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Nov 15 2019

Amore e vita di poeta. La “Vita Nova” e l’imitazione di Cristo – I

 

“Scio, anima mea, quia vita tua amor est” [*]

(Ugo di San Vittore)

 

 

 

 

 

 

 

Introduzione. 1. Martirio e pietà: la Donna Gentile (o Pietosa) e Francesca. 2. Amore sulla via di Emmaus. 3. Chi è costui che vene?”. 4.“Apparve prima la gloriosa donna della mia mente”. 5. Incipit Vita Nova”. 6. Le “nove rime”. 7. Punti fermi e problemi aperti. 8. Il libro della memoria nella Commedia.

 

Abstract

 


Introduzione

La ricerca sin qui condotta, ormai quasi da un quarto di secolo, esposta fin dai suoi primordi in pubblicazioni a stampa e soprattutto su questo sito, ha rivelato un fatto del tutto nuovo e insospettabile: Dante ha scritto la Commedia elaborando materialmente, dal latino in volgare, la Lectura super Apocalipsim di Pietro di Giovanni Olivi, libro-vessillo degli Spirituali francescani completato a Narbonne nel 1298, poco prima della morte del suo autore. Questa intertestualità diffusa per tutto il “poema sacro”, regolata da precise norme la cui costanza non consente dubbio sul fatto in sé, lascia aperto il campo alle interpretazioni delle possibili cause di tanta tecnica e intima rispondenza dei due testi. Per il momento si affacciano tre ipotesi:

a) Il senso letterale della Commedia contiene parole che sono chiave di accesso a un altro testo, la Lectura super Apocalipsim dell’Olivi. Si tratta di un procedimento di arte della memoria: le parole-chiave operano sul lettore come imagines agentes che lo sollecitano verso un’opera di ampia dottrina, che già conosce, ma che rilegge mentalmente parafrasata in volgare, profondamente aggiornata secondo gli intenti propri del poeta, in versi che le prestano “e piedi e mano” e la dotano di exempla contemporanei e noti. Nel senso letterale del “poema sacro” sono incardinati gli altri sensi interpretativi: allegorico, morale, anagogico (che Dante, nell’Epistola a Cangrande, definisce collettivamente “mistici” o “allegorici”). Dante mirava non solo a un pubblico di laici, ma anche di predicatori e riformatori della Chiesa – agli Spirituali francescani, e forse non solo ad essi, se la Lectura si fosse diffusa anche presso altri Ordini -, a coloro cioè che con la predicazione avrebbero potuto riformare la Chiesa e con la “lingua erudita” – il suo volgare – convertire il mondo. Questo pubblico di chierici non si formò, perché gli Spirituali (non un gruppo organizzato, ma di sensibilità comune), i quali dovevano conoscere la Lectura oliviana, furono perseguitati e il loro libro-vessillo, censurato nel 1318-1319 e condannato nel 1326, fu votato alla clandestinità e quasi alla sparizione.

b) Più luoghi della Commedia rinviano, tramite parole-chiave, a un medesimo luogo dell’esegesi esposta nella Lectura. Ciò significa che la medesima esegesi in un punto del commento scritturale oliviano è stata utilizzata in momenti diversi della stesura del poema. La persistenza di un “panno” – cioè di un altro testo da cui trarre i significati spirituali del poema, materialmente elaborati attraverso le parole – è servita a mantenere l’unità e la coerenza interna dell’ordito, della “gonna”, per usare l’immagine di san Bernardo a Par. XXXII, 139-141. Che il poema sia stato pubblicato per gruppi di canti, non più modificabili, oppure per cantiche riviste, sempre stava innanzi all’autore la medesima esegesi teologica con le innumerevoli possibilità di variazioni tematiche e di sviluppi.

c) Come terza ipotesi si può ricordare quanto affermò Charles Southward Singleton nell’annunciare la scoperta del numero sette come numero centrale della Commedia, rivelatore di una mirabile struttura nascosta ancora tutta da decifrare. Come nella cattedrale di Chartres gli scalpellini lasciarono bellissimi fregi a grande altezza, dove occhio umano non sarebbe potuto arrivare, così l’ordine e l’intelligenza interiore del poema non furono concepiti solo per la vista degli uomini: “quel disegno, qualunque fosse il suo posto nella struttura, l’avrebbe veduto Colui che tutto vede, Colui che ha creato il mondo con meraviglioso ordine, in pondere, numero, mensura; e l’avrebbe certo guardato come prova che l’architetto umano aveva imitato l’universo che Egli, divino architetto, aveva creato innanzi tutto per la propria contemplazione, e poi, per la contemplazione degli angeli e degli uomini” [1]. La struttura semiotico-spirituale del “poema sacro”, espressione dell’io del pellegrino, sarebbe stata concepita solo “al servigio dell’Altissimo”.

La prima ipotesi è la più probabile. In primo luogo, perché la Commedia mostra un ordine interno diverso da quello che appare al comune lettore che non conosce la Lectura super Apocalipsim. Il viaggio di Dante ha un andamento ‘topografico’ di ciclici settenari, che corrispondono ai sette stati della storia della Chiesa, cioè alle categorie con cui l’Olivi organizza la materia esegetica. È un ordine registrabile per zone progressive del poema dove prevale la semantica riferibile a un singolo stato, dirompente i confini letterali stabiliti dai canti e da tutte le divisioni materiali per cerchi, gironi, cieli. Questo andamento ciclico per stati risponde a un percorso interiore, di progressiva illuminazione della verità, che non è riservato al solo autore.
In secondo luogo, perché la collocazione delle parole-chiave, che sollecitano la memoria verso l’ampia dottrina apocalittica, è tale da richiedere la collaborazione del lettore consapevole, facendo appello al suo ingegno. Si veda per tutti il caso della “signatio”.
In terzo luogo, perché nel “poema sacro” che si propone come nuova Apocalisse, scritta da un nuovo Giovanni, all’allegoria intesa come “una veritade ascosa sotto bella menzogna” (Convivio II, i, 3), cioè sotto la lettera della poesia che diletta, si sostituisce la metafora della Scrittura, che Tommaso d’Aquino riteneva necessaria, utile e occulta per esercitare nello studio e contro le irrisioni degli infedeli (Summa Theologiae, I, qu. I, a. 9), e dunque i “sensi mistici”, come nella Bibbia, sono rivolti a un pubblico che può intenderli [2].

Come questa ars memorandi poteva essere utile al pubblico degli Spirituali? In primo luogo, il “poema sacro” si proponeva come speculum per quel gruppo riformatore. Non solo avrebbero potuto predicarlo, ma sarebbe stato guida nella conduzione del gregge affidato. Un pastore devoto vicino al popolo cristiano, che lasci “seder Cesare in la sella”, non impegnato a discettare da opposti estremismi di rilassati e rigoristi, non timoroso della classicità tanto da riconoscere in Aristotele il “maestro di color che sanno”, ma con la non secondaria clausola di concordarlo con la visione apocalittica dell’Olivi (che riassume l’intera Scrittura); pronto ad ammettere gli antichi e i moderni poeti come figure del nuovo poeta “sesto tra cotanto senno” e della sua vera visione; convinto che la conversione della “terra prava italica” debba essere recata ad esempio universale della futura conversione finale delle genti e di Israele.
In secondo luogo, l’arte della memoria sarebbe stata utile per la predicazione. La Commedia è un viaggio per exempla. Se grazie alla Commedia Dante fosse tornato a Firenze “con altra voce omai, con altro vello”, quanti predicatori non l’avrebbero citata dai pergami cittadini? Il che poi effettivamente si verificò con la popolarità di Dante negli ambienti della predicazione mendicante, anche se il messaggio escatologico non era più comprensibile per la sparizione di chi avrebbe potuto comprenderlo.
In terzo luogo, quanti erano votati alla riforma della Chiesa avevano a disposizione una nuova lingua, il volgare, universale quanto lo era stato il latino. Il principio secondo il quale clerus vulgaria tempnit, per usare le parole di Giovanni del Virgilio nel carmen indirizzato a Dante, veniva smentito.

Per quanto la prima ipotesi sia la più probabile, le tre prospettive non si escludono: Dante avrebbe individuato un particolare tipo di pubblico – il che non contrasta con il voluto carattere polisemico del “poema sacro”, secondo quanto l’autore stesso afferma nell’Epistola a Cangrande (Ep. XIII, 20) -; il messaggio indirizzato a questo pubblico costituiva la struttura interiore della Commedia, permanente nella sua stesura; l’elaborazione della Lectura dell’Olivi confermava il poeta nella sua coscienza di essere il nuovo Giovanni, autore della nuova Apocalisse esprimente una vera visione, inviato come l’evangelista a predicare di nuovo al mondo, dopo gli apostoli, per la conversione universale.
L’arte della memoria per parole-chiave poteva servire al pubblico degli Spirituali come all’autore. Il fatto che gruppi di terzine numericamente corrispondenti, a diversi stadi della Commedia, contengano parole-chiave che conducono alla medesima pagina esegetica della Lectura indica che queste parole, se dovevano essere per il lettore spirituale signacula mnemonici di un altro testo, erano per il poeta anche segni del numero dei versi, ‘luogo’ dove collocare i medesimi signacula in forma e contesto diversi.
Con l’esegesi dell’ultimo libro canonico, esposta in una teologia della storia che comprende per settenari tutta la Scrittura, la quale a sua volta è forma, esempio e fine di ogni scienza, concorda ogni conoscenza, ogni esperienza, ogni soluzione indipendente data a questioni dottrinali. La Lectura non è una fonte; è il liber concordiae nel quale qualsiasi fonte trova la sua collocazione nella storia delle illuminazioni sapienziali.

Quanto avviene nei tempi moderni, che Olivi fa coincidere con il sesto stato della storia della Chiesa, caratterizzato dal libero parlare per dettato interiore che apre i cuori, è singolarmente consonante con la poetica di Dante. Tale viene definita nel sesto girone del Purgatorio nell’incontro con Bonagiunta da Lucca: una poetica fondata sullo spirare di Amore, interno “dittator”, e sul notare significando in modo stretto i suoi dettati, quasi fossero quelli di una regola evangelica imposta e accettata (Purg. XXIV, 49-63).
Come all’apertura del sesto sigillo i segnati si distinguono, perché amici di Dio, dalla volgare milizia, così Dante per l’amica Beatrice è uscito dalla “volgare schiera” dei poeti. Come l’angelo ingiunge a Giovanni di predicare ancora senza timore a tutto il mondo dopo gli Apostoli, inviscerando il libro dal sapore amaro e dolce insieme, così a Dante, quasi alter Iohannes, viene ingiunto da Cacciaguida di rendere manifesta la sua visione nel  “poema sacro”, nuova Apocalisse, anch’essa, come quella di Giovanni, amara nel primo gusto ma poi salutare. Anche nella Commedia, come nell’Apocalisse secondo Olivi, le realtà divine e intellettuali vengono comprese per mezzo di similitudini sensibili e corporali [3]. Come l’insegnamento del Cristo uomo, per mezzo della voce esteriore, lascia il posto al gusto interiore dettato dallo Spirito, così Virgilio lascia il campo nell’Eden all’arrivo di Beatrice. L’ascesa del poeta al cielo – un sentimento simile a quello provato da Glauco, il pescatore di Ovidio, “nel gustar de l’erba / che ’l fé consorto in mar de li altri dèi” – è reale applicazione del vedere la verità “non solum simplici intelligentia, sed etiam gustativa et palpativa experientia”. La prova della pietà di fronte ai dannati, ingannati da una falsa Scrittura (come Francesca e Paolo) o da una falsa autorità papale (come Guido da Montefeltro), equivale per Dante al martirio psicologico degli ultimi tempi inferto dal dubbio. Come al vescovo di Filadelfia, la sesta chiesa d’Asia, è data la “porta aperta”, cioè la capacità di aprire i cuori con la parola, così nella dura roccia infernale i dannati parlano per dettato interiore, interrompendo la pena. Se Dante non rinuncia ad Aristotele e ai “filosofici argomenti” dell’intelletto, la libertà della volontà è però il più grande dono fatto da Dio all’uomo, come afferma Beatrice parlando sul voto in Paradiso V. Proprio la concezione oliviana del voto evangelico si rispecchia, in modo sorprendente, nella Monarchia [4].
Ciò che Olivi scrive della storia della Chiesa e della gloria di Cristo viene nella Commedia diffuso su tutte le persone e le forme, antiche e nuove, del nostro mondo. Il saeculum humanum rivendica la propria libertà nella sfera della lingua, delle leggi della natura, della ragione, nella definizione del regime politico, nell’uso degli autori classici, ma nel “poema sacro” lo spirito profetico della nuova Apocalisse inserisce ancora il particolare in un processo storico universale che manifesta i segni della volontà divina.
Il frate e il poeta hanno la stessa idea della Chiesa, esemplata sulla persona e sulla vita di Cristo: “Christi persona et vita fuit exemplar totius ecclesie future”, scrive Olivi nella Lectura super Apocalipsim (ad Ap 6, 12); e Dante nella Monarchia (III, xiv, 3): “Forma autem Ecclesie nichil aliud est quam vita Cristi […] vita enim ipsius ydea fuit et exemplar militantis Ecclesie”. Il primo verso del “poema sacro” – “Nel mezzo del cammin di nostra vita” – non è semplice indicazione anagrafica dei trentacinque anni di età dell’autore; è testimonianza resa a Cristo mediatore, la cui vita deve essere dalla nostra perfettamente imitata e partecipata.
Le espressioni di Olivi relative al sesto stato – “quoddam sollempne initium novi seculirenovaretur et consumaretur seculum”, nel quale il sacerdozio apostolico “redeat et assurgat ad ordinem primum”, la “nova Ierusalem” viene vista “descendere de celo” e la Chiesa descritta come la donna vestita di sole con la sua “virginea proles” – sono la veste spirituale dei versi della quarta egloga virgiliana che celebrano la rinnovata età dell’oro: “Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo / iam redit et Virgo; redeunt Saturnia regna; / Iam nova progenies caelo demittitur alto” (Egloga IV, 5-7). Quel felicissimo stato segnato dalla pace sotto il divo Augusto, che rese l’umanità disposta al primo avvento di Cristo, si rinnova. Scrive Arsenio Frugoni sul giubileo del 1300, definito da Raffaello Morghen la “sagra del Medioevo”: “ … quell’escatologismo, oltre che ideologia di lotta e di riforma del gruppo spirituale, era anche un vero e proprio sentimento storico … una tensione di rinnovamento, una ansia di salvezza, che nel 1300, l’anno centenario della Natività, aveva trovato come una attivazione, in un senso di pienezza dei tempi, cui doveva corrispondere un fatto, un accadere meraviglioso e nuovo”. La sinossi fra la Commedia di Dante e la Lectura super Apocalipsim dell’Olivi consente di far rivivere tale sentimento storico.

Il rapporto tra Dante e Olivi non si esaurisce con la Commedia. Nella “poema sacro” il trarre fuori “le nove rime, cominciando / ‘Donne ch’avete intelletto d’amore’ ” (Purg. XXIV, 49-51), si colloca, con l’episodio di Bonagiunta, in una zona del poema dove prevalgono i temi, per eccellenza oliviani, del sesto stato, che è stato di novità. Ci si può legittimamente chiedere se, accertato sulla base dei testi un incontro virtuale tra l’esule e il frate già morto, probabilmente per il tramite di Ubertino da Casale, non si debba presupporre un altro incontro, non virtuale ma reale, tra i due, datato al momento in cui uscirono le “nove rime”, cioè poco prima della morte di Beatrice (1290), un periodo singolarmente coincidente con l’insegnamento di Olivi a Santa Croce (1287-1289). Diversamente bisognerebbe dedurre che Dante dia nella Commedia un’interpretazione dei propri albori di poeta diversa dalla realtà, che verrebbe così fasciata da una mistificazione. Questo momento precederebbe quello descritto in Convivio II, xii, 7, allorché, per studiare la filosofia, “cominciai ad andare là dov’ella si dimostrava veracemente, cioè ne le scuole de li religiosi e a le disputazioni de li filosofanti”.
Se l’esegesi dell’Olivi, tanto decisiva per il “poema sacro”, abbia avuto parte nella stesura delle “nove rime”; se essa abbia influenzato la formazione intellettuale e spirituale di Dante, è oggetto della presente ricerca, della quale qui si mostrano i primi risultati, inizio di un nuovo, lungo cammino.

 

1. Martirio e pietà: la Donna Gentile (o Pietosa) e Francesca

Secondo il principio della concorrenza fra gli stati, affermato nel Notabile X del prologo della Lectura super Apocalipsim, il sesto stato – iniziato con Francesco d’Assisi, è il periodo nel quale vivono Olivi e Dante – concorre con il secondo, per antonomasia lo stato dei martiri, non per connessione temporale (questo inizia infatti con la persecuzione di Nerone o con la lapidazione di santo Stefano o con la passione di Cristo e dura fino a Costantino), ma a motivo della quantità dei testimoni della fede. Il tipo di martirio è tuttavia diverso. I martiri del sesto stato soffrono nel dubbio, il loro è un “certamen dubitationis” che i primi testimoni della fede non provarono per l’evidenza dell’errore in cui incorrevano gli idolatri pagani. Nel sesto stato il martire non prova soltanto il tormento del corpo, viene anche spinto (“propulsabuntur martires”) dalla sottigliezza degli argomenti filosofici, dalle distorte testimonianze scritturali, dall’ipocrita simulazione di santità, dalla falsa immagine dell’autorità divina o papale, in quanto falsi pontefici insorgono, come Anna e Caifa insorsero contro Cristo. Per rendere più intenso il martirio, i carnefici stessi operano miracoli. Tutto ciò appartiene alla tribolazione del tempo dell’Anticristo, alla tentazione che induce in errore persino gli eletti, come testimoniato da Cristo nella grande pagina escatologica di Matteo 24: “dabunt signa magna et prodigia, ita ut in errorem inducantur, si fieri potest, etiam electi (cfr. Mt 24, 24)”. Scrive Gregorio Magno, commentando Giobbe 40, 12 – “stringe (nel senso di tendere) la sua coda come un cedro” -: “ora i nostri fedeli fanno miracoli nel patire perversioni, allora i seguaci di Behemot faranno miracoli anche nell’infliggerle. Pensiamo perciò quale sarà la tentazione della mente umana allorché il pio martire sottoporrà il corpo ai tormenti mentre davanti ai suoi occhi il carnefice opererà miracoli”.

Questo passo è stato più volte esaminato nel corso della ricerca [5]. Del tema del martirio inferto dal dubbio è pregno, in Inf. V, l’episodio di Francesca e Paolo, d’altronde principalmente ordito su temi del secondo stato, all’esegesi dei quali rinvia. I “dubbiosi disiri” vengono conosciuti mentre i due amanti leggono “di Lancialotto come amor lo strinse”, quella lettura “per più fïate li occhi ci sospinse”. Vinti dalla passione, essi non arrivano a sostenere fino in fondo il loro “certamen dubitationis”. Se è vero che al secondo e al sesto stato spetta il martirio e al tempo stesso la dolcezza del conforto e della promessa (ad Ap 3, 11), i “dolci sospiri” dei due amanti sono stati da loro male interpretati, nel senso dell’amore carnale e non dell’“amore acceso di virtù” di cui Virgilio avrebbe parlato a Dante nel purgatorio (cf. Purg. XVIII, 13-75; XXII, 10-12). Al momento della prova, i due vengono sospinti dalla lettura di un libro (“Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse”) verso un punto che li vince, non diversamente da come i nuovi martiri vengono sospinti dagli “intorta testimonia scripturarum”. Ma il martirio non è stato inferto solo ai “due cognati” in vita, perché anche Dante sta dinanzi alle loro anime come un martire del sesto stato: prova pietà del loro male perverso, è tristo e pio fino alle lacrime dinanzi ai martìri, prova un’angoscia che chiude la mente. Perfino la domanda di Virgilio dopo le prime parole di Francesca – “Che pense” – sembra ricalcare l’invito di Gregorio Magno a riflettere sulla singolarità della tentazione: “… tunc autem Behemot huius satellites, etiam cum perversa inferunt, mira facturi sunt. Pensemus ergo que erit humane mentis illa temptatio, quando pius martir corpus tormentis subicit, et tamen ante eius oculos miracula tortor facit”. Il passo del Notabile X del prologo della Lectura super Apocalipsim tocca molti altri punti del poema.

Lo stesso passo dei Moralia di Gregorio Magno su Giobbe 40, 12, citato nel Notabile X del prologo della Lectura super Apocalipsim, era già stato utilizzato dall’Olivi nell’Expositio in Canticum Canticorum (sicuramente precedente, poiché la Lectura venne completata nel 1298, anno della morte) [6]. La sposa dice allo sposo: “ti darò una coppa di vino aromatico, e il succo del mio melograno” (Cn 8, 2). Anche in questo caso Olivi fa riferimento alla tribolazione del tempo dell’Anticristo, alla tentazione che induce in errore gli eletti, allorché il pio martire è scosso nel profondo della mente dalle cose mirabili (ma erronee) che vede dinanzi ai propri occhi. In quei tempi la sposa (la Chiesa) offrirà a Cristo non solo il “dulcor contemplationis”, ma anche l’“expressum mustum difficillimorum et acerbissimorum martyriorum”. Come scritto in Matteo 24, 21-24, «tunc enim teste Christo “erit tanta tribulatio, ut si fieri potest, in errorem inducantur electi”». L’Olivi fu lettore in teologia nello “studium” di Santa Croce di Firenze fra il 1287 e il 1289, inviato dal nuovo Ministro generale Matteo d’Acquasparta, eletto nel capitolo generale di Montpellier il 25 maggio 1287. Due anni, dunque, prima del richiamo a Montpellier, che portarono a Firenze molte sue opere esegetiche. Una di queste opere, il commento al Libro delle Lamentazioni di Geremia, fu probabilmente scritta a Santa Croce [7]. È nota la parafrasi di Lamentationes I, 12 nel sonetto O voi che per la via d’Amor passate (Vita Nova 2.14-17).

Come vari luoghi del poema rinviano alla citazione di Gregorio Magno incastonata nell’esegesi della Lectura super Apocalipsim, così sull’Expositio in Canticum Canticorum è tessuta la Donna Gentile o Pietosa della Vita Nova, l’antagonista di Beatrice. L’esame, qui solo superficialmente avviato, è sicuramente da approfondire, ma un occhio esperto potrà vedere come non sia temerario affrontare Cn 8, 2 con Vita Nova 24-28 [XXXV-XXXIX] [8]. Potrà facilmente ritrovare la tribolazione del martire pietoso degli ultimi tempi, che ha dinanzi a sé una mirabile ma falsa immagine di vero che lo scuote, nel poeta pensoso e travagliato nella “battaglia de’ pensieri”, che ha dinanzi agli occhi e alla mente un viso di donna preso come mai “così mirabilmente” da “color d’amore e di pietà sembianti”, dalla cui vista “era sommosso”. La donna, “quella pietosa / che si turbava de’ nostri martiri”, è in realtà un subdolo martirio, passionato “adversario della Ragione … desiderio malvagio e vana tentatione” contro il quale si leva l’immagine di Beatrice: “Si direbbe – scrive Gorni – che la Donna Pietosa, in questo suo agire così affabile che risulta essere, alla riprova, un modo caricaturale d’imitazione della donna ideale, sia una vera e propria figura di Anticristo, sinistramente perversa nella sua colpevole indulgenza” [9]. A questa vera affermazione l’Olivi consente di togliere il condizionale. Anche qui, come nel poema, non c’è calco o riscrittura, ma metamorfosi di elementi semantici. L’essere pietoso, che nell’esegesi è proprio del martire, è proiettato sulla donna-carnefice. Nella vicenda della Gentile, il conflitto tra le due antagoniste è solo nella mente di Dante [10], come nel martirio interiore descritto dall’Olivi, di quelli che sono scossi “ab ipso cogitationis fundo”.

Se la Donna Gentile o Pietosa è un fantasma interiore, un quasi-Anticristo, una falsa immagine di bene, di realtà che paiono vere, tentano e mettono in dubbio proprio per la loro parvente verità, erroneo ricordo nel color d’amore della nobilissima donna del poeta, bisognerà presupporre un vero che sia tale, che possa essere ristabilito come meta nella quale l’intelletto, da questo vero illuminato, si posi “come fera in lustra” una volta che l’ha raggiunto. Come dopo “lo ymaginar fallace” di “madonna morta”, che l’ha ingannato per “erronea fantasia” e “vana ymaginatione”, il poeta immagina venire “la mirabile Beatrice” preceduta da Giovanna-Primavera, e questo è vero immaginare (un ‘non falso errore’, come quelli delle visioni estatiche recanti esempi di mansuetudine a Purg. XV, 85-117), così dopo il “desiderio malvagio e vana tentatione”, a cui la Gentile ha sospinto i suoi occhi, generando in lui il dubbio e le sue battaglie, il poeta immagina vedere “questa gloriosa Beatrice” che scaccia dal suo cuore “questo adversario della Ragione”.

Francesca è singolarmente vicina alla Gentile. Una parte della sua “gonna” è tessuta con fili provenienti dallo stesso “panno”, per quanto l’ordito esegetico sia nei due casi diverso, in quanto appartenente a due differenti opere del medesimo autore. Elementi lessicali comuni sono pietà  (Inf. V, 93); che pense?  (111); martìri (116); pio (117); lo strinse (128); occhi (130); mente  (Inf. VI, 1); pietà  (2). In Inf. V altri si aggiungono, rispecchiando il medesimo passo dei Moralia di Gregorio Magno ma parzialmente diverso nella stesura, che contiene considerazioni proprie di Olivi: perverso (93); dubbiosi (120); sospinse (130); scrisse (137).

Questa intimità semantica e tematica fra Francesca della Commedia e la Gentile del “libello” induce a spostare più avanti nel tempo la compiuta stesura della Vita Nova? Questa si suole datare attorno al 1294. L’episodio di Francesca, per converso, si colloca nel “poema sacro”, quindi dopo l’esilio (1302); è segnato, come tutti gli altri luoghi della Commedia, da una “topografia spirituale” che rinvia all’esegesi dei sette stati della storia della Chiesa (nel caso, principalmente al secondo, proprio dei martiri) come descritti nella Lectura super Apocalipsim. Questa, terminata a Narbonne poco prima della morte del suo autore (1298), arrivò in Italia ai primi del ’300; Ubertino da Casale l’aveva con sé a La Verna quando scriveva l’Arbor vitae (1305). L’episodio di Francesca, in quanto presuppone la conoscenza da parte di Dante della Lectura oliviana, non può essere anteriore al 1307-1308 [11].

I paragrafi 24-28 [XXXV-XXXIX] della Vita Nova, con la vicenda della Gentile confrontata con la donna-Filosofia del Convivio, sono, come è noto, il fulcro della “questione spinosissima” sulla possibile duplice redazione dell’opera, se cioè, come scrive Gorni, “le modifiche che il libello ha subito sono più estese e radicali di quanto si pensa, proprio per fare entrare, con alquanti pretesti, la nuova donna in un libro che ne celebra un’altra” [12]. È esistita una “Ur-Vita Nova” formata dai primi 27 paragrafi, dove la numerologia mistica (3 [parti principali] x 9 [paragrafi]) appartiene tutta a Beatrice? Per ora è possibile registrare la persistenza di un medesimo “panno” (il passo dei Moralia di Gregorio Magno) nell’elaborazione della Gentile, lo stesso canovaccio che verrà utilizzato per Francesca, però nei due casi tramite due distinti commenti di Olivi, al Cantico dei Cantici e all’Apocalisse, il primo dei quali Dante poté conoscere prima dell’esilio, il secondo solo dopo.

Si può pensare, inoltre, che la semantica che travasa, nei due episodi, dal latino al volgare formi in questo dei signacula mnemonici. Ma mentre Inf. V è inserito in una “topografia spirituale”, cioè in un viaggio per la storia umana, per cui rinvia a uno status della storia della Chiesa, in un contesto in cui sono elaborati molti altri motivi tratti dalla Lectura oliviana, i paragrafi relativi alla Gentile sembrano suggerire un’ars memorandi per gruppi di parole, volta a creare una silloge di temi fra loro collegati. Nel primo caso, per l’estensione e la vastità del fenomeno, e per il costante rinvio a un’unica opera (la Lectura super Apocalipsim), si può ben presupporre l’esistenza di un pubblico accorto. Nel secondo caso, l’arte della memoria sembra, almeno per il momento, concepita solo ad uso dell’autore.

Né Cn 8, 2 pare rispecchiato solo in Vita Nova 24-28 [XXXV-XXXIX]. Si confronti, ad esempio, Vita Nova 6 [XIII] con Inf. V: “la donna, per cui Amore ti stringe così … Noi leggiavamo un giorno per diletto / di Lancialotto come amor lo strinse”. In entrambi i casi Dante aveva presente Giobbe 40, 12, nell’esegesi di Gregorio Magno applicata dall’Olivi in senso escatologico: «“Stringit caudam suam quasi cedrum” praemittens quod per caudam illam Antichristus significetur». Il paragrafo 6 [XIII] del “libello” è tutto contesto di temi che variano quelli che si trovano in Cn 8, 2, simmetrico al passo contenuto nel Notabile X del prologo della Lectura (un po’ più esteso del precedente): il “combattere” e “tentare” dei “molti e diversi pensamenti”; passare “dolorosi puncti” (sarà il “doloroso passo” dei “due cognati”: il ‘passo’ ha sempre un valore di passione, sofferenza, prova); mettersi per via nemica “nelle braccia della Pietà”. L’“amorosa erranza” che ne deriva, per quanto trattata con cortese levità, corrisponde al cadere in errore degli eletti negli ultimi tempi.

L’esegesi di Cn 8, 2 non è neppure estranea, in Donna pietosa, al “tanto smarrimento”, all’errare degli “spirti miei”, a “lo ymaginar fallace” che “mi condusse a veder madonna morta” (Vita Nova 14; cfr. anche il sonetto Morte villana : ibid., 3.8-9), tanto più se lo si confronta con la grande pagina escatologica di Matteo 24, 24-26 nel commento di Olivi, pur nell’indubbia combinazione dantesca di diversi passi scritturali. Se “la materia tragica ed elegiaca assume anche un andamento da commedia, per il gioco incrociato di equivoci e di false agnizioni” [13], essa trasforma con leggiadria un tema sinistro, la predicazione con segni fallaci dell’ipocrita Anticristo. Come pure, nel contrasto tra la morte che scolorisce e la bellezza, si può leggere il motivo “Nigra sum, sed formosa … quia decoloravit me sol” (Cn 1, 4-5), interpretato da Olivi come momento di tribolazione e di tentazione della sposa.

Né si può dire che Cn 8, 2 sia il solo passo del commento oliviano ad essere stato presente all’autore della Vita Nova. La “compassiva memoria sanguinis Christi et electorum suorum” (Cn 7, 5) è desiderio di martirio che reca un colore purpureo (Cn 3, 10 [il trono del re]; 7, 5 [le chiome della sposa]), uno dei colori di Beatrice, la quale, ripresentandosi “con quelle vestimenta sanguigne colle quali apparve prima agli occhi miei”, fa pentire del vile desiderio della Gentile e riaccende i sospiri che rendono gli occhi desiderosi di piangere, per cui “dintorno a.lloro si facea uno colore purpureo, lo quale suole apparire per alcuno martirio che altri riceva” (Vita Nova 28.1-4). Desiderio di martirio che è prima di tutto desiderio di memoria, “che sola fa rivivere per Dante la sua donna” (Vita Nova 27.6: “però che maggiore desiderio era lo mio ancora di ricordarmi della gentilissima donna mia, che di vedere costei”) [14].

L’amore per la Gentile della Vita Nova, che sarebbe apparsa il 21 agosto 1293 (1168 giorni dalla morte di Beatrice, l’8 giugno 1290), non ha nulla di contraddittorio con l’amore per “la bellissima e onestissima figlia dello Imperadore dell’universo, alla quale Pittagora puose nome Filosofia”, celebrata nel Convivio (II, ii, 1) come allegoria di “quella gentile donna [di] cui feci menzione nella fine della Vita Nova” [15]. Per sentire la dolcezza della Filosofia Dante era andato “là dov’ella si dimostrava veracemente, cioè nelle scuole delli religiosi e alle disputazioni delli filosofanti” (Convivio, II, xii, 7; per trenta mesi, quindi a partire dalla metà circa del 1291). Certo, le due donne vengono presentate in modo assai diverso, quella falsa e dubbiosa, questa piena di certezza nelle sue dimostrazioni e libera da dubbi. Il passaggio per il certamen dubitationis è però ineliminabile anche per la Filosofia, come scritto nella canzone Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete (legata alla presenza di Carlo Martello a Firenze nel marzo 1294): “Chi veder vuol la salute, / faccia che li occhi d’esta donna miri, / sed e’ non teme angoscia di sospiri”. Questa “angoscia di sospiri” consiste in “labore di studio e lite di dubitazioni, le quali dal principio delli sguardi di questa donna multiplicatamente surgono, e poi, continuando la sua luce, caggiono quasi come nebulette matutine alla faccia del sole; e rimane libero e pieno di certezza lo familiare intelletto, sì come l’aere dalli raggi meridiani purgato e illustrato” (Convivio, II, xv, 5). Sono appunto “penseri … sì angosciosi” e “molti sospiri” ad accompagnare il pentimento che il cuore del poeta, ricordandosi di Beatrice “secondo l’ordine del tempo passato”, fa “dello desiderio a cui sì vilmente s’avea lasciato possedere alquanti die contra la constanzia della Ragione” (cfr. Vita Nova, 28). Ma il dubbio, e dunque anche la vista del falso che pare vero, resta necessario alla Filosofia venuta a consolare la vedovata vita del poeta.
È da notare che se la fallace immaginazione di Beatrice morta avviene a occhi chiusi (Vita Nova, 14.4), la più sottile tentazione della Gentile avviene per gli occhi, ma è sempre parvenza (“tutta la pietà parea in lei accolta”, ibid., 24.2). Occhi che corrispondono alle dimostrazioni, in questo caso dubitose, della Filosofia, “le quali, dritte nelli occhi dello ’ntelletto, innamorano l’anima liberata nelle [sue] condizioni” (Convivio, II, xv, 4). La pietà passionata del primo incontro con la Gentile diventerà poi più virilmente e in tempo assai breve, sull’esempio virgiliano del pietoso Enea, “una nobile disposizione d’animo, apparecchiata di ricevere amore, misericordia ed altre caritative passioni” (ibid., II, x, 5-6).
Come Francesca e Paolo, “sanza alcun sospetto” nei loro “dubbiosi disiri” (lì dove sarebbe stato necessario dubitare a fondo), sono stati ingannati da una falsa ‘scrittura’, e la loro vista da dannati accora di pietà, così è accaduto a Dante con la Gentile, e non è casuale, come sopra ricordato, che i due episodi sviluppino in parte i medesimi concetti teologici, per quanto attinti da distinte opere. Nel caso dei “due cognati”, la ragione è stata sottomessa al “talento”, cioè alla lussuria; nel caso della Gentile alla ‘viltà’ che deriva da una condizione dubbiosa e ingannatrice, disperativa e inducente in un cader supino, “come corpo morto cade”. Ancor più che a Francesca, la Gentile si avvicina alla “femmina balba”, la cui immagine, colorata nel sogno “com’ amor vuol” e poi rivelatasi fetida per intervento su Virgilio di una donna “santa e presta”, fa ancora andare Dante, dopo il risveglio, “con tanta sospeccion”, vòlto “pur inver’ la terra” (Purg. XIX, 52-57).
Tra la Gentile della Vita Nova e quella del Convivio non c’è più contraddizione di quanta possa esservi tra il visitare il secondo cerchio dell’Inferno, dove stanno i lussuriosi, e l’ascoltare la dottrina d’amore esposta da Virgilio sulla soglia del quarto girone della montagna, secondo la quale non è vero che sia “ciascun amore in sé laudabil cosa” (Purg. XVIII, 34-36). Dante ha taciuto una parte della verità, perché nella Vita Nova la Gentile non viene identificata con la Filosofia (non avendola interpretata allegoricamente, come nel Convivio), ma non ha detto falsità o non si è contraddetto, perché l’agone del dubbio si è svolto tutto dentro di lui, non in re. A guardar bene, l’“adversario della Ragione”, contro il quale si leva Beatrice, è il “gentil pensero che parla di voi”, il quale sta nella mente del poeta che vede la Gentile in modo troppo passionato [16]. Il dubbio “nasce … a guisa di rampollo, a piè del vero” (Par. IV, 130-132), ma come può spingere “di collo in collo” verso quel vero, così può deprimere nella battaglia e indurre in errore.

A questo punto bisogna esaminare ancora il commento di Olivi al Cantico dei Cantici e vedere se e quanto esso sia stato presente, forse insieme ad altre opere esegetiche dello stesso autore, nella stesura della Vita Nova. Ci si potrà, poi, interrogare se la frequentazione per circa trenta mesi “nelle scuole delli religiosi e alle disputazioni delli filosofanti” fino all’apparizione della Donna Gentile-Filosofia non sia stata accompagnata da una solida preparazione teologica nel campo dell’esegesi, e se questa non sia stata addirittura precedente la morte di Beatrice, negli anni in cui Olivi insegnava a Santa Croce.

Tab. I.1

Vita Nova, ed. G. Gorni, Torino, 1996 [viene indicata anche la paragrafazione del Barbi]

Vita Nova 24 [XXXV]

Poi per alquanto tempo, con ciò fosse cosa che io fosse in parte nella quale mi ricordava del passato tempo, molto stava pensoso; e con dolorosi pensamenti tanto, che mi faceano parere di fuori una vista di terribile sbigottimento. [2] Onde io, accorgendomi del mio travagliare, levai gli occhi per vedere se altri mi vedesse. Allora vidi una gentil donna giovane e bella molto, la quale da una finestra mi riguardava pietosamente quanto alla vista, che tutta la pietà parea in lei accolta. [3] Onde con ciò sia cosa che quando li miseri veggiono di loro compassione altrui più tosto si muovono a lagrimare, quasi come di sé stessi avendo pietade, io senti’ allora cominciare li miei occhi a volere piangere; e però, temendo di non mostrare la mia vile vita, mi parti’ d’inanzi dagli occhi di questa gentile. E dicea poi fra me medesimo: «E’ non può essere che con quella pietosa donna non sia nobilissimo amore». [4] E però propuosi di dire uno sonetto nel quale io parlassi a.llei, e conchiudesse in esso tutto ciò che narrato è in questa ragione. E però che per questa ragione è assai manifesto, no.llo dividerò. E comincia Videro gli occhi miei.

[5-8]

Videro gli occhi miei quanta pietate
era apparita en la vostra figura,
quando guardaste gli acti e la statura
ch’io faccio per dolor molte fïate.
Allor m’accorsi che voi pensavate
la qualità della mia vita obscura,
sì che mi giunse nello cor paura
di dimostrar con gli occhi mia viltate.
E tolsimi d’inanzi a voi, sentendo
che si movean le lagrime dal core,
ch’era sommosso dalla vostra vista.
Io dicea poscia nell’anima trista:
«Ben è con quella donna quello Amore
lo qual mi face andar così piangendo».

PETRI IOHANNIS OLIVI Expositio in Canticum Canticorum [ = Cn], ed. J. Schlageter, Ad Claras Aquas Grottaferrata 1999 (Collectio Oliviana, II) [le citazioni scritturali, anziché in corsivo, sono state poste fra “ ”]

Cn 8, 2, pp. 302, 304

[326] “Ibi me docebis” doctrina scilicet altiori et experimentaliori, “et dabo tibi poculum ex vino condito” scilicet aromaticis speciebus, “et mustum malogranatorum meorum” (2cd). Nota quod usquemodo non fecit mentionem de “vino condito” nec de “musto malogranatorum”, sed solum de vino simplici et de arboribus ac fructibus et germinibus malorum punicorum. Dulcor enim contemplationis et expressum “mustum” difficillimorum et acerbissimorum martyriorum circa tempus conversionis Iudaeorum et circa tempus Antichristi debent Christo ab ecclesia singularius ministrari. Tunc enim teste Christo “erit tanta tribulatio, ut si fieri potest, in errorem inducantur electi” (cfr. Mt 24, 21-24). Et Gregorius Moralium trigesimo secundo super illud Iob: “Stringit caudam suam quasi cedrum” (Iob 40, 12) praemittens quod per caudam illam Antichristus significetur, subdit causam, quare tribulatio electorum sub eo erit maior quam praecedens dicens: «Nunc enim fideles nostri mira faciunt, cum perversa patiuntur, tunc autem Behemoth huius satellites etiam cum perversa inferunt, mira facturi sunt. Pensemus ergo quae erit humanae mentis illa tentatio: pius martyr et corpus tormentis subiicit et tamen ante eius oculos miracula tortor facit. Cuius tunc virtus non ab ipso cogitationum fundo quatiatur, quando is qui flagris cruciat, signis coruscat?» Haec Gregorius*. Item Moralium trigesimo quinto super illud Iob ultimo: “Addidit Dominus omnia quaecumque fuerant Iob, duplicia” (Iob 42, 10) dicit: «Sancta quippe ecclesia etsi multos nunc percussione tentationis amittit, in fine tamen huius saeculi ea quae sua sunt, duplicia recipiet, quando susceptis ad plenum gentibus ad eius fidem currere omnis quae tunc inventa fuerit, etiam Iudaea consentit. Hinc namque in evangelio veritas dicit: “Elias veniet et ille restituet omnia”» (Mt 17, 11)**.

