. 100rb]

Vidit quidem ipsam aquilam et audivit vocem ipsius.

Par. XIX, 10

ch’io vidi e anche udi’ parlar lo rostro

106

[LSA, Ap 6, 8 (II vis., IV sig.); Pa, f. 78rb]

(…) invitat nos non solum ad contemplandum sed etiam ad compatiendum et imitandum.

Par. XX, 31-32

La parte in me che vede e pate il sole
ne l’aguglie mortali …………………….

107

veni et vide” (Ap 6, 1-2; 6, 3; 6, 5; 6, 7)

 

Purg. VI, 106, 109, 112, 115

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti …

Vien, crudel, vieni, e vedi  la pressura …

Vieni a veder la tua Roma che piagne …

Vieni a veder la gente quanto s’ama!

108

[LSA, Ap 8, 12  (III vis., IV tub.); Pa, f. 99va]

Per “solem” videtur hic designari solaris vita et contemplatio summorum anachoritarum, qui fuerunt patres et exempla aliorum (…)

Par. XXII, 116

quelli ch’è padre d’ogne mortal vita

 

109

[LSA, Ap 7, 13-14 (II vis., VI sig.); Pa, f. 92ra-b]

“Et dixit mihi: hii, qui amicti sunt stolis albis, qui sunt”, id est quales et quante dignitatis, “et unde venerunt”, id est ex quibus meritis et per quam viam sanctitatis ad tantam gloriam pervenerunt? (…) “Et dixi illi: Domine mi, tu scis”, quasi dicat: ego nescio, sed tu doce me, quia tu hoc scis.

 

Inf. XXXIII, 10-11

Io non so chi tu se’ né per che modo
venuto se’ qua giù; ……………………

 

 

110

[LSA, Ap 16, 10 (V vis., V ph.); Pa, f. 164ra]

(…) et quia quoad speciem habitus videntur esse unius ordinis cum eis (…)

 

Inf. XVI, 7-9; XXXIII, 11-12

Venian ver’ noi, e ciascuna gridava:
“Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri
 essere alcun di nostra terra prava”.

………………………………..ma fiorentino
mi sembri veramente quand’ io t’odo

111

[LSA, Ap 21, 2 (VII vis.); Pa, f. 194rb-va]

(…) que non solum legi et intelligi potuerunt a discipulis veritatis, immo et oculis videri et auribus audiri; illa autem que sursum est Iherusalem non potest modo videri oculis nec in scripturis sicut est invenitur expressa.

Inf. XXXIII, 19, 30

però quel che non puoi avere inteso

per che i Pisan veder Lucca non ponno

 

112

[LSA, Ap 9, 9 (III vis., V tub.); Pa, f. 104vb]

(…) disseminant verba sua (…)

Inf. XXXIII, 7

Ma se le mie parole esser dien seme

113

[LSA, Ap 9, 8 (III vis., V tub.); Pa, f. 103rb]

Pro quinta dicit: “Et dentes e[a]rum sicut dentes leonum erant”, tum per crudelitatem detractionum vitam et famam alienam corrodentium (…)

 

 

 

Inf. XXXII, 127-131; XXXIII, 8

e come ’l pan per fame si manduca,
così ’l sovran li denti a l’altro pose
là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca:
non altrimenti Tidëo si rose
le tempie a Menalippo per disdegno

che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo

114

[LSA, Ap 16, 10-11 (V vis., V ph.); Pa, f. 164ra-b]

(…) efficitur regnum eius tenebrosum, tum quia ambitio cecat oculos eorum, tum quia odium, quod concipiunt contra eos qui se increpant, aufert omnino lumen ab oculis eorum. Quia etiam tales, quando a viris spiritualibus impediti non possunt obtinere quod cupiunt, pre dolore cordis in detractionem eorum, qui se increpant, protinus erumpunt, ideo sequitur: “Et commanducaverunt linguas suas pre dolore” (Ap 16, 10). Lingue, secundum Ioachim, dicuntur hii qui habent ignem zeli Dei et ardorem loquendi contra iniurias Dei, quas increpati ab eis commanducant cum non metuunt detrahere ipsis. Vel, secundum Ricardum, linguas suas pre dolore comedunt quia proprium sermonem per invidiam et detractionem corrumpunt. Vel linguam propriam comedunt, quia intra se pre livore invidie tabescunt et se ipsos ac sui gaudii quietum saporem omnino destruunt et corrodunt. “Et blasphemaverunt Deum celi pre doloribus et vulneribus suis” (Ap 16, 11), id est pre livoribus invidie et vulneribus confessionis per confusivas increpationes sanctorum inflictis. Deum autem blasphemant, cum divinam gratiam et veritatem et divinum zelum sanctorum odiunt et maledicunt. “Et non egerunt penitentiam ex operibus suis” scilicet malis, immo, supple, amplius obstinati sunt in illis peragendis.

Inf. XXXII, 127-135; XXXIII, 4-5, 58-60, 72-73, 76-78

e come ’l pan per fame si manduca,
così ’l sovran li denti a l’altro pose
là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca:
non altrimenti Tidëo si rose
le tempie a Menalippo per disdegno,
che quei faceva il teschio e l’altre cose.
“O tu che mostri per sì bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi ’l perché”, diss’ io ………

Poi cominciò: “Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ’l cor mi preme

ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
di manicar, di sùbito levorsi

…………………… ond’ io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno”

Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese ’l teschio misero co’ denti,
che furo a l’osso, come d’un can, forti.

 

115

[LSA, Ap 2, 10 (I vis., II eccl.); Pa, f. 40va-b]

Secundo eius ad futuras passiones impavide expectandas et tolerandas confortatio, ibi: “Nichil horum timeas”.

 

Inf. VIII, 104-107; Purg. IX, 43, 46

mi disse: “Non temer; ché ’l nostro passo
non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.
Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso
conforta e ciba di speranza buona”

Dallato m’era solo il mio conforto ……
Non aver tema”, disse il mio segnore

116

[LSA, Ap 2, 8 (I vis., II eccl.); Pa, f. 40vb]

(…) non diffidas te a tuis passionibus per me salvandum (…)

[LSA, Ap 2, 10 (I vis., II eccl.); Pa, ff. 40va-b, 41rb]

Secundo eius ad futuras passiones impavide expectandas et tolerandas confortatio, ibi: “Nichil horum timeas” (…) “Nichil horum timeas que passurus es”, quasi dicat: passurus quidem es multa, sed non oportet te timere illa, tum quia ego semper tecum ero et protegam, tum quia non sunt ad tuum dampnum, sed potius ad probationem et ad amplius meritum et ad maioris corone triumphum et premium (…) Tertio futurarum passionum eius predictio (…) Ideo specificat sibi aliqua de hiis que est passurus in se vel saltem in suis, unde subdit: “Ecce missurus est diabolus ex vobis in carcerem”.

Inf. II, 12; V, 19; XXVII, 100; XXXIII, 17; Purg. III, 22-24; Inf. XIII, 12; XXXIII, 27, 41; Purg. XIV, 67

prima ch’a l’alto passo tu mi fidi

guarda com’ entri e di cui tu ti fide

E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti

fidandomi di lui, io fossi preso

’l mio conforto: “Perché pur diffidi?”,
a dir mi cominciò tutto rivolto;
“non credi tu me teco e ch’io ti guidi?”

con tristo annunzio di futuro danno.

che del futuro mi squarciò ’l velame. ……
pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava

Com’ a l’annunzio di dogliosi danni

 

117

[LSA, Ap 12, 4 (IV vis., I prel.); Pa, ff. 129vb-130ra]

“(…) si eum cognovissent, numquam Dominum glorie crucifixissent” (1 Cor 2, 8), dicunt sancti quod si demones indubitabiliter scivissent Christum esse Dominum glorie, numquam ipsum crucifigi fecissent vel instigassent.

[LSA, Ap 11, 3 (III vis., VI tub.); Pa, f. 120rb]

(…) unde et Iohannis ultimo allegorice designatur per [Petrum], cui di[c]it Christus: “Pasce oves meas”, et “cum senueris extendes manus tuas”, scilicet in cruce (Jo 21, 17-19) (…)

Inf. XIII, 46-51

S’elli avesse potuto creder prima”,
rispuose ’l savio mio, “anima lesa,
ciò c’ha veduto pur con la mia rima,
non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.”

 

118

[LSA, Ap 6, 12-17 (II vis., VI sig.); Pa, f. 82vb]

(…) quia populus christianus fuit per viros evangelicos multipliciter, saltem trina citatione, citandus ad penitentiam (…)

Purg. XIX, 34-35

…………. e ’l buon maestro:  “Almen tre
 voci t’ho messe!”, dicea ………………….

 

119

[LSA, Ap 9, 14 (III vis., VI tub.); Pa, f. 110rb]

Potestas enim pape et multitudo plebium sibi obediens et favor ipsius est quasi magnus fluvius Eufrates impediens transitum et insultum emulorum evangelici status in ipsum (…)

Par. IX, 124-126

perch’ ella favorò la prima gloria
di Iosüè in su la Terra Santa,
che poco tocca al papa la memoria.

 

120

[LSA, Ap 10, 3 (III vis., VI tub.); Pa, f. 116ra]

(…) quia cum clausus erat liber videbantur aliquantulam excusationem habere, ex quo autem est apertus nullum velamen excusationis relinquitur eis (…)

 

Purg. IX, 110; X, 6; XV, 130-131

misericordia chiesi e ch’el m’aprissse……

qual fora stata al fallo degna scusa?

Ciò che vedesti fu perché non scuse
d’aprir
lo core a l’acque de la pace

121

[LSA, Ap 22, 10 (VII vis.); Pa, f. 205rb-206ra]

Unde subdit: “Et dixit michi”, scilicet angelus, “Ne signaveris”, id est non occultes nec sub sigillo claudas, “verba prophetie huius libri” (…) Quarta (responsio) est quod supra precipit ut non revelet omnia omnino nude et absque figuris, hic vero quod revelet ea prout hic sunt scripta, quedam scilicet proprie et clare et quedam sub velaminibus figurarum, et deinde quod exponantur prout et quantum expedit et non plus.

Purg. XXXIII, 52-53, 100-102; Par. XXVII, 66

Tu nota; e sì come da me son porte,
così queste parole segna a’ vivi

Veramente oramai saranno nude
le mie parole, quanto converrassi
quelle scovrire a la tua vista rude.

e non asconder quel ch’io non ascondo

122

[LSA, Ap 18, 1 (VI vis./IV); Pa, ff. 175vb-176ra]

(…) quia non in obscuro enigmate, sed sicut in claritate solis annuntiabit hominibus veritatem.

 

Par. XVII, 31, 34-35

Né per ambage, in che la gente folle ……
ma per chiare parole e con preciso
latin rispuose quello amor paterno

123

[LSA, Prologus, Notabile IV; Pa, f. 5ra]

Et hinc est quod Isaias et Ieremias et ceteri prophete veteris testamenti predixerunt aliqua suis temporibus per facti evidentiam verificata (…)

Purg. XXXIII, 49

 

ma tosto fier li fatti le Naiade

124

[LSA, Ap 6, 14 (II vis., VI sig.); Pa, f. 84rb]

(…) et “insule”, id est monasteria et magne ecclesie in hoc mundo quasi in solo seu mari site, movebunturde locis suis”, id est subvertentur et eorum populi in mortem vel in captivitatem ducentur.

 

Inf. XXXIII, 82; Par. VIII, 73-75

muovasi la Capraia e la Gorgona

se mala segnoria, che sempre accora
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar: ‘Mora, mora!’.

125

[LSA, Ap 16, 19 (VI vis., radix); Pa, f. 167va]

Ex hiis autem sequetur divisio que subditur: “Et facta est civitas magna in tres partes”.

Par. XVI, 154

per divisïon fatto vermiglio

126

[ibid.]

partes due in ea dispergentur et deficient” (Zc 13, 8)

Inf. X, 48

sì che per due fïate li dispersi

127

[LSA, Ap 16, 20 (VI vis., radix); Pa, f. 168ra]

Sicut in terra nichil firmius et eminentius aut tutius quam montes (…)

Purg. XXXII, 148

Sicura, quasi rocca in alto monte

 

128

[LSA, Ap 3, 7 (I vis., VI eccl.); Pa, f. 48va-b]

(…) ideo non dabitur ei tantum robur virtutis ad fortia opera sicut datum est primis statibus et specialiter quarto (…) Propter igitur utramque causarum predictarum dicitur hic mistice de sexto statu quod modicam habet virtutem et quod loco huius apertum est sibi hostium contemplationis et predicationis.

Inf. II, 11, 129-130

guarda la mia virtù s’ell’ è possente

si drizzan tutti aperti in loro stelo,
tal mi fec’ io di mia virtude stanca

 

129

[LSA, Ap 10, 2 (III vis., VI tub.); Pa, f. 115vb]

Et nota quod hic angelus non posuit supra se mare et terram, sed potius sub pedibus suis, quia per altissimam paupertatem et austeritatem et humilitatem omnes mundanas divitias et honores et delicias sub suis pedibus conculcavit nullique adulatorie aut pro mundano questu se carnaliter seu viliter subdens.

Par. XXII, 128-129, 134-135

rimira in giù, e vedi quanto mondo
sotto li piedi già esser ti fei ……
………………………..e vidi questo globo
tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante

130

[LSA, Ap 12, 1 (IV vis., radix); Pa, f. 127va]

(…) et “lunam”, id est temporalia instar lune mutabilia et de se umbrosa, et figuralem corticem legis et sinagoge, ac mundanam scientiam et prudentiam instar lune mutabilem et nocturnam et frigidam seu infrigidativam, tenens sub pedibus, id est partim eam spernens et conculcans et partim suo famulatui eam subiciens (…)

 

Inf. XXIX, 10; Par. XXII, 128-129, 139-141

E già la luna è sotto i nostri piedi

rimira in giù, e vedi quanto mondo
sotto li piedi
già esser ti fei ……
Vidi la figlia di Latona incensa
sanza quell’ ombra che mi fu cagione
per che già la credetti rara e densa.

131

[LSA, Ap 12, 6 (IV vis., I prel.); Pa, f. 132va]

(…) novum testamentum differt a veteri sicut sol a luna, et ideo generationes veteris testamenti ad modum lune crescentis et decrescentis cucurrerunt per dissimiles annos.

Par. XVI, 82-84, 91

E come ’l volger del ciel de la luna
cuopre e discuopre i liti sanza posa,
così fa di Fiorenza la Fortuna ……
e vidi così grandi come antichi

132

[LSA, incipit; Pa, f. 1ra-b]

Erit lux lune sicut lux solis, et lux solis erit septempliciter sicut lux septem dierum, in die qua alligaverit Dominus vulnus populi sui et percussuram plage eius sanaverit”. In hoc verbo, ex XXX° capitulo Isaie (Is 30, 26) assumpto, litteraliter prophetatur precellentia fulgoris celestium luminarium, quam in fine mundi ad pleniorem universi ornatum Dei dono habebunt. Allegorice vero extollitur gloria Christi et novi testamenti. Novum enim testamentum se habet ad vetus sicut sol ad lunam, unde IIa ad Corinthios III° (2 Cor 3, 7-8) dicit Apostolus: “Quod si ministratio mortis”, id est veteris legis mortem et dampnationem per accidens inducentis, “fuit in gloria, ita ut non possent filii Israel intendere in faciem Moysi propter gloriam vultus eius, que evacuatur”, id est que fuit temporalis et transitoria, “quomodo non magis ministratio spiritus”, id est spiritualis gratie et sapientie Christi, “erit in gloria?”. Tempore autem quo Christus erat nostra ligaturus vulnera sol nove legis debuit septempliciter radiare et lex vetus, que prius erat luna, debuit fieri sicut sol. Nam umbra sui velaminis per lucem Christi et sue legis aufertur secundum Apostolum, capitulo eodem dicentem quod “velamen in lectione veteris testamenti manet non revelatum, quoniam in Christo evacuatur”. Unde “usque in hodiernum diem, cum legitur Moyses”, id est lex Moysi, “velamen est positum super cor” Iudeorum; “cum autem conversus fuerit ad Dominum, auferetur velamen. Nos vero revelata facie gloriam Domini speculantes in eandem imaginem transformamur a claritate in claritatem” (2 Cor 3, 14-16, 18). Et subdit (2 Cor 4, 6): “Quoniam Deus, qui dixit de tenebris lucem splendescere”, id est qui suo verbo et iussu de tenebrosa lege et prophetarum doctrina lucem Christi eduxit, “ipse illuxit in cordibus nostris ad illuminationem scientie et claritatis Dei in faciem Christi Ihesu”, scilicet existentis et refulgentis. (…)
Hec enim septem sunt velut septem dies solaris doctrine Christi, que sub velamine scripta et absconsa fuerunt in lege et prophetis. Eo ipso autem quod doctrina novi testamenti probat se ipsam contineri in veteri sicut nucleum in testa et pullum in ovo et fructum in semine vel radice et sicut lumen in lucerna lucente in loco caliginoso, eo ipso promovetur luna, id est vetus lex et scriptura, in lucem solis.

 

Par. XXIII, 16-21, 25-33

Ma poco fu tra uno e altro quando,
del mio attender, dico, e del vedere
lo ciel venir più e più rischiarando;
e Bëatrice disse: “Ecco le schiere
del trïunfo di Cristo e tutto ’l frutto
ricolto del girar di queste spere!”.

Quale ne’ plenilunïi sereni
Trivïa ride tra le ninfe etterne
che dipingon lo ciel per tutti i seni,
vid’ i’ sopra migliaia di lucerne
un sol che tutte quante l’accendea,
come fa ’l nostro le viste superne;
e per la viva luce trasparea
la lucente sustanza tanto chiara
nel viso mio, che non la sostenea.

Par. XXII, 139-143, 148-150

Vidi la figlia di Latona incensa
sanza quell’ ombra che mi fu cagione
per che già la credetti rara e densa.
L’aspetto del tuo nato, Iperïone,
quivi sostenni ……………………
e tutti e sette mi si dimostraro
quanto son grandi e quanto son veloci
e come sono in distante riparo.

 

133

[LSA, Ap 12, 14 (IV vis., III-IV prel.); Pa, f. 140ra]

Nempe et ecclesia ipsa virginum, que in muliere significatur, est mater et nutrix fidelium, quia Virgo portavit Christum in utero, Virgo peperit et lactavit? Tales etiam viri et mulieres in signa fuere (…)

 

Purg. XXI, 97-98; XXII, 101-105; XXIX, 37

de l’Eneïda dico, la qual mamma
fummi, e fummi nutrice, poetando:

 ………………..“siam con quel Greco
che le Muse lattar più ch’altri mai,
nel primo cinghio del carcere cieco;
spesse fïate ragioniam del monte
che sempre ha le nutrice nostre seco.”

O sacrosante Vergini, se fami

134

[LSA, Ap 3, 7 (I vis., VI eccl.); Pa, f. 49rb]

(…) quia potius prefertur eis in pati seu recipere quam in agere vel dare (…)

 

Purg. XXV, 47; Par. II, 35, 38

l’un disposto a patire, e l’altro a fare

ne ricevette, com’ acqua recepe ……
com’ una dimensione altra patìo

135

[LSA, Ap 1, 12 (I vis., radix); Pa, f. 28vb]

(…) et in candelabri formam producitur et instrumentum ignis et luminis efficitur,

Purg. XXIX, 52

Di sopra fiammeggiava il bello arnese

 

136

[segue]

sic ecclesie temptationibus probate et persecutionibus extenuate ardent caritate et lucent sapientia et veritate et exemplari opere.

Purg. XXIX, 61-62

………………. Perché pur ardi
 sì ne l’affetto de le vive luci 

137

[LSA, Ap 1, 13 (I vis., radix); Pa, f. 29rb-va]

Succingi circa renes designat restrictionem inferiorum concupiscentiarum et operum  carnis.

 

Inf. XVI, 106-108; XXXI, 85-87

Io avea una corda intorno cinta,
e con essa pensai alcuna volta
prender la lonza a la pelle dipinta.

A cigner lui qual che fosse ’l maestro,
non so io dir, ma el tenea soccinto
dinanzi l’altro e dietro il braccio destro

138

[ibid.; Pa, f. 29va]

Precingi vero ad mamillas designat restrictionem omnis impuri cogitatus et affectus cordis. Intellectus enim et voluntas sunt quasi due mamille mentis, propinantes lac sapientie et amoris.

 

Inf. XX, 52; Par. XXVII, 112-114

E quella che ricuopre le mammelle

Luce e amor d’un cerchio lui comprende,
sì come questo li altri; e quel precinto
 colui che ’l cinge solamente intende.

139

[ibid.]

Item cingi zona pellicea, id est de corio animalium mortuorum, est timore mortis seu pene castitatem servare.

 

Par. XV, 112-113, 115-116

Bellincion Berti vid’ io andar cinto
di cuoio e d’osso …………………….
e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio
esser contenti a la pelle scoperta

140

[ibid.]

Cingi vero zona aurea est ex mero et solido caritatis ardore eam (castitatem) servare.

 

Par. X, 67-69; XXIX, 1-6

così cinger la figlia di Latona
vedem talvolta, quando l’aere è pregno,
sì che ritenga il fil che fa la zona.

Quando ambedue li figli di Latona,
coperti del Montone e de la Libra,
fanno de l’orizzonte insieme zona,
quant’ è dal punto che ’l cenìt inlibra
infin che l’uno e l’altro da quel cinto,
cambiando l’emisperio, si dilibra

141

[LSA, Ap 1, 14 (I vis., radix); Pa, f. 29va]

Quarta (perfectio summo pastori condecens) est reverenda et preclara sapientie et consilii maturitas per senilem et gloriosam canitiem capitis et crinium designata (…)

Inf. XXVII, 116-117

perché diede ’l consiglio frodolente,
dal quale in qua stato li sono a’ crini

 

142

[ibid.]

Quarta (perfectio summo pastori condecens) est reverenda et preclara sapientie et consilii maturitas per senilem et gloriosam canitiem capitis et crinium designata, unde subdit: “caput autem eius et capilli erant candidi tamquam lana alba et tamquam nix”.

Inf. III, 83, 97

un vecchio, bianco per antico pelo …

Quinci fuor quete le lanose gote

 

 

143

[ibid.]

Quarta (perfectio summo pastori condecens) est reverenda et preclara sapientie et consilii maturitas per senilem et gloriosam canitiem capitis et crinium designata, unde subdit: “caput autem eius et capilli erant candidi tamquam lana alba et tamquam nix”.

Purg. I, 31-35

vidi presso di me un veglio solo,
degno di tanta reverenza in vista,
che più non dee a padre alcun figliuolo.
Lunga la barba e di pel bianco mista
portava, a’ suoi capelli simigliante

144

[ibid.]

(…) et candor intensior nostroque visui intolerabilior (…)

Par. XIV, 77-78

come si fece sùbito e candente
a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!

145

[LSA, Ap 1, 14 (I vis., radix); Pa, f. 29vb]

Quinta (perfectio summo pastori condecens) est contemplationis speculative et practice zelativus et perspicax fervor et splendor, omnes actus et intentiones et nutus ecclesiarum circumspiciens, unde subdit: “et oculi eius velut flamma ignis”.

Inf. III, 99; Par. XXXIII, 129

che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote

da li occhi miei alquanto circunspetta

 

146

[LSA, Ap 1, 14-15 (I vis., radix); Pa, ff. 29va-30ra]

Quarta (perfectio summo pastori condecens) (…) unde subdit: “caput autem eius et capilli erant candidi tamquam lana alba et tamquam nix”. Sicut autem in lana est calor fomentativus et mollities corpori se applicans, et candor contemperatior et suavior quam in nive, sic in nive est frigiditatis et congelationis algor et rigor et candor intensior nostroque visui intolerabilior, est etiam humor sordium purgativus et terre impinguativus. Per que designatur quod Christi sapientia est partim nobis condescensiva et sui ad nos contemperativa nostrique fomentativa et sua pietate calefactiva, partim autem est a nobis abstracta et nobis rigida nimisque intensa, nostrarumque sordium purgativa nostreque hereditatis impinguativa. (…)
Sexta est sue active seu suorum operum perfectio, unde subdit: “et pedes eius similes auricalco, sicut in camino ardenti” (Ap 1, 15). Auricalcum est es nitidissimum valde simile auro, et cum est in camino ardenti est ignitissimum ac scintillans liquefactum. Christi autem corporales seu exteriores et inferiores actus et processus fuerunt et sunt igne caritatis Dei et nostri ignitissimi et exemplariter scintillantes et etiam, dum hic viveret, in camino temptationum probati et auro sue interne et superne caritatis simillimi. (…)
Septima est sue doctrine celebris resonantia et irrigatio fecunda, unde subdit: “et vox illius tamquam vox aquarum multarum” (Ap 1, 15).

→ [LSA, Ap 14, 2 (IV vis., VI prel.); Pa, f. 151vb]

Secundo quod erat irrig[u]a et fecunda et ex magno et multo collegio sanctorum et plurium virtualium affectuum ipsorum procedens et concorditer unita, cum dicit: “tamquam vocem aquarum multarum”. (…) Sonat etiam quasi cum irriguo pinguium et lavantium et refrigerantium lacrimarum et rugientium suspiriorum.

 

Purg. XXX, 70-72, 79-102

regalmente ne l’atto ancor proterva
continüò come colui che dice
e ’l più caldo parlar dietro reserva ……

Così la madre al figlio par superba,
com’ ella parve a me; perché d’amaro
sente il sapor de la pietade acerba.
Ella si tacque; e li angeli cantaro  Ps 30, 2-9
di sùbito ‘In te, Domine, speravi’;
ma oltre ‘pedes meos’ non passaro.
come neve tra le vive travi
per lo dosso d’Italia si congela,
soffiata e stretta da li venti schiavi,
poi, liquefatta, in sé stessa trapela,
pur che la terra che perde ombra spiri,
sì che par foco fonder la candela;
così fui sanza lagrime e sospiri
anzi ’l cantar di quei che notan sempre
dietro a le note de li etterni giri;
ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre
lor compartire a me, par che se detto
avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’,
lo gel che m’era intorno al cor ristretto,
spirito e acqua fessi, e con angoscia
de la bocca e de li occhi uscì del petto.
Ella, pur ferma in su la detta coscia
del carro stando, a le sustanze pie
volse le sue parole così poscia:

147

[LSA, Ap 1, 5 (Salutatio: primatus Christi secundum quod homo); Pa, f. 25rb-va]

Secundo primatum resurrectionis, cum dicit: “primo-genitus ex mortuis”. (…)
Tertio primatum supreme et universalis dominationis, cum ait: “et princeps regum terre”. Per reges terre intelligit non solum homines, sed etiam superiores angelos qui celesti hierarchie et subcelesti principantur. Propter tamen sensuales, qui plus estimant reges et regna terre quam celi, dicit “regum terre”, et etiam contra credentes Christum et eius angelos principari solum in regno celi et non in toto regno terrarum seu inferiorum.
Quarto primatum dilectionis, cum dicit: “qui dilexit nos”.
Quinto primatum nostre iustificationis et redemptionis, quam iustificationem tangit dicendo: “et lavit nos a peccatis nostris”; redemptionem vero cum subdit: “in sanguine suo”, id est in merito sue passionis et mortis cuius modum et speciem exprimit sanguis effusus. Servat autem methaforam leprosorum, qui per balneum sanguinis mundi et calidi expurgantur et sanantur.
Premisit autem “qui dilexit nos”, ad monstrandum quod ipse nos redemit et lavit non ex sua necessitate vel utilitate, vel ex debito vel ex timore aut ex coactione, sed ex sua sola misericordia et gratuita caritate.

Par. VIII, 34-39, 55-60; IX, 91-93:

Noi ci volgiam coi principi celesti
d’un giro e d’un girare e d’una sete,
ai quali tu del mondo già dicesti:
Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete’;
e sem sì pien d’amor, che, per piacerti,
non fia men dolce un poco di quïete.

Assai m’amasti, e avesti ben onde;
che s’io fossi giù stato, io ti mostrava
di mio amor più oltre che le fronde.
Quella sinistra riva che si lava
di Rodano poi ch’è misto con Sorga,
per suo segnore a tempo m’aspettava

Ad un occaso quasi e ad un orto
Buggea siede e la terra ond’ io fui,
che fé del sangue suo già caldo il porto.

Inf. XXVI, 94-96:

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta

148

[LSA, Ap 1, 7 (Salutatio: septimus primatus Christi secundum quod homo); Pa, f. 26ra]

Septimo ascribit ei primatum iudiciarie retributionis omnium bonorum et malorum, et ut hoc sensibilius et magnificentius ac terribilius nobis ingerat, introducit eius de celo maiestativum adventum quasi iam presentem seu in procinctu imminentem, dicens: “Ecce venit cum nubibus”.

Inf. III, 82

 

Ed ecco verso noi venir per nave

 

149

[LSA, Ap 2, 18 (I vis., IV eccl.); Pa, ff. 43vb-44ra]

(…) Christus proponitur ut habens oculos lucidos et ardentes sicut est flamma ignis (…)

Par. III, 24

che, sorridendo, ardea ne li occhi santi

150

[ibid.]

(…) Christus proponitur ut habens oculos lucidos et ardentes sicut est flamma ignis (…) per oculos autem flammeos, fervor et lux contemplationis ignite (…)

[Ap 2, 26-28 (I vis., IV vict.); Pa, f. 36rb]

(…) et potestativum dominium super omnes dampnandos et claritas plusquam stellaris  (…)

Inf. II, 55

 

 

Lucevan li occhi suoi più che la stella

 

 

 

 

 

151

[LSA, Ap 2, 23 (I vis., IV eccl.); Pa, f. 45va]

(…) tunc omnibus de facto patet quod ipse omnia mala quantumcumque occulta intime novit et ponderat, ac si ea profundissime scrutaretur.

Purg. XVII, 127-129

Ed ei: “Se tu avessi cento larve
sovra la faccia, non mi sarian chiuse
le tue cogitazion, quantunque parve.”

152

[LSA, Ap 3, 1 (I vis., V eccl.); Pa, f. 46rb]

Unde et Ricardus dat aliam rationem quare hec ecclesia dicta est “Sardis”, id est principium pulchritudinis, quia scilicet sola initia boni non autem consumationem habuit, et solum nomen sanctitatis potius quam rem. Supra vero fuit alia ratio data. Respectu etiam prave multitudinis tam huius quinte ecclesie quam quinti status, prefert se habere “septem spiritus Dei et septem stellas”, id est fontalem plenitudinem donorum et gratiarum Spiritus Sancti et continentiam omnium sanctorum episcoporum quasi stellarum, tum ut istos de predictorum carentia et de sua opposita immunditia plus confundat, tum ut ad eam rehabendam fortius attrahat.

Par. V, 109-111

Pensa, lettor, se quel che qui s’inizia
non procedesse, come tu avresti
di più savere angosciosa carizia

 

153

[LSA, Prologus, Notabile XIII; Pa, f. 18vb]

In quinto vero tempore fuerunt spiritualiores monachi quasi aves volantes, clerici vero gentibus commixti fuerunt quasi pisces in aquis (cfr. Gn 1, 20-21). In hac autem die primo dictum est: “Crescite et multiplicamini” et cetera (Gn 1, 22), quia numquam in preteritis temporibus sic monasteria vel ecclesie in tali vita, que conveniret pluribus, ordinate fuere quomodo in tempore quinto, quia non tantum clericorum et monachorum, verum etiam ecclesiarum et monasteriorum que sunt propagata in tempore quinto in hac occidentali ecclesia colligere numerum non est facile. Unde quamvis vita monachorum quarti temporis fuerit clarior, non tamen fecundior nec sic habens sensum vivum et tenerum pietatis.

Par. V, 100-105, 121-122

Come ’n peschiera ch’è tranquilla e pura
traggonsi i pesci a ciò che vien di fori
per modo che lo stimin lor pastura,
sì vid’ io ben più di mille splendori
trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udia:
“Ecco chi crescerà li nostri amori”. ……
Così da un di quelli spirti pii
detto mi fu ………………………….

154

[LSA, Ap 9, 3 (III vis., V tub.); Pa, f. 101vb]

Tertio tangitur quedam spiritalis plaga quorundam pestiferorum de predicto fumo exeuntium, cum subdit: “et de fumo putei exierunt locuste in terram” (Ap 9, 3). Quamvis per has locustas possint designari omnes mali christiani quorum malitia est multa et publica et multorum lesiva et cruciativa, magis tamen proprie, quoad hunc primum sensum, designat pravam multitudinem clericorum et monachorum et iudicum et ceterorum curialium plurimos spiritaliter et temporaliter pungentium et cruciantium, qui omnes de fumo putei exeunt quia de pravo exemplo effrenationis prefate occasionem et inductivam causam sui mali traxerunt, et etiam quia quasi de puteo inferni cum predicto fumo exempli pessimi videntur exisse.

Purg. XX, 70-75, 79

Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi,
che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
per far conoscer meglio e sé e ’ suoi.
Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia
con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia. ……
L’altro, che già uscì preso di nave

 

155

[LSA, Ap 9, 5-6 (III vis., V tub.); Pa, f. 106va-b]

In prima enim tribulatione clericales conculcant plebeios, quasi pedes, per fastum arrogantie et per contemptum contumelie seu parvificentie, sed per rapine violentiam et per calumpnie fraudulentiam sunt eorum manus rapientes bona de manibus aliorum (…)

Purg. XX, 64-66

Lì cominciò con forza e con menzogna
la sua rapina; e poscia, per ammenda,
Pontì e Normandia prese e Guascogna.

 

156

[LSA, Ap 9, 3 (III vis., V tub.); Pa, ff. 101vb-102ra]

Vocantur autem “locuste”, (…) tum quia instar locustarum postremis cruribus saliunt, proponendo scilicet in fine penitentiam agere et sic sperant ad gloriam eternam salire, pedibus vero anterioribus et toto ore terre adherent virentia cuncta rodentes;

Purg. XIX, 72-73, 106

giacendo a terra tutta volta in giuso.
Adhaesit pavimento anima mea
Ps 118, 25

La mia conversïone, omè!,  fu tarda

157

(segue)

tum quia locusta est animal parvum et secundum legem mundum, habetque alas non ad altum et diuturnum volatum sed ad infimum et modicum.

 

Inf. XXI, 9-10; XXII, 122-123, 127-129

a rimpalmare i legni lor non sani,
ché navicar non ponno ………….

fermò le piante a terra, e in un punto
saltò e dal proposto lor si sciolse. ……
Ma poco i valse: ché l’ali  al sospetto
non potero avanzar; quelli andò sotto,
e quei drizzò volando suso il petto

158

[LSA, Ap 9, 3 (III vis., V tub.); Pa, ff. 101vb-102ra]

Vocantur autem “locuste”, tum quia ad modum locuste alte saliunt per elationem, et hoc postremis cruribus quia vanam gloriam in omnibus finaliter intendunt, et ad terram recidunt per cupiditatem; tum quia instar locustarum postremis cruribus saliunt, proponendo scilicet in fine penitentiam agere et sic sperant ad gloriam eternam salire, pedibus vero anterioribus et toto ore terre adherent virentia cuncta rodentes; tum quia locusta est animal parvum et secundum legem mundum, habetque alas non ad altum et diuturnum volatum sed ad infimum et modicum.

Purg. I, 1-3; XX, 91-93

Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele

Veggio il novo Pilato sì crudele,
che ciò nol sazia, ma sanza decreto
portar nel Tempio le cupide vele.

 

159

[LSA, Ap 9, 8 (III vis., V tub.); Pa, f. 103rb]

Pro quinta dicit: “Et dentes e[a]rum sicut dentes leonum erant”, tum per crudelitatem detractionum vitam et famam alienam corrodentium et precipue suorum emulorum, tum propter impiam rapacitatem tempo-ralium.

Inf. III, 100-102

Ma quell’ anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che ’nteser le parole crude.

 

 

160

[LSA, Ap 1, 14 (I vis., radix); Pa, f. 29va-b]

Sicut autem in lana est calor fomentativus et mollities corpori se applicans, et candor contemperatior et suavior quam in nive, sic in nive est frigiditatis et congelationis algor et rigor et candor intensior nostroque visui intolerabilior, est etiam humor sordium purgativus et terre impinguativus. Per que designatur quod Christi sapientia est partim nobis condescensiva et sui ad nos contemperativa nostrique fomentativa et sua pietate calefactiva, partim autem est a nobis abstracta et nobis rigida nimisque intensa, nostra-rumque sordium purgativa nostreque hereditatis impinguativa.

Inf. XXX, 64-72

Li ruscelletti che d’i verdi colli
del Casentin discendon giuso in Arno,
faccendo i lor canali freddi e molli,
sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
ché l’imagine lor vie più m’asciuga
che ’l male ond’ io nel volto mi discarno.
La rigida giustizia che mi fruga
tragge cagion del loco ov’ io peccai
a metter più li miei sospiri in fuga.

161

[LSA, Ap 8, 3 (III vis., radix); Pa, f. 95rb]

Sequitur: “habens turibulum aureum in manu sua”, id est corpus suum purissimum omni gratia Deo gratum et incenso sacre et odorifere devotionis repletum. Secundum etiam Ricardum, hoc turibulum sunt sancti apostoli, qui ad electorum preces Deo offerenda[s] sunt principaliter constituti. “Et data sunt illi incensa multa”, id est orationes Deo delectabiles. Data quidem sunt ei ab ipsis orantibus se et sua vota sibi tamquam nostro mediatori et advocato committentibus et per ipsum ea offerri Deo postulantibus.

Par. XXXIII, 29-32, 40-42

 ………………….tutti miei prieghi
 ti porgo, e priego che non sieno scarsi,
perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co’ prieghi tuoi

Li occhi da Dio diletti e venerati,
fissi ne l’orator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati

 

 

162

[ibid.]

“Et data sunt illi incensa multa”, id est orationes Deo delectabiles. Data quidem sunt ei ab ipsis orantibus se et sua vota sibi tamquam nostro mediatori et advocato committentibus et per ipsum ea offerri Deo postu-lantibus.

Purg. VI, 26; XVI, 50-51

quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi

…………………………………“I’ ti prego
che per me prieghi quando sù sarai”.

 

163

[ibid.]

“Et data sunt illi incensa multa”, id est orationes Deo delectabiles. Data quidem sunt ei ab ipsis orantibus se et sua vota sibi tamquam nostro mediatori et advocato committentibus et per ipsum ea offerri Deo postulantibus.

Purg. XXXIII, 118-119; Par. X, 118-119

Per cotal priego detto mi fu: “Priega
 Matelda che ’l ti dica”. …………….

Ne l’altra piccioletta luce ride
quello avvocato de’ tempi cristiani

164

[ibid.; Pa, f. 95ra-b]

Vel, secundum Ioachim, hoc altare est parvus ille numerus sanctorum prophetarum et patrum qui ante Christi adventum collectus erat, super quibus vota et orationes iustorum oblate sunt quasi super altari, quia non solum passio Christi profuit nobis ad impetrandum misericordiam Dei, sed etiam fides et meritum precedentium sanctorum. Non quod non sufficiat ad omnia Christus, sed quia in opere pietatis vult sanctos patres habere consortes.

 

Purg. XXIX, 115-120; XXX, 7-9

Non che Roma di carro così bello
rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
ma quel del Sol saria pover con ello;
quel del Sol che, svïando, fu combusto
per l’orazion de la Terra devota,
quando fu Giove arcanamente giusto.

………………………..la gente verace,
venuta prima tra ’l grifone ed esso,
al carro volse sé come a sua pace

165

[LSA, Ap 12, 16 (IV vis., III-IV prel.); Pa, f. 140va]

Vel, secundum eundem (Ricardum), collectio perfectorum et in fide stabilium est terra humilis et solida que, cum contra temptationes diaboli unanimiter orat, quasi ore absorbet seu destruit flumen, dum orando vincit temptationes.

Purg. XXIX, 118-120

quel del Sol che, svïando, fu combusto
per l’orazion de la Terra devota,
quando fu Giove arcanamente giusto.

 

166

[LSA, Ap 2, 23 (I vis., IV eccl.); Pa, f. 45rb-va]

Et filios eius”, id est sequaces eius, “interficiam in mortem”, id est sic quod ducam eos ad mortem. (…) Quando enim Deus aperte non punit mala quantum iustitia exigit, videtur ignorare mala et pondus eorum; quando autem iustissime et rigidissime et publicissime punit illa, tunc omnibus de facto patet quod ipse omnia mala quantumcumque occulta intime novit et ponderat, ac si ea profundissime scrutaretur.

Purg. VI, 100-102, 118-120; XXIX, 120

giusto giudicio da le stelle caggia
sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto,
tal che ’l tuo successor temenza n’aggia! ……
E se licito m’è, o sommo Giove
che fosti in terra per noi crucifisso,
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

quando fu Giove arcanamente giusto

167

[LSA, Ap 16, 2 (V vis., I ph.); Pa, f. 162rb]

Omnes reprobi habent aliquam falsam estimationem eius [quod] prave sequuntur et amant et in quo, tamquam in Deo, suam beatitudinem estimant et querunt, et ideo id quod adorant est potius falsa imago quam realis veritas Dei et vere glorie.

Purg. XXX, 130-131

e volse i passi suoi per via non vera,
imagini di ben seguendo false

 

168

[LSA, Ap 8, 8 (III vis., II tub.); Pa, f. 97va]

(…) exarsit igne ire et invidie contra ipsos (…)

Purg. XIV, 82

Fu il sangue mio d’invidiarïarso

169

[LSA, Ap 14, 3-4 (IV vis., VI prel.); Pa, f. 152rb, vb]

(Ap 14, 3) Sexto quia non cantabatur ad inanem gloriam mundi nec coram vanis regibus et gentibus, sed solum coram Deo et sanctis et ad gloriam Dei. (…) (Ap 14, 4) Qui ergo secundum omnes sublimes et supererogativas perfectiones mandatorum et consiliorum Christi ipsum prout est hominibus huius vite possibile participant, “hii sequuntur Agnum quocumque ierit” (…)

 

Par. III, 121-125; XXVIII, 100-102

Così parlommi, e poi cominciò ‘Ave,
Maria
’ cantando, e cantando vanio
come per acqua cupa cosa grave.
La vista mia, che tanto lei seguio
 quanto possibil fu, ………………..

Così veloci seguono i suoi vimi,
per somigliarsi al punto quanto ponno;
e posson quanto a veder son soblimi.

170

[LSA, Ap 14, 4; Pa, f. 152vb]

Item “sequuntur” ipsum “quocumque ierit”, quia sic semper dirigunt et tenent suum aspectum in ipsum quod ipsum semper et ubique presentialiter vident vel speculantur quasi presentem.

Par. XXVIII, 94-96

Io sentiva osannar di coro in coro
al punto fisso che li tiene a li ubi,
e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro.

 

171

[LSA, Ap 3, 18/20 (I vis., VII eccl.); Pa, ff. 54va, 55rb]

(…) cum se et totum cor suum offert et dedicat servituti et obedientie Dei pro ipso et eius caritate habenda. (…) Deinde incitat et allicit eum fortius, exhibendo se ei ut paratissimum et desideratissimum associalissime et intime convivendum et convivandum cum eo (…) vehementer excito ut michi corda vestra aperiatis.

Inf. X, 43-44; Purg. XXVI, 104

Io ch’era d’ubidir disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel’ apersi

tutto m’offersi pronto al suo servigio

 

 

172

[LSA, Ap 3, 20 (I vis., VII eccl.); Pa, f. 55rb]

Deinde incitat et allicit eum fortius, exhibendo se ei ut paratissimum et desideratissimum associalissime et intime convivendum et convivandum cum eo (…) “Si quis audierit”, id est cordaliter seu obedienter receperit, “vocem meam”, scilicet monitionum mearum predictarum, “et aperuerit michi ianuam”, id est viscerales consensus et affectus cordis sui, “intrabo ad illum”, scilicet per influxus et illapsus gratie, “et cenabo cum illo”, scilicet acceptando et amative michi incorporando ipsum et omnia bona eius tamquam cibos michi amabiles et suaves, “et ipse mecum”, scilicet me et meam dulcedinem et bonitatem iocunde gustando et comedendo ac bibendo et incorporando.

 

Par. III, 37-45; IX, 79-81; XI, 58-60

“O ben creato spirito, che a’ rai
di vita etterna la dolcezza senti
che, non gustata, non s’intende mai,
grazïoso mia fia se mi contenti
del nome tuo e de la vostra sorte”.
Ond’ ella, pronta e con occhi ridenti:
“La nostra carità non serra porte
a giusta voglia, se non come quella
che vuol simile a sé tutta sua corte.”

perché non satisface a’ miei disii?
Già non attendere’ io tua dimanda,
s’io m’intuassi, come tu t’inmii.

ché per tal donna, giovinetto, in guerra
del padre corse, a cui, come a la morte,
la porta del piacer nessun diserra

173

[LSA, Ap 8, 5 (III vis., radix); Pa, f. 96ra]

“Et terremotus” (…) mota sunt corda hominum ad compunctionem, et mutata vita priori conversi sunt ad Christum. (…) “Commovet populum docens per universam Iudeam” (Lc 23, 5)

[LSA, Ap 11, 19 (IV vis., radix); Pa, f. 127rb]

“Et terremotus”, id est fortis concussio et commotio terrenorum cordium ad penitentiam et ad immutationem status in melius.

[LSA, Ap 16, 18 (VI vis., radix); Pa, f. 167rb]

(…) singularis et stupenda immutatio totius seculi (…), unde subdit: “Et terremotus (…)”.

 

Inf. XII, 41-43; Purg. XXI, 62, 69-70; XXIII, 77; XXX, 124-125; Par. I, 86, 90; XXII, 1, 10-12

tremò sì, ch’ i’ pensai che l’universo
sentisse amor, per lo qual è chi creda
più volte il mondo in caòsso converso

che, tutto libero a mutar convento ……
libera volontà di miglior soglia:
però sentisti il tremoto ……………

nel qual mutasti mondo a miglior vita

Sì tosto come in su la soglia fui
di mia seconda etade e mutai vita

a quïetarmi l’animo commosso ……
ciò che vedresti se l’avessi scosso

Oppresso di stupore, a la mia guida ……
Come t’avrebbe trasmutato il canto,
e io ridendo, mo pensar lo puoi,
poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto

174

[LSA, Ap 8, 5 (III vis., radix); Pa, f. 96ra]

“Et terremotus”, quia visis tot signis et miraculis et sanctitatis exemplis, et auditis tam altis tamque discretis et fulgurativis Dei eloquiis, mota sunt corda hominum ad compunctionem, et mutata vita priori conversi sunt ad Christum (…)

Par. XII, 142-144

Ad inveggiar cotanto paladino
mi mosse l’infiammata cortesia
di fra Tommaso e ’l discreto latino

 

175

[LSA, Ap 11, 1 (III vis., VI tub.); Pa, f. 118va-b]

“Et datus est michi calamus” (Ap 11, 1). Hic ordini prefato datur potestas et discretio regendi ecclesiam illius temporis. (…) Dicit autem: “Et datus est michi”, supple a Deo, “calamus similis virge”, quasi dicat: non similis vacue et fragili canne seu arundini, sed potius recte et solide virge. Et certe tali communiter mensurantur panni et edificia. Per hanc autem designatur pontificalis vel magistralis seu gubernatoria auctoritas et virtus et iustitia potens corrigere et rectificare et recte dirigere ecclesiam Dei. Secundum Ioachim, calamus iste signat linguam eruditam, dicente Psalmo (Ps 44, 2): “Lingua mea calamus scribe”, qui est similis virge, quia sicut austeritate virge coarcentur iumenta indomita, ita lingue disciplina dura corda hominum corriguntur.

Purg. VI, 94-99

guarda come esta fiera è fatta fella
per non esser corretta da li sproni,
poi che ponesti mano a la predella.
O Alberto tedesco ch’abbandoni
costei ch’è fatta indomita e selvaggia,
e dovresti inforcar li suoi arcioni

 

 

176

[ibid.]

“Et datus est michi calamus” (Ap 11, 1). Hic ordini prefato datur potestas et discretio regendi ecclesiam illius temporis. (…) Dicit autem: “Et datus est michi”, supple a Deo, “calamus similis virge”, quasi dicat: non similis vacue et fragili canne seu arundini, sed potius recte et solide virge. Et certe tali communiter mensurantur panni et edificia. Per hanc autem designatur pontificalis vel magistralis seu gubernatoria auctoritas et virtus et iustitia potens corrigere et rectificare et recte dirigere ecclesiam Dei. Secundum Ioachim, calamus iste signat linguam eruditam, dicente Psalmo (Ps 44, 2): “Lingua mea calamus scribe”, qui est similis virge, quia sicut austeritate virge coarcentur iumenta indomita, ita lingue disciplina dura corda hominum corriguntur.

Par. VI, 16-18; XXX, 136-138

ma ’l benedetto Agapito, che fue
sommo pastore
, a la fede sincera
mi dirizzò con le parole sue.

sederà l’alma, che fia giù agosta,
de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia
verrà in prima ch’ella sia disposta.

 

177

[ibid.]

“Et datus est michi calamus” (Ap 11, 1). Hic ordini prefato datur potestas et discretio regendi ecclesiam illius temporis. (…) Dicit autem: “Et datus est michi”, supple a Deo, “calamus similis virge”, quasi dicat: non similis vacue et fragili canne seu arundini, sed potius recte et solide virge. Et certe tali communiter mensurantur panni et edificia. Per hanc autem designatur pontificalis vel magistralis seu gubernatoria auctoritas et virtus et iustitia potens corrigere et rectificare et recte dirigere ecclesiam Dei. Secundum Ioachim, calamus iste signat linguam eruditam, dicente Psalmo (Ps 44, 2): “Lingua mea calamus scribe”, qui est similis virge, quia sicut austeritate virge coarcentur iumenta indomita, ita lingue disciplina dura corda hominum corriguntur.

Inf. XXVII, 16-21

Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio
su per la punta, dandole quel guizzo
che dato avea la lingua in lor passaggio,
udimmo dire: “O tu a cu’ io drizzo
la voce e che parlavi mo lombardo,
dicendo ‘Istra ten va, più non t’adizzo’ ”

Par. XXXII, 139-144

Ma perché ’l tempo fugge che t’assonna,
qui farem punto, come buon sartore
che com’ elli ha del panno fa la gonna;
e drizzeremo li occhi al primo amore,
sì che, guardando verso lui, penètri
quant’ è possibil per lo suo fulgore.

178

[LSA, Ap 20, 5 (VII vis.); Pa, f. 190rb]

Secunda autem est mors pene eterne, que dicitur mors non quod ibi naturalis vita extinguatur, sed quia omnis delectatio et requies est ibi extincta et quia ibi est dolor perpetuus peior morte et faciens continue appetere mortem.

[LSA, Ap 2, 11 (I vis., II eccl.); Pa, ff. 42rb-va, 34ra]

Et secundum hoc, quasi prima mors est percussio corporum, secunda vero tristitia cordis et terror ex persecutione corporis vel ex eius imminentia causatus. Hanc autem secundam non sentiunt triumphatores martires, saltem sic quod ledantur ab ea. (…) Leditur autem ab ea non solum qui ipsam experitur, sed etiam qui terretur ex illa, et maxime si est terror desperativus vel consternativus.

Inf. I, 115-117; V, 25-27; XIII, 47; XXXIII, 5

ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.

rispuose ’l savio mio, “anima lesa

disperato dolor che ’l cor mi preme

179

[LSA, Ap 12, 16 (IV vis., III-IV prel.); Pa, f. 140rb]

In alterius enim casu sepe alius timore concutitur et quod arguit in altero in se devitare festinat.

Inf. XIII, 44-45

…………………..ond’ io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme.

180

[LSA, Ap 12, 16 (IV vis., III-IV prel.); Pa, f. 140rb-va]

Vel, secundum Ricardum, terrestris multitudo absor-bentium temptationes diaboli quasi dulce flumen iuvit in hoc ecclesiam sanctorum, quia diabolus ex hoc plus habuit vacare illi multitudini temptande et trahende et sub se conservande, ac per consequens minus potuit vacare ad temptandum electos.

Inf. VI, 25-30

E ’l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose canne.
Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
e si racqueta poi che ’l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende e pugna 

181

[LSA, Ap 12, 4 (IV vis., I prel.); Pa, f. 130ra]

Ibi enim erat aperta infirmitas que provocaret, et occulta virtus que raptoris faucem transfigeret.

 

Purg. XXX, 37-42

sanza de li occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d’antico amor sentì la gran potenza.
Tosto che ne la vista mi percosse
l’alta virtù che già m’avea trafitto
prima ch’io fuor di püerizia fosse

182

[LSA, Ap 4, 1-2 (II vis., radix); Pa, f. 56ra]

(…) aut per reiterationes huiusmodi sublevationum designat quamlibet visionum cum suis obiectis habere propriam et novam arduitatem, et quod ad quamlibet videndam indigebat superelevari a Deo ad illam.

Par. XXXIII, 134-136

……………………….. e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige,
tal era io a quella vista nova

183

[LSA, Ap 22, 15 (VII vis.); Pa, f. 198rb]

(…) et per humilem sensum proprie fragilitatis et vacuitatis sive nichilitatis est arundo, et per fulgorem divine cognitionis est aurea.

Par. XXXIII, 139-141

ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.

184

[LSA, Ap 6, 6 (II vis., III sig.); Pa., f. 75vb]

Per oleum vero suave et omnibus ceteris liquoribus superenatans, designatur intelligentia contemplativa seu anagogica.

 

Purg. XXII, 137-138; Par. XXI, 115-117

cadea de l’alta roccia un liquor chiaro
e si spandeva per le foglie suso.

che pur con cibi di liquor d’ulivi
lievemente passava caldi e geli,
contento ne’ pensier contemplativi.

185

[LSA, Ap 14, 2 (IV vis., VI prel.); Pa, f. 151vb]

Secundo quod erat irrigua et fecunda et ex magno et multo collegio sanctorum et plurium virtualium affectuum ipsorum procedens et concorditer unita, cum dicit: “tamquam vocem aquarum multarum”. Vox enim magne et multe pluvie est ex multis et quasi innumerabilibus guttis, proceditque quasi tamquam unus sonus et quasi ab uno sonante et idem est de sono aquarum maris vel fluminis. (…)
Tertio quod erat altissima et acutissima et maxima et potentissima et omnia replens et concutiens, qualis scilicet est vox tonitrui magni. Unde subdit: “et tamquam vocem tonitrui magni”.

Par. XIX, 19-21; XX, 6

Così un sol calor di molte brage
si fa sentir, come di molti amori
usciva solo un suon di quella image.

per molte luci, in che una risplende

Par. XXI, 136-142

A questa voce vid’ io più fiammelle
di grado in grado scendere e girarsi,
e ogne giro le facea più belle.
Dintorno a questa vennero e fermarsi,
e fero un grido di sì alto suono,
che non potrebbe qui assomigliarsi;
né io lo ’ntesi, sì mi vinse il tuono.

186

[LSA, Ap 14, 2; Pa, f. 152ra]

Oportet enim affectus virtuales ad suos fines et ad sua obiecta fixe et attente protendi et sub debitis circumstantiis unam virtutem et eius actus aliis virtutibus et earum actibus proportionaliter concordare et concorditer coherere  (…)

Par. XXXI, 139-141

Bernardo, come vide li occhi miei
nel caldo suo caler fissi e attenti,
li suoi con tanto affetto volse a lei

 

187

[LSA, Ap 14, 2; Pa, f. 152ra-b]

Oportet enim affectus virtuales ad suos fines et ad sua obiecta fixe et attente protendi et sub debitis circumstantiis unam virtutem et eius actus aliis virtutibus et earum actibus proportionaliter concordare et concorditer coherere, ita quod rigor iustitie non excludat nec perturbet dulcorem misericordie nec e contrario, nec mititatis lenitas impediat debitum zelum sancte correctionis et ire nec e contrario, et sic de aliis. Cithara etiam est ipse Deus, cuius quelibet perfectio, per affectuales considerationes contemplantis tacta et pulsata, reddit cum aliis resonantiam mire iocunditatis. Cithara etiam est totum universum operum Dei, cuius quelibet pars sollempnis est corda una a contem-platore et laudatore divinorum operum pulsata. Dicit autem “sicut citharedorum”, quia citharedus non dicitur nisi per artem et frequentem usum, sicut magister artificiose citharizandi. Reliqui enim discordanter et rusticaliter seu inartificialiter citharizant, et si aliquando pulsant bene casualiter contingit, unde ascribitur casui potius quam prudentie artis.

Inf. X, 49-51; Par. XIII, 115-117, 121-123

“S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte”,
rispuos’ io lui, “l’una e l’altra fïata;
ma i vostri non appreser ben quell’arte”.

ché quelli è tra li stolti bene a basso,
che sanza distinzione afferma e nega
ne l’un così come ne l’altro passo ……
Vie più che ’ndarno da riva si parte,
perché non torna tal qual e’ si move,
chi pesca per lo vero e non ha l’arte.

188

[LSA, Ap 11, 3 (III vis., VI tub.); Pa, f. 121vb]

(…) aut quod terram percutiant omni corporali plaga et peste, tum quia verisimilius est quod ipsi sequantur mansuetudinem et evangelicam formam Christi et apostolorum et signorum eius quam quod sequantur modos corporalis vindicte per sanctos veteris testamenti visibiliter explete (…)

[LSA, Ap 14, 2 (IV vis., VI prel.); Pa, f. 152ra-b]

Cithara etiam est ipse Deus, cuius quelibet perfectio, per affectuales considerationes contemplantis tacta et pulsata, reddit cum aliis resonantiam mire iocunditatis. Cithara etiam est totum universum operum Dei, cuius quelibet pars sollempnis est corda una a contemplatore et laudatore divinorum operum pulsata. Dicit autem “sicut citharedorum”, quia citharedus non dicitur nisi per artem et frequentem usum, sicut magister artificiose citharizandi. Reliqui enim discordanter et rusticaliter seu inartificialiter citharizant, et si aliquando pulsant bene casualiter contingit, unde ascribitur casui potius quam prudentie artis.

 

Inf. XXXII, 76-81, 106-108

se voler fu o destino o fortuna,
non so; ma, passeggiando tra le teste,
forte percossi ’l piè nel viso ad una.
Piangendo mi sgridò: “Perché mi peste?
se tu non vieni a crescer la vendetta
di Montaperti, perché mi moleste?”. ……
quando un altro gridò: “Che hai tu, Bocca?
non ti basta sonar con le mascelle,
se tu non latri? Qual diavol ti tocca?”

189

[LSA, Ap 16, 1 (V vis., radix); Pa, f. 162ra-b]

(…) per has effusiones intelliguntur spiritales correctiones et increpationes, vel ecclesiastice et disciplinales ac medicinales punitiones per sanctos viros ministrate et per spiritus angelicos gubernate.

Purg. XXIII, 103-105

Quai barbare fuor mai, quai saracine,
cui bisognasse, per farle ir coperte,
o spiritali o altre discipline?

190

[LSA, Ap 5, 4-5 (II vis., radix); Pa, f. 67va]

Item fletus hic quantus fuit in sanctis patribus ante Christum; cum etiam essent in limbo inferni, quanto desiderio suspirabant ut liber vite aperiretur eis et omnibus cultoribus Dei!

Inf. IV, 25-27, 42

Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri
che l’aura etterna facevan tremare ……
che sanza speme vivemo in disio

191

[LSA, Ap 15, 5-6 (V vis., radix); Pa, f. 160va]

Secundum radicale est processiva dispositio predictorum sanctorum ad zelum iuste punitionis malorum, unde subdit: “Et post hec vidi (…)”

 

Inf. XX, 4-8

Io era già disposto tutto quanto
a riguardar ne lo scoperto fondo,
che si bagnava d’angoscioso pianto;
e vidi gente per lo vallon tondo
venir ………………………………….

192

[LSA, Ap 14, 3 (IV vis., VI prel.); Pa, f. 152rb-va]

Septimo quia tante erat precellentie quod nullus alius poterat pertingere ad hunc canticum, unde subdit: “Et nemo poterat dicere canticum nisi illa centum quadraginta quattuor milia”. (…) sed quod non omnes cantant nec possunt cantare canticum superiorum, sicut nec possunt pertingere ad coequalem et uniformem gloriam ipsorum.

 

Par. I,  4-6, 10-12; XXIV, 22-24

Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende ……
Veramente quant’ io del regno santo
ne la mia mente potei far tesoro,
sarà ora materia del mio canto.

e tre fïate intorno di Beatrice
si volse con un canto tanto divo,
che la mia fantasia nol mi ridice.

 

193

[LSA, Prologus, Notabile X; Pa, f. 14rb-va]

Nam martiria a paganis et idolatris facta nullum certamen dubitationis inferebant martiribus, aut probabilis rationis, propter nimiam evidentiam paganici erroris. Non sic autem fuit de martiriis per hereticos, unum Deum et unum Christum confitentes, inflictis. In sexto autem tempore non solum propulsabuntur martires per tormenta corporum, aut per subtilitatem rationum philosophicarum, aut per intorta testimonia scripturarum sanctarum, aut per simulationem sanctitatis ypocritarum, immo etiam per miracula a tortoribus facta. Nam, teste Christo, “dabunt signa et prodigia magna” (Mt 24, 24). Unde Gregorius, XXXII° Moralium super illud Iob: “stringit caudam suam quasi cedrum” (Jb 40, 12), dicit: «Nunc fideles nostri mira faciunt, cum perversa patiuntur; tunc autem Behemot huius satellites, etiam cum perversa inferunt, mira facturi sunt. Pensemus ergo que erit humane mentis illa temptatio, quando pius martir corpus tormentis subicit, et tamen ante eius oculos miracula tortor facit». Propulsabit etiam eos per falsam imaginem divine et pontificalis auctoritatis. (…)

Par. IV, 130-132; XIX, 82-84; XXXII, 49-51; Purg. III, 70-72; X, 115-117; Inf. XX, 19-28

Nasce per quello, a guisa di rampollo,
a piè del vero il dubbio; ed è natura
ch’al sommo pinge noi di collo in collo.

Certo a colui che meco s’assottiglia,
se la Scrittura sovra voi non fosse,
da dubitar sarebbe a maraviglia.

Or dubbi tu e dubitando sili;
ma io discioglierò ’l forte legame
in che ti stringon li pensier sottili.

quando si strinser tutti ai duri massi
de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti
com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi.

Ed elli a me: “La grave condizione
di lor tormento a terra li rannicchia,
sí che ’ miei occhi pria n’ebber tencione.”

Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
di tua lezione, or pensa per te stesso
com’ io potea tener lo viso asciutto,
quando la nostra imagine di presso
vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi
le natiche bagnava per lo fesso.
Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi
del duro scoglio, sì che la mia scorta
mi disse: “Ancor se’ tu de li altri sciocchi?
Qui vive la pietà quand’ è ben morta”

194

[ibid.]

Nam martiria a paganis et idolatris facta nullum certamen dubitationis inferebant martiribus, aut probabilis rationis, propter nimiam evidentiam paganici erroris. Non sic autem fuit de martiriis per hereticos, unum Deum et unum Christum confitentes, inflictis. In sexto autem tempore non solum propulsabuntur martires per tormenta corporum, aut per subtilitatem rationum philosophicarum, aut per intorta testimonia scripturarum sanctarum, aut per simulationem sanctitatis ypocritarum, immo etiam per miracula a tortoribus facta. Nam, teste Christo, “dabunt signa et prodigia magna” (Mt 24, 24). Unde Gregorius, XXXII° Moralium super illud Iob: “stringit caudam suam quasi cedrum” (Jb 40, 12), dicit: «Nunc fideles nostri mira faciunt, cum perversa patiuntur; tunc autem Behemot huius satellites, etiam cum perversa inferunt, mira facturi sunt. Pensemus ergo que erit humane mentis illa temptatio, quando pius martir corpus tormentis subicit, et tamen ante eius oculos miracula tortor facit». Propulsabit etiam eos per falsam imaginem divine et pontificalis auctoritatis. (…)

Inf. V, 93, 111, 116-120, 127-131, 137; VI, 1-2

poi ch’hai pietà del nostro mal perverso.

fin che ’l poeta mi disse: “Che pense?”.

e cominciai: “Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?”.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor  lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso

Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse

Al tornar de la mente, che si chiuse
dinanzi a la pietà d’i due cognati

 

195

[ibid.]

Nam martiria a paganis et idolatris facta nullum certamen dubitationis inferebant martiribus, aut probabilis rationis, propter nimiam evidentiam paganici erroris. Non sic autem fuit de martiriis per hereticos, unum Deum et unum Christum confitentes, inflictis. In sexto autem tempore non solum propulsabuntur martires per tormenta corporum, aut per subtilitatem rationum philosophicarum, aut per intorta testimonia scripturarum sanctarum, aut per simulationem sanctitatis ypocritarum, immo etiam per miracula a tortoribus facta. Nam, teste Christo, “dabunt signa et prodigia magna” (Mt 24, 24). Unde Gregorius, XXXII° Moralium super illud Iob: “stringit caudam suam quasi cedrum” (Jb 40, 12), dicit: «Nunc fideles nostri mira faciunt, cum perversa patiuntur; tunc autem Behemot huius satellites, etiam cum perversa inferunt, mira facturi sunt. Pensemus ergo que erit humane mentis illa temptatio, quando pius martir corpus tormentis subicit, et tamen ante eius oculos miracula tortor facit». Propulsabit etiam eos per falsam imaginem divine et pontificalis auctoritatis. (…)

Inf. IV, 16-22

E io, che del color mi fui accorto,
dissi: “Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?”.
Ed elli a me: “L’angoscia de le genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema senti.
Andiam, ché la via lunga ne sospigne”.

 

196

[LSA, Ap 22, 9 (VII vis.); Pa, f. 207ra-b]

“Si quis apposuerit ad hec”, scilicet aliquid mendosum (…) false enim additioni correspondet appositio plagarum (…)

Inf. XXIV, 139

e falsamente già fu apposto altrui

197

[ibid.]

“Si quis apposuerit ad hec”, scilicet aliquid mendosum (…) Nota primo quod non intendit hic loqui contra illos qui expositorie et explicative et extra ipsum textum expositiones circa hunc librum apponunt, aut qui in suis expositionibus aliqua de textu abbreviant seu abbreviato modo suis glosaturis interserunt, sed solum loquitur de hiis, qui corrumpendo seriem et veritatem textus, fallaciter aliqua addunt vel subtrahunt. Erant enim in Asia tunc quidam heretici, pluresque erant in orbe futuri, qui ut suos errores firmius fovere possent, de facili apponerent vel minuerent aliquid in hoc libro. Ad horum igitur, ut dicit Ricardus, presumptionem refrenandam, excommunicationis adiungit sententiam et ostendit qua animadversione dignus est qui aliquid in hoc libro addere vel auferre presumit.

Par. XXIX, 88-90, 97-101

E ancor questo qua sù si comporta
con men disdegno che quando è posposta
la divina Scrittura, o quando è torta.

Un dice che la luna si ritorse
ne la passion di Cristo e s’interpuose,
per che ’l lume del sol giù non si porse;
e mente, ché la luce si nascose
da sé …………………………………………

 

198

[LSA, Ap 5, 1 (II vis., radix); Pa, f. 64ra-b]

Secunda causa seu ratio septem sigillorum libri est quia in Christo crucifixo fuerunt septem secundum humanum sensum et estimationem abiecta, que claudunt hominibus sapientiam libri eius. In eius enim cruce et morte apparet humano sensui summa impotentia et angustia et stultitia et inopia et ignominia et inimicitia et sevitia. (…) Quod etiam Deus velit suum unigenitum tanta pati, nec aliter velit reconciliari homini quem creavit, pretendit summam inimicitiam et etiam sevitiam.

Inf. X, 121-123; Purg. XXXI, 133-135

Indi s’ascose; e io inver’ l’antico
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea nemico.

“Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi”,
era la sua canzone, “al tuo fedele
che, per vederti, ha mossi passi tanti!”

199

[LSA, Ap 14, 10 (IV vis., VI prel.); Pa, f. 154vb]

(…) miscuit seu propinavit meram penam “in calice”, id est in mensura proportionata culpe illorum.

Purg. XXX, 108

perché sia colpa e duol d’una misura

200

[LSA, Ap 14, 11 (IV vis., VI prel.); Pa, f. 155rb]

Et forte caracter, prout distinguitur a nomine seu a caractere nominis, est quasi sigillum vel nummus continens figuram regis.

Par. XXVII, 52

né ch’io fossi figura di sigillo

 

201

[LSA, Ap 14, 8 (IV vis., VI prel.); Pa, f. 154ra-b]

Ecclesia carnalis ideo vocatur Babilon hic et infra XVII° et XVIII°, et tam ibi quam capitulo XIX° vocatur ‘meretrix magna’, tum quia ordo virtutum est in ipsa per deordinationem vitiorum enormiter confusus (Babilon enim confusio interpretatur) (…) tum quia sicut filii Israel fuerunt in Babilone captivati et vehementer oppressi, ita et ut David prophetice dicat: “Super flumina Babilonis illic sedimus et flevimus” et “in salicibus eius suspendimus organa nostra”, dicentes: “Quomodo cantabimus canticum Domini in terra aliena?” (Ps 136, 1-2, 4) (…)

[LSA, Ap 14, 2 (IV vis., VI prel.); Pa, f. 151vb]

(…) cum dicit: “tamquam vocem aquarum multarum”. Vox enim magne et multe pluvie est ex multis et quasi innumerabilibus guttis, proceditque quasi tamquam unus sonus et quasi ab uno sonante, et idem est de sono aquarum maris vel fluminis. Sonat etiam quasi cum irriguo pinguium et lavantium et refrigerantium lacrimarum et rugientium suspiriorum.

Purg. XXXI, 7-9, 19-21

Era la mia virtù tanto confusa,
che la voce si mosse, e pria si spense
che da li organi suoi fosse dischiusa.

sì scoppia’ io sottesso grave carco,
fuori sgorgando lagrime e sospiri,
e la voce allentò per lo suo varco.

202

[LSA, Ap 16, 16 (V vis., VI ph.); Pa, f. 165vb]

Quia vero, ad reddendum nos vigiles et attentos semperque paratos ad eius adventum et iudicium salutifere suscipiendum (…)

Par. XXX, 52-53

Sempre l’amor che queta questo cielo
accoglie in sé con sì fatta salute

 

203

[LSA, Ap 16, 13-14 (V vis., VI ph.); Pa, f. 165ra-b]

(…) “Et vidi de ore drachonis et de ore bestie et de ore pseudoprophete tres spiritus immundos exire in modum ranarum. Sunt enim spiritus demoniorum facientes signa et procedunt ad reges totius terre congregare illos in prelium ad diem magnum Dei omnipotentis”. Per hos autem tres spiritus designantur tam suggestiones astute et subtiles et quasi spiritales, quam demones per se et per ora malignorum hominum suggerentes et inducentes (…) Per hoc autem quod dicit quod “sunt spiritus demoniorum facientes signa”, ostendit quod demones erunt sic familiares illis nuntiis per quos facient signa, seu illi per ipsos demones, quod quasi sensibiliter totum poterit ascribi ipsis spiritibus demonum. (…)

Inf. XXX, 76-78, 88-90

Ma s’io vedessi qui l’anima trista
di Guido o d’Alessandro o di lor frate,
per Fonte Branda non darei la vista.

Io son per lor tra sì fatta famiglia;
e’ m’indussero a batter li fiorini
ch’avevan tre carati di mondiglia.

 

204

[ibid.; Pa, f. 165ra-va]

“Et vidi de ore drachonis et de ore bestie et de ore pseudoprophete tres spiritus immundos exire in modum ranarum. Sunt enim spiritus demoniorum facientes signa et procedunt ad reges totius terre congregare illos in prelium ad diem magnum Dei omnipotentis”. Per hos autem tres spiritus designantur tam suggestiones astute et subtiles et quasi spiritales, quam demones per se et per ora malignorum hominum suggerentes et inducentes (…). Dicuntur autem tres a trino ore exire, tum in misterium trinitatis pessime, sancte trinitati personarum Dei et virtutum eius opposite (…) Dicit etiam “immundos ad modum ranarum”, ut monstret vilitatem et feditatem et susurratoriam garrulitatem istorum spirituum seu nuntiorum et suarum suggestionum.
Per hoc autem quod dicit quod “sunt spiritus demoniorum facientes signa”, ostendit quod demones erunt sic familiares illis nuntiis per quos facient signa, seu illi per ipsos demones, quod quasi sensibiliter totum poterit ascribi ipsis spiritibus demonum. Si etiam per solos pseudoprophetas facient signa, tunc videtur quod nuntii a drachone et bestia et pseudopropheta missi erunt pseudoprophete, et secundum hoc dicuntur ex trino ore ipsorum exire, quia ex ipsorum trium concordi consilio et beneplacito ibunt.
Item ex hoc quod dicit eos ire ad congregandos reges, videtur quod antequam congregaverint eos non essent illi reges omnino subiecti Antichristo, nisi forte vadant ad reges ad hoc, ut libentius et animosius et unanimius ad bellum conveniant et concurrant.

Par. XI, 58-60, 76-87; XII, 73-75

ché per tal donna, giovinetto, in guerra
del padre corse, a cui, come a la morte,
la porta del piacer nessun diserra

La lor concordia e i lor lieti sembianti,
amore e maraviglia e dolce sguardo
facieno esser cagion di pensier santi;
tanto che ’l venerabile Bernardo
si scalzò prima, e dietro a tanta pace
corse e, correndo, li parve esser tardo.
Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!
Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
dietro a lo sposo, sì la sposa piace.
Indi sen va quel padre e quel maestro
con la sua donna e con quella famiglia
che già legava l’umile capestro.

Ben parve messo e famigliar di Cristo:
ché ’l primo amor che ’n lui fu manifesto,
fu al primo consiglio che diè Cristo.

 

205

[ibid.; Pa, f. 165ra-va]

Hec igitur erit preparatio ad facilius producendum carnalem ecclesiam in errores Antichristi magni et orientalium regum. De quorum adductione, et per quorum suggestionem adducentur, ostendit subdens: “(Ap 16, 13) Et vidi de ore drachonis et de ore bestie et de ore pseudoprophete tres spiritus immundos exire in modum ranarum. (Ap 16, 14) Sunt enim spiritus demoniorum facientes signa et procedunt ad reges totius terre congregare illos in prelium ad diem magnum Dei omnipotentis”.
Dicuntur autem tres a trino ore exire, tum in misterium trinitatis pessime, sancte trinitati personarum Dei et virtutum eius opposite (…) Dicit etiam “immundos ad modum ranarum”, ut monstret vilitatem et feditatem et susurratoriam garrulitatem istorum spirituum seu nuntiorum et suarum suggestionum. (…)
Item ex hoc quod dicit eos ire ad congregandos reges, videtur quod antequam congregaverint eos non essent illi reges omnino subiecti Antichristo, nisi forte vadant ad reges ad hoc, ut libentius et animosius et unanimius ad bellum conveniant et concurrant.

Inf. XVII, 19-24

Come talvolta stanno a riva i burchi,
che parte sono in acqua e parte in terra,
e come là tra li Tedeschi lurchi
lo bivero s’assetta a far sua guerra,
così la fiera pessima si stava
su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra.

 

 

 

 

Purg. V, 12, 28-30

che ti fa ciò che quivi si pispiglia?

e due di loro, in forma di messaggi,
corsero incontr’ a noi e dimandarne:
“Di vostra condizion fatene saggi”.

 

206

[LSA, Ap 18, 17 (VI vis.); Pa, f. 179ra]

Deinde subdit de planctu aliorum qui per mare seu per vias graviores negotiabantur: “Et omnis gubernator et omn[es] qui in l[o]cum”, scilicet aliquem, puta ad urbem vel portum maritimum, “navigant”.

Inf. III, 91-93

disse: “Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti”.

207

[Ap 18, 19 (VI vis.); Pa, f. 179va]

Aliis autem commissa sunt artificia ad operandum quod bonum est manibus suis, designata in ligno thino et vasis eboris et vasis de lapide pretioso.

 

Inf. XXVI, 13-18

Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n’avea fatto iborni a scender pria,
rimontò ’l duca mio e trasse mee;
e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia.

208

[LSA, Ap 20, 5 (VII vis.); Pa, f. 190va]

Subdit autem: “Et ceteri mortuorum”, scilicet reprobi, “non vixerunt”, scilicet vita gratie vel glorie (…)

Inf. III, 64

Questi sciaurati, che mai non fur vivi

209

[LSA, Ap 2, 10 (I vis., II eccl.); Pa, f. 42rb]

“Esto fidelis usque ad mortem”, id est fideliter pro mea fide concerta “usque ad mortem”, id est usque ad ultimum diem vite tue vel usque ad sufferentiam martirii interfectivi tui corporis, “et dabo tibi coronam vite”, scilicet eterne post mortem.

Purg. XVIII, 136-138

E quella che l’affanno non sofferse
fino a la fine col figlio d’Anchise,
sé stessa a vita sanza gloria offerse.

 

210

[Ap 6, 12 (II vis., VI sig.); Pa, f. 81ra-b]

(…) a renovatione vero regule evangelice per servum eius Franciscum sumpsit sue generationis et plantationis initium; a predicatione vero spiritualium suscitandorum et a nova Babilone reprobandorum sumet initium refloritionis seu repullulationis (…)

Purg. XXXII, 58-59; XXXIII, 143-144

men che di rose e più che di vïole
colore aprendo, s’innovò la pianta

rifatto sì come piante novelle
rinovellate di novella fronda

211

[LSA, Ap 13, 18 (IV vis., VI prel.); Pa, f. 149vb]

Quanto enim altius et latius evangelica paupertas et perfectio imprimitur et magnificatur in ecclesia Christi, tanto fortius caput terrene cupiditatis et vilis carnalitatis in ipsa occiditur. Sed iam hoc caput fere extinctum nimium reviviscit, ita ut omnes carnales christiani admir[e]ntur et sequantur terrenam et carnalem gloriam eius.

Purg. XXXII, 40-42

La coma sua, che tanto si dilata
più quanto più è sù, fora da l’Indi
ne’ boschi lor per altezza ammirata.

 

212

[LSA, Ap 20, 12 (VII vis.); Pa, f. 193ra-b]

Quod autem occulta tunc cordium apertissime reserentur docet Apostolus Ia ad Corinthios IIII° dicens: “Nolite autem ante tempus iudicare, quousque veniat Dominus, qui illuminabit abscondita tenebrarum et manifestabit consilia cordium” (1 Cor 4, 5), quasi dicat: tunc poteritis occultas intentiones cordium iudicare, quia tunc videbitis omnes quantumcumque occultas.

Par. XIII, 130-131, 139-141

Non sien le genti, ancor, troppo sicure
a giudicar…………………………………….
Non creda donna Berta e ser Martino,
per vedere un furare, altro offerere,
vederli dentro al consiglio divino

213

[LSA, Prologus, Notabile IX; Pa, f. 13vb]

(…) quia finis septimi, prout septimus sumitur in hac vita ante tempus iudicii, debet malis plurimis inundare ita ut ex tantis malis Deus merito provocetur venire ad iudicandum orbem et ad liberandum electos illius temporis a pressura tantorum malorum.

Purg. VI, 109-110

 

 

Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
d’i tuoi gentili, e cura lor magagne

 

214

[LSA, Ap 5, 1 (II vis., radix, V status); Pa, f. 65rb-va]

Hanc autem temperat et exponit condescensiva Christi pietas indulgens multa infirmitatibus nostris, sicut mater infantulo suo.

Par. I, 100-102

Ond’ ella, appresso d’un pïo sospiro,
li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante
che madre fa sovra figlio deliro

215

[LSA, Ap 17, 11 (VI vis.); Pa, f. 174ra-b]

Nota etiam quod sicut octavus dies, qui dicitur dominicus, est de septem (nam est primus dies hebdomade), aut sicut octava resurrectionis generalis non omnino differt a requie septime etatis, immo est consumatio eius; aut sicut octava beatitudo posita Matthei V°, scilicet “Beati qui persecutionem patiuntur propter iustitiam” (Mt 5, 10), est secundum Augustinum probatio septem beatitudinum ibi premissarum, aut sicut octavum veh positum Matthei XXIII° est declarativum septem veh ibi premissorum (Mt 23, 29), sic Spiritus Sanctus intendit hic aliquid simile insinuare, scilicet quod octava bestia est consumativa et probativa septem primarum, nec est omnino extra ipsas, sed tamquam ex ipsis.

 

Par. XIX, 142-148

 

 

 

 

O beata Ungheria, se non si lascia
più malmenare! e beata Navarra,
se s’armasse del monte che la fascia!
E creder de’ ciascun che già, per arra
di questo, Niccosïa e Famagosta
per la lor bestia si lamenti e garra,
che dal fianco de l’altre non si scosta.

216

[LSA, Ap 2, 23 (I vis., IV eccl.); Pa, f. 44vb]

(…) quod omnes ille ecclesie scirent iudicium super eos immissum.

Inf. XXX, 120

e sieti reo che tutto il mondo sallo!

 

217

[LSA, Ap 5, 1 (II vis., radix, V status); Pa, f. 63rb]

Quintus (defectus in nobis claudens intelligentiam huius libri) est ad omne arduum et divinum tristissima et laboriosa difficultas, ac per consequens torpens et languens accidiositas.

Inf. VII, 121-124

Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
portando dentro accidïoso fummo:
or ci attristiam ne la belletta negra”.

218

[LSA, Ap 9, 2 (III vis., V tub.); Pa, f. 101va-b]

Secundo tangitur gravitas mali de aperto iam puteo exeuntis, cum ait: “et ascendit fumus putei sicut fumus fornacis magne, et obscuratus est [sol et] aer de fumo putei”. Fumus iste est omne extrinsecum malum opus et signum de cordali flamma luxurie et avaritie et superbie et ire et invidie et  malitiose astutie procedens. Et quanto iste fumus est maior et gro[ss]ior et de maiori ac peiori flamma exiens, tanto plus pungit et confundit oculos intuentium, et tanto plus non solum coram fidelibus sed etiam coram infidelibus diffamat et obscurat solarem claritatem fidei et ecclesie et religionis perducentis ad cultum veri solis Christi, sicut aer sua perspicuitate perducit nostrum visum ad solem et radios solis usque ad oculum nostrum. Vel per hoc designatur quod multi prelati ecclesiarum et religionum, qui prius erant quasi sol, et multi spirituales, qui prius erant quasi aer purus a sole illuminatus, corrumpuntur et denigrantur a fumo tante laxationis.

 

Inf. VII, 121-124; IX, 73-75, 82-84; XXIX, 50-51, 58-60; XXX, 91-93; XXXI, 31-37

Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
portando dentro accidïoso fummo:
or ci attristiam ne la belletta negra”.

Li occhi mi sciolse e disse: “Or drizza il nerbo
del viso su per quella schiuma antica
per indi ove quel fummo è più acerbo”. ……
Dal volto rimovea quell’ aere grasso,
menando la sinistra innanzi spesso;
e sol di quell’ angoscia parea lasso.

 tal era quivi, e tal puzzo n’usciva
qual suol venir de le marcite membre. ……
Non credo ch’a veder maggior tristizia
fosse in Egina il popol tutto infermo,
quando fu l’aere sì pien di malizia

E io a lui: “Chi son li due tapini
che fumman come man bagnate ’l verno,
giacendo stretti a’ tuoi destri confini?”.

“sappi che non son torri, ma giganti,
e son nel pozzo intorno da la ripa
da l’umbilico in giuso tutti quanti”.
Come quando la nebbia si dissipa,
lo sguardo a poco a poco raffigura
ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa,
così forando l’aura grossa e scura

219

[LSA, Ap 9, 1-2 (III vis., V tub.); Pa, f. 101rb-vb]

“Et data est [illi] clavis putei abissi, et aperuit puteum abissi”, id est data est eis potestas aperiendi ipsum. Puteus abissi habet infernalem flammam et fumositatem obscuram et profunditatem voraginosam et quasi immensam et societatem demoniacam. Aperire ergo puteum abissi in populo quinti status fuit perverso exemplo et malo regimine solvere frenum carnalis concupiscentie et avaritie et terrene astutie et malitie et secularis lacivie ac demoniace seu pompose superbie, quod quidem frenum erat prius in ecclesia tam per Dei et suorum preceptorum ac iudiciorum timorem quam per sanctorum prelatorum disciplinam rigidam et severam ad se et suos subditos fortiter infrenandos, et etiam per sancte societatis exemplum et zelum nequeuntem in se vel in sociis tolerare enormitates et effrenationes predictas. Fuit autem prelatis in predicta gradatim ruentibus data seu permissa potestas aperiendi puteum cordium ad concipiendum et effundendum mala predicta, tum quia malum quod a prelatis geritur facile trahitur a subditis in exemplum et sequuntur ipsum ut caput et ducem, tum quia prelatis non solum dissimulantibus et negligentibus mala subditorum corripere et punire sed etiam favorem prebentibus hiis qui peccant, grex subditorum de se pronus ad malum cito labitur et tandem precipitatur; tum quia ob huiusmodi culpam prelatorum Deus permisit subditos temptari et a demonibus instigari et tandem ruere.
Secundo tangitur gravitas mali de aperto iam puteo exeuntis, cum ait: “et ascendit fumus putei sicut fumus fornacis magne, et obscuratus est [sol et] aer de fumo putei” (Ap 9, 2). Fumus iste est omne extrinsecum malum opus et signum de cordali flamma luxurie et avaritie et superbie et ire et invidie et  malitiose astutie procedens. Et quanto iste fumus est maior et gro[ss]ior et de maiori ac peiori flamma exiens, tanto plus pungit et confundit oculos intuentium, et tanto plus non solum coram fidelibus sed etiam coram infidelibus diffamat et obscurat solarem claritatem fidei et ecclesie et religionis perducentis ad cultum veri solis Christi, sicut aer sua perspicuitate perducit nostrum visum ad solem et radios solis usque ad oculum nostrum. Vel per hoc designatur quod multi prelati ecclesiarum et religionum, qui prius erant quasi sol, et multi spirituales, qui prius erant quasi aer purus a sole illuminatus, corrumpuntur et denigrantur a fumo tante laxationis.

Inf. IV, 7-10; Purg. XV, 142-145; XVI, 4-7, 58-60, 91-102; XXVIII, 70-75

Vero è che ’n su la proda mi trovai
de la valle d’abisso dolorosa
che ’ntrono accoglie d’infiniti guai.
Oscura e profonda era e nebulosa

Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
verso di noi come la notte oscuro;
né da quello era loco da cansarsi.
Questo ne tolse li occhi e l’aere puro.

non fece al viso mio sì grosso velo
come quel fummo ch’ivi ci coperse,
né a sentir di così aspro pelo,
che l’occhio stare aperto non sofferse ……
Lo mondo è ben così tutto diserto
d’ogne virtute, come tu mi sone,
e di malizia gravido e coverto ……
Di picciol bene in pria sente sapore;
quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,
se guida o fren non torce suo amore.
Onde convenne legge per fren porre;
convenne rege aver, che discernesse
de la vera cittade almen la torre.
Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
Nullo, però che ’l pastor che procede,
rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;
per che la gente, che sua guida vede
pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta,
di quel si pasce, e più oltre non chiede.

Tre passi ci facea il fiume lontani;
ma Elesponto, là ’ve passò Serse,
ancora freno a tutti orgogli umani,
più odio da Leandro non sofferse
per mareggiare intra Sesto e Abido,
che quel da me perch’ allor non  s’aperse.

 

 

220

[LSA, Prologus, Notabile VIII; Pa, f. 11va-b]

Septimum vero et ultimum membrum ipsarum visionum ac septima et ultima visio libri aperte demonstrant quod finis ipsarum est simpliciter vita eterna in fine seculi revelanda, secundum quid autem eius perfecta participatio in vita ista paulo ante finem seculi pregustanda.

Par. XXXI, 109-111

tal era io mirando la vivace
carità di colui che ’n questo mondo,
contemplando, gustò di quella pace.

 

221

[LSA, Prologus, Notabile III; Pa, f. 4va-b]

De septimo (dono) etiam patet, quia in quolibet septem statuum predictorum est aliqua quietatio spiritus in Deo et aliquis gustus Dei. Sicut enim perfectus gradus caritatis pertingit ad perfectum gustum, sic infimus pertingit ad infimum et medius ad medium. Item quilibet statuum predictorum habuit aliquam pacem post sue adversitatis noctem, ut ex vespere et mane fieret dies unus (cfr. Gn 1, 5).

Inf. I, 19-21; Purg. XXVI, 53-54; XXVII, 83

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

incominciai: “O anime sicure
d’aver, quando che sia, di pace stato

lungo il pecuglio suo queto pernotta

222

[LSA, Prologus, Notabilia III, XI; Pa, ff. 4vb, 16rb]

Et propter hoc ipsum in apertione septimi signaculi dicitur “factum” esse “silentium quasi media hora” (Ap 8, 1) (…) ita ut sub Constantino, vel etiam sub Iohanne de Patmos in Asiam gloriose reducto, sit factum silentium pacis quasi media hora et quasi septimus status.

Inf. XIII, 79-80; Purg. XXVI, 90; XXVII, 79

Un poco attese, e poi “Da ch’el si tace”,
disse ’l poeta a me, “non perder l’ora

tempo non è di dire, e non saprei.

tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve

223

[LSA, Prologus, Notabile III; Pa, f. 4vb]

Est etiam tertia ratio, prout per septimum statum, quem describit septima visio, intelligitur quedam anologa quies et felicitas sanctorum post mortem Antichristi eis dand[a] in hac vita. Ut enim monstretur quod illa erit finis et terminus huius seculi et brevis respectu priorum temporum, idcirco septima visio non exprimit successivam distinctionem temporum sicut exprimunt cetere visiones.

Inf. XIII, 93; XXXIII, 22, 25; Purg. XXVI, 33

Brievemente sarà risposto a voi.

Breve pertugio dentro da la Muda ……
m’avea mostrato per lo suo forame

sanza restar, contente a brieve festa

224

[LSA, Prologus, Notabile III; Pa, f. 4vb]

Est etiam tertia ratio, prout per septimum statum, quem describit septima visio, intelligitur quedam analoga quies et felicitas sanctorum post mortem Antichristi eis dand[a] in hac vita. Ut enim monstretur quod illa erit finis et terminus huius seculi et brevis respectu priorum temporum (…) Et propter hoc ipsum in apertione septimi signaculi dicitur factum esse silentium quasi media hora (Ap 8, 1) (…)

[LSA, Prologus, Notabile XIII; Pa, f. 18va]

Unctio autem extrema congruit suavitati et paci septimi et ultimi status, in quo verificabitur illud de filio reguli: “Heri hora septima reliquit eum febris” (Jo 4, 52).

Inf. XV, 103-105; XVII, 40, 43-45; XIX, 28-29; Purg. XIII, 124-125

Ed elli a me: “Saper d’alcuno è buono;
de li altri fia laudabile tacerci,
ché ’l tempo saria corto a tanto suono.”

Li tuoi ragionamenti sian là corti ……
Così ancor su per la strema testa
di quel settimo cerchio tutto solo
andai, dove sedea la gente mesta.

Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
muoversi pur su per la strema buccia

Pace volli con Dio in su lo stremo
de la mia vita ………………………..

225

[LSA, Prologus, Notabile III; Pa, f. 4va-b]

De septimo (dono) etiam patet, quia in quolibet septem statuum predictorum est aliqua quietatio spiritus in Deo et aliquis gustus Dei. Sicut enim perfectus gradus caritatis pertingit ad perfectum gustum, sic infimus pertingit ad infimum et medius ad medium. Item quilibet statuum predictorum habuit aliquam pacem post sue adversitatis noctem, ut ex vespere et mane fieret dies unus (cfr. Gn 1, 5).

[LSA, Prologus, Notabilia III, XI; Pa, ff. 4vb, 16rb]

Et propter hoc ipsum in apertione septimi signaculi dicitur “factum” esse “silentium quasi media hora” (Ap 8, 1) (…) ita ut sub Constantino, vel etiam sub Iohanne de Patmos in Asiam gloriose reducto, sit factum silentium pacis quasi media hora et quasi septimus status.

Inf. V, 91-96; Purg. X, 34-39

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi ch’hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.

L’angel che venne in terra col decreto
de la molt’ anni lagrimata pace,
ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,
dinanzi a noi pareva sì verace
quivi intagliato in un atto soave,
che non sembiava imagine che tace.

226

[LSA, Prologus, Notabile V; Pa, f. 8rb]

Item finis secunde visionis est quod aperto septimo sigillo “factum est silentium in celo quasi media hora” (Ap 8, 1), et tunc immediate subditur initium tertie visionis, scilicet: “Vidi septem angelos, et date sunt illis septem tube” (Ap 8, 2), ac si post silentium medie hore premissum prosiliret cantus septem tubarum, et certe de archano contemplationis silentio prosiliit perfecta et alta predicatio divinorum.

 

 

Purg. XXX, 82-83; Par. XX, 16-19; XXIV, 151-152; XXVI, 67-68

Ella si tacque; e li angeli cantaro
di sùbito
In te, Domine, speravi

Poscia che i cari e lucidi lapilli
ond’ io vidi ingemmato il sesto lume
puoser silenzio a li angelici squilli,
udir mi parve un mormorar di fiume

così, benedicendomi cantando,
tre volte cinse me, sì com’ io tacqui

Sì com’ io tacqui, un dolcissimo canto
risonò per lo cielo ……………………….

227

[LSA, Ap 14, 13 (IV vis., VII prel.); Pa, f. 156ra]

“Amodo”, id est ab hora mortis, “iam dicit Spiritus”, id est Deus trinitas vel Spiritus Sanctus, “ut requiescant a laboribus suis”, id est a tribulatione transacta.

Inf. X, 94; Purg. IV, 95

Deh, se riposi  mai vostra semenza

quivi di riposar l’affanno aspetta.

228

[LSA, Ap 5, 1 (II vis., radix); Pa, f. 65ra]

Contra autem apparentiam sevitie Dei Patris in proprium Filium morti traditum est sue suavitatis dulcor quietativus in septima apertione monstrandus.

[LSA, Prologus, Notabile III; Pa, f. 4vb]

Et propter hoc ipsum in apertione septimi signaculi dicitur “factum” esse “silentium quasi media hora” (Ap 8, 1) (…)

[LSA, Prologus, Notabile XIII; Pa, f. 20rb]

Hiis autem sex signaculis in labore completis, secutum est septimum quod, post Esdram et Neemiam, datum est illi populo ad quietem.

Purg. II, 85, 107-108, 112-114; Inf. XXVI, 85-87; XXVII, 1-3

Soavemente disse ch’io posasse ……
………………………… a l’amoroso canto
che mi solea quetar tutte mie doglie ……
Amor che ne la mente mi ragiona
cominciò elli allor sì dolcemente,
che la dolcezza ancor dentro mi suona.

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica

Già era dritta in sù la fiamma e queta
per non dir più, e già da noi sen gia
con la licenza del dolce poeta

229

[LSA, Ap 5, 1 (II vis., radix, VII status); Pa, f. 65va]

Septimum est sensuum veteris scripture fluctuans volubilitas et involucrorum seu tegumentorum figuralium umbrositas et obscura multiformitas (…)

Inf. II, 46-48

la qual molte fïate l’omo ingombra
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand’ ombra.

230

[LSA, Ap 5, 1 (II vis., radix, VII status); Pa, f. 65vb]

Tunc enim omnis litigatio et contradictio inter vetus et novum omnino silebit, prout notat apertio septima.

 

Par. VI, 20-21

vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi
ogne contradizione e falsa e vera.

 

 

231

[LSA, Ap 3, 12 (I vis., VI vict.); Pa, ff. 35vb-36ra]

Vocatur etiam Iherusalem, id est visio pacis, quia vel ipsa fruitur vel ad ipsam suspiratur. (…) Et attende quomodo a Deo incipiens et in eius civitatem descendens, reascendit et finit in se ipsum, quia contemplatio incipit in Deo et per Dei civitatem ascendit in Christum eius regem, in quo et per quem consumatissime redit et reintrat in Deum, et sic fit circulus gloriosus.

Par. XXX, 100-103

Lume è là sù che visibile face
lo creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua pace.
E’ si distende in circular figura

 

232

[LSA, Prologus, Notabile III; Pa, f. 5ra]

Ne enim propter multitudinem malorum et pressurarum, que in sex primis statibus et in sex primis visionibus liber iste fore vel fuisse demonstrat, crederetur quod sancti tam vivi quam defuncti non habuissent pacem et gloriam mentis cum Christo, idcirco ibi dicuntur regnasse cum Christo mille annis quibus Sathanas stat ligatus.

Purg. XXVII, 25-27

Credi per certo che se dentro a l’alvo
di questa fiamma stessi ben mille anni,
non ti potrebbe far d’un capel calvo.

 

 

233

[LSA, Ap 18, 7 (VI vis./5); Pa, f. 177rb]

Quia vero non solum punietur pro malis que fecit in sanctos vel in proximos, sed etiam pro hiis quibus se ipsam vanificavit et fedavit, ideo pro hiis subditur: “Quantum glorificavit se et in deliciis fuit, tantum date illi tormentum et luctum”.

Purg. III, 42

ch’etternalmente è dato lor per lutto

234

[LSA, Ap 8, 5 (III vis., radix); Pa, f. 96ra]

(…) sicut fulgur terrena penetrat et scindit, vel “fulgura” iudiciorum terribilium, ut cum Ananias et Saphira repente occisi sunt ad sententiam Petri, prout scribitur Actuum quinto (Ac 5, 1-11).

Inf. XXIV, 149

ond’ ei repente spezzerà la nebbia

 

 

 

235

[LSA, Ap 16, 17 (V vis., VII ph.); Pa, f. 166va]

Et sicut aer purgatus a grossis et fumosis vaporibus et nubibus et tranquillatus a ventorum tempestatibus est pervius radiis solis et stellarum et visui hominum (…)

[LSA, Ap 2, 17 (I vis., III vict.); Pa, f. 34ra]

Hic autem ascensus fit per prudentiam effugantem illorum nubila et errores ac impetus precipites et temerarios ac tempestuosos.

 

Inf. XXIV, 145-148

Tragge Marte vapor di Val di Magra
ch’è di torbidi nuvoli involuto;
e con tempesta impetüosa e agra
sovra Campo Picen fia combattuto

 

 

236

[LSA, cap. XI (III vis., II tub. moraliter exposita); Pa, f. 126rb]

Quia vero amor sui parit anxios fluctus curarum et sollicitudinum, ideo contra earum excessum, quasi contra mare tempestuosum, fit secundum tubicinium, et [tertia] pars ei rebellis maiori pondere sollicitudinum aggravatur et maiori ardore ignescit.

Inf. V, 29, 77-80

che mugghia come fa mar per tempesta ……
………………………. e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno”.
Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: “O anime affannate …”

237

[Ap 16, 17 (V vis., VII ph.); Pa, f. 166rb-va]

Secundum autem Ioachim, septima phiala effunditur super “aerem”, id est super electos, ut si que eis macule adheserunt de communione Babilonis, purgentur et dealbentur super nivem, et in percussione septima cessat plaga Domini a populo Dei. (…) Et quidem congrue per “aerem” intelligitur contemplativus status in hac vita, quia sic stat in medio inter vitam beatam et terrenam sicut aer inter celum et terram. Et sicut aer purgatus a grossis et fumosis vaporibus et nubibus et tranquillatus a ventorum tempestatibus est pervius radiis solis et stellarum et visui hominum, sic septimus status ecclesie, post plenam sui purgationem in effusione septime phiale consumandam, erit serenus et tranquillus et pervius seu perspicuus ad contemplativos radios solis eterni et totius celestis et subcelestis hierarchie, ita quod tunc totus cultus templi Dei et tota sedes et maiestas Dei clamabit magnifice et evidenter Dei opera esse consumata. Et hoc quidem in hac vita, sumendo statum septimum prout erit in hac vita.

[LSA, Ap 1, 16 (I vis., radix); Pa, f. 30rb-va]

Decima (perfectio summo pastori condecens) est sue claritatis et virtutis incomprehensibilis gloria, unde subdit: “et facies eius sicut sol lucet in virtute sua”. Sol in tota virtute sua lucet in meridie, et precipue quando aer est serenus expulsa omni nube et grosso vapore, et quidem corporalis facies Christi plus incomparabiliter lucet et viget. Per hoc tamen designatur ineffabilis claritas et virtus sue divinitatis et etiam sue mentis. Splendor etiam iste sue faciei designat apertam et superfulgidam notitiam scripture sacre et faciei, ita quod in sexta etate et precipue in eius sexto statu debet preclarius radiare. In cuius signum Christus post sex dies transfiguratus est in monte in faciem solis (cfr. Mt 17, 1-8), et sub sexto angelo tuba canente videtur angelus habens faciem solis et tenens librum apertum (cfr. Ap 10, 1-2).

Par. XXVIII, 79-87; Purg. I, 13-17, 23; Par. V, 100; XIII, 4-6; XV, 13, 23-24; XXIII, 25-27

Come rimane splendido e sereno
 l’emisperio de l’aere, quando soffia
Borea da quella guancia ond’ è più leno,
per che si purga e risolve la roffia
che pria turbava, sì che ’l ciel ne ride
con le bellezze d’ogne sua paroffia;
così fec’ïo, poi che mi provide
la donna mia del suo risponder chiaro,
e come stella in cielo il ver si vide.

Dolce color d’orïental zaffiro,
che s’accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo, puro infino al primo giro,
a li occhi miei ricominciò diletto,
tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta ……
a l’altro polo, e vidi quattro stelle

Come ’n peschiera ch’è tranquilla e pura

quindici stelle che ’n diverse plage
lo cielo avvivan di tanto sereno
che soperchia de l’aere ogne compage

Quale per li seren tranquilli e puri ……
ma per la lista radïal trascorse,
che parve foco dietro ad alabastro.

Quale ne’ plenilunïi sereni
Trivïa ride tra le ninfe etterne
che dipingon lo ciel per tutti i seni

 

 

238

[LSA, Ap 1, 16-17 (I vis., radix); Pa, f. 30 rb-vb]

Decima (perfectio summo pastori condecens) est sue claritatis et virtutis incomprehensibilis gloria, unde subdit: “et facies eius sicut sol lucet in virtute sua” (Ap 1, 16). Sol in tota virtute sua lucet in meridie, et precipue quando aer est serenus expulsa omni nube et grosso vapore, et quidem corporalis facies Christi plus incomparabiliter lucet et viget. Per hoc tamen designatur ineffabilis claritas et virtus sue divinitatis et etiam sue mentis. Splendor etiam iste sue faciei designat apertam et superfulgidam notitiam scripture sacre et faciei, ita quod in sexta etate et precipue in eius sexto statu debet preclarius radiare. In cuius signum Christus post sex dies transfiguratus est in monte in faciem solis (cfr. Mt 17, 1-8), et sub sexto angelo tuba canente videtur angelus habens faciem solis et tenens librum apertum (cfr. Ap 10, 1-2).
Undecima est ex predictis sublimitatibus impressa in subditos summa humiliatio et tremefactio et adoratio, unde subdit: “et cum vidissem eum”, scilicet tantum ac talem, “cecidi ad pedes eius tamquam mortuus” (Ap 1, 17). Et est intelligendum quod cecidit in faciem prostratus, quia talis competit actui adorandi; casus vero resupinus est signum desperationis et desperate destitutionis. Huius casus sumitur ratio partim ex intolerabili superexcessu obiecti, partim ex terrifico et immutativo influxu assistentis Dei vel angeli, partim ex materiali fragilitate subiecti seu organi ipsius videntis. Est etiam huius ratio ex causa finali, tum quia huiusmodi immutatio intimius et certius facit ipsum videntem experiri visionem esse arduam et divinam et a causis supremis, tum quia per eam quasi sibi ipsi annichilatus humilius et timoratius visiones suscipit divinas, tum quia valet ad significandum quod sanctorum excessiva virtus et perfectio tremefacit et humiliat et sibi subicit animos subditorum et etiam ceterorum intuentium. Significat etiam quod in divine contemplationis superexcessum non ascenditur nisi per sui oblivionem et abnegationem et mortifica-tionem et per omnium privationem.

Par. XXIII, 28-36, 46-51, 64-72; XXX, 1-2, 19-21, 25-27

vid’ i’ sopra migliaia di lucerne
un sol che tutte quante l’accendea,
come fa ’l nostro le viste superne;
e per la viva luce trasparea
la lucente sustanza tanto chiara
nel viso mio, che non la sostenea.
Oh Bëatrice, dolce guida e cara!
Ella mi disse: “Quel che ti sobranza
è virtù da cui nulla si ripara.”  …….
Apri li occhi e riguarda qual son io;
tu hai vedute cose, che possente
se’ fatto a sostener lo riso mio”.
Io era come quei che si risente
di visïone oblita e che s’ingegna
indarno di ridurlasi a la mente ……
Ma chi pensasse il ponderoso tema
e l’omero mortal che se ne carca,
nol biasmerebbe se sott’ esso trema:
non è pareggio da picciola barca
quel che fendendo va l’ardita prora,
né da nocchier ch’a sé medesmo parca.
“Perché la faccia mia sì t’innamora,
che tu non ti rivolgi al bel giardino
che sotto i raggi di Cristo s’infiora?”

Forse semilia miglia di lontano
ci ferve l’ora sesta  ……………………
La bellezza ch’io vidi si trasmoda
non pur di là da noi, ma certo io credo
che solo il suo fattor tutta la goda. …….
ché, come sole in viso che più trema,
così lo rimembrar del dolce riso
la mente mia da me medesmo scema.

 

239

[ibid.]

Decima (perfectio summo pastori condecens) est sue claritatis et virtutis incomprehensibilis gloria, unde subdit: “et facies eius sicut sol lucet in virtute sua” (Ap 1, 16). Sol in tota virtute sua lucet in meridie, et precipue quando aer est serenus expulsa omni nube et grosso vapore, et quidem corporalis facies Christi plus incomparabiliter lucet et viget. Per hoc tamen designatur ineffabilis claritas et virtus sue divinitatis et etiam sue mentis. Splendor etiam iste sue faciei designat apertam et superfulgidam notitiam scripture sacre et faciei, ita quod in sexta etate et precipue in eius sexto statu debet preclarius radiare. In cuius signum Christus post sex dies transfiguratus est in monte in faciem solis (cfr. Mt 17, 1-8), et sub sexto angelo tuba canente videtur angelus habens faciem solis et tenens librum apertum (cfr. Ap 10, 1-2).
Undecima est ex predictis sublimitatibus impressa in subditos summa humiliatio et tremefactio et adoratio, unde subdit: “et cum vidissem eum”, scilicet tantum ac talem, “cecidi ad pedes eius tamquam mortuus” (Ap 1, 17). Et est intelligendum quod cecidit in faciem prostratus, quia talis competit actui adorandi; casus vero resupinus est signum desperationis et desperate destitutionis. Huius casus sumitur ratio partim ex intolerabili superexcessu obiecti, partim ex terrifico et immutativo influxu assistentis Dei vel angeli, partim ex materiali fragilitate subiecti seu organi ipsius videntis. Est etiam huius ratio ex causa finali, tum quia huiusmodi immutatio intimius et certius facit ipsum videntem experiri visionem esse arduam et divinam et a causis supremis, tum quia per eam quasi sibi ipsi annichilatus humilius et timoratius visiones suscipit divinas, tum quia valet ad significandum quod sanctorum excessiva virtus et perfectio tremefacit et humiliat et sibi subicit animos subditorum et etiam ceterorum intuentium. Significat etiam quod in divine contemplationis superexcessum non ascenditur nisi per sui oblivionem et abnegationem et mortificationem et per omnium privationem.

Purg. II, 19-21, 37-39; IX, 16-18, 79-81; XV, 10-12, 25-27; XXXI, 121-126, 139-145; Par. V, 94-99, 130-135

Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto
l’occhio per domandar lo duca mio,
rividil più lucente e maggior fatto. ……
Poi, come più e più verso noi venne
l’uccel divino, più chiaro appariva:
per che l’occhio da presso nol sostenne

e che la mente nostra, peregrina
più da la carne e men da’ pensier presa,
a le sue visïon quasi  è divina ……
E come l’occhio più e più v’apersi,
vidil seder sovra ’l grado sovrano,
tal ne la faccia ch’io non lo soffersi

quand’ io senti’ a me gravar la fronte
a lo splendore assai più che di prima,
e stupor m’eran le cose non conte ………
“Che è quel, dolce padre, a che non posso
schermar lo viso tanto che mi vaglia”,
diss’ io, “e pare inver’ noi esser mosso?”.

Come in lo specchio il sol, non altrimenti
la doppia fiera dentro vi raggiava,
or con altri, or con altri reggimenti.
Pensa, lettor, s’io mi maravigliava,
quando vedea la cosa in sé star queta,
e ne l’idolo suo si trasmutava. ……
O isplendor di viva luce etterna,
chi palido si fece sotto l’ombra
sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
che non paresse aver la mente ingombra,
tentando a render te qual tu paresti
là dove armonizzando il ciel t’adombra,
quando ne l’aere aperto ti solvesti?

Quivi la donna mia vid’ io sì lieta,
come nel lume di quel ciel si mise,
che più lucente se ne fé ’l pianeta.
E se la stella si cambiò e rise,
qual mi fec’ io che pur da mia natura
trasmutabile son per tutte guise! ……
Questo diss’ io diritto a la lumera
che pria m’avea parlato; ond’ ella fessi
lucente più assai di quel ch’ell’ era.
come il sol che si cela elli stessi
per troppa luce, come ’l caldo ha róse
le temperanze d’i vapori spessi

240

[ibid.]