* Gregorius Magnus, Moralium lib. 32, cap. 15, n. 24 (PL 76, 650; CChr. SL 143B, 1648).
** Ibid., lib. 35, cap. 14, n. 24 (PL 76, 762; CChr. SL 143B, 1789).

Convivio, II, x, 5-6 (ed. F. Brambilla Ageno, Firenze 1995): Poi, com’è detto, comanda quello che far dee quest’anima ripresa per venire lei a sé, e lei dice: Mira quant’ell’è pïetosa e umile : ché sono proprio rimedio alla temenza, della qual parea l’anima passionata, due cose, [e] sono queste che, massimamente congiunte, fanno della persona bene sperare, e massimamente la pietade, la quale fa risplendere ogni altra bontade col lume suo. Per che Virgilio, d’Enea parlando, in sua maggiore loda pietoso lo chiama. E non è pietade quella che crede la volgare gente, cioè dolersi dell’altrui male, anzi è questo uno suo speziale effetto, che si chiama misericordia e[d è] passione; ma pietade non è passione, anzi è una nobile disposizione d’animo, apparecchiata di ricevere amore, misericordia ed altre caritative passioni.

 

Tab. I.2

Vita Nova 25 [XXXVI]

Avenne poi che là ovunque questa donna mi vedea, si facea d’una vista pietosa e d’un colore palido quasi come d’amore; onde molte fiate mi ricordava della mia nobilissima donna, che di simile colore si mostrava tuttavia. [2] E certo molte volte non potendo lagrimare né disfogare la mia tristitia, io andava per vedere questa pietosa donna, la quale parea che tirasse le lagrime fuori delli miei occhi per la sua vista. [3] E però mi venne volontà di dire anche parole parlando a.llei, e dissi questo sonetto, lo quale comincia Colore d’amore ; ed è piano sanza dividerlo, per la sua precedente ragione.

[4-5]

Color d’amore e di pietà sembianti
non preser mai così mirabilmente
viso di donna, per veder sovente
occhi gentili o dolorosi pianti,
come lo vostro, qualora davanti
vedetevi la mia labbia dolente;
sì che per voi mi ven cosa alla mente,
ch’io temo forte non lo cor si schianti.
Io non posso tener gli occhi  distructi
che non riguardin voi spesse fïate,
per disiderio di pianger ch’elli ànno.
E voi cresceste sì lor volontate,
che della voglia si consumâr tutti,
ma lagrimar dinanzi a voi  non sanno.

Vita Nova 26 [XXXVII]

Io venni a tanto per la vista di questa donna, che li miei occhi  si cominciaro a dilectare troppo di vederla, onde molte volte me ne crucciava nel mio cuore ed aveamene per vile assai. [2] Onde più volte bestemmiava la vanitade degli occhi miei, e dicea loro nel mio pensero : «Or voi solavate fare piangere chi vedea la vostra dolorosa conditione, e ora pare che vogliate dimenticarlo per questa donna che vi mira : che non mira voi, se non in quanto le pesa della gloriosa donna di cui piangere solete. Ma quanto potete, fate: ché io la vi pur rimembrerò molto spesso, maladecti occhi, che mai, se non dopo la morte, non dovrebbero le vostre lagrime avere restate!». [3] E quando così avea detto fra me medesimo alli miei occhi, e li sospiri m’assalivano grandissimi e angosciosi. E acciò che questa battaglia che io avea meco non rimanesse saputa pur dal misero che la sentia, propuosi di fare uno sonetto e di comprendere in esso questa orribile conditione; e dissi questo sonetto, lo quale comincia L’amaro lagrimare ed à due parti. [4] Nella prima parlo agli occhi miei sì come parlava lo mio cuore in me medesimo; nella seconda rimuovo alcuna dubitatione, manifestando chi è che così parla: e comincia questa parte quivi Così dice. [5] Potrebbe bene ancora ricevere più divisioni, ma sariano indarno, però ch’è manifesto per la precedente ragione.

Cn 8, 2, pp. 302, 304

[326] “Ibi me docebis” doctrina scilicet altiori et experimentaliori, “et dabo tibi poculum ex vino condito” scilicet aromaticis speciebus, “et mustum malogranatorum meorum” (2cd). Nota quod usquemodo non fecit mentionem de “vino condito” nec de “musto malogranatorum”, sed solum de vino simplici et de arboribus ac fructibus et germinibus malorum punicorum. Dulcor enim contemplationis et expressum “mustum” difficillimorum et acerbissimorum martyriorum circa tempus conversionis Iudaeorum et circa tempus Antichristi debent Christo ab ecclesia singularius ministrari. Tunc enim teste Christo “erit tanta tribulatio, ut si fieri potest, in errorem inducantur electi” (cfr. Mt 24, 21-24). Et Gregorius Moralium trigesimo secundo super illud Iob: “Stringit caudam suam quasi cedrum” (Iob 40, 12) praemittens quod per caudam illam Antichristus significetur, subdit causam, quare tribulatio electorum sub eo erit maior quam praecedens dicens: «Nunc enim fideles nostri mira faciunt, cum perversa patiuntur, tunc autem Behemoth huius satellites etiam cum perversa inferunt, mira facturi sunt. Pensemus ergo quae erit humanae mentis illa tentatio: pius martyr et corpus tormentis subiicit et tamen ante eius oculos miracula tortor facit. Cuius tunc virtus non ab ipso cogitationum fundo quatiatur, quando is qui flagris cruciat, signis coruscat?» Haec Gregorius. Item Moralium trigesimo quinto super illud Iob ultimo: “Addidit Dominus omnia quaecumque fuerant Iob, duplicia” (Iob 42, 10) dicit: «Sancta quippe ecclesia etsi multos nunc percussione tentationis amittit, in fine tamen huius saeculi ea quae sua sunt, duplicia recipiet, quando susceptis ad plenum gentibus ad eius fidem currere omnis quae tunc inventa fuerit, etiam Iudaea consentit. Hinc namque in evangelio veritas dicit: “Elias veniet et ille restituet omnia”» (Mt 17, 11).

Vita Nova 26 [XXXVII]

[6-8]

«L’amaro lagrimar che voi faceste,
oi occhi miei, così lunga stagione,
faceva lagrimar l’altre persone
della pietate, come voi vedeste.
Ora mi par che voi l’oblïereste,
s’i’ fosse dal mio lato sì fellone
ch’i’ non ven disturbasse ogne cagione,
membrandovi colei cui voi piangeste.
La vostra vanità mi fa pensare
e spaventami sì, ch’io temo forte
del viso d’una donna che vi mira.
Voi non dovreste mai, se non per morte,
la vostra donna ch’è morta oblïare».
Così dice ’l meo core, e poi sospira.

 

Tab. I.3

Vita Nova 27 [XXXVIII]

Ricoverai la vista di questa donna in sì nuova conditione, che molte volte ne pensava sì come di persona che troppo mi piacesse, e pensava di lei così: «Questa è una donna gentile, bella, giovane e savia, ed è apparita forse per volontà d’Amore acciò che la mia vita si riposi». E molte volte pensava più amorosamente, tanto che lo cuore consentia in lui, cioè nel suo ragionare. [2] E quando io avea consentito ciò, e io mi ripensava sì come dalla Ragione mosso e dicea fra me medesimo: «Deh, che pensero è questo, che in così vile modo vuole consolar me, e non mi lascia quasi altro pensare?». [3] Poi si rilevava un altro pensero e diceami: «Or tu se’ stato in tanta tribulatione ; perché non vuoli tu ritrarre te da tanta amaritudine? Tu vedi che questo è uno spiramento d’Amore, che ne reca li disiri d’amore dinanzi , ed è mosso da così gentil parte com’è quella degli occhi della donna che tanto pietosa ci s’àe mostrata». [4] Onde io, avendo così più volte combattuto in me medesimo, ancora ne volli dire alquante parole. E però che la battaglia de’ pensieri vinceano coloro che per lei parlavano, mi parve che si convenisse di parlare a.llei, e dissi questo sonetto, lo quale comincia Gentile pensero ; e dico «Gentile» in quanto ragionava di gentil donna, ché peraltro era vilissimo. [5] In questo sonetto fo due parti di me, secondo che li miei pensieri erano divisi. L’una parte chiamo core, cioè l’appetito; l’altra chiamo anima, cioè la Ragione; e dico come l’uno dice coll’altro. E che degno sia di chiamare l’appetito cuore, e la Ragione anima, assai è manifesto a coloro a cui mi piace che ciò sia aperto. [6] Vero è che nel precedente sonetto io fo la parte del cuore contra quella degli occhi, e ciò pare contrario di quello che io dico nel presente; e però dico che ivi lo cuore anche intendo per lo appetito, però che maggiore desiderio era lo mio ancora di ricordarmi della gentilissima donna mia, che di vedere costei, avegna che alcuno appetito n’avessi già, ma leggiero parea: onde appare che l’uno decto non è contrario all’altro. [7] Questo sonetto à tre parti. Nella prima comincio a dire a questa donna come lo mio desiderio si volge tutto verso lei; nella seconda dico come l’anima, cioè la Ragione, dice al cuore, cioè all’appetito; nella terza dico com’e’ le risponde. La seconda parte comincia quivi L’anima dice; la terza quivi Ei le risponde.

[8-10]

Gentil pensero che parla di voi
sen vene a dimorar meco sovente,
e ragiona d’amor sì dolcemente,
che face consentir lo cor in lui.
L’anima dice al cor: «Chi è costui,
che vene a consolar la nostra mente,
ed è la sua virtù tanto possente,
ch’altro penser non lascia star con noi?»
Ei le risponde: «Oi anima pensosa,
questi è uno spiritel novo d’Amore,
che reca innanzi me li suoi disiri;
e la sua vita, e tutto ’l suo valore,
mosse degli occhi di quella pietosa
che si turbava de’ nostri martiri ».

Cn 8, 2, pp. 302, 304

[326] “Ibi me docebis” doctrina scilicet altiori et experimentaliori, “et dabo tibi poculum ex vino condito” scilicet aromaticis speciebus, “et mustum malogranatorum meorum” (2cd). Nota quod usquemodo non fecit mentionem de “vino condito” nec de “musto malogranatorum”, sed solum de vino simplici et de arboribus ac fructibus et germinibus malorum punicorum. Dulcor enim contemplationis et expressum “mustum” difficillimorum et acerbissimorum martyriorum circa tempus conversionis Iudaeorum et circa tempus Antichristi debent Christo ab ecclesia singularius ministrari. Tunc enim teste Christo “erit tanta tribulatio, ut si fieri potest, in errorem inducantur electi” (cfr. Mt 24, 21-24). Et Gregorius Moralium trigesimo secundo super illud Iob: “Stringit caudam suam quasi cedrum” (Iob 40, 12) praemittens quod per caudam illam Antichristus significetur, subdit causam, quare tribulatio electorum sub eo erit maior quam praecedens dicens: «Nunc enim fideles nostri mira faciunt, cum perversa patiuntur, tunc autem Behemoth huius satellites etiam cum perversa inferunt, mira facturi sunt. Pensemus ergo quae erit humanae mentis illa tentatio : pius martyr et corpus tormentis subiicit et tamen ante eius oculos miracula tortor facit. Cuius tunc virtus non ab ipso cogitationum fundo quatiatur, quando is qui flagris cruciat, signis coruscat?» Haec Gregorius. Item Moralium trigesimo quinto super illud Iob ultimo: “Addidit Dominus omnia quaecumque fuerant Iob, duplicia” (Iob 42, 10) dicit: «Sancta quippe ecclesia etsi multos nunc percussione tentationis amittit, in fine tamen huius saeculi ea quae sua sunt, duplicia recipiet, quando susceptis ad plenum gentibus ad eius fidem currere omnis quae tunc inventa fuerit, etiam Iudaea consentit. Hinc namque in evangelio veritas dicit: “Elias veniet et ille restituet omnia”» (Mt 17, 11).

Vita Nova 28 [XXXIX]

Contra questo adversario della Ragione si levòe un die, quasi nell’ora della nona, una forte ymaginatione in me, che mi parve vedere questa gloriosa Beatrice con quelle vestimenta sanguigne colle quali apparve prima agli occhi miei, e pareami giovane in simile etade in quale prima la vidi. [2] Allora cominciai a pensare di lei, e ricordandomi di lei secondo l’ordine del tempo passato, lo mio cuore cominciò dolorosamente a pentere dello desiderio a cui sì vilmente s’avea lasciato possedere alquanti die contra la constanzia della Ragione: e discacciato questo cotale malvagio desiderio, si rivolsero tutti li miei pensamenti alla loro gentilissima Beatrice. […] [6] Onde io, volendo che cotale desiderio malvagio e vana tentatione paresse distructo sì che alcuno dubbio non potessero inducere le rimate parole che io avea dette dinanzi, propuosi di fare uno sonetto nel quale io comprendessi la sententia di questa ragione, e dissi allora Lasso, per forza di molti sospiri. E dissi «Lasso» in quanto mi vergognava di ciò che li miei occhi aveano così vaneggiato. [7] Questo sonetto non divido, però che assai lo manifesta la sua ragione.

[8-10]

Lasso, per forza di molti sospiri,
che nascon de’ pensier ’  che son nel core,
gli occhi son vinti, e non ànno valore
di riguardar persona che li miri ;
e facti son che paion due disiri
di lagrimare e di mostrar dolore,
e spesse volte piangon sì, ch’Amore
li ’ncerchia di corona di martiri.
Questi penseri, e li sospir’ ch’io gitto,
diventano nel cor sì angosciosi,
ch’Amor vi tramortisce, sì lien dole;
però ch’elli ànno in lor, li dolorosi,
quel dolce nome di madonna scripto,
e della morte sua molte parole.

 

Tab. I.4

Inf. IV, 16-22

E io, che del color mi fui accorto,
dissi: “Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?”.
Ed elli a me: “L’angoscia de le genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema senti.
Andiam, ché la via lunga ne sospigne”.

Purg. III, 70-72

quando si strinser tutti ai duri massi
de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti
com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi.

Purg. X, 115-117

Ed elli a me: “La grave condizione
di lor tormento a terra li rannicchia,
sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione.”

Purg. XII, 64-66

Qual di pennel fu maestro o di stile
che ritraesse l’ombre e ’  tratti ch’ivi
mirar farieno uno ingegno sottile?

Par. IV, 130-132

Nasce per quello, a guisa di rampollo,
a piè del vero il dubbio; ed è natura
ch’al sommo pinge noi di collo in collo.

Par. XIX, 31-33, 82-84; XX, 79-84, 100-102

Sapete come attento io m’apparecchio
ad ascoltar; sapete qual è quello
dubbio che m’è digiun cotanto vecchio.

Certo a colui che meco s’assottiglia,
se la Scrittura sovra voi non fosse,
da dubitar sarebbe a maraviglia.

E avvegna ch’io fossi al dubbiar  mio
lì quasi vetro a lo color ch’el veste,
tempo aspettar tacendo non patio,
ma de la bocca, “Che cose son queste?”,
mi pinse con la forza del suo peso:
per ch’io di coruscar vidi gran feste.

La prima vita del ciglio e la quinta
ti fa maravigliar, perché ne vedi
la regïon de li angeli dipinta.

Par. XXXII, 49-51

Or dubbi tu e dubitando sili;
ma io discioglierò ’l forte legame
in che ti stringon li pensier sottili.

[Lectura super Apocalipsim (= LSA), prologus, Notabile X] Sextus (status) vero concurrit cum secundo non in eodem tempore sed in celebri multitudine martiriorum, prout in apertione quinti signaculi aperte docetur (cfr. Ap 6, 9), quamvis in modo martirii quoad aliqua differant. Nam martiria a paganis et idolatris facta nullum certamen dubitationis inferebant martiribus, aut probabilis rationis, propter nimiam evidentiam paganici erroris. Non sic autem fuit de martiriis per hereticos, unum Deum et unum Christum confitentes, inflictis. In sexto autem tempore non solum propulsabuntur martires per tormenta corporum, aut per subtilitatem rationum philosophicarum, aut per intorta testimonia scripturarum sanctarum, aut per simulationem sanctitatis ypocritarum, immo etiam per miracula a tortoribus facta. Nam, teste Christo, “dabunt signa et prodigia magna” (Mt 24, 24). Unde Gregorius, XXXII° Moralium super illud Iob: “stringit caudam suam quasi cedrum” (Jb 40, 12), dicit: « Nunc fideles nostri mira faciunt, cum perversa patiuntur ; tunc autem Behemot huius satellites, etiam cum perversa inferunt, mira facturi sunt. Pensemus ergo que erit humane mentis illa temptatio, quando pius martir corpus tormentis subicit, et tamen ante eius oculos miracula tortor facit ». Propulsabit etiam eos per falsam imaginem divine et pontificalis auctoritatis. Sic enim tunc surgent pseudochristi et pseudochristus contra electos, sicut Annas et Caiphas pontifices insurrexerunt in Christum. Erunt ergo tunc tormenta intensive maiora, tempore autem paganorum fuerunt extensive pluriora: nam plusquam per ducentos annos duraverunt.

Inf. V, 91-93, 109-120, 124-132, 137; VI, 1-2

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi ch’hai pietà del nostro mal perverso.

Quand’ io intesi quell’ anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: “Che pense?”.
Quando rispuosi, cominciai: “Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!”.
Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: “Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi  disiri?”.

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor  lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Galeotto fu  ’l libro e chi lo scrisse

Al tornar de la mente, che si chiuse
dinanzi a la pietà d’i due cognati

Inf. XX, 7-30

e vidi gente per lo vallon tondo
venir, tacendo e lagrimando, al passo
che fanno le letane in questo mondo.
Come ’l viso mi scese in lor più basso,
mirabilmente apparve esser travolto
ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso,
ché da le reni era tornato ’l volto,
e in dietro venir li convenia,
perché ’l veder dinanzi era lor tolto.
Forse per forza già di parlasia
si travolse così alcun del tutto;
ma io nol vidi, né credo che sia.
Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
di tua lezione, or pensa per te stesso
com’ io potea tener lo viso asciutto,
quando la nostra imagine di presso
vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi
le natiche bagnava per lo fesso.
Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi
del duro scoglio, sì che la mia scorta
mi disse: “Ancor se’ tu de li altri sciocchi?
Qui vive la pietà quand’ è ben morta;
chi è più scellerato che colui
che al giudicio divin passion comporta?”

[Il testo della Commedia citato è in Dante Alighieri, La Commedia secondo l’antica vulgata, a cura di G. Petrocchi, Firenze 1994.]

Vita Nova 6 [XIII]. 1-7

Apresso di questa soprascripta visione, avendo già dette le parole che Amore m’avea imposte a dire, mi cominciaro molti e diversi pensamenti a combattere e a tentare, ciascuno quasi indefensibilemente; tra li quali pensamenti, quatro mi parea che ingombrassero più lo riposo della vita. [2] L’uno delli quali era questo: buona è la signoria d’Amore, però che trae lo ’ntendimento del suo fedele da tutte le vili cose. [3] L’altro era questo: non buona è la signoria d’Amore, però che quanto lo suo fedele più fede li porta, tanto più gravi e dolorosi puncti li conviene passare. [4] L’altro era questo: lo nome d’Amore è sì dolce a udire, che impossibile mi pare che la sua propria operatione sia nelle più cose altro che dolce, con ciò sia cosa che li nomi seguitino le nominate cose, sì come è scripto: «Nomina sunt consequentia rerum». [5] Lo quarto era questo: la donna, per cui Amore ti stringe così, non è come l’altre donne, che leggieramente si muova del suo core. [6] E ciascuno mi combattea tanto, che mi facea stare quasi come colui che non sa per qual via pigli lo suo camino, e che vuole andare e non sa onde sen vada; e se io pensava di volere cercare una comune via di costoro, cioè là ove tutti s’accordassero, questa via era molto inimica verso me, cioè di chiamare e di mettermi nelle braccia della Pietà. [7] E in questo stato dimorando mi giunse volontà di scrivere parole rimate; e dissine allora questo sonetto, lo quale comincia Tutti li miei.

Cn 8, 2, pp. 302, 304

[326] […] Et Gregorius Moralium trigesimo secundo super illud Iob: “Stringit caudam suam quasi cedrum” (Iob 40, 12) praemittens quod per caudam illam Antichristus significetur, subdit causam, quare tribulatio electorum sub eo erit maior quam praecedens dicens: «Nunc enim fideles nostri mira faciunt, cum perversa patiuntur, tunc autem Behemoth huius satellites etiam cum perversa inferunt, mira facturi sunt. Pensemus ergo quae erit humanae mentis illa tentatio : pius martyr et corpus tormentis subiicit et tamen ante eius oculos miracula tortor facit. Cuius tunc virtus non ab ipso cogitationum fundo quatiatur, quando is qui flagris cruciat, signis coruscat?» Haec Gregorius. Item Moralium trigesimo quinto super illud Iob ultimo: “Addidit Dominus omnia quaecumque fuerant Iob, duplicia” (Iob 42, 10) dicit: «Sancta quippe ecclesia etsi multos nunc percussione tentationis amittit, in fine tamen huius saeculi ea quae sua sunt, duplicia recipiet, quando susceptis ad plenum gentibus ad eius fidem currere omnis quae tunc inventa fuerit, etiam Iudaea consentit. Hinc namque in evangelio veritas dicit: “Elias veniet et ille restituet omnia”» (Mt 17, 11).

 

Tab. I.5

Vita Nova 6 [XIII]

Apresso di questa soprascripta visione, avendo già dette le parole che Amore m’avea imposte a dire, mi cominciaro molti e diversi pensamenti a combattere e a tentare, ciascuno quasi indefen-sibilemente; tra li quali pensamenti, quatro mi parea che ingombrassero più lo riposo della vita. [2] L’uno delli quali era questo: buona è la signoria d’Amore, però che trae lo ’ntendimento del suo fedele da tutte le vili cose. [3] L’altro era questo: non buona è la signoria d’Amore, però che quanto lo suo fedele più fede li porta, tanto più gravi e dolorosi puncti li conviene passare. [4] L’altro era questo: lo nome d’Amore è sì dolce a udire, che impossibile mi pare che la sua propria operatione sia nelle più cose altro che dolce, con ciò sia cosa che li nomi seguitino le nominate cose, sì come è scripto: «Nomina sunt consequentia rerum». [5] Lo quarto era questo: la donna, per cui Amore ti stringe così, non è come l’altre donne, che leggieramente si muova del suo core. [6] E ciascuno mi combattea tanto, che mi facea stare quasi come colui che non sa per qual via pigli lo suo camino, e che vuole andare e non sa onde sen vada; e se io pensava di volere cercare una comune via di costoro, cioè là ove tutti s’accordassero, questa via era molto inimica verso me, cioè di chiamare e di mettermi nelle braccia della Pietà. [7] E in questo stato dimorando mi giunse volontà di scrivere parole rimate; e dissine allora questo sonetto, lo quale comincia Tutti li miei.

[8-9]

Tutti li miei pensier’ parlan d’Amore,
e ànno in lor sì gran varïetate,
ch’altro mi fa voler sua podestate,
altro folle ragiona il suo valore,
altro sperando m’aporta dolzore,
altro pianger mi fa spesse fïate,
e sol s’accordano in cherer pietate,
tremando di paura che è nel core.
Ond’io non so da qual matera prenda;
e vorrei dire, e non so ch’io mi dica,
così mi trovo in amorosa erranza.
E se con tutti voi’ fare accordanza,
convenemi chiamar la mia nemica,
madonna la Pietà, che mi difenda.

[10] Questo sonetto in quatro parti si può dividere. Nella prima dico e soppongo che tutti li miei pensieri sono d’Amore; nella seconda dico che sono diversi, e narro la loro diversitade; nella terza dico in che tutti pare che s’accordino; nella quarta dico che, volendo dire d’Amore, non so da qual parte pigli matera, e se la voglio pigliare da tutti, conviene che io chiami la mia inimica, madonna la Pietà; e dico «madonna» quasi per disdegnoso modo di parlare. La seconda parte comincia quivi e ànno in loro; la terza quivi e sol s’accordano; la quarta quivi Ond’io non so.

 

 

Cn 8, 2, pp. 302, 304

[326] “Ibi me docebis” doctrina scilicet altiori et experimentaliori, “et dabo tibi poculum ex vino condito” scilicet aromaticis speciebus, “et mustum malogranatorum meorum” (2cd). Nota quod usquemodo non fecit mentionem de “vino condito” nec de “musto malogranatorum”, sed solum de vino simplici et de arboribus ac fructibus et germinibus malorum punicorum. Dulcor enim contemplationis et expressum “mustum” difficillimorum et acerbissimorum martyriorum circa tempus conversionis Iudaeorum et circa tempus Antichristi debent Christo ab ecclesia singularius ministrari. Tunc enim teste Christo “erit tanta tribulatio, ut si fieri potest, in errorem inducantur electi” (cfr. Mt 24, 21-24). Et Gregorius Moralium trigesimo secundo super illud Iob: “Stringit caudam suam quasi cedrum” (Iob 40, 12) praemittens quod per caudam illam Antichristus significetur, subdit causam, quare tribulatio electorum sub eo erit maior quam praecedens dicens: «Nunc enim fideles nostri mira faciunt, cum perversa patiuntur, tunc autem Behemoth huius satellites etiam cum perversa inferunt, mira facturi sunt. Pensemus ergo quae erit humanae mentis illa tentatio : pius martyr et corpus tormentis subiicit et tamen ante eius oculos miracula tortor facit. Cuius tunc virtus non ab ipso cogitationum fundo quatiatur, quando is qui flagris cruciat, signis coruscat?» Haec Gregorius. Item Moralium trigesimo quinto super illud Iob ultimo: “Addidit Dominus omnia quaecumque fuerant Iob, duplicia” (Iob 42, 10) dicit: «Sancta quippe ecclesia etsi multos nunc percussione tentationis amittit, in fine tamen huius saeculi ea quae sua sunt, duplicia recipiet, quando susceptis ad plenum gentibus ad eius fidem currere omnis quae tunc inventa fuerit, etiam Iudaea consentit. Hinc namque in evangelio veritas dicit: “Elias veniet et ille restituet omnia”» (Mt 17, 11).

Cn 1, 4, p. 128

[44] “Nigra” etiam “sum” “sicut pelles Salomonis” (cfr. 4b). Quod in templo Salomonis pelles fuerint nigrae, non legimus, sed in tabernaculo a Moyse facto fuerunt saga cilicina de pilis caprarum, et illa erant nigra. Fuerunt etiam ibi pelles arietum rubricatae (Ex 26, 7-14). Et forte has vocat “pelles Salomonis”; tum quia sub ipso finaliter fuerunt; tum ut duplici mysterio denigrationis sponsae deserviat. Fuit enim cultus tabernaculi Dei in transitu deserti et tandem in terra promissionis et in Ierusalem. Et tunc sub Salomone fuit in maiori pace et gloria. Et secundum hoc sponsa Dei est in duplici statu, scilicet in laborioso transitu ad contemplationis apicem et quietem et in ipso apice seu in ipso termino quietante. In primo sponsa bellis tentationum et laboriosis macerationibus et exercitiis et suspiriosis desideriis exterius mortificatur. In secundo vero vitae carnali funditus moritur, et ideo tunc velut mortua huic mundo videtur. Vult ergo dicere sponsa: etsi exterius me videtis despectam et mortuam, attendite tamen meam intelligibilem seu virtualem formam et venustatem.

Cn 1, 5c-d, p. 132

[52] Vel forte hic vult ostendere quod eis noluit consentire in custodia vinearum suarum, quam ut bene exaggerative loquatur, dicit in singulari “vineam” et appropriative “meam”, ut ostendat quod nec universitas et unitas status prioris potuit ad hoc trahere nec ipsius paternitas et maternitas, qua intra eam et ex ea fuerat progenita et propter quam prius habuerat eam ut ‘suam’. Quia vero ista tentatio gravis est, ideo petit a sponso refugium directivum subdens: […].

 

Tab. I.6

Cn, 8, 2

martyria ; tanta tribulatio ; in errorem inducantur ; stringit ; patiuntur ; mira ; pensemus ; mentis illa temptatio ; pius martyr ; ante eius oculos ; miracula ; ab ipso cogitationum fundo quatiatur ; percussione tentationis

Vita Nova 24

molto stava pensoso ; e con dolorosi pensamenti tanto  [§ 1]

travagliare  [2]

pietosamente  [2]; pietà [2]; pietade  [3]; pietosa  [3]

d’inanzi dagli occhi  [3]
———————————————————————

pietade  [5]

pensavate  [6]

d’inanzi a voi ; sommosso  [7]

Vita Nova 25

pietosa  [1, 2]

occhi  [2]
——————————————————————

pietà  [4]

mirabilmente  [4]

davanti  [4]

mente  [4]

occhi  [5]

dinanzi a voi  [5]

Vita Nova 26

occhi  [1]

pensero  [2]
———————————————————————

pietate  [6]

mi fa pensare  [8]

Vita Nova 27

ne pensava  [1]

tanta tribulatione  [3]

dinanzi  [3]

pietosa  [3]

battaglia de’ pensieri  [4]
——————————————————————

pensosa  [10]

innanzi me  [10]

quella pietosa  [10]

martiri  [10]

Vita Nova 28

pensare  [2]

tentatione  [6]
———————————————————————

pensier’ ; penseri  [8, 10]

occhi  [8]

miri  [8]

martiri  [9]

Vita Nova 6

pensamenti  [1]

tentare  [1]

passare  [3]

ti stringe  [5]

Pietà  [6]
——————————————————————

in amorosa erranza [9]

LSA, prologus, notabile X (in blu sono indicati i nuovi elementi rispetto a Cn 8, 2 o alla Vita Nova)

martiria ; certamen dubitationis ; propulsabuntur , propulsabit ; subtilitatem ; intorta ; tortor ; scripturarum ; stringit ; perversa ; patiuntur ; mira facturi sunt ; pensemus ; mentis illa temptatio ; pius martir ; tormentis ; ante eius oculos ; miracula … facit ; imaginem

(Inf. V)

pietà  (v. 93); perverso  (93); che pense?  (111); martìri (116); pio (117); dubbiosi (120); lo strinse (128); occhi ; sospinse  (130); scrisse  (137)

(Inf. VI)

mente  (1); pietà  (2)

(Par. XIX)

dubbio (33); s’assottiglia  (82); Scrittura (83); dubitar ; a maraviglia  (84)

(Par. XX)

dubbiar (79); patio (81); mi pinse (83); ti fa maravigliar  (101)

(Par. XXXII)

dubbi tu ; dubitando (49); ti stringon pensier sottili (51)

(Inf. IV)

dubbiare  (18); quella pietà  (21); sospigne  (22)

(Inf. XX)

pensa (20); imagine (22); torta (23); pietà (28); passion (30)

(Purg. III)

si strinser  (70); stretti  (71); dubbiando  (72)

(Purg. X)

tormento  (116); occhi tencione  (117)

(Purg. XII)

mirar farieno ; sottile  (66)

(Par. IV)

dubbio  (131); pinge  (132)

 

 

Tab. I.7

Vita Nova 1.4, 15 [II 3, III 4]

[4] Apparve vestita di nobilissimo colore umile e onesto sanguigno, cinta e ornata alla guisa che alla sua giovanissima etade si convenia. […]
[15] Nelle sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi parea in uno drappo sanguigno leggieramente; la quale io riguardando molto intentivamente, conobbi ch’era la donna della salute, la quale m’avea lo giorno dinanzi degnato di salutare.

Vita Nova 28 [XXXIX]

Contra questo adversario della Ragione si levòe un die, quasi nell’ora della nona, una forte ymaginatione in me, che mi parve vedere questa gloriosa Beatrice con quelle vestimenta sanguigne colle quali apparve prima agli occhi miei, e pareami giovane in simile etade in quale prima la vidi. [2] Allora cominciai a pensare di lei, e ricordandomi di lei secondo l’ordine del tempo passato, lo mio cuore cominciò dolorosamente a pentere dello desiderio a cui sì vilmente s’avea lasciato possedere alquanti die contra la constanzia della Ragione: e discacciato questo cotale malvagio desiderio, si rivolsero tutti li miei pensamenti alla loro gentilissima Beatrice. [3] E dico che d’allora innanzi cominciai a pensare di lei sì con tutto lo vergognoso cuore, che li sospiri manifestavano ciò molte volte, però che quasi tutti diceano nel loro uscire quello che nel cuore si ragionava, cioè lo nome di quella gentilissima, e come si partio da noi. E molte volte avenia che tanto dolore avea in sé alcuno pensero, che io dimenticava lui e là dov’io era. [4] Per questo raccendimento de’ sospiri si raccese lo sollenato lagrimare, in guisa che li miei occhi pareano due cose che desiderassero pur di piangere. E spesso avenia che, per lo lungo continuare del pianto, dintorno a.lloro si facea uno colore purpureo, lo quale suole apparire per alcuno martirio che altri riceva: [5] onde appare che della loro vanitate fuoro degnamente guiderdonati, sì che d’allora innanzi non potero mirare persona che li guardasse sì, che loro potesse trarre a simile intendimento. [6] Onde io, volendo che cotale desiderio malvagio e vana tentatione paresse distructo sì che alcuno dubbio non potessero inducere le rimate parole che io avea dette dinanzi, propuosi di fare uno sonetto nel quale io comprendessi la sententia di questa ragione, e dissi allora Lasso, per forza di molti sospiri. E dissi «Lasso» in quanto mi vergognava di ciò che li miei occhi aveano così vaneggiato. [7] Questo sonetto non divido, però che assai lo manifesta la sua ragione.

[8-10]

Lasso, per forza di molti sospiri,
che nascon de’ pensier’ che son nel core,
gli occhi son vinti, e non ànno valore
di riguardar persona che li miri;
e facti son che paion due disiri
di lagrimare e di mostrar dolore,
e spesse volte piangon sì, ch’Amore
li ’ncerchia di corona di martiri.
Questi penseri, e li sospir’ ch’io gitto,
diventano nel cor sì angosciosi,
ch’Amor vi tramortisce, sì lien dole;
però ch’elli ànno in lor, li dolorosi,
quel dolce nome di madonna scripto,
e della morte sua molte parole.

Cn 3, 10, p. 186 [sponsi solium sive thronum describit]

[161] Quinto ex eius interscalari “ascensu” qui fuit “purpureus” (10b), id est: colore purpureo intinctus vel operimento purpureo adornatus. Ascensus enim eius est per desiderium martyriorum et per sufferentias tribulationum iuxta illud: “Per multas tribulationes oportet nos intrare in regnum caelorum (Ac 14, 21)”. Et ideo hic est tinctura sanguinis effusi; nam purpura fit ex sanguine quorumdam conchylium.

Cn 7, 5, pp. 282, 284

[297] Decimo de ‘comis’ eius dicit quod sunt “sicut purpura regis iuncta canalibus” (5). Per ‘purpuram’ litteraliter significatur aut sanguis cuiusdam conchylis purpureus aut mataxa sericorum filorum sanguine purpureo canalibus intinctorum. Per utrumque autem horum significatur quod grandes et multiplices et oblongi pili seu crines, id est: meditationes et affectus sponsae, sunt compassiva memoria sanguinis Christi et electorum suorum et desiderio martyrii sunt intincti et ad hanc intinctionem plenius recipiendam concavis pietatis et humilitatis canalibus applicati. Dicit autem: “purpura regis”, tum ad notandum huius purpurae singularem pretiositatem et dignitatem, tum quia est vere sanguis Christi regis nostri. Per ‘canales’ etiam possunt intelligi scripturae sacrae vel eorum doctores Christi passionem mystice vel historice exprimentes. Vel per huius sanguinis ‘canales’ intelliguntur quaecumque intermedia specula vel memorialia passionis Christi quibus crines cordis nostri, id est: eius cogitatus et affectus, sunt iungendi, ut intingantur eius viscerosa compassione et eius imitatoria passione.

Vita Nova 27 [XXXVIII]. 6

[6] Vero è che nel precedente sonetto io fo la parte del cuore contra quella degli occhi, e ciò pare contrario di quello che io dico nel presente; e però dico che ivi lo cuore anche intendo per lo appetito, però che maggiore desiderio era lo mio ancora di ricordarmi della gentilissima donna mia, che di vedere costei, avegna che alcuno appetito n’avessi già, ma leggiero parea: onde appare che l’uno decto non è contrario all’altro.

 

Tab. I.8

Cn 1, 4-5, p. 128

[44] (“Nigra” etiam “sum”) “sicut pelles Salomonis” (cfr. 4b). Quod in templo Salomonis pelles fuerint nigrae, non legimus, sed in tabernaculo a Moyse facto fuerunt saga cilicina de pilis caprarum, et illa erant nigra. Fuerunt etiam ibi pelles arietum rubricatae (cfr. Ex 26, 7.14). Et forte has vocat “pelles Salomonis”; tum quia sub ipso finaliter fuerunt; tum ut duplici mysterio denigrationis sponsae deserviat. Fuit enim cultus tabernaculi Dei in transitu deserti et tandem in terra promissionis et in Ierusalem. Et tunc sub Salomone fuit in maiori pace et gloria. Et secundum hoc sponsa Dei est in duplici statu, scilicet in laborioso transitu ad contemplationis apicem et quietem et in ipso apice seu in ipso termino quietante. In primo sponsa bellis tentationum et laboriosis macerationibus et exercitiis et suspiriosis desideriis exterius mortificatur. In secundo vero vitae carnali funditus moritur, et ideo tunc velut mortua huic mundo videtur. Vult ergo dicere sponsa: etsi exterius me videtis despectam et mortuam, attendite tamen meam intelligibilem seu virtualem formam et venustatem.
[46] Et quod praedictam eius abiectionem non debeant despicere, ostendit subdens: “Nolite me considerare, quod fusca sim”, consideratione scilicet contemplativa, “quia decoloravit me sol” (5a), id est: quia ardor divini amoris seu aestus tribulationis quam propter eum sustinui, me denigravit seu obfuscavit. Et ita si attendatis causam, mea obfuscatio erit vobis potius veneranda, amabilis et imitanda quam contemnenda.

Vita Nova 14 [XXIII].17-26, vv. 1-6, 21-70

Donna pietosa e di novella etate,
adorna assai di gentilezze umane,
ch’era là dov’io chiamava spesso Morte,
veggendo gli occhi miei pien’ di pietate
e ascoltando le parole vane,
si mosse con paura a pianger forte. ……

Elli era tale a veder mio colore,
che facea ragionar di morte altrui.
«Deh consoliam costui»
pregava l’una l’altra umilemente;
e dicevan sovente:
«Che vedestù, che tu non ài valore?».
E quando un poco confortato fui,
io dissi: «Donne, dicerollo a voi.