Decima (perfectio summo pastori condecens) est sue claritatis et virtutis incomprehensibilis gloria, unde subdit: “et facies eius sicut sol lucet in virtute sua” (Ap 1, 16). Sol in tota virtute sua lucet in meridie, et precipue quando aer est serenus expulsa omni nube et grosso vapore, et quidem corporalis facies Christi plus incomparabiliter lucet et viget. Per hoc tamen designatur ineffabilis claritas et virtus sue divinitatis et etiam sue mentis. Splendor etiam iste sue faciei designat apertam et superfulgidam notitiam scripture sacre et faciei, ita quod in sexta etate et precipue in eius sexto statu debet preclarius radiare. In cuius signum Christus post sex dies transfiguratus est in monte in faciem solis (cfr. Mt 17, 1-8), et sub sexto angelo tuba canente videtur angelus habens faciem solis et tenens librum apertum (cfr. Ap 10, 1-2).
Undecima est ex predictis sublimitatibus impressa in subditos summa humiliatio et tremefactio et adoratio, unde subdit: “et cum vidissem eum”, scilicet tantum ac talem, “cecidi ad pedes eius tamquam mortuus” (Ap 1, 17). Et est intelligendum quod cecidit in faciem prostratus, quia talis competit actui adorandi; casus vero resupinus est signum desperationis et desperate destitutionis. Huius casus sumitur ratio partim ex intolerabili superexcessu obiecti, partim ex terrifico et immutativo influxu assistentis Dei vel angeli, partim ex materiali fragilitate subiecti seu organi ipsius videntis. Est etiam huius ratio ex causa finali, tum quia huiusmodi immutatio intimius et certius facit ipsum videntem experiri visionem esse arduam et divinam et a causis supremis, tum quia per eam quasi sibi ipsi annichilatus humilius et timoratius visiones suscipit divinas, tum quia valet ad significandum quod sanctorum excessiva virtus et perfectio tremefacit et humiliat et sibi subicit animos subditorum et etiam ceterorum intuentium. Significat etiam quod in divine contemplationis superexcessum non ascenditur nisi per sui oblivionem et abnegationem et mortificationem et per omnium privationem.

Par. XIII, 73-78; XXIII, 106-108; XXVI, 10-12

Se fosse a punto la cera dedutta
e fosse il cielo in sua virtù supprema,
la luce del suggel parrebbe tutta;
ma la natura la dà sempre scema,
similemente operando a l’artista
ch’a  l’abito de l’arte ha man che trema.

e girerommi, donna del ciel, mentre
che seguirai tuo figlio, e farai dia
più la spera supprema perché lì entre.

perché la donna che per questa dia
regïon ti conduce, ha ne lo sguardo
la virtù ch’ebbe la man d’Anania

241

[LSA, Ap 18, 17 (VI vis.); Pa, ff. 179vb-180ra]

Item super illo: “Et omnis gubernator” et cetera dicit (Ioachim) quod ‘omnis’ in sacra scriptura non semper universaliter sumitur, sed pro multis, et ‘nemo’ pro paucis, et quod sicut per reges et per negotiatores terre designantur episcopi et sacerdotes implicati negotiis Babilonis ut divites fiant, sic per gubernatores designantur abbates seu prelati cenobiorum. Monasteria enim sunt naves spirituales. Sunt enim aliqui naute qui navigant in longinquum, et alii sunt operarii qui non longe navigant sicut piscatores, quia quidam monachorum in civitatibus manent, quidam vero parrochias in villulis habent.

Inf. I, 109; Par. XXVIII, 84

Questi la caccerà per ogne villa

con le bellezze d’ogne sua paroffia

 

242

[LSA, Ap 13, 3 (IV vis., VI prel.); Pa, f. 144vb]

Item subdit (Ioachim) quod aliquis forsitan estimabit hoc iam esse completum materialibus armis, quia anno MXCV° incarnationis Christi apparuit signum in aere admirandum, scilicet stellas innumerabiles circum-quaque discurrere; deinde, exhortatione Urbani pape, christiani undique commoti iverunt ultra mare ad liberandum Christi sepulcrum, tantamque Sarra-cenorum multitudinem occiderunt ut eam crederet annullatam, tantasque victorias de ipsis habuerunt ut caput bestie visum esset defunctum.

Par. XV, 13-16

Quale per li seren tranquilli e puri
discorre ad ora ad or sùbito foco,
movendo li occhi che stavan sicuri,
e pare stella che tramuti loco

243

[LSA, Ap 21, 17 (VII vis.); Pa, f. 199ra-va]

Si obicias quod civitas habens duodecim milia stadia non potest contineri infra muros centum quadraginta quattuor cubitorum, ad hoc est triplex responsio. (…) Tertia est quod in visionibus propter diversa misteria potest una vice videri unum et alia vice aliud, quod secundum rem non potest simul esse cum primo, sicut super Ezechielem de quattuor rotis Ezechielis secundum unam opinionem ostendi. (…) Unde patet quod in visionibus multa monstruosa vel inusitata cum usitatis miscentur, prout expedit misteriis et sublevationi contemplantium vel legentium in stuporem, et ut ex hoc magis pateat ea que monstrantur potius esse mistica quam litteralia.

Inf. XXV, 46-51; Purg. IX, 70-72

Se tu se’ or, lettore, a creder lento
ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,
ché io che ‘l vidi, a pena il mi consento.
Com’ io tenea levate in lor le ciglia,
e un serpente con sei piè si lancia
dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.

Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo
la mia matera, e però con più arte
non ti maravigliar s’io la rincalzo.

 

244

[ibid.]

Si obicias quod civitas habens duodecim milia stadia non potest contineri infra muros centum quadraginta quattuor cubitorum, ad hoc est triplex responsio. (…) Tertia est quod in visionibus propter diversa misteria potest una vice videri unum et alia vice aliud, quod secundum rem non potest simul esse cum primo, sicut super Ezechielem de quattuor rotis Ezechielis secundum unam opinionem ostendi. (…) Unde patet quod in visionibus multa monstruosa vel inusitata cum usitatis miscentur, prout expedit misteriis et sublevationi contemplantium vel legentium in stuporem, et ut ex hoc magis pateat ea que monstrantur potius esse mistica quam litteralia.

 

Purg. XV, 10-14; XXVI, 67-72; Par. XXVI, 85-90

quand’ io senti’ a me gravar la fronte
a lo splendore assai più che di prima,
e stupor m’eran le cose non conte;
ond’ io levai le mani inver’ la cima
de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio

Non altrimenti stupido si turba
lo montanaro, e rimirando ammuta,
quando rozzo e salvatico s’inurba,
che ciascun’ ombra fece in sua paruta;
ma poi che furon di stupore scarche,
lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta

Come la fronda che flette la cima
nel transito del vento, e poi si leva
per la propria virtù che la soblima,
fec’ io in tanto in quant’ ella diceva,
stupendo, e poi mi rifece sicuro
un disio di parlare ond’ ïo ardeva.

245

[ibid.]

Si obicias quod civitas habens duodecim milia stadia non potest contineri infra muros centum quadraginta quattuor cubitorum, ad hoc est triplex responsio. (…) Tertia est quod in visionibus propter diversa misteria potest una vice videri unum et alia vice aliud, quod secundum rem non potest simul esse cum primo, sicut super Ezechielem de quattuor rotis Ezechielis secundum unam opinionem ostendi. (…) Unde patet quod in visionibus multa monstruosa vel inusitata cum usitatis miscentur, prout expedit misteriis et sublevationi contemplantium vel legentium in stuporem, et ut ex hoc magis pateat ea que monstrantur potius esse mistica quam litteralia.

Purg. XXXI, 121-128; Par. X, 7-9

Come in lo specchio il sol, non altrimenti
la doppia fiera dentro vi raggiava,
or con altri, or con altri reggimenti.
Pensa, lettor, s’io mi maravigliava,
quando vedea la cosa in sé star queta,
e ne l’idolo suo si trasmutava.
Mentre che piena di stupore e lieta
l’anima mia gustava di quel cibo ……

Leva dunque, lettore, a l’alte rote
meco la vista, dritto a quella parte
dove l’un moto e l’altro si percuote

 

246

[ibid.]

Si obicias quod civitas habens duodecim milia stadia non potest contineri infra muros centum quadraginta quattuor cubitorum, ad hoc est triplex responsio. (…) Tertia est quod in visionibus propter diversa misteria potest una vice videri unum et alia vice aliud, quod secundum rem non potest simul esse cum primo, sicut super Ezechielem de quattuor rotis Ezechielis secundum unam opinionem ostendi. (…) Nota tamen quod si quodlibet latus habuit centum quadraginta quattuor cubitos (…) Unde patet quod in visionibus multa monstruosa vel inusitata cum usitatis miscentur, prout expedit misteriis et sublevationi contemplantium vel legentium in stuporem, et ut ex hoc magis pateat ea que monstrantur potius esse mistica quam litteralia.

Par. XXXI, 31-40, 58-60

Se i barbari, venendo da tal plaga
che ciascun giorno d’Elice si cuopra,
rotante col suo figlio ond’ ella è vaga,
veggendo Roma e l’ardüa sua opra,
stupefaciensi, quando Laterano
a le cose mortali andò di sopra;
ïo, che al divino da l’umano,
a l’etterno dal tempo era venuto,
e di Fiorenza in popol giusto e sano,
di che stupor dovea esser compiuto!

Uno intendëa, e altro mi rispuose:
credea veder Beatrice e vidi un sene
vestito con le genti glorïose.

247

[LSA, Ap 15, 3-4 (V vis., radix); Pa, f. 160va]

Pro operibus autem seu iudiciis iustitie, subdunt: “Iuste et vere vie tue”, id est opera tua, “rex seculorum. (Ap 15, 4) Quis non timebit te, Domine, et magnificabit nomen tuum?”. Pro operibus vero misericordie, subdunt: “Quia solus pius es”, scilicet per se et substantialiter et summe; “quoniam omnes gentes venient”, scilicet ad te tamquam a te misericorditer vocate et tracte, “et adorabunt in conspectu tuo, quoniam iudicia tua manifesta sunt”, scilicet per evidentes effectus perditionis Antichristi et suorum et salvationis electorum.

Purg. XI, 37; Par. VII, 103; XVIII, 115-117, 124-129; XIX, 13

Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi

Dunque a Dio convenia con le vie sue

O dolce stella, quali e quante gemme
mi dimostraro che nostra giustizia
effetto
sia del ciel che tu ingemme! ……
O milizia del ciel cu’ io contemplo,
adora per color che sono in terra
tutti svïati dietro al malo essemplo!
Già si solea con le spade far guerra;
ma or si fa togliendo or qui or quivi
lo pan che ’l pïo Padre a nessun serra.

E cominciò: “Per esser giusto e pio …”

248

[LSA, Ap 11, 18 (III vis., VII tub.); Pa, ff. 125vb.126ra]

“Et irate sunt gentes”, id est et gratias tibi agimus de hoc, quod ita gloriose regnasti in tuis sanctis et super tuos hostes quod inde irati et perturbati sunt hostes. “Et advenit ira tua”, id est effectus tue iudiciarie ire seu tue iuste vindicte in reprobos. “Et tempus mortuos iudicare”. Quidam habent “mortuorum”, sed Ricardus habet “mortuos”, unde exponit: “et tempus”, scilicet advenit, “mortuos iudicari”, id est bonos a malis et malos a bonis segregari. Seu bonis per tuum iudicium reddi condignum premium et malis condignum supplicium.

Inf. III, 88-89, 121-122, 127

E tu che se’ costì, anima viva,
 pàrtiti da cotesti che son morti.

“Figliuol mio”, disse ’l maestro cortese,
“quelli che muoion ne l’ira di Dio ……

Quinci non passa mai anima buona …”

249

[ibid.; Pa, f. 126ra-b]

Deinde pro iudicio dampnandorum subdit: “et”, supple advenit tempus, “exterminandi eos qui corruperunt terram”, id est se ipsos per malam vitam vel alios per malum exemplum vel consilium. Est autem modus loquendi exaggerativus et magis proprie dictus de impiis valde pestiferis. Videtur enim terra et totus orbis fedari et corrumpi a pravis habitatoribus et precipue a pessimis qualis erit Antichristus et sui maiores. Sicut e contra locus videtur ornari et sanctificari a sanctis in eo stantibus et a sanctis operibus ibi factis. Et iuxta hunc modum dicitur Genesis VI°: “Corrupta est terra coram Deo, et repleta est iniquitate” (Gn 6, 11). Nota autem quod hec dampnatio reproborum est tertium ve, de quo paulo ante dictum est: “Ecce ve tertium veniet cito” (Ap 11, 14).

Inf. III, 82-84; XVI, 8-9; Par. IX, 25-27

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave! ”

Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri
essere alcun di nostra terra prava.

In quella parte de la terra prava
italica che siede tra Rïalto
e le fontane di Brenta e di Piava

 

250

[ibid.; Pa, f. 126ra]

Unde pro iudicio premiandorum subdit: “et reddere mercedem”, scilicet glorie, “servis tuis prophetis”, id est sanctis maioribus qui aliquos docuerunt et rexerunt, “et sanctis et timentibus nomen tuum”, id est sanctis minoribus. Vel hoc secundum dicit communiter pro omnibus sanctis quos subdividit in maiores et minores, dicens: “pusillis et magnis”. Vel, secundum Ricardum, hoc exponendo subiunxit. Nam le “pusillis” correspondet “timentibus”, et le “magnis” dicitur pro “prophetis”, id est pro sanctis doctoribus, secundum illud Matthei V°: “Qui fecerit et docuerit, hic magnus vocabitur in regno celorum” (Mt 5, 19).

Par. XI, 109-111; XII, 85

Quando a colui ch’a tanto ben sortillo
piacque di trarlo suso a la mercede
ch’el meritò nel suo farsi pusillo

in picciol tempo gran dottor si feo

 

251

[LSA, Ap 1, 9 (secunda circumstantia visionum); Pa, f. 27rb]

Ecce quod locus erat divinis contemplationibus et visionibus aptus, tamquam remotus et quietus et secretus ac deliciis et divitiis carnalibus vacuus.

 

 

Inf. XXXIV, 20-21, 127-128, 133-134

“Ecco Dite”, dicendo, “ed ecco il loco
 ove convien che di fortezza t’armi”.

Luogo è là giù da Belzebù remoto
tanto quanto la tomba si distende

Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo

 

252

[LSA, Ap 9, 16-17 (III vis., VI tub.); Pa, f. 111ra]

Nota quod cum in signum maioris certitudinis voluit dicere quod predictum numerum equitum et equorum percepit tam per auditum angelice vocis quam per visum imaginum equorum et equitum sibi in visione per angelum monstratorum, nichilominus usitato more scripture appropriat auditum numero equitum, visum vero numero equorum. In quo et innuit apprehensionem equitum esse subtiliorem et secretiorem quam apprehensionem equorum; auditu enim percipimus multa intelligibilia que nequeunt a nobis visibiliter sentiri et palpari.

 

Inf. XXXIV, 127-129; Purg. XVI, 34-36; XXIII, 43-45, 61-63

Luogo è là giù da Belzebù remoto
tanto quanto la tomba si distende,
che non per vista, ma per suono è noto

“Io ti seguiterò quanto mi lece”,
rispuose; “e se veder fummo non lascia,
l’udir ci terrà giunti in quella vece”.

Mai non l’avrei riconosciuto al viso;
ma ne la voce sua mi fu palese
ciò che l’aspetto in sé avea conquiso. ……
Ed elli a me: “De l’etterno consiglio
cade vertù ne l’acqua e ne la pianta
rimasa dietro, ond’ io sì m’assottiglio.”

253

[LSA, Ap 1, 4 (Salutatio); Pa, f. 24rb]

Signanter autem dicit: “que sunt in Asia”. Primo ratione interpretationis, quia Asia interpretatur elatio. Mundus autem hic continens ecclesias electorum super ipsos elatione sustollitur, secundum illud Psalmi: “Mirabiles elationes maris” (Ps 92, 4).

[LSA, Ap 1, 9 (secunda circumstantia visionum); Pa, f. 27rb]

Secunda circumstantia est idoneitas loci, unde subdit: “Fui in insula que appellatur Patmos”. Ecce quod locus erat divinis contemplationibus et visionibus aptus, tamquam remotus et quietus et secretus ac deliciis et divitiis carnalibus vacuus. Est autem Patmos insula Grecie et interpretatur separati hostes, vel separatio palpantium, et congruit huic misterio quia in excessu contemplationis sunt hostes spiritus et palpantes, id est sensuales et carnales, separati. Secundum Papiam autem interpretatur fretum vel vorago, quia fervor et vorago persecutionum multum confert ad suble-vationem spiritus in divina.

Purg. XXVIII, 67-75, 101

Ella ridea da l’altra riva dritta,
trattando più color con le sue mani,
che l’alta terra sanza seme gitta.
Tre passi ci facea il fiume lontani;
ma Elesponto, là ’ve passò Serse,
ancora freno a tutti orgogli umani,
più odio da Leandro non sofferse
per mareggiare intra Sesto e Abido,
che quel da me perch’ allor non s’aperse.

questo monte salìo verso ’l ciel tanto

 

 

254

[LSA, Ap 20, 11 (VII vis.); Pa, f. 192rb-va]

Dicit etiam quod “a conspectu” sedentis “fugit terra et celum”, tum quia omnes habitantes in celo et in terra pre nimio terrore furoris eius, aut pre summa reverentia maiestatis eius, in propriam parvitatem et nichilitatem resilient ac si essent sibi ipsi adnichilati, unde dicit quod “locus non est inventus ab eis”, id est sic facti sunt quasi nichil ac si nusquam essent; tum quia sicut lux candelarum et etiam stellarum disparet ad adventum solis ac si esset adnichilata seu obscurata, sic ad fulgorem glorie Christi omnia alia respectu eius erunt quasi nichil. Ricardus vero legit hoc de fuga seu transitu prioris speciei celi et terre, unde subdit quod “locus non est inventus ab eis”, scilicet secundum statum priorem.

Inf. XXXIV, 121-126

Da questa parte cadde giù dal cielo;
e la terra, che pria di qua si sporse,
per paura di lui fé del mar velo,
e venne a l’emisperio nostro; e forse
per fuggir lui lasciò qui loco vòto
quella ch’appar di qua, e sù ricorse.

 

255

[LSA, Prologus, Notabile III; IV status; Pa, f. 4rb]

(zelus severus fertur) quarto contra pertinaciam quasi in loco virilis et stabilis etatis se firmantem (…)

 

Purg. XXX, 100-101; XXVII, 33-35, 43-44; XIX, 139-140; Inf. XVII, 76-77; VII, 99; II, 121; I, 30

Ella, pur ferma in su la detta coscia
del carro stando …………………………

E io pur fermo e contra coscïenza.
Quando mi vide star pur fermo e duro,
turbato un poco disse …………………….
Ond’ ei crollò la fronte e disse: “Come!
volenci star di qua?” ……………………..

Vattene omai: non vo’ che più t’arresti;
ché la tua stanza mio pianger disagia

E io, temendo no ’l più star crucciasse
lui che di poco star m’avea ’mmonito

quand’ io mi mossi, e ’l troppo star si vieta.

Dunque: che è? perché, perché restai

sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.

 

256

[LSA, Ap 18, 22-23 (VI vis.); Pa, f. 180rb]

Deinde ostendit quomodo omni iocundo cantico seu gaudio, et omni utili et etiam curioso opere et artificio, et iocunda luce et nuptiis erit ex tunc omnino et in eternum privata, unde subdit (Ap 18, 22-23): “Et vox citharedorum” et cetera; “et vox”, id est sonus, “mole”, molentis scilicet triticum vel alia utilia, et cetera; “et vox sponsi et sponse”, id est letitia nuptiarum, “non audietur adhuc”, id est amplius seu de cetero, “in te”.

 

 

Purg. I, 25-27; Par. XVI, 136-144

Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle:
oh settentrïonal vedovo sito,
poi che privato se’ di mirar quelle!

La casa di che nacque il vostro fleto,
per lo giusto disdegno che v’ha morti
e puose fine al vostro viver lieto,
era onorata, essa e suoi consorti:
o Buondelmonte, quanto mal fuggisti
le nozze süe per li altrui conforti!
Molti sarebber lieti, che son tristi,
se Dio t’avesse conceduto ad Ema
la prima volta ch’a città venisti.

257

[LSA, Ap 16, 20 (VI vis., radix); Pa, f. 168ra]

Deinde effectum huius iudicii insinuat quoad duas partes pene eterne. Quarum prima est pena dampni, scilicet privatio omnis boni iocundi, et hanc tangit cum subdit: “Et omnis insula fugit, et omnes montes non sunt inventi” (Ap 16, 20).

Par. XVI, 136-141

La casa di che nacque il vostro fleto,
per lo giusto disdegno che v’ha morti
e puose fine al vostro viver lieto,
era onorata, essa e suoi consorti:
o Buondelmonte, quanto mal fuggisti
le nozze süe per li altrui conforti!

258

[LSA, Ap 21, 12-13 (VII vis.); Pa, f. 199vb]

Nam, sicut arbor dum est in sola radice non potest sic tota omnibus explicari seu explicite monstrari sicut quando est in ramis et foliis ac floribus et fructibus consumata, sic arbor seu fabrica ecclesie et divine providentie ac sapientie in eius partibus diversimode refulgentis et participate non sic potuit nec debuit ab initio explicari sicut in sua consumatione poterit et debebit.

 

Par. I, 3; IV, 35; VIII, 20-21; XIII, 67-72; XXIX, 136-137, 140-141; XXXI, 22-23

in una parte più e meno altrove.

e differentemente han dolce vita

muoversi in giro più e men correnti,
al modo, credo, di lor viste interne.

La cera di costoro e chi la duce
non sta d’un modo; e però sotto ’l segno
idëale poi più e men traluce.
Ond’ elli avvien ch’un medesimo legno,
secondo specie, meglio e peggio frutta;
e voi nascete con diverso ingegno.

La prima luce, che tutta la raia,
per tanti modi in essa si recepe ……
…………………d’amar la dolcezza
diversamente in essa ferve e tepe

ché la luce divina è penetrante
per l’universo secondo ch’è degno

 

259

[LSA, Ap 21, 18/21 (VII vis.); Pa, f. 201va]

Quamvis enim totus habitus glorie inferiorum sit immediate a Deo, sic tamen erit connexus glorie suorum superiorum ac si in ipsa fundetur et conradicetur, sicut secundaria membra corporis quasi fundantur et radicantur in virtute cerebri, cordis et [e]patis. Inferiores etiam mi[ni]sterialiter iuvabuntur per intermediam gloriam superiorum, quasi per specula clara et quasi per vitrum perspicuum et quasi per portas intrent in clariorem et altiorem actum visionis et fruitionis Dei.

Par. II, 112-114, 121-123; XXVIII, 127-129

Dentro dal ciel de la divina pace
si gira un corpo ne la cui virtute
l’esser di tutto suo contento giace. ……
Questi organi del mondo così vanno,
come tu vedi omai, di grado in grado,
che di sù prendono e di sotto fanno.

Questi ordini di sù tutti s’ammirano,
e di giù vincon sì, che verso Dio
tutti tirati sono e tutti tirano.

260

[Ap 1, 4 (prohemium, salutatio); Pa, f. 25ra]

(…) “ipse Spiritus pro nobis postulat” (Rm 8, 26), quia facit nos postulare.

Inf. XXIX, 18-20

 ………………………… Dentro a quella cava
dov’ io tenea or li occhi sì a posta,
credo ch’un spirto del mio sangue pianga

261

[LSA, Ap 1, 4 (prohemium, salutatio); Pa, ff. 24vb-25rb]

Pro secundo dicit: “Et a septem spiritibus”. Hoc non potest hic stare pro spiritibus angelorum creatis, quia gratia non dicitur dari nobis a creatura vel ab angelis, sed solum quod ministerialiter cooperantur ad hoc ut nobis detur a Deo. Non etiam potest stare pro donis gratie creatis, quia tunc esset sermo nugatorius et ridiculosus, scilicet quod ab ipsis donis creatis darentur nobis ipsamet dona creata. Stat ergo pro increato Spiritu. (…) “Qui in conspectu troni eius sunt”, id est qui eos quos replent faciunt in conspectu Dei et sue sedis stare, iuxta quod ad Romanos VIII° (Rm 8, 26) dicitur quod “ipse Spiritus pro nobis postulat”, quia facit nos postulare.
Pro quanto etiam est quasi idem cum donis a se influxis, dicitur stare ante Deum quia eius dona stant ante Deum et ad cultum scilicet eius. Ricardus tamen legit quod ipsi spiritus semper conspiciuntur per contemplationem a sanctis angelis et hominibus, qui sunt tronus Dei quia residet in eis sicut rex in suo trono.

Inf. X, 22-24, 73-74; Purg. XXX, 1-9; Par. XIII, 7-9

O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco. ……
Ma quell’ altro magnanimo, a cui posta
restato m’era ………………………..

Quando il settentrïon del primo cielo,
che né occaso mai seppe né orto
né d’altra nebbia che di colpa velo,
e che faceva lì ciascuno accorto
di suo dover, come ’l più basso face
qual temon gira per venire a porto,
fermo s’affisse: la gente verace,
venuta prima tra ’l grifone ed esso,
al carro volse sé come a sua pace

imagini quel carro a cu’ il seno
basta del nostro cielo e notte e giorno,
sì ch’al volger del temo non vien meno

 

262

[ibid.]

Pro secundo dicit: “Et a septem spiritibus”. Hoc non potest hic stare pro spiritibus angelorum creatis, quia gratia non dicitur dari nobis a creatura vel ab angelis, sed solum quod ministerialiter cooperantur ad hoc ut nobis detur a Deo. Non etiam potest stare pro donis gratie creatis, quia tunc esset sermo nugatorius et ridiculosus, scilicet quod ab ipsis donis creatis darentur nobis ipsamet dona creata. Stat ergo pro increato Spiritu. Unde et Ricardus exponit: “a septem spiritibus”, id est a septiformi Spiritu, qui simplex est per naturam et septiformis per gratiam. Dividit enim dona singulis prout vult. Dicit etiam hoc appropriate referri ad personam Spiritus Sancti. Significavit autem sic Spiritum increatum, tum ut insinuet eius causalem multiformitatem, tum ut ostendat eius multiformem et presentialem participationem in variis donis ac si in eis partiretur et multiplicaretur, tum ut ostendat eius originalem radicem et rationem et exemplarem formam septem statuum ecclesie de quibus in hoc libro est intentio principalis. (…)

[LSA, Ap 5, 6-7 (II vis., radix); Pa, f. 68ra-b]

Quarto ostenditur habere universalem plenitudinem sapientie et providentie et spiritualis fontalitatis omnis gratie ad universa regenda, cum subditur: “et oculos septem, qui sunt septem spiritus Dei missi in omnem terram”. “Oculi” vocantur propter intelligentiam omnium visivam, “spiritus” vero propter subtilem et spiritualem et agilem naturam et efficaciam. Licet autem increatus spiritus Christi sit in se unus et simplex, dicitur tamen esse “septem spiritus” propter septiformitatem septem donorum suorum et septem statuum, in quibus participatur et quibus secundum eorum partialem seu particularem proportionem assistit, ac si esset in eis partitus et particulatus.

Inf. XIV, 76-81; Purg. XXXIII, 112-117; Par. II, 112-117, 136-138; X, 82-85

Tacendo divenimmo là ’ve spiccia
fuor de la selva un picciol fiumicello,
lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
Quale del Bulicame esce ruscello
che parton poi tra lor le peccatrici,
tal per la rena giù sen giva quello.

Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri
veder mi parve uscir d’una fontana,
e, quasi amici, dipartirsi pigri.
“O luce, o gloria de la gente umana,
che acqua è questa che qui si dispiega
da un principio e sé da sé lontana?”.

Dentro dal ciel de la divina pace
si gira un corpo ne la cui virtute
l’esser di tutto suo contento giace.
Lo ciel seguente, c’ha tante vedute,
quell’ esser parte per diverse essenze,
da lui distratte e da lui contenute. ……
così l’intelligenza sua bontate
multiplicata per le stelle spiega,
girando sé sovra sua unitate.

E dentro a l’un senti’ cominciar: “Quando
lo raggio de la grazia, onde s’accende
verace amore e che poi cresce amando,
multiplicato in te tanto resplende …”

 

 

263

[ibid.; Pa, f. 67vb-68va]

Deinde ostenditur quomodo Christus aperuit librum. Primo tamen describitur virtus eius ad aperiendum. Ubi primo ostenditur quod ipse est totius ecclesie mediator et quasi centrale medium ad quod tota spera ecclesie et omnes linee electorum suorum aspiciunt sicut ad medium centrum. Unde ait (Ap 5, 6): “Et vidi”, scilicet hoc quod sequitur, “et ecce in medio troni”, id est totius ecclesie (…) Vel “in medio troni”, id est in medio sancte Trinitatis, tamquam persona media sedens in eadem maiestate trium personarum quasi in eadem sede (…)
Quarto ostenditur habere universalem plenitudinem sapientie et providentie et spiritualis fontalitatis omnis gratie ad universa regenda, cum subditur: “et oculos septem, qui sunt septem spiritus Dei missi in omnem terram”. “Oculi” vocantur propter intelligentiam omnium visivam, “spiritus” vero propter subtilem et spiritualem et agilem naturam et efficaciam. Licet autem increatus spiritus Christi sit in se unus et simplex, dicitur tamen esse “septem spiritus” propter septiformitatem septem donorum suorum et septem statuum, in quibus participatur et quibus secundum eorum partialem seu particularem proportionem assistit, ac si esset in eis partitus et particulatus.
Mittuntur autem in suis effectibus et influxibus. Nomen autem missionis docet hic sumi spiritum Christi pro persona Spiritus Sancti, quia mittere proprie in divinis magis spectat ad personam producentem. Nullus enim plene proprie dicitur mittere se ipsum, quamvis propter eosdem effectus a tota [trinitate] factos, propter quos Filius vel Spiritus Sanctus dicuntur mitti, possit persona missa dici mittere se ipsam. (…)
Ostenso igitur ex quattuor predictis quod dignus et potens est nobis aperire librum, et etiam quod hoc est officii sui tamquam nostri mediatoris et redemptoris ac regis et gubernatoris, ostendit quomodo aperuit subdens (Ap 5, 7): “Et venit et accepit de dextera sedentis in trono librum”. Christus venit ad esse humanum et ad personale esse Verbi intimum Deo Patri quando fuit incarnatus. Nam Christus in quantum Deus non venit ad Patrem, quia in quantum Deus est semper ab eterno sibi presens et intimus nec unquam ab eo elongatus, nisi forte dicatur venire quando habitans in nobis facit nos venire ad Patrem. Quantum autem ad evidentiam et inno[te]scentiam, venit ad Patrem quando resurrexit et ascendit in celum et quando per effectuum evidentiam clare apparuit esse Deus Dei Filius et Dominus omnium; sic etiam quantum ad evidentiam accepit tunc librum a Patre, id est totam sapientiam Dei et omnium.

 

Inf. XXII, 97-105

“Se voi volete vedere o udire”,
ricominciò lo spaürato appresso,
“Toschi o Lombardi, io ne farò venire;
ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
sì ch’ei non teman de le lor vendette;
e io, seggendo in questo loco stesso,
per un ch’io son, ne farò venir sette
quand’ io suffolerò, com’ è nostro uso
di fare allor che fori alcun si mette”.

 

264

[LSA, Ap 1, 1; Pa, f. 22rb]

Subdit etiam causam mediam ac deinde proximam, dicens: “et significavit”, scilicet Christus, id est revelavit vel per signa figuralia demonstravit, scilicet predicta, “mittens”, id est denuntians ea, “per angelum suum servo suo Iohanni”.

 

Par. IV, 37-39; XVIII, 76-81, 88-90

Qui si mostraro, non perché sortita
sia questa spera lor, ma per far segno
 de la celestïal c’ha men salita.

sì dentro ai lumi sante creature
volitando cantavano, e faciensi
or D, or I, or L in sue figure.
Prima, cantando, a sua nota moviensi;
poi, diventando l’un di questi segni,
un poco s’arrestavano e taciensi. ……
Mostrarsi dunque in cinque volte sette
vocali e consonanti; e io notai
le parti sì, come mi parver dette.

265

[LSA, Ap 1, 1; Pa, f. 22ra]

Tangit etiam causam efficientem quadruplicem. Principalis enim est Deus, secundaria Christus in quantum homo, media vero angelus, proxima vero Iohannes. Et ideo dicit quod est “apocalipsis Ihesu Christi” (Ap 1, 1), id est a Ihesu Christo facta, “quam dedit illi Deus”, scilicet Pater et tota Trinitas; “dedit”, inquam, non solum ut eam sciret, sed etiam “palam facere”, id est ad manifestandum, “servis suis que oportet fieri cito”.
In quo tangit causam materialem, quia est de futuris que non ex absoluta necessitate, sed respectu infallibilitatis divine prescientie et respectu utilitatis ac necessitatis ecclesie et respectu iustitie Dei retributive et respectu malitie reproborum, “oportet fieri”. (…)
Subdit etiam causam mediam ac deinde proximam, dicens: “et significavit”, scilicet Christus, id est revelavit vel per signa figuralia demonstravit, scilicet predicta, “mittens”, id est denuntians ea, “per angelum suum servo suo Iohanni”.

Purg. I, 58-60, 64-66; Par. I, 22-24; XV, 40-42; XVII, 136-138

Questi non vide mai l’ultima sera;
ma per la sua follia le fu sì presso,
che molto poco tempo a volger era. ……
Mostrata ho lui tutta la gente ria;
e ora intendo mostrar quelli spirti
che purgan sé sotto la tua balìa.

O divina virtù, se mi ti presti
tanto che l’ombra del beato regno
segnata nel mio capo io manifesti

né per elezïon mi si nascose,
ma per necessità, ché ’l suo concetto
al segno d’i mortal si soprapuose.

Però ti son mostrate in queste rote,
nel monte e ne la valle dolorosa
pur l’anime che son di fama note

266

[LSA, Ap 1, 1; Pa, ff. 21vb-22ra]

Nota etiam quod potius dicit revelatio quam visio, quia magis significat donum et gratiam revelantis et archanam occultationem eius, nisi dono Dei eius velamen auferatur seu aperiatur. (…)
Tangit etiam causam efficientem quadruplicem. Principalis enim est Deus, secundaria Christus in quantum homo, media vero angelus, proxima vero Iohannes. Et ideo dicit quod est “apocalipsis Ihesu Christi” (Ap 1, 1), id est a Ihesu Christo facta, “quam dedit illi Deus”, scilicet Pater et tota Trinitas; “dedit”, inquam, non solum ut eam sciret, sed etiam “palam facere”, id est ad manifestandum, “servis suis que oportet fieri cito”.

Purg. XXIII, 37-45

Già era in ammirar che sì li affama,
per la cagione ancor non manifesta
di lor magrezza e di lor trista squama,
ed ecco del profondo de la testa
volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;
poi gridò forte: “Qual grazia m’è questa?”.
Mai non l’avrei riconosciuto al viso;
ma ne la voce sua mi fu palese
ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.

 

267

[LSA, Ap 1, 1; Pa, f. 23rb]

Sciendum etiam quosdam dixisse quod Iohannes vidit hec absque talibus imaginationibus, sed postmodum ipse adaptavit varias figuras ad veritatem quam absque figuris viderat.
Sed contra hoc est quod ipse non innuit se tales figuras post visionem suam composuisse, sed potius sibi in visione apparuisse et ab alio monstratas fuisse.
Preterea ad maiorem reverentiam et estimationem et fide dignitatem visionum huius libri et figurarum eius est quod a Deo per angelum fuerunt iste figure formate quam si postea essent per solum Iohannem invente et adiuncte.
Preterea altitudini visionis et intelligentie Iohannis non derogat quod huiusmodi figure fuerunt subiuncte et famulantes sue visioni intellectual[i]. Non enim beati post resumptionem corporum minus intelligent corporalia cum visu corporali eis adiuncto quam nunc intelligant absque visu corporali.

 

Inf. XVIII, 10-13, 40-43; XXIV, 73-75; Purg. XII, 22-24; XVII, 25-26; Par. III, 61-63; XXIII, 58-61, XXXIII, 142

Quale, dove per guardia de le mura
più e più fossi cingon li castelli,
la parte dove son rende figura,
tale imagine quivi facean quelli ……
Mentr’ io andava, li occhi miei in uno
furo scontrati; e io sì tosto dissi:
“Già di veder costui non son digiuno”.
Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi

da l’altro cinghio e dismontiam lo muro;
ché, com’ i’ odo quinci e non intendo,
così giù veggio e neente affiguro.

vid’ io lì, ma di miglior sembianza
secondo l’artificio, figurato
quanto per via di fuor del monte avanza.

Poi piovve dentro a l’alta fantasia
un crucifisso ……………………………

però non fui a rimembrar festino;
ma or m’aiuta ciò che tu mi dici,
sì che raffigurar m’è più latino.

per aiutarmi, al millesmo del vero
non si verria, cantando il santo riso
e quanto il santo aspetto facea mero;
e così, figurando il paradiso ……

A l’alta fantasia qui mancò possa

 

268

[LSA, Ap 5, 5 (II vis., radix); Pa, f. 66va-b]

Deinde subditur consolatoria promissio: “Et unus de senioribus dixit michi: Ne fleveris: ecce vicit”, id est victoriose promeruit et etiam per triumphalem potentiam prevaluit, “leo de tribu Iuda”, id est Christus de tribu Iuda natus ac invincibilis et prepotens et ad predam potenter resurgens sicut leo.
Radix David”, id est radix totius spiritualis vite non solum fidelium qui post Christum fuerunt, sed etiam omnium sanctorum patrum precedentium. Sicut enim rami totius arboris prodeunt a radice et firmantur in ea, sic tota arbor sanctorum veteris et novi testamenti prodit a Christo et firmatur in eo.
Dicit autem “radix David” potius quam aliorum sanctorum patrum, tum ut innuat quod fuit funda-mentalis radix et causa totius regni davitici (…)

Purg. VI, 64-66, 70-73; XX, 43-44, 49-54; Par. IX, 31; XIV, 64-66

Ella non ci dicëa alcuna cosa,
ma lasciavane gir, solo sguardando
a guisa di leon quando si posa. ……
ma di nostro paese e de la vita
ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava
“Mantüa …”, e l’ombra, tutta in sé romita,
surse ver’ lui del loco ove pria stava

Io fui radice de la mala pianta
che la terra cristiana tutta aduggia ……
Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;
di me son nati i Filippi e i Luigi
per cui novellamente è Francia retta.
Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:
quando li regi antichi venner meno
tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi

D’una radice nacqui e io ed ella

forse non pur per lor, ma per le mamme,
per li padri e per li altri che fuor cari
anzi che fosser sempiterne  fiamme.

269

[LSA, Ap 6, 1 (II vis., radix); Pa, f. 72rb-va]

Circa quas est primo notandum, circa formam imaginariam huius libri, quod videtur Iohannes librum hunc vidisse instar rotuli intus et foris scripti. Ridiculosum enim esset dicere quod liber, per quaternos et cartas distinctus, esset scriptus intus et foris. Videtur etiam quod rotulus ille haberet in se septem plicas et super unaquaque erat sigillum unum impressum pro clausura ipsius. Intra autem plicam videbantur depicte imagines equorum et equitum hic subscripte, vel ad apertionem ipsius subito videbatur exterius exire unus equus vivus cum equite suo.

Par. XXIV, 25-27

 

 

 

Però salta la penna e non lo scrivo:
ché l’imagine nostra a cotai pieghe,
non che ’l parlare, è troppo color vivo.

270

[ibid.]

Circa quas est primo notandum, circa formam imaginariam huius libri, quod videtur Iohannes librum hunc vidisse instar rotuli intus et foris scripti. Ridiculosum enim esset dicere quod liber, per quaternos et cartas distinctus, esset scriptus intus et foris. Videtur etiam quod rotulus ille haberet in se septem plicas et super unaquaque erat sigillum unum impressum pro clausura ipsius. Intra autem plicam videbantur depicte imagines equorum et equitum hic subscripte, vel ad apertionem ipsius subito videbatur exterius exire unus equus vivus cum equite suo.

 

Inf. XI, 28-30, 49-51, 67-69, 73-74, 85-87, 101-102

Di vïolenti il primo cerchio è tutto;
ma perché si fa forza a tre persone,
in tre gironi è distinto e costrutto.

e però lo minor giron suggella
del segno suo e Soddoma e Caorsa
e chi, spregiando Dio col cor, favella.

E io: “Maestro, assai chiara procede
la tua ragione, e assai ben distingue
 questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede.”

perché non dentro da la città roggia
sono ei puniti, se Dio li ha in ira?

Se tu riguardi ben questa sentenza,
e rechiti a la mente chi son quelli
che sù di fuor sostegnon penitenza

e se tu ben la tua Fisica note,
tu troverai, non dopo molte carte

271

[ibid.]

Circa quas est primo notandum, circa formam imaginariam huius libri, quod videtur Iohannes librum hunc vidisse instar rotuli intus et foris scripti. Ridiculosum enim esset dicere quod liber, per quaternos et cartas distinctus, esset scriptus intus et foris. Videtur etiam quod rotulus ille haberet in se septem plicas et super unaquaque erat sigillum unum impressum pro clausura ipsius. Intra autem plicam videbantur depicte imagines equorum et equitum hic subscripte, vel ad apertionem ipsius subito videbatur exterius exire unus equus vivus cum equite suo.

[LSA, Ap 5, 1 (II vis., radix); Pa, f. 62vb] Tertio est idem quod totum volumen scripture sacre et specialiter veteris testamenti, in quo novum fuit inclusum et sub figuris variis signatum et velatum. (…)

Par. XXXIII, 85-87

Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna

 

272

[LSA, Ap 5, 5 (II vis., radix); Pa, f. 67rb]

Tertio ad tempus Antichristi seu ad tempus aliquantulum precedens plenam apertionem sexti signaculi. Tunc enim erunt mire perplexitates conscientie in electis ita ut, teste Christo, fere in errorem ducantur (cfr. Mt 24, 24). Unde Gregorius, Moralium XXXII° super illud Iob: “Nervi testiculorum eius perplexi sunt” (Jb 40, 12) dicit hoc ideo dici, «quia argumenta predicatorum Antichristi dolosis assertionibus innodantur ut alligationum implicatio, quasi nervorum perplexitas, etsi videri possit, solvi non possit. Plerumque autem cum corda verbis inficiunt, in opere innocentiam ostendunt, neque enim aliter ad se traherent bonos».

 

Inf. X, 94-96, 112-114; XI, 91-96; XV, 112-114; XVI, 109-111; XVII, 13-15

“Deh, se riposi mai vostra semenza”,
prega’ io lui, “solvetemi quel nodo
che qui ha ’nviluppata mia sentenza. ……
e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,
fate i saper che ’l fei perché pensava
già ne l’error che m’avete soluto”.

“O sol che sani ogne vista turbata,
tu mi contenti sì quando tu solvi,
che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.
Ancora in dietro un poco ti rivolvi”,
diss’ io, “là dove di’ ch’usura offende
la divina bontade, e ’l groppo solvi”.

colui potei che dal servo de’ servi
fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,
dove lasciò li mal protesi nervi.

Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,
sì come ’l duca m’avea comandato,
porsila a lui aggroppata e ravvolta.

due branche avea pilose insin l’ascelle;
lo dosso e ’l petto e ambedue le coste
dipinti avea di nodi e di rotelle.

273

[LSA, Ap 9, 3/7 (III vis., V tub.); Pa, f. 102ra-b, 103ra]

Quarto describit potestatem nocendi eis a Deo permissam et cohibitionem ipsius ab aliquibus non permissis, unde subdit: “et data est illis potestas”, scilicet nocendi, “sicut habent potestatem scorpiones terre” (Ap 9, 3). Scorpio apparet facie blandus et quasi brachiis ad amplexandum expansis, sed cauda retro pungit et nocet suum toxicum infundendo. Sic prefati ypocrite cum quodam exteriori et anteriori blandimento et favore explent finaliter suas malitiosas intentiones sive temporalia extorquendo, sive suas luxurias seu lascivias cum hiis quibus se iungunt implendo, sive suos pravos mores eis quasi infundendo. (…) Pro tertia (mala proprietate locustarum) dicit: “Et facies earum sicut facies hominum” (Ap 9, 7), quia fingunt se humanos et modestos et se cuncta secundum rationem agere.

[LSA, Ap 9, 19 (III vis., VI tub.); Pa, ff. 111va-b, 112rb]

“Potestas enim equorum in ore eorum est” (Ap 9, 19), scilicet quoad tria predicta, “et in caudis eorum; nam caude eorum similes serpentibus habentes capita, et in hiis nocent”. Leo palam sevit, serpens vero occultis insidiis ferit et feriendo suum occultum venenum infundit; sic etiam os in facie se aperte ingerit, cauda vero post tergum latet. In leonino igitur capite et ore equorum designatur temptatio aperta et violenta, in cauda vero serpentina temptatio latens et fraudulenta. Secundum enim Ioachim, minantur mortem ut tormentis penarum possint etiam constantes milites frangere; secreto autem blandiuntur et negantibus fidem promittunt felicem vitam, ut sic frangant eos quos nequeunt superare tormentis. (…) Nota etiam quod respectu primi modi possunt per ignem et fumum et sulphur intelligi falsa miracula, quibus quasi loricis se armabunt et per que quasi sagittis igneis alios occident.

Inf. XVII, 7-18, 25-27

E quella sozza imagine di froda
sen venne, e arrivò la testa e ’l busto,
ma ’n su la riva non trasse la coda.
La faccia sua era faccia d’uom giusto,
tanto benigna avea di fuor la pelle,
e d’un serpente tutto l’altro fusto;
due branche avea pilose insin l’ascelle;
lo dosso e ’l petto e ambedue le coste
dipinti avea di nodi e di rotelle.
Con più color, sommesse e sovraposte
non fer mai drappi Tartari né Turchi,
né fuor tai tele per Aragne imposte. ……
Nel vano tutta sua coda guizzava,
torcendo in sù la venenosa forca
ch’a guisa di scorpion la punta armava.

 

 

274

[LSA, Ap 7, 7 (II vis. VI sig.); Pa, f. 90ra]

Nono exigitur assidua et fervens suspiratio ad mercedem eterne glorie omni servituti Dei et suorum se subiciens pro illa, et hanc designat Isachar, qui interpretatur merces, de quo dicit Iacob: “Isachar asinus fortis; vidit requiem quod esset bona, et terram quod optima, et subposuit humerum suum ad portandum”, scilicet omne honus propter illam, “factusque est tributis serviens” (Gn 49, 14-15).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[ibid.; Pa, f. 89vb, 90va]

Quarto exigitur patientia glorians et gaudens in tribulationibus, quam designat Aser, qui interpretatur beatus et de quo dicitur: “Aser pinguis panis eius, tingat in oleo pedem suum” (Gn 49, 20; Dt 33, 24). Quid enim beatius et pinguius aut magis fortificativum cordis quam sic se habere in adversis ac si suavi oleo inungeretur? (…) Primum est Aser, id est beatus, quia “beatus vir qui timet Dominum, in mandatis eius volet nimis” (Ps 111, 1).

 

Inf. XVII, 40-42; XXI, 34-42; Purg. VI, 133-135; Par. XI, 121-123, 130-132, 138-139; XXIII, 4-6, 64-66

Li tuoi ragionamenti sian là corti;
mentre che torni, parlerò con questa,
che ne conceda i suoi omeri forti.

L’omero suo, ch’era aguto e superbo,
carcava un peccator con ambo l’anche,
e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo.
Del nostro ponte disse: “O Malebranche,
ecco un de li anzïan di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch’ i’ torno per anche
a quella terra, che n’è ben fornita:
ogn’ uom v’è barattier, fuor che Bonturo;
del no, per li denar, vi si fa ita”.

Molti rifiutan lo comune incarco;
ma il popol tuo solicito risponde
sanza chiamare, e grida: “I’ mi sobbarco!”.

e questo fu il nostro patrïarca;
per che qual segue lui, com’ el comanda,
discerner puoi che buone merce carca. ……
Ben son di quelle che temono ’l danno
e stringonsi al pastor; ma son sì poche,
che le cappe fornisce poco panno. ……
e vedra’ il corrègger che argomenta
‘U’ ben s’impingua, se non si vaneggia’.

che, per veder li aspetti disïati
e per trovar lo cibo onde li pasca,
in che gravi labor li sono aggrati ……
Ma chi pensasse il ponderoso tema
e l’omero mortal che se ne carca,
nol biasmerebbe se sott’ esso trema

275

[LSA, Ap 7, 8 (II vis. VI sig.); Pa, f. 90ra-b]

Decimo exigitur huius mercedis obtinende robustissima confidentia pusillanimum confortativa, ita quod sit omnium securum et inexpugnabile refugium contra hostes, et hanc designat Zabulon, qui interpretatur habitaculum fortitudinis.

Par. XVII, 70-72

Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello
sarà la cortesia del gran Lombardo
che ’n su la scala porta il santo uccello

 

276

[LSA, Ap 22, 1 (VII visio); Pa, f. 203ra]

“Et ostendit michi fluvium” (Ap 22, 1). Hic sub figura nobilissimi fluminis currentis per medium civitatis describit affluentiam glorie manantis a Deo in beatos. Fluvius enim iste procedens a “sede”, id est a maiestate “Dei et Agni”, est ipse Spiritus Sanctus et tota substantia gratie et glorie per quam et in qua tota substantia summe Trinitatis dirivatur seu commu-nicatur omnibus sanctis et precipue beatis, que quidem ab Agno etiam secundum quod homo meritorie et dispensative procedit. Dicit autem “fluvium” propter copiositatem et continuitatem, et “aque” quia refrigerat et lavat et reficit, et “vive” quia, secundum Ricardum, numquam deficit sed semper fluit. Quidam habent “vite”, quia vere est vite eterne. Dicit etiam “splendidum tamquam cristallum”, quia in eo est lux omnis et summe sapientie, et summa soliditas et perspicuitas quasi cristalli solidi et transparentis. Dicit etiam “in medio platee eius” (Ap 22, 2), id est in intimis cordium et in tota plateari latitudine et spatiositate ipsorum.

 

Purg. XXXI, 139; Par. XXIII, 31-33

O isplendor di viva luce etterna

e per la viva luce trasparea
la lucente sustanza tanto chiara
nel viso mio, che non la sostenea.

277

[LSA, Ap 5, 8 (II vis., radix); Pa, f. 69rb-va]

Phiale [igitur] iste sunt corda sanctorum per sapientiam lucida, per caritatem dilatata, et per contemplationem splendidam et flammeam aurea, et per devotarum orationum redundantiam odoramentis plena. Sicut enim odoramenta per ignem elicata sursum ascendunt totamque domum replent suo odore, sic devote orationes ad Dei presentiam ascendunt et pertingunt, eique suavissime placent et etiam toti curie celesti et subcelesti. Sicut [etiam] diffusio odoris spiratur invisibiliter ab odoramentis, sic devote affectiones orantium spirantur invisibiliter et latissime diffunduntur ad varias rationes dilecti et ad varias rationes sancti amoris, prout patet ex multiformi varietate sanctorum affectuum qui exprimuntur et exercentur in psalmis. (…) premittit convenienter citharas, quia nisi corde virtutum sint in cithara mentis disposite prout congruit laudi Dei, non potest haberi phiala cordis plena devotis desideriis et suspiriis et meditationibus ignitis et odoriferis, sicut nec iubilatio laudis potest perfecte exerceri nisi preeat plenitudo odoramentorum.

 

Par. II, 124-129; VII, 142-144; X, 1-3, 109-111; XV, 1-3; XXIII, 103-105

Riguarda bene omai sì com’ io vado
per questo loco al vero che disiri,
sì che poi sappi sol tener lo guado.
Lo moto e la virtù d’i santi giri,
come dal fabbro l’arte del martello,
da’ beati motor convien che spiri

ma vostra vita sanza mezzo spira
la somma beninanza, e la innamora
di sé sì che poi sempre la disira.

Guardando nel suo Figlio con l’Amore
che l’uno e l’altro etternalmente spira,
lo primo e ineffabile Valore ……
La quinta luce, ch’è tra noi più bella,
spira di tale amor, che tutto ’l mondo
là giù ne gola di saper novella

Benigna volontade in che si liqua
sempre l’amor che drittamente spira,
come cupidità fa ne la iniqua

Io sono amore angelico, che giro
l’alta letizia che spira del ventre
che fu albergo del nostro disiro

 

278

[ibid.]

Phiale [igitur] iste sunt corda sanctorum per sapientiam lucida, per caritatem dilatata, et per contemplationem splendidam et flammeam aurea, et per devotarum orationum redundantiam odoramentis plena. Sicut enim odoramenta per ignem elicata sursum ascendunt totamque domum replent suo odore, sic devote orationes ad Dei presentiam ascendunt et pertingunt, eique suavissime placent et etiam toti curie celesti et subcelesti. Sicut [etiam] diffusio odoris spiratur invisibiliter ab odoramentis, sic devote affectiones orantium spirantur invisibiliter et latissime diffunduntur ad varias rationes dilecti et ad varias rationes sancti amoris, prout patet ex multiformi varietate sanctorum affectuum qui exprimuntur et exercentur in psalmis. (…) premittit convenienter citharas, quia nisi corde virtutum sint in cithara mentis disposite prout congruit laudi Dei, non potest haberi phiala cordis plena devotis desideriis et suspiriis et meditationibus ignitis et odoriferis, sicut nec iubilatio laudis potest perfecte exerceri nisi preeat plenitudo odoramentorum.

Par. XIX, 22-25; XXXI, 124-129; XXXII, 103-105

Ond’ io appresso: “O perpetüi fiori
de l’etterna letizia, che pur uno
parer mi fate tutti vostri odori,
solvetemi, spirando, il gran digiuno …”

E come quivi ove s’aspetta il temo
che mal guidò Fetonte, più s’infiamma,
e quinci e quindi il lume si fa scemo,
così quella pacifica oriafiamma
 nel mezzo s’avvivava, e d’ogne parte
per igual modo allentava la fiamma

qual è quell’ angel che con tanto gioco
guarda ne li occhi la nostra regina,
 innamorato sì che par di foco?

279

[ibid.]

Phiale [igitur] iste sunt corda sanctorum per sapientiam lucida, per caritatem dilatata, et per contemplationem splendidam et flammeam aurea, et per devotarum orationum redundantiam odoramentis plena. Sicut enim odoramenta per ignem elicata sursum ascendunt totamque domum replent suo odore, sic devote orationes ad Dei presentiam ascendunt et pertingunt, eique suavissime placent et etiam toti curie celesti et subcelesti. Sicut [etiam] diffusio odoris spiratur invisibiliter ab odoramentis, sic devote affectiones orantium spirantur invisibiliter et latissime diffunduntur ad varias rationes dilecti et ad varias rationes sancti amoris, prout patet ex multiformi varietate sanctorum affectuum qui exprimuntur et exercentur in psalmis. (…) premittit convenienter citharas, quia nisi corde virtutum sint in cithara mentis disposite prout congruit laudi Dei, non potest haberi phiala cordis plena devotis desideriis et suspiriis et meditationibus ignitis et odoriferis, sicut nec iubilatio laudis potest perfecte exerceri nisi preeat plenitudo odoramentorum.

 

Purg. XXIII, 88-90; Par. XXII, 121-123; XXIV, 28-33, 82-83; XXV, 82-84; XXXI, 94-96

Con suoi prieghi devoti e con sospiri
tratto m’ha de la costa ove s’aspetta,
e liberato m’ha de li altri giri.

A voi divotamente ora sospira
l’anima mia, per acquistar virtute
al passo forte che a sé la tira.