Mentre io pensava la mia frale vita
e vedea ’l suo durar com’è leggiero,
piansemi Amor nel core, ove dimora;
per che l’anima mia fu sì smarrita,
che sospirando dicea nel pensero:
– Ben converrà che la mia donna mora. –
Io presi tanto smarrimento allora,
ch’io chiusi gli occhi vilmente gravati;
e furon sì smagati
li spirti miei, che ciascun giva errando;
e poscia ymaginando
di conoscenza e di verità fora,
visi di donne m’apparver crucciati,
che mi dicean pur: – Morra’ti, morra’ti ! –

Poi vidi cose dubitose molte,
nel vano ymaginare ov’io entrai;
ed esser mi parea non so in qual loco
e veder donne andar per via disciolte,
qual lagrimando e qual traendo guai,
che di tristitia saettavan foco.
Poi mi parve vedere a poco a poco
turbar lo sole e apparir la stella,
e pianger elli ed ella;
cader gli augelli volando per l’âre,
e la terra tremare;
e omo apparve scolorito e fioco
dicendomi: – Che fai? non sai novella?
mort’ è la donna tua, ch’era sì bella. –

Levava gli occhi miei bagnati in pianti
e vedea, che parean pioggia di manna,
gli angeli che tornavan suso in cielo;
e una nuvoletta avean davanti,
dopo la qual gridavan tutti “Osanna!”,
e s’altro avesser detto, a voi dire’lo.
Allor diceva Amor: – Più nol ti celo:
vieni a veder nostra donna che giace. –
Lo ymaginar fallace
mi condusse a veder madonna morta;
e quand’io l’avea scorta,
vedea che donne la covrian d’un velo;
e avea seco Umilità verace,
che parea che dicesse: – Io sono in pace. –

Cn 8, 2, pp. 302, 304

[326] “Ibi me docebis” doctrina scilicet altiori et experimentaliori, “et dabo tibi poculum ex vino condito” scilicet aromaticis speciebus, “et mustum malogranatorum meorum” (2cd). Nota quod usquemodo non fecit mentionem de “vino condito” nec de “musto malogranatorum”, sed solum de vino simplici et de arboribus ac fructibus et germinibus malorum punicorum. Dulcor enim contemplationis et expressum “mustum” difficillimorum et acerbissimorum martyriorum circa tempus conversionis Iudaeorum et circa tempus Antichristi debent Christo ab ecclesia singularius ministrari. Tunc enim teste Christo “erit tanta tribulatio, ut si fieri potest, in errorem inducantur electi” (cfr. Mt 24, 21-24). Et Gregorius Moralium trigesimo secundo super illud Iob: “Stringit caudam suam quasi cedrum” (Iob 40, 12) praemittens quod per caudam illam Antichristus significetur, subdit causam, quare tribulatio electorum sub eo erit maior quam praecedens dicens: «Nunc enim fideles nostri mira faciunt, cum perversa patiuntur, tunc autem Behemoth huius satellites etiam cum perversa inferunt, mira facturi sunt. Pensemus ergo quae erit humanae mentis illa tentatio: pius martyr et corpus tormentis subiicit et tamen ante eius oculos miracula tortor facit. Cuius tunc virtus non ab ipso cogitationum fundo quatiatur, quando is qui flagris cruciat, signis coruscat?» Haec Gregorius. Item Moralium trigesimo quinto super illud Iob ultimo: “Addidit Dominus omnia quaecumque fuerant Iob, duplicia” (Iob 42, 10) dicit: «Sancta quippe ecclesia etsi multos nunc percussione tentationis amittit, in fine tamen huius saeculi ea quae sua sunt, duplicia recipiet, quando susceptis ad plenum gentibus ad eius fidem currere omnis quae tunc inventa fuerit, etiam Iudaea consentit. Hinc namque in evangelio veritas dicit: “Elias veniet et ille restituet omnia”» (Mt 17, 11).

Vita Nova 3 [VIII].8-9, vv. 1-12

Morte villana, di Pietà nemica,
di dolor madre antica,
iuditio incontastabile gravoso,
poi ch’ài data materia al cor doglioso,
ond’io vado pensoso,
di te blasmar la lingua s’afatica.
E s’io di gratia ti vo’ far mendica,
convenesi ch’io dica
lo tuo fallar d’ogni torto tortoso,
non però ch’alla gente sia nascoso,
ma per farne cruccioso
chi d’amor per innanzi si notrica.

PETRI IOHANNIS OLIVI Lectura super Matthaeum, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, ms. Vat. lat. 10900, ff. 165va, 166ra.

[f. 165va; Mt 24, 24] “Ita ut in errorem inducantur si fieri potest etiam electi”, Gregorius Moralium triginta uno dicit quod quia electorum cor concutietur, eorum tamen constantia ad malum non movebitur, ideo Christus una sententia complexus est utrumque: quasi enim iam errare est in cogitatione titubare. Sed “si fieri potest” subiungitur, quia fieri non potest ut in errorem electi capiantur. Ad litteram autem sensus est quod tantus erit temptationis excessus quod electi fere in errorem cadent et caderent, nisi singulari Dei gratia custodirentur. Rabanus tamen legit hic de electis secundum apparentiam, dicens quod non ideo hoc dicit quod electio divina frustretur, sed qui humano iudicio electi videbantur, illi in errorem mittentur. Et secundum hoc debet legi “si fieri potest”, scilicet quod sint electi. […]
[f. 166ra, Mt 24, 29] “Statim autem post tribulationem dierum illorum sol obscurabitur”. Secundum Ieronimum, respectu vere lucis Christi omnia apparebunt obscura et tenebrosa. Remigius vero dicit quod nichil prohibet intelligi veraciter tunc solem et stellas ad tempus suo lumine privari, sicut de sole factum constat tempore dominice passionis, unde Johel dicit, “sol convertetur in tenebras” et cetera (Jl 2, 31). Dicit etiam quod “stelle cadent de celo”, vel sicut in Marco dicitur “erunt decidentes” (Mc 13, 25), id est suo lumine carentes. Moderni tamen doctores dicunt quod illa in se non obscurabuntur, sed per fumositatem aeris et nubium hominibus tenebrescere videbuntur; vel quia si diffundent radios suos inferius pro tanto obtenebrescent, scilicet in effectu. Stelle autem hominibus videbuntur de celo cadere quia ignes et comete in superiori regione aeris existentes, qui videntur quasi stelle, discurrent per aera versus terram ac si de celo caderent. “Virtutes autem celorum corporales commovebuntur”, secundum eos quia mutabunt aspectus et influentias suas respectu inferiorum turbativos potius quam regitivos. […]

Vita Nova 14.5

Così cominciando ad errare la mia fantasia, venni a quello che io non sapea ove io mi fossi; e vedere mi parea donne andare scapigliate piangendo per via, maravigliosamente triste; e pareami vedere lo sole oscurare, sì che le stelle si mostravano di colore ch’elli mi facea giudicare che piangessero; e pareami che gli uccelli volando per l’aria cadessero morti, e che fossero grandissimi terremuoti. E maravigliandomi in cotale fantasia, e paventando assai, ymaginai alcuno amico che mi venisse a dire: «Or non sai? la tua mirabile donna è partita di questo secolo».

 

2. Amore sulla via di Emmaus

■ Si prenda l’esegesi di Cn 5, 6. Come esempio del fatto che nella contemplazione, talvolta, Dio si sottrae all’improvviso, prima che la sua visita sia compiuta, Olivi cita l’incontro di Cristo “in specie peregrini” con i discepoli sulla via di Emmaus (Luca XXIV, 13-35). Appena riconosciuto, Cristo “subito avolavit ab eis”. Difficile non scorgere questi motivi in Amore trovato “in mezzo della via / in abito leggier di peregrino”, che poi “disparve, e non m’accorsi come”, descritto in Cavalcando l’altrier per un camino (Vita Nova 4).
Amore (solo nella prosa) “mi parea sbigottito e guardava la terra, salvo che talora li suoi occhi mi parea che si volgessero ad un fiume bello e corrente e chiarissimo, lo qual sen gia lungo questo camino là ov’io era” (Vita Nova 4.4). Il sintagma occhi / fiume si trova a Cn 5, 12, dove la sposa dice in lode dello sposo: “Oculi eius sicut columbae super rivos aquarum quae lacte sunt lotae et resident iuxta fluenta plenissima”: il fiume, abissale e ridondante d’acqua, è l’immensa sapienza divina; le colombe, bianche e nitide come latte, designano la sincerità e lo splendore dell’aspetto divino che contempla (gli “occhi”) i rivi, cioè le sapienziali derivazioni nelle sue creature. Sarà appunto uno “rivo chiaro molto” (Vita Nova 10.12 [XIX 1]) quello presso il quale verrà concepita la canzone Donne ch’avete intellecto d’amore, inizio delle “nove rime”, come riconosciuto da Bonagiunta Orbicciani da Lucca a Purg. XXIV, 49-51.
Il rinvio a Luca XXIV induce a considerare il grande commento di Olivi al relativo Vangelo e a confrontarne i passi con Vita Nova 4 [17]. Anche in questo caso Cristo si presenta ai due discepoli “in tali specie uestium et forma eundi, ex qua quasi peregrinus et pauper estimari posset” (“come peregrino leggieramente vestito e di vili drappiin abito leggier di peregrino. / Nella sembianza mi parea meschino”). Al termine dell’incontro si verifica la «subita Christi disparitio, unde subditur: “et ipse euanuit”, id est disparuit, “ex oculis eorum”» (“disparve questa mia ymaginatione tutta subitamente – ch’elli disparve, e non m’accorsi come”). I due pellegrini sulla via di Emmaus sono tristi, perché si dolgono della morte di Cristo; Dante è angosciato, “però ch’io mi dilungava dalla mia beatitudine”.
Alla sùbita scomparsa di Cristo fa seguito il riconoscimento dei discepoli di essere stati infiammati dall’amore divino, prova che di Lui si trattasse; dicono infatti fra loro, “in tanta accensione ardoris”: “Nonne cor nostrum ardens erat in nobis, dum loqueretur nobis in via et aperiret nobis scripturas? (Luca XXIV, 31-32)”. Corrisponde all’ardore suscitato da Amore e alla sua improvvisa sparizione: “disparve questa mia ymaginatione tutta subitamente per la grandissima parte che mi parve che Amore mi desse di sé – Allora presi di lui sì gran parte, / ch’elli disparve, e non m’accorsi come” (Vita Nova 4.7, 12).
Così, prosegue Olivi, avviene alla sposa del Cantico dei Cantici, liquefatta nell’anima dal colloquio con lo sposo subito però troncato, perché la mente non presuma di conoscere cose troppo alte, ma dubiti, tema e sia umiliata. Questi temi (il cuore che arde, l’umile temere o dubitare) sono nella “donna della salute” che “paventosa umilmente pascea” del cuore ardente del poeta nella “maravigliosa visione” avuta da Dante dopo la nuova apparizione della gentilissima (Vita Nova 1.15-17, 23). Così la donna “involta mi parea in uno drappo sanguigno leggieramente” (1.15), come Amore “apparve come peregrino leggieramente vestito e di vili drappi” (4.3); in entrambi i casi (nella prosa) con riferimento all’umiltà.
Nel sonetto A ciascun’alma, il confronto con l’esegesi si limita a pochi elementi, a tutto vantaggio della prosa (cfr. qui di seguito). Nel sonetto Cavalcando, la ripresa dalla pastorella di Giraut de Borneil (L’altrer, lo primer jorn d’aost), con l’immagine del poeta che cavalca con l’aria triste [18], concorda in modo più evidente con l’esegesi scritturale esplicativa dell’incontro con Cristo sulla via di Emmaus.

■ La Lectura super Lucam, XXIV, 13-35 contiene ulteriori motivi. Il primo luogo la simulazione, per quanto questa abbia contenuto diverso. Cristo, invece di entrare nella casa dei pellegrini e di sedere alla loro mensa, simula di andare più lontano di Emmaus. Amore, che reca con sé il cuore dell’amante di cui Beatrice si era cibata, va alla ricerca di una nuova donna-schermo alla quale recapitarlo dopo la partenza della prima “bella difesa”, per “lo simulato amore” che Dante deve mostrare a queste donne, “schermo della veritade”, cioè della sua beatitudine dalla quale esse lo allontanano. Olivi espone ampiamente i motivi per i quali la simulazione messa in atto da Cristo non è finzione falsa o peccaminosa. In primo luogo, non si deve essere importuni nell’entrare nella casa e alla mensa altrui; in secondo luogo, Cristo aspetta di essere invitato come pellegrino e povero; in terzo luogo, perché attraverso le opere di misericordia si perviene a più piena e familiare conoscenza della sapienza divina.

■ Cosa significa Amore, “che si presenta all’immaginazione dantesca camuffato da peregrino leggieramente vestito e di vili drappi” ? Scrive Gorni:

Sarà un travestimento fatto da Amore per garantirsi, né più né meno, la segretezza? o perché, trattandosi di simulato amore, conviene a chi lo rappresenta di mascherarsi (D’Ancona)? oppure, come proponeva il Carducci, la figura di pellegrino e l’abito leggero alludono all’errare da un amore all’altro, con volubile cuore? Certo Amore qui è come un pellegrino sviato dalla sua meta, in attesa di un santuario illustre da onorare con la sua visita. E a quel punto ci si avvede anche che il traguardo del pellegrino è sempre funebre, corpo venerato o reliquia: meta sacra, ma di morte [19].

Amore pellegrino designa uno stadio del processo contemplativo. Nell’ascesa alla contemplazione divina, il desiderio e l’attendere alle cose spirituali deve essere sicuro e ben difeso (Emmaus è definita “castrum”, “oportet … illum desiderium … quod sit robustum et tutum et bene munitum”); deve anche trovarsi a debita distanza dalla meta (Emmaus si trova a sessanta stadi da Gerusalemme, sede della contemplazione e del culto divino, interpretata come “visio pacis”). L’amore simulato delle donne-schermo è “bella difesa”; Dante incontra Amore pellegrino allontanandosi da Beatrice (“mi dilungava dalla mia beatitudine”); sessanta sono “le più belle donne della cittade” per le quali il poeta ha già composto “una pìstola sotto forma di serventese”, nel tempo in cui si era celato con  la prima “gentil donna schermo della veritade” (Vita Nova, 2.8, 11). Nel Cantico dei Cantici il numero sessanta designa le “reginae” (Cn 6, 7), quante cioè, congiunte a Dio nella carità, generano figli spirituali e reggono sempre in meglio i cinque sensi sotto il dodici, numero apostolico abbondante che cresce nelle sue parti divisibili. Designa anche i “forti”, che difendono la castità della sposa (Cn 3, 7-8). Altrove (Cn 4, 4) il “collo” della sposa, che è “medium” fra capo e corpo, viene assimilato alla torre di David, alla quale sono appesi mille scudi, cioè un numero perfetto per la difesa che indica anche “per memoriae diligentiam” gli esempi di perfezione dei santi. La prima donna-schermo, “bella difesa”, “mezzo era stata nella linea recta che movea dalla gentilissima Beatrice e terminava negli occhi miei”; a Dante viene voglia di “ricordare” i nomi delle sessanta donne.
Alle sessanta “reginae” di Cn 6, 7 seguono le ottanta “concubinae” e le “adolescentulae” delle quali non è dato numero, poiché quanti seguono ancora le vanità adolescenziali non sono scritti e numerati nel “libro della vita”. Così, nel “libro della memoria” (che è appunto, il “liber vite” di Ap 20, 12), Dante tralascia di “soprastare alle passioni e acti di tanta gioventudine” per pervenire “a quelle parole le quali sono scripte nella mia memoria sotto maggiori paragrafi” (Vita Nova, 1.1, 10-11). Se sessanta sono le “reginae”, “una” è detta la sposa in grado superlativo (Cn 6, 8): così, al termine del suo pellegrinaggio, il poeta “vede una donna che riceve onore” (Vita Nova 30.11).

■ Cristo si presenta ai discepoli di Emmaus, ai loro occhi lacrimosi e semichiusi all’inizio del cammino contemplativo, sotto figure sensibili (“sub figuris valde peregrinis”). La sua umanità è infatti in qualche modo pellegrina rispetto alla divinità, che in questa vita può essere vista, come afferma san Paolo, solo “per speculum in enigmate” (1 Cor 13, 12). Le donne-schermo di Beatrice sono appunto “specula”. Poi Cristo simula di recarsi più lontano per non essere importuno e stimolare alle opere di misericordia, i due lo invitano a restare, egli spezza il pane e lo porge loro. Nell’ascesa contemplativa, tralasciate le figure sensibili, Cristo apre le proprie viscere e le dà in pasto alla virtù gustativa della mente (motivi trasferiti nella visione di Beatrice che mangia il cuore dell’amato a Vita Nova 1.15-17, 23). La verità, “relictis figuris”, inizia a essere intellettualmente riconosciuta, come avvenuto nei due discepoli che dapprima nel pellegrino non avevano riconosciuto Cristo. Amore ricompare nel sogno di Dante dopo che Beatrice gli ha negato il saluto in seguito alle chiacchiere sul suo rapporto con la nuova donna-schermo (Vita Nova 5.10-11). Sta accanto al poeta “uno giovane vestito di bianchissime vestimenta”, che gli dice: «“Fili mi, tempus est ut pretermictantur simulacra nostra”. Allora mi parea che io il conoscessi … » – “Et tunc ueritas, relictis figuris, incipit intellectualiter et quasi in propria specie recognosci ”, cioè il poeta, nel  cammino della contemplazione, ha raggiunto uno stato più alto, intellettuale, non sensibile. Amore poi si definisce: “Ego tanquam centrum circuli, cui simili modo se habent circumferentie partes; tu autem non sic”. Ampiamente esposta in uno dei Principia in Sacram Scripturam di Olivi (De doctrina Scripturae), l’immagine di Cristo centro rispetto al cerchio, “mezzo” (cioè mediatore) la cui esemplare vita deve essere dalla nostra perfettamente imitata e partecipata e porsi come fine di ogni nostra azione, risulterà fondamentale nella Commedia, a cominciare dal primo verso. La stessa contemplazione è intesa come circolo, in quanto da Dio discende per ritornare alla superna Gerusalemme. Nel De doctrina Scripturae, come esempio della centralità di Cristo, si adducono le umili parole dette ai discepoli al momento della Cena, nella discussione su chi sia il più grande, riportate in Luca XXII, 27: “Ego autem in medio vestrum sum sicut qui ministrat”. Al versetto 26 Cristo afferma: “Vos autem non sic”, cioè non dovete essere come i governanti oppressori e quanti si fanno chiamare benefattori. Così Amore, “centrum circuli”, dice appropriando a Dante in modo diverso la citazione scritturale: “Tu autem non sic”.

L’esegesi oliviana di Luca XXIV, 13-35 non è stata “panno” solo per fare la “gonna” del sonetto Cavalcando con la relativa prosa (Vita Nova 4). Vi è ritagliato anche il sonetto Deh, peregrini, che pensosi andate (Vita Nova 29.9-10). Le prerogative di Amore-Cristo pellegrino, presenti nel primo caso, vengono scomposte e travasate su più soggetti nella seconda, più tarda, composizione.

  • La “coitineratio” di Cristo, “quasi peregrinus”, con i discepoli sulla via di Emmaus si trasforma nell’andare dei pellegrini a vedere la Veronica, figura di Cristo, contemplata da Beatrice in gloria: “in quel tempo che molta gente va per vedere quella ymagine benedecta la quale Gesocristo lasciò a.nnoi per exemplo della Sua bellissima figura, la quale vede la mia donna gloriosamente …│Deh, peregrini, che pensosi andate”.

  • Cristo si presenta ai discepoli come se venisse di lontano: “se habuit quasi a remotis ueniens” – “Io vegno di lontana parte” (dice Amore); ora sono i romei ad apparire tali: “mi paiono di lontana parte venite voi da sì lontana gente /  (com’alla vista voi ne dimostrate).

  • Cristo si rivolge ai discepoli come ad estranei, quasi ignaro dei loro discorsi (conversavano di quello che era accaduto, forse dubbiosi delle parole circa la resurrezione di Cristo dette dall’angelo alle tre donne al sepolcro): “Nam locutus est ad eos quasi ad extraneos, et quasi nesciens de quo loquerentur ”; assente in Cavalcando, il motivo è parzialmente appropriato a Dante e riferito alla mente dei romei: “Deh, peregrini, che pensosi andate / forse di cosa che non v’è presente”.

  • I pellegrini che vanno a Emmaus sono tristi perché pensano alla morte di Cristo: “Bene autem additur de tristitia, ad monstrandum quod confortatore egebant, et etiam quod confortari promerebantur, quia de Christi morte dolebant ”. Amore pellegrino “mi parea sbigottito e guardava la terra│come avesse perduta signoria; / e sospirando pensoso venia”; la tristezza assale anche Dante: “E tutto ch’io fossi alla compagnia di molti, quanto alla vista l’andare mi dispiacea sì, che quasi li sospiri non poteano disfogare l’angoscia che ’l cuore sentia, però ch’io mi dilungava dalla mia beatitudine.│pensoso dell’andar che mi sgradia”. L’incontro con Amore pellegrino in Vita Nova 4 è preceduto (Vita Nova 3) dall’episodio della morte della compagna di Beatrice: “il lamento per lei è una sorta di anticipazione, in tono minore, del futuro compianto per Beatrice” [20]. Anche i romei vanno pensosi, su di essi Dante vuole trasferire l’angoscia sua e della “dolorosa cittade”: “che non piangete quando voi passate / per lo suo mezzo la città dolenteEll’à perduta la sua beatrice.

  • Amore pellegrino, cioè Cristo mediatore fra Dio e gli uomini, si fa trovare “in mezzo della via”; i pellegrini che vanno a Roma per vedere la sua benedetta immagine passano “per lo suo mezzo la città dolente”.

  • I discepoli si rivolgono a Cristo pellegrino; ora è il poeta che parla a quelli che vanno a vedere il volto di Cristo: “quasi ad peregrinum loquunturpropuosi di dire come se io avessi parlato a.lloro; e dissi questo sonetto, lo quale comincia Deh, peregrini ”.

  • I discepoli dicono a Cristo: « “Tu solus peregrinus es in Ierusalem?” Ex hoc uidetur quod Christus tunc eis uidebatur de Ierusalem illo die uenire sicut et ipsi, et est sensus: ita famosa et manifesta sunt illa que circa Christum ibi nudius tertius contigerunt, quod etiam peregrini tunc ibidem existentes, aut ibi postmodum uenientes, hoc nequeunt ignorare ». Dante si rivolge ai romei: “come quelle persone che neente / par che ’ntendesser la sua gravitate?”. Una simile domanda gli era stata rivolta quando “lo ymaginar fallace / mi condusse a veder madonna morta” in Donna pietosa e di novella etate : “Or non sai? la tua mirabile donna è partita di questo secolo.│… Che fai? non sai novella? / mort’ è la donna tua, ch’era sì bella” (Vita Nova 14.5, 24).

■ Il campo di scavi si è esteso. Il confronto con l’esegesi oliviana del Cantico dei Cantici non conduce solo all’episodio della Donna Gentile (o Pietosa), scritto nella fase finale della redazione della Vita Nova (1294-1296) [21], ma anche ad altri luoghi dell’opera. Non si tratta, poi, solo del commento al libro salomonico, ma anche della Lectura super Lucam [22]. Sono coinvolti due sonetti presumibilmente fra i più antichi, poi accolti nel “libello”: A ciascun’ alma presa (1283, inizio dell’amicizia con Cavalcanti) e Cavalcando l’altrier per un camino (1285 ?) [23]. In entrambi i casi, temi della poesia cortese (il cuore mangiato nel primo [24], la pastorella di Giraut de Borneil nel secondo [25]) si sposano con l’esegesi scritturale, del Cantico o di Luca. Ci si chiede se l’esegesi sia intervenuta solo nella stesura della prosa o anche delle rime più antiche, e quando, il che sembra dubbio per A ciascun’alma, assai più verosimile per Cavalcando. Ancora, se la scelta delle rime da inserire nella Vita Nova non sia stata fatta in base alla maggior concordia di alcune piuttosto che di altre con l’esegesi assunta come canovaccio. Ciò spiegherebbe, ad esempio, l’esclusione della canzone E’ m’incresce di me, riferita sì all’apparizione della donna, ma “a una Beatrice troppo donna, non ancora sublimata” [26].

Tab. II.1

Vita Nova 4 [IX].9-12

Cavalcando l’altrier per un camino,
pensoso dell’andar che mi sgradia,
trovai Amore in mezzo della via
in abito leggier di peregrino.
Nella sembianza mi parea meschino,
come avesse perduta signoria;
e sospirando pensoso venia,
per non veder la gente, a capo chino.
Quando mi vide, mi chiamò per nome
e disse: «Io vegno di lontana parte,
ov’era lo tuo cor per mio volere,
e recolo a servir novo piacere».
Allora presi di lui sì gran parte,
ch’elli disparve, e non m’accorsi come.

Vita Nova 1.15-17, 23 [III 4-6, 12]

[15] Nelle sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi parea in uno drappo sanguigno leggieramente; la quale io riguardando molto intentivamente, conobbi ch’era la donna della salute, la quale m’avea lo giorno dinanzi degnato di salutare. [16] E nell’una delle mani mi parea che questi tenesse una cosa la quale ardesse tutta; e pareami che mi dicesse queste parole: «Vide cor tuum !». [17] E quando elli era stato alquanto, pareami che disvegliasse questa che dormia; e tanto si sforzava per suo ingegno, che le facea mangiare questa cosa che in mano li ardea, la quale ella mangiava dubitosamente. […]

[23]

Allegro mi sembrava Amor tenendo
meo core  in mano, e nelle braccia avea
madonna involta in un drappo dormendo.
Poi la svegliava, e d’esto core ardendo
lei paventosa umilmente pascea.
Apresso gir lo ne vedea piangendo.

PETRI IOHANNIS OLIVI Expositio in Canticum Canticorum [ = Cn], ed. J. Schlageter, Ad Claras Aquas Grottaferrata 1999 (Collectio Oliviana, II) [le citazioni scritturali, anziché in corsivo, sono state poste fra “ ”]

Cn 5, 6, pp. 228, 230

[225] Nota quod aliquando Deus mentem incipiens visitare ante consummationem visitationis repente abscedit; tum quia ex hoc desiderium cordis fortius accendit ac in altiora petenda altius suspendit et sublevat et tandem plenius id quod quaerit, obtinet quam obtineret; tum quia mens ex hoc aliquando advertit plenius gratiam et efficaciam visitationis inceptae quam, si perdurasset in ea. Cuius exemplum patet in duobus discipulis euntibus in Emmaus quibus Christus primo apparuit in specie peregrini, et tandem cum coeperunt ipsum cognoscere, subito avolavit ab eis. Ex quo plenius advertentes quid primo in eis fecerat, dixerunt: “Nonne cor nostrum ardens erat in nobis, dum loqueretur nobis in via et aperiret nobis scripturas”? (Lc 24, 31) Et hoc ipsum contingit hic sponsae, unde subdit:
[226] “Anima mea liquefacta est, ut dilectus locutus est” (cfr. 6c). Ecce quod quae tunc, dum sibi sponsus loqueretur, aperire distulit quasi dubitans, an esset ipse aut an esset sibi utile aperire, nunc certitudinaliter animadvertit se tunc ex locutione sponsi prae nimio amoris resolventis ardore liquefactam fuisse. Tum sicut in contemplationis primordiis expedit sponsi illapsus aliquantulum diutius immorari, ut mens in contemplationis amore et in contemplativo statu fundetur atque firmetur, sic postquam est multum sublimata, expedit huiusmodi illapsus aliquando detruncari, ut mens quantumcumque alta addiscat non praesumere, sed humiliari et ut in his quae caute egit, formidet aliquam culpam sibi absconsam inesse. Hoc autem ultimum in casu isto et consimilibus proprie habet locum, quia in eo quod sponsa non statim aperuit sponso, culpam potuit merito formidare; quia difficile est quod in talibus non interveniat aliqua culpa.

 

Tab. II.1 bis

Cn 5, 6, p. 228

[225] Nota quod aliquando Deus mentem incipiens visitare ante consummationem visitationis repente abscedit; tum quia ex hoc desiderium cordis fortius accendit ac in altiora petenda altius suspendit et sublevat et tandem plenius id quod quaerit, obtinet quam obtineret; tum quia mens ex hoc aliquando advertit plenius gratiam et efficaciam visitationis inceptae quam, si perdurasset in ea. Cuius exemplum patet in duobus discipulis euntibus in Emmaus quibus Christus primo apparuit in specie peregrini, et tandem cum coeperunt ipsum cognoscere, subito avolavit ab eis. Ex quo plenius advertentes quid primo in eis fecerat, dixerunt: “Nonne cor nostrum ardens erat in nobis, dum loqueretur nobis in via et aperiret nobis scripturas”? (Lc 24, 31) Et hoc ipsum contingit hic sponsae, unde subdit: “Anima mea liquefacta est, ut dilectus locutus est” […].

PETRI IOHANNIS OLIVI Lectura super Lucam [ = LSL], ed. F. Iozzelli, Ad Claras Aquas, Grottaferrata 2010 (Collectio Oliviana, V) [le citazioni scritturali, anziché in corsivo, sono state poste fra “ ”]

LSL XXIV, 15-18, pp. 650-651; 31b-32, pp. 662-663

<15> Secunda est Christi ad eos sensibilis apropinquatio et coitineratio, ibi: “Et factum est, dum fabularentur”, id est dum colloquerentur, “et secum quererent”, id est de relatis a mulieribus tamquam de dubiis secum inquirerent, “et ipse Iesus apropinquans ibat cum illis”. Ideo dicit apropinquans, quia, ne ad modum spiritus subito uenisse et apparuisse uideretur, primo se habuit quasi post eos aliquantulum a remotis ueniens, ac deinde eos attingens.
<16-18> Tertia est defectus recognoscendi, qui ex duobus conflatis innuitur […]. Secundo, ex modis se habendi Christi ad eos tam in loquendo, quam in se presentando. Nam locutus est ad eos quasi ad extraneos, et quasi nesciens de quo loquerentur, attamen uelud compatiens tristitie eorum quam non solum in corde, sed in uultu et uerbis et gestibus pretendebant, unde subditur: “Qui sunt hii sermones” etc. Bene autem additur de tristitia, ad monstrandum quod confortatore egebant, et etiam quod confortari promerebantur, quia de Christi morte dolebant. Presentauit etiam se eis in tali specie uestium et forma eundi, ex qua quasi peregrinus et pauper estimari posset, attamen reuerendus, et ideo hic quasi ad peregrinum loquuntur. Vnde Cleophas qui, prout ex uerbo Hieronymi suprascripto conicitur, uidetur in Emaus domum habuisse, dixit ei: “Tu solus peregrinus es in Ierusalem?” Ex hoc uidetur quod Christus tunc eis uidebatur de Ierusalem illo die uenire sicut et ipsi, et est sensus: ita famosa et manifesta sunt illa que circa Christum ibi nudius tertius contigerunt, quod etiam peregrini tunc ibidem existentes, aut ibi postmodum uenientes, hoc nequeunt ignorare. […]
<31b> Tertium est subita Christi disparitio, unde subditur: “et ipse euanuit”, id est disparuit, “ex oculis eorum”. […]
<32> Quartum est eorum ex premissa recognitione et disparitione ad omnia, que eis contigerant, plenius aduertenda recollectio et incitatio, unde subditur: “Et dixerunt ad inuicem: Nonne cor nostrum ardens erat in nobis, dum loqueretur in uia et aperiret nobis Scripturas?” id est sensum et intelligentiam Scripturarum. Hoc dicunt tamquam ultra ultimo uisa argumentantes quod etiam diuini amoris inflammatio, quam ex eius uerbis ante ipsius recognitionem habuerant et senserant, testatur ipsum et non alium uere fuisse. Dicunt etiam hoc tamquam admirantes quomodo in tanta accensione ardoris et apertione Scripturarum non recognouerant eum, sicut miraretur homo, si solem in claro meridie uidens et eius estum sentiens, non recognouisset ipsum esse solem.

Vita Nova 4 [IX].1-7

Apresso la morte di questa donna alquanti die, avenne cosa per la quale me convenne partire della sopradecta cittade e ire verso quelle parti ov’era la gentil donna ch’era stata mia difesa, avegna che non tanto fosse lontano lo termine del mio andare quanto ella era. [2] E tutto ch’io fossi alla compagnia di molti, quanto alla vista l’andare mi dispiacea sì, che quasi li sospiri non poteano disfogare l’angoscia che ’l cuore sentia, però ch’io mi dilungava dalla mia beatitudine. [3] E però lo dolcissimo signore, lo quale mi signoreggiava per la virtù della gentilissima donna, nella mia ymaginatione apparve come peregrino leggieramente vestito e di vili drappi. [4] Elli mi parea sbigottito e guardava la terra, salvo che talora li suoi occhi mi parea che si volgessero ad un fiume bello e corrente e chiarissimo, lo qual sen gia lungo questo camino là ov’io era. [5] A me parve che Amore mi chiamasse e dicessemi queste parole: «Io vegno da quella donna la quale è stata tua lunga difesa, e so che lo suo rivenire non sarà. E però quello cuore ch’io ti facea avere a.llei, io l’ò meco, e portolo a donna la quale sarà tua difensione, come questa era». E nominollami, sì che io la conobbi bene. [6] «Ma tuttavia, di queste parole che teco ò ragionate, se alcuna cosa ne dicessi, dille nel modo che per loro non si discernesse lo simulato amore che tu ài mostrato a questa e che ti converrà mostrare ad altri». [7] E dette queste parole, disparve questa mia ymaginatione tutta subitamente per la grandissima parte che mi parve che Amore mi desse di sé; e, quasi cambiato nella vista mia, cavalcai quel giorno pensoso molto e accompagnato da molti sospiri. [8] Apresso lo giorno cominciai di ciò questo sonetto, lo quale comincia Cavalcando.

Vita Nova 4 [IX].9-12

Cavalcando l’altrier per un camino,
pensoso dell’andar che mi sgradia,
trovai Amore in mezzo della via
in abito leggier di peregrino.
Nella sembianza mi parea meschino,
come avesse perduta signoria;
e sospirando pensoso venia,
per non veder la gente, a capo chino.
Quando mi vide, mi chiamò per nome
e disse: «Io vegno di lontana parte,
ov’era lo tuo cor per mio volere,
e recolo a servir novo piacere».
Allora presi di lui sì gran parte,
ch’elli disparve, e non m’accorsi come.

Giraut de Borneil (cit. da M. Santagata, L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante, Bologna 2011, pp. 158-160).

L’altrer, lo primer jorn d’aost,
vinc en Proensa part Alest
e chavalchav’ ab semblant mest,
qu’ira.m tenia sobrera,
can auzi d’una bergera
lo chan jost’ un plaissaditz,
e, car fo suaus lo critz,
don retenti la ribera,
volsi.m lai totz esbaïtz
on amassava falguera.

Cn 5, 10a, 12a-b, pp. 234-238

[233] “Dilectus meus” (10a). Hic describitur et laudatur sponsus a sponsa et sicut in amativis cantionibus fieri solet […].
[235] “Oculi”, id est: contemplativi aspectus, “eius” sunt gratiosi et perspicaces “sicut columbae” existentes “super rivos aquarum (12a)”, id est: super rivos omnium creaturarum, naturarum et gratiarum et scripturarum et super omnes rivos seu derivationes sapientiae Dei super omnia opera Dei supereffusae. “Quae” columbae “lacte sunt lotae” (12b), id est: sunt albae et nitidae sicut lac. Per quod significatur divinorum aspectuum splendor sincerissimus et dulcissimus et recentissimus. “Et resident iuxta fluenta plenissima (12b)”, id est iuxta abyssalia et redundantia flumina immensae sapientiae Dei.

Tab. II.2

Cn 5, 6, p. 228

[225] Nota quod aliquando Deus mentem incipiens visitare ante consummationem visitationis repente abscedit; tum quia ex hoc desiderium cordis fortius accendit ac in altiora petenda altius suspendit et sublevat et tandem plenius id quod quaerit, obtinet quam obtineret; tum quia mens ex hoc aliquando advertit plenius gratiam et efficaciam visitationis inceptae quam, si perdurasset in ea. Cuius exemplum patet in duobus discipulis euntibus in Emmaus quibus Christus primo apparuit in specie peregrini, et tandem cum coeperunt ipsum cognoscere, subito avolavit ab eis. Ex quo plenius advertentes quid primo in eis fecerat, dixerunt: “Nonne cor nostrum ardens erat in nobis, dum loqueretur nobis in via et aperiret nobis scripturas”? (Lc 24, 31) Et hoc ipsum contingit hic sponsae, unde subdit: “Anima mea liquefacta est, ut dilectus locutus est” […].

Cn 5, 10a, 12a-b, pp. 234-238

[233] “Dilectus meus” (10a). Hic describitur et laudatur sponsus a sponsa et sicut in amativis cantionibus fieri solet […].
[235] “Oculi”, id est: contemplativi aspectus, “eius” sunt gratiosi et perspicaces “sicut columbae” existentes “super rivos aquarum (12a)”, id est: super rivos omnium creaturarum, naturarum et gratiarum et scripturarum et super omnes rivos seu derivationes sapientiae Dei super omnia opera Dei supereffusae. “Quae” columbae “lacte sunt lotae” (12b), id est: sunt albae et nitidae sicut lac. Per quod significatur divinorum aspectuum splendor sincerissimus et dulcissimus et recentissimus. “Et resident iuxta fluenta plenissima (12b)”, id est iuxta abyssalia et redundantia flumina immensae sapientiae Dei.

Vita Nova, 10.11-13 [XVIII 9, XIX 1-2]

[11] E però propuosi di prendere per matera del mio parlare sempre mai quello che fosse loda di questa gentilissima; e pensando molto a.cciò, pareami avere impresa troppo alta matera quanto a me, sì che non ardia di cominciare. E così dimorai alquanti dì, con disiderio di dire e con paura di cominciare. [12] Avenne poi che passando per uno camino lungo lo quale sen gia uno rivo chiaro molto, a me giunse tanta volontà di dire, che io cominciai a pensare lo modo che io tenessi; e pensai che parlare di lei non si convenia che io facesse, se io non parlassi a donne in seconda persona, e non a ogni donna, ma solamente a coloro che sono gentili e che non sono pure femine. [13] Allora dico che la mia lingua parlò quasi come per sé stessa mossa e disse: «Donne ch’avete intellecto d’amore».

 

LSL XXIV, 15-18, pp. 650-651; 31b-32, pp. 662-663

<15> Secunda est Christi ad eos sensibilis apropinquatio et coitineratio, ibi: “Et factum est, dum fabularentur”, id est dum colloquerentur, “et secum quererent”, id est de relatis a mulieribus tamquam de dubiis secum inquirerent, “et ipse Iesus apropinquans ibat cum illis”. Ideo dicit apropinquans, quia, ne ad modum spiritus subito uenisse et apparuisse uideretur, primo se habuit quasi post eos aliquantulum a remotis ueniens, ac deinde eos attingens.
<16-18> Tertia est defectus recognoscendi, qui ex duobus conflatis innuitur […]. Secundo, ex modis se habendi Christi ad eos tam in loquendo, quam in se presentando. Nam locutus est ad eos quasi ad extraneos, et quasi nesciens de quo loquerentur, attamen uelud compatiens tristitie eorum quam non solum in corde, sed in uultu et uerbis et gestibus pretendebant, unde subditur: “Qui sunt hii sermones” etc. Bene autem additur de tristitia, ad monstrandum quod confortatore egebant, et etiam quod confortari promerebantur, quia de Christi morte dolebant. Presentauit etiam se eis in tali specie uestium et forma eundi, ex qua quasi peregrinus et pauper estimari posset, attamen reuerendus, et ideo hic quasi ad peregrinum loquuntur. Vnde Cleophas qui, prout ex uerbo Hieronymi suprascripto conicitur, uidetur in Emaus domum habuisse, dixit ei: “Tu solus peregrinus es in Ierusalem?” Ex hoc uidetur quod Christus tunc eis uidebatur de Ierusalem illo die uenire sicut et ipsi, et est sensus: ita famosa et manifesta sunt illa que circa Christum ibi nudius tertius contigerunt, quod etiam peregrini tunc ibidem existentes, aut ibi postmodum uenientes, hoc nequeunt ignorare. […]
<31b> Tertium est subita Christi disparitio, unde subditur: “et ipse euanuit”, id est disparuit, “ex oculis eorum”. […]
<32> Quartum est eorum ex premissa recognitione et disparitione ad omnia, que eis contigerant, plenius aduertenda recollectio et incitatio, unde subditur: “Et dixerunt ad inuicem: Nonne cor nostrum ardens erat in nobis, dum loqueretur in uia et aperiret nobis Scripturas?” id est sensum et intelligentiam Scripturarum. Hoc dicunt tamquam ultra ultimo uisa argumentantes quod etiam diuini amoris inflammatio, quam ex eius uerbis ante ipsius recognitionem habuerant et senserant, testatur ipsum et non alium uere fuisse. Dicunt etiam hoc tamquam admirantes quomodo in tanta accensione ardoris et apertione Scripturarum non recognouerant eum, sicut miraretur homo, si solem in claro meridie uidens et eius estum sentiens, non recognouisset ipsum esse solem.