“O santa suora mia che sì ne prieghe
divota, per lo tuo ardente affetto
da quella bella spera mi disleghe”.
Poscia fermato, il foco benedetto
a la mia donna dirizzò lo spiro,
che favellò così com’ i’ ho detto. ……
Così spirò di quello amore acceso;
indi soggiunse: ………

Indi spirò: “L’amore ond’ ïo avvampo
ancor ver’ la virtù che mi seguette
infin la palma e a l’uscir del campo …”

E ’l santo sene: “Acciò che tu assommi
perfettamente”,  disse, “il tuo cammino,
a che priego e amor santo mandommi …”

 

280

[ibid.]

Phiale [igitur] iste sunt corda sanctorum per sapientiam lucida, per caritatem dilatata, et per contemplationem splendidam et flammeam aurea, et per devotarum orationum redundantiam odoramentis plena. Sicut enim odoramenta per ignem elicata sursum ascendunt totamque domum replent suo odore, sic devote orationes ad Dei presentiam ascendunt et pertingunt, eique suavissime placent et etiam toti curie celesti et subcelesti. Sicut [etiam] diffusio odoris spiratur invisibiliter ab odoramentis, sic devote affectiones orantium spirantur invisibiliter et latissime diffunduntur ad varias rationes dilecti et ad varias rationes sancti amoris, prout patet ex multiformi varietate sanctorum affectuum qui exprimuntur et exercentur in psalmis. (…) premittit convenienter citharas, quia nisi corde virtutum sint in cithara mentis disposite prout congruit laudi Dei, non potest haberi phiala cordis plena devotis desideriis et suspiriis et meditationibus ignitis et odoriferis, sicut nec iubilatio laudis potest perfecte exerceri nisi preeat plenitudo odoramentorum.

 

 

 

 

 

 

 

Inf. X, 16-21; Par. X, 142-144

“Però a la dimanda che mi faci
quinc’ entro satisfatto sarà tosto,
e al disio ancor che tu mi taci”.
E io: “Buon duca, non tegno riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m’hai non pur mo a ciò disposto”.

che l’una parte e l’altra tira e urge,
tin tin sonando con sì dolce nota,
che ’l ben disposto spirto d’amor turge

 

 

281

[LSA, Ap 14, 20 (IV vis., VII prel.); Pa, f. 158rb]

“Et calcatus est lacus extra civitatem”

Inf. XXXII, 19-24

dicere udi’mi: “Guarda come passi:
va sì, che tu non calchi con le piante
le teste de’ fratei miseri lassi”.
Per ch’io mi volsi, e vidimi davante
e sotto i piedi un lago che per gelo
avea di vetro e non d’acqua sembiante.

282

[ibid.]

Sequitur: “Et exivit sanguis de lacu usque ad frenos equorum per stadia mille sescenta”.

 

Inf. XXV, 27; Purg. V, 74, 84

di sangue fece spesse volte laco.

ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea ……
de le mie vene farsi in terra laco.

 

283

[LSA, Ap 19, 15 (VI vis.); Pa, f. 184vb]

“Et ipse reget eas in virga ferrea”, id est in inflexibili iustitia. Qui enim nolunt converti blanditiis et humilitate necesse est ut tunc temporis sentiant severitatem et fortitudinem discipline eius, ut saltem sero subiciantur sceptro ipsius. Rebelles autem sentient furorem eius, unde subditur: “Et ipse calcat torcular vini furoris ire Dei omnipotentis”, id est ipse premit impios penis mortiferis quas Deus Trinitas quasi furibundus et iratus propinat eis.

Inf. XXXII, 4; Purg. V, 43; VI, 9; XIII, 70,  84

io premerei di mio concetto il suco

Questa gente che preme a noi è molta

e così da la calca si difende

ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra ……
premevan sì, che bagnavan le gote.

 

284

[LSA, Ap 14, 20 (IV vis., VII prel.); Pa, f. 158rb-va]

“Et calcatus est lacus extra civitatem” (…) Sequitur autem tropum civitatis Iherusalem quia extra ipsam est vallis Iosaphat, que secundum Ieronimum est inter montem Sion et montem Oliveti, in qua stabunt impii in die iudicii. Et etiam Isaie XXX° (Is 30, 33) dicitur quod vallis Tophet, que est extra Iherusalem, “est preparata, profunda et dilatata”, in qua est “ignis et ligna multa” et “flatus Domini sicut torrens sulphuris”, in qua incendi debebat rex Assiriorum cum exercitu suo. Sequitur: “Et exivit sanguis de lacu usque ad frenos equorum per stadia mille sescenta”. (…) Quia  vero duo sunt que excedunt modum ut non debeant tolerari, scilicet immensitas culpe et eius diuturnitas, ideo primum designatur in altitudine sanguinis usque ad frenos equorum, secundum vero in longitudine sui torrentis procedentis usque ad stadia mille sescenta. Sustinet enim Deus hunc torrentem malitie quamdiu equi ipsius ferre poterunt; quando autem non solum aselli sed etiam equi videntur periclitari, ita ut regnante Antichristo in errorem ducantur, si fieri potest, etiam electi (cfr. Mt 24, 24), non debet iudicium impiorum ulterius differri sed potius ad Deum clamari: “Exurge, Domine, non confortetur homo” (Ps 9, 20).

Par. XII, 99; Purg. XXV, 37-38, 48

quasi torrente ch’alta vena preme

Sangue perfetto, che poi non si beve
da l’assetate vene, e si rimane ……
per lo perfetto loco onde si preme

285

[ibid.; f. 159ra]

Per exitum autem sanguinis designatur emissio mortiferi doloris per vim tormentorum educti, ac si totus sanguis et omnia viscera dampnatorum violenter effunderentur extra, ita quod redundaret in magnum flumen seu mare doloris amarissimi. In speciali vero, per varias proprietates numeri hic positi secundum varias compositiones ipsius designantur varie proprietates pene dampnatorum, que secundum varios [misteriandi] modos possunt multiformiter coaptari.

 

Inf. IX, 109-117, 121-123

com’ io fui dentro, l’occhio intorno invio:
e veggio ad ogne man grande campagna,
piena di duolo e di tormento rio.
Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
sì com’ a Pola, presso del Carnaro
ch’Italia chiude e suoi termini bagna,
fanno i sepulcri tutt’ il loco varo,
così facevan quivi d’ogne parte,
salvo che ’l modo v’era più amaro ……
Tutti li lor coperchi eran sospesi,
e fuor n’uscivan sì duri lamenti,
che ben parean di miseri e d’offesi.

286

[LSA, Ap 12, 9 (IV vis., II prel.); Pa, f. 137rb-va]

“Et proiectus est”, scilicet a predicta dominatione et potestate, “dracho ille magnus, serpens antiquus, qui vocatur Diabolus et Sathanas”. “Serpens” dicitur per venenum malitie et erroris quo mundum extoxicat (…) Et “proiectus est in terram” et cetera, id est in infimam deiectionem et calcandus a sanctis sicut terra calcatur ab omnibus.

Purg. XIII, 148-150

E cheggioti, per quel che tu più brami,
se mai calchi la terra di Toscana,
che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami.

 

287

[LSA, Ap 22, 11 (VII vis.); Pa, f. 205rb-va]

Quamvis pluribus ex sua malitia per accidens noceat, propter tales autem non est occultanda, immo in ipsorum inexcusabilitatem et iustam excecationem fortius predicanda. (…) “et qui in sordibus est”, scilicet carnalis luxurie per quam se ipsum fedat, “sordescat adhuc”, id est dignus est permitti in ampliores sordes a se ipso immergi.

 Par. XVII, 116-117, 127-129

ho io appreso quel che s’io ridico,
a molti fia sapor di forte agrume

Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
tutta tua visïon fa manifesta;
e lascia pur grattar dov’ è la rogna.

288

[LSA, Prologus, Notabile VI; Pa, f. 8va]

Quinque enim status ecclesie describuntur hic quasi per modum stricti stipitis vel conductus. Sextus vero status describitur quasi per modum late et multe expansionis ramorum fructuosorum reiectis virgultis et ramis inutilibus, seu per modum magne et aperte effusionis aque in piscinam vel lacum.

[LSA, Ap 18, 17 (VI vis.); Pa, f. 179ra]

Deinde subdit de planctu aliorum qui per mare seu per vias graviores negotiabantur: “Et omnis gubernator et omn[es] qui in l[o]cum”, scilicet aliquem, puta ad urbem vel portum maritimum, “navigant”. Antiqui et Greci habent hic “[in] locum”; quidam vero habent in lacum”, id est in stagnum aquarum dulcium; quidam vero habent “in longum”, scilicet in longinquum iter maris, vel ad longinquos portus.

Inf. XIV, 115-120; XX, 66

Lor corso in questa valle si diroccia;
fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
poi sen van giù per questa stretta doccia,
infin, là ove più non si dismonta,
fanno Cocito; e qual sia quello stagno
tu lo vedrai, però qui non si conta.

de l’acqua che nel detto laco stagna.

289

[LSA, Ap 5, 1 (II vis., radix, IV sig.); Pa, f. 64va]

(…) propter quod quasi nudi et soli in solitudinibus habitabant spiritalibus divitiis habundantes.

Inf. XX, 84

sanza coltura e d’abitanti nuda

290

[LSA, Prologus, Notabile I; Pa, ff. 2va, 3ra]

Quartus (status) fuit anachoritice vite, mundum usque ad extrema solitudinis fugientis et carnem austerrime macerantis suoque exemplo totam ecclesiam instar solis et stellarum illuminantis. (…) Quartus est virginum seu contemplativorum, aquile assimilatus.

 

Inf. XX, 82, 85; Par. III, 46, 103-104

Quindi passando la vergine cruda ……
Lì, per fuggire ogne consorzio umano

I’ fui nel mondo vergine sorella ……
Dal mondo, per seguirla, giovinetta
fuggi’mi …………………………………

291

[LSA, Ap 2, 1 (I vis., radix); Pa, f. 33rb]

Solitarii enim et contemplativi negligere solent correctionem aliorum, tamquam iudicantes soli sibi esse vacandum. Quidam etiam ex eis, propter excessus contemplationis et macerationis corpore fracti, de facili solent a sociis suaderi ut indulgeant sue carni, ita quod ex hoc plus debito delicatis utantur.

 

Inf. XX, 38

perché volse veder troppo davante

 

292

[LSA, Ap 2, 4-5 (I vis., I eccl.); Pa, f. 38rb]

Unde ibidem (Ricardus) ait: «Puto quod nemo repente fit turpissimus, sed qui minima negligit paulatim defluit. Sicut enim quibusdam profectuum gradibus ad alta conscenditur, sic rursus gradatim ad ima descenditur». Et ibidem subdit: «Quosdam videmus in initio sue conversionis spe gaudentes, in tribulatione patientes, sollicitos in opere, studiosos in lectione, devotos in oratione, qui quidem in auro operantur sicut et ille cui dictum est a Christo: “Novi opera tua et caritatem” et cetera (Ap 2, 19). Sed sunt multi qui in tempore temptationis recedunt, non tamen statim se in infima demergunt, sed primum de bono in minus bonum et dehinc de minus bono in malum et deinde de malo in deterius corruunt, secundum illud Iob: “Mons cadens paulatim defluit, et terra alluvione consumitur” (Jb 14, 18-19). Tales enim paulatim incipiunt a pristino desiderio tepescere et a prior[i] fervore magis magisque deficere.»

Inf. I, 31-32, 41-43, 58-61; XX, 76-78

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggera e presta molto ……
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle
l’ora del tempo e la dolce stagione ……
tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace.
Mentre ch’i’ rovinava in basso loco

Tosto che l’acqua a correr mette co,
non più Benaco, ma Mencio si chiama
fino a Governol, dove cade in Po.

 

293

[LSA, Ap 1, 9 (Salutatio); Pa, f. 27ra-b]

Et nota quod cum posset dicere ‘magister’ propter prelationem, dixit “frater” propter humilitatem, ut propter humilitatem et dulcedinem fraternitatis facilius eos alliceret et persuaderet.

 

Inf. XIII, 55-56; Par. X, 97-99

E ’l tronco: “Sì col dolce dir m’adeschi,
ch’i’ non posso tacere ……………………….”

Questi che m’è a destra più vicino,
frate e maestro fummi, ed esso Alberto
è di Cologna, e io Thomas d’Aquino.

294

[LSA, Ap 21, 8 (VII vis.); Pa, f. 195vb]

(…) “et omnibus mendacibus”, scilicet pernicioso mendacio. Unde Ricardus dicit hic: «Legimus in quibusdam sanctorum verbis imperfectos non dampnari mendacio, quando fit ab eis causa evadendi periculi, sed inter venialia deputari; perfectos vero, si opus fuerit, veritatem quidem tacere sed a verbis mendacii penitus cavere debere».

Par. IV, 94-95, 100-102

Io t’ho per certo ne la mente messo
ch’alma beata non poria mentire ……
Molte fïate già, frate, addivenne
che, per fuggir periglio, contra grato
si fé di quel che far non si convenne

295

[Ap 20, 1-3 (VII vis.); Pa, f. 189rb]

Tempore autem Danielis fluxerant centum anni urbis Rome, unde Daniel erat tunc in secundo centenario eius designato per b. Primus autem centenarius cepit circa tempus captivationis decem tribuum, per quam cepit Dei sanctuarium conculcari.

Purg. XXII, 145-148

E le Romane antiche, per lor bere,
contente furon d’acqua; e Danïello
 dispregiò cibo e acquistò savere.
Lo secol primo, quant’ oro fu bello

 

296

[LSA, Ap 5, 1 (II vis., radix, III sig.); Pa, ff. 64va, 65rb]

Sicut enim mercatio sapientie per fidele studium scripturarum refertur ad doctores, et statera dolosi erroris, a recta equilibratione veritatis claudicans, respicit hereticos, sic spiritalis sapor et refectio eiusdem sapientie Christi refertur ad anachoritas, tantam eisdem sufficientiam tribuens ut nichil exterius querere viderentur nec aliquo exteriori egere, propter quod quasi nudi et soli in solitudinibus habitabant spiritalibus divitiis habundantes. (…)
Tertium est irrationabilitas cerimonialium legum et observantiarum. Hanc autem evacuat sapientialis et vivificus doctrine Christi cibus et sapor in tertia apertione notatus.

Purg. XXII, 145-149

E le Romane antiche, per lor bere,
contente furon d’acqua; e Danïello
dispregiò cibo e acquistò savere.
Lo secol primo, quant’ oro fu bello,
savorose con fame le ghiande

297

[LSA, Ap 20, 1-3 (VII vis.); Pa, f. 189va]

Nos autem sumus in XX° centenario urbis Rome et in XIII° Christi designato secundum eum per u, quod in ultimo labiorum quasi aspirando profertur, unde et secundum eum designat quod in fine huius centenarii carnalis ecclesia seu Babilon expirabit,

 

 

Par. X, 87, 96, 112-113; XI, 25-26, 139; XII, 1-2, 63, 122-123

usanza risalir nessun discende ……
uben s’impingua se non si vaneggia ……
entro v’è l’alta mente u sì profondo
saver fu messo ……………………

ove dinanzi dissi: “Uben s’impingua”,
e là udissi: “Non nacque il secondo” ……
Uben s’impingua, se non si vaneggia.

Sì tosto come l’ultima parola
la benedetta fiamma per dir tolse ……
usi dotar di mutüa salute ……
…………………….. ancor troveria carta
uleggerebbe “I’ mi son quel ch’i’ soglio”

(cielo del Sole)

298

(segue) ut in sequenti centenario designato per x litteram, que habet formam crucis et fuit per Cesarem Augustum circa Christi adventum inventa, renovetur et exaltetur crux Christi,

 

Par. XIV, 100-102

sì costellati facean nel profondo
Marte quei raggi il venerabil segno
che fan giunture di quadranti in tondo.

(cielo di Marte)

299

(segue) et post hoc sequantur littere a Grecis ad Latinos deducte designantes d i l atationem ecclesie ad Grecos et ad omnes gentes.

Par. XVIII, 76-78

sì dentro ai lumi sante creature
volitando cantavano, e faciensi
or D, or I , or L in sue figure.

(cielo di Giove)

300

[LSA, Ap 20, 8 (VII vis.); Pa, f. 191rb]

Et subdit: «Quod vero ait: “Et ascenderunt super [la]titudinem terre, et circuierunt castra sanctorum et civitatem dilectam” (…) ibi erunt castra sanctorum et civitas Deo dilecta, ibique a suis inimicis cingetur (…)

 

Inf. IX, 32; XVIII, 11

cigne dintorno la città dolente

più e più fossi cingon li castelli

301

[LSA, Ap 4, 4/8 (II vis., radix); Pa, ff. 57va-b, 61ra]

Vel secundum Ioachim, duodecim apostoli per quos ecclesia de gentibus intravit ad Christum, et alii duodecim futuri evangelici per quos omnis Israel et iterum totus orbis convertetur ad Christum. Dicuntur autem esse “in circuitu sedis” (Ap 4, 4), quia ad defensionem et protectionem sancte matris ecclesie ordinati sunt quasi murus eius et etiam sicut famuli eius. (…)
Sequitur: “Et in circuitu et intus plena sunt oculis” (Ap 4, 8), id est perspicaciter et circumspecte vident sua interiora et exteriora, et etiam interiora et exteriora Dei et ecclesie et scripture sacre. Precavent etiam hostes impios in circuitu ambulantes et insidias diaboli, qui tamquam leo circuit querens quem devoret. Discutiunt etiam sua interiora, ut corrigant defectus et ordinent bona.

Inf. IV, 108; VIII, 123; Par. XII, 86-88, 94-96, 106-107

difeso intorno d’un bel fiumicello

qual ch’a la difension dentro s’aggiri

tal che si mise a circüir la vigna
che tosto imbianca, se ’l vignaio è reo.
E a la sedia che fu già benigna ……
addimandò, ma contro al mondo errante
licenza di combatter per lo seme
del qual ti fascian ventiquattro piante. ……
Se tal fu l’una rota de la biga
in che la Santa Chiesa si difese

 

 

302

[LSA, Ap 21, 12 (VII vis.); Pa, f. 197rb]

Apostoli etiam fuerunt fundamenta ecclesie, prout dicitur ad Ephesios II° (Eph 2, 20); fuerunt etiam porte per quas infideles intraverunt ad fidem et ecclesiam Christi. Sed ad presens sufficit predictum modum tamquam principaliorem breviter exponere. Dicit ergo: “Et habebat murum magnum et altum”. Per magnum intelligit longum et latum, seu totum eius circuitum. Sicut autem murus opponitur exterioribus et defendit et abscondit interiora, sic sancti martires et zelativi doctores et pugiles, qui opposuerunt se hostibus et eorum impugnationibus in defensionem fidei et ecclesie, fuerunt murus ecclesie magnus et altus. Virtutes etiam hiis officiis dedicate sunt murus animarum sanctarum, qui quidem murus est ex lapide propter solidam virtutem sanctorum, et “ex lapide iaspide” (cfr. Ap 21, 18) propter virorem vive fidei, propter quam sunt zelati et passi et fortes effecti.

Inf. IV, 107; IX, 133; X, 2; XXVI, 132; XXXII, 18

sette volte cerchiato d’alte mura

passammo tra i martìri e li alti spaldi

tra ’l muro de la terra e li martìri

poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo

e io mirava ancora a l’alto muro

 

 

 

303

[LSA, Ap 5, 1 (II vis., radix, IV sig.); Pa, f. 63va-b]

In quarta (apertione) vero mors sedens in equo pallido, id est in carne quasi iam emortua pallescente, domuit et infregit superbam libertatem orientalium eccle-siarum nolentium subici sedi et fidei Petri. Et certe nichil validius ad infringendam superbiam imperii nostri quam consideratio assidua et experientia humane fragilitatis et mortis, unde Ecclesiastici X° ad retundendam hominis superbiam dicitur: “Quid superbis terra et cinis?” (Ecli 10, 9), et capitulo VII° dicitur: “In omnibus operibus tuis memorare novissima tua et in eternum non peccabis” (Ecli 7, 40).

Inf. XXV, 10-14; XXX, 13-17; XXXI, 91-92

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d’incenerarti sì che più non duri,
poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi?
Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri
non vidi spirto in Dio tanto superbo

E quando la fortuna volse in basso
l’altezza de’ Troian che tutto ardiva,
sì che ’nsieme col regno il re fu casso,
Ecuba trista, misera e cattiva,
poscia che vide Polissena morta

Questo superbo volle esser esperto
 di sua potenza contra ’l sommo Giove

304

[LSA, Ap 17, 16 (VI vis.); Pa, f. 175rb]

(…) incinerabunt, ut quasi non sit memoria vel signum prioris status vel glorie eius.

Inf. XXV, 10-11; Purg. XII, 16-18, 61-63

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d’incenerarti sì che più non duri

Come, perché di lor memoria sia,
sovra i sepolti le tombe terragne
portan segnato quel ch’elli eran pria

Vedeva Troia in cenere e in caverne;
o Ilïón, come te basso e vile
mostrava il segno che lì si discerne!

305

[LSA, Ap 2, 13 (I vis., III eccl.); Pa, ff. 42va-b]

Secunda est cuiusdam sui martiris in exemplum imitandum commemoratio, ibi: “Et in diebus illis” (…) Quia vero maxime virtutis et laudis est inter tales servare et confiteri fidem Christi, ideo in huius laude subdit: “et tenes nomen meum”, id est fidem et confessionem nominis mei, scilicet inter tales, “et non negasti fidem meam”, scilicet pro aliqua persecutione tibi ab illis illata.

Inf. XIII, 73-78

Per le nove radici d’esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor
, che fu d’onor sì degno.
E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che ’nvidia le diede.

306

[ibid.; ff. 42vb-43ra]

Scio”, scilicet per compassivam et laudativam notitiam, “ubi habitas”, scilicet “ubi sedes est Sathane” (…) “Et in diebus illis”, scilicet in quibus tu inter tales habitasti, fuit supple, “Antipas testis meus fidelis, qui occisus est apud vos”, id est in Pergamo, scilicet pro testificatione mei et fidei mee. “Apud vos”, inquam, “ubi sedes est Sathane”, id est non a bonis sed a malis, in quibus Sathanas regnat. Constantiam autem fidei et martirium huius sancti refert (…)

Par. III, 106-108, 118-120

Uomini poi, a mal più ch’a bene usi,
fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
Iddio si sa qual poi mia vita fusi.

Quest’ è la luce de la gran Costanza
che del secondo vento di Soave
generò ’l terzo e l’ultima possanza.

 

 

307

[LSA, Ap 17, 1 (VI vis./1); Pa, f. 168va-b]

“Et venit ad me unus” (Ap 17, 1). Hic plene explicat dampnationem Babilonis et causam eius, scilicet culpam propter quam est iuste dampnanda. Ubi primo introducitur angelus invitans et elevans Iohannem ad videndum in spiritu dampnationem eius, ubi et commemorat flagitia eius. (…) Et subdit (Ioachim) quod angelus vocat Iohannem in signum quod discipuli non possunt intrare ad intellectum spiritalium doctorum, nisi illi per verbum eruditionis trahant corda illorum ad intelligentiam veritatis. Subdit etiam quod per hoc quod sic sollicite invitat eum ad videndum dampnationem et malitiam meretricis, designatur quod valde utile est hoc spiritaliter videre, quia qui hoc nescit de facili decipitur nutibus oculorum eius et a gloria eius.

Inf. I, 112-114; XIII, 64-72; Purg. XXXII, 103-105, 154-155

Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno

La meretrice che mai da l’ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,
infiammò contra me li animi tutti;
e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.
L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.

“Però, in pro del mondo che mal vive,
al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
ritornato di là, fa che tu scrive”. …………
Ma perché l’occhio cupido e vagante
a me rivolse ……….

308

 

 

 

[segue; ff. 168vb-169ra]

Et subdit (Ioachim): «Hanc meretricem magnam dixerunt patres catholici Romam non quoad ecclesiam iustorum, que peregrinata est apud eam, sed quoad multitudinem reproborum, qui eandem apud se peregrinantem ecclesiam iniquis operibus impugnant et blasphemant. Non igitur in uno loco querendus est locus huius meretricis, sed sicut per totam aream romani imperii diffusum est triticum electorum, sic per latitudinem eius disperse sunt palee reproborum».

 

Par. VI, 121-123, 127-139; XV, 139-144

Quindi addolcisce la viva giustizia
in noi l’affetto sì, che non si puote
torcer già mai ad alcuna nequizia.

E dentro a la presente margarita
luce la luce di Romeo, di cui
fu l’ovra grande e bella mal gradita.
Ma i Provenzai che fecer contra lui
non hanno riso; e però mal cammina
qual si fa danno del ben fare altrui.
Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,
Ramondo Beringhiere, e ciò li fece
 Romeo, persona umìle e peregrina.
E poi il mosser le parole biece
a dimandar ragione a questo giusto,
che li assegnò sette e cinque per diece,
indi partissi povero e vetusto

Poi seguitai lo ’mperador Currado;
ed el mi cinse de la sua milizia,
tanto per bene ovrar li venni in grado.
Dietro li andai incontro a la nequizia
di quella legge il cui popolo usurpa,
per colpa d’i pastor, vostra giustizia.

309

[LSA, Ap 21, 21 (VII vis.); Pa, f. 200ra]

Quod autem hic per duodecim portas magis designentur illi per quos duodecim tribus Israel intrabunt ad Christum, patet ex hoc quod dicit nomina duodecim tribuum Israel esse scripta in hiis duodecim portis (Ap 21, 12), sicut nomina duodecim apostolorum et Agni sunt scripta in fundamentis (Ap 21, 14). Unde bene dicuntur esse margarite et ex margaritis, quia singulari cordis et corporis munditia et castimonia candescent tamquam ex rore celitus concepti et coagulati. Margarite enim dicuntur in conchilibus formari ex rore celesti eis imbibito. Sicut etiam margarite sunt parvule, sic ipsi erunt per evangelicam humilitatem et paupertatem parvuli.

Par. VI, 112-114, 127-139

Questa picciola stella si correda
d’i buoni spirti che son stati attivi
perché onore e fama li succeda

E dentro a la presente margarita
 luce la luce di Romeo, di cui
fu l’ovra grande e bella mal gradita.
Ma i Provenzai che fecer contra lui
non hanno riso; e però mal cammina
qual si fa danno del ben fare altrui.
Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,
Ramondo Beringhiere, e ciò li fece
Romeo, persona umìle e peregrina.
E poi il mosser le parole biece
a dimandar ragione a questo giusto,
che li assegnò sette e cinque per diece,
indi partissi povero e vetusto

310

[LSA, Ap 8, 10 (III vis., III tub.); Pa, f. 98rb]

“Et tertius angelus” (Ap 8, 10), id est ordo doctorum tertii status cui anthonomasice appropriatur nomen doctorum, “tuba cecinit”, id est predicavit et docuit in orbe iam ad Christum converso a Constantino et ultra.
Quid autem mali sit per accidens subsecutum, et qui seu quales rebellaverint fidei et doctrine eorum, monstratur cum subditur: “et cecidit de celo stella magna ardens tamquam facula, et cecidit in tertiam partem fluminum et in fontes aquarum”.

Inf. XIX, 5-6, 115-117                     

or convien che per voi suoni la tromba,
però che ne la terza bolgia state.

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre! 

311

[ibid.; ff. 98rb, 99rb-va]

Quid autem mali sit per accidens subsecutum, et qui seu quales rebellaverint fidei et doctrine eorum, monstratur cum subditur: “et cecidit de celo stella magna ardens tamquam facula, et cecidit in tertiam partem fluminum et in fontes aquarum”.
Sicut per “terram” designatur supra locus fidelium (cfr. Ap 8, 7) et per “mare” locus infidelium seu plebs gentilis (cfr. Ap 8, 8), sic per “fontes” et “fluminaterram irrigantia et potum dulcem hominibus et iumentis prebentia designatur sacra doctrina et doctores eius. (…) Nota autem quod per “fontes” possunt intelligi libri sacri canonis et scriptores eorum, scilicet prophete et apostoli. Per “flumina” vero, que de fontibus trahuntur, possunt intelligi subsequentes expositiones librorum canonis et expositores seu editores earum. Ille enim sunt instar fluminum quantitate maiores et aquam plurium fontium in se continentes.

[LSA, Ap 16, 4 (V vis., III ph.); Pa, ff. 162vb-163ra]

“Et tertius angelus” (Ap 16, 4), id est ordo sanctorum zelatorum tertii temporis, “effudit phialam suam super flumina et super fontes aquarum”, id est super doctrinam erroneam doctorum et episcoporum hereticorum, quam ipsi tamquam dulcem aquam bibebant et aliis propinabant. “Effudit”, inquam, non solum ipsam improbando, sed etiam ipsam et eius sectatores et fautores anathematizando et ab omni communion[e] ecclesie catholice sententialiter exclu-dendo. “Et factus est sanguis”, id est per hanc effusionem apparuit esse mortifera et crudelis et abhominabilis. Vel “factus est sanguis”, quia propter hanc plagam effuderunt sanguinem multorum catholicorum et multas persecutiones catholicis intulerunt. Corporaliter autem fuit ad litteram multorum hereticorum sanguis effusus per aliquos catholicos imperatores et principes, et etiam per aliquas nationes gentilium occupantium terras illorum.

Par. IX, 25-30, 43-51, 82-83, 88-93, 133-135

In quella parte de la terra prava
italica che siede tra Rïalto
e le fontane di Brenta e di Piava,
si leva un colle, e non surge molt’ alto,
là onde scese già una facella
che fece a la contrada un grande assalto.

E ciò non pensa la turba presente
che Tagliamento e Adice richiude,
né per esser battuta ancor si pente;
ma tosto fia che Padova al palude
cangerà l’acqua che Vincenza bagna,
per essere al dover le genti crude;
e dove Sile e Cagnan s’accompagna,
tal signoreggia e va con la testa alta,
che già per lui carpir si fa la ragna.

“La maggior valle in che l’acqua si spanda”,
incominciaro allor le sue parole

“Di quella valle fu’ io litorano
tra Ebro e Macra, che per cammin corto
parte lo Genovese dal Toscano.
Ad un occaso quasi e ad un orto
Buggea siede e la terra ond’ io fui,
che del sangue suo già caldo il porto.

Per questo l’Evangelio e i dottor magni
 son derelitti, e solo ai Decretali
si studia, sì che pare a’ lor vivagni.”

Par. XXIV, 55-57; XXVII, 25-27

poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte
sembianze femmi perch’ ïo spandessi
l’acqua di fuor del mio interno fonte.

fatt’ ha del cimitero mio cloaca
del sangue e de la puzza; onde ’l perverso
che cadde di qua sù, là giù si placa.

312

[LSA, Ap 8, 10 (III vis., III tub.); Pa, f. 98rb]

Sicut per “terram” designatur supra locus fidelium (cfr. Ap 8, 7) et per “mare” locus infidelium seu plebs gentilis (cfr. Ap 8, 8), sic per “fontes” et “fluminaterram irrigantia et potum dulcem hominibus et iumentis prebentia designatur sacra doctrina et doctores eius.

Purg. XVI, 115-117; Par. VIII, 64-66; XII, 103-105

In sul paese ch’Adice e Po riga,
solea valore e cortesia trovarsi,
prima che Federigo avesse briga

Fulgeami già in fronte la corona
di quella terra che ’l Danubio riga
poi che le ripe tedesche abbandona.

Di lui si fecer poi diversi rivi
onde l’orto catolico si riga,
sì che i suoi arbuscelli stan più vivi.

313

[LSA, Ap 16, 4 (V vis., III ph.); Pa, ff. 162vb-163ra]

“Et tertius angelus” (Ap 16, 4), id est ordo sanctorum zelatorum tertii temporis, “effudit phialam suam super flumina et super fontes aquarum”, id est super doctrinam erroneam doctorum et episcoporum hereticorum, quam ipsi tamquam dulcem aquam bibebant et aliis propinabant. “Effudit”, inquam, non solum ipsam improbando, sed etiam ipsam et eius sectatores et fautores anathematizando et ab omni communion[e] ecclesie catholice sententialiter exclu-dendo.
Et factus est sanguis”, id est per hanc effusionem apparuit esse mortifera et crudelis et abhominabilis. Vel “factus est sanguis”, quia propter hanc plagam effuderunt sanguinem multorum catholicorum et multas persecutiones catholicis intulerunt. Corpo-raliter autem fuit ad litteram multorum hereticorum sanguis effusus per aliquos catholicos imperatores et principes, et etiam per aliquas nationes gentilium occupantium terras illorum.

 

 

 

Inf. VI, 64-66; XIII, 34; XXVIII, 1-3, 76-81, 103-105; Purg. XXXIII, 67-69

E quelli a me: “Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione.”

Da che fatto fu poi di sangue bruno

Chi poria mai pur con parole sciolte
dicer del sangue e de le piaghe a pieno
ch’i’ ora vidi, per narrar più volte? ……
E fa sapere a’ due miglior da Fano,
a messer Guido e anco ad Angiolello,
che, se l’antiveder qui non è vano,
gittati saran fuor di lor vasello
e mazzerati presso a la Cattolica
per tradimento d’un tiranno fello. ……
E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,
levando i moncherin per l’aura fosca,
sì che ’l sangue facea la faccia sozza

E se stati non fossero acqua d’Elsa
li pensier vani intorno a la tua mente,
e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa

314

[LSA, Ap 16, 5-7 (V vis., III ph.); Pa, f. 163ra]

“Et audivi angelum aquarum” (Ap 16, 5), id est cetum spiritalium doctorum, quorum est fideliter custodire et dispensare seu exponere aquas sacre scripture et catholice doctrine, “dicentem: Iustus es Domine, qui es et qui eras; sanctus, et qui hec iudicasti”, id est qui predictam plagam sanguinis eis tuo iudicio intulisti. Subditque rationem propter quam hoc fuit iustum, scilicet (Ap 16, 6) “quia sanguinem sanctorum”, scilicet martirum, “et prophetarum”, id est sanctorum maiorum seu doctorum, “fuderunt”. Sicut enim dixi, multos fideles ubique terrarum martirizaverunt. “Et” ideo “sanguinem”, id est doctrinam impiam et mortiferam et abhominabilem, “eis dedisti bibere, ut digni sunt”.
Secundum enim Ioachim, humanum est aliquando incidere in errorem, sed persequi catholicos pro defensione erroris et effundere eorum sanguinem, sicut fecerunt Arriani, est diabolicum. Et ideo propter hanc culpam accidit excecatio eorum ut biberent potum doctrine sanguinee et carnalis, contra quam dictum est Petro: “Caro et sanguis non revelavit tibi” (Mt 16, 17).
Secundum autem Ricardum, “sanguinem” dedit “eis bibere”, id est acerbas penas et occisiones per quas eos exterminavit prout digni erant.

Par. VII, 40-42; XII, 88-96; XXVII, 58-59

La pena dunque che la croce porse
s’a la natura assunta si misura,
nulla già mai sì giustamente morse

E a la sedia che fu già benigna
più a’ poveri giusti, non per lei,
ma per colui che siede, che traligna,
non dispensare o due o tre per sei,
non la fortuna di prima vacante,
non decimas, quae sunt pauperum Dei,
addimandò, ma contro al mondo errante
licenza di combatter per lo seme
del qual ti fascian ventiquattro piante.

Del sangue nostro Caorsini e Guaschi
s’apparecchian di bere ………………..

 

 

 

315

[LSA, Ap 4, 6-7 (II vis., radix); Pa, ff. 58va-b, 59ra, 60ra]

“Et in medio sedis et in circuitu sedis quattuor animalia” (Ap 4, 6). Per hec quattuor animalia anagogice designantur quattuor perfectiones Dei, quibus sustentant totam sedem ecclesie triumphantis et militantis, scilicet omnipotentia magnanimis et insuperabilis, quasi leo; et patientia seu sufferentia humilis omnium defectus quantum decet subportans et tolerans, quasi bos sub iugo vel curru; et prudentia rationalis omnia discrete et mansuete regens et moderans, quasi homo; et perspicacia altivola omniumque visiva et penetrativa et diiudicativa, quasi aquila. (…) Item designant quattuor sensus scripture. Ystoricus enim assimilatur vitulo, terram humanorum gestorum sulcanti et adherenti terre et carni littere. Moralis vero, mores hominum rationabiliter et modeste componens, assimilatur homini. Allegoricus vero, leoninos triumphos Christi et sanctorum ex gestis et verbis figuralibus trahens, leoni assimilatur. Anagogicus vero, supercelestia contemplans, assimilatur aquile. (…) Non enim dicit quod tertium animal esset simile homini, quia tunc non haberet speciem iumenti, sed solum dicit quod habebat “faciem quasi hominis” (Ap 4, 7) ac si totum reliquum corpus esset simile animali bruto. Et secundum hoc incipiendo a leone, quasi in dextera parte frontis sedis stante, veniebatur per vitulum ad hominem, deinde ad aquilam, in signum quod desiderium et spes glorie et resurrectionis Christi nos animat et ducit ad tolerantiam passionum, per quarum experientiam facti discreti ascendimus ad contemplativum volatum et amplexum glorie Christi predesiderate.

[LSA, Prologus, Notabile I; Pa, f. 3ra]

Tertius (status) est confessorum seu doctorum, homini rationali appropriatus.

[LSA, Ap 2, 1 (III exerc.); Pa, f. 32vb]

Tertium (exercitium) est discretio prudentie ex temptamentorum experientiis, et exercitiis acquisita providens conferentia et excludens stulta et erronea.

[LSA, Ap 6, 6 (II vis., III sig.); Pa, f. 76ra]

Item, secundum eundem (Ioachim), in ipsa littera scripturarum possunt hee quattuor species notari, quia multa sunt ibi litteraliter scripta ad edificationem fidei, cuius edificationi allegorica valde deservit, multa etiam sunt ibi ad instructionem temporum et gestorum et multa ad compositionem morum et multa ad perfectionem contemplationum celestium. Prudens autem predicator sic pro certo pretio tradit  triticum et ordeum, id est ea que scripta sunt ad edificationem fidei et corporalis exercitationis que ad modicum utilis est, ut nequaquam ita statuat ista duo ut ea que scripta sunt de moribus et contemplationibus ledantur, quod utique accidere posset si sic docerentur illa duo sufficere ut duo alia spernerentur.

Purg. IV, 13-14, 25-30; Par. XXXIII, 10-15

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di ciò ebb’ io esperïenza vera,
udendo quello spirto e ammirando ……
Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
montasi su in Bismantova e ’n Cacume
con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;
dico con l’ale snelle e con le piume
del gran disio, di retro a quel condotto
che speranza mi dava e facea lume.

Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ’ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.
Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ ali.

Inf. XXVI, 124-126; Purg. II, 31-33; XI, 139-142; XII, 1-9; Par. XXVI, 1-9

e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.

Vedi che sdegna li argomenti umani,
sì che remo non vuol, né altro velo
che l’ali sue, tra liti sì lontani.

“Più non dirò, e scuro so che parlo;
ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini
faranno sì che tu potrai chiosarlo.
Quest’ opera li tolse quei confini”.

Di pari, come buoi che vanno a giogo,
m’andava io con quell’ anima carca,
fin che ’l sofferse il dolce pedagogo.
Ma quando disse: “Lascia lui e varca;
ché qui è buono con l’ali e coi remi,
quantunque può, ciascun pinger sua barca”;
dritto sì come andar vuolsi rife’mi
con la persona, avvegna che i pensieri
mi rimanessero e chinati e scemi.

Mentr’ io dubbiava per lo viso spento,
de la fulgida fiamma che lo spense
uscì un spiro che mi fece attento,
dicendo: “Intanto che tu ti risense
de la vista che haï in me consunta,
ben è che ragionando la compense.
Comincia dunque; e dì ove s’appunta
l’anima tua, e fa ragion che sia
la vista in te smarrita e non defunta ”

316

[ibid.]

Prudens autem predicator sic pro certo pretio tradit  triticum et ordeum (…)

Purg. XXIV, 34-36

Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza
più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,
che più parea di me aver contezza.

317

[ibid.; Pa, f. 76rb]

Per vocem autem in medio quattuor animalium factam et auditam potest significari resonantia quadruplicis perfectionis Christi secundum quas oportebat formari quattuor ordines perfectorum in ecclesia Christi, ita quod nullis temptationibus aut persecutionibus posset hic impediri.

Inf. IV, 79, 82-83

Intanto voce fu per me udita

Poi che la voce fu restata e queta,
vidi quattro grand’ ombre a noi venire

 

318

[LSA, Ap 4, 7-8 (II vis., radix); Pa, f. 60vb]

Dividit (Ioachim) enim viginti quattuor legiones in quattuor partes secundum quattuor animalia, ita ut in leone accipiamus fortes in fide, in vitulo autem robustos in patientia, in homine preditos scientia, in aquila contemplatione suspensos.

[LSA, Ap 8, 13 (III vis., IV tub.); Pa, f. 100rb-va]

Per aquilam designantur hic alti contemplativi quarti temporis, qui prophetico spiritu presenserunt et predixerunt mala que post finem quarti temporis debebant subsequi. Inter quos credit Ioachim per hanc aquilam specialius designari beatum papam Gregorium, qui utique fuit in quarto tempore, prout supra fuit in principio prenotatum. Ipse enim «libere plurima de mundi fine et de pressura seculi scripsisse dinoscitur, quique allegoriarum semitas ac si arduas celi vias altius pre ceteris prevolavit, neque enim invenitur alius similis eius, qui ista erumpnosa tempora appropinquasse in suis operibus testaretur». Hec Ioachim.

Inf. II, 52-54; IV, 43-45, 94-96; Purg. IX, 19-21

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi.

Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,
però che gente di molto valore
conobbi che ’n quel limbo eran sospesi. ….
Così vid’ i’ adunar la bella scola
di quel segnor de l’altissimo canto
 che sovra li altri com’ aquila vola.

in sogno mi parea veder sospesa
un’aguglia
nel ciel con penne d’oro,
con l’ali aperte e a calare intesa

 

 

319

[LSA, Ap 2, 6 (I vis., I eccl.); Pa, f. 39vb]

Nota quod non dicit quod ‘odisti eos’, sed quod “odisti facta” eorum, quia natura eorum non est odienda sed solum malitia factorum suorum.

Inf. XI, 22-23

D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,
ingiuria è ’l fine …………………..

 

320

[LSA, Ap 9, 21 (III vis., VI tub.); Pa, f. 112vb]

Per homicidia autem intelligitur hic omnis mortalis ira alteri violenter nocens vel nocere intendens.

 

Inf. XII, 47-49

“la riviera del sangue in la qual bolle
qual che per vïolenza in altrui noccia”.
Oh cieca cupidigia e ira folle

321

[ibid.]

Solent enim multum irati interrumpere verba pre nimio impetu et multitudine spiritus iracundi, et aliquando significamus nos graviora minari per huiusmodi defectivas locutiones.

Inf. VII, 125-126; VIII, 121-122; IX, 13-15

Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra.

E a me disse: “Tu, perch’  io m’adiri,
non sbigottir ……………………………”

ma nondimen paura il suo dir dienne,
perch’ io traeva la parola tronca
forse a peggior sentenzia che non tenne.

322

[LSA, Ap 6, 11 (II vis., V sig.); Pa, f. 80rb]

Per stolam autem sanctis interim datam, designatur gloria de puritate et securitate conscientie proprie, que interim sufficit eis ad requiem cordis, per quam possunt quiete tolerare pravam societatem et prava exempla reproborum.

Inf. XXVIII, 115-117

se non che coscïenza m’assicura,
la buona compagnia che l’uom francheggia
sotto l’asbergo del sentirsi pura.

323

[LSA, Ap 3, 16 (I vis., VII eccl.); Pa, f. 53rb]

(…) quia qui per teporem resolvitur non subito nec ex toto a gratia deseritur ut raptim ad malum relabatur, sed gratia deserente et ipso primum minora deinde maiora contempnente, paulatim succiditur et gradatim a summis ad ima descendit et tandem precipitanter ruit.

Inf. I, 58-61

tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace.
Mentre ch’ i’ rovinava in basso loco

 

324

[LSA, Ap 3, 18 (I vis., VII eccl.); Pa, f. 54rb]

Suadeo tibi emere a me aurum ignitum et probatum, ut locuples fias”. (…) Per “aurum” autem “ignitum” significatur caritas ardens et ignita.

Par. XXXI, 49

Vedëa visi a carità süadi

325

[LSA, Ap 5, 6 (II vis., radix); Pa, f. 67vb]

Deinde ostenditur quomodo Christus aperuit librum. Primo tamen describitur virtus eius ad aperiendum. Ubi primo ostenditur quod ipse est totius ecclesie mediator et quasi centrale medium ad quod tota spera ecclesie et omnes linee electorum suorum aspiciunt sicut ad medium centrum. (…) Vel “in medio troni”, id est in medio sancte Trinitatis, tamquam persona media sedens in eadem maiestate trium personarum quasi in eadem sede; “et in medio quattuor animalium”, id est vite et doctrine evangelice per quattuor evangelistas conscripte. Numquam enim recessit a medio alicuius virtutis aut veritatis, immo stetit semper in intimo medio.

 

Par. VII, 37-39; XIII, 49-51; XIV, 1-3; XXI, 79-81

ma per sé stessa pur fu ella sbandita
di paradiso, però che si torse
da via di verità e da sua vita.

Or apri li occhi a quel ch’io ti rispondo,
e vedräi il tuo credere e ’l mio dire
nel vero farsi come centro in tondo.

Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro
movesi l’acqua in un ritondo vaso,
secondo ch’è percosso fuori o dentro

Né venni prima a l’ultima parola,
che del suo mezzo fece il lume centro,
girando sé come veloce mola

326

[ibid.]

Vel “in medio troni”, id est in medio sancte Trinitatis, tamquam persona media sedens in eadem maiestate trium personarum quasi in eadem sede (…)

Inf. XX, 67-69

Loco è nel mezzo là dove ’l trentino
pastore e quel di Brescia e ’l veronese
segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.

327

[LSA, Ap 2, 1 (I vis., I eccl.); Pa, ff. 36vb-37ra]

Secundum est Christi alloquentis hanc ecclesiam et eius episcopum introductio, cum subditur: “Hec dicit qui tenet septem stellas in dextera sua, qui ambulat in medio septem candelabrorum aureorum”. Utitur autem tentione stellarum, id est episcoporum, et perambulatione candelabrorum, id est ecclesiarum, triplici ex causa. Prima est ut ostendat se intime scire omnia bona et mala ipsorum, quasi diceret: ille qui bene scit omnes vestros actus et cogitatus, tamquam infra se immediate vos omnes tenens et tamquam in medio vestrum existens et omnia vestra continue perambulans et perscrutans et immediate percurrens seu conspiciens, dicit vobis hec que sequuntur. Secunda est ad monstrandum quod merito habent ipsum et eius minas et iudicia metuere eiusque monita et precepta servare, et etiam quod habent ipsum amare et in ipso sperare et ex eius amore et spe omnia verba eius servare, quia ipse est eorum iudex et dominus ipsos prepotenter tenens et circumspectissime examinans. Ipse etiam est pius pastor eos protegens et custodiens, et pro eorum custodia eos semper tenens et visitans. Tertia est quia metropolitano episcopo et eius metropoli ceteras ecclesias sub se habenti hic loquitur, et ideo significat se habere potestatem et curam super omnes septem episcopos et eorum ecclesias. Tentio enim significat potestatem et perambulatio vero curam.

[LSA, Ap 22, 2 (VII vis.); Pa, f. 203vb]

Ihesus pastor sollicitus, ut cum Matthei IX° dicitur quod “circuibat civitates et castella docens et curans omnem langorem”, et “videns turbas misertus est eis, quia erant sicut oves non habentes pastorem” (Mt 9, 35-36), et cum Iohannis X° ait: “Ego sum pastor bonus” (Jo 10, 14) (…)

Purg. I, 78-82; Inf. X, 130-132; Purg. XXX, 58-60, 139; Inf. V, 88-93; XX, 67-69; Purg. V, 85-90

ma son del cerchio ove son li occhi casti
di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega,
o santo petto, che per tua la tegni:
per lo suo amore adunque a noi ti piega.
Lasciane andar per li tuoi sette regni

quando sarai dinanzi al dolce raggio
di quella il cui bell’ occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il vïaggio.

Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
viene a veder la gente che ministra
per li altri legni, e a ben far l’incora ……
Per questo visitai l’uscio d’i morti

O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi ch’hai pietà del nostro mal perverso.

Loco è nel mezzo là dove ’l trentino
pastore e quel di Brescia e ’l veronese
segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.

Poi disse un altro: “Deh, se quel disio
si compia che ti tragge a l’alto monte,
con buona pïetate aiuta il mio!
Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
Giovanna o altri non ha di me cura;
per ch’io vo tra costor con bassa fronte”.

 

328

[LSA, Ap 2, 1 (I vis., I eccl.); Pa, ff. 36vb-37ra]

“Hec dicit qui tenet septem stellas in dextera sua, qui ambulat in medio septem candelabrorum aureorum”. (…) Secunda est ad monstrandum quod merito habent ipsum et eius minas et iudicia metuere eiusque monita et precepta servare, et etiam quod habent ipsum amare et in ipso sperare et ex eius amore et spe omnia verba eius servare, quia ipse est eorum iudex et dominus ipsos prepotenter tenens et circumspectissime examinans. Ipse etiam est pius pastor eos protegens et custodiens, et pro eorum custodia eos semper tenens et visitans. Tertia est quia metropolitano episcopo et eius metropoli ceteras ecclesias sub se habenti hic loquitur, et ideo significat se habere potestatem et curam super omnes septem episcopos et eorum ecclesias. Tentio enim significat potestatem et perambulatio vero curam.

Purg. XIII, 13-21

Poi fisamente al sole li occhi porse;
fece del destro lato a muover centro,
e la sinistra parte di sé torse.
“O dolce lume a cui fidanza i’ entro
per lo novo cammin, tu ne conduci”,
dicea, “come condur si vuol quinc’ entro.
Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci;
s’altra ragione in contrario non ponta,
esser dien sempre li tuoi raggi duci”.

329

[LSA, Ap 7, 17 (II vis., VI sig.); Pa, f. 92va-b]

“Quoniam Agnus, qui in medio troni est”, tamquam scilicet media persona in Trinitate et tamquam mediator inter nos et Deum. Vel est “in medio troni”, id est in intimo sinu Patris, vel in intimo ecclesie quasi centrum ipsius. “Reget illos”, tali scilicet regimine quod non permittet eos aliquo modo affligi; “et deducet eos ad vite fontes aquarum”, id est ad plene hauriendum et bibendum immensos fontes aquarum beatissime vite Dei et que est ipse Deus. Unde pluraliter dicit “fontes aquarum”, ad designandum immensam multifor-mitatem dulcorum et desiderabilium bonitatum unius simplicissimi Dei. Dicit autem de futuro “reget et deducet”, ut monstret eternam continuationem et perdurationem istorum actuum. Deducere autem non significat hic actum distantem a finali termino et obiecto, sed potius immediate coniunctum termino et obiecto.
“Et absterget Deus omnem lacrimam ab oculis eorum”, id est omnem dolorem preteritum et omnia penalia signa et omnem penalem memoriam eius perfecte et totaliter amovebit ab eis.

Purg. XIII, 13-21; Par. XXX, 35-36; XV, 10-12

Poi fisamente al sole li occhi porse;
fece del destro lato a muover centro,
e la sinistra parte di sé torse.
“O dolce lume a cui fidanza i’ entro
per lo novo cammin, tu ne conduci”,
dicea, “come condur si vuol quinc’ entro.
Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci;
s’altra ragione in contrario non ponta,
esser dien sempre li tuoi raggi duci”.

…………………………..che deduce
 l’ardüa sua matera terminando

Bene è che sanza termine si doglia
 chi, per amor di cosa che non duri
etternalmente
, quello amor si spoglia.

 

330

[LSA, Ap 21, 16 (VII vis.); Pa, f. 198va-b]

“Et mensus est civitatem Dei cum arundine per stadia duodecim milia”. Stadium est spatium in cuius termino statur vel pro respirando pausatur, et per quod curritur ut bravium acquiratur, secundum illud Apostoli Ia ad Corinthios, capitulo IX°: “Nescitis quod hii, qui in stadio currunt, omnes quidem currunt, sed unus accipit bravium?” (1 Cor 9, 24), et ideo significat iter meriti triumphaliter obtinentis premium. Cui et congruit quod stadium est octava pars miliarii, unde designat octavam resurrectionis.

 

Inf. III, 52-54; XV, 121-124; XXVI, 25, 31-32; Par. XV, 130-131; XVI, 40-42

E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna

Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono
a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro
quelli che vince, non colui che perde.

Quante ’l villan ch’al poggio si riposa ……
di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia ……………………………….

A così riposato, a così bello
viver di cittadini …………………….

Li antichi miei e io nacqui nel loco
dove si truova pria l’ultimo sesto
da quei che corre il vostro annüal gioco.

331

[LSA, Ap 21, 16 (VII vis.); Pa, f. 198rb-vb]

“Et civitas in quadro posita est”, id est habens quattuor latera muri sub figura quadranguli iuncta, per quod designatur solida quadratura virtutum. (…)
“Et mensus est civitatem Dei cum arundine per stadia duodecim milia” (Ap 21, 16). Stadium est spatium in cuius termino statur vel pro respirando pausatur, et per quod curritur ut bravium acquiratur, secundum illud Apostoli Ia ad Corinthios, capitulo IX°: “Nescitis quod hii, qui in stadio currunt, omnes quidem currunt, sed unus accipit bravium?” (1 Cor 9, 24), et ideo significat iter meriti triumphaliter obtinentis premium. Cui et congruit quod stadium est octava pars miliarii, unde designat octavam resurrectionis. (…)

[LSA, Ap 21, 12 (VII vis.); Pa, ff. 199va, 200rb]

Item murus habebat “portas duodecim et in portis angulos duodecim [et] nomina scripta, que nomina sunt duodecim tribuum filiorum Israel. Ab oriente porte tres, ab aquilone porte tres, ab austro porte tres et ab occasu porte tres” (Ap 21, 12-13). (…) In scripturis tamen sepe angulus sumitur pro fortitudine et ornatu, quia in angulis domorum, in quibus parietes coniunguntur, est fortitudo domus. Unde Christus dicitur esse factus in caput anguli et lapis angularis; et Iob I° dicitur “ventus” [concussisse] “quattuor angulos domus” ut dirueret ipsam domum (Jb 1, 19), et Zacharie X°, ubi agitur de futura fortitudine et victoria regni Iude, dicitur quod “ex ipso” erit “angulus et paxillus et archus prelii” (Zc 10, 4), id est robusti duces qui erunt aliorum sustentatores sicut angulus et paxillus (…)

Purg. IX, 49-51, 61-63; Par. I, 37-42; II, 23-30; IV, 127-129; VI, 25-27; XIV, 100-102

Tu se’ omai al purgatorio giunto:
vedi là il balzo che ’l chiude dintorno;
vedi l’entrata là ’ve par digiunto. ……
Qui ti posò, ma pria mi dimostraro
li occhi suoi belli quella intrata aperta;
poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro.

Surge ai mortali per diverse foci
la lucerna del mondo; ma da quella
che quattro cerchi giugne con tre croci,
con miglior corso e con migliore stella
esce congiunta, e la mondana cera
più a suo modo tempera e suggella.

 e forse in tanto in quanto un quadrel posa
 e vola e da la noce si dischiava,
giunto mi vidi ove mirabil cosa
mi torse il viso a sé; e però quella
cui non potea mia cura essere ascosa,
volta ver’ me, sì lieta come bella,
“Drizza la mente in Dio grata”, mi disse,
“che n’ha congiunti con la prima stella”.

Posasi in esso, come fera in lustra,
tosto che giunto l’ha; e giugner puollo:
se non, ciascun disio sarebbe frustra.

e al mio Belisar commendai l’armi,
cui la destra del ciel fu sì congiunta,
che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.

sì costellati facean nel profondo
Marte quei raggi il venerabil segno
che fan giunture di quadranti in tondo.

332

[ibid.]

Item murus habebat “portas duodecim et in portis angulos duodecim [et] nomina scripta, que nomina sunt duodecim tribuum filiorum Israel. Ab oriente porte tres, ab aquilone porte tres, ab austro porte tres et ab occasu porte tres” (Ap 21, 12-13). (…) In scripturis tamen sepe angulus sumitur pro fortitudine et ornatu, quia in angulis domorum, in quibus parietes coniunguntur, est fortitudo domus. Unde Christus dicitur esse factus in caput anguli et lapis angularis; et Iob I° dicitur “ventus” [concussisse] “quattuor angulos domus” ut dirueret ipsam domum (Jb 1, 19), et Zacharie X°, ubi agitur de futura fortitudine et victoria regni Iude, dicitur quod “ex ipso” erit “angulus et paxillus et archus prelii” (Zc 10, 4), id est robusti duces qui erunt aliorum sustentatores sicut angulus et paxillus (…)

Inf. XXI, 64-65; XXIV, 79-80; Purg. III, 127-128; Par. XVI, 145-150

Poscia passò di là dal co del ponte;
e com’ el giunse in su la ripa sesta

Noi discendemmo il ponte da la testa
dove s’aggiugne con l’ottava ripa

l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento

Ma conveniesi, a quella pietra scema
che guarda ’l ponte, che Fiorenza fesse
vittima ne la sua pace postrema.
Con queste genti, e con altre con esse,
vid’ io Fiorenza in sì fatto riposo,
che non avea cagione onde piangesse.

333

[LSA, Ap 21, 12 (VII vis.); Pa, f. 200rb]

In scripturis tamen sepe angulus sumitur pro fortitudine et ornatu, quia in angulis domorum, in quibus parietes coniunguntur, est fortitudo domus. Unde Christus dicitur esse factus in caput anguli et lapis angularis; et Iob I° dicitur “ventus” [concussisse] “quattuor angulos domus” ut dirueret ipsam domum (Jb 1, 19), et Zacharie X°, ubi agitur de futura fortitudine et victoria regni Iude, dicitur quod “ex ipso” erit “angulus et paxillus et archus prelii” (Zc 10, 4), id est robusti duces qui erunt aliorum sustentatores sicut angulus et paxillus (…)

 

Inf. XVII, 94-96; XIX, 43-48, 127-129; Par. XVII, 19-21; XXXIII, 79-81

Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne
ad altro forse, tosto ch’i’ montai
con le braccia m’avvinse e mi sostenne

Lo buon maestro ancor de la sua anca
non mi dipuose, sì mi giunse al rotto
di quel che si piangeva con la zanca.
“O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto,
anima trista come pal commessa”,
comincia’ io a dir, “se puoi, fa motto”. …..
Né si stancò d’avermi a sé distretto,
sì men portò sovra ’l colmo de l’arco
che dal quarto al quinto argine è tragetto.

mentre ch’io era a Virgilio congiunto
su per lo monte che l’anime cura
e discendendo nel mondo defunto

E’ mi ricorda ch’io fui più ardito
per questo a sostener, tanto chi’ giunsi
l’aspetto mio col valore infinito.

334

[ibid.; f. 200rb-va]

In scripturis tamen sepe angulus sumitur pro fortitudine et ornatu, quia in angulis domorum, in quibus parietes coniunguntur, est fortitudo domus. (…) Potest ergo hic sumi duodenarius angulorum pro redundanti ornatu virtutum sub discreta et subtili incisione exterius prominentium, aut ultra hoc pro perfectis sociis unicuique duodecim portarum, id est principalium ducum et doctorum, annexis (…)

Inf. XXXI, 52-57

E s’ella d’elefanti e di balene
non si pente, chi guarda sottilmente,
più giusta e più discreta la ne tene;
ché dove l’argomento de la mente
s’aggiugne al mal volere e a la possa,
nessun riparo vi può far la gente.

 

335

[Ap 17, 7 (VI vis./3); Pa, f. 170va-b]

Per angelum vero dicentem Iohanni: “Quare miraris?” et cetera designantur doctores perfecti a quibus imperfecti de hiis erudiuntur. Ioachim vero dicit per hoc designari quod hii qui translati sunt in desertum, ut priorum seculorum misteria intelligere queant, mirantur multum in imaginibus inusitatis sicut in muliere et bestia que portat eam, quia sciunt per eas aliquid significari et se ad illorum notitiam non posse attingere per se ipsos. (…) Responsio tamen angeli plus videtur tendere ad secundum modum per Ioachim datum. Nam ipse exponit Iohanni misterium huius predicte imaginis mulieris tamquam nescienti illud et tamquam miranti quid significaret. Unde subdit: “Ego tibi dicam sacramentum” (Ap 17, 7), id est sacram et secretam significationem, “mulieris et bestie, que portat eam” et cetera.

Par. XXVIII, 55-59, 136-137

“udir convienmi ancor come l’essemplo
e l’essemplare non vanno d’un modo,
ché io per me indarno a ciò contemplo”.
“Se li tuoi diti non sono a tal nodo
sufficïenti, non è maraviglia: ……”
E se tanto secreto ver proferse
mortale in terra, non voglio ch’ammiri:

 

336

[LSA, Ap 3, 1-2/4 (I vis., V eccl.); Pa, ff. 46ra-vb, 47rb]

Talem ergo se proponit huic episcopo, quia habebat nomen boni cum esset malus (…) “Quia nomen habes quod vivas” (Ap 3, 1), id est famam habes in vulgo quod sis iustus et per vitam gratie vivus, “et tamen mortuus es”, scilicet per culpam mortalem. Vel si erat aperte malus, est sensus quod habebat nomen christiani, quod est nomen vite sancte, non tamen habebat rem eius sed potius oppositum, scilicet mortem culpe. (…) Quare autem monet eum vigilare et moritura opera confirmare, ostendit subdens: “Non enim invenio opera tua plena coram Deo meo” (Ap 3, 2), id est etsi coram hominibus videntur plena virtute et caritate, sunt tamen istis vacua coram Deo. (…) Deinde a predicto defectu excipit quosdam illius ecclesie, subdens: “Sed habes pauca nomina in Sardis” (Ap 3, 4). Nomina sumit pro personis quarum nomina sunt. Per nomina etiam intelligit personas merito sue sanctitatis notas Christo. Item proprium donum gratie, quod unusquisque accepit, dat cuique viro quasi proprium nomen ut cognoscatur ex nomine. Caritas autem Dei, in quantum communis omnibus bonis, dat commune nomen sanctis ut vocentur cives Iherusalem.

Inf. XVI, 94-99; XIX, 52-54; Par. XXVII, 22-24

Come quel fiume c’ha proprio cammino
prima dal Monte Viso ’nver’ levante,
da la sinistra costa d’Apennino,
che si chiama Acquacheta suso, avante
che si divalli giù nel basso letto,
e a Forlì di quel nome è vacante

Ed el gridò: “Se’ tu già costì ritto,
se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto.”

Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio,
il luogo mio, il luogo mio che vaca
ne la presenza del Figliuol di Dio

337

[LSA, Ap 11, 4 (III vis., VI tub.); Pa, f. 121rb-va]

“In conspectu Domini terre stantes”, id est tam per singularem contemplationem quam per prompte obedientie et obsequii famulatum semper Deo assistentes. Et secundum Ioachim, ideo tam hic quam in Zacharia, capitulo scilicet IIII° (Zc 4, 14), dicitur de istis quod sunt “in conspectu Domini terre stantes”, quia ad hoc venturi sunt et ante faciem Christi ituri, ut annuntient advenisse tempus in quo oportet regnare Filium Dei in universa terra, ita ut tamquam de candelabris lucentibus illuminentur homines et tamquam de lampadibus oleo sancto plenis inungantur corda electorum spiritali gratia et doctrina. Vel si per “dominum terre” intelligatur Antichristus tunc usurpatorie dominans terre et terrenis, constat quod isti stabunt coram eo tamquam sibi constanter resistentes et tamquam ipsum auctorizabiliter ex parte Dei monentes, sicut Moyses et Aaron steterunt coram Pharaone et Petrus et Paulus coram Nerone imperatore. Primum tamen videtur magis de mente littere, quia in scriptura non est consuetum quod sancti dicantur stare in conspectu regis mundani, et tamen est consuetum eos dici stare in conspectu Dei.

Par. XI, 101-102; XII, 76-78; XXVII, 22-24

ne la presenza del Soldan superba
predicò Cristo e li altri che ’l seguiro

Spesse fïate fu tacito e desto
trovato in terra da la sua nutrice,
come dicesse: Io son venuto a questo.

Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio,
il luogo mio, il luogo mio che vaca
ne la presenza del Figliuol di Dio

 

 

 

 

 

338

[LSA, Ap 8, 7 (III vis., I tub.); Pa, f. 96va]

“Grando” significat duritiam et pertinaciam Iudeorum, que ad predicationem Christi et apostolorum fuit fortius congelata et indurata, sicut ad Moysi verba et signa Pharao fortius induravit cor suum. (…)

Inf. I, 19-21

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
                                                 (i)ndurata
 la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

339

[ibid.; Pa, ff. 96va-97ra]

“Grando” significat duritiam et pertinaciam Iudeorum, que ad predicationem Christi et apostolorum fuit fortius congelata et indurata, sicut ad Moysi verba et signa Pharao fortius induravit cor suum. (…)
Per “terram” autem significatur hic Iudea, quia sicut terra habitabilis fuit segregata a mari et discooperta aquis, ut posset homo habitare in ea et ut ipsa ad usum hominis posset fructificare et herbas et arbores fructiferas ferre, sic Deus mare infidelium nationum et gentium separaverat a terra et plebe Iudeorum, ut quiete colerent Deum et facerent fructum bonorum operum, et ut essent ibi simplices in bono virentes ut herbe, et perfecti essent ut arbores grandes [et] solide et fructuose. (…) Per “fenum” vero “viride” designantur simpliciores et imbecilliores, qui per bonam vitam virides videbantur et forsitan prius erant.

[LSA, Ap 9, 4 (III vis., V tub.); Pa, f. 102rb]

Deinde de cohibitione subdit: “et preceptum est illis ne lederent fenum terre neque omn[e] viride neque omnem arborem, nisi tantum homines, qui non habent signum Dei in frontibus suis” (Ap 9, 4). Per “fenum” et per ceteras herbas virentes designantur simplices, humilitatem et virorem fidei et vite honeste et pie servantes; per “arbores” vero perfectos et solidiores facientes magnos fructus. Non permittit ergo Deus istos ledi, nisi ipsi prius per pravum consensum se ipsos lederent et reprobarent. Quamdiu autem in sua bonitate permanendo illis non consentiunt, tota temptatio et tribulatio quam ab illis patiuntur proficit eis ad meritum et premium et ad virtuosum exercitium, et ideo non nocet eis, immo per accidens seu materialiter prodest.

Purg. I, 94-96, 100-105, 124-129, 133-136

Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,
sì ch’ogne sucidume quindi stinghe

Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
là giù colà dove la batte l’onda,
porta di giunchi sovra ’l molle limo:
null’ altra pianta che facesse fronda
o indurasse, vi puote aver vita,
però ch’a le percosse non seconda.

ambo le mani in su l’erbetta sparte
soavemente ’l mio maestro pose:
ond’ io, che fui accorto di sua arte,
porsi ver’ lui le guance lagrimose;
ivi mi fece tutto discoverto
quel color che l’inferno mi nascose.

Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque:
oh maraviglia! ché qual elli scelse
l’umile pianta, cotal si rinacque
subitamente là onde l’avelse.

 

 

340

[LSA, Ap 12, 6 (IV vis., I prel.); Pa, ff. 134vb-135ra]

Ut enim persona Filii similis est persone Patris, et tamen alia est Patris proprietas, alia Filii, ita novum testamentum est simile veteri, tamen alia est proprietas veteris et alia novi. In quibus proprietatibus non est similitudo, quatinus in hoc quod est simile pateat novum procedere a veteri, et in hoc quod est dissimile intelligantur non esse unum sed duo. Sicut enim arbores sunt plerumque in stipitibus similes sed in ramis foliisque dissimiles, sic et duo testamenta sunt in rebus generalibus similia sed in specialibus dissimilia, et ideo velle sub una concordie lege cuncta ligare decipere est. Nec enim debitum est ut non liceret ei, qu[i] cuncta fecit in sapientia, ire quo vellet, et generalibus, ut ita dixerim, filis interserere diversos colores, qui varietate sua telarum superficiem multo amplius decorarent et appareret quid differat inter telam et telam.

Inf. I, 103-105; XVII, 16-18; Par. IX, 49-54

Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

Con più color, sommesse e sovraposte
non fer mai drappi Tartari né Turchi,
né fuor tai tele per Aragne imposte.

e dove Sile e Cagnan s’accompagna,
tal signoreggia e va con la testa alta,
che già per lui carpir si fa la ragna.
Piangerà Feltro ancora la dif[f]alta
de l’empio suo pastor, che sarà sconcia
sì, che per simil non s’entrò in malta.

 

 

341

[ibid.]

Ut enim persona Filii similis est persone Patris, et tamen alia est Patris proprietas, alia Filii, ita novum testamentum est simile veteri, tamen alia est proprietas veteris et alia novi. In quibus proprietatibus non est similitudo, quatinus in hoc quod est simile pateat novum procedere a veteri, et in hoc quod est dissimile intelligantur non esse unum sed duo. Sicut enim arbores sunt plerumque in stipitibus similes sed in ramis foliisque dissimiles, sic et duo testamenta sunt in rebus generalibus similia sed in specialibus dissimilia, et ideo velle sub una concordie lege cuncta ligare decipere est. Nec enim debitum est ut non liceret ei, qu[i] cuncta fecit in sapientia, ire quo vellet, et generalibus, ut ita dixerim, filis interserere diversos colores, qui varietate sua telarum superficiem multo amplius decorarent et appareret quid differat inter telam et telam.

Inf. XXV, 61-69, 118-120

Poi s’appiccar, come di calda cera
fossero stati, e mischiar lor colore,
né l’un né l’altro già parea quel ch’era:
come procede innanzi da l’ardore,
per lo papiro suso, un color bruno
che non è nero ancora e ’l bianco more.
Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno
gridava: “Omè, Agnel, come ti muti!
Vedi che già non se’ né due né uno”.

Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela
di color novo, e genera ’l pel suso
per l’una parte e da l’altra il dipela

 

342

[ibid.]

Ut enim persona Filii similis est persone Patris, et tamen alia est Patris proprietas, alia Filii, ita novum testamentum est simile veteri, tamen alia est proprietas veteris et alia novi. In quibus proprietatibus non est similitudo, quatinus in hoc quod est simile pateat novum procedere a veteri, et in hoc quod est dissimile intelligantur non esse unum sed duo. Sicut enim arbores sunt plerumque in stipitibus similes sed in ramis foliisque dissimiles, sic et duo testamenta sunt in rebus generalibus similia sed in specialibus dissimilia, et ideo velle sub una concordie lege cuncta ligare decipere est. Nec enim debitum est ut non liceret ei, qu[i] cuncta fecit in sapientia, ire quo vellet, et generalibus, ut ita dixerim, filis interserere diversos colores, qui varietate sua telarum superficiem multo amplius decorarent et appareret quid differat inter telam et telam.

Par. VIII, 118-123, 133-135

“E puot’ elli esser, se giù non si vive
diversamente per diversi offici?
Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive”.
Sì venne deducendo infino a quici;
poscia conchiuse: “Dunque esser diverse
convien di vostri effetti le radici:

Natura generata il suo cammino
simil farebbe sempre a’ generanti,
se non vincesse il proveder divino.”

Par. XXXII, 64-66, 70-75

le menti tutte nel suo lieto aspetto
creando, a suo piacer di grazia dota
diversamente; e qui basti l’effetto.

Però, secondo il color d’i capelli,
di cotal grazia l’altissimo lume
degnamente convien che s’incappelli.
Dunque, sanza mercé di lor costume,
locati son per gradi differenti,
sol differendo nel primiero acume.

[343]

[Ap 2, 4-5 (I vis., I eccl.); Pa, ff. 37vb-38ra] Subdit ergo (Ap 2, 4): “Sed habeo adversum te” (quidam addunt “pauca”, sed non est de textu nisi solum in tertia ecclesia [cfr. Ap 2, 14], non autem hic nec in quarta [cfr. Ap 2, 20]) “quod caritatem tuam primam reliquisti”. Ricardus: «id est, quia te in dilectione Dei et proximi minorasti. Non dicit absolute ‘quod caritatem reliquisti’, sed “quod caritatem primam”, ex quo animadvertere possumus quod in bono quidem fuit minoratus sed non omnino bono evacuatus. In gratia enim accepta nimis secure vixerat et quedam negligenter egerat, et ideo de culmine sue perfectionis ceciderat ad minorationem sue perfectionis.
Sed Dominus eum consulendo admonet ut penitendo gradum amissum recuperet, dicens (Ap 2, 5): “Memor esto itaque unde excideris, et age penitentiam et prima opera fac”. Quasi dicat: attende quod de fastigio tue perfectionis excideris et ad infimum perfectionis decideris, et age penitentiam de negligentia, et prima opera faciendo recupera primam gratiam». Hec Ricardus.
In quibus satis expresse videtur sentire quod caritas potest minui absque hoc quod tota perdatur, et hoc ipsum sapit hic textus satis. De hoc autem amplius tetigi in questione an peccatum veniale sit contra preceptum, et in prima parte summe, questione an Deus possit velle minuere caritatem alicuius. Per caritatem ergo primam intelligit non solum primam tempore, sed etiam maioritate et melioritate.

Purg. XXX, 127-132, 136-138

Quando di carne a spirto era salita,
e bellezza e virtù cresciuta m’era,
fu’ io a lui men cara e men gradita;
e volse i passi suoi per via non vera,
 imagini di ben seguendo false,
che nulla promession rendono intera.

Tanto giù cadde, che tutti argomenti
a la salute sua eran già corti,
fuor che mostrarli le perdute genti.

Inf. I, 1-3; VIII, 100-102; XXVII, 43-45; Par. II, 97-102; V, 64-72

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

“non mi lasciar”, diss’ io, “così disfatto;
e se ’l passar più oltre ci è negato,
ritroviam l’orme nostre insieme ratto”.

La terra che già la lunga prova
e di Franceschi sanguinoso mucchio,
sotto le branche verdi si ritrova.

Tre specchi prenderai; e i due rimovi
da te d’un modo, e l’altro, più rimosso,
tr’ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.
Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso
ti stea un lume che i tre specchi accenda
e torni a te da tutti ripercosso.

Non prendan li mortali il voto a ciancia;
siate fedeli, e a ciò far non bieci,
come Ieptè a la sua prima mancia;
cui più si convenia dicer ‘Mal feci,
che, servando, far peggio; e così stolto
ritrovar puoi il gran duca de’ Greci,
onde pianse Efigènia il suo bel volto,
e pianger di sé i folli e i savi
ch’udir parlar di così fatto cólto.

[344]

[LSA, Ap 2, 5 (I vis., I eccl.); Pa, f. 38ra]

Sed Dominus eum consulendo admonet ut penitendo gradum amissum recuperet, dicens (Ap 2, 5): “Memor esto itaque unde excideris, et age penitentiam et prima opera fac”. Quasi dicat: attende quod de fastigio tue perfectionis excideris et ad infimum perfectionis decideris, et age penitentiam de negligentia, et prima opera faciendo recupera primam gratiam». Hec Ricardus.
In quibus satis expresse videtur sentire quod caritas potest minui absque hoc quod tota perdatur, et hoc ipsum sapit hic textus satis. De hoc autem amplius tetigi in questione an peccatum veniale sit contra preceptum, et in prima parte summe, questione an Deus possit velle minuere caritatem alicuius. Per caritatem ergo primam intelligit non solum primam tempore, sed etiam maioritate et melio-ritate.

 

[LSA, Ap 3, 2-3 (I vis., V eccl.); Pa, ff. 46va-47ra]

“Esto vigilans” (Ap 3, 2), id est non torpens vel dormiens, sed attente sollicitus de salute tua. Ille enim dormit, qui in peccatis quiescit quasi sopitus et negligit curare de salute anime sue. Quia vero iste, tamquam episcopus, tenebatur sollicite curare non solum de sua salute sed etiam subditorum suorum, ideo pro utroque monetur ut vigilet. (…)

 “In mente ergo habe” (Ap 3, 3), id est attente recogita, “qualiter acceperis”, scilicet a Deo priorem gratiam, “et audieris”, ab homine scilicet per predicationem evangelicam, “et serva”, scilicet illa que per predicationem audisti et per influxum gratie a Deo primitus accepisti. Vel recogita qualiter per proprium consensum accepisti fidem et gratiam et statum eius, prout a me et a ceteris tibi predicantibus audivisti. “Et serva” ea “et penitentiam age”, scilicet de tuis malis, quasi dicat: si digne recogitaveris gratiam tibi prius impensam et qualiter prius accepisti eandem, servabis eam et penitentiam ages. Innuit etiam per hoc quod sic fuit otiosus et torpens, quod in mente non habuit qualiter acceperit et audierit statum et gratiam sue perfectionis, et quod ideo sic corruit. Que quidem nimis correspondenter patent in hoc cursu novissimo quinti temporis ecclesiastici. Deinde comminatur eidem iudicium sibi occulte et inopinate superventurum si non se correxerit, unde subdit: “Si ergo non vigilaveris, veniam ad te tamquam fur” (…)

 

Inf. I, 1-6, 10-12; XX, 127-129

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura! ……
Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai,
tant’ era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

e già iernotte fu la luna tonda:
ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque
alcuna volta per la selva fonda.

 

 

 

Par. XXXIII, 133-135

Qual è ’l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige

Par. VII, 145-148; XV, 121-123

E quinci puoi argomentare ancora
vostra resurrezion, se tu ripensi
come l’umana carne fessi allora
che li primi parenti intrambo fensi.

L’una vegghiava a studio de la culla,
e, consolando, usava l’idïoma
che prima i padri e le madri trastulla

345

[LSA, Ap 7, 2 (II vis., VI sig.); Pa, f. 85va-b]

Hic ergo angelus est Franciscus, evangelice vite et regule sexto et septimo tempore propagande et magnificande renovator et summus post Christum et eius matrem observator, “ascendens ab ortu solis”, id est ab illa vita quam Christus sol mundi in suo “ortu”, id est in primo suo adventu, attulit nobis. Nam decem umbratiles lineas orologii Acaz Christus in Francisco reascendit usque ad illud mane in quo Christus est ortus (4 Rg 20, 9-11; Is 38, 8). Ascendit etiam “ab ortu solis”, quia sui ascensus in Deum fundamentum et initium cepit a sede romana, que inter quinque patriarchales ecclesias est principaliter sedes et civitas solis, id est Christi et fidei eius, de qua typice dicitur Isaie XIX°: “In die illa erunt quinque civitates in terra Egipti” et cetera, “civitas solis vocabitur una” (Is 19, 18). Ascendit etiam “ab ortu solis”, id est circa initium solaris diei sexte et septime apertionis seu tertii generalis status mundi.

[LSA, Prologus, Notabile VII; Pa, f. 10ra]

Prima (responsio) est quia licet condescensio quinti status in infirmis, pro quibus fit, sit imperfectior, in sanctis tamen, arduas perfectiones priorum statuum in habitu mentis tenentibus et ex sola caritate et infirmorum utilitate condescendentibus, est ipsa condescensio ad perfectionis augmentum, prout patet in Christo infirmis condescendente. Unde et Ade subtracta est fortis costa ad formationem Eve, “et replevit” Deus “carnem pro ea” (Gn 2, 21), id est pietatem condescensionis pro robore solitarie austeritatis.

[LSA, Ap 10, 1-3 (III vis., VI tub.); Pa, ff. 114vb, 115va]

Ipse enim fuit singulariter “fortis” in omni virtute et opere Dei (Ap 10, 1), et per summam humilitatem et recognitionem prime originis omnis nature et gratie semper “descendens de celo”, et per aeream et per subtilem seu spiritualem levitatem ab omni pondere terrenorum excussam fuit “amictus nube”, id est altissima paupertate aquis celestibus plena, id est suprema possessione et imbibitione celestium divitiarum. (…) Sicut enim nubes est supra inter nos et celum suscipiens solis radios et contemperans nobis eos, et est purgans aquis pluvialibus et fecundis ipsasque ad fructificationem terre nascentium moderate effundens, sic est hec scriptura sacra spiritualiter; in caritate etiam et sapientia Dei erit ut sol ad irradiandum finaliter totum orbem et ad formandum solarem diem tertii generalis status mundi.

Par. X, 139-141; XI, 43-57

Indi, come orologio che ne chiami
ne l’ora che la sposa di Dio surge
a mattinar lo sposo perché l’ami

Intra Tupino e l’acqua che discende
del colle eletto dal beato Ubaldo,
fertile costa d’alto monte pende,
onde Perugia sente freddo e caldo
da Porta Sole; e di rietro le piange
per grave giogo Nocera con Gualdo.
Di questa costa, là dov’ ella frange
più sua rattezza, nacque al mondo un sole,
come fa questo talvolta di Gange.
Però chi d’esso loco fa parole,
non dica Ascesi, ché direbbe corto,
ma Orïente, se proprio dir vuole.
Non era ancor molto lontan da l’orto,
ch’el cominciò a far sentir la terra
de la sua gran virtute alcun conforto

 

 

346

[LSA, Ap 10, 1-3 (III vis., VI tub.); Pa, f. 115rb-va]

Quia vero hec et sequentia in futuris eius operibus et discipulis clarius innotescent, idcirco sciendum quod a tempore sollempnis impugnationis et condempnationis evangelice vite et regule, sub mistico Antichristo fiende et sub magno amplius consumande, spiritaliter descendet Christus et eius servus Franciscus et angelicus discipulorum eius cetus contra omnes errores et malitias mundi et contra totum exercitum demonum et pravorum hominum constans et fortis et impavidus sicut leo, tam ad invadendum quam ad patiendum. Et per profundissimam sui humiliationem et per sue originis a Deo humilem recognitionem et per sui ad inferiores piam condescensionem descendet “de celo”, eritque scientia scripturarum non terrestrium et falsarum sed celestium et purissimarum quasi “nube amictus”, et etiam agillima et altissima et fecunda simul et obscura seu humili paupertate.

[LSA, Ap 1, 5 (Prohemium, Salutatio); Pa, f. 25rb]

Pro tertio dicit: “Et a Ihesu Christo” (Ap 1, 5). Ne autem propter fragilitatem passionis et mortis quam tunc passus fuerat et propter contemptum quo tunc ab infidelibus spernebatur ubique crederetur esse fragilis et despectus, ideo septem notabiles primatus sibi singulariter ascribit (…)

 

 

Par. XI, 64-66, 70-72; XII, 52-54

Questa, privata del primo marito,
millecent’ anni e più dispetta e scura
fino a costui si stette sanza invito ……
né valse esser costanteferoce,
sì che, dove Maria rimase giuso,
ella con Cristo pianse in su la croce.

siede la fortunata Calaroga
sotto la protezion del grande scudo
in che soggiace il leone e soggioga

 

 

347

[LSA, Prologus, Notabile XII; Pa, ff. 16vb-17ra]

De quarto autem statu, scilicet anachoritarum, dicit Ioachim, libro V° Concordie, quod «proficiendo decrevit, quia et herba tunc magis proficit cum appropinquat ad messem. Nam tempus eius non tam illud esse dicitur in quo incipit quam illud in quo, peracta messione, grana per trituram separantur a paleis. Ordines enim iustorum propria tempora acceperunt non in quibus inceperunt sed in quibus ad consumationem et perfectionem venerunt. Quod autem diximus ordinem quartum, qui est heremitarum et virginum, proficiendo defecisse, timendum est potius quam dicendum. Aperta enim perfectio gloriationem parit, gloriatio exaltationem, exaltationem vero comitatur ruin[a], quia scriptum est: “ante ruinam exaltatur cor” (Pro 16, 18; 18, 12). Igitur ordo iste quarto tempore claruit, sed mox defecit in illa claritate et in locis illis in quibus visus est floruisse ad horam, et hoc propter malitiam habitantium in eis». Preterea fragilitas humane carnis non patitur tantum statum diu in multitudine perdurare.

[LSA, Ap 8, 12 (III vis., IV tub.); Pa, f. 99va]

Per “stellas” vero, quidam singulares et alti et solitarii anachorite.

[LSA, Prologus, Notabile V; Pa, f. 6ra]

(…) tuncque (in quinto statu) congrue instituta est vita condescensiva, ut nequeuntibus in arduis perdurare daretur locus gratie in mediocri statu.

[LSA, Ap 5, 1 (II vis., radix, IV sig.); Pa, f. 63rb-vb]

Quartus (defectus in nobis claudens intelligentiam huius libri) est nostre libertatis superba indomabilitas. (…) In quarta (apertione) vero mors sedens in equo pallido, id est in carne quasi iam emortua pallescente, domuit et infregit superbam libertatem orientalium ecclesiarum nolentium subici sedi et fidei Petri. Et certe nichil validius ad infringendam superbiam imperii nostri quam consideratio assidua et experientia humane fragilitatis et mortis, unde Ecclesiastici X° ad retundendam hominis superbiam dicitur: “Quid superbis terra et cinis?” (Ecli 10, 9), et capitulo VII° dicitur: “In omnibus operibus tuis memorare novissima tua et in eternum non peccabis” (Ecli 7, 40).

Inf. VIII, 46-48, 61-63

Quei fu al mondo persona orgogliosa;
bontà non è che sua memoria fregi:
così s’è l’ombra sua qui furïosa. ……
Tutti gridavano: “A Filippo Argenti!”;
e ’l fiorentino spirito bizzarro
in sé medesmo si volvea co’ denti.

 

 

Inf. XVI, 73-75

La gente nuova e i sùbiti guadagni
orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni.

Par. XVI, 85-87, 97-99, 109-111

per che non dee parer mirabil cosa
ciò ch’io dirò de li alti Fiorentini
onde è la fama nel tempo nascosa.

erano i Ravignani, ond’ è disceso
il conte Guido e qualunque del nome
de l’alto Bellincione ha poscia preso.

Oh quali io vidi quei che son disfatti
per lor superbia! e le palle de l’oro
fiorian Fiorenza in tutt’ i suoi gran fatti.

Purg. XI, 52-54, 112-114

E s’io non fossi impedito dal sasso
che la cervice mia superba doma,
onde portar convienmi il viso basso

ond’ era sire quando fu distrutta
la rabbia fiorentina, che superba
fu a quel tempo sì com’ ora è putta.

348

[Ap 11, 4 (III vis., VI tub.); Pa, f. 121va-b]

Preterea hic dicuntur stare in conspectu Domini sicut duo candelabra lucentia seu duo luminaria stant coram uno Domino seu coram altari Dei unum a dextris et aliud a sinistris, vel sicut duo principes vel consiliarii unius magni regis stant et incedunt coram eo unus a dextris et alius a sinistris.

Par. XI, 35-36

 

 

due principi ordinò in suo favore,
che quinci e quindi le fosser per guida.

349

[LSA, Ap 19, 17 (VI vis.); Pa, f. 185ra]

“Et vidi unum angelum stantem in sole”. Iste designat altissimos et preclarissimos contem-plativos doctores illius temporis, quorum mens et vita et contemplatio erit tota infixa in solari luce Christi et scripturarum sanctarum, et secundum Ioachim inter ceteros precipue designat Heliam.

[LSA, Ap 4, 7-8 (II vis., radix); Pa, f. 60vb]

(…) in aquila contemplatione suspensos (…)

Par. I, 46-48, 54, 64-66

quando Beatrice in sul sinistro fianco
vidi rivolta e riguardar nel sole:
aguglia sì non li s’affisse unquanco.

e fissi li occhi al sole oltre nostr’ uso.

Beatrice tutta ne l’etterne rote
fissa con li occhi stava; e io in lei
le luci fissi, di là sù rimote.

 

350

[LSA, Ap 19, 17 (VI vis.); Pa, f. 185ra-b]

“Et vidi unum angelum stantem in sole”. Iste designat altissimos et preclarissimos contem-plativos doctores illius temporis, quorum mens et vita et contemplatio erit tota infixa in solari luce Christi et scripturarum sanctarum, et secundum Ioachim inter ceteros precipue designat Heliam. “Et clamavit voce magna omnibus avibus que volabant per medium celi”, id est omnibus evangelicis et contemplativis illius temporis: “Venite, congregamini ad cenam Dei magnam”, id est ad spirituale et serotinum convivium Christi, in quo quidem devorabitur universitas moriture carnis, ut transeat quod carnale est et maneat quod spirituale est. Unde subdit (Ap 19, 18): “ut manducetis carnes regum et carnes tribunorum et carnes fortium et carnes equorum et sedentium in ipsis et carnes hominum liberorum ac servorum ac pusillorum et magnorum”. Hoc, quantum ad populos et reges tunc Christo et eius ecclesie incorporandos, significat idem quod et illud quod dictum est Actuum X° Petro videnti quadrupedia et serpentia et volatilia in magno vase linteo, cui dicitur: “Occide et manduca” (Ac 10, 9-16). Quibus autem verbis explicari posset quanto gaudio et amore et dulcore reficientur sancti de conversione omnium gentium et Iudeorum post mortem Antichristi fienda. Unde Gregorius XXXV° Moralium, super illud Iob XLII°: “Et dederunt ei unusquisque ovem unam” et cetera (Jb 42, 11), dicit: «Aperire libet oculos fidei et extremum illud sancte ecclesie de susceptione israelitici populi convivium contemplari. Ad quod nimirum convivium magnus ille Helias convivantium invitator adhibetur; et tunc propinqui et noti ad Christum cum muneribus veniunt, quem in flagello paulo ante positum contempserunt».

Par. I,  43-44, 67-72

 

 

 

 

 

 

 

Fatto avea di là mane e di qua sera
tal foce ……………………………………
Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
qual si fé Glauco nel gustar de l’erba
che ’l fé consorto in mar de li altri dèi.
Trasumanar significar per verba
non si poria; però l’essemplo basti
a cui esperïenza grazia serba.

 

 

 

 

 

 

 

 

Purg. XIII, 13, 25-27

Poi fisamente al sole li occhi porse ……
e verso noi volar furon sentiti,
non però visti, spiriti parlando
a la mensa d’amor cortesi inviti.

351

[LSA, Ap 3, 12 (I vis., VI vict.); Pa, f. 35rb-va]

Sexta victoria est victoriosus ingressus in Christum, qui fit per totalem configurationem et transformationem mentis in ipsum, quod utique proprie competit sexto statui. (…) Quantum autem ad hoc premium, nota quod quia intrans in Deum recipit intra se Deum, ita quod et Deus intrat in ipsum, ideo hunc duplicem intrandi respectum hic ponit. Primum enim ponit sub typo columpne intra templum existentis et inde non egressure; secundum vero sub typo scripture per quam nomen Dei et sue civitatis inscribitur menti. (…) Quia enim et Deum et eius cultum intramus primo per professionis statum, per quem quis in Dei ecclesia et religione statuitur; secundo per contemplationis actum, per quem Deus cum suis operibus apprehenditur, idcirco primum significat per immobilem statum columpne in templo; secundum vero per inscriptionem divinorum in animo. Columpna autem, sic stans, est longa et a fundo usque ad tectum erecta et solida ac sufficienter densa, et rotunda communiter vel quadrata, et firmiter fixa templique sustentativa et decorativa. Sic autem stat in Dei ecclesia vel religione vir evangelicus Christo totus configuratus, sic etiam suo modo stat in celesti curia.

 

Par. XXXIII, 97-99, 133-134; XXXI, 43-45, 52-57; XXV, 25-33; Inf. XVIII, 43-45

Così la mente mia, tutta sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa. ……
Qual è ’l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio …………………….

E quasi peregrin che si ricrea
nel tempio del suo voto riguardando,
e spera già ridir com’ ello stea ……
La forma general di paradiso
già tutta mïo sguardo avea compresa,
in nulla parte ancor fermato fiso;
e volgeami con voglia rïaccesa
per domandar la mia donna di cose
di che la mente mia era sospesa.

Ma poi che ’l gratular si fu assolto,
tacito coram me ciascun s’affisse,
ignito sì che vincëa ’l mio volto.
Ridendo allora Bëatrice disse:
“Inclita vita per cui la larghezza
de la nostra basilica si scrisse,
fa risonar la spene in questa altezza:
tu sai, che tante fiate la figuri,
quante Iesù ai tre fé più carezza”.

Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi;
e ’l dolce duca meco si ristette,
e assentio ch’alquanto in dietro gissi.

352

[LSA, Ap 3, 12 (I vis., VI vict.); Pa, f. 35va]

Columpna autem, sic stans, est longa et a fundo usque ad tectum erecta et solida ac sufficienter densa, et rotunda communiter vel quadrata, et firmiter fixa templique sustentativa et decorativa. Sic autem stat in Dei ecclesia vel religione vir evangelicus Christo totus configuratus, sic etiam suo modo stat in celesti curia.

[LSA, Ap 19, 17 (VI vis.); Pa, f. 185ra]

“Et vidi unum angelum stantem in sole”. Iste designat altissimos et preclarissimos contem-plativos doctores illius temporis, quorum mens et vita et contemplatio erit tota infixa in solari luce Christi et scripturarum sanctarum (…)

Par. XXIII, 7-12; Purg. XXXIII, 103-109

previene il tempo in su aperta frasca,
e con ardente affetto il sole aspetta,
 fiso guardando pur che l’alba nasca;
così la donna mïa stava eretta
e attenta, rivolta inver’ la plaga
sotto la quale il sol mostra men fretta

E più corusco e con più lenti passi
teneva il sole il cerchio di merigge,
che qua e là, come li aspetti, fassi,
quando s’affisser, sì come s’affigge
chi va dinanzi a gente per iscorta
se trova novitate o sue vestigge,
le sette donne al fin d’un’ombra smorta

 

353

[LSA, Ap 19, 4 (VI vis.); Pa, f. 181vb]

Unde subdit: “Et viginti quattuor seniores et quattuor animalia ceciderunt et adoraverunt Deum sedentem super tronum dicentes: Amen, alleluia”, id est vere est Deus ineffabiliter laudandus.

Inf. II, 103

Disse: – Beatrice, loda di Dio vera

354

[LSA, Ap 13, 1 (IV vis., VI prel.); Pa, f. 143va]

Sequitur: “et super capita eius nomina blasphemie”, id est eius capita sunt famosa et nominata in blasphemantibus Christum et eius fidem. Nomen enim designat notitiam et famam, statio vero in capite designat gloriam.

 

Purg. XXI, 85-91

“col nome che più dura e più onora
era io di là”, rispuose quello spirto,
famoso assai, ma non con fede ancora.
Tanto fu dolce mio vocale spirto,
che, tolosano, a sé mi trasse Roma,
dove mertai le tempie ornar di mirto.
Stazio la gente ancor di là mi noma

355

[LSA, Ap 13, 6/18 (IV vis., VI prel.); Pa, ff. 145vb, 149ra]

“Et aperuit os suum in blasphemias ad Deum, blasphemare nomen eius” (Ap 13, 6) (…) Igitur nomen eius in greco [est] Antemos, qui inter-pretatur contrarius (Ap 13, 18).

 

Inf. XXXII, 85-94, 106

Lo duca stette, e io dissi a colui
che bestemmiava duramente ancora:
“Qual se’ tu che così rampogni altrui?”.
“Or tu chi se’ che vai per l’Antenora,
percotendo”, rispuose, “altrui le gote,
sì che, se fossi vivo, troppo fora?”.
“Vivo son io, e caro esser ti puote”,
fu mia risposta, “se dimandi fama,
ch’io metta il nome tuo tra l’altre note”.
Ed elli a me: “Del contrario ho io brama”

quando un altro gridò: “Che hai tu, Bocca?”

356

[LSA, Ap 13, 18 (IV vis., VI prel.); Pa, ff. 148vb-149ra]

“Qui habet intellectum computet numerum bestie”, id est diligenter advertat proprietatem numeri et sue significationis. “Numerus enim hominis est”, id est non est numerus Dei eterni aut viri spiritualis, sed potius hominis mortalis et carnalis. Et hoc designat “numerus nominis eius”, quamvis ipse per illud nomen estimet et intendat contrarium significari. (…) Sunt etiam in greco alia duo nomina numeri huius, scilicet Arnoyme, et tertium est T[eit]an.

Purg. XIV, 22-24

“Se ben lo ’ntendimento tuo accarno
con lo ’ntelletto”, allora mi rispuose
quei che diceva pria, “tu parli d’Arno”.

 

357

[LSA, Ap 3, 15 (I vis., VII eccl.); Pa, f. 52rb]

Quod etiam per prophetam ita legimus a Domino detestari, ut spiritualibus viris atque doctoribus precipiatur ut ab eis monendis docendisque discedant et nequaquam, velut in terra sterili noxiisque seminibus occupata, semen verbi salutaris expendant, et ipsa contempta novam potius excolant terram (…)

Inf. III, 49-51, 61-63

“Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.

Incontamente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui.

358

[LSA, Ap 3, 17-19 (I vis., VII eccl.); Pa, ff. 53vb-54rb, 55ra]

Deinde hanc eius presumptionem improbat et falsificat per sex defectus intente sue presumptioni oppositos sueque presumptioni annexos. Quorum primum est inconsideratio et ignorantia sui ipsius suorumque defectuum et specialiter quinque subscriptorum, et ideo respectu omnium quinque dicit: “et nescis”. Subscriptorum etiam ordo sic currit. In presumptione enim de predictis divitiis, que ex suo nomine dicunt sufficientiam et habun-dantiam, subintelligitur, quasi formale et finale earum, quod in habente eas esset secundum se magna beatitudo et etiam respectu alieni oculi seu iudicii.
Contra primum horum dicit: “quia tu es miser”. Miseria enim directe opponitur beatitudini et miser beato.
Contra secundum dicit: “et miserabilis”, id est in aliorum oculis haberis ita pro misero quod vident te indigere Dei et ipsorum miseratione.
Contra sufficientiam vero dicit: “et pauper”. Pauper enim dicitur qui caret non solum sufficientia sed etiam necessariis, unde et pauper dicitur quasi parum de re habens.
Item divitiis congregandis et conservandis et dispensandis solet adesse solers prudentia et providentia congregandi et conservandi et dispensandi. Divites communiter etiam regunt civitates et ad potentum consilia solent convocari. Unde et per simile divites in spiritualibus sunt prudentes et scientes consilia summi Dei. Contra hoc autem subditur: “et cecus”.
Sicut etiam divites mundi sunt multis pretiosis et valde ornatis et decoris vestimentis induti, sic et divites Dei sunt multis et magnis virtutibus induti et adornati, contra quod hic subditur: “et nudus”.
Nota etiam quod hic ponit communes defectus qui ceco mendicanti communiter insunt. Est enim egenus et nudus et multis miseriis plenus, et hoc sic patenter quod est in aliorum oculis miserabilis. (…) Deinde consulit et suadet modum expellendi a se istos defectus, et primo tres defectus primos, miserie sue et miserabilis paupertatis, unde subdit (Ap 3, 18): “Suadeo tibi emere a me aurum ignitum et probatum, ut locuples fias”. (…)
“Emulare ergo” (Ap 3, 19), scilicet illos bonos et eorum sancta exempla, quos ego amo et castigo. Emulari sumitur aliquando pro invidere, ut ad Romanos [XIII°] (Rm 13, 13): “Non in contentione et emulatione”; aliquando autem pro zelotipe indignari (…)

Inf. III, 34-36, 46-48, 50, 64-66; Purg. XIII, 61-62

Ed elli a me: “Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.

misericordia e giustizia li sdegna”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.

Così li ciechi a cui la roba falla,
stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna

359

[ibid.; Pa, ff. 53vb-54ra]

Deinde hanc eius presumptionem improbat et falsificat per sex defectus intente sue presumptioni oppositos sueque presumptioni annexos. Quorum primum est inconsideratio et ignorantia sui ipsius suorumque defectuum et specialiter quinque subscriptorum, et ideo respectu omnium quinque dicit: “et nescis”. Subscriptorum etiam ordo sic currit. In presumptione enim de predictis divitiis, que ex suo nomine dicunt sufficientiam et habundantiam, subintelligitur, quasi formale et finale earum, quod in habente eas esset secundum se magna beatitudo et etiam respectu alieni oculi seu iudicii.
Contra primum horum dicit: “quia tu es miser”. Miseria enim directe opponitur beatitudini et miser beato.
Contra secundum dicit: “et miserabilis”, id est in aliorum oculis haberis ita pro misero quod vident te indigere Dei et ipsorum miseratione.
Contra sufficientiam vero dicit: “et pauper”. Pauper enim dicitur qui caret non solum sufficientia sed etiam necessariis, unde et pauper dicitur quasi parum de re habens.
Item divitiis congregandis et conservandis et dispensandis solet adesse solers prudentia et providentia congregandi et conservandi et dispen-sandi. Divites communiter etiam regunt civitates et ad potentum consilia solent convocari. Unde et per simile divites in spiritualibus sunt prudentes et scientes consilia summi Dei. Contra hoc autem subditur: “et cecus”.
Sicut etiam divites mundi sunt multis pretiosis et valde ornatis et decoris vestimentis induti, sic et divites Dei sunt multis et magnis virtutibus induti et adornati, contra quod hic subditur: “et nudus”.
Nota etiam quod hic ponit communes defectus qui ceco mendicanti communiter insunt. Est enim egenus et nudus et multis miseriis plenus, et hoc sic patenter quod est in aliorum oculis miserabilis. (…)

Inf. XXIV, 1-30; Par. XIII, 94-96, 104-105

In quella parte del giovanetto anno
che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra
e già le notti al mezzo dì sen vanno,
quando la brina in su la terra assempra
l’imagine di sua sorella bianca,
ma poco dura a la sua penna tempra,
lo villanello a cui la roba manca,
si leva, e guarda, e vede la campagna
biancheggiar tutta; ond’ ei si batte l’anca,
ritorna in casa, e qua e là si lagna,
come ’l tapin che non sa che si faccia;
poi riede, e la speranza ringavagna,
veggendo ’l mondo aver cangiata faccia
in poco d’ora, e prende suo vincastro
e fuor le pecorelle a pascer caccia.
Così mi fece sbigottir lo mastro
quand’ io li vidi sì turbar la fronte,
e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro;
ché, come noi venimmo al guasto ponte,
lo duca a me si volse con quel piglio
dolce ch’io vidi prima a piè del monte.
Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
eletto seco riguardando prima
ben la ruina, e diedemi di piglio.
E come quei ch’adopera ed estima,
che sempre par che ’nnanzi si proveggia,
così, levando me sù ver’ la cima
d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia
dicendo: “Sovra quella poi t’aggrappa;
ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia”.

Non ho parlato sì, che tu non posse
ben veder ch’el fu re, che chiese senno
acciò che re sufficïente fosse ………….
regal prudenza è quel vedere impari
in che lo stral di mia intenzion percuote

 

360

[LSA, Ap 12, 18 (IV vis., V prel.); Pa, f. 141va]

Arena vero maris modo aquis maris infunditur eiusque fluctibus iactatur, modo solis ardore tabescit. Et ideo, secundum Ioachim, designat hic multitudinem hominum qui nec omnino infideles esse videntur, nec pietati christiane tota fidei puritate adherent. Design[at] ergo hic multitudinem pulveream, duram et sterilem et omni vento temptationis mobilem, que partim de fecibus hereticorum, partim de fecibus anachoritarum et monachorum et ceterorum fidelium tunc remanserat, et in aliqua sui parte mari pag[a]norum in orientali terra Mahomet tunc temporis, ut fertur, restantium vicina, sicut arena riparum maris est mari vicina.

Inf. III, 30, 37-39

come la rena quando turbo spira.

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

361

[LSA, Ap 6, 8 (II vis., IV sig.); Pa, f. 77rb-vb]

Equus autem sarracenicus dicitur “pallidus”, pallore scilicet tali qualis proprie competit mortuis. Mors etiam dicitur sedere super eum triplici ex causa. (…) Tertia est quia, quando a principio tot ecclesias Christi vastavit, non legimus nec audivimus facta tunc fuisse miracula per fideles tunc occisos vel captivatos, nec data vive predicationis verba per que infideles converterentur ad Christum et vivificarentur aut per que fideles in vita fidei confirmarentur, quin potius maior pars captivatorum videtur ad eorum sectam mortiferam convolasse. Non enim, sicut inter paganos et hereticos multiplicabantur fideles et plures convertebantur ad fidem, sic contingit inter Sarracenos, immo contrarium iam per sescentos annos et amplius.

Inf. III, 37-39, 61-63

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

Incontamente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui.

 

362

[LSA, Ap 13, 1 (IV vis., VI prel.); Pa, f. 143rb-va]

Et huic sententie satis videtur concordare idem Ioachim, libro V° Concordie circa finem, ubi exponit aliqua de visionibus Danielis et ubi agit de quarta parte statue, scilicet de ferro luto et teste commixto (cfr. Dn 2, 33), per quod debet intelligi quartum regnum contra ecclesiam in quarto eius tempore suscitatum, scilicet regnum Sarracenorum indomabile quasi ferrum et ita currens ad gladium ac si curreret ad convivium. Ibi enim subdit: «Suscitabit autem Deus regnum istud ut percutiat Babilonem, sicut scribitur in Apocalipsi: “decem cornua in bestia odient fornicariam et ipsam igne cremabunt” (Ap 17, 16). Quod autem pedum ipsius statue pars una ferrea erat, altera fictilis, designat regnum novissimum quod erit tempore Antichristi, quod licet a gente ipsa ferrea originem trahat, ob mixturam tamen diversarum gentium, que erit in eo, non erit in ipso tanta soliditas quanta in precedenti, quia ex parte regnum erit solidum, ex parte contr[it]um propter mixturam humani seminis que erit in eo».

Inf. III, 37-39; VIII, 70-71, 76-78; Par. XVI, 49-54

 

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

E io: “Maestro, già le sue meschite
là entro certe ne la valle cerno ……”
Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse
che vallan quella terra sconsolata:
le mura mi parean che ferro fosse.

Ma la cittadinanza, ch’è or mista
di Campi, di Certaldo e di Fegghine,
pura vediesi ne l’ultimo artista.
Oh quanto fora meglio esser vicine
quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo
e a Trespiano aver vostro confine

363

[LSA, Ap 3, 19 (I vis., VII eccl.); Pa, f. 55ra]

“Emulare ergo”, scilicet illos bonos et eorum sancta exempla, quos ego amo et castigo. Emulari sumitur aliquando pro invidere, ut ad Romanos [XIII°] (Rm 13, 13): “Non in contentione et emulatione”; aliquando autem pro zelotipe indignari, ut Ezechielis VIII° (Ez 8, 3): “Erat statutum idolum zeli ad provocandum emulationem”; aliquando pro ex magno amore zelari seu ex magno zelo optare bonum alteri, ut IIa ad Corinthios XI° (2 Cor 11, 2): “Emulor enim vos Dei emulatione”, et ad Romanos X° (Rm 10, 2): “Emulationem” quidem “Dei habent”; aliquando vero sumitur pro zelatorie imitari, ut Proverbiorum III° (Pro 3, 31): “Ne emuleris hominem iniustum”, [et] ad Galatas IIII° (Gal 4, 18): “Bonum”, scilicet hominem, “emulamini in bono semper”, et sic sumitur hic.

Inf. III, 46-48; Purg. VI, 19-21; Par. XII, 142-145

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.

Vidi conte Orso e l’anima divisa
dal corpo suo per astio e per inveggia,
com’ e’ dicea, non per colpa commisa

Ad inveggiar cotanto paladino
mi mosse l’infiammata cortesia
di fra Tommaso e ’l discreto latino;
e mosse meco questa compagnia.

 

 

364

[LSA, Ap 2, 1 (I vis., radix); Pa, f. 32vb]

Quartum (exercitium) est contemplativa abstractio et solitudo, et assidua sui ad illam per austera et laboriosa opera preparatio.

Inf. II, 1-6

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno
m’apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra.

365

[LSA, Ap 19, 1 (VI vis.); Pa, f. 181ra]

Et quia magna multitudo Iudeorum et gentium, et Grecorum et Latinorum, tunc intrabit ad Christum in spiritu magno et alto, ideo tunc multe erunt tube magnis vocibus spiritalium intellectuum et affectuum resonantes, sicut et in huius typum sexta hebdomada quadragesim[e] sextoque die ante passionem Domini celebratur annuatim sollempnitas palmarum, in qua a multis populis glorificatus est Christus.

Inf. IV, 118-120; Par. XVIII, 31-33

Colà diritto, sovra ’l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m’essalto.

spiriti son beati, che giù, prima
che venissero al ciel, fuor di gran voce,
sì ch’ogne musa ne sarebbe opima.

 

366

[LSA, Ap 12, 6 (IV vis., I prel.); Pa, ff. 133ra, 135va]

Et aliquantulum supra (Ioachim) dicit: «Si enim Zacharias pater Iohannis, inter sinagogam et ecclesiam constitutus, predixit adesse tempus et nativitatem Christi, sed tamen ea que Christus erat facturus non est seriatim intimare permissus, ita et nos, qui inter secundum et tertium statum constituti sumus, multa quidem de tertio illo statu contemplari permittimur, ordinem vero rei iuxta numerum et distinctiones operum assignare nequimus, nisi forte aliquid de principio». (…) Item, libro IIII° (…) infert: «Igitur, ut sepe dixi, in tempore confusionis omnia non immerito sunt confusa. Etsi per exemplaria veterum intelligimus nova, necesse est ut ibi ex parte aliqua deficiat intellectus in novo ubi defecisse constat in veteri, non ut ignoretur vicinitas temporis sed ut dies ignoretur et annus».

Inf. X, 97-105

“El par che voi veggiate, se ben odo,
dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro modo”.
Noi veggiam, come quei ch’ha mala luce,
le cose”, disse, “che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce.
Quando s’appressano o son, tutto è vano
 nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano.”