Vita Nova 4 [IX]

Apresso la morte di questa donna alquanti die, avenne cosa per la quale me convenne partire della sopradecta cittade e ire verso quelle parti ov’era la gentil donna ch’era stata mia difesa, avegna che non tanto fosse lontano lo termine del mio andare quanto ella era. [2] E tutto ch’io fossi alla compagnia di molti, quanto alla vista l’andare mi dispiacea sì, che quasi li sospiri non poteano disfogare l’angoscia che ’l cuore sentia, però ch’io mi dilungava dalla mia beatitudine. [3] E però lo dolcissimo signore, lo quale mi signoreggiava per la virtù della gentilissima donna, nella mia ymaginatione apparve come peregrino leggieramente vestito e di vili drappi. [4] Elli mi parea sbigottito e guardava la terra, salvo che talora li suoi occhi mi parea che si volgessero ad un fiume bello e corrente e chiarissimo, lo qual sen gia lungo questo camino là ov’io era. [5] A me parve che Amore mi chiamasse e dicessemi queste parole: «Io vegno da quella donna la quale è stata tua lunga difesa, e so che lo suo rivenire non sarà. E però quello cuore ch’io ti facea avere a.llei, io l’ò meco, e portolo a donna la quale sarà tua difensione, come questa era». E nominollami, sì che io la conobbi bene. [6] «Ma tuttavia, di queste parole che teco ò ragionate, se alcuna cosa ne dicessi, dille nel modo che per loro non si discernesse lo simulato amore che tu ài mostrato a questa e che ti converrà mostrare ad altri». [7] E dette queste parole, disparve questa mia ymaginatione tutta subitamente per la grandissima parte che mi parve che Amore mi desse di sé; e, quasi cambiato nella vista mia, cavalcai quel giorno pensoso molto e accompagnato da molti sospiri. [8] Apresso lo giorno cominciai di ciò questo sonetto, lo quale comincia Cavalcando.

 

Vita Nova 29 [XL]

Dopo questa tribulatione avenne, in quel tempo che molta gente va per vedere quella ymagine benedecta la quale Gesocristo lasciò a.nnoi per exemplo della Sua bellissima figura, la quale vede la mia donna gloriosamente, che alquanti peregrini passavano per una via, la quale è quasi mezzo della cittade ove nacque e vivette e morio la gentilissima donna, e andavano, secondo che mi parve, molto pensosi. [2] Onde io pensando a.lloro, dissi fra me medesimo: «Questi peregrini mi paiono di lontana parte, e non credo che anche udissero parlare di questa donna, e non ne sanno niente; anzi li loro pensieri sono d’altre cose che di queste qui, ché forse pensano delli loro amici lontani, li quali noi non conoscemo». [3] Poi dicea fra me medesimo: «Io so che se e’ fossero di propinquo paese, in alcuna vista parrebbero turbati passando per lo mezzo della dolorosa cittade». [4] Poi dicea fra me medesimo: «Se io li potesse tenere alquanto, io li pur farei piangere anzi ch’elli uscissero di questa cittade, però che io direi parole le quali farebbero piangere chiunque le ’ntendesse». [5] Onde, passati costoro dalla mia veduta, propuosi di fare uno sonetto nello quale io manifestasse ciò che io avea detto fra me medesimo; e acciò che più paresse pietoso, propuosi di dire come se io avessi parlato a.lloro; e dissi questo sonetto, lo quale comincia Deh, peregrini. [6] E dissi «peregrini» secondo la larga significatione del vocabolo, ché peregrini si possono intendere in due modi, in uno largo e in uno strecto: in largo, in quanto è peregrino chiunque è fuori della sua patria; in modo strecto non s’intende peregrino se non chi va verso la Casa di Sa’ Iacopo o riede. [7] E però è da sapere che in tre modi si chiamano propriamente le genti che vanno al servigio dell’Altissimo: chiamansi palmieri in quanto vanno Oltremare, là onde molte volte recano la palma; chiamansi peregrini in quanto vanno alla Casa di Galitia, però che la sepultura di Sa’ Iacopo fue più lontana dalla sua patria che d’alcuno altro apostolo; chiamansi romei in quanto vanno a Roma, là ove questi cu’ io chiamo peregrini andavano. [8] Questo sonetto non divido, però che assai lo manifesta la sua ragione.

[9-12]

Cavalcando l’altrier per un camino,
pensoso dell’andar che mi sgradia,
trovai Amore in mezzo della via
in abito leggier di peregrino.
Nella sembianza mi parea meschino,
come avesse perduta signoria;
e sospirando pensoso venia,
per non veder la gente, a capo chino.
Quando mi vide, mi chiamò per nome
e disse: «Io vegno di lontana parte,
ov’era lo tuo cor per mio volere,
e recolo a servir novo piacere».
Allora presi di lui sì gran parte,
ch’elli disparve, e non m’accorsi come.

[13] Questo sonetto à tre parti. Nella prima parte dico sì come io trovai Amore e quale mi parea; nella seconda dico quello ch’elli mi disse, avegna che non compiutamente, per tema ch’avea di discovrire lo mio secreto; nella terza dico come elli mi disparve. La seconda comincia quivi Quando mi vide; la terza quivi Allora presi.

[9-10]

Deh, peregrini, che pensosi andate
forse di cosa che non v’è presente,
venite voi da sì lontana gente
(com’alla vista voi ne dimostrate),
che non piangete quando voi passate
per lo suo mezzo la città dolente,
come quelle persone che neente
par che ’ntendesser la sua gravitate?
Se voi restate per volerlo audire,
certo lo cor d’i sospiri mi dice
che lagrimando n’uscireste poi.
Ell’à perduta  la sua beatrice;
e le parole ch’om di lei pò dire
ànno virtù di far piangere altrui.

VN 14 [XXIII].5-6, 23-24

[5] E maravigliandomi in cotale fantasia, e paventando assai, ymaginai alcuno amico che mi venisse a dire: «Or non sai?  la tua mirabile donna è partita di questo secolo». [6] Allora cominciai a piangere molto pietosamente; e non solamente piangea nella ymaginatione, ma piangea con gli occhi, bagnandoli di vere lagrime.

[23-24]

Poi vidi cose dubitose molte,
nel vano ymaginare ov’io entrai;
ed esser mi parea non so in qual loco
e veder donne andar per via disciolte,
qual lagrimando e qual traendo guai,
che di tristitia saettavan foco.
Poi mi parve vedere a poco a poco
turbar lo sole e apparir la stella,
e pianger elli ed ella;
cader gli augelli volando per l’âre,
e la terra tremare;
e omo apparve scolorito e fioco
dicendomi: – Che fai? non sai novella?
mort’ è la donna tua, ch’era sì bella.

LSL XXIV, 28, pp. 658-660

Sexta circumstantia est Christi dissimulatio qua, cum esset prope Emaus, “finxit se longius ire”. Hic actus ideo fictio uocatur, quia secundum communem sui cursum pretendebat se in alterum terminum tendere, quam intenderet ipse uadens. Et ideo uidetur significare aliud a cordali intentione motoris; omne autem tale fictionem seu simulationem uocamus. Ut autem scias quod hec fictio fuit et esse potuit absque omni indecentia uel peccato, nota quod, quando fictio habet in se et ex se significationem falsam et ab intentione fallaci et dolosa aut uana uel cupida procedentem, tunc est indecens et illicita. Quando uero nichil horum habet, sed potius opposita, utpote ueritatem altam et utilem in sua significatione, et summam sinceritatem ac pietatem in intentione, et cum hoc auctoritatem celebrem in auctore, et alias decentes congruentias in modo agendi: tunc decentissime currit et ipsimet, cui fit, miro modo complacet, cum sibi postmodum aperitur. Et hoc modo fuit in multis presagiosis et aliquando prodigiosis operibus prophetarum, et sic est in proposito.
Si uero ex predictis obicias quod ymmo erat hic falsitas in significatione et fallacia in intentione, quia exterior deambulatio falso significabat terminum alium ab Emaus et intentionem alterius termini, ipsa etiam intentio, tale falsum signum scienter prebens et faciens, fallax eo ipso esse uidetur: dicendum quod, si opus hoc non habuisset aliquam rationem factibilis nisi solam significationem directe ad hominem ordinatam, sicut habet nostra littera uulgaris et communis locutio, in quantum est internorum conceptuum apud alios expressiua, tunc necessario in sua communi significatione falsitatem aliquam habuisset, nisi noua significatio sibi daretur ab eo, qui legitimam dandi auctoritatem haberet. Quia uero opus deambulationis siue itinerationis habet aliquas principaliores rationes factibilitatis, quam sit significatio sua, idcirco potuit rationabiliter fieri absque applicatione ipsius ad talem significationem.
Rursus, sciendum quod, quando ratio significationis principaliter procedit a uoluntaria hominum institutione et ab agentis uoluntate et intentione, tunc falsitas significationis est principaliter in intentione agentis, nec est in signo, nisi in quantum refertur ad illam tamquam ad suam causam. Quando uero ratio illius significationis sibi solum competit ex sua natura, tunc si qua falsitas ibi fuerit, non potest uoluntarie intentioni agentis ascribi. Tunc etiam, quamuis id quod secundum naturalem consequentiam significat, ex causa alia rationali non sequatur, non propter hoc erit aliqua realis falsitas in naturali significatione ipsius, quia non significat hoc in omnem euentum, sed solum quantum est de communi cursu sue nature. Et ideo si aliquis inde decipitur, aut si significatio illa alicui falsa uidetur, falsitas illa potius est in illius falsa estimatione, quam sit in ipso signo. Sic autem fuit in proposito. Vnde dato quod aliquis pauper, uadens cum diuite usque prope diuitis domum, cupiat inuitari ab eo, sed ex uerecundia uadat aliquantulum ultra, exspectans tamen adhuc inuitari ab eo, et etiam hoc faciens ut ab eo libentius inuitetur: constat quod talis non est in hoc fallax uel falsus, saltem ubi hoc ex sola uirtute sancte et sobrie uerecundie facit et absque omni uitio gulosi uel cupidi appetitus.
Si autem queras, quare Christus hoc fecit, ad hoc est triplex ratio. Prima est, ne importune et improbe se uideretur ingerere hospitio et comestioni illorum, et ut pauperibus daret formam se non improbe ingerendi. Secunda est, ut illi per inuitationem fierent digni eius receptione et tandem clariori manifestatione, unde et potest esse quod Christus decreuerat non intrare cum eis, nisi ipsum tamquam pauperem misericorditer inuitassent; et si hoc sic fuit, tum fictio illa minus habuit de ratione fictionis. Tertia est propter misterium et exemplum: exemplum quidem quod per opera misericordie peruenitur ad pleniorem et familiariorem notitiam Dei et sue sapientie; misterium uero potest multiplex adaptari, et post litteralem expositionem aliquid tangetur.

 

Tab. II.3

LSL XXIV, 35, pp. 664-668

Mistice, in forma et processu huius apparitionis describitur processus et forma contemplatiue sursumactionis in Deum. Nam primo premictitur eius initialis radix, continens in se sex. – Primum est concordia gemine caritatis, unde sunt “duo”. Secundum est professio status et discipulatus Christi, quia sunt “ex illis”, id est ex Christi discipulis. – Tertium est congruitas contemplatiui temporis, quia “ipsa die”, scilicet resurrectionis Christi et angelice uisionis et allocutionis: ante enim resurrectionem Christi non erat sic ianua celi ad Deum uidendum aperta. – Quartum est accessus ad desiderium tuti consilii et ad robur feruidum festinandi, unde “ibant in castellum nomine Emaus”, quod interpretatur desiderium consilii uel festinans. Qui enim uult ad Dei contemplationem ascendere, oportet eum in desiderio ac studio spiritualium consiliorum seu meditationum esse, et quod illum desiderium sit pre feruore ad celestia pregustanda festinans, et quod sit robustum et tutum et bene munitum, quod possit merito dici castrum. – Quintum est, ut ipse accessus sit debito spatio protensus et a sede contemplationis et diuini cultus emanans, scilicet “a Ierusalem”, quae est uisio pacis et que erat tunc sedes diuini cultus. Spatium autem est “sexaginta stadia”, uel septem miliaria et semis: ad castrum enim deuoti et studiosi consilii sancte orationis et meditationis non peruenitur, nisi per experimentalem notitiam diuine legis per decalogum designate, et diuinorum operum sex diebus factorum, aut sex contemplatiuorum graduum, quos tangit Ricardus. Et quod notitia legis cum hoc sit reflexa, et econtrario ut sint sexies decem, id est sexaginta, oportet etiam quod quelibet pars istius sexagenarii sit octaua sicut est stadium, ut scilicet in qualibet lux et gloria resurrectionis refulgeat, que facta est in die octaua et que post septimam etatem est quasi post sabbatum consummanda. Et bene est octaua non incompleti numeri, sed millenarii, quia perfecta pars debet esse perfecti. Unde et bene hoc spatium septem miliaria habet, quia notitia diuine perfectionis in septem mundi etatibus refulgentis, est necessaria consiliis deuotionis, et medietas octaui miliarii, id est aliqua semigustatio resurrectionis beate per octauum miliarium designate. Nec intelligas hoc spatium perfici, nisi concurrente ipsa apparitione et contemplatione, sed intentio et conatus accedendi et perficiendi ad prefatam radicem contemplationis spectat. – Sextum est actualis exercitatio colloquiorum deuotionis et deuoti consilii, in quo potissimum est conferre preterita et presentia et futura; et ideo dicitur quod “colloquebantur ad inuicem de omnibus que acciderant”, et secum quasi meditando querebant.
Deinde subditur contemplationis processus a primordio per medium internum: nam primo incipit sub specie quasi peregrina, tum quia sub figuris quasi sensibilibus; tum quia post sensualia extrinseca occurrit Christi humanitas, que respectu deitatis est ei quemadmodum peregrina; tum quia, secundum Apostolum secunde Ad Corinthios tertio, “dum sumus in corpore, peregrinamur a Domino: per fidem enim ambulamus et non per speciem” [II Cor. 5, 6]; et secundum eundem prime Ad Corinthios decimo tertio, “uidemus nunc per speculum in enigmate” [I Cor. 13, 12].
In hoc autem initio tria per ordinem facit. Primo enim excitat ad plenius commemorandum et replicandum priora de Deo colloquia; in quo et plenius aperit tristitiam, quam colloquentes et pro uiribus ambulantes de absentia clare ueritatis habent. Secundo, ingerit se amplius ad tenebras stulte ignorantie obiurgandas, et ad immictendum radium ueritatis cum Scripturarum et diuinorum operum in eis contentorum reseratione et cum cordis accensione. Tertio, “fingit se longius ire”, id est a mente quasi uelle avolare.
Ex hoc autem sequitur medius profectus, quia mens tunc incipit precibus et inquisitionibus ipsum fortius attrahere et quasi cogere ad familiariorem ingressum et recte ad cenam. Et hec <est> lucta Iacob cum Deo, usquequo benedicatur et uideat faciem eius. Allegaturque ratio Deum ualde inducens, quia scilicet, ipso abscedente, nimis “aduesperascit” et dies sue illuminationis nimis ad defectum descendit.
Terminus autem primus est quia, intrans, sedet ad mensam, exhibendo scilicet intimam et tranquillam et refectiuam sui familiaritatem. Tuncque panem sapientie magnificans, frangit, id est in uarias sui rationes distinguit, et secundum hoc eius interna uiscera aperit ipsumque sic distinctum porrigit ad edendum, id est imprimit gustui et gustatiuis uirtutibus mentis. Et tunc ueritas, relictis figuris, incipit intellectualiter et quasi in propria specie recognosci. Ut autem amplius sursumagat et reascendat, repente disparet, relinquens hominem sibi ipsi. Et tunc resolutorie reditur ad primum principium, a quo tota contemplatio cum sua radice exiuit, scilicet ad Deum, prout est principium omnis gratie, et ad supernam Ierusalem, que est mater nostra, et etiam ad intimum mentis sinum et sedem. Ibique inuenit recollectam multitudinem testium ueritatis fitque mutua hic inde collatio et correlatio testimoniorum, et tunc redit plenior apparitio sicut infra subdetur. Et attende quomodo omnis illuminatio perfecta facit circulum: nam non est perfecta, nisi cum est perfecte reducta in primam originem, a qua manat.
Allegorice uero, describitur hic totus decursus illuminationis populi Dei ab initio seculi usque ad finem. Nam in principio pauci electi fuerunt et, ut ad litteram loquamus, soli duo, Adam scilicet et Eua. Tunc etiam de nouo casu ueritatis in humano genere grandis in eis collocutio et tristitia fuit; et quia in hac tristitia incipit opus reparationis homini lapsi, ideo hic fit mentio de apropinquatione Iesu, id est Saluatoris. Nam ex tunc, quamuis sub figuris ualde peregrinis, apparet Iesus oculis adhuc lippientibus et semiclausis. A sede autem Creatoris et creationis usque ad angelum magni consilii et usque ad uirginale castrum, in quo nostre redemptionis consilium est per diuinam sapientiam fabricatum, sexaginta sunt stadia, id est sexaginta patres, in quorum quolibet una generationis statio fuit. Ab Adam enim usque ad Ioseph, Virginis sponsum, sexaginta sunt patres, tribus abscisis, quos excludit Mattheus.
In intermedio autem profecit illuminatio per Scripturas Moysi et prophetarum; et quia circa aduentum Christi fuit singularis in synagoga et orbe excecatio introducta, pro eo quod dies precurrentis illuminationis iam quasi perfecerat cursum suum, ideo uisus est tunc “longius ire”, et maxime Iudeis tunc estimantibus aduentum Christi adhuc amplius differendum. Sed Christus propter instantiam sanctorum patrum, et quia dies erat in totali defectu nisi ueniret, coactus est in uirginale castellum intrare, et tunc uenit consiliarius desideratus. Cumque uero panem sue humanitatis per passionem et mortem fregisset, et sanctis patribus in limbo ac discipulis in hoc mundo porrexisset, subito a mundo disparuit, ascendendo in celum. Propter quod Ecclesia electorum per septem miliaria, id est per septem ecclesiastica tempora in septem apparitionibus sigillorum in Apocalypsi descripta, recurrit ad primam originem et hoc duplici modo.
Primo quidem, ut a plenitudine gentium redeat ad israeliticam plebem, a qua Christus ascendens disparuit, et a qua fides gentium primordialiter emanauit. Tunc enim in Ierusalem inuenietur uita apostolica et multitudo discipulorum electa, incomparabiliter plus quam ante resonans preconia ueritatis et glorie Christi, et maxime quia tunc apostolicus designatus in Petro et eius apostolica sede singulari Christi lumine radiabit in omnes, et tunc iterato Christus in spiritu admirabiliter et iocundissime apparebit, ita ut omnes pre gaudio admirentur.
Deinde sub altero tropo misterii, septenario temporum succinctius repetito, redibitur ad originem creationis et gratie, id est ad essentiam creantis et iustificantis, et ad supernam Ierusalem, per quam ordine ierarchico nostre subcelesti ierarchie omnis gratia administratur. Et ibi ad litteram inuenientur omnes sancti patres radiis et uerbis beatificis acclamantes “quod surrexit Dominus uere”, et pre ceteris “apparuit” summis ierarchis angelice et ecclesiastice ierarchie designatis in Petro. Illisque loquentibus, lux diuine maiestatis assistet tamquam superapparens, ut iuxta Apostolum “sit Deus omnia in omnibus” [I Cor. 15, 28].

 

Tab. II.4

LSL XXIV, 35, p. 666

Terminus autem primus est quia, intrans, sedet ad mensam, exhibendo scilicet intimam et tranquillam et refectiuam sui familiaritatem. Tuncque panem sapientie magnificans, frangit, id est in uarias sui rationes distinguit, et secundum hoc eius interna uiscera aperit ipsumque sic distinctum porrigit ad edendum, id est imprimit gustui et gustatiuis uirtutibus mentis. Et tunc ueritas, relictis figuris, incipit intellectualiter et quasi in propria specie recognosci. Ut autem amplius sursumagat et reascendat, repente disparet, relinquens hominem sibi ipsi. Et tunc resolutorie reditur ad primum principium, a quo tota contemplatio cum sua radice exiuit, scilicet ad Deum, prout est principium omnis gratie, et ad supernam Ierusalem, que est mater nostra, et etiam ad intimum mentis sinum et sedem. Ibique inuenit recollectam multitudinem testium ueritatis fitque mutua hic inde collatio et correlatio testimoniorum, et tunc redit plenior apparitio sicut infra subdetur. Et attende quomodo omnis illuminatio perfecta facit circulum: nam non est perfecta, nisi cum est perfecte reducta in primam originem, a qua manat.

Vita Nova 5.10-12 [XII 3-5]

[10] Avenne quasi nel mezzo del mio dormire che mi parve vedere nella mia camera lungo me sedere uno giovane vestito di bianchissime vestimenta, e pensando molto quanto alla vista sua, mi riguardava là ov’io giacea. E quando m’avea guardato alquanto, pareami che sospirando mi chiamasse, e diceami queste parole: «Fili mi, tempus est ut pretermictantur simulacra nostra». [11] Allora mi parea che io il conoscessi, però che mi chiamava così come assai fiate nelli miei sonni m’avea già chiamato: e riguardandolo pareami che piangesse pietosamente, e parea che attendesse da me alcuna parola. Onde io assicurandomi cominciai a parlare così con esso: «Signore della nobiltade, e perché piangi tu?». E quelli mi dicea queste parole: «Ego tanquam centrum circuli, cui simili modo se habent circumferentie partes; tu autem non sic». [12] Allora, pensando alle sue parole, mi parea che m’avesse parlato molto oscuramente, sì che io mi sforzava di parlare, e diceali queste parole: «Che è ciò, signore, che mi parli con tanta oscuritade?». E quelli mi dicea in parole volgari: «Non dimandare più che utile ti sia».

LSL XXII, 25-27, pp. 603-604

Contra hoc igitur Christus eos triplici respectu seu ratione informat. Prima ratio est ex opposita proprietate status eorum ad statum regum et principum mundanorum, unde subdit: “Reges gentium dominantur eorum”, id est populorum uel gentium, “et qui potestatem habent super eos”, id est principes eorum, “uocantur benefici”; iuxta quod prebendatus per episcopum uel cardinalem hodie communiter dicit: dominus episcopus me creauit et ipse me fecit: omnes enim maioribus libenter adulantur, et adulatorie extollunt et magnificant beneficia ab eis recepta. Vult ergo Christus dicere quod illi habent duplicem modum superbe maioritatis: primus est ex proprio actu, quia scilicet arroganter et tyrannice dominantur subiectis; secundus est ex subditorum adulatorio honore et applausu, quia, quamquam opprimantur a suis dominis, nichilominus uocant eos suos benefactores et recognoscunt se et sua recepisse ab eis, ac si essent creatores eorum. Quia ergo apostolos nequaquam decebat esse tales, ideo aduersatiue subdit: “Vos autem non sic”, scilicet esse debetis.
Secunda ratio est ex suo beneplacito et praecepto, et ideo monitorie et preceptorie subdit: “sed qui maior est in uobis”, scilicet etate et auctoritate, uel dignitate et sanctitate, “fiat sicut minor”, id est ita se subiciat et humiliet omnibus, ac si esset omnium minor et minor, “et qui precessor est”, id est qui alios precedit tamquam dux uel dignior, “fiat sicut ministrator”, id est ita omnibus ministret et seruiat, ac si iure et ex debito esset omnium seruus.
Tertia ratio est ex respectu eorum ad Christum, qui inter eos se habuit ut seruitor, potius quam ut seruitii susceptor; et ideo non se habuit ut “maior”, sed potius tamquam omnium minimus, unde subdit: “Nam quis maior est, qui recumbit”, id est qui sedet ad mensam et seruitur ab alio, “an qui ministrat”, id est qui seruit recumbenti? Et quia constat quod sedens est maior, scilicet in honore et dignitate, ideo subdit: “Nonne qui recumbit?” Hanc igitur partem maioritatis a se repellens et partem minoritatis sibi aproprians, subdit: “Ego autem in medio uestrum sum sicut qui ministrat”. Quamuis Christus ministrauerit eis ueritatis doctrinam et exemplum et se ipsum in pretium et in cibum, nichilominus uult ultra hoc ad litteram dicere quod etiam in ceteris obsequiis se habuit ad eos quasi ut seruus; unde et ipsa die pedes eis lauit et tersit, et forte more seruorum flexis genibus hoc fecit, quia nec aliter sic expedite uel ydonee officium illud explesset.

PETER OF JOHN OLIVI. On the Bible. Principia quinque in Sacram Scripturam, ed. D. Flood – G. Gál, St. Bonaventure University, New York 1997 (Franciscan Institute Publications, Text Series, 18), III, De doctrina Scripturae, pp. 80-82 [le citazioni scritturali sono poste fra “ ” anziché in corsivo].

9. Ipse etiam est medium virtuosissimum. Unde ipse est tamquam firmamentum in medio aquarum, influens firmitatem omni hierarchiae, tam angelicae quam ecclesiasticae quam omni creaturae, de quo Genesis 1. Et est tamquam “lignum vitae in medio Paradisi”, influens vitam naturae, gratiae et gloriae omni participanti eam secundum capacitatem suam, de quo Genesis 2, 9; et tamquam fluvius aquae vivae splendidus tamquam crystallus, procedens de sede Dei et Agni, in medio plateae eius influens nutrimentum et rorem coeli, tum omnis sapientiae omnibus habitantibus in plateis civitatis sanctae. Et de hoc Apcalypsis ultimo (22, 1ss.). Ipse etiam secundum Psalmistam (73, 12) operatus est salutem in medio terrae; ut sicut sol in medio planetarum et terra in medio elementorum et cor in medio animalium, sic Christus in medium terrae emitteret virgam virtutis suae dominari in medio inimicorm suorum. Omnes enim rivuli influentiarum ab eo exeuntium continuantur suo modo ad ipsum, sicut lineae circuli ad centrum. Et quoniam medium abstractissimum, necessario sequitur quod sit virtuosissimum. […]
10. Est etiam medium profundissimum et summe intrinsecum, et in hoc semper apparet esse humillimum et modicissimum, cum tamen in hoc ipso veraciter sit immensissimum tamquam simplicissimum et ab omni divisione et divisibilitate segregatum, unde Lucae 22, 27 dicit discipulis: “Ego autem in medio vestrum sum sicut qui ministrat”. Et eisdem contendentibus de primatu, statuit parvulum in medio eorum, dicens eis quod nisi efficerentur sicut parvulus ille, non intrarent in regnum caelorum, prout habetur Matthaei 18, 2. Et tamen hoc regnum est summe immensum. Propter hoc vidit Ioannes in medio throni et quattuor animalium agnum stantem tamquam occisum. Et quod Michaeae 6, 14 dicitur: “Humiliatio tui in medio tui”, huic potest aptari, cuius aspectus et consideratio summe humiliat mentes. Hac sui profundatione saepissime stat pro membris et econverso; et in omnibus membris suis et operibus praesentatur et econverso.
11. Est etiam summe notum. Unde de sapiente dictum est Ecclesiastici 15, 5 quod “in medio Ecclesiae aperuit os eius”, et 50, 6 quod “fuit quasi stella matutina in medio nebulae, et quasi luna plena in diebus suis lucet et quasi sol, et quasi arcus refulgens inter nebulas gloriae”. Et de eo dictum Habacuc 3, 2: “In medio annorum notum facies”, vel secundum aliam litteram bonam: “In medium eorum innotesceris”. Venit enim in medio temporum et annorum ad tempora distinguenda et notificanda. Et fuit tamquam lapis angularis in medio duorum populorum – animalium – ad eos spirituali sapientia imbuendos. Et Ezechielis 1, 16 dicitur quod aspectus rotarum quattuor et opera earum quasi sit rota in medio rotae. Sicut enim centrum est medium ad certam notitiam sumendam de sphaera vel circulo, et quanto aliqua sunt propinquiora centro, tanto citius et evidentius possunt certificari per centrum, sic Christus est tamquam centrum in medio Scripturarum, et circa ipsum immediate exsistit rota angelicae hierarchiae, et postea rota contemplativae et finalis Ecclesiae; et postea rota Ecclesiae quae de gentibus est, et post hoc synagogae. Et quaelibet quanto medio propinquior, tantum secundum se notior, sicut finis quanto universalior, tanto notior. Ibidem (Ezech. 1, 13) etiam dictum est quod visio discurrens in medio animalium erat ut splendor ignis et de igne fulgor egrediens.

 

Tab. II.5

Vita Nova 2. 6-7, 10-12 [V 1-2, VI 1-VII 1]

[6] Uno giorno avenne che questa gentilissima sedea in parte ove s’udivano parole della Regina della gloria, e io era in luogo dal quale vedea la mia beatitudine; e nel mezzo di lei e di me per la recta linea sedea una gentil donna di molto piacevole aspecto, la quale mi mirava spesse volte, maravigliandosi del mio sguardare che parea che sopra lei terminasse. [7] Onde molti s’accorsero del suo mirare, e in tanto vi fue posto mente, che partendomi da questo luogo mi sentio dire apresso me: «Vedi come cotale donna distrugge la persona di costui», e nominandola, intesi che dicea di colei che mezzo era stata nella linea recta che movea dalla gentilissima Beatrice e terminava negli occhi miei. […] [10] Dico che in questo tempo che questa donna era schermo di tanto amore quanto dalla mia parte, mi venne una volontà di volere ricordare lo nome di quella gentilissima e acompagnarlo di molti nomi di donne, e spetialmente del nome di questa gentil donna. [11] E presi li nomi di .lx. le più belle donne della cittade ove la mia donna fu posta dall’Altissimo Sire, e compuosi una pìstola sotto forma di serventese, la quale io non scriverò; e non n’avrei facto mentione, se non per dire quello che, componendola, maravigliosamente adivenne, cioè che in alcuno altro numero non sofferse lo nome della mia donna stare se non in su lo nove, tra li nomi di queste donne. [12] La donna colla quale io avea tanto tempo celata la mia volontade convenne che si partisse della sopradecta cittade e andasse in paese molto lontano; per che io, quasi sbigottito della bella difesa che m’era venuta meno, assai me ne disconfortai più che io medesimo non avrei creduto dinanzi.

Cn 3, 7-8, p. 184

[155] Per “sexaginta vero fortes” (7) designantur primo angeli circa Deum excubantes et nostram hierarchiam custodientes qui propter perfectionem divinae legis in seipsis et propter perfectionem operum suorum, quae a nobis in sex diebus hebdomadae fiunt et propter perfectam notitiam divinorum operum in primis sex diebus fundatorum, merito ‘sexaginta’ dicuntur quasi sexies decem vel decies sex. [156] Secundo per hoc designantur omnes ecclesiae pugiles incliti pro eius custodia accincti et mori parati qui eisdem causis ‘sexaginta’ vocantur, aut etiam quia in sex mundi aetatibus currunt et in sexta plenius consistunt, et quia unusquisque eorum in sua sexta aetate, cum iam scilicet est annorum sexaginta, est ad custodiam castitatis sponsae aptior et fortior ac discretior. Non enim debent hic esse nisi castissimi et sensatissimi et in bellis contra luxuriam probatissimi. Unde [157] merito “enses super femur suum” habere dicuntur “propter timores nocturnos” (8b), quia scilicet carnis concupiscentia non perdurante contemplationis die, sed in nocte sensualium operum et negotiorum dat improvisos et repentinos et insidiosos insultus. Quamvis et in hoc ipso omnia tentationum vel maxime insidiosarum genera designentur, contra quae oportet istos esse accinctos et praemunitos, quia aliter lectus regius non potest esse quietus neque securus.

Cn 4, 4a-b, pp. 196, 198

[174] Per “collum” (cf 4a) vero quo caput sustentatur et quod est unitivum medium inter caput et corpus et quo cibus et potus et inspiratio aeris traiiciuntur in corpus et quo spirituum respiratio et sermonum formatio proferuntur ad extra, designatur spiritualis fortitudinis et finalis perseverantiae robur. Unde et hic comparatur “turri David” fortissimis “propugnaculis” circumcinctae, ut non solum de prope, sed etiam procul et de longe sagittas in hostes emittat. [176] Et ad litteram: “Collum” est valde nervosum et forte. In ipso enim omnes nervi a capite in corpus manantes sub forti robore congregantur ad spiritum enim fortiter immittendum et emittendum et ad spirituale cibum virtuose traiiciendum. Et ad hoc quod omnia nostra robuste et alte et finaliter suo supremo capiti et ultimo fini cohaereant et iungantur, opus est fortitudine invincibili et perseveranti. [177] Ex hac autem fortissima “turre” dicit “pendere mille clypeos et etiam omnem armaturam fortium” (cf 4b). Per “mille” qui est numerus perfectus, perfectum numerum “clypeorum” designans, quia ex praefata fortitudine habemus perfecta arma protectionis et defensionis in “clypeis” designata et omnia arma fortis impugnationis quae ambo sunt necessaria in pugna perfecta. Vel praeter hoc haec fortitudo per memoriae diligentiam servat in se perfecta exempla sanctorum et scripturarum quantum ad utrumque genus armorum.

Cn 6, 7a-b, pp. 254, 256

[258] Deinde rediens ad eius generalem laudem praefert eam omnibus aliis “reginis” et “concubinis” et “adolescentulis” (cf 7) sponsi; tum quia illae sunt multae et magis communes, haec vero est sponso unica et singularis ita quod respectu eius illae non sunt dicendae reginae nec sponsae; tum quia est illis omnibus ineffabiliter admiranda et ab omnibus singulariter et super omnes laudata et venerata. Secundum autem Glossam “reginae” sunt quae ex caritate Deo iunguntur et Deo generant filios spirituales; et ideo “sexaginta” dicuntur, quia dilectionem praeceptorum Dei et perfectionem operum habent vel quia quinque sensus suos regunt sub duodenario qui est numerus apostolicus et abundans, id est: ex suis partibus aliquotis supra seipsum excrescens, id est: sub regula apostolica et perfecta et semper in melius excrescenti.
[259] “Concubinae” vero sunt quae ob solam temporalem mercedem Christo serviunt potius quam ex sincero et coniugali Dei amore. Et ideo ‘octoginta’ dicuntur, quia octogenarius in malo acceptus temporalium curas et implicamenta designat pro eo quod, sicut cursus huius saeculi quattuor temporibus agitur et in quattuor climatibus consistit et ex quattuor elementis, sic numerus iste quattuor vicenariis continetur. Qui vicenarius in malo acceptus transgressionem Decalogi designat et iterum poenam seu poenae debitum et reatum correspondentem eidem. Vel per ‘sexagenarium’ significatur perfectae aetatis maturitas, per ‘octogenarium’ vero decrepita vetustas vel nimia apporpinquatio iuxta illam.

[260] Per ‘adolescentulas’ (7b) vero designantur animae bonum incipientes et in eo crescentes et proficientes aut etiam multitudo vanorum qui sub nomine Christi vanitatem et voluptatem adolescentiae sive stultitiae suae sequuntur, quorum “non est numerus”: quia non sunt in libro vitae annumerati nec sub aliqua Dei certa et distincta mensura et regula comprehensi aut quia quoad bonos et etiam quoad utrosque sunt innumerabiles, non Deo, sed nobis.

 

 

 Vita Nova 1.1, 10-11 [I 1, II 9-10]

[1] In quella parte del libro della mia memoria dinanzi alla quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice Incipit Vita Nova. […]

[10] E avegna che la sua ymagine, la quale continuatamente meco stava, fosse baldanza d’Amore a signoreggiare me, tuttavia era di sì nobilissima virtù, che nulla volta sofferse che Amore mi reggesse sanza lo fedele consiglio della Ragione in quelle cose là dove cotale consiglio fosse utile a udire. [11] E però che soprastare alle passioni e acti di tanta gioventudine pare alcuno parlare fabuloso, mi partirò da esse, e trapassando molte cose, le quali si potrebbero trarre dello exemplo onde nascono queste, verrò a quelle parole le quali sono scripte nella mia memoria sotto maggiori paragrafi.

 

3. Chi è costui che vene? 

 

L’esclamazione ammirativa Quae est ista quae ascendit ? compare tre volte nel Cantico dei Cantici, in conclusione delle tre parti principali del libro salomonico, a sottolineare i tre stadi dell’ascesa contemplativa: Cn 3, 6; 6, 9; 8, 5. La fiamma d’Amore è radice, rami e frutti dell’albero della contemplazione e delle sue mirabili visioni.

Nel primo stadio la sposa ascende “per desertum”, cioè per un luogo solitario; “sicut virgula fumi”, come colonna di fumo, perché Dio si manifesta solo in una nuvola: la “caligo ignis” nella quale Mosè vide Dio, la “nebula” attraverso la quale il pontefice deve entrare nel santuario (Levitico 16, 2). Il passaggio dalle cose sensibili a ciò che è intellettuale avviene “virtute ignis liquefactivi et resolutivi … ex incensione ignea”.
Dante, ricevuto il primo saluto di Beatrice, si ritira nella sua camera (“mi partio dalle genti, e ricorso al solingo luogo d’una mia camera”); sopragiunto dal sonno, ha una “maravigliosa visione. Che mi parea vedere nella mia camera una nebula di colore di fuoco, dentro alla quale io discernea una figura d’uno signore, di pauroso aspecto a chi la guardasse; e pareami con tanta letitia quanto a.ssé, che mirabile cosa era; e nelle sue parole dicea molte cose, le quali io non intendea se non poche, tra le quali io intendea queste: ‘Ego Dominus tuus’ ” (Vita Nova 1.13-14). Amore gli appare come Dio si manifestò a Mosè.
Nelle sue braccia dorme nuda la donna della salute, “e nell’una delle mani mi parea che questi tenesse una cosa la quale ardesse tutta; e pareami che mi dicesse queste parole: ‘Vide cor tuum!’ ”. Poi sveglia la donna e “le facea mangiare questa cosa che in mano li ardea, la quale ella mangiava dubitosamente” (Vita Nova 1.15-17). Il cuore ardente è consono al fuoco liquefattivo della prima fase contemplativa; è comunque da ricondurre alle parole dei discepoli che hanno incontrato Cristo sulla via di Emmaus: “Nonne cor nostrum ardens erat in nobis, dum loqueretur nobis in via et aperiret nobis scripturas?” (Luca XXIV, 32; cfr. supra). Passo citato da Olivi a Cn 5, 6, dove la sposa lamenta la scomparsa del suo diletto. Anche in questo caso si tratta degli inizi del percorso contemplativo. Come la sposa si mostra dubbiosa nell’aprire allo sposo che le parla (“aperire distulit quasi dubitans”; Beatrice si pasce del cuore “dubitosamente”), e poi si accerta sentendo la propria anima liquefarsi, così i discepoli non riconoscono dapprima Cristo ma poi, dopo la sua improvvisa sparizione, ne sono consapevoli rammentando l’ardore provato nel cuore alle sue parole. Nella contemplazione, per quanto alta, la mente non deve presumere, ma umiliarsi e temere (“ut mens quantumcumque alta addiscat non praesumere, sed humiliari et ut in his quae caute egit, formidet aliquam culpam sibi absconsam inesse”); nel sonetto A ciascun’alma presa, che la prosa spiega con maggiore elaborazione dell’esegesi, si dice di Beatrice: “d’esto core ardendo / lei paventosa umilmente pascea” (anche Amore nella nuvola è “di pauroso aspecto a chi la guardasse”). Per inciso è da ricordare che, prima di scomparire, Cristo ha spezzato il pane e lo ha dato ai discepoli incontrati sulla via di Emmaus: il pane della sua umanità spezzato per la passione e morte, come spiega Olivi glossando Luca XXIV, 30.
Dal fumo esalano mirra e incenso. La mirra, che è amara, designa l’“amaritudo compunctionis et mortificationis et compassionis”. La letizia iniziale di Amore “si convertia in amarissimo pianto”; prende la donna fra le braccia e si rivolge al cielo (Vita Nova 1.18). Il primo stadio della contemplazione è lieto: “prae nimia exultatione non valente se intra se nec infra mensuram suorum communium limitum continere”. Ma alla letizia è accostata la mirra amara, che designa compunzione, mortificazione, compassione. Il pianto di Amore, considerato che il cuore ardente rinvia a Luca XXIV, 32, può forse anche rammentare il pianto di Cristo su Gerusalemme di Luca XIX, 41-42. Come Gerusalemme sarà distrutta dai Romani, così Firenze, per la morte di Beatrice,  sarà “quasi vedova dispogliata da ogni dignitade” (Vita Nova 19.8; a 5.11 Amore-Cristo piangerà “pietosamente” prima di definirsi “centrum circuli”, in un contesto che attinge ancora al vangelo di Luca; cfr. supra).
Nei primordi dell’ascesa contemplativa, accanto alla mirra, l’incenso designa la preghiera (“devotio orationis”). Olivi adduce due passi dell’Apocalisse ai quali rinvieranno numerosi luoghi della Commedia : le coppe (“phialae”) auree in mano ai seniori di Ap 5, 8 e l’offerta sull’altare delle preghiere di Ap 8, 3. La prosa di Vita Nova 1 termina con la preghiera ai “famosi trovatori in quel tempo”, i “fedeli d’Amore … pregandoli che giudicassero la mia visione”, riassunta nel sonetto A ciascun’alma presa.