 

367

[LSA, Ap 18, 4 (VI vis./5); Pa, f. 176rb-va]

“Et audivi aliam vocem de celo dicentem”. Recte dicitur alia, quia prior fuit de dampnatione reproborum, hec vero est de admonitione electorum, ne communicent cum reprobis in culpa et tandem in pena. Ait enim: “Exite de illa, popule meus, et ne participes sitis delictorum eius et de plagis eius ne accipiatis”. Idem dicitur Ieremie, L°, ubi dicitur Dei populo: “Recedite de medio Babilonis et de terra Caldeorum egredimini, et estote quasi edi ante gregem”, et subdit causam quia cito est capienda et destruenda (Jr 50, 8-9).
Et nota quod principaliter loquitur hic de exitu ab imitatione et participatione scelerum eius, et etiam ab omni amicitia vel societate ipsius prebente occasionem peccandi. Plus autem precipit hoc modo exire ab ea quam a paganis, quia facilius inficiuntur fideles a societate pravorum fidelium vel hereticorum quam a paganis. Unde Apostolus Ia ad Corinthios V° dicit: “Scripsi vobis: Ne commisceamini”, id est ne communicetis, “fornicariis, non utique fornicariis huius mundi”, id est paganis tunc per totum orbem dispersis et cetera, “alioquin debueratis de hoc mundo exisse” (1 Cor 5, 9-10), id est si de illis hoc precepissem, oporteret vos de toto mundo exire, quia ipsi sunt ubique replentes totum mundum. Et ideo subdit: “Nunc autem scripsi vobis non commisceri” fratribus, id est christianis, qui sunt nominati, id est famosi et per sententiam ecclesie notati de vitiis que ibi subiungit (1 Cor, 5, 11).

Inf. I, 91-93; XV, 64-69; Par. XVII, 46-48, 61-63; Inf. XXXIV, 82-85

“A te convien tenere altro vïaggio”,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
“se vuo’ campar d’esto loco selvaggio”

ti si farà, per tuo ben far, nimico;
ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico.
Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
gent’ è avara, invidiosa e superba:
dai lor costumi fa che tu ti forbi.

Qual si partio Ipolito d’Atene
per la spietata e perfida noverca,
tal di Fiorenza partir ti convene. ……
E quel che più ti graverà le spalle,
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in questa valle

“Attienti ben, ché per cotali scale”,
disse ’l maestro, ansando com’ uom lasso,
conviensi dipartir da tanto male”.
Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso

 

 

368

[ibid.; Pa, f. 176va]

Et nota quod principaliter loquitur hic de exitu ab imitatione et participatione scelerum eius, et etiam ab omni amicitia vel societate ipsius prebente occasionem peccandi.

Inf. XXX, 37-39

Ed elli a me: “Quell’ è l’anima antica
di Mirra scellerata, che divenne
al padre, fuor del dritto amore, amica.”

 

369

[ibid.; Pa, f. 176vb]

Semper enim usque ad finem seculi erunt in hoc mundo aliqui babilonici, id est reprobi, a quorum peccatis est recedendum.

[LSA, Ap 14, 8 (IV vis., VI prel.); Pa, f. 154ra]

Ecclesia carnalis ideo vocatur Babilon hic et infra XVII° et XVIII°, et tam ibi quam capitulo XIX° vocatur ‘meretrix magna’, tum quia ordo virtutum est in ipsa per deordinationem vitiorum enormiter confusus (Babilon enim confusio interpretatur) (…)

 

Par. XVI, 67-68

Sempre la confusion de le persone
principio fu del mal de la cittade

 

370

[LSA, Ap 5, 1 (II vis., radix, VI sig.); Pa, ff. 64vb-65ra]

Contra autem apparentem inimicitiam est excessivus et singularis caritatis ardor in reconciliativa consignatione duodecim tribuum Israelis ad altam et gloriosam militiam Christi, et ad hoc ut manifeste appareant esse de singulari familia et domestico grege ovium Christi, et in adductione omnium nationum ad tronum Dei et templum, et ex inhabitatione Dei in illis et familiaritate Agni Dei ad eos, de qua ibi dicitur quod “Agnus, qui in medio troni est, reget illos et deducet eos ad font[es] vite” et cetera (Ap 7, 17), que omnia continet apertio sexta. Nam dampnatio adultere Babilonis ibi premissa respicit ultionem contemptus et ignominie per eam Christo illate; respicit etiam zelum et fervorem amoris coniugalis nequeuntis absque summa ira et zelotipia et vindicta tolerare publica adulteria coniugis sue.

Par. X, 94-96; XII, 73; Inf. IX, 31-33

Io fui de li agni de la santa greggia
che Domenico mena per cammino
u’ ben s’impingua se non si vaneggia.

Ben parve messo e famigliar di Cristo

Questa palude che ’l gran puzzo spira
cigne dintorno la città dolente,
u’ non potemo intrare omai sanz’ ira.

 

371

[LSA, Ap 11, 3 (III vis., VI tub.); Pa, f. 122rb]

Abscondent etiam eis celestem sapientiam et gratiam eo modo quo aquila per summam evolationem in altum abscondit se visui nostro, et eo modo quo molem grossam attenuando et minuendo fere redigit in invisibilem punctum.

 

Inf. XXXIV, 4-6, 76-77, 92-93

Come quando una grossa nebbia spira,
o quando l’emisperio nostro annotta,
par di lungi un molin che ’l vento gira

Quando noi fummo là dove la coscia
si volge, a punto in sul grosso de l’anche

la gente grossa il pensi, che non vede
qual è quel punto ch’io avea passato.

372

[LSA, Ap 7, 6 (II vis., VI sig.); Pa, ff. 89vb-90ra]

Quinto exigitur virtus sciens ex omnibus sensibilibus se comparative transferre ad spiritualia et eterna, ita quod numquam assumit sensibilia et temporalia nisi ut signa et specula intellectualium, et ex innumera multiformitate sensibilium se multiformiter dilatat in contemplatione intellectualium. Hec autem designatur per Neptalim, qui interpretatur comparatio vel conversio, scilicet translativa, vel latitudo.
Sexto exigitur oblivio ipsorum sensibilium. Postquam enim ex eis tamquam ex relativis signis et speculis ascendimus ad intellectualia, debemus oblivisci ipsorum ut denudemur ab eis tamquam a velaminibus tenebrosis, et hoc designatur per Manasse, qui interpretatur oblivio.

[LSA, incipit; Pa, f. 1ra]

Nam umbra sui velaminis per lucem Christi et sue legis aufertur secundum Apostolum, capitulo eodem dicentem quod “velamen in lectione veteris testamenti manet non revelatum, quoniam in Christo evacuatur” (2 Cor 3, 14).

 

Par. XXXIII, 91-96

La forma universal di questo nodo
credo ch’i’ vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.
Un punto solo m’è maggior letargo
che venticinque secoli a la ’mpresa
che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.

373

[LSA, Ap 3, 12 (I vis., VI vict.); Pa, ff. 35vb-36ra]

Et attende quomodo a Deo incipiens et in eius civitatem descendens, reascendit et finit in se ipsum, quia contemplatio incipit in Deo et per Dei civitatem ascendit in Christum eius regem, in quo et per quem consumatissime redit et reintrat in Deum, et sic fit circulus gloriosus.

 

Par. XXXI, 7-12; I, 49-51, 91-93

sì come schiera d’ape che s’infiora
una fïata e una si ritorna
là dove suo laboro s’insapora,
nel gran fior discendeva che s’addorna
di tante foglie, e quindi risaliva
là dove ’l süo amor sempre soggiorna.

E sì come secondo raggio suole
uscir del primo e risalire in suso,
pur come pelegrin che tornar vuole ……
“Tu non se’ in terra, sì come tu credi;
ma folgore, fuggendo il proprio sito,
non corse come tu ch’ad esso riedi”.

374

[ibid.; Pa, ff. 35rb, vb-36ra]

Sexta victoria est victoriosus ingressus in Christum, qui fit per totalem configurationem et transformationem mentis in ipsum (…) Et attende quomodo a Deo incipiens et in eius civitatem descendens, reascendit et finit in se ipsum, quia contemplatio incipit in Deo et per Dei civitatem ascendit in Christum eius regem, in quo et per quem consumatissime redit et reintrat in Deum, et sic fit circulus gloriosus.

 

Purg. III, 100-102; Inf. XXXIV, 133-136; II, 82-84

Così ’l maestro; e quella gente degna
Tornate”, disse, “intrate innanzi dunque”,
coi dossi de le man faccendo insegna.

Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d’alcun riposo,
salimmo sù, el primo e io secondo

Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l’ampio loco ove tornar tu ardi.

375

[ibid.; Pa, f. 36ra]

(…) quia contemplatio incipit in Deo et per Dei civitatem ascendit in Christum eius regem, in quo et per quem consumatissime redit et reintrat in Deum, et sic fit circulus gloriosus.

Par. XXIII, 107-109

“…………………… e farai dia
più  la spera supprema perché lì entre”.
Così la circulata melodia

 

376

[LSA, Ap 4, 1-2 (II vis., radix); Pa, f. 56ra-b]

Sicut autem in hostio monumenti Christi erat superpositus magnus lapis et ponderosus, qui Christo resurgente et de sepulcro exeunte est inde amotus, sic in scriptura erat durus cortex littere, pondere sensibilium et carnalium figurarum gravatus, claudens hostium, id est [aditum] intelligentie spiritalis. In humanis etiam cordibus erat lapidea durities sensus obtusi, claudens introitum divinarum illuminationum. Item absentia seu potius non existentia magnorum operum in ecclesia fiendorum erat nobis magna clausura hostii ad fabricam ecclesie contemplandam. Primus autem apertor huius hostii et prima vox nos in celum ascendere faciens est Christus et eius illuminatio et doctrina. Nam vox priorum prophetarum potius clausit hostium sub figuris, et sub terrenis promissionibus carnalem sensum Iudeorum depressit potius quam levavit.

 

Inf. III, 10-12; IX, 121-123, 131; X, 7-9; XXXII, 10-14

Queste parole di colore oscuro
vid’ ïo scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: “Maestro, il senso lor m’è duro”.

Tutti li lor coperchi eran sospesi,
e fuor n’uscivan sì duri lamenti,
che ben parean di miseri e d’offesi. ……
e i monimenti son più e men caldi.

“La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? già son levati
tutt’ i coperchi, e nessun guardia face”.

Ma quelle donne aiutino il mio verso
ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,
sì che dal fatto il dir non sia diverso.
Oh sovra tutte mal creata plebe
che stai nel loco onde parlare è duro

 

377

[LSA, Ap 3, 3 (I vis.,V eccl.); Pa, f. 46vb]

In mente ergo habe” (Ap 3, 3), id est attente recogita, “qualiter acceperis”, scilicet a Deo priorem gratiam, “et audieris”, ab homine scilicet per predicationem evangelicam, “et serva”, scilicet illa que per predicationem audisti et per influxum gratie a Deo primitus accepisti. Vel recogita qualiter per proprium consensum accepisti fidem et gratiam et statum eius, prout a me et a ceteris tibi predicantibus audivisti. “Et serva” ea “et penitentiam age”, scilicet de tuis malis, quasi dicat: si digne recogitaveris gratiam tibi prius impensam et qualiter prius accepisti eandem, servabis eam et penitentiam ages.

[LSA, Ap 3, 1 (I vis.,V eccl.); Pa, f. 46ra-b]

Respectu vero quinti status ecclesiastici, talem se proponit quia quintus status est respectu quattuor statuum precedentium generalis, et ideo universitatem spirituum seu donorum et stellarum seu rectorum et officiorum se habere testatur, ut qualis debeat esse ipsius ordinis institutio tacite innotescat. Diciturque hec ei non quia dignus erat muneribus ipsis, sed quia ipsi et semini eius erant, si dignus esset, divinitus preparata. Unde et Ricardus dat aliam rationem quare hec ecclesia dicta est “Sardis”, id est principium pulchritudinis, quia scilicet sola initia boni non autem consumationem habuit, et solum nomen sanctitatis potius quam rem.

Purg. I, 19-20, 22-24; XXVIII, 49-51; Par. II, 28-30; III, 47-48, 58-61

Lo bel pianeto che d’amar conforta
faceva tutto rider l’orïente ………….
I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
a l’altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch’a la prima gente.

Tu mi fai rimembrar dove e qual era
Proserpina nel tempo che perdette
la madre lei, ed ella primavera.

volta ver’ me, sì lieta come bella,
“Drizza la mente in Dio grata”, mi disse,
“che n’ha congiunti con la prima stella”.

e se la mente tua ben riguarda,
non mi ti celerà l’esser più bella ……
Ond’ io a lei: “Ne’ mirabili aspetti
vostri risplende non so che divino
che vi trasmuta da’ primi concetti:
però non fui a rimembrar festino”

378

[LSA, Ap 2, 1 (I vis., radix, V eccl.); Pa, f. 33rb-va]

(…) suorumque collegiorum regularis institutio, diversa membra et officia conectens et secundum suas proportiones ordinans sub regula unitatis condescendente proportioni membrorum, habet mire pulchritudinis formam toti generali ecclesie competentem, que est sicut regina aurea veste unitive caritatis ornata et in variis donis et gratiis diversorum membrorum circumdata varietate.

Purg. XXVIII, 34-36, 43-44, 55-57

Coi piè ristetti e con li occhi passai
di là dal fiumicello, per mirare
 la gran varïazion d’i freschi mai ……
“Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore
ti scaldi ……………….
volsesi in su i vermigli e in su i gialli
fioretti verso me, non altrimenti
che vergine che li occhi onesti avvalli

379

[LSA, Ap 3, 1 (I vis.,V eccl.); Pa, f. 46ra-b]

Respectu vero quinti status ecclesiastici, talem se proponit quia quintus status est respectu quattuor statuum precedentium generalis, et ideo universitatem spirituum seu donorum et stellarum seu rectorum et officiorum se habere testatur, ut qualis debeat esse ipsius ordinis institutio tacite innotescat. Diciturque hec ei non quia dignus erat muneribus ipsis, sed quia ipsi et semini eius erant, si dignus esset, divinitus preparata. Unde et Ricardus dat aliam rationem quare hec ecclesia dicta est “Sardis”, id est principium pulchritudinis, quia scilicet sola initia boni non autem consumationem habuit, et solum nomen sanctitatis potius quam rem. Supra vero fuit alia ratio data. Respectu etiam prave multitudinis tam huius quinte ecclesie quam quinti status, prefert se habere “septem spiritus Dei et septem stellas”, id est fontalem plenitudinem donorum et gratiarum Spiritus Sancti et continentiam omnium sanctorum episcoporum quasi stellarum, tum ut istos de predictorum carentia et de sua opposita immunditia plus confundat, tum ut ad eam rehabendam fortius attrahat.

Inf. I, 37-40

Temp’ era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino
mosse di prima quelle cose belle

[Ap 7, 2 (II vis., VI sig.); Pa, f. 85va]

Hic ergo angelus est Franciscus, evangelice vite et regule sexto et septimo tempore propagande et magnificande renovator et summus post Christum et eius matrem observator, “ascendens ab ortu solis”, id est ab illa vita quam Christus sol mundi in suo “ortu”, id est in primo suo adventu, attulit nobis. Nam decem umbratiles lineas orologii Acaz Christus in Francisco reascendit usque ad illud mane in quo Christus est ortus.

 

 

380

[ibid.]

Respectu vero quinti status ecclesiastici, talem se proponit quia quintus status est respectu quattuor statuum precedentium generalis, et ideo universitatem spirituum seu donorum et stellarum seu rectorum et officiorum se habere testatur, ut qualis debeat esse ipsius ordinis institutio tacite innotescat. Diciturque hec ei non quia dignus erat muneribus ipsis, sed quia ipsi et semini eius erant, si dignus esset, divinitus preparata. Unde et Ricardus dat aliam rationem quare hec ecclesia dicta est “Sardis”, id est principium pulchritudinis, quia scilicet sola initia boni non autem consumationem habuit, et solum nomen sanctitatis potius quam rem. Supra vero fuit alia ratio data. Respectu etiam prave multitudinis tam huius quinte ecclesie quam quinti status, prefert se habere “septem spiritus Dei et septem stellas”, id est fontalem plenitudinem donorum et gratiarum Spiritus Sancti et continentiam omnium sanctorum episcoporum quasi stellarum, tum ut istos de predictorum carentia et de sua opposita immunditia plus confundat, tum ut ad eam rehabendam fortius attrahat.

 

Inf. XV, 55-57; XVI, 82-84; XXXIV, 136-139; Purg. VIII, 88-93; XXXI, 103-106, 109-111

Ed elli a me: “Se tu segui tua stella,
non puoi fallire a glorïoso porto,
se ben m’accorsi ne la vita bella

Però, se campi d’esti luoghi bui
e torni a riveder le belle stelle,
quando ti gioverà dicere “I’ fui”

salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.
E quindi uscimmo a riveder le stelle.

E ’l duca mio: “Figliuol, che là sù guarde?”.
E io a lui: “A quelle tre facelle
di che ’l polo di qua tutto quanto arde”.
Ond’ elli a me: “Le quattro chiare stelle
che vedevi staman, son di là basse,
e queste son salite ov’ eran quelle”.

Indi mi tolse, e bagnato m’offerse
dentro a la danza de le quattro belle;
e ciascuna del braccio mi coperse.
“Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle
Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi
le tre di là, che miran più profondo”.

381

[LSA, Ap 2, 1 (I vis., radix, V eccl.); Pa, f. 33rb-va]

Vocatur autem congrue hec ecclesia Sardis, id est principium pulchritudinis, tum quia in suis paucis incoinquinatis habet singularem gloriam pulchritudinis, quia difficillimum et arduissimum est inter tot suorum luxuriantes se omnino servare mundum; tum quia primi institutores quinti status fuerunt in se et in suis omnis munditie singulares zelatores, suorumque collegiorum regularis institutio, diversa membra et officia conectens et secundum suas proportiones ordinans sub regula unitatis condescendente proportioni membrorum, habet mire pulchritudinis formam toti generali ecclesie competentem, que est sicut regina aurea veste unitive caritatis ornata et in variis donis et gratiis diversorum membrorum circumdata varietate.

 

Par. II,  130-138, 145-148; Purg. XIX, 100-102

e ’l ciel cui tanti lumi fanno bello,
de la mente profonda che lui volve
prende l’image e fassene suggello.
E come l’alma dentro a vostra polve
per differenti membra e conformate
a diverse potenze si risolve,
così l’intelligenza sua bontate
multiplicata per le stelle spiega,
girando sé sovra sua unitate. ……
Da essa vien ciò che da luce a luce
par differente, non da denso e raro;
essa è formal principio che produce,
conforme a sua bontà, lo turbo e ’l chiaro.

Intra Sïestri e Chiaveri s’adima
una fiumana bella, e del suo nome
lo titol del mio sangue fa sua cima.

382

[LSA, Ap 3, 1 (I vis.,V eccl.); Pa, f. 46ra-b]

Respectu vero quinti status ecclesiastici, talem se proponit quia quintus status est respectu quattuor statuum precedentium generalis, et ideo universitatem spirituum seu donorum et stellarum seu rectorum et officiorum se habere testatur, ut qualis debeat esse ipsius ordinis institutio tacite innotescat. Diciturque hec ei non quia dignus erat muneribus ipsis, sed quia ipsi et semini eius erant, si dignus esset, divinitus preparata. Unde et Ricardus dat aliam rationem quare hec ecclesia dicta est “Sardis”, id est principium pulchritudinis, quia scilicet sola initia boni non autem consumationem habuit, et solum nomen sanctitatis potius quam rem. Supra vero fuit alia ratio data. Respectu etiam prave multitudinis tam huius quinte ecclesie quam quinti status, prefert se habere “septem spiritus Dei et septem stellas”, id est fontalem plenitudinem donorum et gratiarum Spiritus Sancti et continentiam omnium sanctorum episcoporum quasi stellarum, tum ut istos de predictorum carentia et de sua opposita immunditia plus confundat, tum ut ad eam rehabendam fortius attrahat.

 

Par. VIII, 1-3, 10-15; VII, 82-87; Purg. XXX, 109-111; XXVIII, 112-120; Inf. II, 40-42

Solea creder lo mondo in suo periclo
che la bella Ciprigna il folle amore
raggiasse, volta nel terzo epiciclo ……
e da costei ond’ io principio piglio
pigliavano il vocabol de la stella
 che ’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.
Io non m’accorsi del salire in ella;
ma d’esservi entro mi fé assai fede
la donna mia ch’i’ vidi far più bella.

e in sua dignità mai non rivene,
se non rïempie, dove colpa vòta,
contra mal dilettar con giuste pene.
Vostra natura, quando peccò tota
nel seme suo, da queste dignitadi,
come di paradiso, fu remota

Non pur per ovra de le rote magne,
che drizzan ciascun seme ad alcun fine
secondo che le stelle son compagne

e l’altra terra, secondo ch’è degna
per sé e per suo ciel, concepe e figlia
di diverse virtù diverse legna.
Non parrebbe di là poi maraviglia,
udito questo, quando alcuna pianta
sanza seme palese vi s’appiglia.
E saper dei che la campagna santa
dove tu se’, d’ogne semenza è piena,
e frutto ha in sé che di là non si schianta.

tal mi fec’ ïo ’n quella oscura costa,
perché,  pensando, consumai  la ’mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta.

383

[LSA, Ap 3, 5 (I vis., V vict.); Pa, f. 35ra-rb]

Super quo nota quod deleri de libro vite non ponit in Deo aliquam mutationem vel corruptionem, sed solum ex parte obiecti. Quidam enim sunt ibi scripti secundum presentem iustitiam suam, per quam sunt digni vita eterna et a Deo ordinati ad illam, ita quod si non caderent a gratia infallibiliter assequerentur illam. Pro quanto autem per casum ab illa deletur hec ordinatio, pro tanto dicuntur deleri de libro vite; et per contrarium quanto magis crescunt et perseverant in gratia, tanto magis dicuntur scribi in libro vite.

Purg. VI, 34-37; Inf. XV, 55-57

Ed elli a me: “La mia scrittura è piana;
e la speranza di costor non falla,
se ben si guarda con la mente sana;
ché cima di giudicio non s’avvalla

Ed elli a me: “Se tu segui tua stella,
non puoi fallire a glorïoso porto,
se ben m’accorsi ne la vita bella

 

 

384

[LSA, Ap 22, 16-17 (conclusio); Pa, ff. 206va-207ra]

“Sum” etiam “stella splendida”, omnium scilicet sanctorum illuminatrix, “et matutina”, future scilicet et eterne diei immensam claritatem predicando et promittendo et tandem prebendo, et etiam prout fui homo mortalis ipsam precurrendo, ut ipse secundum quod homo sit stella et secundum quod Deus sit sol.
Septimo loquitur ut invitator omnium ad prefatam gloriam, et hoc tam per se quam per ecclesiam et eius doctores, unde subdit (Ap 22, 17): “Et sponsus”, id est, secundum Ricardum, Christus (quidam tamen habent “Spiritus”, et quidam correctores dicunt quod sic habent antiqui et Greci, ut sic Christus tam per se quam per Spiritum suum et eius internam inspirationem ostendat se invitare), “et sponsa”, id est generalis ecclesia tam beata quam peregrinans vel contemplativa ecclesia, “dicunt: veni”, scilicet ad nuptias. Ideo enim dixit “sponsa”, ut innueret nos invitari ad gloriosam cenam nuptiarum Agni. “Et qui audit”, scilicet hanc nostram invitationem, id est qui est de hiis sufficienter doctus; vel “qui audit”, id est recte et obedienter credit et opere perficit, “dicat”, scilicet unicuique vocandorum: “veni”, scilicet ad cenam et civitatem beatam.
Deinde ipse Christus per se liberaliter invitat et offert, dicens: “Et qui sitit veniat, et qui vult accipiat aquam vite gratis”. Quia nullus cogitur nec potest venire nisi per desiderium et voluntarium consensum, ideo dicit “qui sitit et qui vult”. Idem autem est venire quod accipere “aquam vite”, id est gratiam vite refectivam et vivificam et perducentem in vitam eternam. Dicit autem “gratis”, tum quia absque omni pretio venali et exteriori datur et accipitur, tum quia prima gratia datur absque omni previo merito et tamquam principium et caus[a] meriti, ac per consequens totum premium et augmentum gratie quod per primam gratiam acquiritur gratia reputatur. Dicit etiam “gratis”, quia tota a summa caritate Christi et summe gratuita et liberali predestinatur et offertur et datur.

Purg. XII, 88-94, 99; XIII, 25-27; Inf. V, 73-87; Par. XXXIII, 139-145; Purg. XXVIII, 46; Inf. XXX, 126-129, 148

A noi venìa la creatura bella,
biancovestito e ne la faccia quale
par tremolando mattutina stella.
Le braccia aperse, e indi aperse l’ale;
disse: “Venite: qui son presso i gradi,
e agevolemente omai si sale.
A questo invito vegnon molto radi …”
poi mi promise sicura l’andata.

e verso noi volar furon sentiti,
non però visti, spiriti parlando
a la mensa d’amor cortesi inviti.

I’ cominciai: “Poeta, volontieri
 parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri”.
Ed elli a me: “Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno”.
Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: “O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!”.
Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;
cotali uscir de la schiera ov’ è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.

ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.

vegnati in voglia di trarreti avanti

“ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,
tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole,
e per leccar lo specchio di Narcisso,
non vorresti a ’nvitar molte parole”. ……
ché voler ciò udire è bassa voglia.

385

[LSA, Ap 12, 1-2 (IV vis., radix); Pa, f. 127rb-va]

Quartum vero, huic annexum, est ad Christum tam verum quam misticum in eius spiritali utero conceptum et in gloriam pariendum fortis cruciatio. Unde de eius adornatione subditur (Ap 12, 1): “Et signum magnum apparuit in celo”, id est in celesti statu Christi, scilicet “mulier amicta sole, et luna sub pedibus eius, et in capite eius coronam stellarum duodecim”. De parturitionis autem cruciatu subditur (Ap 12, 2): “Et in utero habens et clamat parturiens et cruciatur ut pariat”. Mulier ista, per singularem anthonomasiam et per specialem intelligentiam, est virgo Maria Dei genitrix. Per generalem vero intelligentiam, hec mulier est generalis ecclesia et specialiter primitiva. Virgo enim Maria et in utero corporis et in utero mentis Christum caput concepit et habuit, et in utero cordis totum corpus Christi misticum habuit sicut mater suam prolem.

 

Purg. XX, 19-21

e per ventura udi’ “Dolce Maria!”
dinanzi a noi chiamar così nel pianto
come fa donna che in parturir sia

 

386

[LSA, Prologus, Notabile XII; Pa, f. 17rb]

Quod autem monachi quinti temporis fuerint communiter imperfectiores monachis quarti temporis ostendit Ioachim, libro V° Concordie dicens quod in illis «nulla erat possessio aut possessionum anxietas sicut est in temporibus istis, sed summa et una omnibus paupertatis voluntas». Et subdit: «Hoc ideo dico ut sciamus quid inter illos et monachos nostri temporis differens aut indifferens sit, ne forte cum de monachis quinti temporis sermo succedet, vel de illis clericis qui canonice vivunt, alterum occurat pro altero et nominum idemptitas intellectum obscuret».

Par. XXI, 121-123

In quel loco fu’ io Pietro Damiano,
e Pietro Peccator fu’ ne la casa
di Nostra Donna in sul lito adriano.

 

387

[LSA, Ap 6, 11 (II vis., V sig.); Pa, f. 79rb]

Primum est sufficiens glorificatio animarum sanctarum, unde subdit: “Et date sunt illis singule stole albe”. Duas quidem stolas albas, id est glorias et quasi vestes gloriosas, sunt habiture, quarum prima et principalissima est in anima, secunda vero erit in earum corpore. De prima ergo loquitur hic.

Par. XXV, 91-95, 127

Dice Isaia che ciascuna vestita
ne la sua terra fia di doppia vesta:
e la sua terra è questa dolce vita;
e ’l tuo fratello assai vie più digesta,
là dove tratta de le bianche stole ……
Con le due stole nel beato chiostro

388

[LSA, Ap 6, 9 (II vis., V sig.); Pa, f. 78vb]

Quia vero sufficiens numerus electorum, secundum eternam Dei predestinationem et secundum Christi redemptoris condignam honorificentiam et secundum congruentiam consumationis civitatis celestis et secundum promissionem factam patribus de plena reductione Israelis ad Christum, nondum erat completus, sufficiebatque interim sanctis animabus gloria ipsarum ante resumptionem et glorificationem suorum corporum eis dat[a], ideo primo premittitur primus ordo iustitie, cum dicitur: “vidi subtus altare Dei” et cetera.

Par. XXV, 124-126

In terra è terra il mio corpo, e saragli
tanto con li altri, che l numero nostro
con l’etterno proposito s’agguagli.

 

389

[LSA, Ap 12, 17 (IV vis., V prel.); Pa, f. 141ra-b]

“Et abiit facere bellum cum reliquis de semine eius, qui custodiunt mandata Dei et habent testimonium Ihesu”, id est fidelem confessionem Christi per quam testimonium perhibent de Christo. Duo ponit necessaria ad salutem, scilicet observantiam mandatorum et fidem Christi exteriori professione et confessione expressam. Ioachim dicit quod semen mulieris est Christus raptus ad tronum cum martiribus suis, et istud semen precesserat; aliud autem remanserat designatum in Iohanne evangelista, scilicet ordo monachorum quarti temporis meridianam plagam incolentium. Et ideo vocat eos reliquos seu residuos de semine mulieris. Videtur tamen quod post Christum et martires ubique dispersos egit de ecclesia post Constantinum in unum collecta et duabus alis, id est duobus ordinibus doctorum scilicet et anachoritarum altivolis, adornata et in altum sublevata, et tam in deserto gentilitatis quam in deserto contemplative solitudinis alimentum sue refectionis habente. Post hoc autem restabat agere de reliquis tam predicti temporis quam de reliquis in quinto statu relictis. Utrique enim signanter vocantur reliqui seu reliquie, quia sicut bibita superiori et puriori et maiori parte vini vasis magni restant pauce reliquie cum fecibus quibus sunt propinque et quasi commixte, sic de plenitudine purissimi vini doctorum et anachoritarum tertii et quarti temporis remanserunt reliquie circa tempora Sarracenorum; ac deinde pluribus ecclesiis per Sarracenos vastatis et occupatis, Grecisque a romana ecclesia separatis, remansit in quinto tempore sola latina ecclesia tamquam reliquie prioris ecclesie per totum orbem diffuse.

 

Par. XXI, 124-128; Inf. XXVI, 114-115, 118; XV, 76-78

Poca vita mortal m’era rimasa,
quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
che pur di male in peggio si travasa.
Venne Cefàs e venne il gran vasello
de lo Spirito Santo ……………………

a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente ……
Considerate la vostra semenza

in cui riviva la sementa santa
di que’ Roman che vi rimaser quando
fu fatto il nido di malizia tanta.

Purg. XXV, 37-39, 44-45, 56-57; XIV, 118-120; VII, 115-117, 127

Sangue perfetto, che poi non si beve
da l’assetate vene, e si rimane
quasi alimento che di mensa leve ……
………………….e quindi poscia geme
sovr’ altrui sangue in natural vasello. ……
…………………………..e indi imprende
ad organar le posse ond’ è semente.

Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio
lor sen girà; ma non però che puro
già mai rimagna d’essi testimonio.

e se re dopo lui fosse rimaso
lo giovanetto che retro a lui siede,
ben andava il valor di vaso in vaso ……
Tant’ è del seme suo minor la pianta

390

[LSA, Ap 5, 1 (II vis., radix, VII sig.); Pa, f. 63rb]

Septimus (defectus in nobis claudens intelligentiam huius libri) est solorum sensibilium huius mundi experimentalis apprehensibilitas. Nichil enim alterius seculi possumus hic experiri nisi per supernos spiritus reveletur, et ideo humana scientia et investigatio sumit sua prima principia ab elementis [huius] mundi, propter quod est respectu supernaturalium et superintellectualium valde fallax, prout docet Apostolus ad Colossenses II° (Col 2, 8) et Ia ad Corinthios I°, ubi dicitur quod “Deus fecit stultam sapientiam huius mundi. Nam, quia in Dei sapientia non cognovit mundus per sapientiam Deum, placuit Deo per stultitiam predicationis salvos facere credentes” (1 Cor 1, 20-21).

 

 

Inf. XXVI, 97-99, 114-117; Purg. I, 130-132; Inf. II, 13-15

vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore ……
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Venimmo poi in sul lito diserto,
che mai non vide navicar sue acque
omo, che di tornar sia poscia esperto.

Tu dici che di Silvïo il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente.

391

[ibid.]

Septimus (defectus in nobis claudens intelligentiam huius libri) est solorum sensibilium huius mundi experimentalis apprehensibilitas. Nichil enim alterius seculi possumus hic experiri nisi per supernos spiritus reveletur, et ideo humana scientia et investigatio sumit sua prima principia ab elementis [huius] mundi, propter quod est respectu supernaturalium et superintellectualium valde fallax, prout docet Apostolus ad Colossenses II° (Col 2, 8) et Ia ad Corinthios I°, ubi dicitur quod “Deus fecit stultam sapientiam huius mundi. Nam, quia in Dei sapientia non cognovit mundus per sapientiam Deum, placuit Deo per stultitiam predicationis salvos facere credentes” (1 Cor 1, 20-21).

Par. II, 52-57

Ella sorrise alquanto, e poi: “S’elli erra
l’oppinïon”, mi disse, “d’i mortali
dove chiave di senso non diserra,
certo non ti dovrien punger li strali
d’ammirazione omai, poi dietro ai sensi
vedi che la ragione ha corte l’ali.”

 

392

[LSA, Prologus, Notabile XIII; Pa, f. 18rb-va]

Status vero doctorum (tertius status) assimilatur ordinibus sacerdotalibus. Nam, secundum Dionysium, libro ecclesiastice hierarchie, ordo sacerdotalis est illuminativus, et ordo pontificalis est ultra hoc in Dei sapientia perfectivus, et eius est archanas rationes sacramentorum videre et alios docere. (…)

 

Inf. VI, 60-63, 77-78; Purg. XVIII, 46-48; Par. VI, 31-33

“ma dimmi, se tu sai, a che verranno
li cittadin de la città partita;
s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
per che l’ha tanta discordia assalita”. ……
E io a lui: “Ancor vo’ che mi ’nsegni
e che di più parlar mi facci dono.”

Ed elli a me: “Quanto ragion qui vede,
dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta
pur a Beatrice, ch’è opra di fede.”

perché tu veggi con quanta ragione
si move contr’ al sacrosanto segno
e chi ’l  s’appropria e chi a lui s’oppone.

393

[LSA, Prologus, Notabile XII; Pa, f. 16va-b]

Martiria vero, martires configurantia Christo passo et testimonium dantia Christo et fidei eius et virtutis exemplum relinquentia posteris, debuerunt esse multa et diuturna, tum propter maiorem gloriam Christi, tum propter maiorem confirmationem fidei, tum propter maiorem coronam maioremque societatem ipsorum martirum.

Par. XXXIII, 58-60, 70-72

Qual è colüi che sognando vede,
che dopo ’l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede ……
e fa la lingua mia tanto possente,
ch’una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente

 

394

[LSA, Ap 22, 20 (Conclusio); Pa., f. 207va]

Deinde subdit duo in quibus est et esse debet finis omnis sacri desiderii et totius sacre scripture, et ideo congrue in ipsis est finis huius libri.

Par. XXXIII, 46-48

E io ch’al fine di tutt’ i disii
appropinquava, sì com’ io dovea,
l’ardor del desiderio in me finii.

395

[LSA, Ap 2, 7 (I vis., I eccl.); Pa, f. 40rb]

Item Christo, in quantum est Verbum et verbalis sapientia Patris, appropriatur interna locutio que fit per lucem simplicis intelligentie. Illa vero que fit per amoris gustum et sensum appropriatur Spiritui Sancto. Prima autem se habet ad istam sicut materialis dispositio ad ultimam formam.

[Ap 15, 2 (V vis., radix); Pa, f. 159vb] Item per hoc mare principalius designatur immensa Christi sapientia plena igne caritatis (…)

Par. XXX, 40

 

luce intellettüal,

 

 

piena d’amore

 

396

[LSA, Prologus, Notabile XIII; Pa, ff. 18rb-va, 19ra-va]

Status vero doctorum (tertius status) assimilatur ordinibus sacerdotalibus. Nam, secundum Dionysium, libro ecclesiastice hierarchie, ordo sacerdotalis est illuminativus, et ordo pontificalis est ultra hoc in Dei sapientia perfectivus, et eius est archanas rationes sacramentorum videre et alios docere. (…)
Secundo sciendum quod (status) conformantur septem primis diebus et eorum operibus. (…) In tertio vero sequestrate sunt aque nationum idolatrantium a terra fidelium, et protulit herbam virentem simplicium et ligna pomifera doctorum fructum spiritalis doctrine emittentium (cfr. Gn 1, 9-13).
Tertio sciendum quod septem mundi etatibus conformantur. (…) Sicut etiam in tertia, submersis Sodomitis in mari mortuo et Egiptiis in mari rubro, data est lex populo Dei et Choree, Datan et Abiron cismaticos ceterosque de filiis Israel temptatores Dei absorbuit ira eius (Nm 16, 31-35), sic in tertio statu, luxuria et idolatria gentium per mortem et sanguinem Christi submersa, data est lex ecclesiasticorum decretorum et regularium statutorum populo Christi et contra cismaticos et hereticos efferbuit ira Dei.
Sicut etiam tunc propter superbiam turris Babel confuse et divise sunt lingue, remanente recta et prima lingua in domo Heber et Hebreorum, ac deinde linguis ceteris in idolatriam demonum ruentibus in sola domo Abraam fides et cultus unius veri Dei remansit, sic propter superbiam plurium ad fidem introductorum lingua et confessio unius vere fidei Christi est in plures hereses divisa et confusa, remanente prima et vera lingua et confessione fidei in domo Petri.

[LSA, Ap 2, 1 (I vis., radix); Pa, f. 32vb]

Tertium (exercitium) est discretio prudentie ex temptamentorum experientiis, et exercitiis acquisita providens conferentia et excludens stulta et erronea.

 

Purg. XVI, 58-63, 85-88, 94-97, 103-105, 113-114, 125-138

Lo mondo è ben così tutto diserto
d’ogne virtute, come tu mi sone,
e di malizia gravido e coverto;
ma priego che m’addite la cagione,
ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;
ché nel cielo uno, e un qua giù la pone.

Esce di mano a lui che la vagheggia
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia,
l’anima semplicetta che sa nulla

Onde convenne legge per fren porre;
convenne rege aver, che discernesse
de la vera cittade almen la torre.
Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?

Ben puoi veder che la mala condotta
è la cagion che ’l mondo ha fatto reo,
e non natura che ’n voi sia corrotta.

se non mi credi, pon mente a la spiga,
ch’ogn’ erba si conosce per lo seme.

e Guido da Castel, che mei si noma,
francescamente, il semplice Lombardo.
Dì oggimai che la Chiesa di Roma,
per confondere in sé due reggimenti,
cade nel fango, e sé brutta e la soma.
“O Marco mio”, diss’ io, “bene argomenti;
e or discerno perché dal retaggio
li figli di Levì furono essenti.
Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
di’ ch’è rimaso de la gente spenta,
in rimprovèro del secol selvaggio?”.
“O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta”,
rispuose a me; “ché, parlandomi tosco,
par che del buon Gherardo nulla senta.”

 

397

[Ap 7, 1-3 (II vis., VI sig.); Pa, ff. 84va-b, 85rb, 86rb-va]

“Post hec vidi” et cetera (Ap 7, 1). Hic ostenditur quomodo, post prefatum iudicium et exterminium carnalis ecclesie, nitentur demones et homines impii impedire predicationem fidei et conversionem gentium ad fidem et etiam conservationem fidelium in fide iam suscepta. Unde ait: “Post hec”, id est post predictum iudicium, “vidi quattuor angelos stantes super quattuor angulos terre”. Secundum Ricardum, isti quattuor angeli sunt universi demones totum mundum in suis quattuor angulis tempore illo possidere cupientes, suntque “stantes” quia sunt in hoc immorantes et fixe considerantes quos in tota latitudine mundi possint devorare. Et secundum hoc sicut per quattuor angulos designatur totus orbis, sic et per quattuor angelos in eis stantes designatur universitas demonum vel principales eorum. Secundum autem Ioachim, per eos designantur gentes infideles seu heretici, qui sunt in circuitu ecclesie prohibentes doctores christianos ne verbum Dei predicent populis eis subiectis. (…)
Sequitur tertia pars, scilicet prohibitio predicti impedimenti per subscriptum angelum facta (Ap 7, 2): “Et vidi alterum angelum”, alterum scilicet a quattuor iam premissis, et alterum non tantum in persona sed etiam in virtute et officio. Nam illi mali et impeditivi boni, iste vero in utroque contrarius eis. De hoc dicit hic Ioachim: Angelus iste est ille, quem Christus per concordiam respicit, futurus in principio tertii status. «Ascendet autem “ab ortu solis”, quia ut casus presentis vite non timeatur, predicabit certis indiciis veri solis adventum et vicinam iustorum omnium resurrectionem. Ad cuius clamoris virtutem adversarie potestates quiescent, et gaudium quod in sexta parte libri inter casum Babilonis et inter prelium bestie et regum terre contra sedentem in equo albo demonstratur futurum permittent fieri vel inviti, quatinus fideles acies, signo crucis instructe ad complendum numerum electorum, quod reliquum erit prelii expedire percurrant.» (…)
“Et clamavit voce magna quattuor angelis, quibus est datum”, id est a Deo permissum, “nocere terre et mari”, id est usque ad tempus prohibitionis eorum per hunc angelum facte. (…) Clamat ergo (Ap 7, 3): “Nolite”, id est non audeatis; vel si ad bonos angelos loquitur, dicit “nolite” quia, ex quo ipse prohibuit, non debuerunt velle; “nocere”, scilicet per effrenatam temptationem vel per predicationis et gratie impeditionem, “terre et mari neque arboribus, quoadusque signemus servos Dei nostri in frontibus eorum”.

(1) Inf. III, 94-98

E ’l duca lui: “Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”.
Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude

(2) Inf. V, 4, 21-24

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia …
E ’l duca mio a lui: “Perché pur gride?
Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”.

(3) Inf. VI, 28-33

Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
e si racqueta poi che ’l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende e pugna,
cotai si fecer quelle facce lorde
de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.

(4) Inf. VI, 115; VII, 3-6

quivi trovammo Pluto, il gran nemico.

e quel savio gentil, che tutto seppe,
disse per confortarmi: “Non ti noccia
la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
non ci torrà lo scender questa roccia”.

 

398

[LSA, Ap 7, 2 (II vis., VI sig.); Pa, ff. 85rb-va, 86ra]

Sequitur tertia pars, scilicet prohibitio predicti impedimenti per subscriptum angelum facta: “Et vidi alterum angelum”, alterum scilicet a quattuor iam premissis, et alterum non tantum in persona sed etiam in virtute et officio. Nam illi mali et impeditivi boni, iste vero in utroque contrarius eis. De hoc dicit hic Ioachim: Angelus iste est ille, quem Christus per concordiam respicit, futurus in principio tertii status. «Ascendet autem “ab ortu solis”, quia ut casus presentis vite non timeatur, predicabit certis indiciis veri solis adventum et vicinam iustorum omnium resurrectionem. Ad cuius clamoris virtutem adversarie potestates quiescent, et gaudium quod in sexta parte libri inter casum Babilonis et inter prelium bestie et regum terre contra sedentem in equo albo demonstratur futurum permittent fieri vel inviti, quatinus fideles acies, signo crucis instructe ad complendum numerum electorum, quod reliquum erit prelii expedire percurrant. Sicut et Petrus, post piscationem centum quinquaginta trium piscium magnorum, vocatus est ad prandium Christi sed mox, peracto prandio, audivit Christum dicentem sibi: “Sequere me”, scilicet ad crucem (cfr. Jo 21, 4-19). Nox enim illa in qua frustra usque mane piscatus est Petrus designat tribulationem primam, prandium autem quod post piscationem celebratum est mane designat gaudium quod noctis huius [tribulationem] sequetur, quo consummato mox incipiet prelium illud magnum de quo in sexta parte libri, capitulo scilicet XIX°, dicitur: “Vidi bestiam et reges terre et exercitus eorum congregatos ad faciendum prelium cum illo, qui sedebat in equo, et cum exercitu eius” (Ap 19, 19)». Usque huc Ioachim. Hic ergo angelus est Franciscus, evangelice vite et regule sexto et septimo tempore propagande et magnificande renovator et summus post Christum et eius matrem observator, “ascendens ab ortu solis”, id est ab illa vita quam Christus sol mundi in suo “ortu”, id est in primo suo adventu, attulit nobis. Nam decem umbratiles lineas orologii Acaz Christus in Francisco reascendit usque ad illud mane in quo Christus est ortus (4 Rg 20, 9-11; Is 38, 8). (…) Item Ioachim, libro IIII° Concordie, ubi agit de quadragesima secunda generatione, dicit quod post eius tribulationem ascendet universalis pontifex nove Iherusalem quasi novus dux de Babilone, in cuius typo scriptum est in Apocalipsi: “Vidi angelum ascendentem” et cetera. (…)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Inf. I, 19-21, 28-30, 37-40, 112-113, 133-136; II, 3-5; XIX, 90-93

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.

Temp’ era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino
mosse di prima quelle cose belle

“Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno
 che tu mi segui, e io sarò tua guida …”

“che tu mi meni là dov’ or dicesti,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
 e color cui tu fai cotanto mesti”.
Allor si mosse, e io li tenni dietro.

 ………………………. e io sol uno
m’apparecchiava a sostener la guerra
 sì del cammino e sì de la pietate

Deh, or mi dì: quanto tesoro volle
Nostro Segnore in prima da san Pietro
ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?
Certo non chiese se non “Viemmi retro”.

 

 

399

[LSA, Ap 12, 14 (IV vis., III-IV prel.); Pa, f. 139ra-va]

Dicit autem “per tempus et tempora et dimidium temporis”, id est per tres annos et dimidium ex quadraginta duobus mensibus triginta annorum, id est mille ducentis sexaginta annis constantes. Eundem enim numerum sub aliis verbis intendit hic ponere, quem posuit paulo ante (cfr. Ap 12, 6). Per “tempus” enim intelligitur unus annus, et per “temporaduo ann[i]. Nam Greci, in quorum lingua iste liber est editus, habent tres numeros in suis articulis, scilicet singularem et dualem et pluralem. Quod autem “tempus et tempora et dimidium temporis” sumatur alibi pro tribus annis et dimidio, patet quia Danielis VII° dicitur quod rex undecimus, designatus per undecimum cornu, “sanctos altissimi conteret et tradentur in manu eius usque ad tempus et tempora et dimidium temporis” (Dn 7, 25). In hoc autem libro et infra, XIII° capitulo, dicitur quod “data est illi potestas facere malum per menses quadraginta duos” (Ap 13, 5) et idem dicitur supra, XI° (Ap 11, 9/11).
Nota autem quod hoc tempus nominat tripliciter. Primo scilicet per quadraginta duos menses, propter misterium quadragenarii et sex septenarum que faciunt quadraginta duo, et propter misterium tricenarii quia menses completi sunt  triginta dierum. Secundo per mille ducentos sexaginta dies, propter misticam perfectionem millenarii et centenarii ac binarii eius, et propter perfectionem sexagenarii sive senarii et denarii, quia ex sex decadibus constat. Tertio per tres annos et dimidium, propter misterium trinitatis Dei trini cum perfectione operum suorum, que respectu eius sunt quasi dimidium seu imperfectum et partiale et quasi nichil, et que constant ex sex operibus sex dierum, vel sex etatum, quasi ex sex mensibus.

Inf. XXXIV, 37-42, 58-67; XXVIII, 7-24; Purg. III, 136-141; Par. XXXIII, 115-117, 121-123

Oh quanto parve a me gran maraviglia
quand’ io vidi tre facce a la sua testa!
L’una dinanzi, e quella era vermiglia;
l’altr’ eran due, che s’aggiugnieno a questa
sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,
e sé giugnieno al loco de la cresta …….
A quel dinanzi il mordere era nulla
verso ’l graffiar, che talvolta la schiena
rimanea de la pelle tutta brulla.
“Quell’ anima là sù c’ha maggior pena”,
disse ’l maestro, “è Giuda Scarïotto,
che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
De li altri due c’hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;
e l’altro è Cassio, che par sì membruto.”

S’el s’aunasse ancor tutta la gente
che già, in su la fortunata terra
di Puglia, fu del suo sangue dolente
per li Troiani e per la lunga guerra
che de l’anella fé sì alte spoglie,
come Livïo scrive, che non erra,
con quella che sentio di colpi doglie
per contastare a Ruberto Guiscardo;
e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie
a Ceperan, là dove fu bugiardo
ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
dove sanz’ arme vinse il vecchio Alardo;
e qual forato suo membro e qual mozzo
mostrasse, d’aequar sarebbe nulla
il modo de la nona bolgia sozzo.
Già veggia, per mezzul perdere o lulla,
com’ io vidi un, così non si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla.

Vero è che quale in contumacia more
di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,
per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
in sua presunzïon, se tal decreto
più corto per buon prieghi non diventa.

Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza ……
Oh quanto è corto il dire e come fioco
 al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer ‘poco’.

400

[LSA, Ap 6, 12 (II vis., VI sig.); Pa, f. 80va-b]

Ex quo igitur, per romane ecclesie autenticam testificationem et confirmationem, constat regulam Minorum, per beatum Franciscum editam, esse vere et proprie illam evangelicam quam Christus in se ipso servavit et apostolis imposuit et in evangeliis suis conscribi fecit, et nichilominus constat hoc per irrefragabilia testimonia librorum evangelicorum et ceterarum scripturarum sanctarum et per sanctos expositores earum, prout alibi est superhabunde monstratum, constat etiam hoc per indubitabile testimonium sanctissimi Francisci ineffabili sanctitate et innumeris Dei miraculis confirmatum. Et precipue gloriosissimis stigmatibus sibi a Christo impressis patet ipsum fore angelum apertionis sexti signaculi “habentem signum Dei vivi”, signum scilicet plagarum Christi crucifixi, et etiam signum totalis transformationis et configurationis ipsius ad Christum et in Christum.

Purg. IX, 112-114; XXI, 22-27

 

Sette P ne la fronte mi descrisse
col punton de la spada, e “Fa che lavi,
quando se’ dentro, queste piaghe” disse.

E ’l dottor mio: “Se tu riguardi a’ segni
che questi porta e che l’angel profila,
ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.
Ma perché lei che dì e notte fila
non li avea tratta ancora la conocchia
che Cloto impone a ciascuno e compila”

401

[LSA, Ap 6, 5 (II vis., III sig.); Pa, ff. 74vb-75ra]

“Et qui sedebat super eum”, scilicet imperatores et episcopi arriani, “habebat stateram in manu sua”. Cum statera mensuratur quantitas ponderum, et ideo per stateram designatur hic mensuratio articulorum fidei, que quando fit per rectam et infallibilem regulam Christi et scripturarum suarum est recta statera, de qua Proverbiorum XVI° dicitur: “Pondus et statera iudicia Domini sunt” (Pro 16, 11), et Ecclesiastici XXI°: “Verba prudentium statera ponderabuntur” (Ecli 21, 28); quando vero fit per rationem erroneam et per falsam et intortam acceptionem scripture est statera dolosa, de qua Proverbiorum XI° dicitur: “Statera dolosa abhominatio est apud Deum” (Pro 11, 1), et in Psalmo: “Mendaces filii hominum in stateris” (Ps 61, 10), et Michee VI°: “Numquid iustificabo stateram impiam et sac[c]elli pondera dolosa” (Mic 6, 11).

[LSA, Ap 6, 12 (II vis., VI sig.); Pa, f. 80va-b]

Ex quo igitur, per romane ecclesie autenticam testificationem et confirmationem, constat regulam Minorum, per beatum Franciscum editam, esse vere et proprie illam evangelicam quam Christus in se ipso servavit et apostolis imposuit et in evangeliis suis conscribi fecit (…)

Inf. XIX, 25-27, 34-36, 52-54, 61-64; XXVIII, 10-12; II, 3-6, 8

Le piante erano a tutti accese intrambe;
per che sì forte guizzavan le giunte,
che spezzate averien ritorte e strambe. …
Ed elli a me: “Se tu vuo’ ch’i’ ti porti
là giù per quella ripa che più giace,
da lui saprai di sé e de’ suoi torti”. ……
Ed el gridò: “Se’ tu già costì ritto,
se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto.” ……
Allor Virgilio disse: “Dilli tosto:
‘Non son colui, non son colui che credi’”;
e io rispuosi come a me fu imposto.
Per che lo spirto tutti storse i piedi

per li Troiani e per la lunga guerra
che de l’anella fé sì alte spoglie,
come Livïo scrive, che non erra

……………………e io sol uno
m’apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra. ……
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi

 

402

[LSA, Ap 4, 6 (II vis., radix); Pa, f. 58va]

“Et in conspectu sedis”, scilicet erat, “tamquam mare vitreum simile cristallo”. Per mare designatur Christi amara et quasi infinita passio et lavacrum baptismale et penitentialis contritio et martiriorum perpessio et pelagus sacre scripture. Quodlibet enim horum est puritate et claritate et pervia perspicuitate vitreum et soliditate cristallinum. Hec omnia etiam sunt ad utilitatem ecclesie ordinata et ad cultum et gloriam maiestatis Dei. Scriptura etiam ideo manet in conspectu ecclesie, ut in ea valeant electi species facierum suarum prospicere ad cognoscendum se quales sint, et etiam ut in ipsa tamquam in speculo et per speculum possint intelligere invisibilia Dei.

[LSA, Ap 9, 13 (III vis., VI tub.); Pa, f. 109rb-va]

Dicit ergo: “Et audivi vocem unam ex quattuor cornibus altaris aurei, quod est ante oculos Dei”. Secundum Ricardum, vox una est universalis doctrine concordia; quattuor autem cornua altaris aurei sunt omnes predicatores Christi, qui ipsum sublevant et deferunt predicando quattuor evangelia per quattuor partes mundi. Christus autem dicitur altare, quia super ipsum quasi super altare nostra sacrificia offeruntur, diciturque esse “ante oculos Dei” quia Pater complacuit sibi in Filio. Secundum autem Ioachim, quattuor cornua altaris sunt quattuor evangeliste, a quorum evangeliis unam communem vocem audivimus dicentem Christum fore traditum in manus peccatorum in fine quinte diei que precedit paraceven, die vero sexta crucifixum, mortuum et sepultum; que vox innuit nobis in spiritu quod filii tenebrarum erant solvendi tempore sexti angeli tuba canentis ad complendum illud verbum Christi: “Cum videritis Iherusalem circumdari ab exercitu, tunc scitote quia prope est exterminium eius” (Lc 21, 20). Vel quattuor cornua altaris sunt quattuor virtutes Christi clamantes et exigentes filios tenebrarum solvi ad percutiendam Babilonem, que in fine quinti temporis tot contra Christum scelera perpetravit, ut dictum est in parte precedenti. Clamat enim hoc veritas Christi per Babilonem conculcata, quam decet et dignum est exaltari; et Christi iustitia exigens vindictam de illa, secundum quod demeruit punienda; et Christi misericordia in electos ab illa supra modum oppressos, quos oportet ab illius oppressionibus liberari; et Christi vita et gloria, quam decet et oportet universo orbi declarari et a toto orbe coli et participari, quod nequit fieri nisi prius expulsis fecibus et defedatoribus ab ecclesia Christi.

Inf. XXXIII, 43-58, 67-74, 79-89

Già eran desti, e l’ora s’appressava
che ’l cibo ne solëa essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;
e io senti’ chiavar l’uscio di sotto
a l’orribile torre; ond’ io guardai
nel viso a’ mie’ figliuoi
sanza far motto.
Io non piangëa, sì dentro impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.
Perciò non lagrimai né rispuos’ io
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l’altro sol nel mondo uscìo.
Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso
,
ambo le man per lo dolor mi morsi

Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.
Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’ io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto e ’l sesto; ond’ io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.

Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ’l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,
muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’elli annieghi in te ogne persona!
Che se ’l conte Ugolino aveva voce
 d’aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
Innocenti facea l’età novella,
novella Tebe, ………..

[LSA, Ap 6, 14 (II vis., VI sig.); Pa, f. 84rb-va]

Tunc etiam montes, id est regna ecclesie, et “insule”, id est monasteria et magne ecclesie in hoc mundo quasi in solo seu mari site, movebuntur “de locis suis”, id est subvertentur et eorum populi in mortem vel in captivitatem ducentur. (…) Est enim tunc nova Babilon sic iudicanda sicut fuit carnalis Iherusalem, quia Christum non recepit, immo reprobavit et crucifixit.

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[403]

[LSA, Ap 4, 3-4 (II vis., radix); Pa, ff. 57ra, va-b, 58ra-b]

Et qui sedebat, similis erat aspectui”, id est aspectibili seu visibili forme, “lapidis iaspidis et sardini” (Ap 4, 3). Lapidi dicitur similis, quia Deus est per naturam firmus et immutabilis et in sua iustitia solidus et stabilis, et firmiter regit et statuit omnia per potentiam infrangibilem proprie virtutis. (…)
“Et in circuitu sedis sedilia viginti quattuor” (Ap 4, 4), scilicet erant, nobiles quidem sedes prima tamen longe inferiores; “et super sedilia”, scilicet erant, “viginti quattuor seniores sedentes, circumamicti stolis albis, et in capitibus eorum corone auree”.
Ex coronis et sedilibus eorum patet quod erant quasi reges vel pontifices sub summo imperatore et iudice et tamquam eius consiliarii sibi assistentes et circumsedentes, propter quod describuntur esse seniores tamquam magne experientie et prudentie et maturi ac providi iudicii et consilii. (…) Per coronas autem aureas designatur principatus seu prelationis auctoritas et premii ac meriti sanctorum dignitas. (…)
Ad insinuandum autem quod liber signatus est comprehensivus summe sapientie Dei universi orbis gubernative et specialiter electorum suorum, Deus apparet hic tamquam summus et sapientissimus iudex et rector omnium, cuius gubernationes et documenta per magistrorum consilium descendunt ad nos quasi a pastore uno, prout dicitur Ecclesiastes ultimo (Ec 12, 11).
Per istos igitur anagogice designantur celestes angeli et potissime supremi; allegorice autem prophete et apostoli ceterique prelati, per quorum documenta et consilia a Deo accepta regitur universa ecclesia. Vel, secundum Ioachim, duodecim apostoli per quos ecclesia de gentibus intravit ad Christum, et alii duodecim futuri evangelici per quos omnis Israel et iterum totus orbis convertetur ad Christum.
Dicuntur autem esse “in circuitu sedis”, quia ad defensionem et protectionem sancte matris ecclesie ordinati sunt quasi murus eius et etiam sicut famuli eius. Sicut enim sedes Dei integratur ex ecclesia plenitudinis gentium et ex finali ecclesia reliquiarum Iudeorum et gentium tamquam ex parte sinistra et dextera, sic duodecim principes unius partis stant ad sinistram sedis et duodecim principes alterius partis stant ad dexteram eius. Per eorum autem sedilia designantur ecclesie eis subiecte. (…)
Per stolas autem albas, quibus sunt induti, designatur candor glorie et singularis munditie, quam decet et oportet inesse primis et propinquioribus consiliariis et assessoribus purissimi Dei.

 

Inf. IV, 112-114, 130-135

Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorità ne’ lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi.

Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
vidi ’l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.
Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid’ ïo Socrate e Platone,
che ’nnanzi a li altri più presso li stanno

Par. XXVI, 19-27, 37-39

Quella medesma voce che paura
tolta m’avea del sùbito abbarbaglio,
di ragionare ancor mi mise in cura;
e disse: “Certo a più angusto vaglio
ti conviene schiarar: dicer convienti
chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio”.
E io: “Per filosofici argomenti
e per autorità che quinci scende
cotale amor convien che in me si ’mprenti

Tal vero a l’intelletto mïo sterne
colui che mi dimostra il primo amore
di tutte le sustanze sempiterne.”

 

Purg. XXXI, 106-108

Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
pria che Beatrice discendesse al mondo,
fummo ordinate a lei per sue ancelle.

Par. XXXII, 118-120

Quei due che seggon là sù più felici
per esser propinquissimi ad Agusta,
son d’esta rosa quasi due radici

Inf. II, 55-57; Par. XIV, 34-36

Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella

E io udi’ ne la luce più dia
del minor cerchio una voce modesta,
forse qual fu da l’angelo a Maria

[LSA, Ap 4, 5 (II vis., radix); Pa, f. 58rb]
Voces enim in terra fiunt, tonitrua vero in celo seu ethere, vocesque sunt modice respectu tonitruorum.
[LSA, Ap 8, 5 (III vis., radix) ; Pa, ff. 95vb-96ra]
(…) “et voces”, scilicet doctrine rationalis et quasi humane (…)
[LSA, Ap 11, 19 (IV vis., radix) ; Pa, f. 127rb]
(…) “et voces”, id est et suaves ac rationabiles persuasiones et predicationes sunt facte.

[LSA, Ap 4, 9-10 (II vis., radix); Pa, f. 61va]
“Et cum darent illa quattuor animalia gloriam et honorem et benedictionem sedenti super tronum, viventi in secula seculorum, proc[i]debant viginti quattuor seniores ante sedentem in trono”. Supradictam laudem vocat dare Deo “gloriam”, [quia] ascribit Deo suam essentialem gloriam qua est in se essentialiter beatus et gloriosus. Dat etiam “honorem”, quia est actus quo Deus a laudantibus honoratur et quo se subiciunt ei tamquam summe reverendo et tamquam Deo suo summe ab eis honorando.
[LSA, Ap 5, 12 (II vis., radix); Pa, f. 71rb]
Honor” vero est dignitas summi dominii super omnia, ac reverentia et recognitio summe subiectionis et famulatus Christo ab omnibus exhibita gratis vel invite.

[LSA, Ap 5, 4 (II vis., radix); Pa, ff. 66va, 67va]

Deinde subditur gemitus Iohannis procedens ex desiderio apertionis et ex visa impossibilitate et indignitate omnium ad ipsam complendam. Ait enim: “Et ego flebam multum, quoniam nemo dignus inventus est aperire librum nec videre illum”. Iohannes tenet hic typum omnium sanctorum patrum salvatorem et divine gratie et glorie promeritorem et impetratorem et largitorem desiderantium et pro eius dilatione et inaccessibilitate gementium. Hic autem gemitus pro tanto est in sanctis post Christi adventum pro quanto ad ipsum pro consumatione totius ecclesie et pro gratia et gloria per ipsum impetranda et largienda toto corde suspirant, et pro quanto cum humili gemitu recognoscunt nullum ad hoc fuisse potentem et dignum nisi solum Christum; potissime tamen designat cetum et statum contemplativorum, qui pre ceteris altius et viscerosius ad istud suspirant. (…) Item fletus hic quantus fuit in sanctis patribus ante Christum; cum etiam essent in limbo inferni, quanto desiderio suspirabant ut liber vite aperiretur eis et omnibus cultoribus Dei!

 

Inf. IV, 25-27

Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri
che l’aura etterna facevan tremare

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[404] 

[LSA, Prologus, Notabile X; Pa, f. 14vb]

Ideo autem quartus status concurrit eodem tempore cum tertio, quia sicut affectus exigit notitiam intellectus, nec ista notitia est sancta absque sancto affectu, sic affectualis exercitatio et contemplatio anachoritarum et sanctorum illitteratorum eguit preclaro lumine doctorum, nec illud preclarum esse potuit absque precellentia vite. Unde ad mutuum obsequium et ad meridiem universi orbis tunc ad fidem conversi simul clarificandam et inflammandam debuerunt illi duo status concurrere simul. Sicut autem notitia preit amorem, quia non potest amari nisi cognitum, sic status doctorum in hoc libro premittitur ante statum anachoritarum; in quarta tamen visione ostenduntur simul concurrere, ubi dicitur quod “date sunt mulieri due ale aquile magne ut volaret in desertum” (Ap 12, 14).

Inf. XXXIV, 46-48, 72-73

Sotto ciascuna uscivan due grand’ ali,
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vid’ io mai cotali. ……
e quando l’ali fuoro aperte assai,
appigliò sé a le vellute coste

Par. XIX, 1-3

Parea dinanzi a me con l’ali aperte
la bella image che nel dolce frui
liete facevan l’anime conserte

 

[LSA, Ap 12, 14 (IV vis., III-IV prel.); Pa, f. 138va-b]

Antequam autem hic explicetur qualis fuit hec persecutio, ostendit duplicem virtutem tunc datam ecclesie ad triumphandum de hac gemina persecutione. Unde subdit: “Et date sunt mulieri due ale aquile magne”, id est sublimis sapientia sanctorum doctorum et sublimis vita et caritas sanctorum anachoritarum et ceterorum regularium illius temporis. Hec enim sunt “due [ale] aquile magne”, id est Christi et sue contemplative ecclesie in apostolis primo fundate. Nonne enim Iohannes vel Paulus fuit aquila magna habens has duas alas? Item potestas imperialis seu temporalis et potestas spiritualis super totum orbem sunt due ale. Licet enim prius secundum rem haberet potestatem spiritualem, non tamen sic evidenter et efficaciter sicut cum imperium romanum fuit sibi famulatorie et devote subiectum.

Purg. XVI, 73-78

Lo cielo i vostri movimenti inizia;
non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica,
lume v’è dato a bene e a malizia,
e libero voler; che, se fatica
ne le prime battaglie col ciel dura,
poi vince tutto, se ben si notrica.

[LSA, Ap 8, 12 (III vis., IV tub.); Pa, f. 99va]

Per “solem” videtur hic designari solaris vita et contemplatio summorum anachoritarum, qui fuerunt patres et exempla aliorum, vel solaris sapientia et doctrina summorum doctorum.

Purg. XVI, 106-112

Soleva Roma, che ’l buon mondo feo,
due soli aver, che l’una e l’altra strada
facean vedere, e del mondo e di Deo.
L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada
col pasturale, e l’un con l’altro insieme
per viva forza mal convien che vada;
però che, giunti, l’un l’altro non teme

 

 

spada  (terzo stato)

[LSA, Ap 2, 12 (I vis., III eccl.); Pa, f. 42va-b]

Hiis autem premittuntur duo, scilicet preceptum de scribendo hec sibi et introductio Christi loquentis, cum subdit: “Hec dicit qui habet rumpheam”, id est spatam, “ex utraque parte acutam”. Hoc congruit ei, quod infra dicit: “pugnabo cum illis in gladio oris mei” (Ap 2, 16). Unde contra doctores pestiferos erronee doctrine et secte ingerit se ut terribilem confutatorem et condempnatorem ipsorum per incisivam doctrinam et condempnativam sententiam oris sui. Dicit autem “ex utraque parte”, non solum quia absque acceptione personarum omnia vitia scindit et resecat vel condempnat, sed etiam quia contrarios errores destruit. Arrius enim, quasi ex uno latere, errat dicendo Dei Filium esse substantialiter diversum a Patre tamquam eius creaturam. Sabellius vero, quasi ab opposito latere, dicit quod eadem persona est Pater et Filius. Fides autem Christi utrumque scindit et resecat.

 

pasturale (quarto stato)

[LSA, Prologus, Notabile III; Pa, f. 3vb]

Patet enim hoc de primo dono. Nam pastoralis cura insistit primo ovium propagationi. Secundo earum defensioni ab imbribus et lupis et consimilibus. Tertio earum directioni seu deductioni ad exteriora. Quarto earum pascuali refectioni. (…) Constat autem quod propagatio appropriatur prime plantationi ecclesie sub apostolis, defensio vero militari pugne martirum, directio vero eruditioni doctorum, refectio autem studiose et refective devotioni anachoritarum et sic de aliis.

[LSA, Prologus, Notabile XIII; Pa, f. 18va]

Refectio vero eucharistie congruit devotioni anachoritarum.

Monarchia, III, xv, 17-18: Que quidem veritas ultime questionis non sic stricte recipienda est, ut romanus Princeps in aliquo romano Pontifici non subiaceat, cum mortalis ista felicitas quodammodo ad inmortalem felicitatem ordinetur. Illa igitur reverentia Cesar utatur ad Petrum qua primogenitus filius debet uti ad patrem: ut luce paterne gratie illustratus virtuosius orbem terre irradiet, cui ab Illo solo prefectus est, qui est omnium spiritualium et temporalium gubernator.

 [LSA, Ap 2, 7 (I vis., I vict.); Pa, f. 33vb] Dicit autem “Dei mei” quia Christus in quantum homo minor est Deo Patre, ita quod in quantum homo habet Patrem pro Deo et Domino et etiam totam Trinitatem. (…) [Ap 3, 12 (I vis., VI vict.); Pa, f. 35rb] Quod Christus hic vel alibi dicit “Dei mei” vel “a Deo meo”, non dicit nisi tantum ratione sue humanitatis, secundum quam est subiectus Patri et toti Trinitati tamquam Deo suo. (…) [Ap 8, 3 (III vis., radix) ; Pa, f. 95ra] Qui “venit”, per nature humane et mortalis assumptionem, “et stetit ante altare”, id est ante curiam seu hierarchiam celestem. Pro quanto enim, secundum carnis sue passibilitatem, minoratus est paulo minus ab angelis (cfr. Heb 2, 7; Ps 8, 6), habuit eos quasi ante se. (…) [Ap 14, 18 (IV vis., VII prel.); Pa, f. 157ra-b] Per illum vero angelum qui clamat ad alterum ut vindemiet dicit (Ricardus) designari angelos bonos, qui non solum de templo sed etiam de altari exeunt quia non tantum ecclesiam electorum sed etiam Christum, qui est nostrum altare, respectu sue carnis transcendunt, secundum illud Psalmi (Ps 8, 6): “Minuisti eum paulo minus ab angelis”.

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[405 (colori liberamente scelti)]

 

[LSA, Ap 2, 7 (I vis., I eccl.); Pa, f. 40ra-b]

Quadruplici enim ex causa hec informatio primo proponitur ut a Christo dicta et ultimo ut dicta a Sancto Spiritu.
Prima est ut intelligatur dicta a tota Trinitate. Nam Pater loquitur nobis per Filium et Spiritum Sanctum, tamquam per productos et missos ab eo.
Secunda est ut intelligatur duplex modus docendi. Quorum primus est per vocem exteriorem, secundus vero per inspirationem et suggestionem interiorem. Prima autem competit Christo in quantum homo; secunda vero eius deitati, appropriatur tamen Spiritui Sancto. Prima autem disponit ad secundam sicut ad suum finem et est inutilis sine illa. Unde Christus, Iohannis XIIII° utriusque proprietatem ostendens, dicit: “Hec locutus sum vobis apud vos manens. Paraclitus autem Spiritus Sanctus, quem mittet Pater in nomine meo, ille vos docebit omnia et suggeret vobis omnia quecumque dixero vobis” (Jo 14, 25-26).
Item Christo, in quantum est Verbum et verbalis sapientia Patris, appropriatur interna locutio que fit per lucem simplicis intelligentie. Illa vero que fit per amoris gustum et sensum appropriatur Spiritui Sancto. Prima autem se habet ad istam sicut materialis dispositio ad ultimam formam.
Tertia est in misterium quod informatio primi temporis a Christo usque ad sextum statum appropriatur Christo, sequens vero Spiritui Sancto.
Quarta est ut ex duplici auctoritate duorum tam sollempnium testium et magistrorum fortius moveremur, et prima quidem moveret iterum per evidens exemplum operum Christi nobis in sua humanitate visibiliter ostensorum; secunda vero ulterius moveret per spiritualem flammam et efficaciam Spiritus Sancti.

[LSA, Ap 21, 22-23 (VII vis.); Pa, f. 202ra-b]

Nota quod hec secundum quid verificantur in ecclesia Christi, que non artatur ad corporalem locum et templum veteris Iherusalem et sinagoge, nec cerimoniali luce et cultu legis et prophetarum eget, quia Christus et eius vita et doctrina est eius templum et sol et lucerna lucis solaris sue deitatis. In ecclesia autem septimi status hoc plenius complebitur, ita ut multis doctrinis prioribus non egeat, pro eo quod per contemplationis excessum absque ministerio exterioris vocis et libri docebit eam Christi Spiritus omnem veritatem, et temporalibus denudata adorabit Deum Patrem in spiritu et veritate. Nec ex hoc intelligo quod omnem usum temporalium vel exterioris doctrine et scripture abiciat sed, prout dixi, secundum quid impletur et implebitur in ecclesia militante, simpliciter autem in ecclesia triumphante.

Purg. XXX, 49-51

Ma Virgilio n’avea lasciati scemi
di sé
, Virgilio dolcissimo patre,
Virgilio a cui per mia salute die’mi

Purg. XIV, 10-15

e disse l’uno: “O anima che fitta
nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai,
per carità ne consola e ne ditta
onde vieni e chi se’; ché tu ne fai
tanto maravigliar de la tua grazia,
quanto vuol cosa che non fu più mai”.

Inf. II, 100-102, 67-72

Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov’ i’ era,
che mi sedea con l’antica Rachele.

Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c’ha mestieri al suo campare,
l’aiuta sì ch’ i’ ne sia consolata.
I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.

Purg. XXVII, 124-135

Come la scala tutta sotto noi
fu corsa e fummo in su ’l grado superno,
in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
e disse: “Il temporal foco e l’etterno
veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte
dov’ io per me più oltre non discerno.
Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;
lo tuo piacere omai prendi per duce;
fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.
Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce;
vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli
che qui la terra sol da sé produce.”

Par. I, 67-72

Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
qual si fé Glauco nel gustar de l’erba
che ’l fé consorto in mar de li altri dèi.
Trasumanar significar per verba
 non si poria; però l’essemplo basti
a cui esperïenza grazia serba.

[Ap 3, 7 (I vis., VI eccl); Pa, f. 48ra-b] Significatur etiam per hoc proprium donum et singularis proprietas tertii status mundi sub sexto statu ecclesie inchoandi et Spiritui Sancto per quandam anthonomasiam appropriati. Sicut enim in primo statu seculi ante Christum studium fuit patribus enarrare magna opera Domini inchoata ab origine mundi, in secundo vero statu a Christo usque ad tertium statum cura fuit filiis querere sapientiam misticam rerum et misteria occulta a generationibus seculorum, sic in tertio nichil restat nisi ut psallamus et iubilemus Deo, laudantes eius opera magna et eius multiformem sapientiam et bonitatem in suis operibus et scripturarum sermonibus clare manifestatam. Sicut etiam in primo tempore exhibuit se Deus Pater ut terribilem et metuendum, unde tunc claruit eius timor, sic in secundo exhibuit se Deus Filius ut magistrum et reseratorem et ut Verbum expressivum sapientie sui Patris, sic in tertio tempore Spiritus Sanctus exhibebit se ut flammam et fornacem divini amoris et ut cellarium spiritualis ebrietatis et ut apothecam divinorum aromatum et spiritualium unctionum et unguentorum et ut tripudium spiritualium iubilationum et iocunditatum, per que non solum simplici intelligentia, sed etiam gustativa et palpativa experientia videbitur omnis veritas sapientie Verbi Dei incarnati et potentie Dei Patris. Christus enim promisit quod “cum venerit ille Spiritus veritatis, docebit vos omnem veritatem” et “ille me clarificabit” et cetera (Jo 16, 13-14).

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[406]

Purg. XXII, 70-72

quando dicesti: ‘Secol si rinova;
torna giustizia e primo tempo umano,
e progenïe scende da ciel nova’.

[LSA, prologus, Notabile VI; Pa, f. 9ra]

Tertia ratio magis litteralis est quia ut quidam finis sollempnis et quoddam sollempne initium novi seculi monstretur esse in sexto statu et plenius in septimo (…)

[LSA, Ap 3, 12 (I vis., VI vict.); Pa, ff. 35vb-36ra]

In huius[modi] autem mente tria inscribuntur, scilicet excessiva visio vel contemplatio deitatis trium personarum, et totius civitatis seu collegii sanctorum, quam dicit descendere de celo a Deo tum quia tota a Deo oritur et sic quod est inferior eo et sua immensitate per celum designata, tum quia per humilitatem non solum Deo sed etiam suo proprio ac celesti loco reputat se indignam, tum quia prout Iherusalem sumitur pro militanti ecclesia descendunt eius gratie a Deo et a hierarchia beatorum.
Vocat autem eam novam propter novitatem glorie vel gratie, unde et precipue significat hic civitatem beatorum, et post hoc illam que erit in sexto et septimo statu, et post hoc illam que reiecta vetustate legalium fuit in quinque primis statibus Christi, et post hoc totam universaliter ab initio mundi. Vocatur etiam Iherusalem, id est visio pacis, quia vel ipsa fruitur vel ad ipsam suspiratur. (…) Item, secundum quosdam, inscribitur sibi nomen Dei Patris quando sue paternitatis imago sic illi imprimitur ut merito possit dici abba seu pater spiritualis religionis et prolis. Nomen vero Iherusalem nove sibi inscribitur, cum per suavitatem amoris est eius mens digna ut vocetur sponsa Christi et mater pia et nutritiva spiritalis prolis.

Egloga IV, 5-7

magnus ab integro saeclorum nascitur  ordo;
iam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna;
iam nova progenies caelo demittitur alto.

[LSA, prologus, Notabile VII; Pa, ff. 9va, 10va-b]

(…) sicque tertio, reiecta tota vetustate huius seculi, renovaretur et consumaretur seculum per gloriam et in gloria Christi. (…)
Consimiliter autem pontificatus Christi fuit primo stirpi vite evangelice et apostolice in Petro et apostolis datus, ac deinde utiliter et rationabiliter fuit ad statum habentem temporalia commutatus, saltem a tempore Constantini usque ad finem quinti status. Pro quanto autem multi sanctorum pontificum fuerunt regulares et in suis scriptis et in habitu sui cordis preferentes paupertatem Christi et apostolorum omnibus temporalibus ecclesie datis, pro tanto quasi usque ad duplum preeminuit primus ordo sacerdotii apostolici. Congruum est ergo quod in fine omnino redeat et assurgat ad ordinem primum, ad quem spectat iure primogeniture et perfectionis maioris et Christo conformioris. Ad istum autem reditum valde, quamvis per accidens, cooperabitur non solum multiplex imperfectio in possessione et dispensatione temporalium ecclesie in pluribus comprobata, sed etiam multiplex enormitas superbie et luxurie et symoniarum et causidicationum et litigiorum et fraudum et rapinarum ex ipsis occasionaliter accepta, ex quibus circa finem quinti temporis a planta pedis usque ad verticem est fere tota ecclesia infecta et confusa et quasi nova Babilon effecta.

 [LSA, Ap 12, 7 (IV vis., II prel.); Pa, ff. 136vb-137ra]

Tertio ut modus loquendi in hac quarta visione conformetur proprietatibus quarti status virginum et angel[ic]orum et anachoritarum seu contemplativorum, unde et ecclesia descripta est hic sub typo Virginis matris Christi, non carnali indumento sed celesti et solari indute, nec quasi stans in terra cum hominibus et bestiis sed tamquam stans in celo cum angelis, unde et infra describit virgineam prolem eius tamquam agnos incorruptos et citharedos et Agni Dei indivisos socios (cf. Ap 14, 1-5).


[407]

[LSA, Ap 13, 1 (IV vis., V prel.); Pa, f. f. 142rb-va]

Tertio nota quod mos est scripture prophetice, dum de uno speciali agit sub quo spiritus propheticus invenit locum idoneum ad exeundum et dilatandum se, a specialibus ad generalia ascendere et expandi ad illa, iuxta quod Isaias, loquendo de Babilone et eius rege, dilatat se ad loquendum contra totum orbem Babiloni similem et contra Luciferum regem omnium superborum et malorum quasi regem magne Babilonis (cf. Is 14, 12-21). Sic etiam Ezechiel, loquendo contra Tirum, diffundit se ad totum orbem et ad supremum Cherub de “medio lapidum ignitorum”, id est sanctorum angelorum, deiectum (Ez 28, 14-19). Sic etiam Christus Matthei XXIII° (Mt 23, 35-36) ascribit omnia mala totius generationis omnium reproborum generationi male Iudeorum sui temporis, tamquam a particulari ascendens ad generale et tamquam universale reducens ad suum particulare, cum ait quod “omnis sanguis” iustorum impie “effusus a sanguine Abel iusti usque ad sanguinem Zacharie” veniet “super generationem istam”. Sic ergo in proposito, occasione bestie sarracenice, dilatatur spiritus propheticus ad totam bestialem catervam omnium reproborum, que ab initio mundi usque ad finem pugnat contra corpus seu ecclesiam electorum et per septem etates seculi habet capita septem; specialiter tamen a Christo usque ad finem mundi per septem ecclesiastica tempora habet septem principalia capita contra septem ecclesie spiritales status et exercitus.

 

Inf. I, 1-2

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura

Purg. XXXIII, 85-90

“Perché conoschi”, disse, “quella scuola
c’hai seguitata, e veggi sua dottrina
come può seguitar la mia parola;
e veggi vostra via da la divina
distar cotanto, quanto si discorda
da terra il ciel che più alto festina”.

Inf. XXVI, 1-3

Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande,
che per mare e per terra batti l’ali,
e per lo ’nferno tuo nome si spande!

Par. IX, 127-132

La tua città, che di colui è pianta
che pria volse le spalle al suo fattore
e di cui è la ’nvidia tanto pianta,
produce e spande il maladetto fiore
c’ha disvïate le pecore e li agni,
però che fatto ha lupo del pastore.

Inf. I, 79-80

Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?

Par. XXIII, 40-45

Come foco di nube si diserra
per dilatarsi sì che non vi cape,
e fuor di sua natura in giù s’atterra,
la mente mia così, tra quelle dape
fatta più grande, di sé stessa uscìo,
e che si fesse rimembrar non sape.

 

 

[408]

[LSA, Prologus, Notabile XIII; Pa, f. 21ra]

Secundo elucidat ipsam (obscuritatem scripture veteris) distinguendo tres fines seu tres Christi adventus in prophetis indistincte involutos. Sicut enim viro distanti a monte magno, duas magnas valles seu planities intra se continente ac per consequens et trino, videtur mons ille non ut trinus sed tantum ut unus mons nullis vallibus distinctus, ex quo vero vir ille stat super primum montem videt primam vallem et duos montes illam vallem concludentes, ex quo vero stat in monte secundo seu medio videt duas valles cum montium ipsas concludentium trinitate, sic Iudei, qui fuerunt ante primum Christi adventum quasi ante primum montem, non distinxerunt inter primum et postremos sed sumpserunt totum pro uno.

 

Inf. XXVI, 133-135

quando n’apparve una  montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.

 

[LSA, Ap 2, 2-3 (I vis., I eccl.); Pa, f. 37ra-vb]

In sua autem allocutione primo incipit a commendatione, tum ut laudando erigat ipsum ad meliora et confortet ad firmius perseverandum in bonis commendatis, tum ut sequens increpatio meliori animo suscipiatur, sicut prudens surgicus primo palpat suaviter membra sana ut infirmus quietius tolleret percussionem membri infirmi.
Commendat autem ipsum de septem. Quorum prima duo respiciunt bonum, sed primum absolute in quantum bonum, secundum vero respicit ipsum in quantum difficile.
Pro primo dicit (Ap 2, 2): “Scio”, scilicet scientia approbativa, id est approbo, “opera tua”, scilicet bona, puta opera pietatis proximis exhibita. “Scio” hic et in ceteris ecclesiis, preterquam in quinta et septima, significat visivam et amativam et acceptativam et gubernativam ac compassivam scientiam Dei ad remunerandum et ad regendum sollicitam et intentam.
Pro secundo dicit: “et laborem tuum”, scilicet in afflictione corporis et in laboriosis exercitiis.
Reliqua vero respiciunt malum, sed primum respicit illud per quietam tolerantiam. Unde subdit: “et patientiam tuam”, scilicet quam habes in malis tibi illatis et in ceteris tolerandis.
Secundum autem respicit malum ut repellendum et fugandum. Unde subdit: “et non potes sustinere malos”, quin scilicet eorum mala detesteris et increpes et ipsos a tua societate seu communione segreges.
Nota quod primum, scilicet detestari malum, est semper bonum; duo autem sequentia exigunt debitas circumstantias. Non enim omnes mali sunt increpandi a quocumque aut semper, nec in omni loco vel tempore nec in omni modo, nec omnes sunt statim ab omni communione segregandi.
Tertium autem respicit malum ut suspectum et examinandum, ad hoc ut eius deceptio vel periculum caveatur. Unde subdit: “et temptasti”, id est diligenter probasti seu examinasti, “eos qui se dicunt apostolos esse et non sunt, et invenisti eos mendaces”, scilicet tam in vita simulata quam in doctrina erronea. Loquitur autem quasi diceret: usque adeo examinasti usque quo invenisti. Quod autem multi pseudoapostoli tunc in ecclesia fuerint, patet ex epistulis Pauli. Nam crebro et acriter invehitur contra eos qui quidem christiani erant nomine et de circumcisione, et non solum conversos ex Iudeis sed etiam conversos ex gentibus cogebant legalia observare, fingebantque se a magnis apostolis missos, plusque discurrebant et predicabant pro questu et gula et pro temporali gloria et favore quam pro Dei honore, erantque ypocrite dolosi et simulati, suscitabantque persecutiones in Paulum et in omnes contrarios fraudi et errori eorum, sicut et hic insinuatur fecisse contra episcopum ephesinum, cum subditur: “et sustinuisti propter nomen meum” (Ap 2, 3).
Unde et de patientia eius repetit, tum quia ab istis exercebatur, tum ut eius laudem plenius monstret, dicens: “et patientiam habes et sustinuisti propter nomen meum et non defecisti”. Trinam laudem patientie tangit.
Prima est pax cordis in tolerando: ex hoc enim dicitur patientia, quia cum pace sustinet mala illata.
Secunda est finis sanctus et altus, quia propter nomen Christi hec sustinuit, non propter gloriam mundi vel propter culpam suam.
Tertia est longanimitas et indefec[t]ibilitas perseverantie, quia ex tot malis sibi diu illatis non defecit, scilicet a fide et spe et caritate et patientia. Addit ergo ad patientiam duas virtutes seu duas circumstantias perfectas, et sic sunt septem de quibus laudatur.

 

[LSA, Ap 11, 1-2 (III vis., VI tub.); Pa, ff. 118va-119ra]

“Et datus est michi calamus” (Ap 11, 1). Hic ordini prefato datur potestas et discretio regendi ecclesiam illius temporis. Datio enim potestatis significatur [per] donationem calami, quo artifices domorum solent mensurare edificia sua. Discretio vero regendi sibi dari designatur, tum per regularem ipsius calami rectitudinem et mensuram, tum per hoc quod docetur quos debeat mensurare, id est regere, et quos relinquere. Dicit autem: “Et datus est michi”, supple a Deo, “calamus similis virge”, quasi dicat: non similis vacue et fragili canne seu arundini, sed potius recte et solide virge. Et certe tali communiter mensurantur panni et edificia. Per hanc autem designatur pontificalis vel magistralis seu gubernatoria auctoritas et virtus et iustitia potens corrigere et rectificare et recte dirigere ecclesiam Dei. Secundum Ioachim, calamus iste signat linguam eruditam, dicente Psalmo (Ps 44, 2): “Lingua mea calamus scribe”, qui est similis virge, quia sicut austeritate virge coarcentur iumenta indomita, ita lingue disciplina dura corda hominum corriguntur.
(Ap 11, 1) “Et dixit michi: Surge et metire templum Dei et altare et adorantes in eo. (Ap 11, 2) Atrium vero, quod est foris templum, eice foras et ne metieris, quoniam datum est gentibus”.
Secundum Ricardum, quod premittit, “templum et altare”, hoc exponit cum subdit: “et adorantes in eo”, quia “templum et altare” significat fideles adorantes; “templum” quidem inferiores ad bonam actionem exterius dilatatos, “altare” vero sanctiores contemplationi interius intentos; “atrium” vero sunt falsi christiani per baptismum consecrati sed pleni sunt cadaveribus, id est vitiis et pravis operibus.
Secundum autem Ioachim, per “templum” designatur ordo priorum sacerdotum; per “altare” vero speciale collegium cardinalium; per “atrium” vero clerus Grecorum, qui quadam propinquitate christiane fidei videtur esse coniunctus clero Latinorum, superstitiosis tamen legibus segregatus est ab ecclesia Petri nolens coartari sub disciplina universalis episcopi, scilicet romani, propter quod Sarraceni quam plurimas Grecorum ecclesias vastaverunt, iuxta quod hic dicitur “atrium” esse “gentibus datum”, sed ultra hoc sub Antichristo “civitatem sanctam”, id est romanam ecclesiam, “calcabunt mensibus quadraginta duobus”, id est tribus annis et dimidio. Per “adorantes” vero in templo designantur quedam reliquie Grecorum confugientes ad romanam ecclesiam, et etiam ceteri fideles laici. Hec Ioachim.
Sed cum Grecorum ecclesie sint fere per totum quintum statum a romana ecclesia scismatice divise, a tempore scilicet Karoli magni et citra, non videtur quod per atrium tempore Antichristi reiciendum intelligantur Greci, sed potius pravi religiosi et clerici et laici Latinorum ecclesie sancte superficialiter iuncti et per mundana negotia vel desideria exterius stantes. (…)

Inf. XXVI, 70-78; XXVII, 16-21, 31-33

Ed elli a me: “La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l’accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.
Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
perch’ e’ fuor greci, forse del tuo detto”.
Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:

Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio
su per la punta, dandole quel guizzo
che dato avea la lingua in lor passaggio,
udimmo dire: “O tu a cu’ io drizzo
la voce e che parlavi mo lombardo,
dicendo ‘Istra ten va, più non t’adizzo’ ” ……
Io era in giuso ancora attento e chino,
quando il mio duca mi tentò di costa,
dicendo: “Parla tu; questi è latino”.

 

 

 

 

 

 

[LSA, Ap 9, 14 (III vis., VI tub.); Pa, f. 110ra-b]

Sequitur (Ap 9, 14): “qui alligati sunt in flumine magno Eufrate” id est, secundum Ricardum, per baptismum christianitatis, propter cuius meritum non sunt usque huc permissi christianitatem destruere. Vel, secundum Ioachim, “in flumine magno”, id est in romano imperio, quo resistente potenter non fuere permissi transire metas quas posuit ibi Deus. Cum autem sextus angelus effuderit phialam suam super flumen magnum Eufra[ten] ad siccandas aquas eius, id est multitudines militie equitum et peditum populi christiani et latini que tenent alligatas gentes infideles, tunc preparabitur via ut veniant ad percutiendum Babilonem “que”, sicut infra dicitur, “sedet super aquas multas” (Ap 17, 1), que aque multe sunt populi multi, prout ibi dicit Iohannes (Ap 17, 15). Congrue autem designantur per Eufraten, quia ille erat fluvius Babilonis prime, ex quo magnum robur et decorem et potum et irrigationem habebat.

[LSA, Ap 20, 1/3 (VII vis.); Pa, ff. 187vb-188ra]

Per “clavem” autem “abissi”, quam habet angelus (Ap 20, 1), designatur potestas claudendi diabolum in abisso. Non solum autem dicit quod “clausit eum” ibi, sed etiam quod “signavit” (Ap 20, 3), id est sigillum clausure posuit super illum, tum ad designandum inviolabilem firmitatem huius clausure, tum, secundum Augustinum, ad designandum quod Deus vult in hac clausura esse occultum quos potest finaliter seducere et quos non (ab illis enim in quos finaliter non potest est per hanc clausuram impeditus et in reliquos permissive missus), tum quia Christi lex et eius et suorum sanctorum exemplaris vita ligat diabolum ne seducat sectatores Christi et sanctorum, et ipsa lex et vita sunt signum eis et limes, ultra quam non debent progredi nec citra illum aperire diabolo hostium seu dare ei aditum; tum quia sanctitas gratie sacramentorum Christi est signum terrens et prohibens diabolum ab hiis qui sunt gratia Christi et eius sacramentis signati.

 

Inf. XXVI, 106-109, 121-123

Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’ Ercule segnò li suoi riguardi
acciò che l’uom più oltre non si metta

Li miei compagni fec’ io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti

Par. XXVI, 115-117

Or, figliuol mio, non il gustar del legno
fu per sé la cagion di tanto essilio,
ma solamente il trapassar del segno.

Par. XXXII, 82-84

ma poi che ’l tempo de la grazia venne,
sanza battesmo perfetto di Cristo
tale innocenza là giù si ritenne.

Inf. IX, 67-70, 79-81, 89-90

non altrimenti fatto che d’un vento
impetüoso per li avversi ardori,
che fier la selva e sanz’ alcun rattento
li rami schianta, abbatte e porta fori ……
vid’ io più di mille anime distrutte
fuggir così dinanzi ad un ch’al passo
passava Stige con le piante asciutte. ……
Venne a la porta e con una verghetta
l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.

Inf. XXIII, 55-57

ché l’alta provedenza che lor volle
porre ministri de la fossa quinta,
poder di partirs’ indi a tutti tolle.

 

 

 

Purg. I, 46-48, 76-77, 88-90

Son le leggi d’abisso così rotte?
o è mutato in ciel novo consiglio,
che, dannati, venite a le mie grotte? ……
Non son li editti etterni per noi guasti,
ché questi vive e Minòs me non lega ……
Or che di là dal mal fiume dimora,
più muover non mi può, per quella legge
che fatta fu quando me n’usci’ fora.

Purg. V, 121-123

e come ai rivi grandi si convenne,
ver’ lo fiume real tanto veloce
si ruinò, che nulla la ritenne.

Purg. XXII, 49-51, 88-89, 130-135

E sappie che la colpa che rimbecca
per dritta opposizione alcun peccato,
con esso insieme qui suo verde secca ……
E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi
 di Tebe poetando, ebb’ io battesmo ……
Ma tosto ruppe le dolci ragioni
un alber che trovammo in mezza strada,
con pomi a odorar soavi e buoni;
e come abete in alto si digrada
di ramo in ramo, così quello in giuso,
cred’ ïo, perché persona sù non vada.

Purg. XXIII, 25-27; XXIV, 55-57

Non credo che così a buccia strema
Erisittone fosse fatto secco,
per digiunar, quando più n’ebbe tema.

“O frate, issa vegg’ io”, diss’ elli, “il nodo
che ’l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!”

 

[LSA, Ap 3, 14 (I vis., VII eccl.); Pa, f. 51vb]

Hiis autem, sicut et in ceteris ecclesiis, premittit preceptum de istis scribendis ac deinde proponitur Christus loquens, ibi (Ap 3, 14): “Hec dicit amen”, id est verus seu veritas; vel “amen”, id est vere; “testis fidelis et verus, qui est principium”, id est prima causa, “creature Dei”, et hoc tam creando omnia de nichilo quam recreando electos per infusionem gratie. Sancti enim [anthonomasice] dicuntur creature Dei, secundum illud epistule Iacobi capitulo I° (Jc 1, 18): “Voluntarie genuit nos verbo veritatis, ut simus initium aliquod creature eius”. Et ad Ephesios II° dicit Apostolus (Eph 2, 10): “Ipsius sumus factura, creati in Christo Ihesu in operibus bonis”.

 

[LSA, Ap 5, 1 (II vis., radix, II sig,); Pa, f. 63ra-va]

Secundus (defectus claudens nobis intelligentiam huius libri) est sensualis et corporalis vite nimius amor, eiusque nimia brutalitas et impetuositas. (…) In secunda vero (apertione) fervor fidei, usque ad martiriorum perpessionem, brutalem vitam gentilium et amorem ipsius extinxit.

 

[LSA, Ap 14, 4 (IV vis., VI prel.); Pa, ff. 152vb-153ra]

Unde et sextum preconium prerogative ipsorum est indivisibilis et indistans ipsorum ad Christum familiaritas, propter quod subditur: “Et sequuntur Agnum quocumque ierit”. Quantum unusquisque Deum imitatur et participat, in tantum sequitur eum. Qui ergo pluribus et altioribus seu maioribus perfectionibus ipsum imitantur et possident altius et multo fortius ipsum sequuntur. Qui ergo secundum omnes sublimes et supererogativas perfectiones mandatorum et consiliorum Christi ipsum prout est hominibus huius vite possibile participant, “hii sequuntur Agnum quocumque ierit”, id est ad omnes actus perfectionum et meritorum ac premiorum eis correspondentium, ad quos Christus tamquam dux et exemplator itineris ipsos deducit.
Item “sequuntur” ipsum “quocumque ierit”, quia sic semper dirigunt et tenent suum aspectum in ipsum quod ipsum semper et ubique presentialiter vident vel speculantur quasi presentem.
Septimum est universalis primatus sancte dedicationis eorum ad Dei cultum cum pleniori explicatione quinti, id est immaculate puritatis eorum. Unde subdit: “Hii empti sunt”, id est per gratiam redemptionis Christi abstracti, “ex omnibus”, sive “ex hominibus”. Verior littera dicitur esse “ex hominibus”. Ricardus tamen ponit disiunctive utramque, et est sensus quod a carnali vita hominum et a generali corruptione humani generis sunt per Christi gratiam redemptricem singulariter segregati et ad Dei servitium empti, ut scilicet sint “primitie Deo et Agno”, id est non tempore sed virtutis dignitate primi ad Dei cultum et ad spiritalia holocausta ipsius.

[LSA, Ap 2, 26-28 (I vis., IV vict.); Pa, f. 34rb-va]

Quarta (victoria) est victoriosus effectus, quando scilicet omnes vires corporis et mentis assidue et totaliter perfectis virtutum operibus dedicantur, nec ex longa continuatione operis remittuntur sed potius intenduntur et roborantur et ad fortia opera superexcrescunt, qualis fuit in exercitiis perfectorum anachoritarum, quibus competit premium de quo quarte ecclesie dicitur: “Qui vicerit et custodierit usque in finem opera mea”, id est qualia ego feci et precepi vel consului, “dabo illi potestatem super gentes et reg[et] [eas] in virga ferrea, et tamquam vas figuli confri[n]gentur, sicut ego accepi a Patre meo, et dabo illi stellam matutinam” (Ap 2, 26-28).
Secundum quosdam hic promittitur quarto ordini perfectio sexti et septimi status, quia ordo quartus est in fine seculi consumandus et visurus confractionem statue Nabucodonosor et superaturus gentes et regna et Christi cultui subiugaturus. Est etiam accepturus claram intelligentiam scripturarum et future diei eterne quasi stellam matutinam, que gratiose solem pronuntiat et precurrit.
Generaliter tamen hic significatur quod quicumque sunt sic operosi sunt digni super principatum ecclesie sublimari et accipere virtutem rectam et inflexibilem et insuperabilem, quasi virgam ferream ad faciliter confringendum terrestria vitia gentium, et accipere plenitudinem sapientie celestis ad regendum ecclesiam et ad celestia contemplanda. Unde Luche XIX° (Lc 19, 17) illi, qui per unam mnam acquisivit decem mnas, dicit Christus: “Eris potestatem habens super decem civitates”, et iterum infra dicit: “Auferte ab illo”, id est a servo otioso, “mnam et date illi qui habet decem mnas, quia omni habenti dabitur et habundavit” (Lc 19, 24-26). Per mnam autem illius otiosi, secundum sanctos, intelligitur donum scientie. Designatur etiam per hoc quod in a[na]choriticis sic operosis est virtus terrificativa et contritiva gentium terrestrium, et quod per exemplum operis lucent omnibus velut stella matutina, et quod in celis habebunt gloriosam potestatem et lucem huic correspondentem.

Purg. VII, 34-36

quivi sto io con quei che le tre sante
virtù non si vestiro, e sanza vizio
conobber l’altre e seguir tutte quante.

Par. XXII, 121-123

A voi divotamente ora sospira
l’anima mia, per acquistar virtute
al passo forte che a sé la tira.

 

 

 

 

 

Inf. XXVI, 118-120, 124-126

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir  virtute e canoscenza.

e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.

Par. XXV, 82-84

Indi spirò: “L’amore ond’ ïo avvampo
ancor ver’ la virtù che mi seguette
infin la palma e a l’uscir del campo”

 [409]

[LSA, Ap 22, 1-2 (VII vis.); Pa, f. 203ra-b]

“Et ostendit michi fluvium” (Ap 22, 1). Hic sub figura nobilissimi fluminis currentis per medium civitatis describit affluentiam glorie manantis a Deo in beatos. Fluvius enim iste procedens a “sede”, id est a maiestate “Dei et Agni”, est ipse Spiritus Sanctus et tota substantia gratie et glorie per quam et in qua tota substantia summe Trinitatis dirivatur seu communicatur omnibus sanctis et precipue beatis, que quidem ab Agno etiam secundum quod homo meritorie et dispensative procedit. Dicit autem “fluvium” propter copiositatem et continuitatem, et “aque” quia refrigerat et lavat et reficit, et “vive” quia, secundum Ricardum, numquam deficit sed semper fluit. Quidam habent “vite”, quia vere est vite eterne. Dicit etiam “splendidum tamquam cristallum”, quia in eo est lux omnis et summe sapientie, et summa soliditas et perspicuitas quasi cristalli solidi et transparentis. Dicit etiam “in medio platee eius” (Ap 22, 2), id est in intimis cordium et in tota plateari latitudine et spatiositate ipsorum.
“Ex utraque parte fluminis lignum vite”. Ricardus construit hoc cum immediate premisso, dicens quod hoc “lignum” est “in medio platee”. Et certe tam fluvius quam lignum vite, id est Christus, est “in medio eius”, id est civitatis, iuxta quod Genesis II° dicitur quod “lignum vite” erat “in medio paradisi” (Gn 2, 9). Una autem pars seu ripa fluminis est ripa seu status meriti quasi a sinistris, dextera vero pars est status premii; utrobique autem occurrit Christus, nos fruct[u] vite divine et foliis sancte doctrine et sacramentorum reficiens et sanans. Per folia enim designantur verba divina, tum quia veritate virescunt, tum quia fructum bonorum operum sub se tenent et protegunt, tum quia quoad vocem transitoria sunt. Sacramenta etiam Christi sunt folia, quia sua similitudine obumbrant fructus et effectus gratie quos significant et quia arborem ecclesie ornant. Vel una pars fluminis est suprema, altera vero pertingit usque ad infimum sensuum et corporum.
Nam non solum celum, sed etiam terra plena est gloria et maiestate Dei, unde beatis ex utraque parte occurrit Deus et specialiter Christus homo, qui secundum corpus se visibilem exhibet in ripa inferiori et suam deitatem et animam in ripa superiori.

 

Inf. IV, 106-108

Venimmo al piè d’un nobile castello,
sette volte cerchiato d’alte mura,
difeso intorno d’un bel fiumicello.

Inf. XXXIII, 154-157

Ché col peggiore spirto di Romagna
trovai di voi un tal, che per sua opra
in anima in Cocito già si bagna,
e in corpo par vivo ancor di sopra.

Purg. XXXII, 43-45, 112-114

Beato se’, grifon, che non discindi
col becco d’esto legno dolce al gusto,
poscia che mal si torce il ventre quindi. ……
com’ io vidi calar l’uccel di Giove
per l’alber giù, rompendo de la scorza,
non che d’i fiori e de le foglie nove

Par. I, 16-18, 22-27

Infino a qui l’un giogo di Parnaso
assai mi fu, ma or con amendue
 m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso. ……
O divina virtù, se mi ti presti
tanto che l’ombra del beato regno
segnata nel mio capo io manifesti,
vedra’mi al piè del tuo diletto legno
venire, e coronarmi de le foglie
che la materia e tu mi farai degno.

Purg. XXVIII, 1-4, 10-18, 25-33; XXXI, 1-3, 139-145; XXXIII, 106-111, 127-129

Vago già di cercar dentro e dintorno
la divina foresta spessa e viva,
ch’a li occhi temperava il novo giorno,
sanza più aspettar, lasciai la riva ……
per cui le fronde, tremolando, pronte
tutte quante piegavano a la parte
u’ la prim’ ombra gitta il santo monte;
non però dal loro esser dritto sparte
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d’operare ogne lor arte;
ma con piena letizia l’ore prime,
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue rime ……
ed ecco più andar mi tolse un rio,
che ’nver’ sinistra con sue picciole onde
piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.
Tutte l’acque che son di qua più monde,
parrieno avere in sé mistura alcuna
verso di quella, che nulla nasconde,
avvegna che si mova bruna bruna
sotto l’ombra perpetüa, che mai
raggiar non lascia sole ivi né luna.

“O tu che se’ di là dal fiume sacro”,
volgendo suo parlare a me per punta,
che pur per taglio m’era paruto acro ……
O isplendor di viva luce etterna,
chi palido si fece sotto l’ombra
 sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
che non paresse aver la mente ingombra,
tentando a render te qual tu paresti
là dove armonizzando il ciel t’adombra,
quando ne l’aere aperto ti solvesti?

quando s’affisser, sì come s’affigge
chi va dinanzi a gente per iscorta
se trova novitate o sue vestigge,
le sette donne al fin d’un’ombra smorta,
qual sotto foglie verdi e rami nigri
sovra suoi freddi rivi l’alpe porta. ……
Ma vedi Eünoè che là diriva:
menalo ad esso, e come tu se’ usa,
la tramortita sua virtù ravviva.

Par. XXX, 61-66, 76-78, 85-87

e vidi lume in forma di rivera
fulvido di fulgore, intra due rive
dipinte di mirabil primavera.
Di tal fiumana uscian faville vive,
e d’ogne parte si mettien ne’ fiori,
quasi rubin che oro circunscrive ……
Anche soggiunse: “Il fiume e li topazi
ch’entrano ed escono e ’l rider de l’erbe
son di lor vero umbriferi prefazi.” ……
come fec’ io, per far migliori spegli
ancor de li occhi, chinandomi a l’onda
che si deriva perché vi s’immegli

Par. XXV, 1-3

Se mai continga che ’l poema sacro
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che m’ha fatto per molti anni macro

 

 

Par. III, 109-114

E quest’ altro splendor che ti si mostra
da la mia destra parte e che s’accende
di tutto il lume de la spera nostra,
ciò ch’io dico di me, di sé intende;
sorella fu, e così le fu tolta
di capo l’ombra de le sacre bende.

Par. VI, 7-9, 31-33

e sotto l’ombra de le sacre penne
governò ’l mondo lì di mano in mano,
e, sì cangiando, in su la mia pervenne…….
perché tu veggi con quanta ragione
si move contr’ al sacrosanto segno
 e chi ’l  s’appropria e chi a lui s’oppone.

Par. XIII, 19-21

e avrà quasi l’ombra de la vera
costellazione e de la doppia danza
che circulava il punto dov’ io era

 

[LSA, Ap 22, 1-2 (VII vis.); Pa, f. 203ra-b]

“Et ostendit michi fluvium” (Ap 22, 1). Hic sub figura nobilissimi fluminis currentis per medium civitatis describit affluentiam glorie manantis a Deo in beatos. Fluvius enim iste procedens a “sede”, id est a maiestate “Dei et Agni”, est ipse Spiritus Sanctus et tota substantia gratie et glorie per quam et in qua tota substantia summe Trinitatis dirivatur seu communicatur omnibus sanctis et precipue beatis, que quidem ab Agno etiam secundum quod homo meritorie et dispensative procedit. Dicit autem “fluvium” propter copiositatem et continuitatem, et “aque” quia refrigerat et lavat et reficit, et “vive” quia, secundum Ricardum, numquam deficit sed semper fluit. Quidam habent “vite”, quia vere est vite eterne. Dicit etiam “splendidum tamquam cristallum”, quia in eo est lux omnis et summe sapientie, et summa soliditas et perspicuitas quasi cristalli solidi et transparentis. Dicit etiam “in medio platee eius” (Ap 22, 2), id est in intimis cordium et in tota plateari latitudine et spatiositate ipsorum.
“Ex utraque parte fluminis lignum vite”. Ricardus construit hoc cum immediate premisso, dicens quod hoc “lignum” est “in medio platee”. Et certe tam fluvius quam lignum vite, id est Christus, est “in medio eius”, id est civitatis, iuxta quod Genesis II° dicitur quod “lignum vite” erat “in medio paradisi” (Gn 2, 9). Una autem pars seu ripa fluminis est ripa seu status meriti quasi a sinistris, dextera vero pars est status premii; utrobique autem occurrit Christus, nos fruct[u] vite divine et foliis sancte doctrine et sacramentorum reficiens et sanans. Per folia enim designantur verba divina, tum quia veritate virescunt, tum quia fructum bonorum operum sub se tenent et protegunt, tum quia quoad vocem transitoria sunt. Sacramenta etiam Christi sunt folia, quia sua similitudine obumbrant fructus et effectus gratie quos significant et quia arborem ecclesie ornant. Vel una pars fluminis est suprema, altera vero pertingit usque ad infimum sensuum et corporum.
Nam non solum celum, sed etiam terra plena est gloria et maiestate Dei, unde beatis ex utraque parte occurrit Deus et specialiter Christus homo, qui secundum corpus se visibilem exhibet in ripa inferiori et suam deitatem et animam in ripa superiori.

[LSA, Ap 1, 20 (I vis.); Pa, f. 31va-b]

Misterium dicitur omne signum figurale figurans aliquod grande secretum, et aliquando stat pro tali occulto significato. Littera Ricardi habet “sacramentum”, quam exponit dicens: «Sacramentum est sacre rei signum, ubi scilicet aliud videatur et aliud intelligatur, sicut hic ubi stelle et candelabra videbantur et episcopi et ecclesie intelligebantur».

 

[LSA, Ap 10, 5-7 (III vis., VI tub.); Pa, f. 117rb-va]

Nota etiam quod sicut nos iuramus levando et ponendo manum super altare vel super librum evangeliorum, tamquam protestantes nos per sanctitatem altaris vel evangelii iurare, sic iste angelus iurat levando manum ad celum, id est per altam protestationem celestis ecclesie et Dei habitantis in ea, et etiam quia demonstratio celestis mansionis et eternitatis multum confirmat tempus huius seculi [c]eleriter transiturum. Hinc etiam est quod iurat “per viventem” in eternum, ubi etiam signanter specificat tria per ipsum creata, scilicet “celum”, tamquam electis querendum et tamquam locum in quo est eorum gloria consumanda; deinde “terram” cum existentibus in ea, et tertio “mare” cum existentibus in eo, quasi dicat: iuro per eum qui creavit terram fidelium et mare nationum infidelium, quibus utrisque nunc ego predico ed ad eternam gloriam invito. Unde et tenebat pedem unum super terram et alium super mare.