Il secondo stadio dell’ascesa contemplativa è segnato dalla luce – “sub metaphora luminis ascendentis seu excrescentis usque ad summum” (Cn 6, 10). Le “mirae illuminationes” nell’“ascensus sponsae” vengono espresse con la luce del sole (“sicut sol ”, in forma graduale: aurora, luna illuminata, sole); la sposa stessa viene definita “terribilis ut castrorum acies ordinata”, inciso con il quale sono compresi tutti i pianeti e le stelle illuminati da un’unica luce solare. La mente, per l’altezza delle cose viste e mirate, esce alienata fuor di sé (“prae nimietate admirationis visionum et apprehensionum stupendarum mentem totaliter suspendentium in res visas et miras et per quandam excessivam obstupefactionem ipsam alienantium a seipsa”).
Nel sonetto Oltre la spera che più larga gira (Vita Nova 30.10-13), oltre i pianeti e le stelle, il poeta “vede una donna che riceve onore, / e luce sì, che per lo suo splendore / lo peregrino spirito la mira” (se sessanta sono le “reginae”, “una” è detta la sposa in grado superlativo: Cn 6, 8). La mente, uscita di sé stessa nell’eccesso, al ritorno non ricorda più: “Vedela tal, che quando ’l mi ridice, / io no.llo ’ntendo”. Nella prosa si precisa l’ascesa contemplativa e si introduce l’immagine del sole: “dico come elli la vede tale, cioè in tale qualitate, che io no.llo posso intendere, cioè a dire che lo mio pensero sale nella qualità di costei in grado che lo mio intellecto nol può comprendere; con ciò sia cosa che lo nostro intellecto s’abbia a quelle benedecte anime sì come l’occhio debole al sole : e ciò dice lo Phylosofo nel secondo della Metafisica” (Vita Nova 30.6).

Il terzo e ultimo grado dell’ascesa contemplativa segna il transito da questa vita all’altra (Cn 8, 5). L’“excessus mentis” diventa “ebrietas mentis”, dominata dal gusto d’amore, dolce e consolatore: “prae nimietate dulcoris et gaudii mentem inebriantis et nihil aliud sentire aut cogitare sinentis nisi solum dilectum et iucunditatem sui solacii ac tenerrimi et superdulcis amoris”.
Questi temi sono espressi nelle due quartine del sonetto Gentil pensero che parla di voi (Vita Nova 27.8-9), riferite alla Donna Gentile: «e ragiona d’amor sì dolcemente … L’anima dice al cor: “Chi è costui, / che vene a consolar la nostra mente, / ed è la sua virtù tanto possente, / ch’altro penser non lascia star con noi?”», dove Chi è costui  riprende Quae est ista di Cn 8, 5.
L’albero della contemplazione, dai rami espansi, ha prodotto i frutti. Nella mirabile visione, lo sposo viene visto nella sua piena maturità. Di lui è stato detto alla madre: “Benedetto il frutto del tuo grembo” (Luca 1, 42) («Et hic est sponsus in sua expressa et plena forma et maturitate inventus. Hic est enim de quo matri dictum est: “Et benedictus fructus ventris tui”»).
L’accostamento del “benedictus” alla “mirabilis visio” è al termine della Vita Nova, quando appare a Dante “una mirabile visione, nella quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedecta infino a tanto che io potessi più degnamente tractare di lei”. Il poeta si impegna per poter dire con piena maturità: “E di venire a.cciò io studio quanto posso, sì com’ella sae, veracemente”. Una trattazione più “temperata e virile”, che non deroghi al libello ma anzi giovi a quell’opera “fervida e passionata … all’entrata de la mia gioventute …” (Convivio I, i, 16-17).

L’esclamazione del Cantico dei Cantici Quae est ista quae ascendit ? è parodiata anche da Cavalcanti in Chi è questa che vèn. Se Cavalcanti fu il destinatario della Vita Nova (19.10 [XXX.3]), come poté accogliere un’opera pregna, ben oltre la parodia, di temi salomonici e della loro esegesi francescana? La reminiscenza della risposta data dal “primo delli miei amici” al sonetto Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io (S’io fosse quelli che d’amor fu degno) traspare in controluce, in ben altro contesto spirituale, con ben altra guida, in Purg. XXI, 19-24.

Tab. III.1

Cn 3, 6, pp. 178, 180

[146] “Quae est ista quae ascendit ?” (6a), scilicet tam singulariter et ineffabiliter. Haec autem admiratio est generaliter omnium attendentium sponsae ascensum saltem attendentium humiliter et devote. Admirantur autem specialiter tria, primo scilicet huius ascensus locum itinerarium, quia “per desertum (6a), id est: per iter omnibus communiter incedentibus impervium et inexpertum et etiam per iter in quo sponsa deserit omne creatum etiam semetipsam;
[147] secundo huius ascensionis modum, quia ascendit “sicut virgula fumi” (6a). In “virgula” enim notatur quod est humillimus ac simplicissimus seu restrictus et recollectissimus et rectissimus et totus in sursum erectus. In ‘fumo’ vero notatur quod est resolutorius seu resolutus ab effectibus scilicet ad primas et causales rationes eorum et a sensibilibus ad intellectualia et ab his ad superintellectualia, resolutus etiam in subtilissimas amorum et devotionum exhalationes virtute ignis liquefactivi et resolutivi factas.
[148] Nota etiam quod est ecstaticus propter caliginem fumi quae idem significat quod caligo ignis Moysi in qua sola Deus vult videri. Unde Levitici decimo sexto praecipitur quod pontifex non intret in sancta sanctorum sine nebula et vapore incensi operiente oraculum, ne moriatur; “quia in nube” – inquit – “apparebo super oraculum” (Lv 16, 2).
[149] Tertio admirantur huius fumi sic ascendentis multiplicem et pretiosam materiam. Est enim “ex aromatibus” (6b) quae sunt multae fragrantiae et virtutis et facile resolubilia in fumum seu vaporem odoriferum. Sunt autem haec specialiter “myrrhae et thuris” (6b) et generaliter “universi pulveris pigmentarii” (6b), id est: ex omnibus aromaticis speciebus molitis et pulverizatis ex quibus pigmenta varia conficiuntur.
[150] Duo enim in hoc primo et principaliter requiruntur, scilicet amaritudo compunctionis et mortificationis et compassionis quae per ‘myrrham’ amaram et corpora per ipsam condita a corruptione praeservantem designatur, et devotio orationis quae per ‘thuris’ incensum designatur iuxta illud Apocalypsis quinto: “habentes phialas aureas plenas odoramentorum quae sunt orationes sanctorum” (Ap 5, 8); et capitulo octavo: “Habens thuribulum aureum, et data sunt illi incensa multa, ut daret de orationibus sanctorum” (Ap 8, 3) etc. Tertium vero omnes virtutes et earum partes generaliter aggregans est multitudo subtilissimarum meditationum et affectionum per ignem divini amoris concurrentium in idipsum. 

Cn 8, 5, pp. 304, 306, 308

[328] “Quae est ista” (5). Hic subditur tertia exclamatio admirativa ascensus sponsae quas Salomon signanter in fine priorum partium posuit (cfr. Cn 3, 6; 6, 9) ad innuendam distinctionem principalium partium huius libri et ad quandam plenam totalitatem et consummationem praescripti seu praecurrentis ascensus insinuandam. […]
[330] Notandum autem quod, sicut Richardus in Libro De Arca Moysi Mystica dicit, triplici ex causa vel modo ascenditur ad contemplationis excessum:
Primus est prae nimia exultatione non valente se intra se nec infra mensuram suorum communium limitum continere. Quae exultatio ex amoris ignea fervescentia mentis affectus incendente et resolvente et instar unguentorum ebullientium exiliri extra se faciente gignitur. Et ideo prima exclamatio superius facta describit sponsae ascensum su typo fumi pigmentarii ex incensione ignea resoluti et sursum exhalantis et insilientis (cfr. Cn 3, 6). […]
[331] Amor igitur igneus et superfervidus est radix et stipes solidus et procerus atque ramosus contemplativi ascensus. Admirabilium vero illuminationum et visionum suspensio est eius effloritio radiosa dans ramis expansis et toti arbori mirabile venustatem et quasi regalem gloriam et coronam. Eius vero gaudiosa et superdulcis iubilatio et inebriatio est eius saporissimus et suavissimus ac deliciosissimus fructus. Et hic est sponsus in sua expressa et plena forma et maturitate inventus. Hic est enim de quo matri dictum est: “Et benedictus fructus ventris tui” (Lc 1, 42).

Vita Nova 1.12-20, 23 [III 1-9, 12]

[12] Poi che fuoro passati tanti dì che a puncto erano compiuti li nove anni apresso l’apparimento soprascripto di questa gentilissima, nell’ultimo di questi dì avenne che questa mirabile donna apparve a me vestita di colore bianchissimo, in mezzo di due gentili donne, le quali erano di più lunga etade; e passando per una via, volse gli occhi verso quella parte ov’io era molto pauroso, e per la sua ineffabile cortesia, la quale è oggi meritata nel grande secolo, mi salutòe virtuosamente tanto, che mi parve allora vedere tutti li termini della beatitudine. [13] L’ora che lo suo dolcissimo salutare mi giunse, era fermamente nona di quel giorno. E però che quella fu la prima volta che le sue parole si mossero per venire alli miei orecchi, presi tanta dolcezza, che come inebriato mi partio dalle genti, e ricorso al solingo luogo d’una mia camera, puosimi a pensare di questa cortesissima. [14] E pensando di lei, mi sopragiunse uno soave sonno, nel quale m’apparve una maravigliosa visione. Che mi parea vedere nella mia camera una nebula di colore di fuoco, dentro alla quale io discernea una figura d’uno signore, di pauroso aspecto a chi la guardasse; e pareami con tanta letitia quanto a.ssé, che mirabile cosa era; e nelle sue parole dicea molte cose, le quali io non intendea se non poche, tra le quali io intendea queste: «Ego Dominus tuus». [15] Nelle sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi parea in uno drappo sanguigno leggieramente; la quale io riguardando molto intentivamente, conobbi ch’era la donna della salute, la quale m’avea lo giorno dinanzi degnato di salutare. [16] E nell’una delle mani mi parea che questi tenesse una cosa la quale ardesse tutta; e pareami che mi dicesse queste parole: «Vide cor  tuum!». [17] E quando elli era stato alquanto, pareami che disvegliasse questa che dormia, e tanto si sforzava per suo ingegno, che le facea mangiare questa cosa che in mano li ardea, la quale ella mangiava dubitosamente. [18] Apresso ciò poco dimorava che la sua letitia si convertia in amarissimo pianto; e così piangendo si ricogliea questa donna nelle sue braccia, e con essa mi parea che si ne gisse verso lo cielo. Onde io sostenea sì grande angoscia, che lo mio deboletto sonno non poteo sostenere, anzi si ruppe e fui disvegliato. [19] E immantanente cominciai a pensare, e trovai che l’ora nella quale m’era questa visione apparita era stata la quarta della nocte, sì che appare manifestamente ch’ella fue la prima ora delle nove ultime ore della nocte. [20] E pensando io a.cciò che m’era apparuto, propuosi di farlo sentire a molti li quali erano famosi trovatori in quel tempo: e con ciò fosse cosa che io avesse già veduto per me medesimo l’arte del dire parole per rima, propuosi di fare uno sonetto, nel quale io salutasse tutti li fedeli d’Amore; e pregandoli che giudicassero la mia visione, scrissi a.lloro ciò che io avea nel mio sonno veduto. E cominciai allora questo sonetto, lo quale comincia A ciascun’alma presa.

[23]

Allegro mi sembrava Amor tenendo
meo core in mano, e nelle braccia avea
madonna involta in un drappo dormendo.
Poi la svegliava, e d’esto core ardendo
lei paventosa umilmente pascea.
Apresso gir lo ne vedea piangendo.

Cn 5, 6, pp. 228, 230

[225] Nota quod aliquando Deus mentem incipiens visitare ante consummationem visitationis repente abscedit; tum quia ex hoc desiderium cordis fortius accendit ac in altiora petenda altius suspendit et sublevat et tandem plenius id quod quaerit, obtinet quam obtineret; tum quia mens ex hoc aliquando advertit plenius gratiam et efficaciam visitationis inceptae quam, si perdurasset in ea. Cuius exemplum patet in duobus discipulis euntibus in Emmaus quibus Christus primo apparuit in specie peregrini, et tandem cum coeperunt ipsum cognoscere, subito avolavit ab eis. Ex quo plenius advertentes quid primo in eis fecerat, dixerunt: “Nonne cor nostrum ardens erat in nobis, dum loqueretur nobis in via et aperiret nobis scripturas?” (Lc 24, 31) Et hoc ipsum contingit hic sponsae, unde subdit:
[226] “Anima mea liquefacta est, ut dilectus locutus est” (cfr. 6c). Ecce quod quae tunc, dum sibi sponsus loqueretur, aperire distulit quasi dubitans, an esset ipse aut an esset sibi utile aperire, nunc certitudinaliter animadvertit se tunc ex locutione sponsi prae nimio amoris resolventis ardore liquefactam fuisse. Tum sicut in contemplationis primordiis expedit sponsi illapsus aliquantulum diutius immorari, ut mens in contemplationis amore et in contemplativo statu fundetur atque firmetur, sic postquam est multum sublimata, expedit huiusmodi illapsus aliquando detruncari, ut mens quantumcumque alta addiscat non praesumere, sed humiliari et ut in his quae caute egit, formidet aliquam culpam sibi absconsam inesse. Hoc autem ultimum in casu isto et consimilibus proprie habet locum, quia in eo quod sponsa non statim aperuit sponso, culpam potuit merito formidare; quia difficile est quod in talibus non interveniat aliqua culpa.

Tab. III.2

Vita Nova 30 [XLI] 

Poi mandaro due donne gentili a me pregando che io mandassi loro di queste mie parole rimate. Onde io pensando la loro nobilitade, propuosi di mandare loro e di fare una cosa nuova, la quale io mandassi a.lloro con esse, acciò che più onorevolemente adimpiessi li loro prieghi. E dissi allora uno sonetto lo quale narra del mio stato, e manda’lo a.lloro col precedente sonetto accompagnato e con un altro che comincia Venite a ’ntendere. [2] Lo sonetto lo quale io feci allora comincia Oltre la spera, lo quale à in sé cinque parti. [3] Nella prima dico là ove va lo mio pensero, nominandolo per nome d’alcuno suo effecto. [4] Nella seconda dico perché va lassù, cioè chi lo fa così andare. [5] Nella terza dico quello che vide, cioè una donna onorata lassù. E chiamolo allora «spirito peregrino», acciò che spiritualmente va lassù e, sì come peregrino lo quale è fuori della sua patria, vi stae. [6] Nella quarta dico come elli la vede tale, cioè in tale qualitate, che io no.llo posso intendere, cioè a dire che lo mio pensero sale nella qualità di costei in grado che lo mio intellecto nol può comprendere; con ciò sia cosa che lo nostro intellecto s’abbia a quelle benedecte anime sì come l’occhio debole al sole: e ciò dice lo Phylosofo nel secondo della Metafisica. [7] Nella quinta dico che, avegna che io non possa intendere là ove lo pensero mi trae, cioè alla sua mirabile qualitade, almeno intendo questo, cioè che tutto è lo cotale pensare della mia donna, però ch’io sento lo suo nome spesso nel mio pensero: e nel fine di questa quinta parte dico: «donne mie care», a dare ad intendere che sono donne coloro a cui io parlo. [8] La seconda parte comincia quivi intelligenza nova; la terza quivi Quand’elli è giunto; la quarta quivi Vedela tale; la quinta quivi So io che parla. [9] Potrebbesi più sottilmente ancora dividere e più sottilmente fare intendere; ma puotesi passare con questa divisa, e però non mi trametto di più dividerlo.

[10-13]

Oltre la spera che più larga gira
passa ’l sospiro ch’esce del mio core:
intelligenza nova, che l’Amore
piangendo mette in lui, pur sù lo tira.
Quand’elli è giunto là ove disira,
vede una donna che riceve onore,
e luce sì, che per lo suo splendore
lo peregrino spirito la mira.
Vedela tal, che quando ’l mi ridice,
io no.llo ’ntendo, sì parla sottile
al cor dolente, che lo fa parlare.
So io che parla di quella gentile,
però che spesso ricorda Beatrice,
sì ch’io lo ’ntendo ben, donne mie care.

 

 

 Cn 6, 8, p. 256

[261] Sponsa autem triplici ex causa dicitur esse “una (8ab) quarum tertia soli competit ecclesiae generali quae non potest esse nisi “una”; quia quaecumque non continetur in ipsa sicut pars in suo uno toto aut sicut membrum in uno hominis corpore, non spectat ad Deum nec ad domesticam familiam eius. Duae vero causae reliquae non solum spectant ad ipsam, sed etiam ad quamlibet animam vel particularem ecclesiam in contemplativae simul et activae perfectionis culmine singulariter praeexcellentem. Quae quidem dicitur “una”, quia soli uni sponso unitissime vacat eligens optimam partem Mariae de qua dictum est: “Porro unum est necessarium” (Lc 10, 42).
[262] Dicitur etiam “una”, id est: singularis respectu gradus superlativi, quia scilicet sola respectu aliarum in superlativo gradu et statu existit; et ideo ad singularem et superlativum Dei nuptialem amorem est a Deo assumpta et praeelecta. […]

Cn 8, 5, pp. 304, 306, 308

[328] “Quae est ista” (5). Hic subditur tertia exclamatio admirativa ascensus sponsae quas Salomon signanter in fine priorum partium posuit (cfr. Cn 3, 6; 6, 9) ad innuendam distinctionem principalium partium huius libri et ad quandam plenam totalitatem et consummationem praescripti seu praecurrentis ascensus insinuandam. […]
[330] Notandum autem quod, sicut Richardus in Libro De Arca Moysi Mystica dicit [cfr. Richardus de Sancto Victore, De gratia contemplationis, V, 5; PL 196, 174 ss.], triplici ex causa vel modo ascenditur ad contemplationis excessum: […]
Secundus est prae nimietate admirationis visionum et apprehensionum stupendarum mentem totaliter suspendentium in res visas et miras et per quandam excessivam obstupefactionem ipsam alienantium a seipsa. Et hunc secundum modum exclamatio secunda expresse describit quae miras illuminationes et illuminationum processus admiratur in sponsae ascensu (cfr. Cn 6, 9). 

Cn 6, 9, pp. 256, 258, 260.

[263] “Quae est ista” (9a). Descripto trino ascensu sponsae spectante ad totam secundam partem principalem huius libri subditur hic exclamatio admirativa huius trini ascensus et specialiter tertii tamquam aliorum supremi iuxta quod et in fine primae partis principalis, consimilem exclamationem subiecit. Sicut autem illic (cfr. Cn 3, 6) sub metaphora fumi aromatici recte et unite ascendentis in altum expressit illum sponsae ascensum, sic in hoc loco exprimit istum sub metaphora luminis ascendentis seu excrescentis usque ad summum. Ut scilicet primo sit sicut lux ‘aurorae’ (cfr. 9a) celeriter ascendentis et consurgentis super hemisphaerium nostrum, secundo sit sicut lux ‘lunae’ (cfr. 9b) plenae seu in lumine ascendentis usque ad plenilunium suum, tertio sit “sicut sol” (9b), et hic iuxta tropum sumptum ex luminaribus mundi non est dare maius neque aequale, nisi insimul omnia luminaria instar unius magni exercitus comprehendas, quam quidem comprehensionem subdit dicens quod est
[264] “terribilis ut castrorum acies ordinata” (9c). […]
[265] Nota etiam quod semper lucem ‘solis’ posuit, sed gradatim, quia lux ‘aurorae’ est lux ‘solis’ in aere nocturnis tamen tenebris permixta, lux vero ‘lunae’ est lux ‘solis’ lunae immissa. Si etiam per “castrorum acies” accipias solem cum universis planetis et stellis, adhuc solum lumen ‘solis’ ponis, si verum est, sicut verisimile est, omnes illuminari a sole. Per hoc igitur convenienter significantur gradati ascensus illuminationum sponsae, ut primum sit in cognitione sui, secundum in cognitione ecclesiae seu de ecclesia, tertium vero in Dei cognitione seu contemplatione, quartum vero in Dei et omnium universalissima et ordinatissima comprehensione. Vel ut primum sit in sui ascensus initio in quo adhuc aliquarum tentationum et ignorantiarum tenebris est permixta, semper tamen ab illis magis ac magis discedens, secundum vero ut sit in suo profectu, tertium vero et quartum in sua consummatione.

 

Tab. III.3

Cn 8, 5, pp. 304, 306, 308

[328] “Quae est ista” (5). Hic subditur tertia exclamatio admirativa ascensus sponsae quas Salomon signanter in fine priorum partium posuit (cfr. Cn 3, 6; 6, 9) ad innuendam distinctionem principalium partium huius libri et ad quandam plenam totalitatem et consummationem praescripti seu praecurrentis ascensus insinuandam. In hac vero tertia parte triplici ex causa non ponit hanc exclamationem in ultimo fine suo, in fine videlicet suae tertiae partis, sicut in duabus prioribus fecit. Prima est, quia ultimus ascensus sponsae qui est in ultimo vitae huius, non spectat ad hanc vitam nec ad contemplationem sibi possibilem, sed potius ad aeternam quae erit in alia vita. Et ideo liber iste potius finit in verbo sponsae significante recessum et desiderium recessus et transitus ab hac vita quam in verbo cuiuscumque admirantis contemplativos huius vitae ascensus.
[329] Secunda est, quia introducta Christi incarnatione et eius cum sponsa plena coniunctione non immerito debuit summus huius vitae contemplativus ascensus exclamatione et admiratione et iubilatione describi. Unde et hic non ponitur ascendere quasi sola, sed potius tamquam ‘innixa’ (8, 5) super suum sponsum.
Tertia est, ut sequens pars quae est tertia pars huius tertiae partis, quandam per se totalitatem innueretur habere. Nam recte a Christi passione omnis fundationis et aedificationis cuiuscumque ecclesiae promeritiva inchoat ac deinde primariam fundationem seu initiationem et augmentum intermedium et finalem terminum ecclesiae generalis et quarumcumque specialium quasi in quadam brevi et epilogatoria summa describit.
[330] Notandum autem quod, sicut Richardus in Libro De Arca Moysi Mystica dicit [cfr. Richardus de Sancto Victore, De gratia contemplationis, V, 5; PL 196, 174 ss.], triplici ex causa vel modo ascenditur ad contemplationis excessum:
Primus est prae nimia exultatione non valente se intra se nec infra mensuram suorum communium limitum continere. Quae exultatio ex amoris ignea fervescentia mentis affectus incendente et resolvente et instar unguentorum ebullientium exiliri extra se faciente gignitur. Et ideo prima exclamatio superius facta describit sponsae ascensum sub typo fumi pigmentarii ex incensione ignea resoluti et sursum exhalantis et insilientis (cfr. Cn 3, 6).
Secundus est prae nimietate admirationis visionum et apprehensionum stupendarum mentem totaliter suspendentium in res visas et miras et per quandam excessivam obstupefactionem ipsam alienantium a seipsa. Et hunc secundum modum exclamatio secunda expresse describit quae miras illuminationes et illuminationum processus admiratur in sponsae ascensu (cfr. Cn 6, 9).
Tertius est prae nimietate dulcoris et gaudii mentem inebriantis et nihil aliud sentire aut cogitare sinentis nisi solum dilectum et iucunditatem sui solacii ac tenerrimi et superdulcis amoris. Et hoc proprie traditur in hac tertia exclamatione. Unde sponsa dicitur hic ascendere ut “deliciis” non solum plena, sed “affluens” et ut tota “innixa” seu familiari amplexu appodiata “super dilectum suum” (5).
[331] Amor igitur igneus et superfervidus est radix et stipes solidus et procerus atque ramosus contemplativi ascensus. Admirabilium vero illuminationum et visionum suspensio est eius effloritio radiosa dans ramis expansis et toti arbori mirabile venustatem et quasi regalem gloriam et coronam. Eius vero gaudiosa et superdulcis iubilatio et inebriatio est eius saporissimus et suavissimus ac deliciosissimus fructus. Et hic est sponsus in sua expressa et plena forma et maturitate inventus. Hic est enim de quo matri dictum est: “Et benedictus fructus ventris tui” (Lc 1, 42).

Vita Nova 27 [XXXVIII].8-9

Gentil pensero che parla di voi
sen vene a dimorar meco sovente,
e ragiona d’amor sì dolcemente,
che face consentir lo cor in lui.
L’anima dice al cor: «Chi è costui,
che vene a consolar la nostra mente,
ed è la sua virtù tanto possente,
ch’altro penser non lascia star con noi 

[328] “Quae est ista” […]

[330] Tertius est prae nimietate dulcoris et gaudii mentem inebriantis et nihil aliud sentire aut cogitare sinentis nisi solum dilectum et iucunditatem sui solacii ac tenerrimi et superdulcis amoris.

Vita Nova 31 [XLII]

[1] Apresso questo sonetto apparve a me una mirabile visione, nella quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedecta infino a tanto che io potessi più degnamente tractare di lei. [2] E di venire a. cciò io studio quanto posso, sì com’ella sae, veracemente. Sì che, se piacere sarà di Colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dire di lei quello che mai non fue detto d’alcuna. [3] E poi piaccia a colui che è sire della cortesia che la mia anima sen possa gire a vedere la gloria della sua donna, cioè di quella benedecta Beatrice, la quale gloriosamente mira nella faccia di Colui «qui est per omnia secula benedictus».

Vita Nova 15.1-2 [XXIV 1-2]

Apresso questa vana ymaginatione, avenne uno die che sedendo io pensoso in alcuna parte, e io mi senti’ cominciare un terremuoto nel cuore, così come se io fossi stato presente a questa donna. [2] Allora dico che mi giunse una ymaginatione d’Amore: che mi parve vederlo venire da quella parte ove la mia donna stava, e pareami che lietamente mi dicesse nel cuor mio: «Pensa di benedicere lo dì che io ti presi, però che tu lo dêi fare». E certo me parea avere lo cuore sì lieto, che me non parea che fosse lo mio cuore, per la sua nuova conditione.

[331] Amor igitur igneus et superfervidus est radix et stipes solidus et procerus atque ramosus contemplativi ascensus. Admirabilium vero illuminationum et visionum suspensio est eius effloritio radiosa dans ramis expansis et toti arbori mirabile venustatem et quasi regalem gloriam et coronam. Eius vero gaudiosa et superdulcis iubilatio et inebriatio est eius saporissimus et suavissimus ac deliciosissimus fructus. Et hic est sponsus in sua expressa et plena forma et maturitate inventus. Hic est enim de quo matri dictum est: “Et benedictus fructus ventris tui” (Lc 1, 42).

Inf. VIII, 43-45

Lo collo poi con le braccia mi cinse;
basciommi ’l volto e disse: “Alma sdegnosa,
benedetta colei che n te s’incinse !” 

Purg. XXX, 19-21

Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis !’,
e fior gittando e di sopra e dintorno,
Manibus, oh, date lilïa plenis!’.

 

4. “Apparve prima la gloriosa donna della mia mente”

 

Effetto degli occhi micidiali e feri oppure piani, soavi e dolci della donna della salute o dall’angelica figura, il contrasto tra la paura che fa tremare lo spirito e venir meno la vita e il successivo riconfortarsi, tra il martirio e la pietà, è tema frequentissimo negli stilnovisti.
L’apparizione dell’angelo a Zaccaria in Luca 1, 11ss. provoca nel sacerdote una condizione psicologica messa a fuoco dall’Olivi nella Lectura super Lucam. Zaccaria è ‘turbato’, cioè atterrito, viene preso da un timore improvviso, rapido e impetuoso, che opprime le forze, assale potente dall’alto e sottomette al proprio dominio. A una visione così subitanea, insolita e troppo trascendente, dall’aspetto terribile e quasi intollerabile, si spaventano i sensi e la fantasia, per natura infermi e pusillanimi. Lo Spirito, che si manifesta nella specie assunta, agita occultamente, come vuole, il cervello, i nervi, le viscere e tutti i sensi dell’uomo, scuote e opprime quanto e come gli piace. Così egli imprime in modo più forte l’esperienza vera della sua apparizione, umilia il cuore di chi vede e umiliandolo lo dispone alle cose alte e divine: l’uomo alienato da sé stesso per il terrore e privo di forze sente dapprima la forza e la severità della virtù superna; poi, per i conforti e le consolazioni che seguono, sente meglio la dolcezza, la pietà, la clemenza e la soavità. A Zaccaria viene detto pertanto di non temere (Lc 1, 13), perché la sua preghiera, di avere il Salvatore, è stata esaudita e la moglie Elisabetta gli darà un figlio che egli chiamerà Giovanni. L’angelo che appare a Zaccaria si palesa come Gabriele (Lc 1, 19), che viene interpretato “fortitudo Dei”, e dice al vecchio sacerdote: “Ed ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, le quali si adempiranno a loro tempo” (Lc 1, 20). Il diventare muto di Zaccaria è figura del tacere della vecchia legge, carnale e letterale, fino al momento in cui, con la venuta di Cristo, viene aperto l’intelletto spirituale [27].
L’effetto dell’apparizione di Gabriele a Zaccaria è il medesimo provocato in Dante dall’apparizione dell’“angiola giovanissima” Beatrice: lo spirito della vita, che dimora nel cuore, comincia a tremare fortemente, il che appare “nelli menomi polsi orribilmente”, e tremando dice “Ecce Deus fortior me, qui veniens dominabitur michi!” (Vita Nova 1.5). Da allora Amore signoreggia a suo piacere l’anima del poeta, a lui sposata (1.8) [28].
Tremare e ammutolire – “ch’ogne lingua deven tremando muta” – sono effetti dell’apparizione di Beatrice, donna della salute, in Tanto gentile e tanto onesta pare (Vita Nova 17.5).
Si potrebbe risalire fino alla sorgente delle “nove rime”. Di essa scrive il Gorni:

Ma la lingua non si scioglie e l’ispirazione tarda: la nuova poesia non è figlia della volontà, che pure la prepara, e neppure di quell’inesauribile ragionar di sé stesso e dei propri dolori. Il verso risolutivo, cominciamento del nuovo stile, è un dono travolgente e improvviso, forte come il fiato divino della grazia: la mia lingua parlò quasi come per sé stessa mossa e disse:Donne ch’avete intellecto d’Amore” […] Non l’angelo dell’Annunciazione reca quelle decisive parole, né altra voce dall’alto; eppure la reazione del poeta è quella stessa di Maria al cospetto di Gabriele, nel racconto del vangelo di Luca: Queste parole io ripuosi nella mente con grande letitia, pensando di prenderle per mio cominciamento […] [29].

Il riferimento non è tanto all’Annunciazione, quanto alla facoltà di parlare data al muto e tremefatto Zaccaria, nell’imporre al figlio il nome Giovanni, dopo averlo scritto su una tavoletta (Luca 1, 63-64). Il nome viene dettato interiormente, segno di lode a Dio e nello stesso tempo di apertura all’intelligenza spirituale di molti Giudei. Non è casuale che sul versetto successivo (Lc 1, 65: “et super omnia montana Iudaeae divulgabantur omnia verba haec”), come sottolineato dal Gorni, sia ricalcata l’espressione “Apresso che questa canzone fue alquanto divulgata tra le genti” (Vita Nova 11.1) [30].
La reazione evocata dal Gorni, la stessa di Maria in cospetto di Gabriele, opera altrove, in Dante muto di stupore nel contemplare, nell’Empireo, i gradi del “sicuro e gaudïoso regno”. I versi di Par. XXXI, 37-39, con la triplice antitesi – “ïo, che al divino da l’umano, / a l’etterno dal tempo era venuto, / e di Fiorenza in popol giusto e sano” -, conducono ad altra opera dell’Olivi, la prima quaestio de domina (de consensu virginali pro Annuntiatione). Ivi il francescano spiega su un piano psicologico il passaggio della Vergine dallo stato precedente la maternità al nuovo stato incominciato con l’assenso dato alla divina concezione. Come nel venire a un alto stato religioso, o nell’ascendere al culmine della contemplazione dalla vita attiva, o nel passare all’altra vita da questo secolo, un fedele prova un’ardua trascendenza, un estraniarsi e un’inusitata novità che pervadono di stupore ogni sentimento, e per questo si sente come morire al suo stato precedente, tanto più Maria, nell’ora dell’assenso, provò quasi un ineffabile morire al suo stato precedente passando a uno stato sovramondano e a una regione inusitata, nella quale doveva venire assorbita in modo radicale e irrevocabile dagli eccelsi abissi degli arcani divini. Di tutti i sentimenti provati dalla Vergine e fatti propri dal poeta, che perviene a ricrearsi “nel tempio del suo voto riguardando”, solo il morire non è espresso in modo esplicito. Anche lo straniarsi è reso col vagheggiare Arcade da parte della madre Elice, entrambi mutati da Giunone e trasformati nel superiore stato di costellazioni (le due Orse). Nella descrizione del “ciel ch’è pura luce”, si insinua dunque il motivo del consenso dato dalla Vergine all’opera della Redenzione, così come presentato dall’Olivi.
A Gabriele il quale, nell’alto preconio di Maria, riferisce umilmente ogni lode a Dio, è da riportare anche il tono del parlare di Salomone a Par. XIV, 34-37: “E io udi’ ne la luce più dia / del minor cerchio una voce modesta, / forse qual fu da l’angelo a Maria, / risponder …” [31].
Se Dante aveva presente il commento a Luca di Olivi nel redigere la prosa di Vita Nova 1.5-8, che narra dell’apparizione di Beatrice, si comprende perché abbia scartato la canzone E’ m’incresce di me, concludendo invece il paragrafo con il sonetto A ciascun’alma, che meglio si inseriva nelle maglie dell’armatura esegetica. Nella canzone Dante afferma di aver ‘profeticamente’ provato, nel giorno della nascita di Betrice, gli effetti degli “occhi micidiali” della donna che gli sarebbe poi apparsa nella sua bellezza: la paura, la luce ch’atterra, il tremore simile a morte [32]. Anche Zaccaria provò dapprima questi sentimenti all’apparizione dell’angelo, ma fu poi confortato in modo dolce e soave. Il salutare di Beatrice fa sì “ch’ogne lingua deven tremando muta”, ma poi “… dà per gli occhi una dolcezza al core”.

 

Tab. IV.1

PETRI IOHANNIS OLIVI Lectura super Lucam [ = LSL], ed. F. Iozzelli, Ad Claras Aquas, Grottaferrata 2010 (Collectio Oliviana, V) [le citazioni scritturali, anziché in corsivo, sono state poste fra “ ”]

LSL I, 11-13, 19-20, 25, pp. 175-177, 180-181, 184

<11> “Apparuit autem illi angelus Domini stans a dextris altaris incensi” […]
<12> Quante autem magnificentie et efficacie hec apparitio fuerit, per eius effectum patuit, unde subdit: “Et Zacharias turbatus est”, id est ualde territus, “uidens”, id est ex uisione angeli. Quantus autem hic timor fuerit, subditur: et timor irruit super eum”; in quo significatur quod fuit subitus et rapidus seu impetuosus, et uirium eius oppressiuus, et tamquam ab alto potenter et predominanter in ipsum insiliens sibique subiciens. Cooperatur autem materialiter et dispositiue ad talem timorem nostre fantasie et sensualitatis naturalis infirmitas et pusillanimitas, que ad uisa subita et insolita et nimium transcendentia faciliter expauescit, et maxime quando sub terribili et quasi intolerabili aspectu sibi se ingerunt. Effectiue uero et predominanter prouenit a uoluntaria potestate spiritus in assumpta specie apparentis, qui occulte prout uult cerebrum ac neruos et medullas et totam hominis sensualitatem agitat et concutit et opprimit, quantum et prout sibi placet. Quod quidem ualet ad sui superexcellentiam et ad sue apparitionis ueritatem fortius et experimentalius imprimendam, et etiam ad cor uidentis humiliandum, et humiliando ad diuina altius disponendum, et ut primo per terrorem alienetur homo a se ipso et concidat robur carnis et sentiatur fortitudo et seueritas superne uirtutis, ac demum per subsequentes confortationes et consolationes melius sentiatur eius dulcedo et pietas et clementia et suauitas.
<13> “Ne timeas, Zacharia”: tam sensuali uerbo quam actu occulto assistente ipsi uerbo solent prius perterritos confortare, et ideo utrumque est hic supponendum. “Quoniam exaudita est oratio tua”, qua scilicet generaliter pro salute sua et totius populi orans petebat Saluatorem, ac per consequens et illa que Deus ad eius introductionem fieri ordinauerat, inter que utique erat eius precursor; uel eius “oratio”, qua explicite et in speciali sepe a Deo petierat filium ad Dei cultum seruandum et propagandum ydoneum: ex quo erat enim in officio coniugali, non esset sanctus, nisi in tali actu intendisset et optasset fructum prolis, et nisi super hoc Deum sepe orasset. “Pariet tibi”: hoc dicitur, tum ut ostendat quod non ex alio sed ex eo concipiet; tum ut ostendat quod proles genita potius est in ditione patris quam matris. “Et uocabis”: hoc dicitur tam predictorie quam preceptorie. “Nomen eius Iohannem”: nomen specificat, tum ad maiorem certitudinem de futura prole ei exprimendam et imprimendam; tum ad innuendum quod hic filius ex sola gratia Dei dabitur, et gratia singulari replebitur, et status gratie in ipso et eius predicatione tamquam in immediato Christi precursore initiabitur. Nam Iohannes interpretatur in quo est gratia. […]

<19-20> “Ego sum Gabriel”. Quia Zacharias suo dubio angelum sibi apparentem quodammodo paruipenderat et eius paruipensione dubitauerat, idcirco ad hoc dubium fortius repellendum quadrupliciter se ipsum magnificat. Primo scilicet ex proprio nomine, dicens: “Ego sum Gabriel”, qui interpretatur fortitudo Dei, et quem in septima et octaua et nona uisione Danielis Zacharias nouerat nominatum et magnificatum; quasi dicat: ego sum tantus et tante uirtutis, quod mereor dici fortitudo Dei, et sum ille qui mutationem regni Persarum in Grecos, et mala populi tui sub Antiocho tandem facta, et Christum post septuaginta septenas a reedificatione Ierusalem uenturum Danieli exposui et ostendi, et quem sic mea uisione prostraui, ut diceret: “Domine mi, in uisione tua solute sunt compages mee, et nichil in me remansit uirium” (Dn 10, 16). […]

<25> […] Sicut etiam sacerdotium Christi imposuit silentium legali, secundum hoc quod erat carnale et dubium circa Christi aduentum, sic in huius figuram conceptus precursoris fecit obmutescere Zachariam; sed in eius partu, factus spiritualis, pandit spiritualia eius et Christi, sicut et spiritualis intellectus legis et sacerdotii sui per Christum apertus testimonium perhibet Christo.

DANTE ALIGHIERI, Rime 20 (LXVII)

E’ m’incresce di me sì duramente vv. 57-84

Lo giorno che costei nel mondo venne,
secondo che si trova
nel libro de la mente che vien meno,
la mia persona pargola sostenne
una passïon nova,
tal ch’io rimasi di paura pieno;
ch’a tutte mie virtù fu posto un freno
subitamente, sì ch’io caddi in terra,
per una luce che nel cuor percosse:
e se ’l libro non erra,
lo spirito maggior tremò sì forte
che parve ben che morte
per lui in questo mondo giunta fosse:
ma or ne incresce a quei che questo mosse.