 

Inf. III, 21; VIII, 86-87

mi mise dentro a le segrete cose

E ’l savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar segretamente.

 

Par. VII, 55-57, 61-63

Tu dici: “Ben discerno ciò ch’i’ odo;
ma perché Dio volesse, m’è occulto,
a nostra redenzion pur questo modo”. ……
Veramente, però ch’a questo segno
molto si mira e poco si discerne,
dirò perché tal modo fu più degno.

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 [410]

[LSA, Ap 2, 5 (I vis., I eccl.); Pa, f. 38ra-va]

Item Ricardus, super Danielem, in expositione sompnii Nabucodonosor, ostendit quod sicut statua Nabucodonosor gradatim descendebat ab auro in argentum, deinde in es ac deinde in ferrum et ultimo in testam luteam, sic aliquando gradatim descenditur a supremo virtutum ad ima. Unde ibidem ait: «Puto quod nemo repente fit turpissimus, sed qui minima negligit paulatim defluit. Sicut enim quibusdam profectuum gradibus ad alta conscenditur, sic rursus gradatim ad ima descenditur». Et ibidem subdit: «Quosdam videmus in initio sue conversionis spe gaudentes, in tribulatione patientes, sollicitos in opere, studiosos in lectione, devotos in oratione, qui quidem in auro operantur sicut et ille cui dictum est a Christo: “Novi opera tua et caritatem tuam” et cetera (Ap 2, 19). Sed sunt multi qui in tempore temptationis recedunt, non tamen statim se in infima demergunt, sed primum de bono in minus bonum et dehinc de minus bono in malum et deinde de malo in deterius corruunt, secundum illud Iob: “Mons cadens paulatim defluit, et terra alluvione consumitur” (Jb 14, 18-19). Tales enim paulatim incipiunt a pristino desiderio tepescere et a priori fervore magis magisque deficere. Refrigescente namque caritate, operantur bona ex deliberatione. Maius autem est bonum sequi ex desiderio et cum magna delectatione quam ex solo consilio et deliberatione; istud quidem bonum, sed illud optimum, istud pertinet ad argentum, illud autem ad aurum. Bonum est argento huiusmodi habundare, sed non minus stultum aurum suum in argentum mutare: “mittens enim manum ad aratrum et respiciens retro non est aptus regno Dei” (Lc 9, 62). Unde sermo divinus per increpationem ferit eum qui aureum opus in argentum commutat. “Scio”, inquit, “opera tua et laborem et patientiam tuam” (Ap 2, 2): ecce brachia, ecce pectus argenteum. Sed vide quid subinfertur: “Sed habeo adversum te, quod caritatem tuam primam [r]eliquisti” (Ap 2, 4). Arguitur ergo qui adhuc bonum agit, quod caritatem primam [reliquit], et aureum caput in pectus argenteum deflexit». Item infra: «In capite aureo intelligitur devotio, in membris argenteis discretio, in ereis simulatio, in ferreis indignatio, in testeis dissolutio». Item infra: «Quid est fulgor capitis aurei nisi fervor celestis desiderii, et claritas argentei pectoris et brachii quam certitudo recti consilii et rectitudo operis certi? Sancta itaque desideria faciunt caput aureum, recta autem consilia et opera pectus et brachium argenteum». (…)

 

 Inf. XVII, 97-105, 115-116, 127-132

e disse: “Gerïon, moviti omai:
le rote larghe, e lo scender sia poco;
pensa la nova soma che tu hai”.
Come la navicella esce di loco
in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
e poi ch’al tutto si sentì a gioco,
là ’v’ era ’l petto, la coda rivolse,
e quella tesa, come anguilla, mosse,
e con le branche l’aere a sé raccolse.

Ella sen va notando lenta lenta;
rota e discende ………………….

Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali,
che sanza veder logoro o uccello
fa dire al falconiere “Omè, tu cali!”,
discende lasso onde si move isnello,
per cento rote, e da lunge si pone
dal suo maestro, disdegnoso e fello

[LSA, Ap 2, 5 (I vis., I eccl.); Pa, ff. 38vb-39ra]

Unde Ricardus, ubi supra hanc comminationem pertractans, dicit: «(…) propter quod incipit illis irasci et indignari et eos crudeliter persequi, quibus multum placere studuerat. (…)».

Inf. XI, 10-12, 16-18

“Lo nostro scender conviene esser tardo,
sì che s’ausi un poco in prima il senso
al tristo fiato; e poi no i fia riguardo”. ……
“Figliuol mio, dentro da cotesti sassi”,
cominciò poi a dir, “son tre cerchietti
di grado in grado, come que’ che lassi.”

Inf. XIX, 124-126:

Però con ambo le braccia mi prese;
e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,
rimontò per la via onde discese.

Purg. IX, 131-132; X, 121-123

dicendo: “Intrate, ma facciovi accorti
che di fuor torna chi ’n dietro si guata”.

O superbi cristian, miseri lassi,
che, de la vista de la mente infermi,
fidanza avete ne’ retrosi passi 

Par. I, 133-138; II, 121-123; V, 55-60; X, 86-87; XIII, 61-63; XXI, 28-32, 64-69, 136-137; XXII, 73-74

e sì come veder si può cadere
foco di nube, sì l’impeto primo
l’atterra torto da falso piacere.
Non dei più ammirar, se bene stimo,
lo tuo salir, se non come d’un rivo
se d’alto monte scende giuso ad imo.

Questi organi del mondo così vanno,
come tu vedi omai, di grado in grado,
che di sù prendono e di sotto fanno.

Ma non trasmuti carco a la sua spalla
per suo arbitrio alcun, sanza la volta
e de la chiave bianca e de la gialla;
e ogne permutanza credi stolta,
se la cosa dimessa in la sorpresa
come ’l quattro nel sei non è raccolta.

che ti conduce su per quella scala
u’ sanza risalir nessun discende

Quindi discende a l’ultime potenze
giù d’atto in atto, tanto divenendo,
che più non fa che brevi contingenze

di color d’oro in che raggio traluce
vid’ io uno scaleo eretto in suso
tanto, che nol seguiva la mia luce.
Vidi anche per li gradi scender giuso
tanti splendor …………………
Giù per li gradi de la scala santa
discesi tanto sol per farti festa
col dire e con la luce che mi ammanta;
né più amor mi fece esser più presta,
ché più e tanto amor quinci sù ferve,
sì come il fiammeggiar ti manifesta. ….
A questa voce vid’ io più fiammelle
di grado in grado scendere e girarsi

Ma, per salirla, mo nessun diparte
da terra i piedi ……………………………..

[LSA, Ap 2, 1 (I vis., I eccl.); Pa, f. 32vb]

Et ideo prima ecclesia Asie innuitur habuisse primo fervidam caritatem et cecidisse ab eius primo fervore. Sic etiam primitiva ecclesia sub apostolis cecidit a primo fervore nimis iudaizando et zelando legalia. Unde et congrue vocatur Ephesus, id est voluntas mea in ea; vel lapsus, quia dum ferveret fuit voluntas Christi in ea ut matris in tenera et novella prole, cum vero lapsa est recte dicitur lapsus.

 

[LSA, Ap 2, 5 (I vis., I eccl.); Pa, f. 38va-b]

Deinde, si non se correxerit, comminatur ei casum totalem dicens (Ap 2, 5): “Sin autem, venio tibi”, id est contra te. Dicit autem “venio”, non ‘veniam’, ut ex imminenti propinquitate sui adventus ipsum fortius terreat.
“Et movebo candelabrum tuum de loco suo, nisi penitentiam egeris”, id est evellam a me et a fide mea in quo es fundata, secundum illud Apostoli Ia ad Corinthios III°: “Fundamentum aliud nemo potest ponere, preter id quod positum est, quod est Christus Ihesus” (1 Cor 3, 11).
Item per amotionem candelabri intelligit iactationem eorum in mortem eternam. Sicut enim finis virtualiter continetur in hiis que sunt ad finem, sic ultimum iudicium et ultimus Christi adventus ad ipsum in iudiciis precurrentibus subintelligitur.
Nota quod hanc comminationem subinfert triplici ratione. Prima est quia talis casus, scilicet a maiori bono in minus bonum et cum multis bonis adhuc restantibus, solet parvipendi. Per hanc autem comminationem ostendit quod non est parvipendendus, immo valde formidandus.

 

Inf. XVII, 100-101, 106-107, 121, 125-126

Come la navicella esce di loco
in dietro
in dietro, sì quindi si tolse

Maggior paura non credo che fosse
quando Fetonte abbandonò li freni

Allor fu’ io più timido a lo stoscio

lo scendere e ’l girar per li gran mali
che s’appressavan da diversi canti.

→ [Ap 2, 5; Pa, f. 38rb-va. Bonum est argento huiusmodi habundare, sed non minus stultum aurum suum in argentum mutare: “mittens enim manum ad aratrum et respiciens retro non est aptus regno Dei” (Lc 9, 62). Unde sermo divinus per increpationem ferit eum qui aureum opus in argentum commutat.]

Inf. XX, 37-45

Mira c’ha fatto petto de le spalle;
perché volse veder troppo davante,
di retro guarda e fa retroso calle.
Vedi Tiresia, che mutò sembiante
quando di maschio femmina divenne,
cangiandosi le membra tutte quante;
e prima, poi, ribatter  li convenne
li duo serpenti avvolti, con la verga,
che rïavesse le maschili penne.

 

Inf. X, 91-92

Ma fu’ io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza

Purg. III, 25-27; XXX, 124-126

Vespero è già colà dov’ è sepolto
lo corpo dentro al quale io facea ombra;
Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto.

Sì tosto come in su la soglia fui
di mia seconda etade e mutai vita,
questi si tolse a me, e diessi altrui.

Par. XII, 112-120

Ma l’orbita che fé la parte somma
di sua circunferenza, è derelitta,
sì ch’è la muffa dov’ era la gromma.
La sua famiglia, che si mosse dritta
coi piedi a le sue orme, è tanto volta,
che quel dinanzi a quel di retro gitta;
e tosto si vedrà de la ricolta
de la mala coltura, quando il loglio
si lagnerà che l’arca li sia tolta.

→ [Ap 2, 4; Pa, f. 38ra. « (…) In gratia enim accepta nimis secure vixerat et quedam negligenter egerat, et ideo de culmine sue perfectionis ceciderat ad minorationem sue perfectionis. Sed Dominus eum consulendo admonet ut penitendo gradum amissum recuperet, dicens (Ap 2, 5): “Memor esto itaque unde excideris, et age penitentiam et prima opera fac”. Quasi dicat: attende quod de fastigio tue perfectionis excideris et ad infimum perfectionis decideris, et age penitentiam de negligentia, et prima opera faciendo recupera primam gratiam». Hec Ricardus.]

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[411]

[LSA, Ap 2, 5 (I vis., I eccl.); Pa, f. 39rb]

Si vero queratur plenior ratio sui casus vel translationis predicte, potest colligi ex tribus. Primum est inanis gloria et superba presumptio de suo primatu et primitate, quam scilicet habuit non solum ex hoc quod prima in Christum credidit, nec solum ex hoc quod fideles ex gentibus ipsam honorabant et sequebantur ut magistram et primam, tamquam per eam illuminati in Christo et tracti ad Christum, sed etiam ex gloria suorum patriarcharum et prophetarum et divine legis ac cultus legalis longo tempore in ipsa sola fundati.

[LSA, Ap 8, 7 (III vis., I tub.); Pa, f. 97rb]

Vel per hoc designatur quod temptationem que simul habet magnam speciem boni et veri, et auctoritatem et testimonium maiorum et antiquiorum et in sapientia famosiorum, et sequelam maioris et quasi totalis partis populi, nullus potest vincere nisi sit in fide et caritate firmus ut terra vel arbor et non fragilis et instabilis et cito arefactibilis sicut fenum. Talis autem fuit temptatio iudaica contra Christum.

 

Inf. X, 40-48, 61-63

Com’ io al piè de la sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: “Chi fuor li maggior tui?”.
Io ch’era d’ubidir disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel’ apersi;
ond’ ei levò le ciglia un poco in suso;
poi disse: “Fieramente furo avversi
a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fïate li dispersi”.

E io a lui: “Da me stesso non vegno:
colui ch’attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno”.

 Purg. XI, 61-66

L’antico sangue e l’opere leggiadre
d’i miei maggior mi fer sì arrogante,
che, non pensando a la comune madre,
ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante,
ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,
e sallo in Campagnatico ogne fante.

Inf. XIV, 67-72

Poi si rivolse a me con miglior labbia,
dicendo: “Quei fu l’un d’i sette regi
ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia
Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi;
ma, com’ io dissi lui, li suoi dispetti
sono al suo petto assai debiti fregi.”

 

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[412]

[LSA, Ap 12, 6 (IV vis., I prel.); Pa, ff. 131vb, 136ra-b]

Notandum autem quod Ioachim totum librum suum Concordie veteris et novi testamenti fundavit super numero hic posito. Unde libro V° Concordie, circa finem pertractans verba illa angeli dicta Danieli, quod “in tempus et tempora et dimidium temporis” erit “finis horum mirabilium” (Dn 12, 6-7), dicit: «Verba hec Danielis ita a lectore huius operis pensari debere vellem, ut quicquid a principio huius operis usque huc late et diffuse contulimus sub uno quam brevi coart[ar]emus sermone. Nichil enim aliud nos intimasse credimus, nisi hoc quod sonat versiculus iste: ‘in tempus et tempora et dimidium temporis omnium istorum mirabilium esse finem’. Quia sicut iam per multas vices nos dixisse meminimus, in hiis quadraginta duabus generationibus septem signacula continentur, nichilque aliud est dicere “in tempus et tempora et dimidium temporis” complebuntur quam illud quod, sub sexto angelo tuba canente, alter angelus aut forte unus et idem ait: “tempus iam non erit amplius, sed in voce septimi angeli, cum ceperit tuba canere” (Ap 10, 6-7)». (…) Sed contra prescriptum numerum temporis ecclesie videtur esse illud Danielis XI° (Dn 12, 11-12 ; cfr. 11, 31), ubi dicitur quod “a tempore cum ablatum fuerit iuge sacrificium, et posita fuerit abhominatio in desolationem”, sunt “dies mille ducenti nonaginta. Beatus” autem “qui spectat et pervenit ad dies mille trecentos triginta quinque”, et tamen paulo ante (Dn 12, 6-7) dixerat quod “finis horum mirabilium”, visionis scilicet premisse, erit “in tempus et tempora et dimidium temporis”, id est post tres annos et dimidium, qui absque minutiis faciunt mille ducentos sexaginta dies, cum minutiis autem faciunt mille ducentos septuaginta septem vel octo cum die bisextili. Dicendum quod numeri isti Danielis possunt dupliciter sumi. Primo quidem ab interitu sinagoge et iugi[s] sacrificii eius fact[o] in morte Christi, seu a fuga ecclesie a Iudea vel a suis legalibus et a desolatione abhominabili ex tunc manente in ea, prout supra in visione octava de septuaginta septenis premisit (cfr. Dn 9, 20-27). Et secundum hoc designant tempus ecclesie a Christi morte vel [a] predicta fuga ecclesie usque ad Antichristum magnum, de quo illa ultima visio Danielis circa finem tractaverat, et iterum usque ad beatum silentium post mortem Antichristi et plenam conversionem Israel et totius orbis super apertione septimi sigilli fiendum. Et ideo computat hoc dupliciter, et etiam in aliquo modo tripliciter. Nam sumendo tres annos et dimidium absque minutiis est unus modus. Sumendo vero cum minutiis et cum additamento perducente eas ad unum mensem triginta dierum est secundus modus, qui ibi designatur per mille ducentos nonaginta dies, qui utique super mille ducentos sexaginta addunt triginta dies. Ex quo quidam crediderunt post mille ducentos nonaginta annos a Christi morte ad tardius Antichristum venisse. Quod tamen, attendenti varia initia et varios fines huiusmodi numerorum, non est usquequaque certum, nisi precise probaretur hunc numerum, prout terminatur in Antichristo, precise inchoari a morte Christi. Hoc tamen, vel eius oppositum, facti evidentia suo tempore comprobabit.
Additio vero quadraginta quinque dierum, id est annorum, que cum superiori numero facit mille trecentos triginta quinque, videtur perducere ad iubileum pacis et gratie septimi status, et ideo dicit beatum esse qui cum fervida fide et spe pertingit ad ipsum. Ideo enim premisit (Dn 12, 12): “Beatus qui spectat”, ne credatur quod qui absque spe et caritate pertingit ad finem illorum dierum seu annorum sit beatus.
Secundo possunt predicti numeri inchoari ab initio persecutionis Antichristi tribus annis et dimidio durature, in quibus forsitan uno modo erunt mille ducenti sexaginta dies et alio modo mille ducenti nonaginta. Quidam enim, conferendo istos numeros cum numeris Apocalipsis, probabiliter estimant quod isti tres anni cum dimidio habebunt varia initia et varios fines ad excecationem reproborum et ad fortiorem temptationem et exercitationem electorum, sicut et anni predicationis Christi aliquando inchoantur a predicatione Iohannis, aliquando autem a Christi baptismo et aliquando ab incarceratione Iohannis, et sic inchoant eos Mattheus, Marchus et Luchas.

 

 Inf. X, 61-63, 127-132

E io a lui: “Da me stesso non vegno:
colui ch’attende , per qui  mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno”.

“La mente tua conservi quel ch’udito
hai contra te”, mi comandò quel saggio;
“e ora attendi qui”, e drizzò ’l dito:
“quando sarai dinanzi al dolce raggio
di quella il cui bell’ occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il vïaggio”.

Inf. XV, 88-90

Ciò che narrate di mio corso scrivo,
e serbolo a chiosar con altro testo
a donna che saprà, s’a lei arrivo.

Purg. XVIII, 46-48

Ed elli a me: “Quanto ragion qui vede,
dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta
pur a Beatrice, ch’è opra di fede.”

Purg. XXVII, 136-140

Mentre che vegnan lieti li occhi belli
che, lagrimando, a te venir mi fenno,
seder ti puoi e puoi andar tra elli.
Non aspettar mio dir più né mio cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio

Purg. VII, 61-63, 67-69

Allora il mio segnor, quasi ammirando,
Menane”, disse, “dunque là ’ve dici
ch’aver si può diletto dimorando”. ……
“Colà”, disse quell’ ombra, “n’anderemo
dove la costa face di sé grembo;
e là il novo giorno attenderemo”.

[LSA, Ap 1, 3 (Titulus); Pa, ff. 23vb-24ra]

Ostensa igitur causa formali et effectiva et materiali, subdit de causa finali, que est beatitudo per doctrine huius libri intelligentiam et observantiam obtinenda. Unde subdit (Ap 1, 3): “Beatus qui legit” et cetera. Quantum ad ea que proprio visu vel per propriam investigationem addiscimus, dicit: “qui legit”; quantum vero ad ea que per auditum et alterius eruditionem addiscimus, dicit: “qui audit”. Primum etiam magis spectat ad litteratos vel ad doctores, qui aliis legunt et exponunt; secundum vero ad laicos vel auditores. Quia vero ad salutem non sufficit solum addiscere vel scire, nisi serventur in affectu et opere, ideo subdit: “et servat ea”. Quedam enim ibi scribuntur ut a nobis agenda, quedam vero ut credenda et speranda vel metuenda, et sic omnia sunt a nobis servanda vel agendo illa vel credendo ea cum caritate et spe vel timore. Quod autem talis beatus sit, nunc in spe et merito et tandem cito in premio, ostendit subdens: “Tempus enim”, scilicet future retributionis, “prope est”, quasi dicat: observans cito remunerabitur, et non observans cito dampnabitur, et ideo quoad utrumque beatus est qui hec observat.

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 [413]

[LSA, Ap 7, 2 (II vis., VI sig.); Pa, f. 85rb-vb]

Sequitur tertia pars, scilicet prohibitio predicti impedimenti per subscriptum angelum facta (Ap 7, 2): “Et vidi alterum angelum”, alterum scilicet a quattuor iam premissis, et alterum non tantum in persona sed etiam in virtute et officio. Nam illi mali et impeditivi boni, iste vero in utroque contrarius eis. (…) Hic ergo angelus est Franciscus, evangelice vite et regule sexto et septimo tempore propagande et magnificande renovator et summus post Christum et eius matrem observator, “ascendens ab ortu solis”, id est ab illa vita quam Christus sol mundi in suo “ortu”, id est in primo suo adventu, attulit nobis. Nam decem umbratiles lineas orologii Acaz Christus in Francisco reascendit usque ad illud mane in quo Christus est ortus (4 Rg 20, 9-11; Is 38, 8).
Ascendit etiam “ab ortu solis”, quia sui ascensus in Deum fundamentum et initium cepit a sede romana, que inter quinque patriarchales ecclesias est principaliter sedes et civitas solis, id est Christi et fidei eius, de qua typice dicitur Isaie XIX°: “In die illa erunt quinque civitates in terra Egipti” et cetera, “civitas solis vocabitur una” (Is 19, 18).
Ascendit etiam “ab ortu solis”, id est circa initium solaris diei sexte et septime apertionis seu tertii generalis status mundi.
Item per ipsum intelligitur cetus discipulorum eius in tertio et quarto initio sexte apertionis futurus et consimiliter ab ortu solis ascensurus, quibus eius exemplar et meritum et virtuale de celo regimen singulariter coassistet, ita ut quicquid boni per eos fiet sit sibi potius ascribendum quam eis.

[LSA, Ap 3, 1 (I vis., V eccl.); Pa, f. 46ra-b]

Hiis autem premittitur Christus loquens, cum dicitur (Ap 3, 1): “Hec dicit qui habet septem spiritus Dei et septem stellas”, id est qui occulta omnium videt et fervido zelo spiritus iudicat tamquam habens “septem spiritus Dei”, qui prout infra dicitur “in omnem terram sunt missi” (cfr. Ap 5, 6); et etiam qui potest omnes malos quantumcumque potentes punire tamquam in sua manu, id est sub sua potentia, habens “septem stellas”, id est universos prelatos omnium ecclesiarum. Quid per septem spiritus significetur tactum est supra, capitulo primo, super prohemio huius libri. (…) Unde et Ricardus dat aliam rationem quare hec ecclesia dicta est “Sardis”, id est principium pulchritudinis, quia scilicet sola initia boni non autem consumationem habuit, et solum nomen sanctitatis potius quam rem. Supra vero fuit alia ratio data. Respectu etiam prave multitudinis tam huius quinte ecclesie quam quinti status, prefert se habere “septem spiritus Dei et septem stellas”, id est fontalem plenitudinem donorum et gratiarum Spiritus Sancti et continentiam omnium sanctorum episcoporum quasi stellarum, tum ut istos de predictorum carentia et de sua opposita immunditia plus confundat, tum ut ad eam rehabendam fortius attrahat.

[LSA, Ap 16, 12 (V vis., VI ph.); Pa. f. 164va-b]

“Et sextus angelus effudit phialam suam in flumen magnum Eufraten et siccavit aquas eius, ut preparetur via regibus ab ortu solis” (Ap 16, 12). (…) Super quo Ioachim dicit: «Puto quod a parte orientali incipiet tribulatio, hoc est ab illa provincia, ut tangamus spiritum, ubi ortus est verus sol». Quidam dicunt quod per intestina prelia regum et regnorum ecclesie romane siccabitur seu deficiet robur et multitudo suorum exercituum, et hoc erit preambula preparatio ad secuturam destructionem carnalis ecclesie et sui principatus et regni fiendam per decem reges et per regem undecimum eis presidentem.

[LSA, Ap 21, 20 (VII vis.); Pa, f. 198ra]

“Ametistus”, qui est coloris purpurei habens similitudinem viole et rose, et qui flammulas aureas videtur emittere tenetque, secundum Papiam, principatum inter gemmas purpureas, designat perfectionem prelationis humilis ut viola et pro ardenti zelo et amore subditorum se omni morti et angustie exponentis et in ipsos verbo et exemplo flammas divine caritatis et sapientie effundentis.

Purg. XXXII, 58-59

men che di rose e più che di vïole
colore aprendo, s’innovò la pianta

Purg. XXX, 22-30

Io vidi già nel cominciar del giorno
 la parte orïental tutta rosata,
e l’altro ciel di bel sereno addorno;
e la faccia del sol nascere ombrata,
sì che per temperanza di vapori
l’occhio la sostenea lunga fïata:
così dentro una nuvola di fiori
che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fori

Par. XXXI, 118-123

Io levai li occhi; e come da mattina
la parte orïental de l’orizzonte
soverchia quella dove ’l sol declina,
così, quasi di valle andando a monte
con li occhi, vidi parte ne lo stremo
vincer di lume tutta l’altra fronte.

Inf. I, 37-40

Temp’ era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino
mosse di prima quelle cose belle

Par. XXX, 1-9

Forse semilia miglia di lontano
ci ferve l’ora sesta, e questo mondo
china già l’ombra quasi al letto piano,
quando ’l mezzo del cielo, a noi                                                                    [profondo,
comincia a farsi tal, ch’alcuna stella
perde il parere infino a questo fondo;
e come vien la chiarissima ancella
del sol più oltre, così ’l ciel si chiude
di vista in vista infino a la più bella.

 

 

[LSA, Ap 7, 2 (II vis., VI sig.); Pa, f. 85rb-vb]

“Et vidi alterum angelum”. (…) Hic ergo angelus est Franciscus, evangelice vite et regule sexto et septimo tempore propagande et magnificande renovator et summus post Christum et eius matrem observator, “ascendens ab ortu solis”, id est ab illa vita quam Christus sol mundi in suo “ortu”, id est in primo suo adventu, attulit nobis. Nam decem umbratiles lineas orologii Acaz Christus in Francisco reascendit usque ad illud mane in quo Christus est ortus (4 Rg 20, 9-11; Is 38, 8).
Ascendit etiam “ab ortu solis”, quia sui ascensus in Deum fundamentum et initium cepit a sede romana, que inter quinque patriarchales ecclesias est principaliter sedes et civitas solis, id est Christi et fidei eius, de qua typice dicitur Isaie XIX°: “In die illa erunt quinque civitates in terra Egipti” et cetera, “civitas solis vocabitur una” (Is 19, 18).
Ascendit etiam “ab ortu solis”, id est circa initium solaris diei sexte et septime apertionis seu tertii generalis status mundi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Purg. XXX, 22-33

Io vidi già nel cominciar del giorno
la parte orïental tutta rosata,
e l’altro ciel di bel sereno addorno;
e la faccia del sol nascere ombrata,
sì che per temperanza di vapori
l’occhio la sostenea lunga fïata:
così dentro una nuvola di fiori
che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fori,
sovra candido vel cinta d’uliva
donna m’apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.

[LSA, Ap 10, 1 (III vis. VI tub.); Pa, ff. 114vb-115va]

Facies” etiam “eius erat ut sol”, quia in singulari contemplatione Christi et evangelice vite eius fuit non instar lune defective, vel modice stelle vel lucis nocturne, sed instar solis et lucis diurne inflammatus et illuminatus et illuminans et inflammans. (…) Sicut enim in tertia decima die a nativitate Christus apparuit regibus orientis (Mt 2, 1ss.) et in consimili die baptizatus est (Mt 3, 13ss.; Mr 1, 4ss.; Lc 3, 21ss.) et aquam convertit in vinum (Jo 2, 1-11), et in tertio decimo anno absentatus a matre est ab ea inventus in templo (Lc 2, 40-50), sic in tertio decimo centenario a Christi ortu apparuit Franciscus et eius evangelicus ordo, sed in tertio decimo a Christi morte et ascensione exaltabitur in cruce et ascendet ei[us] gloria super totum orbem, prout pie conicitur ex scripturis et specialiter ex hiis que tanguntur infra in quarta visione huius libri. (…) Et per profundissimam sui humiliationem et per sue originis a Deo humilem recognitionem et per sui ad inferiores piam condescensionem descendet “de celo”, eritque scientia scripturarum non terrestrium et falsarum sed celestium et purissimarum quasi “nube amictus”, et etiam agillima et altissima et fecunda simul et obscura seu humili paupertate. Sicut enim nubes est supra inter nos et celum suscipiens solis radios et contemperans nobis eos, et est purgans aquis pluvialibus et fecundis ipsasque ad fructificationem terre nascentium moderate effundens, sic est hec scriptura sacra spiritualiter; in caritate etiam et sapientia Dei erit ut sol ad irradiandum finaliter totum orbem et ad formandum solarem diem tertii generalis status mundi.

 

 

[LSA, Ap 12, 1-2 (IV vis., radix); Pa, f. 127rb-va]

Quartum vero, huic annexum, est ad Christum tam verum quam misticum in eius spiritali utero conceptum et in gloriam pariendum fortis cruciatio. Unde de eius adornatione subditur (Ap 12, 1): “Et signum magnum apparuit in celo”, id est in celesti statu Christi, scilicet “mulier amicta sole, et luna sub pedibus eius, et in capite eius coronam stellarum duodecim”. De parturitionis autem cruciatu subditur (Ap 12, 2): “Et in utero habens et clamat parturiens et cruciatur ut pariat”. Mulier ista, per singularem anthonomasiam et per specialem intelligentiam, est virgo Maria Dei genitrix. Per generalem vero intelligentiam, hec mulier est generalis ecclesia et specialiter primitiva. Virgo enim Maria et in utero corporis et in utero mentis Christum caput concepit et habuit, et in utero cordis totum corpus Christi misticum habuit sicut mater suam prolem.
Generalis etiam ecclesia, et precipue illa que instar Virginis est per perfectionem evangelicam “sole”, id est solari sapientia et caritate et contemplatione maiestatis Christi, vestita, et “lunam”, id est temporalia instar lune mutabilia et de se umbrosa, et figuralem corticem legis et sinagoge, ac mundanam scientiam et prudentiam instar lune mutabilem et nocturnam et frigidam seu infrigidativam, tenens “sub pedibus”, id est partim eam spernens et conculcans et partim suo famulatui eam subiciens, et vitam ac precellentiam duodecim apostolorum habens quasi “coronam duodecim stellarum in” suo “capite”, id est in suo initio et supremo, hec etiam, instar Virginis in spiritali mentis utero habens Christum et totum eius corpus misticum, “clamat” tam gemitu suspiriorum quam sono predicationis, tamquam cum multo gemitu et cum multo predicationis clamore parturiens Christum crucifigendum et, per crucem et mortem in Dei Patris manifesta gloria resurgendo, pariendum et consimiliter totum corpus Christi misticum, cum gravi parturitionis angustia in Dei gratia et gloria regenerandum et eo ipsum Christum spiritaliter formandum et nasciturum in cordibus eorum.

[LSA, Ap 16, 17 (V vis., VII ph.); Pa, f. 166rb-va]

Secundum autem Ioachim, septima phiala effunditur super “aerem”, id est super electos, ut si que eis macule adheserunt de communione Babilonis, purgentur et dealbentur super nivem, et in percussione septima cessat plaga Domini a populo Dei. (…) Et quidem congrue per “aerem” intelligitur contemplativus status in hac vita, quia sic stat in medio inter vitam beatam et terrenam sicut aer inter celum et terram. Et sicut aer purgatus a grossis et fumosis vaporibus et nubibus et tranquillatus a ventorum tempestatibus est pervius radiis solis et stellarum et visui hominum, sic septimus status ecclesie, post plenam sui purgationem in effusione septime phiale consumandam, erit serenus et tranquillus et pervius seu perspicuus ad contemplativos radios solis eterni et totius celestis et subcelestis hierarchie, ita quod tunc totus cultus templi Dei et tota sedes et maiestas Dei clamabit magnifice et evidenter Dei opera esse consumata. Et hec quidem in hac vita, sumendo statum septimum prout erit in hac vita.

[LSA, Ap 2, 1 (I vis., V eccl.); Pa, f. 33rb-va]

Vocatur autem congrue hec ecclesia Sardis, id est principium pulchritudinis, tum quia in suis paucis incoinquinatis habet singularem gloriam pulchritudinis, quia difficillimum et arduissimum est inter tot suorum luxuriantes se omnino servare mundum; tum quia primi institutores quinti status fuerunt in se et in suis omnis munditie singulares zelatores, suorumque collegiorum regularis institutio, diversa membra et officia conectens et secundum suas proportiones ordinans sub regula unitatis condescendente proportioni membrorum, habet mire pulchritudinis formam toti generali ecclesie competentem, que est sicut regina aurea veste unitive caritatis ornata et in variis donis et gratiis diversorum membrorum circumdata varietate.

Purg. XXX, 22-33

Io vidi già nel cominciar del giorno
la parte orïental tutta rosata,
e l’altro ciel di bel sereno addorno;
e la faccia del sol nascere ombrata,
sì che per temperanza di vapori
l’occhio la sostenea lunga fïata:
così dentro una nuvola di fiori
che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fori,
sovra candido vel cinta d’uliva
donna m’apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.

[LSA, Ap 1, 16 (I vis., radix); Pa, f. 30rb-va]

Decima (perfectio summo pastori condecens) est sue claritatis et virtutis incomprehensibilis gloria, unde subdit: “et facies eius sicut sol lucet in virtute sua”. Sol in tota virtute sua lucet in meridie, et precipue quando aer est serenus expulsa omni nube et grosso vapore, et quidem corporalis facies Christi plus incomparabiliter lucet et viget. Per hoc tamen designatur ineffabilis claritas et virtus sue divinitatis et etiam sue mentis. Splendor etiam iste sue faciei designat apertam et superfulgidam notitiam scripture sacre et faciei, ita quod in sexta etate et precipue in eius sexto statu debet preclarius radiare. In cuius signum Christus post sex dies transfiguratus est in monte in faciem solis (cfr. Mt 17, 1-8), et sub sexto angelo tuba canente videtur angelus habens faciem solis et tenens librum apertum (cfr. Ap 10, 1-2).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[LSA, Ap 1, 13 (I vis., radix); Pa, f. 29rb-va]

Tertia (perfectio summo pastori condecens) est sacerdotalis et pontificalis ordinis et integre castitatis et honestatis sanctitudo, unde subdit: “vestitum podere”. Poderis enim erat vestis sacerdotalis et linea pertingens usque ad pedes, propter quod dicta est poderis, id est pedalis: pos enim grece, id est pes latine. Poderis enim, secundum aliquos, erat tunica iacinctina pertingens usque ad pedes, in cuius fimbriis erant tintinabula aurea, et de hac videtur dici illud Sapientie XVI[II]° (Sap 18, 24): “In veste poderis, quam habebat, totus erat orbis terrarum, et parentum magnalia in quattuor ordinibus lapidum erant sculpta”. Dicuntur etiam fuisse in veste poderis quia erant in rationali et superhumerali ipsi poderi immediate superposita. Per utramque autem designatur habitus celestis castitatis et sanctitatis sacerdotes et pontifices condecens, pro cuius ardua plenitudine subdit: “et precinctum ad mamillas zona aurea”.
Succingi circa renes designat restrictionem inferiorum concupiscentiarum et operum carnis. Precingi vero ad mamillas designat restrictionem omnis impuri cogitatus et affectus cordis. Intellectus enim et voluntas sunt quasi due mamille mentis, propinantes lac sapientie et amoris.
Item cingi zona pellicea, id est de corio animalium mortuorum, est timore mortis seu pene castitatem servare. Cingi vero zona aurea est ex mero et solido caritatis ardore eam servare.

[LSA, Ap 11, 4 (III vis., VI tub.); Pa, f. 121rb]

“Hii sunt due olive” (Ap 11, 4), id est pinguedine caritatis et divine unctionis et suavitatis pleni; “et duo candelabra lucentia”, id est lumen divine sapientie in se alte et preclare gestantes et toti ecclesie expandentes.

 

 

 

 

 

 

 

 

Purg. XXX, 31-33

 sovra candido vel cinta d’uliva
 donna m’apparve, sotto verde manto
 vestita di color di fiamma viva.

[LSA, Ap 4, 3 (II vis., radix); Pa, f. 57ra]

“Et qui sedebat, similis erat aspectui”, id est aspectibili seu visibili forme, “lapidis iaspidis et sardini” (Ap 4, 3). Lapidi dicitur similis, quia Deus est per naturam firmus et immutabilis et in sua iustitia solidus et stabilis, et firmiter regit et statuit omnia per potentiam infrangibilem proprie virtutis.
Lapidi vero pretioso dicitur similis, quia quicquid est in Deo est pretiosissimum super omnia. Sicut autem iaspis est viridis, sardius vero rubeus et coloris sanguinei, sic Deus habet in se immarcescibilem decorem et virorem delecta-bilissimum electis, gratioso virori gemmarum et herbarum assimilatum. Rubet etiam caritate et pietate ad electos et fervida iracundia seu odio ad reprobos. Rubet etiam in eo quod voluit et fecit suum Filium pro nobis sanguine rubificari.

[LSA, Ap 2, 1 (I vis., IV eccl.); Pa, f. 33ra-b]

Unde bene vocatur Tyatira, id est illuminata vel inflammata vel vivens hostia, quia tales per lucem et flammam contemplative devotionis se offerunt Deo hostiam viventem.

[Ap 19, 11/13 (VI vis.); Pa, ff. 183vb-184rb]

Dicit ergo (Ap 19, 11): “Et vidi celum apertum”, scilicet per revelationem celestis misterii; vel apertio celi est apertio scripture sacre vel divine prescientie quantum ad ea que subduntur. “Et ecce equus albus”, scilicet Christi humanitas candore summe innocentie et glorie dealbata. (…)
Et vestitus erat veste aspersa sanguine” (Ap 19, 13), id est humanitate pro nobis occisa et sanguine rubrificata, quod quidem semper in ea per meritum et premium et per signa indelebilia remanet.

[LSA, Ap 22, 2 (VII vis.); Pa, f. 203rb]

“Ex utraque parte fluminis lignum vite”. Ricardus construit hoc cum immediate premisso, dicens quod hoc “lignum” est “in medio platee”. Et certe tam fluvius quam lignum vite, id est Christus, est “in medio eius”, id est civitatis, iuxta quod Genesis II° dicitur quod “lignum vite” erat “in medio paradisi” (Gn 2, 9). Una autem pars seu ripa fluminis est ripa seu status meriti quasi a sinistris, dextera vero pars est status premii; utrobique autem occurrit Christus, nos fruct[u] vite divine et foliis sancte doctrine et sacramentorum reficiens et sanans. Per folia enim designantur verba divina, tum quia veritate virescunt, tum quia fructum bonorum operum sub se tenent et protegunt, tum quia quoad vocem transitoria sunt. Sacramenta etiam Christi sunt folia, quia sua similitudine obumbrant fructus et effectus gratie quos significant et quia arborem ecclesie ornant. Vel una pars fluminis est suprema, altera vero pertingit usque ad infimum sensuum et corporum. Nam non solum celum, sed etiam terra plena est gloria et maiestate Dei, unde beatis ex utraque parte occurrit Deus et specialiter Christus homo, qui secundum corpus se visibilem exhibet in ripa inferiori et suam deitatem et animam in ripa superiori.

[LSA, Prologus, incipit (Is 30, 26); Pa, f. 1ra-b]

Tempore autem quo Christus erat nostra ligaturus vulnera sol nove legis debuit septempliciter radiare et lex vetus, que prius erat luna, debuit fieri sicut sol. Nam umbra sui velaminis per lucem Christi et sue legis aufertur secundum Apostolum, capitulo eodem dicentem quod “velamen in lectione veteris testamenti manet non revelatum, quoniam in Christo evacuatur”. Unde “usque in hodiernum diem, cum legitur Moyses”, id est lex Moysi, “velamen est positum super cor” Iudeorum; “cum autem conversus fuerit ad Dominum, auferetur velamen. Nos vero revelata facie gloriam Domini speculantes in eandem imaginem transformamur a claritate in claritatem” (2 Cor 3, 14-16, 18). Et subdit (2 Cor 4, 6): “Quoniam Deus, qui dixit de tenebris lucem splendescere”, id est qui suo verbo et iussu de tenebrosa lege et prophetarum doctrina lucem Christi eduxit, “ipse illuxit in cordibus nostris ad illuminationem scientie et claritatis Dei in faciem Christi Ihesu”, scilicet existentis et refulgentis.

 

Purg. XXX, 31-33

sovra candido vel cinta d’uliva
donna m’apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.

Purg. XXXI, 133-145

“Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi”,
era la sua canzone, “al tuo fedele
che, per vederti, ha mossi passi tanti!
Per grazia fa noi grazia che disvele
a lui la bocca tua, sì che discerna
la seconda bellezza che tu cele”.
O isplendor di viva luce etterna,
chi palido si fece sotto l’ombra
sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
che non paresse aver la mente ingombra,
tentando a render te qual tu paresti
là dove armonizzando il ciel t’adombra,
quando ne l’aere aperto ti solvesti?

 

Purg. XXXIII, 103-111

E più corusco e con più lenti passi
teneva il sole il cerchio di merigge,
che qua e là, come li aspetti, fassi,
quando s’affisser, sì come s’affigge
chi va dinanzi a gente per iscorta
se trova novitate o sue vestigge,
le sette donne al fin d’un’ombra smorta,
qual sotto foglie verdi e rami nigri
sovra suoi freddi rivi l’alpe porta.

 

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[414]

[LSA, Ap 10, 8-9 (III vis., VI tub); Pa, f. 117va-b]

Sequitur (Ap 10, 8): “Et vox”, supple facta est, vel sonuit secundum Ricardum, “quam audivi de celo iterum loquentem mecum et dicentem: Vade, et accipe librum apertum de manu angeli stantis supra mare et super terram. (Ap 10, 9) Et abii ad angelum dicens ei ut daret michi librum”. Secundum Ioachim, iste ordo qui signatur in Iohanne auditurus est hanc vocem “de celo”, id est de scriptura sacra, quia si nusquam esset alia vox in scriptura sacra que hoc preciperet, sufficeret ista vox que de isto celo magno, id est de hoc libro aperto, descendit, et etiam illa que hoc ipsum dicit in Ezechiele, scilicet capitulo tertio (Ez 3, 1ss.). Ibit autem ordo iste ad angelum cum agnita veritate, de nuntiis veritatis Dei reverenter assentiet eis. Potest etiam dici quod ista vox est omnis inspiratio Dei eos instigans et accendens ut sapientiam libri addiscant a doctoribus sacris per hunc angelum designatis et potissime a Christo.
Docebit enim eos Deus non presumere ex propriis viribus et absque huius angeli ministerio posse participare sapientiam libri.

 

Purg. I, 43-45, 49-54, 91-93

Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna,
uscendo fuor de la profonda notte
che sempre nera fa la valle inferna?

Lo duca mio allor mi diè di piglio,
e con parole e con mani e con cenni
reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio.
Poscia rispuose lui: “Da me non venni:
donna scese del ciel, per li cui prieghi
de la mia compagnia costui sovvenni.”

Ma se donna del ciel ti move e regge,
come tu di’, non c’è mestier lusinghe:
bastisi ben che per lei mi richegge.

Purg. XXII, 1-9

Già era l’angel dietro a noi rimaso,
l’angel che n’avea vòlti al sesto giro,
avendomi dal viso un colpo raso;
e quei c’hanno a giustizia lor disiro
detto n’avea beati, e le sue voci
con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro.
E io più lieve che per l’altre foci
m’andava, sì che sanz’ alcun labore
seguiva in sù li spiriti veloci

Par. XVIII, 10-12

non perch’ io pur del mio parlar diffidi,
ma per la mente che non può redire
sovra sé tanto, s’altri non la guidi.

 

 

 

 

 Inf. X, 58-63; XXVI, 19-22

piangendo disse: “Se per questo cieco
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’ è? e perché non è teco?”.
E io a lui: “Da me stesso non vegno:
colui ch’attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno”.

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,
perché non corra che virtù nol guidi

Purg. IX, 85-87

“Dite costinci: che volete voi?”,
cominciò elli a dire, “ov’ è la scorta?
Guardate che ’l venir sù non vi nòi”.

Purg. XXI, 16-33

Poi cominciò: “Nel beato concilio
ti ponga in pace la verace corte
che me rilega ne l’etterno essilio”.
“Come!”, diss’ elli, e parte andavam forte:
“se voi siete ombre che Dio sù non degni,
chi v’ha per la sua scala tanto scorte?”.
E ’l dottor mio: “Se tu riguardi a’ segni
che questi porta e che l’angel profila,
ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.
Ma perché lei che dì e notte fila
non li avea tratta ancora la conocchia
che Cloto impone a ciascuno e compila,
l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia,
venendo sù, non potea venir sola,
però ch’al nostro modo non adocchia.
Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola
d’inferno per mostrarli, e mosterrolli
oltre, quanto ’l potrà menar mia scola.”

 

[LSA, Ap 10, 9-11 (III vis., VI tub); Pa, ff. 117vb-118ra]

Sequitur (Ap 10, 9): “Et dixit michi”, scilicet angelus: “Accipe librum [et] devora illum, et faciet amaricar[i] ventrem tuum”, id est faciet tortiones amaras in ventre tuo, vel postquam erit in ventre faciet versus os exal[at]iones amaras, “sed in ore tuo erit dulce tamquam mel. (Ap 10, 10) Et accepi librum” et cetera. Nota quod non dicit ‘lege’ sed “devora”, nec dicit ‘vide’ sed “accipe”, quia [per] superfervidum et rapidum devotionis affectum et gustum vult libri spiritales sensus et intelligentias masticari et saporari et ad intima trahici. Vult etiam illum per manum accipi, id est in operibus poni et servari, ut scilicet opere impleat ea que in libro docentur. Huius autem libri contemplatio est dulcis ori, id est spiritali gustui, facit tamen amaricari ventrem quia ducit ad amaritudinem laboris et passionis. Quamvis enim preclara contemplatio futurarum passionum sit suavis menti, in experientia tamen laboris est gemitus et afflictio spiritus. Nichil etiam inconveniens si secundum diversos respectus sit simul dulcis et amarus, sicut et Christi passio in quantum triumphalis et nobis salubris est nobis dulcis, in quantum autem nostra viscera per compassionem transfigit est nobis amara.

 

Par. XVII, 22-23, 43-45, 58-63, 112-114

dette mi fuor di mia vita futura
parole gravi………………………

Da indi, sì come viene ad orecchia
dolce armonia da organo, mi viene
a vista il tempo che ti s’apparecchia.

Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.
E quel che più ti graverà le spalle,
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in questa valle

Giù per lo mondo sanza fine amaro,
e per lo monte del cui bel cacume
li occhi de la mia donna mi levaro

Par. XVIII, 1-6

Già si godeva solo del suo verbo
quello specchio beato, e io gustava
lo mio, temprando col dolce l’acerbo;
e quella donna ch’a Dio mi menava
disse: “Muta pensier; pensa ch’i’ sono
presso a colui ch’ogne torto disgrava”.

Inf. XXVII, 7-12

Come ’l bue cicilian che mugghiò prima
col pianto di colui, e ciò fu dritto,
che l’avea temperato con sua lima,
mugghiava con la voce de l’afflitto,
sì che, con tutto che fosse di rame,
pur el pareva dal dolor trafitto

Purg. XXX, 40-54, 79-81

Tosto che ne la vista mi percosse
l’alta virtù che già m’avea trafitto
prima ch’io fuor di püerizia fosse,
volsimi a la sinistra col respitto
col quale il fantolin corre a la mamma
quando ha paura o quando elli è afflitto,
per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma
di sangue m’è rimaso che non tremi:
conosco i segni de l’antica fiamma’.
Ma Virgilio n’avea lasciati scemi
di sé, Virgilio dolcissimo patre,
Virgilio a cui per mia salute die’mi;
né quantunque perdeo l’antica matre,
valse a le guance nette di rugiada
che, lagrimando, non tornasser atre.

Così la madre al figlio par superba,
com’ ella parve a me; perché d’amaro
sente il sapor de la pietade acerba.

[LSA, Ap 10, 11 (III vis., VI tub); Pa, f. 118ra]

Potest etiam dici quod eo ipso quod Dei instinctu et iussu accepit ab angelo singularem intelligentiam libri et cum singulari dulcore ipsam sibi invisceravit, et ex hoc cum dolore presensit passiones graves sibi et ecclesie affuturas, satis percepit se ad predicationem gentium destinari (…)

Par. XXXII, 121-123, 127-129

colui che da sinistra le s’aggiusta
è ’l padre per lo cui ardito gusto
l’umana specie tanto amaro gusta

E quei che vide tutti i tempi gravi,
pria che morisse, de la bella sposa
che s’acquistò con la lancia e coi clavi

Purg. XXIII, 85-87

Ond’ elli a me: “Sì tosto m’ha condotto
a ber lo dolce assenzo d’i  martìri
la Nella mia con suo pianger dirotto.”

Purg. XXXII, 43-45

“Beato se’, grifon, che non discindi
col becco d’esto legno dolce al gusto,
poscia che mal si torce il ventre quindi”.

Boezio, Cons., III, 1, 12-14: Talia sunt quippe quae restant, ut degustata quidem mordeant, interius autem recepta dulcescant.

Par. XXXI, 7-9

sì come schiera d’ape che s’infiora
una fïata e una si ritorna
là dove suo laboro s’insapora

Purg. XXVIII, 97-102

Perché ’l turbar che sotto da sé fanno
l’essalazion
de l’acqua e de la terra,
che quanto posson dietro al calor vanno,
a l’uomo non facesse alcuna guerra,
questo monte salìo verso ’l ciel tanto,
e libero n’è d’indi ove si serra.

[(segue III vis., VI tub); Pa, f. 118ra-va]

Sequitur: (Ap 10, 11) “Et dixit michi: Oportet te iterum prophetare in gentibus et populis et linguis et regibus multis”. In ipsa sapientia libri expresse continetur quod oportet iterum predicari evangelium in toto orbe, et Iudeis et gentibus, et totum orbem finaliter converti ad Christum. Sed quod per istum hoc esset implendum non poterat sciri nisi per spiritualem revelationem, et hoc dico prout per Iohannem designantur hic singulares persone quia, prout per ipsum designatur in communi ordo evangelicus et contemplativus, scitur ex ipsa intelligentia libri quod per illum ordinem debet hoc impleri. Potest etiam dici quod eo ipso quod Dei instinctu et iussu accepit ab angelo singularem intelligentiam libri et cum singulari dulcore ipsam sibi invisceravit, et ex hoc cum dolore presensit passiones graves sibi et ecclesie affuturas, satis percepit se ad predicationem gentium destinari, sed nichilominus per sacros doctores hoc amplius asseritur, tum ne propter temptationem Antichristi et propter nimiam multitudinem hostium hoc timeant impediri. Potest etiam dici quod istud potius dicitur preceptorie et iniungendo sibi officium predicandi omnibus quantumcumque infidelibus vel longinquis, unde dicit: “Oportet te prophetare” et cetera, quamvis preter hoc possit dici hoc oportere per respectum ad infallibilitatem divine prescientie et predestinationis et per respectum ad finalem necessitatem et utilitatem gentium convertendarum per eius verbum.
Sed quare dicit “iterum”? Numquid iste antea predicaverat? Dicendum quod le “iterum” uno modo refertur ad predicationem totius orbis factam primo per apostolos, quasi dicat: sicut tunc per ordinem apostolicum predicatus est totus orbis, sic oportet secundo per te fieri. Potest etiam alio modo referri ad tempus precurrens temptationem mistici Antichristi, in quo utique a tempore Francisci usque nunc ordo ille predicavit, quamvis non sic late per totum orbem. Potest etiam referri ad tempus precurrens magnum Antichristum. Nam in tempore medio inter misticum Antichristum et magnum predicaturus est ordo ille multis linguis et gentibus.
Ricardus exponit hoc de persona Iohannis, tunc propter suum exilium a predicatione cessantis, cui consolatorie Christus promittit quod de exilio liberabitur et ad pristine predicationis officium iterato redibit. Sed miror Ricardum non advertisse quod hoc in nullo pertinet ad sextum tempus ecclesie sub sexta tuba futurum et circa tempus Antichristi. Preterea eadem ratione deberet dici quod subsequens mensuratio templi et reiectio atrii Iohanni iniuncta fuisset tempore Iohannis et per ipsum implenda, cuius contrarium constat per id quod subditur, quod atrium datum est gentibus, calcandum ab eis per quadraginta duos menses (cfr. Ap 11, 2), quod, prout ex subsequentibus patet, expectat ad tempus Ant[i]christi.

Par. XVII, 116-120, 127-132

ho io appreso quel che s’io ridico,
a molti fia sapor di forte agrume;
e s’io al vero son timido amico,
temo di perder viver tra coloro
che questo tempo chiameranno antico.

Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
tutta tua visïon fa manifesta;
e lascia pur grattar dov’ è la rogna.
Ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.

Par. XXVII, 64-66

e tu, figliuol, che per lo mortal pondo
ancor giù tornerai, apri la bocca,
e non asconder quel ch’io non ascondo.

Par. XXXI, 19-21

Né l’interporsi tra ’l disopra e ’l fiore
di tanta moltitudine volante
impediva la vista e lo splendore

[LSA, Ap 22, 10-11 (finalis conclusio totius libri); Pa, f. 205rb-va]

Sextum est [iussio] de propalando doctrinam propheticam huius libri, tamquam scilicet utillimam et necessariam electis et tamquam certam et gloriosam et Christum et eius opera clarificantem et magnificantem. Unde subdit (Ap 22, 10): “Et dixit michi”, scilicet angelus: “Ne signaveris”, id est non occultes nec sub sigillo claudas, “verba prophetie huius libri”, subditque huius duplicem rationem.
Prima est ex propinquitate futurorum temporum et iudiciorum et operum de quibus loquitur, propter quod oportet eam cito sciri, unde subdit: “tempus enim prope est”.
Secunda est quia eius revelatio est utilis ampliori iustificationi sanctorum et etiam, quantum est ex se, correctioni malorum. Quamvis pluribus ex sua malitia per accidens noceat, propter tales autem non est occultanda, immo in ipsorum inexcusabilitatem et iustam excecationem fortius predicanda. [Et hoc] primo tangit cum subdit (Ap 22, 11): “Qui nocet”, scilicet proximis vel ecclesie ipsam persequendo, “noceat adhuc”, id est iustum est ut permittatur amplius insanire et nocere; “et qui in sordibus est”, scilicet carnalis luxurie per quam se ipsum fedat, “sordescat adhuc”, id est dignus est permitti in ampliores sordes a se ipso immergi.

[Ap 10, 9-10 (III vis., VI tub); Pa, f. 117vb]

Sequitur (Ap 10, 9): “Et dixit michi”, scilicet angelus: “Accipe librum [et] devora illum, et faciet amaricar[i] ventrem tuum”, id est faciet tortiones amaras in ventre tuo, vel postquam erit in ventre faciet versus os exal[at]iones amaras, “sed in ore tuo erit dulce tamquam mel. (Ap 10, 10) Et accepi librum” et cetera. Nota quod non dicit ‘lege’ sed “devora”, nec dicit ‘vide’ sed “accipe”, quia [per] superfervidum et rapidum devotionis affectum et gustum vult libri spiritales sensus et intelligentias masticari et saporari et ad intima trahici.