Quando m’apparve poi la gran biltate
che sì mi fa dolere,
donne gentili a cu’ i’ ho parlato,
quella virtù che ha più nobilitate,
mirando nel piacere,
s’accorse ben che ’l suo male era nato;
e conobbe ’l disio ch’era creato
per lo mirare intento ch’ella fece;
sì che piangendo disse a l’altre poi:
«Qui giugnerà, in vece
d’una ch’io vidi, la bella figura,
che già mi fa paura;
che sarà donna sopra tutte noi,
tosto che fia piacer de li occhi suoi».

Vita Nova 1.2-10, 13 [II 1-9; III 2]

[2] Nove fiate già apresso lo mio nascimento era tornato lo cielo della luce quasi a uno medesimo puncto quanto alla sua propria giratione, quando alli miei occhi apparve prima la gloriosa donna della mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice, li quali non sapeano che si chiamare. [3] Ella era già in questa vita stata tanto, che nel suo tempo lo Cielo Stellato era mosso verso la parte d’oriente delle dodici parti l’una d’un grado, sì che quasi dal principio del suo anno nono apparve a me, e io la vidi quasi dalla fine del mio nono. [4] Apparve vestita di nobilissimo colore umile e onesto sanguigno, cinta e ornata alla guisa che alla sua giovanissima etade si convenia. [5] In quel puncto dico veracemente che lo spirito della vita, lo quale dimora nella secretissima camera del cuore, cominciò a tremare sì fortemente, che apparia nelli menomi polsi orribilmente; e tremando disse queste parole: «Ecce Deus fortior  me, qui veniens dominabitur michi!». [6] In quel puncto lo spirito animale, lo quale dimora nell’alta camera nella quale tutti li spiriti sensitivi portano le loro perceptioni, si cominciò a maravigliare molto, e parlando spetialmente alli spiriti del viso, disse queste parole: «Apparuit iam beatitudo vestra!». [7] In quel puncto lo spirito naturale, lo quale dimora in quella parte ove si ministra lo nutrimento nostro, cominciò a piangere, e piangendo disse queste parole: «Heu, miser, quia frequenter impeditus ero deinceps!». [8] D’allora innanzi, dico che Amore segnoreggiò la mia anima, la quale fu sì tosto a.llui disponsata, e cominciò a prendere sopra me tanta sicurtade e tanta signoria per la virtù che li dava la mia ymaginatione, che me convenia fare tutti li suoi piaceri compiutamente. [9] Elli mi comandava molte volte che io cercassi per vedere questa angiola giovanissima; onde io nella mia pueritia molte volte l’andai cercando, e vedeala di sì nobili e laudabili portamenti, che certo di lei si potea dire quella parola del poeta Homero: «Ella non parea figliuola d’uomo mortale, ma di Dio». [10] E avegna che la sua ymagine, la quale continuatamente meco stava, fosse baldanza d’Amore a signoreggiare me, tuttavia era di sì nobilissima virtù, che nulla volta sofferse che Amore mi reggesse sanza lo fedele consiglio della Ragione in quelle cose là dove cotale consiglio fosse utile a udire. […] [13] L’ora che lo suo dolcissimo salutare mi giunse, era fermamente nona di quel giorno. E però che quella fu la prima volta che le sue parole si mossero per venire alli miei orecchi, presi tanta dolcezza, che come inebriato mi partio dalle genti, e ricorso al solingo luogo d’una mia camera, puosimi a pensare di questa cortesissima.

Vita Nova 17 [XXVI].5

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta
e gli occhi no l’ardiscon di guardare.

LSL I, 63-66, pp. 232-234

<63> “Et postulans pugillarem”, id est tabellulam uel calamum siue pennam: utrumque enim dicitur pugillaris, quia pugillo scriptoris tenetur. “Iohannes est nomen eius”: non dixit erit, sed “est”, quasi dicat secundum Ambrosium: «Non ei nos nomen imponimus, quia iam a Deo nomen accepit». “Et mirati sunt uniuersi”, “mirati” scilicet tam de insolita singularitate impositionis nominis, quam de hoc quod pater mutus et surdus cum matre circa nomen pueri concordauit. Secundum autem Chrysostomum, quia per supernaturale miraculum gratie potius quam priori uirtute nature fuerat eis datus, idcirco congruum fuit eum non uocari aliquo nomine sui generis naturalis, sed potius nomine gratiam designante.
<64> “Apertum est autem ilico os eius”, ideo statim, tum ut merito et future magnificentie infantis hoc ascriberetur, ac si statim post nomen uocale, a patre per scripturam acceptum, daret sibi uim nomen impositum et Dei laudem promerendi ore et uoce; tum ad insinuandum quod sicut propter incredulitatem uim loquendi amiserat, sic propter fidem, quam iam in conscriptione nominis aperte expresserat, loquelam recuperasset; tum ad mistice figurandum quod propheticus intellectus de Christo in sacerdotali lege conceptus, et per Iohannem designatus, debebat in suo partu aperire ora plurium Iudeorum primo dubitantium et tandem credentium.
<65-66> “Et factus est timor”, scilicet concussiui stuporis et uehementis admirationis, uel “timor” grandis reuerentie in Deum et in talem infantem; “factus”, inquam, “super omnes uicinos eorum et super omnia montana Iudee” *: ideo specialiter dicit “super montana Iudee”, quia, sicut supra dictum fuit, urbs in qua Zacharias manebat, erat in montanis Iudee circa Ierusalem, et per hoc uult monstrare quod maioribus Iudeorum in Ierusalem et circa commorantium hec mirabilia innotuerunt. Ne autem putetur huiusmodi gentium admiratio fuisse uolatilis et impressionis superficialis et cito transeuntis, subditur: “Et omnes qui audierant posuerunt”, id est fixerunt et pondere grandis estimationis impresserunt, “in corde suo”, scilicet uerba de infante audita, “dicentes”, scilicet corde et ore: “Quis putas, puer iste erit?” Quasi dicant: quam stupendus et ineffabilis “erit”, cum creuerit, qui iam tante uirtutis in suo infantili ortu apparet! Quod autem causam haberent admirandi et dicendi, astruit Euangelista subdens: “Etenim manus”, id est singularis uirtus et potentia, “Domini erat”, scilicet per effectus euidentes, “cum illo”, tamquam scilicet ei assistens. Deus enim eius conceptum et ortum mirifice magnificauit non solum propter ipsummet Iohannem, sed potius in preconium Christi per ipsum testificandi et manifestandi, et ad tollendam omnem rationem excusationis incredulitatis Iudeorum in Christum.

* Vulg. : “et super omnia montana Iudee divulgabantur omnia verba hec”

LSL I, 28, p. 196

<28> Et aduerte quod in hoc trino preconio semper tota laus refertur in Deum: nam non dicit eam “plenam” uirtute, sed “gratia”, id est donis gratiosis et gratificis sibi non ex debito nec ex suis meritis, sed ex sola Dei gratia gratis datis. Non etiam dicit: tu tua uirtute ascendisti ad Deum, sed potius quod “Dominus” condescensiue est “tecum”. Quod enim de modo condescensiuo loquatur, aperte insinuat, quia uocat eum Dominum. Dominus autem non est cum suo famulo uel ancilla tamquam cum superiori uel principali aut coequali, sed tamquam cum suo inferiori. Non etiam dicit: tu es omnibus bonis pre ceteris fecunda et accumulata; sed dicit: tu es “benedicta”, scilicet a Domino Deo tuo, cuius benedicere est bona efficere et bonis replere, iuxta illud Genesis primo: “Benedixit illis, dicens: Crescite et multiplicamini” (Gn 1, 28). Si enim angelus in huiusmodi laudibus Virginis prefatos in Deum respectus non obseruasset, potius censendus fuerat dyabolicus adulator quam diuinus et angelicus consolator.

Vita Nova 10.11-13 [XVIII 9, XIX 1-2]

[11] E però propuosi di prendere per matera del mio parlare sempre mai quello che fosse loda di questa gentilissima; e pensando molto a.cciò, pareami avere impresa troppo alta matera quanto a me, sì che non ardia di cominciare. E così dimorai alquanti dì, con disiderio di dire e con paura di cominciare. [12] Avenne poi che passando per uno camino lungo lo quale sen gia uno rivo chiaro molto, a me giunse tanta volontà di dire, che io cominciai a pensare lo modo che io tenessi; e pensai che parlare di lei non si convenia che io facesse, se io non parlassi a donne in seconda persona, e non a ogni donna, ma solamente a coloro che sono gentili e che non sono pure femine. [13] Allora dico che la mia lingua parlò quasi come per sé stessa mossa e disse: «Donne ch’avete intellecto d’amore».

 

Vita Nova 11 [XX].1-2

Apresso che questa canzone fue alquanto divulgata tra le genti, con ciò fosse cosa che alcuno amico l’udisse, volontade lo mosse a pregare me che io li dovessi dire che è Amore, avendo forse per l’udite parole speranza di me oltre che degna. [2] Onde io, pensando che apresso di cotale tractato bello era tractare alquanto d’Amore, e pensando che l’amico era da servire, propuosi di dire parole nelle quali io tractassi d’Amore; e allora dissi questo sonetto, lo quale comincia Amore e ’l cor gentile.

Par. XIV, 34-37

E io udi’ ne la luce più dia
del minor cerchio una voce modesta,
forse qual fu da l’angelo a Maria,
risponder …………………………………..

 

5. “Incipit Vita Nova”

 

■ Dante aveva a disposizione i testi della grande tradizione di interpretazione spirituale del Cantico dei Cantici avviata con Origene: da Bernardo di Clairvaux ai Vittorini  – Ugo, Riccardo e Tommaso Gallo. Tradizione nella quale Olivi si inserisce per sua esplicita ammissione [33]. Ma se il passo di Gregorio Magno, sopra esaminato, sulle tentazioni finali dell’Anticristo è peculiare dell’Olivi (in un’opera dove, in modo inconsueto, il frate non utilizza in modo sistematico le categorie dei sette stati della Chiesa), e se su di esso Dante ha tessuto la trama della Donna Gentile (o Pietosa) della Vita Nova, come poi, ritrovatolo nella Lectura super Apocalipsim, vi avrebbe tessuta la ‘gentile’ Francesca, allora non è inverosimile che l’intero commento oliviano al Cantico dei Cantici abbia svolto un ruolo traente e di apporto dei temi di quella tradizione. In modo non dissimile, come dimostra il confronto tra i testi, la Lectura super Apocalipsim è stata filtro per il poeta di non pochi autori, primi fra tutti Riccardo di San Vittore [34] e Gioacchino da Fiore. Di conseguenza, acquistano significato confronti come quelli qui proposti.
Fin dal principio, la Vita Nova è pregna di elementi semantici che recano al “libello” temi salomonici:

Si igitur quaeras libri huius materiam, ipsa est nuptialis amor Dei et animae seu universalis ecclesiae sibi desponsatae [Cn prologus] │Amore segnoreggiò la mia anima, la quale fu sì tosto a.llui disponsata … [Vita Nova 1.8].

apparent eius propagines crescere in gemmas ac deinde in flores [Cn prologus] … “Flores apparuerunt in terra nostra” [Cn 2, 12] … in mente sponsae vel in ecclesia incipiunt apparere novi “flores” │apparve prima la gloriosa donna della mia mente … sì che quasi dal principio del suo anno nono apparve a me … Apparve vestita di nobilissimo colore … [Vita Nova 1.2-4].

[Cn 2, 11] appropinquatio solis … divinae visitationis solaris adventus … sic pro tempore Christi Apostolus clamat: “Nox praecessit, dies autem appropinquavit ” (Rom 13, 12) et: “Ecce nunc tempus acceptabile, ecce nunc dies salutis” (2 Cor 6, 2) │nell’ultimo di questi avenne che questa mirabile donna apparve a me … mi salutòe virtuosamente tanto … E quando ella fosse alquanto propinqua al salutare … [Vita Nova 1.12-13, 5.5].

Motivi che, come è noto [35], si ritroveranno nell’Epistola V, indirizzata (dopo il 1° settembre 1310) ai Signori d’Italia affinché gli “incole Latiales” sorgano incontro al proprio sposo Arrigo VII. Non sono stati, in precedenza, neanche estranei al primo canto del poema, nella salita del “dilettoso monte” piena di primaverili speranze prima della perdita dell’“altezza” (Inf. I, 37-45).

[Cn 1, 1] “Quia meliora sunt ubera tua vino”, quasi dicat: praedictam tui unionem sic desidero, quia ineffabilis exuberantia suavitatum a te manat … [Cn 7, 12] “Ibi dabo tibi ubera mea” id est: ibi in filiis tuis lac ipsorum in te et tui in ipsis nutritivum libere propinabo. Tunc enim animarum rectores libenter salutarem doctrinam eis infundunt, quando ipsos debite proficere et Dei gratiam et providentiam eis abunde cooperari et assistere vident. Vel: “Ibi dabo tibi ubera mea”, id est: tunc cum hoc videro totam dulcedinem cogitatuum et affectuum pectoris mei, in te prae gaudio et devotione cum gratiarum actione effundam …│e per la sua ineffabile cortesia, la quale è oggi meritata nel grande secolo, mi salutòe virtuosamente tanto, che mi parve allora vedere tutti li termini della beatitudine. L’ora che lo suo dolcissimo salutare mi giunse, era fermamente nona di quel giorno [Vita Nova 1.12-13].

Se Dante ha tessuto il “libello” sul panno dell’Expositio oliviana, allora vita nova, oltre al senso paolino, cioè della vita secondo Cristo illuminata dalla grazia di Beatrice [36], significa anche ‘Amore nuovo’:

Si igitur quaeras libri huius materiam, ipsa est nuptialis amor Dei et animae seu universalis ecclesiae sibi desponsatae, et hic amor per vitem optime designatur. Amor enim vita quaedam est; unde Hugo De Arrha Sponsae: “Scio” – inquit – “anima mea, quia vita tua amor est” [37]. Et Augustinus nono De Trinitate dicit quod “amor est vita duo quaedam copulans aut copulare appetens, scilicet amantem et amatum” [38]. Et Christus Lucae decimo loquendo de mandato divini amoris subiunxit: “Hoc fac et vives” (Lc 10, 28) [Cn prologus, p. 94].

[Cn prologus] Amor enim vita quaedam est … [Cn 2, 11-12] Veris ergo temperies et serenitas de se grata, sed propter praeeuntem pressuram hiemis et propter suam novitatem gratiosior … in mente sponsae vel in ecclesia incipiunt apparere novi  “flores”│Incipit Vita Nova. [Vita Nova 1.1].

I motivi dei fiori (i concetti radiosi, sinceri e graziosi della contemplazione divina sui quali la sposa, languida di desiderio e sospirante, vuole giacere e appoggiare il capo e il corpo: Cn 2, 5), dei fiori nuovi che appaiono sulla terra e del nuovo sospiro della tortora (Cn 2, 12), dell’avvento angelico paragonato a un cerbiatto “quia venit sub modo et affectu supramodum humili ac simplici et tenello” (Cn 2, 8-9), del mettersi al nostro interno per sottili aditi, percorrono come cellule musicali due ballate: Per una ghirlandetta, che è la prima ballata di Dante (Rime, 10 [LVI]), e I’ mi son pargoletta bella e nova (34 [LXXXVII]).
“Flos”, nota Olivi a Cn 2, 1 (“Ego flos campi et lilium convallium”) traduce l’ebraico “viola”, che designa l’umiltà. Ecco che gli stessi temi sopra indicati (con l’aggiunta della speranza di beni futuri indotta dai fiori) si mostrano in controluce nella ballata Deh, Vïoletta, che in ombra d’Amore (Rime, 12 [LVIII]). Ancora una volta il tessuto esegetico congiunge due donne, la Fioretta della prima ballata e, appunto, Violetta. Reminiscenze e ulteriori variazioni su Cn 2, 3 (“Sub umbra illius”) si ritrovano nella ‘petrosa’ invernale sestina Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra (Rime, 44 [CI]) [39].

■ Con esclusivo riferimento a Cn 2, 11-12, a luoghi cioè che sembrano fortemente segnare l’inizio della Vita Nova, si è operato un duplice confronto del testo dell’Olivi (altri confronti sono ovviamente possibili). Da una parte con le Postille al Cantico di Remigio de’ Girolami [40], il domenicano che insegnava a Santa Maria Novella allorché Dante andò, dopo la morte di Beatrice, alle “scuole delli religiosi e alle disputazioni delli filosofanti” (Convivio, II, xii, 7): in questo caso, i due testi sono assai distanti. Dall’altra con i Sermones di san Bernardo, che mostrano quanta tradizione sia passata in Olivi. Ma in Bernardo non c’è la dimensione escatologica, di prova e di sofferenza data dal francescano all’esegesi del libro salomonico, della quale è esempio il passo dei Moralia di Gregorio Magno su Giobbe 40, 12 utilizzato a Cn 8, 2 (assente nel “doctor marianus”, almeno nei sermoni pervenuti) [41]. La citazione paolina “Ecce nunc tempus acceptabile, ecce nunc dies salutis” (2 Cor 6, 2), è in Bernardo più legata al “tempus putationis” [42], cioè al momento idoneo in cui l’anima o le chiese, che sono come vigne intellettuali, si spogliano dei vizi, che a una fase nuova e inusitata della Chiesa. Salomone prefigura, secondo Olivi, il primo avvento di Cristo e, anche se non è esplicitamente detto, il secondo avvento nello Spirito proprio del sesto stato: “Et sic de similibus temporibus consimilia intuere”. Passarono le oscurità al tempo dell’antico re, sono passate quelle della Sinagoga, passeranno anche quelle moderne. Il versetto “Vox turturis audita est in terra nostra” (Cn 2, 12c) è per il francescano chiamata al combattimento per l’apertura del sesto sigillo, come dimostra la citazione nella lettera spirituale (18 maggio 1295) [43] ai tre figli di Carlo II d’Angiò prigionieri dal 1288 degli Aragonesi per scambio col padre. Dei quattro figli di Carlo II – Carlo Martello, Ludovico, Roberto e Raimondo Berengario – il primo fu subito sostituito nella prigionia dal quartogenito; venne a Firenze nel marzo 1294 dove incontrò Dante con il quale nacque grande amicizia (Par. VIII, 34-37, 55-57); morì prematuramente nell’agosto 1295.

■ La quantità dei temi esegetici, la loro idoneità ad essere rivissuti da un singolo individuo e appropriati ad altri [44], la contiguità nello spazio testuale, la peculiarità per cui l’Olivi non può essere confuso con altri autori insinuano il serio e legittimo dubbio che l’Expositio in Canticum Canticorum del frate di Sérignan sia stata il “panno” per la “gonna” del “libello” giovanile come, più tardi, la Lectura super Apocalipsim lo sarebbe stata per il “poema sacro”. Un lavorio intertestuale ancora acerbo, commisto con altre fonti (non escluse altre opere dello stesso Olivi), volutamente criptico, e tuttavia segnante il decisivo passaggio dalla spersonalizzata e astorica esperienza stilnovistica [45] al suo inserimento in un’organica storia, universale (perché tale è la storia di Cristo e della Chiesa) e insieme dell’individuo. La storia del nuovo amore per Beatrice, imitatrice di Cristo, e delle prove e battaglie interiori sostenute dall’anima del poeta ‘disponsata’ ad Amore, sarebbe diventata la storia del viaggio verso di lei, del nuovo visionario Giovanni che avrebbe predicato ancora al mondo le cose, che s’affrettano, necessarie alla salute.

Tab. V.1

PETRI IOHANNIS OLIVI Expositio in Canticum Canticorum [ = Cn], ed. J. Schlageter, Ad Claras Aquas Grottaferrata 1999 (Collectio Oliviana, II) [le citazioni scritturali, anziché in corsivo, sono state poste fra “ ”]

Cn, prologus, pp. 92, 94

[1] In speculo brevi et apto contueri volentibus continentiam Cantici Canticorum occurrit somnium praepositi pincernarum quod habetur Genesis quadragesimo, quando ait: “Videbam coram me vitem in qua erant tres propagines, crescere paulatim in gemmas, et post flores uvas maturescere, calicemque Pharaonis in manu mea: tuli ergo uvas, et expressi in calicem quem tenebam, et tradidi poculum Pharaoni” (Gn 40, 9-11).
[2] Considero enim libri huius materiam et materialem formam, et est quasi vitis habens tres propagines. Considero mysticum eius processum et spiritualem formam, et apparent eius propagines crescere in gemmas ac deinde in flores et sic tandem in uvas maturas. Considero eius finalem fructum et utilitatis suae excellentiam, et est ex uvis expressis in calicem Pharaonis tradere poculum Pharaoni. Considero auctorem principalem, et est verus Ioseph visionis huius interpretator. Considero subprincipalem, et est Salomon quasi pincerna visionis huius inspector.
[3] Si igitur quaeras libri huius materiam, ipsa est nuptialis amor Dei et animae seu universalis ecclesiae sibi desponsatae, et hic amor per vitem optime designatur. Amor enim vita quaedam est; unde Hugo De Arrha Sponsae : «Scio – inquit – anima mea, quia vita tua amor est»*. Et Augustinus nono De Trinitate dicit quod «amor est vita duo quaedam copulans aut copulare appetens, scilicet amantem et amatum»**. Et Christus Lucae decimo loquendo de mandato divini amoris subiunxit: “Hoc fac et vives” (Lc 10, 28).

Hugo de Sancto Victore, Soliloquium de arrha animae (PL 176, 951; ed. K. Müller, Bonn 1913 [= Kleine Texte für theologische und philologische Übungen 123] 3).

** Augustinus, De Trinitate, lib. 8, c. 10, n. 14 (PL 42, 960; CCSL 50, 290).

Cn 2, 11-12, pp. 162, 164

[112] Secundo nota quod ex vernalis temporis proprietate septem inducentia ad accessum sibi proponit (cfr. 11-13), et possunt mystice ad internas sponsae proprietates aptari. Quia sicut appropinquatio solis ad regionem nostram in vere praedictas proprietates adducit, sic et divinae visitationis solaris adventus consimiles in spiritum proprietates inducit ex quibus sponsa habet merito festinare et currere ad sponsi amplexum. Possunt etiam aptari ad exteriorem statum ecclesiae illius temporis, quia tunc proprie formatur haec sponsa. […] [113] In primis autem duobus proponitur impedimentorum retrahentium amotio. Algor enim hiemalis et procella pluvialis et utriusque horrenda obscuritas solet sponsas retrahere, ne foras domum propriam ire velint. Veris ergo temperies et serenitas de se grata, sed propter praeeuntem pressuram hiemis et propter suam novitatem gratiosior, sponsam debet inducere ad spatiandum cum sponso extra arctitudinem domicilii sui, et ideo dicit: “Iam enim hiems transiit” (11a) etc. Sicut enim sub primo tempore regni Salomonis tempestates et obscuritates priorum temporum a Synagoga recesserant, ut tunc quietius et iucundius sapientiae divinae vacaret, sic pro tempore Christi Apostolus clamat: “Nox praecessit, dies autem appropinquavit” (Rom 13, 12) et: “Ecce nunc tempus acceptabile, ecce nunc dies salutis” (II Cor 6, 2). Nam algor et tenebra caeremoniarum carnalium Synagogae et idolatriae gentium longe abscesserant ab ecclesia Christi. Et sic de similibus temporibus consimilia intuere.
Tertium autem est praeludiorum puritatis et contemplationis visibilis iucunditas, unde subdit:
[114] “Flores apparuerunt in terra nostra” (12a). “Flores” pratorum et arborum sunt quoddam primum iucundum praeludium futurorum fructuum et aestatis. Quando ergo in mente sponsae vel in ecclesia incipiunt apparere noviflores” puritatis, tunc est hoc tertium inductivum; quia hoc dat pleniorem spem maiorum et cito futurorum bonorum.

Vita Nova 1.1-4, 8, 12-13 [I 1, II 1-3. 7, III 1-2]

In quella parte del libro della mia memoria dinanzi alla quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice Incipit  Vita Nova. Sotto la quale rubrica io trovo scripte le parole le quali è mio intendimento d’asemplare in questo libello, e se non tutte, almeno la loro sententia. [2] Nove fiate già apresso lo mio nascimento era tornato lo cielo della luce quasi a uno medesimo puncto quanto alla sua propria giratione, quando alli miei occhi apparve prima la gloriosa donna della mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice, li quali non sapeano che si chiamare. [3] Ella era già in questa vita stata tanto, che nel suo tempo lo Cielo Stellato era mosso verso la parte d’oriente delle dodici parti l’una d’un grado, sì che quasi dal principio del suo anno nono apparve a me, e io la vidi quasi dalla fine del mio nono. [4] Apparve vestita di nobilissimo colore umile e onesto sanguigno, cinta e ornata alla guisa che alla sua giovanissima etade si convenia. […]
[8] D’allora innanzi, dico che Amore segnoreggiò la mia anima, la quale fu sì tosto a.llui disponsata, e cominciò a prendere sopra me tanta sicurtade e tanta signoria per la virtù che li dava la mia ymaginatione, che me convenia fare tutti li suoi piaceri compiutamente. […]
[12] Poi che fuoro passati tanti dì che apuncto erano compiuti li nove anni apresso l’apparimento soprascripto di questa gentilissima, nell’ultimo di questi avenne che questa mirabile donna apparve a me vestita di colore bianchissimo, in mezzo di due gentili donne, le quali erano di più lunga etade; e passando per una via, volse gli occhi verso quella parte ov’io era molto pauroso, e per la sua ineffabile cortesia, la quale è oggi meritata nel grande secolo, mi salutòe virtuosamente tanto, che mi parve allora vedere tutti li termini della beatitudine. [13] L’ora che lo suo dolcissimo salutare mi giunse, era fermamente nona di quel giorno. E però che quella fu la prima volta che le sue parole si mossero per venire alli miei orecchi, presi tanta dolcezza, che come inebriato mi partio dalle genti, e ricorso al solingo luogo d’una mia camera, puosimi a pensare di questa cortesissima.

Vita Nova 5.2, 5 [X 2, XI 2]

[2] E per questa cagione, cioè di questa soverchievole boce che parea che mi infamasse vitiosamente, quella gentilissima, la quale fu distruggitrice di tutti li vitii e regina delle vertudi, passando per alcuna parte, mi negò lo suo dolcissimo salutare, nello quale stava tutta la mia beatitudine. […]
[5] E quando ella fosse alquanto propinqua al salutare, uno spirito d’amore, distruggendo tutti gli altri spiriti sensitivi, pingea fuori li deboletti spiriti del viso, e dicea loro: «Andate ad onorare la donna vostra», ed elli si rimanea nel luogo loro. E chi avesse voluto conoscere Amore, fare lo potea mirando lo tremare degli occhi miei.

Cn 1, 1, pp. 114, 116

[11] Quid autem eam ad hoc alliciat, subdit: “Quia meliora sunt ubera tua vino” (1b), quasi dicat: praedictam tui unionem sic desidero, quia ineffabilis exuberantia suavitatum a te manat.
[12] Ubera enim sunt in pectore et circa cor, aspectu decora, tactu mollia et suavia et lac dulce ubertim propinantia. Unde per ubera sponsi possunt generaliter significari omnes divinae perfectiones a quibus manant stillicidia suavitatum in corda electorum, vel duplex virtus fecunditatis a quibus manant duae personae, scilicet sapientia et amor, vel praedestinatio gratiae et gloriae vel duo Testamenta. […]

Cn 7, 12d-13b, p. 292

[312] Deinde sponsa tria sponso promittit, scilicet lac suorum ‘uberum’ (12d) et odorem suarum ‘mandragorarum’ (13a) seu suas ‘mandragoras’ valde odoriferas et ‘omnia poma sua’ (13b). Pro primo dicit: “Ibi dabo tibi ubera mea” (12d) id est: ibi in filiis tuis lac ipsorum in te et tui in ipsis nutritivum libere propinabo. Tunc enim animarum rectores libenter salutarem doctrinam eis infundunt, quando ipsos debite proficere et Dei gratiam et providentiam eis abunde cooperari et assistere vident. Vel: “Ibi dabo tibi ubera mea” (12c), id est: tunc cum hoc videro totam dulcedinem cogitatuum et affectuum pectoris mei, in te prae gaudio et devotione cum gratiarum actione effundam.

 

Tab. V.2

Cn 2, 5, p. 152

[94] Nota autem quod tunc amor incipit superexcedere, quando totam mentem elanguescere facit, ita quod prae nimietate desiderii seu suspirii et languoris seipsam sustinere non valet. In hunc ergo gradum sponsa sublevata subdit:
[95] “Fulcite me floribus, stipate me malis”, id est: pomorum ramis vel fructibus, “quia amore langueo”. Per “flores” intelligit radiosos ac sinceros et gratiosos conceptus divinae contemplationis in quibus sponsa tamquam sponsi amore languens vult tota iacere et caput et corpus appodiare. Et cum hoc vult undique stipari seu circumcingi vernantibus ramis seu saporosis fructibus virtutum et operum sponsi. Petit autem hoc a sanctis angelis vel modo vehementer desiderantium qui quasi ab omnibus petunt, quod cum languenti desiderio quaerunt. […]

Cn 2, 8-9.11-12, pp. 158, 162, 164

[105] Pro primo nota, quod alta et vehemens ac repentina divinae visitationis seu illapsus irruitio ingerit se menti ut valde sonoram iuxta illud Actuum secundo: “Et factus est repente de caelo sonus tamquam advenientis spiritus vehementis” (Ac 2, 2). Et hoc significat sponsa, cum ait: “Vox dilecti mei” (8a). […] Quia vero ad nos moveri et descendere magis est proprium angelorum et quia eorum descensus est nobis comprehensibilior quam Dei descensus, ideo declarat istum per illum subdens:
[106] “Similis est dilectus meus capreae” (9a), id est: hierarchiae angelicae quae tota salit ad nos sicut mater ad prolem […], “hinnuloque”, id est: tenero pullo “cervorum”. Similem dicit eum “capreae”, quia venit affectu materno, “hinnulo” vero, quia venit sub modo et affectu supramodum humili ac simplici et tenello.
[107] Pro secundo nota quod licet Deus semper nostra interiora prospiciat, non tamen menti semper se ingerit ut prospicientem. Et sicut quando se ingerit ut intra nos habitantem eius interior prospectus non generat erubescentiam, sed fiduciam et gratiosum amorem, sic quando se ingerit ut deforis et tamen ut de vicino non quasi per communem ianuam, sed per subtiliores aditus se subtiliter ac circumspecte et sagaciter nostra intima prospicientem tunc timorem incutit pariter et pudorem. Pro quanto tamen sentitur sponsus ad hoc moveri ex zelativo amore aut etiam ex intentione subintrandi seu contuendi et alloquendi familiariter et secrete, incitat nihilominus ad amorem. […]
[112-114] Secundo nota quod ex vernalis temporis proprietate septem inducentia ad accessum sibi proponit (cfr. 11-13), et possunt mystice ad internas sponsae proprietates aptari. […] Tertium autem est praeludiorum puritatis et contemplationis visibilis iucunditas, unde subdit: “Flores apparuerunt in terra nostra” (12a). “Flores” pratorum et arborum sunt quoddam primum iucundum praeludium futurorum fructuum et aestatis. Quando ergo in mente sponsae vel in ecclesia incipiunt apparere noviflores” puritatis, tunc est hoc tertium inductivum; quia hoc dat pleniorem spem maiorum et cito futurorum bonorum. […]
[116] Quintum est duplex exemplaritas vitae contemplativae illis temporibus inchoatae quarum prima est solitariae castitatis et devotionis clamorosum suspirium, et pro hoc dicit: “Vox turturis”, avis scilicet castae et solitudinum deserta amantis cuius vox seu cantus est gemitus, “audita est in terra nostra” (12c). Quando enim in quibusdam modo novo et inusitato incipit hoc solemniter apparere, tunc est quintum inductivum.

Rime [ed. a cura di G. Contini, Torino 1995] 10 (LVI)

Per una ghirlandetta
ch’io vidi, mi farà
sospirare ogni fiore.

I’ vidi a voi, donna, portare
ghirlandetta di fior gentile,
e sovr’a lei vidi volare
un angiolel d’amore umile ;
e ’n suo cantar sottile
dicea: «Chi mi vedrà
lauderà ’l mio signore».

Se io sarò là dove sia
Fioretta mia bella a sentire,
allor dirò la donna mia
che port’in testa i miei sospire.
Ma per crescer disire
mïa donna verrà
coronata da Amore.

Le parolette mie novelle,
che di fiori  fatto han ballata,
per leggiadria ci hanno tolt’elle
una vesta ch’altrui fu data:
però siate pregata,
qual uom la canterà,
che li facciate onore.

Rime 34 (LXXXVII)

«I’ mi son pargoletta bella e nova,
che son venuta per mostrare altrui
de le bellezze del loco ond’io fui.

I’ fui del cielo, e tornerovvi ancora
per dar de la mia luce altrui diletto;
e chi mi vede e non se ne innamora
d’amor non averà mai intelletto,
ché non mi fu in piacer alcun disdetto
quando Natura mi chiese a Colui
che volle, donne, accompagnarmi a vui.

Ciascuna stella ne li occhi mi piove
del lume suo e de la sua vertute;
le mie bellezze sono al mondo nove,
però che di là su mi son venute:
le quai non posson esser canosciute
se non da canoscenza d’omo in cui
Amor si metta per piacer altrui».

Queste parole si leggon nel viso
d’un’angioletta che ci è apparita ;
e io, che per veder lei mirai fiso,
ne sono a rischio di perder la vita:
però ch’io ricevetti tal ferita
da un ch’io vidi dentro a li occhi sui,
ch’i’ vo piangendo e non m’acchetai pui.

 

Tab. V.3

Cn 2, 1.3-5, pp. 150, 152

[89] “Ego flos campi et lilium convallium” (1) […] Secundum quosdam, ubi nos habemus “flos”, est in hebraeo nomen significans ‘violam’ quae est singularis flos camporum sive pratorum. Et tunc commendat se de gratiositate humilitatis in ‘viola’ et puritatis in ‘lilio’, sic tamen quod humilitas iuncta est pulchrae latitudini et aequalitati et viriditati camporum et puritas humilitati convallium. […]
[92] Ostenso igitur quale in cubiculo habuerunt colloquium, ostendit sponsa postmodum qualem ex hoc consecuta sit divini dulcoris et amoris gustum dicens: “Sub umbra illius”, scilicet mali seu pomi, “quem desideraveram, sedi et fructus eius dulcis gutturi meo” (3cd). Sub duplici metaphora significat se consecutam sponsi singularem gustum, primo sub specie cibi, secundo sub specie potus; quia sponsus exhibet se ut cibum solidum et ut potum delicatum. In quolibet autem designat sponsi super se immensitatem et contemperativam et refrigerativam ac quietativam virtutem; quia sicut se habet ad hoc “umbra” pulchrae arboris, sic et “cella” (4a) sive cellarium vini. […]
[94] Nota autem quod tunc amor incipit superexcedere, quando totam mentem elanguescere facit, ita quod prae nimietate desiderii seu suspirii et languoris seipsam sustinere non valet. In hunc ergo gradum sponsa sublevata subdit:
[95] “Fulcite me floribus, stipate me malis”, id est: pomorum ramis vel fructibus, “quia amore langueo” (5). Per “flores” intelligit radiosos ac sinceros et gratiosos conceptus divinae contemplationis in quibus sponsa tamquam sponsi amore languens vult tota iacere et caput et corpus appodiare. Et cum hoc vult undique stipari seu circumcingi vernantibus ramis seu saporosis fructibus virtutum et operum sponsi. Petit autem hoc a sanctis angelis vel modo vehementer desiderantium qui quasi ab omnibus petunt, quod cum languenti desiderio quaerunt. […]

Cn 2, 8-9.11-12, pp. 158, 162

[105] Pro primo nota, quod alta et vehemens ac repentina divinae visitationis seu illapsus irruitio ingerit se menti ut valde sonoram iuxta illud Actuum secundo: “Et factus est repente de caelo sonus tamquam advenientis spiritus vehementis” (Ac 2, 2). Et hoc significat sponsa, cum ait: “Vox dilecti mei” (8a). […]
[107] Pro secundo nota quo licet Deus semper nostra interiora prospiciat, non tamen menti semper se ingerit ut prospicientem. Et sicut quando se ingerit ut intra nos habitantem eius interior prospectus non generat erubescentiam, sed fiduciam et gratiosum amorem, sic quando se ingerit ut deforis et tamen ut de vicino non quasi per communem ianuam, sed per subtiliores aditus se subtiliter ac circumspecte et sagaciter nostra intima prospicientem tunc timorem incutit pariter et pudorem. Pro quanto tamen sentitur sponsus ad hoc moveri ex zelativo amore aut etiam ex intentione subintrandi seu contuendi et alloquendi familiariter et secrete, incitat nihilominus ad amorem. […]
[112] Secundo nota quod ex vernalis temporis proprietate septem inducentia ad accessum sibi proponit (cfr. 11-13), et possunt mystice ad internas sponsae proprietates aptari. […]
[113-114] Tertium autem est praeludiorum puritatis et contemplationis visibilis iucunditas, unde subdit: “Flores apparuerunt in terra nostra” (12a). “Flores” pratorum et arborum sunt quoddam primum iucundum praeludium futurorum fructuum et aestatis. Quando ergo in mente sponsae vel in ecclesia incipiunt apparere novi flores puritatis, tunc est hoc tertium inductivum; quia hoc dat pleniorem spem maiorum et cito futurorum bonorum.

Rime 12 (LVIII)

Deh, Vïoletta, che in ombra d’Amore
ne gli occhi miei sí subito apparisti,
aggi pietà del cor che tu feristi,
che spera in te e disïando more.

Tu, Vïoletta, in forma più che umana,
foco mettesti dentro in la mia mente
col tuo piacer ch’io vidi;
poi con atto di spirito cocente
creasti speme, che in parte mi sana
là dove tu mi ridi.
Deh, non guardare perché a lei mi fidi,
ma drizza li occhi al gran disio che m’arde,
ché mille donne già per esser tarde
sentiron pena de l’altrui dolore.

Rime 44 (CI), 1-18

Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra
son giunto, lasso, ed al bianchir de’colli,
quando si perde lo color ne l’erba:
e ’l mio disio però non cangia il verde,
sì è barbato ne la dura petra
che parla e sente come fosse donna.

Similemente questa nova donna
si sta gelata come neve a l’ombra:
ché non la move, se non come petra,
il dolce tempo che riscalda i colli,
e che li fa tornar di bianco in verde
perché li copre di fioretti e d’erba.

Quand’ella ha in testa una ghirlanda d’erba,
trae de la mente nostra ogn’altra donna:
perché si mischia il crespo giallo e ’l verde
sì bel, ch’Amor lí viene a stare a l’ombra,
che m’ha serrato intra piccioli colli
più forte assai che la calcina petra.

 

Tab. V.4

Remigio dei Girolami OP († 1319), Postille super Cantica Canticorum (ante 1315, Firenze, Laur., Conv. soppr. 516, ff. 221r-266v) ed. E. Panella, http://www.e-theca.net/emiliopanella/remigio3/canti23.htm

Circa secundum facit duo secundum duas rationes quas assignat, quia primo assignat unam rationem per exclusionem impedimentorum et secundo assignat aliam per allegationem iuvamentorum, ibi, flores [2, 12]. […] Vult ergo dicere quantum ad fundamentum (?) methaphore: Veni mecum spatiari ad recreationem preteriti langoris tui et non tardes quia modo tempus non est molestum ex frigore vel luto, quod posset cito contingere, sed est amenum omnibus sensibus scilicet visui et tactui, ut homo libere possit transire per vineas putatas – non enim est tempus putandi eas quando florent -; et auditui quia turtur annu<n>tiat initium veris, secundum Glosam; et gustui propter spem futuri cibi, et olfactui. Quasi dicat: ‘Est tempus pulcrum et liberum et canorum et fructiferum et odoriferum, sicut est tempus vernum’.
Ecclesia vero a quiete contemplationis excitatur ad regendum (vel ?) predicandum idest ad exercitium regiminis vel predicationis, et dicitur ei quod properet propter periculum mortis et corporalis et spiritualis ex brevitate temporis et antiquatione criminis, quod non posset ita de facili expiari. Vocatur autem sic quia predicatores et prelati debent esse amici per caritatem, iuxta illud I Cor. 13[, 1] «Si linguis hominis loquar et angelorum, caritatem autem non habuero, factus sum velut es sonans aut cymbalum tinniens»; et Io. ultimo [21, 15-17] «Symon Iohannis, diligis me plus hiis? etc., pasce oves meas». Secundo debent esse columbini per simplicitatem vel simplicem intentionem, iuxta illud Mt. 10[, 16] «Estote simplices sicut columbe». Tertio debent esse formosi per morum (?) honestatem, iuxta illud Ysa. 52[, 7] «Quam pulcri super montes pedes annuntiantis et predicantis». Dicitur autem ipsi veni quia predicatoribus debetur specialis corona in gloria, iuxta illud Apostoli, II Thim. 4[, 8] «In reliquo reposita est michi corona iustitie». Per hyemem vero, secundum Glosam, intelligitur «congelatio infidelitatis»; per ymber vero «tempestas persecutionis». Glosa: «Ego a mortuis resurgens tranquillitatem reddidi». Tali enim tempore non est predicandum sed potius fugiendum, iuxta illud Mt. 10[, 23] «Si vos persecuti fuerint in una civitate, fugite in aliam».
Flores idest virtuosi de novo conversi apparuerunt in terra nostra [2, 12] idest in ecclesia, qui scilicet possunt aliis convertendis dari in exemplum, ut dicit Glosa. Et ad<venit> tempus putationis scilicet facte idest exterminatio vane religionis in vinea ecclesie, vel putationis faciende scilicet baptizationem peccatorum ut fructificent vinee.
Vox turturis [2, 12b] idest Christi, qui tempore verno incarnatus est et quietem quodammodo intermisit quam habebat in sinu Patris, ut dicit Glosa. Vel turturis idest Spiritus sancti gemere facientis, scilicet in Penthecoste. Et sicut dicit Glosa, quando apparet uni Spiritus sanctus significatur in turture, sicut apparuit Moysi; quando ad notitiam multitudinis sua apparitio pervenit, per columbam assumitur sicut circa Iordanem. Turtur enim est animal solitarium sed columba est consortii hominum amativa. Vel turtur idest apostoli casti contemplativi etc. […]
Quantum vero ad animam supponatur quod aliquis contemplativus sit in aliqua civitate vel huiusmodi loco, et tunc dicitur ipsi veni [2, 10b] scilicet mecum quia sine Christo non esset fructus, iuxta illud I Cor. 15[, 10] «Non autem ego sed gratia Dei mecum». Per hyemem vero intelligatur indevotio populi, per ymbrem habundantia predictorum; ibi non est predicandum sed potius silendum, iuxta illud Eccli. 32[, 6] «Ubi auditus non est, non effundas sermonem». Per flores floride et festive devotiones. Per putationem elargitio elemosinarum. Per turturem preco qui annuntiat festum, sicut turtur tempus vernum. Per ficum habundantia populi concurrentis ad festum. Per prolationem grossorum abiectio hominum se reputentium et immaturorum qui fructum predicationis impediunt. Vel per vocem turturis gemitus compunctionis. Per grossos bonorum operum inchoationes vel eminentes in civitate. Per vineas florentes multe virtuose congregationes. Per odorem fama.
Quantum vero ad patriam, si verbum dicatur ad unam animam beatam, similiter exponatur si mittatur ad visitandum unam civitatem. Si vero dicatur toti congregationi animarum ad resurgendum et corpora resumendum, tunc per hyemem et ymbrem intelligatur tempus tribulationum precedentium iudicium. Per flores numerus electorum in terra idest in celo. Per amputationem sequestratio reproborum ab electis, vel separatio vel amotio omnis miserie. Per turturem Christus qui dixerat, Luc.[, 29-30], quod producente ficulnea ex se fructum tunc prope est estas, idest regnum Dei, scilicet quantum ad glorificationem corporum. Per vineas florentes numerus ecclesiarum electarum. Per odorem notitia bonitatis.

Olivi, Cn 2, 11-12, pp. 162, 164

[112] Secundo nota quod ex vernalis temporis proprietate septem inducentia ad accessum sibi proponit (cfr. 11-13), et possunt mystice ad internas sponsae proprietates aptari. Quia sicut appropinquatio solis ad regionem nostram in vere praedictas proprietates adducit, sic et divinae visitationis solaris adventus consimiles in spiritum proprietates inducit ex quibus sponsa habet merito festinare et currere ad sponsi amplexum. Possunt etiam aptari ad exteriorem statum ecclesiae illius temporis, quia tunc proprie formatur haec sponsa. Et tunc magis plene est tempus ipsius, quando Deus aliquem nobilem statum est in ecclesia formaturus, quale in synagoga fuit tempore editionis huius libri sub Salomone templum aedificante et Dei cultum praeclarius et felicius solemnizante, et quale fuit tempore Christi ac Constantini et sic de aliis.
[113] In primis autem duobus proponitur impedimentorum retrahentium amotio. Algor enim hiemalis et procella pluvialis et utriusque horrenda obscuritas solet sponsas retrahere, ne foras domum propriam ire velint. Veris ergo temperies et serenitas de se grata, sed propter praeeuntem pressuram hiemis et propter suam novitatem gratiosior, sponsam debet inducere ad spatiandum cum sponso extra arctitudinem domicilii sui, et ideo dicit: “Iam enim hiems transiit” (11a) etc. Sicut enim sub primo tempore regni Salomonis tempestates et obscuritates priorum temporum a Synagoga recesserant, ut tunc quietius et iucundius sapientiae divinae vacaret, sic pro tempore Christi Apostolus clamat: “Nox praecessit, dies autem appropinquavit” (Rom 13, 12) et: “Ecce nunc tempus acceptabile, ecce nunc dies salutis” (II Cor 6, 2). Nam algor et tenebra caeremoniarum carnalium Synagogae et idolatriae gentium longe abscesserant ab ecclesia Christi. Et sic de similibus temporibus consimilia intuere.
Tertium autem est praeludiorum puritatis et contemplationis visibilis iucunditas, unde subdit:
[114] “Flores apparuerunt in terra nostra” (12a). “Flores” pratorum et arborum sunt quoddam primum iucundum praeludium futurorum fructuum et aestatis. Quando ergo in mente sponsae vel in ecclesia incipiunt apparere novi “flores” puritatis, tunc est hoc tertium inductivum; quia hoc dat pleniorem spem maiorum et cito futurorum bonorum.
[115] Quartum est resecationis superfluorum utilis et fecunda opportunitas; unde subdit: “Tempus putationis advenit” (12b). Amputatio enim omnium superfluorum etiam connaturalium est aliquando nociva et sterilis. Quando ergo sponsa tam in se quam in generali ecclesia experimentaliter sentit fructuosam opportunitatem amputationum perfectarum venisse, tunc attingit ad omnia tam a se quam ab aliis plenius amputanda.
[116] Quintum est duplex exemplaritas vitae contemplativae illis temporibus inchoatae quarum prima est solitariae castitatis et devotionis clamorosum suspirium, et pro hoc dicit: “Vox turturis”, avis scilicet castae et solitudinum deserta amantis cuius vox seu cantus est gemitus, “audita est in terra nostra” (12c). Quando enim in quibusdam modo novo et inusitato incipit hoc solemniter apparere, tunc est quintum inductivum.

Bernardi Opera, Sermones super Cantica Canticorum … recensuerunt J. Leclercq, C. H. Talbot, H. M. Rochais, II, Romae 1958, sermo LVIII, II. 3-4, pp. 128-129

3. Nunc iam videamus quid istiusmodi quasi historico schemate spiritualiter nobis innuatur intelligendum. Et vineas quidem animas esse, vel ecclesias, simulque huius rei rationem quaenam sit, dixi vobis, et audistis, nec opus habetis iterato audire. Ad has itaque revisendas, corrigendas, instruendas, salvandas, anima perfectior invitatur, quae tamen id ministerii sortita sit, non sua ambitione, sed vocata a Deo tamquam Aaron. Porro invitatio ipsa quid est, nisi intima quaedam stimulatio caritatis, pie nos sollicitantis aemulari fraternam salutem, aemulari decorem domus Domini, incrementa lucrorum eius, incrementa frugum iustitiae eius, laudem et gloriam nominis eius? Istiusmodi itaque circa Deum religionis affectibus, quoties is qui animas regere aut studio praedicationis ex officio intendere habet, hominem suum interiorem senserit permoveri, toties pro certo Sponsum adesse intelligat, toties se ab illo ad vineas invitari. Ad quid, nisi ut evellat et destruat, et aedificet et plantet?
4. Verum, quoniam operi huic, sicut omni rei sub caelo, non omne tempus suppetit et aptum est, addit is qui invitat, tempus putationis advenisse. Adesse hoc noverat qui clamabat: “Ecce nunc tempus acceptabile, ecce nunc dies salutis: nemini dantes ullam offensionem, ut non vituperetur ministerium nostrum” (2 Cor 6, 2-3). Vitiosa sine dubio atque superflua, et omne denique quod offendiculum dare et impedire fructum salutis possit, putari et resecari monebat, sciens quia tempus putationis advenerit. Ideo et aiebat fideli cuidam cultori vinearum: “Argue, increpa, obsecra” (2 Tm 4, 2), in primo et secundo horum putationem vel exstirpationem, in ultimo plantationem indicens. Et haec quidem Sponsus per os Pauli de tempore operandi (cfr. Gal 6, 10). Sed audi quid per proprium os de temporum consideratione, sub alio quidem rerum schemate et nomine, cum nova sponsa locutus sit. “Nonne vos dicitis”, inquit, “quia quatuor menses sunt, et messis venit? Ecce dico vobis : Levate oculos vestros et videte regiones, quia albae sunt iam ad messem” (Jo 4, 35); item: “Messis quidem multa, operarii pauci; rogate Dominum messis, ut mittat operarios in messem suam” (Mt 9, 37-38). Sicut igitur ibi metendi animarum segetes tempus adesse monstrabat, ita et hic vineas aeque intelligibiles, id est animas vel ecclesias, tempus putandi advenisse denuntiat: id forsitan inter utrasque res volens vocabulorum diversitate distingui, ut messes plebes, vineas congregationes sanctorum cohabitantium intelligamus.

 

6. Le “nove rime

 

L’Expositio in Canticum Canticorum dell’Olivi non è stata una ‘fonte’ qualunque per la Vita Nova. Non si tratta forse dell’unica opera di Olivi utilizzata, perché molto potrebbero dire in proposito i commenti ai Vangeli di Matteo, di Giovanni (inediti) e, come si è visto, di Luca. Solo un esame sistematico e approfondito – qui la questione viene soltanto delibata – potrà valutare la sua effettiva incidenza sulle varie parti, liriche o in prosa, e considerare se il confronto testuale sia di aiuto nel far conoscere meglio la genesi del “libello”. Per il momento ci si limita a mostrare i risultati di alcuni sondaggi.
La semantica e i concetti dell’esegesi oliviana al libro salomonico, cioè i segni e i significati, percorrono Donne ch’avete intellecto d’amore, la canzone-manifesto delle “nove rime” e la prosa relativa (Vita Nova 10).

■ (Tab. VI.1) Nel Cantico lo sposo loda la sposa come in una canzone amorosa (“Hic describitur et laudatur sponsus a sponsa et sicut in amativis cantionibus fieri solet [Cn 5, 10] … dum praedicta praeconia dicit vel finit [Cn 5, 17] – E però propuosi di prendere per matera del mio parlare sempre mai quello che fosse loda di questa gentilissima … cominciai una canzone …│i’ vo’ con voi della mia donna dire, / non perch’io creda sua laude finire”.
La sposa e lo sposo parlano l’uno dell’altro, secondo il variare degli affetti e degli sguardi, o in seconda (col ‘tu’) o in terza persona (Cn 1, 1). Se la sposa parla dello sposo in terza persona, lo fa in quanto la sua lode serve a informare le “adulescentulae”, cioè le compagne della sposa nel cammino della contemplazione (cfr. Cn 1, 1). Dante dice della sua donna in terza persona, rivolgendosi a “donne” in seconda (col ‘voi’).
Se la sposa parla in terza persona, lo fa perché non ardisce rivolgersi direttamente allo sposo, ma solo esprimere in modo assoluto il proprio desiderio (“sponsa non fuit ausa illud directe a sponso petere, sed solum absolute desiderium suum exprimere” [Cn 1, 1]); la mente timorata non deve presumere cose troppo alte, ma umiliarsi (ut mens quantumcumque alta addiscat non praesumere, sed humiliari et ut in his quae caute egit, formidet aliquam culpam sibi absconsam inesse [Cn 5, 6]). Così Dante: “pareami avere impresa troppo alta matera quanto a me, sì che non ardia di cominciare. E così dimorai alquanti dì, con disiderio di dire e con paura di cominciare│ma ragionar per isfogar la mente … E io non vo’ parlar sì altamente, / ch’io divenissi per temenza vile”.
Quando i santi dottori intendono spiegare agli altri le cose divine e incitarli a domandare, soccorrono repentini concetti e risposte dettate interiormente (“subito multa ab eis quaesita vel alios docenda doctori occurrunt quae ipsi numquam praecogitarunt nec aestimant quod eis alibi occurrisset” [Cn 5, 17]). Così capita a Dante, per virtù di un interno dettatore: “Allora dico che la mia lingua parlò quasi come per sé stessa mossa e disse: ‘Donne ch’avete intellecto d’amore’ ” (si ricordi anche l’imposizione del nome del figlio, fatta dal muto Zaccaria; Luca 1, 63-64).
Come i dottori vengono dotati di sùbiti concetti e risposte, così la sposa sente improvvisamente lo sposo discendere (“repentinos conceptus et responsiones eis divinitus ministratos … ipsa repente ipsum infra se sentiens descendisse” [Cn 5, 17]); Dante: “Io dico che pensando ’l suo valore / Amor sì dolce mi si fa sentire”.

■ (Tab. VI.2) Il nome di Cristo-sposo è “desiderato” – “desideratus cunctis gentibus”, come scrive il profeta Aggeo (Ag 2, 8, a Cn 5, 16). “Madonna è disïata in sommo cielo” (Vita Nova 10.20, v. 29; cfr. “la rota che tu sempiterni / desiderato” di Par. I, 76-77); “Questa gentilissima donna, di cui ragionato è nelle precedenti parole, venne in tanta gratia delle genti” (Vita Nova 17.1).
La sposa, che designa la Chiesa contemplativa, è posta a governare (“Posuerunt me custodem in vineis”: Cn 1, 5; “della cittade ove la mia donna fu posta dall’Altissimo Sire”: Vita Nova 2.11); non si sente adatta al compito (“se in regimine desolatam asserit … ex defectu quem in seipsa invenit”: Cn 6, 11; “ancora lagrimando in questa desolata cittade”: Vita Nova 19.8). Per questo le viene chiesto a gran voce di tornare al governo: “instanter requiritur sponsa ad regiminis onus reverti … ad requisitionis grandem instantiam fortius exprimendam … requiritur … a sponso et a suis angelis” (Cn 6, 12). Così avviene per Madonna: “Angelo clama … Lo cielo, che non àve altro difecto / che d’aver lei, al suo Segnor la chiede, / e ciascun sancto ne grida merzede” (Vita Nova 10.18, vv. 15-21). Dio stesso ha detto di aver sperimentato le dolcezze della sposa, e l’ha additata ad esempio agli angeli e ai santi; la sola sua visione è di utilità agli uomini: “Quis autem digne valeat admirari tantam dignationem summi Dei et Domini nostri? Quod ipse in tantum dicat se refici et delectari in fructibus et dulcoribus sponsae, quod tamquam inde inebriatus totus in ea condormiat et consoporetur. Et quod ipsum suum soporem amicis suis, angelis scilicet et ceteris sanctis, praebeat in exemplum … (Cn 5, 2) … utilitas exempli quam inferiores ex sola visione suae sanctitatis et vitae accipient (Cn 6, 12)” – “nel mondo si vede … che parla Dio, che di madonna intende … e qual soffrisse di starl’ a vedere  … per exemplo di lei bieltà si prova” (vv. 16, 23, 35, 50). Le necessità del governo della Chiesa sono riservate al beneplacito divino: “sic etiam expedit quod suam sufficientiam et ecclesiae regendae necessitatem et Dei super hoc praeceptum vel beneplacitum recognoscant” (Cn 6, 12) – “quanto Mi piace” (v. 25).
Sotto il regime di Beatrice non c’è solo Dante, governato tramite Amore con “lo fedele consiglio della Ragione” (Vita Nova 1.10), ma tutta Firenze, desolata per la sua morte, come pure l’intera Chiesa, quella peregrinante in terra (perché mai l’amico avrebbe scritto “alli principi della terra” in merito alla sua città “quasi vedova dispogliata da ogni dignitade” [Vita Nova 19.8] ?) e quella trionfante in cielo.

■(Tab. VI.3) Lo sposo loda la sposa perché senza macchia di peccato mortale: “eam commendat … quomodo dicit … loquitur de sola macula mortali (Cn 4, 7) – “Dice di lei Amor: «Cosa mortale / come esser può …” (vv. 43-44). La sposa loda le parti del corpo dello sposo, cominciando dal colore misuratamente proporzionato fra la purezza del bianco e la vivida rossa fiamma della carità: “ex colorecolorum proportionata permixtio seu connexio … plenus candore puritatis et sapientialis claritatis et flammeo rubore vividae caritatis” (Cn 5, 10) – “sì puraColor di perle à quasi … non for misura … Degli occhi suoi … escono spirti d’amore inflammati ” (vv. 44, 47-48, 51-52; il bianco e il rosso sono i colori di Beatrice: Vita Nova 1.4, 12, 15; 28.1). La sposa è esempio per gli inferiori che vedono la sua santa vita : “utilitas exempli quam inferiores ex sola visione suae sanctitatis et vitae accipient” (Cn 6, 12) – “per exemplo di lei …” (v. 50).

■ (Tab. VI.4) La sposa (Cn 6, 10-7, 1), che per le sue virtù (“ex suis virtutibus”) è idonea a generare ed educare una prole spirituale (“ad prolem fortem et nobilem procreandam et educandam”), e questa sua capacità viene mostrata secondo le parti del corpo (“in speciali et quasi per partes … ex generosa dispositione corporis muliebris”), incede in modo regale, nobilmente calzata con regola e disciplina, non con materia vile, mirabilmente ornata di bellezza nel procedere dei suoi atti (“quam pulchre et decenter incedunt … nec de vili et inordinata materia calceantur … Per hoc autem spiritualiter designatur perfecta compositio ac restrictio et moderatio regularis disciplinae quae instar calceamentorum nobilium fundamentales processus nostrorum affectuum et actuum mirabiliter pulchrificant et adornant ”) – “maraviglia nell’acto che procede … or vo’ di sua virtù farvi sapere. / Dico, qual vuol gentil donna parere / vada con lei, che quando va per via / gitta nei cor’ villan’ d’amore un gelo … diverria nobil cosa o si morria. … sì adorna …│dico di lei quanto dalla parte … delle sue virtudi … che … procedeano … quanto dalla [parte della] nobilità del suo corposecondo determinata parte della persona” (vv. 17, 30-33, 36, 44; 10.29-30).

■ (Tab. VI.5) Il “monile ornamentum” al quale è assimilato il collo della sposa (Cn 1, 9b) ha un valore di ‘ammonimento’, perché le fibule muliebri “monent seu arcent viros, ne inserant manus suas infra sinum earum”, nel caso della nobile sposa, di belle e generose forme, e tanto ornata da sdegnare “insipientiam et vilem vitam bestialium plebium” (Cn 1, 10). Una sposa atta a procreare e nutrire figli spirituali dediti alle lodi divine (Cn 6). Così il poeta congeda la sua canzone-manifesto, Donne ch’avete intellecto d’amore : “Or t’amonisco, poi ch’io t’ò allevata / per figliuola d’Amor giovane e piana … E se non vòli andar sì come vana, / non restare ove sia gente villana” (Vita Nova 10.24-25, vv. 59-60, 64-65); anche nella canzone Amor che nella mente mi ragiona la seconda parte principale si chiude “sotto colore d’ammonire altrui”, cfr. Convivio, III, viii, 21). Come la sposa dice: “Indica mihi … ubi pascas … ne vagari incipiam” (Cn 1, 6a), così la canzone deve dire pregando: “Insegnatemi gir, ch’io son mandata / a quella di cui laude io so’ adornata” (cfr. ancora il congedo di Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete, e il relativo commento a Convivio II, xi, con l’esegesi di Cn 1, 7ab: “Ponete mente almen com’io son bella ! … Si bene vis considerare tuae spiritualis pulchritudinis praeeminentiam”).

■ (Tab. VI.5 bis) Tributo ai modi ancora operanti nella Rettorica di Brunetto Latini [46] o alla tecnica dei commenti universitari [47], le “divisioni” contentute nella Vita Nova rispechiano anche l’esegesi scritturale, nella quale esse sono l’espressione della struttura del testo che si vuole commentare. Lo stesso prosimetro potrebbe risponde a un’idea precisa della Scrittura, che ha un’intelligenza interiore e un’eloquenza esteriore, l’oro della sapienza divina e l’argento delle similitudini, in un ornato di distinzioni artificiose e rubricate. Come accade per i sacramenti, dentro è la grazia invisibile, fuori la specie sensibile. Poiché la sposa designa la Chiesa, questo ornamento ha un suo sviluppo storico, per cui l’artificio è maggiore man mano che si procede. Così Olivi interpreta Cn 1, 10a “Murenulas aureas faciemus tibi vermiculatas argento”. Nella Commedia, le due funzioni, esterna e interna, di prosa e lirica, saranno congiunte nei versi dal doppio linguaggio.

■ (Tab. VI.6) Nel paragrafo successivo (Vita Nova 11), su richiesta di un amico che aveva ascoltato Donne ch’avete intellecto d’amore, viene esposto cosa sia Amore (Amore e ’l cor gentile). I dettami guinizelliani incastonati secondo Gorni in una “prosa carica di grevi intenzioni filosofiche”, che “recupera quel sapere a fini cortesi” [48], non mancano di concordare anche con l’esegesi del Cantico dei Cantici. Lo sposo, ristorato dei frutti della sposa, vuole che ne fruiscano pure gli amici (Cn 5, 1). Olivi sottolinea più volte la coralità dell’amicizia presente nel libro salomonico e il ruolo svolto dagli amici dello sposo o della sposa nel mutuo partecipare del loro amore.

Cn 2, 1, p. 148 [88] Nota autem quod per haec mutua colloquia designatur quod in illa unione sponsi et sponsae nobis ineffabili sunt quaedam internae locutiones in quibus evidenter exprimitur, quomodo se amant et appretiantur et quomodo ad invicem sunt sibi cari, iucundi, pulchri et gratiosi. Quia vero haec non solum sibi mutuo ostendunt, sed etiam aliis, ideo tamquam ad alios seipsos commendantes subdunt – et primo sponsus de seipso dicit: “Ego flos campi et lilium convallium (Cn 2, 1)”.

Poi lo sposo, inducendo gli amici al sopore estatico, afferma: “Ego dormio et cor meum vigilat” (Cn 5, 2); egli cioè si riposa e al tempo stesso veglia col cuore, e con questo star sveglio si trova “in suo actu supremo”. Così, nel sonetto, Amore viene a riposarsi nel cuore gentile e, svegliandosi per il “disio della cosa piacente”, passa (come scolasticamente spiegato nella prosa) dalla potenza all’atto. Altrove (Cn 2, 13-14) si parla delle “spirituales et secretae mansiones solidae veritatis et aeternitatis Dei quas sponsa subintrans quiescit ibi cum sponso … tuarum potentiarum et voluntatum capacia loca et desideria” (“Amor per sire e ’l cor per sua magione … nasce un disio della cosa piacente” … dico come questa potentia si riduce in acto”).

■ (Vita Nova 15 – Tab. VI.7) La sposa viene svegliata dallo sposo, ma è come se avesse sempre vegliato (Cn 2, 8: “a somno praefato iam ad alios actus evigilasset”). Dante perviene a “una ymaginatione d’Amore” dopo altra “vana ymaginatione” nella quale, ad occhi chiusi, ha visto Beatrice morta; quasi questa seconda fantasia fosse la continuazione della prima: “così come se io fossi stato presente a questa donna.│Io mi senti’ svegliar dentro allo core / un spirito amoroso che dormia”. La sposa sente una voce, quella dello sposo, primo segno del suo venire, per cui bisogna prepararsi al suo arrivo: «“Vox dilecti mei” … ex eius voce eius adventum primo deprehenderit … Ecce dominus venit, paremus cito domum et nos ipsos». Dante vede venire Amore, poi monna Vanna che precede monna Bice; la donna di Cavalcanti si chiama “Primavera”, nome che Amore interpreta “Primaverrà”, come il precursore Giovanni Battista disse di Cristo : «“Ego vox clamantis in deserto: parate viam Domini (Matteo 3, 3)”│guardando in quella parte onde venia, / io vidi monna Vanna e monna Bice / venire inver’ lo loco là ov’io era». È primavera, stagione di novità; in essa Dio intende formare nella Chiesa una nuova, nobile situazione e rendere più solenne, felice e gioioso il proprio culto, come avvenne ai tempi di Salomone e di Cristo (Cn 2, 11): “ex vernalis temporis proprietate … in vere praedictas proprietates adducit … quando Deus aliquem nobilem statum est in ecclesia formaturus … et Dei cultum praeclarius et felicius solemnizante … Veris ergo temperies et serenitas de se grata, sed propter praeeuntem pressuram hiemis et propter suam novitatem gratiosior … ut tunc quietius et iucundius sapientiae divinae vacaret”. Amore dice lietamente al lieto e rinnovato cuore di Dante di fargli onore, cioè di rendergli il dovuto culto; monna Vanna-Primavera è “una gentil (nobile) donna”: «e pareami che lietamente mi dicesse nel cuor mio … E certo me parea avere lo cuore sì lieto, che me non parea che fosse lo mio cuore, per la sua nuova conditione … io vidi venire verso me una gentil donna … imposto l’era nome Primavera  │e poi vidi venir da lungi Amore / allegro sì, che appena il conoscea, / dicendo: “Or pensa pur di farmi onore” … Amor mi disse: “Quell’è Primavera …”». Lo sposo chiama la sposa con vari nomi, il primo fra questi è preso dall’amicizia o dall’amore (Cn 2, 10): «sponsus multis nominibus amorosis vocat sponsam … Primum tamen nomen proprie sumitur ab amicitia vel amore – una gentil donna, la quale era di famosa bieltade e fue già molto donna di questo mio primo amico … Quella prima è nominata Primavera … quella Beatrice chiamerebbe Amore │Amor mi disse: “Quell’è Primavera, / e quell’à nome Amor, sì mi somiglia”».
Da notare come il versetto di Matteo 3, 3 –  “Ego vox clamantis in deserto: parate viam Domini” – è attratto nella prosa dall’esegesi di Cn 2, 8 – «“Vox dilecti mei”… Ecce dominus venit, paremus cito domum et nos ipsos» -, secondo un metodo con il quale nella Commedia le citazioni dei Salmi, prescelte in modo autonomo, saranno concordate con l’esegesi della Lectura super Apocalipsim  [49].

■ (Tab. VI.8) La semantica del Cantico dei Cantici percorre anche Vita Nova 17, sia i due sonetti (Tanto gentile e Vede perfectamente) come la prosa. Si registrano gli attributi di lode della sposa verso lo sposo – dolcezza al core, soave – (Cn 1, 1b); il cui nome è desiderabilis, secondo quanto scrive di Cristo il profeta Aggeo: “desideratus cunctis gentibus” (Cn 5, 16) – venne in tanta gratia delle genti ; la nobiltà (gentilezza), propria di una terra d’Oriente, dello sposo e della sposa, atta a procreare una nobile prole (Cn 1, 2a; 7, 1b; nella morte di Beatrice, la dipartita dell’“anima sua nobilissima” è computata, oltre che “secondo l’usanza nostra”, “secondo l’usanza d’Arabia … e secondo l’usanza di Siria”: Vita Nova 19.4); la ridondanza, nello sposo, delle perfezioni divine e di ogni virtù (Cn 1, 2a) – virtuosamente, virtute, perfectamente ogne ; l’incedere bello e decoroso della sposa, nel mirabile procedere dei suoi atti (Cn 7, 1b) – Ella si va (viene chiamata «“filia principis”, id est Dei »; Beatrice “non parea figliuola d’uomo mortale, ma di Dio”: Vita Nova 1.9), mirabili cose da.llei procedevano, sua beltate, ne procede, negli acti ; soave non è solo lo sposo, ma anche la memoria del suo nome (Cn 1, 2b) – non fa sola séla si può recare a mente, ricordandosi di lei ; la sovità dello sposo si espande coralmente sulla famiglia della sposa (“sponsae” e “adulescentulae”, cioè sui perfetti e sugli incipienti nel percorso contemplativo; Cn 1, 2c) – quelle che vanno con lei ; lo sposo mostra la propria compiacenza negli occhi della sposa (Cn 6, 4a) – mostrasi sì piacente … che dà per gli occhi ….; la invita a non guardarlo oltre le proprie forze – e gli occhi no l’ardiscon di guardare -, perché proverebbe l’impossibilità di intenderlo – che ’ntender no.lla può chi no.lla prova.
Si noterà che più passi esegetici vengono collazionati fra loro per arricchire la semantica, secondo una tecnica che nella Lectura super Apocalipsim Olivi definisce “mutua collatio” di singole parti di esegesi (cfr. infra); lo stesso testo salomonico la suggerisce, sottoponendo più volte all’esegeta il medesimo termine: si veda il caso di “labia” (Cn 4, 3.11; 5, 13), che attira anche “guttur” (Cn 5, 16), inteso “pro toto palatu et ore”.

Tab. VI.1

PETRI IOHANNIS OLIVI Expositio in Canticum Canticorum [ = Cn], ed. J. Schlageter, Ad Claras Aquas Grottaferrata 1999 (Collectio Oliviana, II) [le citazioni scritturali, anziché in corsivo, sono state poste fra “ ”]

Cn 5, 10, p. 234

[233] “Dilectus meus” (10a). Hic describitur et laudatur sponsus a sponsa et sicut in amativis cantionibus fieri solet, in principio et in fine commendat eum breviter et in summa. […]

Cn 1, 1, pp. 122, 124

[34] Nota etiam quod supra loquebatur ad sponsum in secunda persona, hic loquitur de eo in tertia, acsi suis adolescentulis haec glorianter sive informatorie loquatur. Et breviter: secundum quod variantur in sponsa modi affectuum et aspectuum, sic et modi locutionum suarum. Et consimiliter est de sponso. Unde et supra incepit a tertia persona dicens: “osculetur me” (1a), et tamen statim flectit se ad secundam subdens: “quia meliora sunt ubera tua” (1b) etc. Quod – ut credo – factum est ad ostendendum quod sponsa non fuit ausa illud directe a sponso petere, sed solum absolute desiderium suum exprimere.

Vita Nova 10.10-17 (vv. 1-14)

[10] Onde io, pensando a queste parole, quasi vergognoso mi partio da.lloro e venia dicendo fra me medesimo: «Poi che è tanta beatitudine in quelle parole che lodano la mia donna, perché altro parlare è stato lo mio?». [11] E però propuosi di prendere per matera del mio parlare sempre mai quello che fosse loda di questa gentilissima; e pensando molto a.cciò, pareami avere impresa troppo alta matera quanto a me, sì che non ardia di cominciare. E così dimorai alquanti dì, con disiderio di dire e con paura di cominciare. [12] Avenne poi che passando per uno camino lungo lo quale sen gia uno rivo chiaro molto, a me giunse tanta volontà di dire, che io cominciai a pensare lo modo che io tenessi; e pensai che parlare di lei non si convenia che io facesse, se io non parlassi a donne in seconda persona, e non a ogni donna, ma solamente a coloro che sono gentili e che non sono pure femine. [13] Allora dico che la mia lingua parlò quasi come per sé stessa mossa e disse: «Donne ch’avete intellecto d’amore». [14] Queste parole io ripuosi nella mente con grande letitia, pensando di prenderle per mio cominciamento. Onde poi, ritornato alla sopradecta cittade, pensando alquanti die cominciai una canzone con questo cominciamento, ordinata nel modo che si vedrà di sotto nella sua divisione. La canzone comincia Donne ch’avete.

[15-17]

Donne ch’avete intellecto d’amore,
i’ vo’ con voi della mia donna dire,
non perch’io creda sua laude finire,
ma ragionar per isfogar la mente.
Io dico che pensando ’l suo valore
Amor sì dolce mi si fa sentire,
che s’io allora non perdessi ardire
farei parlando innamorar la gente.
E io non vo’ parlar sì altamente,
ch’io divenissi per temenza vile;
ma tracterò del suo stato gentile
a rispecto di lei leggieramente,
donne e donzelle amorose, con voi,
ché non è cosa da parlarne altrui.

Cn 5, 6, pp. 228, 230

[226] “Anima mea liquefacta est, ut dilectus locutus est” (cfr. 6c). Ecce quod quae tunc, dum sibi sponsus loqueretur, aperire distulit quasi dubitans, an esset ipse aut an esset sibi utile aperire, nunc certitudinaliter animadvertit se tunc ex locutione sponsi prae nimio amoris resolventis ardore liquefactam fuisse. Tum sicut in contemplationis primordiis expedit sponsi illapsus aliquantulum diutius immorari, ut mens in contemplationis amore et in contemplativo statu fundetur atque firmetur, sic postquam est multum sublimata, expedit huiusmodi illapsus aliquando detruncari, ut mens quantumcumque alta addiscat non praesumere, sed humiliari et ut in his quae caute egit, formidet aliquam culpam sibi absconsam inesse. […]

Cn 5, 17-6, 1, pp. 244, 246

[243] “Quo abiit dilectus tuus, o pulcherrima mulierum?” (17a). Secundo tamquam ex praedictis ad quaerendum eum accensi subdunt: “Quo declinavit dilectus tuus? et quaeremus eum tecum” (17b). Quoniam autem sponsus non solum praefatum sponsae desiderium attendens, sed etiam multitudinis memoratae et etiam suae praeconizationis seu magnificae praedicationis zelum quo sponsa totis viribus eum nititur in omnium cordibus imprimere et magnificare, idcirco repente dum praedicta praeconia dicit vel finit, sponsus sic plene descendit in eam quod ipsa non potest hoc abscondere vel celare multitudini quaerentium illum. Est autem huius rei frequens exemplum et experimentum quo, dum viri sancti zelanter conantur alios divina docere, ita ut illos incitent ad quaerendum, subito multa ab eis quaesita vel alios docenda doctori occurrunt quae ipsi numquam praecogitarunt nec aestimant quod eis alibi occurrisset. Propter quod admirative et cum gratiarum actionibus recognoscunt huiusmodi repentinos conceptus et responsiones eis divinitus ministratos. Hoc est igitur quod hic completius ostenditur et impletur; quia cum illi dicerent: “Quo declinavit? et quaeremus eum tecum” (17b), ipsa repente ipsum infra se sentiens descendisse respondet:
[244] “Dilectus meus descendit in hortum suum” (6, 1a). Eius descensus est mentis per speciales consolationes visitatio in quibus suam presentiam experimentalius exhibet.

 

Tab. VI.2

Vita Nova 10.18-21 (vv. 15-42)

Angelo clama in Divino Intellecto
e dice: «Sire, nel mondo si vede
maraviglia nell’acto che procede
d’un’anima che ’nfin qua sù risplende».
Lo cielo, che non àve altro difecto
che d’aver lei, al suo Segnor la chiede,
e ciascun sancto ne grida merzede.
Sola Pietà nostra parte difende,
che parla Dio, che di madonna intende:
«Dilecti miei, or sofferite in pace
che vostra spene sia quanto Mi piace
là ov’è alcun che perder lei s’attende,
e che dirà nello ’Nferno: O mal nati,
io vidi la speranza de’ beati».
Madonna è disïata in sommo cielo:
or vo’ di sua virtù farvi savere.
Dico, qual vuol gentil donna parere
vada con lei, che quando va per via
gitta nei cor’ villan’ d’amore un gelo,
per che onne lor pensero aghiaccia e pere;
e qual soffrisse di starl’ a vedere
diverria nobil cosa o si morria.
E quando trova alcun che degno sia
di veder lei, quei prova sua vertute,
ché li avèn ciò, che li dona salute,
e sì l’umilia, ch’ogni offesa oblia.
Ancor l’à Dio per maggior gratia dato
che non pò mal finir chi l’ha parlato.

Cn 5, 16, pp. 242, 244

[241] “Guttur illius suavissimum” (16). Guttur est radicalis pars faucium, ubi radicaliter consistit vis gustativa ciborum. Unde secundum Papiam gustus a ‘gutture’ dicitur. [242] Potest autem generaliter sumi pro toto palatu et ore, ut sic propter tropum nuptialis osculi significetur non solum esse “suavissimum” in se, sed etiam sponsae. “Et totus desiderabilis” (16a), hoc est vere proprium et praeconiale nomen sponsi solum Deum amantibus et gustantibus notum. Nihil enim potest in Christo dilecto occurrere, quin sit summe desiderabile. Unde et ab Aggaeo Propheta vocatur “desideratus cunctis gentibus” (Agg 2, 8). Deinde sponsa tamquam de tali sponso glorians gloriatur, ad “filias Ierusalem”, id est: ad communem multitudinem synagogae vel ecclesiae, dicit: “Talis est dilectus meus” (16b) etc.

Cn 5, 2a, p. 220

[213] Quis autem digne valeat admirari tantam dignationem summi Dei et Domini nostri? Quod ipse in tantum dicat se refici et delectari in fructibus et dulcoribus sponsae, quod tamquam inde inebriatus totus in ea condormiat et consoporetur. Et quod ipsum suum soporem amicis suis, angelis scilicet et ceteris sanctis, praebeat in exemplum, ut et ipsi in eadem consimiliter consoporentur! 

Cn 6, 11-12, pp. 264, 266, 268, 270

[272] “Nescivi” (11a). Ubi se in regimine desolatam asserit ex duplici causa. Prima est ex defectu quem in seipsa invenit, et pro hoc dicit: “nescivi”, scilicet hoc onus regiminis tam grave et tam discriminosum esse, sicut nunc probavi. […]
[276] “Revertere” (12a). Quia ecclesiae Dei non solum expediens, immo et necessarium est, ut a perfectis regatur, quod nequaquam fieret, si solam suam distractionem et insufficientiam et perfectionem instar Christi in regimine habendam attendentes vacare regimini totaliter formidarent, idcirco sicut in parte bonum est quod periculum timeant, sic etiam expedit quod suam sufficientiam et ecclesiae regendae necessitatem et Dei super hoc praeceptum vel beneplacitum recognoscant. Primo igitur instanter requiritur sponsa ad regiminis onus reverti. Supponitur enim quod iam quasi animo a regimine ipso fugerat.
[279] Dicitur autem sibi quater “revertere” (12ab), tum ad requisitionis grandem instantiam fortius exprimendam, tum quia a quattuor generibus personarum requiritur, scilicet a sponso et a suis angelis et ab ecclesiarum principibus seu principalioribus et ab inferioribus seu popularibus, tum quia quattuor rationibus quibus ipsa moveri debet, requiritur. Prima est, quia est a Deo de captivitate Diaboli eruta et redempta. Secunda est, quia est et esse debet Deo subiecta et in sui redemptoris et salvatoris obsequium captivata. Et ad has duas rationes significandas vocatur “Sunamitis” (12a), id est : captivata seu mortificata, ut scilicet secundum Apostolum secunda ad Corinthios quinto “qui vivunt, iam non sibi vivant, sed ei qui pro ipsis mortuus est” (2 Cor 5, 15). Et secundum hoc bene ante hoc nomen bis dicitur “revertere”. Tertia ratio est utilitas exempli quam inferiores ex sola visione suae sanctitatis et vitae accipient. Quarta est glorificatio Dei qui eam talem fecit ex suae perfectionis pleniori demonstratione et visione in omnibus subsecutura. Et has duas rationes exprimunt cum iterum bis dicto: “revertere”. Subdunt: “ut intueamur te” (12b), id est: tuam sanctitatem et vitam perfectam.

 

Tab. VI.3

Cn 4, 7, p. 200

[181] “Tota pulchra es, amica mea, et macula non est in te” (7), ubi positive simul et negative eam commendat. Sed cum in hac vita nullus sit absque peccato iuxta illud primae canonicae Iohannis capitulo primo: “Si dixerimus quoniam peccatum non habemus, ipsi nos seducimus” (cfr. 1 Io 1, 8); quomodo dicit, quod “macula non est in te” (7)? Ad hoc est triplex responsio: Prima est, ut loquitur de sola macula mortali.

 

Vita Nova 10.22-23 (vv. 43-56) 

Dice di lei Amor: «Cosa mortale
come esser può sì adorna e pura?».
Poi la riguarda, e fra sé stesso giura
che Dio ne ’ntenda di far cosa nova.
Color di perle à quasi, in forma quale
convene a donna aver, non for misura:
ella è quanto di ben pò far Natura;
per exemplo di lei bieltà si prova.
Degli occhi suoi, come ch’ella li mova,
escono spirti d’amore inflammati,
che fèron gli occhi a qual ch’allor la guati,
e passan sì che ’l cor ciascun ritrova.
Voi le vedete Amor pinto nel viso,
là ove non pote alcun mirarla fiso.

Cn 6, 12, p. 270

[279] Tertia ratio est utilitas exempli quam inferiores ex sola visione suae sanctitatis et vitae accipient. Quarta est glorificatio Dei qui eam talem fecit ex suae perfectionis pleniori demonstratione et visione in omnibus subsecutura. Et has duas rationes exprimunt cum iterum bis dicto: “revertere”. Subdunt: “ut intueamur te” (12b), id est: tuam sanctitatem et vitam perfectam.

Cn 5, 10, pp. 234, 236

[233] “Dilectus meus” (10a). Hic describitur et laudatur sponsus a sponsa et sicut in amativis cantionibus fieri solet, in principio et in fine commendat eum breviter et in summa. In intermedio vero processu commendat eum specialius et distincte per partes sequens ordinem partium corporis virilis quem modum et ordinem sponsus supra in laudibus sponsae servavit (cfr. Cn 4, 1-11). Primo ergo commendat eum in summa tam absolute quam respective, absolute quidem ex colore qui in pulchritudine corporali tamquam primo visibili multum praefertur. Dicit ergo quod est “candidus et rubicundus” (10a). Horum enim colorum proportionata permixtio seu connexio est in corpore humano prae ceteris coloribus pulchra et grata. Per hoc autem significatur quod est plenus candore puritatis et sapientialis claritatis et flammeo rubore vividae caritatis. Respective autem commendat eum dicendo quod est electus “ex millibus” (10b), id est: prae omnibus in omni virtute et decore praecellens et praeelectus.

 

Tab. VI.4

Vita Nova 1.9

[9] Elli mi comandava molte volte che io cercassi per vedere questa angiola giovanissima; onde io nella mia pueritia molte volte l’andai cercando, e vedeala di sì nobili e laudabili portamenti, che certo di lei si potea dire quella parola del poeta Homero: “Ella non parea figliuola d’uomo mortale, ma di Dio”.

Vita Nova 10.18 (vv. 15-18); 20 (vv. 30-36); 22 (vv. 43-44)

Angelo clama in Divino Intellecto
e dice: «Sire, nel mondo si vede
maraviglia nell’acto che procede
d’un’anima che ’nfin qua sù risplende».

or vo’ di sua virtù farvi sapere.
Dico, qual vuol gentil donna parere
vada con lei, che quando va per via
gitta nei cor’ villan’ d’amore un gelo,
per che onne lor pensero aghiaccia e pere;
e qual soffrisse di starl’ a vedere
diverria nobil cosa o si morria.

Dice di lei Amor: «Cosa mortale
come esser può adorna e sì pura?».

[29] Questa seconda parte si divide in due: che nella prima dico di lei quanto dalla parte della nobilità della sua anima, narrando alquante delle sue virtudi effective che dalla sua anima procedeano; nella seconda dico di lei quanto dalla [parte della] nobilità del suo corpo, narrando alquante delle sue bellezze, quivi Dice di lei Amore. 

Cn 7, 1, p. 274

[283] Deinde ostenditur ei sua sufficientia in speciali et quasi per partes. Et sumitur hic metaphora sive tropus ex generosa dispositione corporis muliebris ex qua est apta et fortis ad prolem fortem et nobilem procreandam et educandam. Et quia partus est ad inferiora, ideo hic incipit ab inferioribus membris ascendens per ordinem usque ad supremum. Ac deinde ibi: “quam pulchra es” (6) redit suo more ad generalem commendationem suae sufficientis dispositionis proli expedientis.
Primo igitur incipit a pedibus dicens: “O filia principis” (1b), id est: Dei omnibus principantis, id est: O sponsa regiae formae tamquam summi regis filia, “quam pulchri sunt gressus tui in calceamentis” (1b), id est: quam pulchri et decentes sunt tui pedes cum suis pulchris et decentibus calceamentis et quam pulchre et decenter incedunt.
[287] Secundum enim tropum exteriorem in hoc a mundanis multum attenditur gloria et decentia regalium sponsarum et puellarum. Non enim laxe ac rusticaliter et incomposite calceantur et incedunt, sicut faciunt vetulae rusticanae, nec de vili et inordinata materia calceantur, sicut faciunt inopes mulieres, immo de valde pretiosis et pulchris. Per hoc autem spiritualiter designatur perfecta compositio ac restrictio et moderatio regularis disciplinae quae instar calceamentorum nobilium fundamentales processus nostrorum affectuum et actuum mirabiliter pulchrificant et adornant. Vel per hoc possunt designari regulares et exemplares informatorie praedicationis et visitationis processus iuxta illud Isaiae quadragesimo: “Quam pulchri super montes pedes evangelizantis pacem” (Is 52, 7) et ad Ephesios sexto: “Calceati pedes in praeparatione evangelii pacis” (Eph 6, 15). […]

Cn 6, 10, p. 260

[266] “Descendi in hortum meum” (10a). Haec est pars tertia principalis in qua agitur de nuptiali amore, prout est prolis spiritualis procreationi et gubernationi insistens. Et haec habet tres partes principales; quia primo ostenditur, quomodo ex suis virtutibus et conatibus est ad hoc idonea et exercitata et quomodo per hoc ad finalem fructum divinae prolis pertingit […]

 

Tab. VI.5

Cn 1, 2, p. 118

[19] “Ideo adolescentulae”, id est: sociae ipsius sponsae ad contemplationis suae apicem nondum attingentes, in Dei tamen notitia iam paulatim crescentes, “dilexerunt te” (2c). Quasi diceret: tanta est tua suavitas et ita longe se effundens, quod non solum ad tui amorem allicit sponsas, animas scilicet perfectiores, sed etiam adolescentulas, animas scilicet in tui notitia minus provectas.
[24] Et nota quod sponsa non describitur hic ut qualiscumque, sed ut nobilis et regia habens multas puellas in sua familia […].

Cn 6, 2, p. 248

[251] Quinta (commendatio) vero quae subditur infra capitulo septimo (Cn 7, 1-8), est ad ingerendum sponsae eius virtutem et idoneitatem ad spiritualem prolem procreandam et regendam et sponso delectabiliter offerendam, ut sic ex hoc assumat maiorem fiduciam et amorem spirituales filios procreandi et nutriendi et divinis laudibus et beneplacitis dedicandi.

Cn 1, 9-10, pp. 138, 140

[75] “Collum tuum sicut monilia” (9b) […] Hoc igitur ‘collum’ in sponsa est pulchrum “sicut monilia”. Est enim ‘monileornamentum per quod pectora virginum seu matronarum clauduntur. Inde dicta, quia monent seu arcent viros, ne inserant manus suas infra sinum earum, et sunt quasi quaedam magnae fibulae instar colli circulares. In toto igitur versu praedicto hoc intenditur quod sponsa habet decorem amoris castissimi cum sinceritate desiderii aeterni. Et per haec duo merito potest retrahi a sequendo vias “gregum” (7b) et praedictorum “pastorum” (7c). […]
[76] “Murenulas aureas faciemus tibi” (10a). […] Est ergo sensus: O sponsa, tanta tibi dabitur copia sapientiae et eloquentiae et scripturae sacrae et tantus ornatus seu cultus sacramentorum et virtualis disciplinae quod omnino dedignaberis sequi insipientiam et vilem vitam bestialium plebium.

Cn 1, 6-7, pp. 132, 134

[59] “Indica mihi quem diligit anima mea, ubi pascas, ubi cubes in meridie, ne vagari incipiam post greges sodalium tuorum (1, 6)” […] Quia si illud te praemonstrante continue non inspexero, oportet me vagari “post greges”, id est: post bestiales plebes seu congregationes “sodalium tuorum” (6b). […]
[65] Pro primo igitur dicit: “Si ignoras te, o pulcherrima inter mulieres, egredere (7ab)” etc. Quasi diceret: Si bene vis considerare tuae spiritualis pulchritudinis praeeminentiam qua omnes animas et ecclesias carnales vel imperfectas transcendis, satis habes rationem urgentem ad non sequendam vitam carnalem bestialium populorum aut praelatorum. Et loquitur sub eo typo quo mulieri formae egregiae et generosae solemus loqui, ne sequatur vias vilium feminarum allegando ei suam pulchritudinem et generositatem.
[66] Dicit ergo: “Si ignoras te” (7a), id est: tuam nobilitatem tam naturalem quam gratuitam per quam es pulcherrima inter mulieres, id est: super ceteras animas […].

 Vita Nova 10.24-25 [XIX 13-14]

Canzone, io so che tu girai parlando
a donne assai, quand’io t’avrò avanzata.
Or t’amonisco, poi ch’io t’ò allevata
per figliuola d’Amor giovane e piana,
che là ove giugni tu dichi pregando:
«Insegnatemi gir, ch’io son mandata
a quella di cui laude io so’ adornata».
E se non vòli andar sì come vana,
non restare ove sia gente villana:
ingegnati, se puoi, d’esser palese
solo con donne o con omo cortese,
che ti merranno là per via tostana.
Tu troverai Amor con esso lei;
raccomandami a.llui come tu dêi.

Convivio, II, Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete, 56-61

Onde, se per ventura elli adivene
che tu dinanzi da persone vadi
che non ti paian d’essa bene acorte,
allor ti priego che ti riconforte,
dicendo lor, diletta mia novella:
Ponete mente almen com’io son bella!”.

ibid., III, viii, 21 (Amor che nella mente mi ragiona)

Ultimamente, quando dico: Però qual donna sente sua bieltate, conchiudo, sotto colore d’ammonire altrui, lo fine a che fatta fue tanta biltade; e dico che qual donna sente per manco [di umilitade] la sua biltade biasimare, guardi in questo perfettissimo essemplo. Dove s’intende che non pur a migliorare lo bene è fatta, ma eziandio a fare della mala cosa buona cosa.

 

Tab. VI.5 bis

Cn 1, 10, pp. 138, 140

[76] “Murenulas aureas faciemus tibi” (10a). Sunt autem ‘murenulae’ catenae latae et spissae, de auro mire factae quae a capite defluentes ad cervicem ornandam aptantur, et haec virgulis auri et argenti artificiose distinctis et commixtis sunt contextae, dictae a quodam pisce nomine ‘murena’, quia consimiles distinctiones et commixtiones colorum habet in cute sua vel quia capta vertit se in circulum; et secundum Gregorium huiusmodi murenulis seu catenis monilia collo ligantur. Et haec propter virgularum argentearum insertiones dicuntur “vermiculatae”, id est rubricatae, “argento” (10b), id est desuper versibus et reticulationibus argenteis exornatae et circumtextae, sicut in picturis quaedam virgulae rubeae solent colori albo superinseri vel econverso. Per hoc igitur potest intelligi ornamentum disciplinae vel sapientiae vel sacramentalis gratiae. Habet enim sponsa disciplinam moralem quasi auream, et aliquam caeremonialem priori desuper seu deforis insertam que est velut argentum. Eius etiam sapientia habet theorias de divinis quasi aureas et tropos similitudinum sensibilium et figuralium quasi virgulas argenteas. Et hoc modo est edita scriptura sacra seu sapientia sponsae. Constat ex intelligentia interiori et eloquentia exteriori. Sacramenta etiam eius habent interius gratiam invisibilem et exterius speciem sensibilem. Haec autem non dantur a principio ipsi sponsae in tanta affluentia et evidentia, sicut fit postmodum exigente hoc necessitate suorum certaminum. Unde et ecclesia in initio sui ortus non habuit ita distinctum ornatum sacramentorum et sacramentalium mysteriorum nec tantam affluentiam scripturarum et magistralium seu disciplinalium institutorum, sicut habuit postmodum. Est ergo sensus: O sponsa, tanta tibi dabitur copia sapientiae et eloquentiae et scripturae sacrae et tantus ornatus seu cultus sacramentorum et virtualis disciplinae quod omnino dedignaberis sequi insipientiam et vilem vitam bestialium plebium.

Vita Nova 1.1 [I 1]

In quella parte del libro della mia memoria dinanzi alla quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice Incipit Vita Nova. Sotto la quale rubrica io trovo scripte le parole le quali è mio intendimento d’asemplare in questo libello, e se non tutte, almeno la loro sententia.

Vita Nova 10.26, 33 [XIX 15, 22]

[26] Questa canzone, acciò che sia meglio intesa, la dividerò più artificiosamente che l’altre cose di sopra. […] [33] Dico bene che a più aprire lo ’ntendimento di questa canzone si converrebbe usare di più minute divisioni; ma tuttavia chi non è di tanto ingegno, che per queste che sono facte la possa intendere, a me non dispiace se la mi lascia stare, ché certo io temo d’avere a troppi comunicato lo suo intendimento pur per queste divisioni che facte sono, s’elli avenisse che molti le potessero udire.

Vita Nova 7.13 [XIV 13]

Questo sonetto non divido in parti, però che la divisione non si fa se non per aprire la sententia della cosa divisa; onde con ciò sia cosa che per la sua ragionata cagione assai sia manifesto, non à mestiere di divisione.

 

Tab. VI.6

Vita Nova 11 

Apresso che questa canzone fue alquanto divulgata tra le genti, con ciò fosse cosa che alcuno amico l’udisse, volontade lo mosse a pregare me che io li dovessi dire che è Amore, avendo forse per l’udite parole speranza di me oltre che degna. [2] Onde io, pensando che apresso di cotale tractato bello era tractare alquanto d’Amore, e pensando che l’amico era da servire, propuosi di dire parole nelle quali io tractassi d’Amore; e allora dissi questo sonetto, lo quale comincia Amore e ’l cor gentile.

[3-5]

Amore e ’l cor gentile sono una cosa,
sì come il saggio in suo dictare pone,
e così esser l’un senza senza l’altro osa,
com’alma rational sanza ragione.
Falli Natura quand’è amorosa,
Amor per sire e ’l cor per sua magione,
dentro la qual dormendo si riposa
tal volta poca e tal lunga stagione.
Biltate appare in saggia donna poi,
che piace agli occhi sì, che dentro al core
nasce un disio della cosa piacente;
e tanto dura talora in costui,
che fa svegliar lo spirito d’Amore.
E simil face in donna omo valente.

[6] Questo sonetto si divide in due parti. Nella prima dico di lui in quanto è in potentia; nella seconda dico di lui in quanto di potentia si riduce in acto. La seconda comincia quivi Biltate appare. [7] La prima si divide in due. Nella prima dico in che suggetto sia questa potentia; nella seconda dico come questo suggetto e questa potentia siano producti in essere, e come l’uno guarda l’altro come forma materia. La seconda comincia quivi Falli Natura. [8] Poscia quando dico Biltate appare, dico come questa potentia si riduce in acto; e prima come si riduce in omo, poscia come si riduce in donna, quivi E simil face in donna.

Cn 5, 1-2, p. 220

[211] Quia vero non sufficit sponso se solum refici ex fructibus sponsae, nisi et eius amici inde reficiantur et hoc usque ad summum; ideo subdit: “Comedite, amici, et bibite”, et hoc non semiplene, sed usque ad summum. Unde et subdit: “et inebriamini, carissimi” (1e). Dicit etiam: “comedite” (1e) etc., ut ostendat permaximam abundantiam fructuum sponsae sufficientem omnibus amicis suis non solum ad necessitatem reficiendis, sed etiam inebriandis.
[212] Quia vero haec ebrietas inducit et includit ecstaticum et quietum soporem, ideo sponsus huius soporis exemplum in seipso praebet suis amicis dicens “Ego dormio” (2a). Ne tamen credatur, ne huiusmodi sopor tollat perfectissimam vigiliam cordis, quod utique facit noster somnus communis, idcirco subdit: “et cor meum vigilat” (2a). Tunc enim cor est perfectissime in suo actu supremo.

Cn  2, 13-14, pp. 166, 168

[119] Pro quarto, id est: pro secunda invitatione, nota primo quod ex supradictis causis replicando tria nomina sponsae non in medio sicut prius, sed ultimo ponit nomen “columbae” (13c), quia sibi litteralius competit esse “in foraminibus” (14a) rupium et parietum ad quod sponsus hic eam invitat, quamvis et in hoc servetur tropus assumptus ex corporalibus sponsis quae ad spatiandum se cum sponso in vernantibus vineis aliquando convocantur. Et quia fertiles vineae plerumque sunt in locis prominentibus et saxosis in quibus sunt aliquae cavernae secreto amplexui sponsi et sponsae idoneae, idcirco sub hoc tropo sponsa hic invitatur.
Nota autem quod “petra” tam hic quam alibi pluries sumitur pro rupe vel saxo, et sic magis in talibus locis significat nomen hebaeum. “Maceria” autem est secundum Isidorum longus paries quo clauditur vinea. ‘Macron’ enim graece est idem quod ‘longum’. Potest tamen sumi pro quocumque instar parietis clausivo et ab aliis divisivo, et sic potest sumi pro saxeo pariete cavernarum, sicut et Genesis trigesimo octavo de Phares dicitur: “Quare divisa est propter te maceria” (Gn 38, 29), sumitur pro pellicula secundina qua involvitur et clauditur infans in utero matris. Hic igitur per ‘cavernas’ et ‘foramina’ rupis et parietum designantur spirituales et secretae mansiones solidae veritatis et aeternitatis Dei quas sponsa subintrans quiescit ibi cum sponso. Unde Exodi trigesimo tertio Moysi desideranti videre gloriam Dei dicit Deus: “Ecce est locus apud me et stabis supra petram” (Ex 33, 21) seu rupem, “cumque transibit gloria mea, ponam te in foramine petrae” (ibid., 22), id est: in caverna illius rupis, etc.
[126] Per hoc etiam designantur passiones Christi vel patula et profunda capacitas sui amoris ad animas in sui cordis et amoris visceribus collocandas. Et certe talia foramina libentissime debet sponsa intrare et inhabitare. Sic autem sumuntur foramina Ezechielis vigesimo octavo, ubi de Cherub dicitur: “et foramina tua”, id est: tuarum potentiarum et voluntatum capacia loca et desideria, “praeparata sunt” (Ez 28, 13), ad capiendum scilicet divini auri incastraturam.

Vita Nova 5.7

Sì che appare manifestamente che nelle sue salute abitava la mia beatitudine, la quale molte volte passava e redundava la mia capacitade.

 

Tab. VI.7

Cn 2, 8.10-11, pp. 156, 160, 162 

[101] “Vox dilecti mei” (8a) Primae partis principalis parte prima terminata, hic subditur secunda. Sicut enim in praecedenti ostensum est quomodo sponsa per conatum proprium tracta est ad sponsi amplexum, sic in hac secunda ostenditur quomodo ad hoc trahitur per sponsi repentinum et vehementissimum illapsum seu adventum. Est autem subintelligendum quod sponsa a somno praefato iam ad alios actus evigilasset ac per consequens quod sponsus quantum ad apicem contemplativae praesentiae ab ea abscessisset et quod modo vocem ipsius iam redeuntis audiat: Unde dicit:
[102] “Vox dilecti mei” (8a), supple: haec est quam audio. Significat enim quod ex eius voce eius adventum primo deprehenderit, in quo et servat tropum communem; quia quando sponsa vel uxor audit vocem viri sui redeuntis, solet ad familiam dicere : Ecce dominus venit, paremus cito domum et nos ipsos. […]
[111] Pro tertio nota primo quod sponsus multis nominibus amorosis vocat sponsam: tum ut ex hoc suum amorem ad eam magis exprimat et imprimat, tum ut eius decorem et gratiositatem plenius commendet, et ex hoc ipsam ad eiusdem gratiositatis observantiam et augmentum incitet, et ut sic ex utriusque fiduciam et festinantiam accedendi ad sponsum fortius assumat. Primum tamen nomen proprie sumitur ab amicitia vel amore, secundum vero a columbina simplicitate quae est venusta, amativa et fecunda, et breviter: omnes gratiosas proprietates columbae in se mysterialiter aggregans; terium vero sumitur ex spiritualis formae speciositate. Semper tamen dicit “mea” (10bc): tum ut totam suam gratiositatem se habere agnoscat a sponso et pro sponso et ad sponsum et sub pleno dominio sponsi, tum quia hoc pronomen “mea” praedictis nominibus adiunctum significat quamdam singularem intimitatem unitatis et proprietatis seu amoris et vinculi unitivi et appropriativi sponsi ad sponsam, et e converso.
[112] Secundo nota quod ex vernalis temporis proprietate septem inducentia ad accessum sibi proponit (11-13), et possunt mystice ad internas sponsae proprietates aptari. Quia sicut appropinquatio solis ad regionem nostram in vere praedictas proprietates adducit, sic et divinae visitationis solaris adventus consimiles in spiritum proprietates inducit, ex quibus sponsa habet merito festinare et currere ad sponsi amplexum. Possunt etiam aptari ad exteriorem statum ecclesiae illius temporis, quia tunc proprie formatur haec sponsa. Et tunc magis plene est tempus ipsius, quando Deus aliquem nobilem statum est in ecclesia formaturus, quale in synagoga fuit tempore editionis huius libri sub Salomone templum aedificante et Dei cultum praeclarius et felicius solemnizante, et quale fuit tempore Christi ac Constantini et sic de aliis.
[113] In primis autem duobus proponitur impedimentorum retrahentium amotio. Algor enim hiemalis et procella pluvialis et utriusque horrenda obscuritas solet sponsas retrahere, ne foras domum propriam ire velint. Veris ergo temperies et serenitas de se grata, sed propter praeeuntem pressuram hiemis et propter suam novitatem gratiosior, sponsam debet inducere ad spatiandum cum sponso extra arctitudinem domicilii sui, et ideo dicit: “Iam enim hiems transiit” (11a) etc. Sicut enim sub primo tempore regni Salomonis tempestates et obscuritates priorum temporum a Synagoga recesserant, ut tunc quietius et iucundius sapientiae divinae vacaret, sic pro tempore Christi Apostolus clamat: “Nox praecessit, dies autem appropinquavit” (Rom 13, 12) et: “Ecce nunc tempus acceptabile, ecce nunc dies salutis” (II Cor 6, 2). Nam algor et tenebra caeremoniarum carnalium Synagogae et idolatriae gentium longe abscesserant ab ecclesia Christi. Et sic de similibus temporibus consimilia intuere.

Vita Nova 15

Apresso questa vana ymaginatione, avenne uno die che sedendo io pensoso in alcuna parte, e io mi senti’ cominciare un terremuoto nel cuore, così come se io fossi stato presente a questa donna. [2] Allora dico che mi giunse una ymaginatione d’Amore: che mi parve vederlo venire da quella parte ove la mia donna stava, e pareami che lietamente mi dicesse nel cuor mio: «Pensa di benedicere lo dì che io ti presi, però che tu lo dêi fare». E certo me parea avere lo cuore sì lieto, che me non parea che fosse lo mio cuore, per la sua nuova conditione. [3] E poco dopo queste parole, che lo cuore mi disse colla lingua d’Amore, io vidi venire verso me una gentil donna, la quale era di famosa bieltade e fue già molto donna di questo mio primo amico. E lo nome di questa donna era Giovanna, salvo che per la sua bieltate, secondo che altri crede, imposto l’era nome Primavera, e così era chiamata. E apresso lei guardando vidi venire la mirabile Beatrice. [4] Queste donne andaro presso di me così, l’una apresso l’altra, e parve che Amore mi parlasse nel cuore e dicesse: «Quella prima è nominata Primavera solo per questa venuta d’oggi; ché io mossi lo imponitore del nome a chiamarla così Primavera, cioè Prima-verrà lo die che Beatrice si mosterrà dopo la ymaginatione del suo fedele. E se anche vòli considerare lo primo nome suo, tanto è quanto dire Primavera, però che lo suo nome Giovanna è da quello Giovanni lo quale precedette la verace luce dicendo: “Ego vox clamantis in deserto: parate viam Domini”». [5] E anche mi parve che mi dicesse dopo queste parole: «E chi volesse sottilmente considerare, quella Beatrice chiamerebbe Amore per molte simiglianze che à meco». [6] Onde io poi ripensando propuosi di scrivere per rima allo mio primo amico (tacendomi certe parole, le quali pareano da tacere), credendo io che ancora lo suo cuore mirasse la bieltade di questa Primavera gentile. E dissi questo sonetto, lo quale comincia Io mi senti’ svegliare.

[7-9]

Io mi senti’ svegliar dentro allo core
un spirito amoroso che dormia;
e poi vidi venir da lungi Amore
allegro sì, che appena il conoscea,
dicendo: «Or pensa pur di farmi onore»;
e ciascuna parola sua ridea.
E poco stando meco ’l mio signore,
guardando in quella parte onde venia,
io vidi monna Vanna e monna Bice
venire inver’ lo loco là ov’io era,
l’una apresso dell’altra maraviglia;
e sì come la mente mi ridice,
Amor mi disse: «Quell’è Primavera,
e quell’à nome Amor, sì mi somiglia».

[10] Questo sonetto à molte parti, la prima delle quali dice come io mi senti’ svegliare lo tremore usato nel cuore, e come parve che Amore m’apparisse allegro nel mio cuore da lunga parte; la seconda dice come me parea che Amore mi dicesse nel mio cuore, e quale mi parea; la terza dice come, poi che questi fue alquanto stato meco cotale, io vidi e udi’ certe cose. La seconda parte comincia quivi dicendo: Or pensa pur di farmi onore ; la terza quivi E poco stando. [11] La terza parte si divide in due. Nella prima dico quello che io vidi; nella seconda dico quello che io udi’. La seconda comincia quivi Amor mi disse.

 

Tab. VI.8

Cn 1, 1-2, pp. 114, 116, 118

[11] Quid autem eam ad hoc alliciat, subdit: “Quia meliora sunt ubera tua vino” (1b), quasi dicat: praedictam tui unionem sic desidero, quia ineffabilis exuberantia suavitatum a te manat.
[12] Ubera enim sunt in pectore et circa cor, aspectu decora, tactu mollia et suavia et lac dulce ubertim propinantia. Unde per ubera sponsi possunt generaliter significari omnes divinae perfectiones a quibus manant stillicidia suavitatum in corda electorum, vel duplex virtus fecunditatis a quibus manant duae personae, scilicet sapientia et amor, vel praedestinatio gratiae et gloriae vel duo Testamenta. […]
[16] “Fragrantia unguentis optimis” (2a). Loquitur instar nobilium terrae orientalis quorum corpora sunt variis unguentis delibuta. Nec est per hoc intelligendum, quod in Deo sit aliquid adventitium aut superinfusum, sed per hoc significatur immensa redundantia et superexcrescentia divinarum perfectionum sibi substantialium. Quia enim per proprietates substantiales seu naturales naturae humanae perfectiones sponsi sufficienter exprimi nequeunt, ideo sponsa per multa quae solent corporibus humanis ad eorum ornatum  adiungi, nititur exprimere redundantiam suavitatum sponsi. Dicitur autem unguentum confectio facta ex oleo et variis pigmentis seu aromaticis speciebus, et ideo fragrantiam magni odoris de se spargunt. In Deo autem absque compositione est immensa multitudo omnium virtutum et suavitatum ineffabilem odoris fragrantiam spargentium in animas sanctas. […]
[19] “Oleum effusum nomen tuum” (2b). Quasi diceret: Non solum tu aut tua ubera sunt delibuta unguentis, sed etiam sola memoria tui nominis est tanquam purum oleum suavitatis, et hoc non qualecumque, “sed effusum”, id est: exterius longe lateque diffusum. Vel per “nomen” potest intelligi ipsa persona sponsi eo modo loquendi quo per signum designamus signatum. Vel potest per “nomen” intelligi personae eius notitia et fama quae tota est suavis et ubique diffusa et super alios liquores seu suavitates superne natans quasi oleum.
“Ideo adolescentulae”, id est: sociae ipsius sponsae ad contemplationis suae apicem nondum attingentes, in Dei tamen notitia iam paulatim crescentes, “dilexerunt te” (2c). Quasi diceret: tanta est tua suavitas et ita longe se effundens, quod non solum ad tui amorem allicit sponsas, animas scilicet perfectiores, sed etiam adolescentulas, animas scilicet in tui notitia minus provectas.
[24] Et nota quod sponsa non describitur hic ut qualiscumque, sed ut nobilis et regia habens multas puellas in sua familia, sicut infra adhuc magis patebit. Et consimiliter sponsus hic describitur habens multos socios et pronubas et amicos.

Cn 8, 6, p. 312

[337] Ne autem sola ratio debitae gratitudinis allegetur a sponso, subdit rationem aliam utilitatis scilicet ex hoc consequendae. Huiusmodi enim sigillaris memoria seu impressio et fit per amorem et accendit et nutrit et auget amorem quem, ut ostendat non modicum appretiandum, ostendit eius quintuplicem et singularem praecellentiam et efficaciam. Nam in divisivis ac zelativis et punitivis ac illuminativis et incensivis et in perseverativis seu triumphativis et in appretiabilibus seu pretiis et pretiosis tenet admirabilem principatum.

Vita Nova 17

Questa gentilissima donna, di cui ragionato è nelle precedenti parole, venne in tanta gratia delle genti, che quando passava per via, le persone correvano per vedere lei, onde mirabile letitia me ne giugnea nel cuore. E quando ella fosse presso d’alcuno, tanta onestà giugnea nel cuore di quello, che non ardia di levare gli occhi, né di rispondere al suo saluto. E di questo molti, sì come esperti, mi potrebbono testimoniare a chi no.llo credesse. [2] Ella coronata e vestita d’umiltà s’andava, nulla gloria mostrando di ciò ch’ella vedea e udia. Diceano molti, poi che passata era: «Questa non è femina, anzi è de’ bellissimi angeli del cielo». E altri diceano: «Questa è una maraviglia; che benedetto sia lo Signore, che sì mirabilemente sa operare!». [3] Io dico che ella si mostravagentile e sì piena di tutti li piaceri, che quelli che la miravano comprendeano in loro una dolcezza onesta e soave tanto, che ridire no.llo sapeano; né alcuno era lo quale potesse mirare lei, che nel principio nol convenisse sospirare. [4] Queste e più mirabili cose da.llei procedevano virtuosamente. Onde io pensando a.cciò, volendo ripigliare lo stilo della sua loda, propuosi di dicere parole nelle quali io dessi ad intendere delle sue mirabili ed excellenti operationi, acciò che non pur coloro che la poteano sensibilemente vedere, ma gli altri sappiano di lei quello che le parole ne possono fare intendere. Allora dissi questo sonetto Tanto gentile.

[5-7]

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta
e gli occhi no l’ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta;
e par sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per gli occhi una dolcezza al core,
che ’ntender no.lla può chi no.lla prova;
e par che della sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo all’anima: Sospira.

Vita Nova 10.18 (vv. 15-18); 20 (vv. 31-36); 22 (vv. 43-44)

Angelo clama in Divino Intellecto
e dice: «Sire, nel mondo si vede
maraviglia nell’acto che procede
d’un’anima che ’nfin qua sù risplende».

Dico, qual vuol gentil donna parere
vada con lei, che quando va per via
gitta nei cor’ villan d’amore un gelo,
per che onne lor pensero aghiaccia e pere;
e qual soffrisse di starl’ a vedere
diverria nobil cosa o si morria.

Dice di lei Amor: «Cosa mortale
come esser può adorna e sì pura?».

Cn 5, 16, pp. 242, 244

[241] “Guttur illius suavissimum” (16). Guttur est radicalis pars faucium, ubi radicaliter consistit vis gustativa ciborum. Unde secundum Papiam gustus a ‘gutture’ dicitur. [242] Potest autem generaliter sumi pro toto palatu et ore, ut sic propter tropum nuptialis osculi significetur non solum esse “suavissimum” in se, sed etiam sponsae. “Et totus desiderabilis” (16a), hoc est vere proprium et praeconiale nomen sponsi solum Deum amantibus et gustantibus notum. Nihil enim potest in Christo dilecto occurrere, quin sit summe desiderabile. Unde et ab Aggaeo Propheta vocatur “desideratus cunctis gentibus” (Agg 2, 8). Deinde sponsa tamquam de tali sponso glorians gloriatur, ad “filias Ierusalem”, id est: ad communem multitudinem synagogae vel ecclesiae, dicit: “Talis est dilectus meus” (16b) etc.

_________________________________________________________

Vita Nova 17

[8] Questo sonetto è sì piano ad intendere per quello che narrato è dinanzi, che non abisogna d’alcuna divisione. E però, lasciando lui, dico che questa mia donna venne in tanta gratia, che non solamente ella era onorata e laudata, ma per lei erano onorate e laudate molte. [9] Onde io, veggendo ciò e volendo manifestare a chi ciò non vedea, propuosi anche di dire parole nelle quali ciò fosse significato; e dissi allora questo altro sonetto che comincia Vede perfectamente ogne salute, lo quale narra di lei come la sua virtute adoperava nell’altre, sì come appare nella sua divisione.

[10-13]

Vede perfectamente ogne salute
chi la mia donna tra le donne vede:
quelle che vanno con lei son tenute
di bella gratia a Dio render merzede.
E sua beltate è di tanta virtute,
che nulla invidia all’altre ne procede,
anzi le face andar seco vestute
di gentilezza, d’amore e di fede.
La vista sua fa ogni cosa umile;
e non fa sola parer piacente,
ma ciascuna per lei riceve onore.
Ed è negli acti suoi tanto gentile,
che nessun la si può recare a mente
che non sospiri in dolcezza d’amore.

[14] Questo sonetto à tre parti. Nella prima dico tra che gente questa donna più mirabile parea; nella seconda dico sì come era gratiosa la sua compagnia; nella terza dico di quelle cose che virtuosamente operava in altrui. La seconda parte comincia quivi quelle che vanno; la terza quivi E sua beltate. [15] Questa ultima parte si divide in tre. Nella prima dico quello che operava nelle donne, cioè per loro medesime; nella seconda dico quello che operava in loro per altrui; nella terza dico come non solamente nelle donne, ma in tutte le persone, e non solamente nella sua presentia, ma ricordandosi di lei, mirabilemente operava. La seconda comincia quivi La vista; la terza quivi Ed è negli acti.

Cn 6, 4a, pp. 250, 252

Deinde volens laudem “oculorum” sponsae ingeniose monstrare, subdit quaedam verba in triplici sensu legenda. Secundum autem primum sensum iubet oculorum suorum aspectus in sponsum moderari, dicens:
[254] “Averte oculos tuos”, id est: oculorum tuorum aspectus, “a me” (4a), id est: ab illa maiestatis et claritatis meae transcendentia tibi inaccessibili et incomprehensibili. Quasi diceret: noli ultra mensuram tuarum virium me et mea arcana inspicere, quia propter hoc a te alias evolavi et abscessi: ut scilicet experimento probares quod non potes me comprehendere, nec per te nisi quantum tibi ex mea gratia condescendo, me attingere, nec quamdiu es in carne corruptibili, mecum semper consolatorie et pro libito immorari. Continetur autem in hoc magna laus “oculorum” sponsae, quia sic sunt in Deum totaliter et excessive intenti quod non oportet sibi dicere: “Averte oculos tuos, ne videant vanitatem” (cfr. Ps 118, 37), sed averte eos a nimio mei aspectu. […]
[256] Quantum autem ad tertium sensum est rhetoricus et hyperbolicus ac passionalis modus loquendi quo significat se ita captum esse in gratiosis oculis sponsae, quod quasi expedit sibi quod avertat eos ab ipso; quasi diceret: si essem talis condicionis, sicut utique est homo mortalis, ut expediret mihi a sponsa mea aliquando discedere et ab eius amore nimio me saltem aliquantulum temperare, necesse esset quod aliquando me non inspiceres, sed potius oculos tuos a me absconderes aut quod ego a te avolarem. Hic autem locutionis tropus est optimus ad exprimendum excessivam gratiositatem “oculorum” sponsae et excessivam complacentiam sponsi in eis. Qui etiam praeter modum iam dictum pro tanto verificatur, pro quanto non decet Deum sic se exhibere sponsae, dum ipsa hic vivit. Et cum hoc nec decet quod ipse fugiat et avolet a sponsa tam decora et tantum amante, nisi ipsa ex sua discretione et propria libertate se ad horam subtrahat ab ecstatico sponsi contuitu et contemplatione occupando scilicet se ad horam in aliis necessariis vel condecentibus huic vitae mortali. 

Cn 6, 10, p. 260

[266] “Descendi in hortum meum” (10a). Haec est pars tertia principalis in qua agitur de nuptiali amore, prout est prolis spiritualis procreationi et gubernationi insistens. Et haec habet tres partes principales; quia primo ostenditur, quomodo ex suis virtutibus et conatibus est ad hoc idonea et exercitata et quomodo per hoc ad finalem fructum divinae prolis pertingit […] 

Cn 7, 1, pp. 274, 276

[283] Primo igitur incipit a pedibus dicens: “O filia principis” (1b), id est: Dei omnibus principantis, id est: O sponsa regiae formae tamquam summi regis filia, “quam pulchri sunt gressus tui in calceamentis” (1b), id est: quam pulchri et decentes sunt tui pedes cum suis pulchris et decentibus calceamentis et quam pulchre et decenter incedunt. […]
[287] Secundum enim tropum exteriorem in hoc a mundanis multum attenditur gloria et decentia regalium sponsarum et puellarum. Non enim laxe ac rusticaliter et incomposite calceantur et incedunt, sicut faciunt vetulae rusticanae, nec de vili et inordinata materia calceantur, sicut faciunt inopes mulieres, immo de valde pretiosis et pulchris. Per hoc autem spiritualiter designatur perfecta compositio ac restrictio et moderatio regularis disciplinae quae instar calceamentorum nobilium fundamentales processus nostrorum affectuum et actuum mirabiliter pulchrificant et adornant. Vel per hoc possunt designari regulares et exemplares informatorie praedicationis et visitationis processus iuxta illud Isaiae quadragesimo: “Quam pulchri super montes pedes evangelizantis pacem” (Is 52, 7) et ad Ephesios sexto: “Calceati pedes in praeparatione evangelii pacis” (Eph 6, 15). […]
[289] Deinde de ‘iuncturis feminum’ (cfr. 1c) seu femorum quae in feminis ‘femina’ vocantur, dicit quod sunt “sicut monilia manu artificis”, id est artificiosissime ‘fabricata’ (cfr. 1c). Quod enim homo vel femina stet vel incedat interioribus partibus femorum bene et concorditer ac proportionabiliter iunctis, facit ad decorem et stabilitatem, et est signum constantiae et vigoris.

 

Tab. VI.9 (in rosso le parti in prosa)

Cn 4, 7 (sponsus)

Vita Nova 10.22, vv. 43-44 (Amor)

eam commendat

quomodo dicit

de sola macula mortali

di lei

dice come

mortale

Cn 5, 10 (sponsa)

Vita Nova 10.22, vv. 47, 48; 23, v. 52 (Dante)

ex colore

candore puritatis

proportionata

flammeo rubore vividae caritatis

color

pura di perle

non for misura

spirti d’amore inflammati

 Cn 6, 12 (requisitio sponsae)

Vita Nova 10.22, v. 50 (Dante)

 utilitas exempli

per exemplo di lei

 

Cn 6, 10; 7, 1

(de nuptiali amore, prout est prolis spiritualis procreationi et gubernationi insistens)

 Vita Nova 10.18, v. 17; 20, vv. 30-33, 36; 22, v. 44; 29

ex suis virtutibus

per partes

processus actuum

ex generosa dispositione corporis muliebris

ad prolem fortem et nobilem procreandam et educandam

quam pulchre et decenter incedunt

nec de vili et inordinata materia calceantur … restrictio et moderatio regularis disciplinae

mirabiliter pulchrificant et adornant

sue virtudi, sua virtù

dalla parte

nell’acto che procede procedeano

nobilità del suo corpo

Dico, qual vuol gentil donna parere … diverria nobil cosa

quando va per via

gitta nei cor’ villan’ d’amore un gelo
 

maravigliasì adorna

Cn 1, 1-2

Vita Nova 17

dulce in corda

ineffabilis exuberantia suavitatum suavia

omnes divinae perfectiones … superexcrescentia divinarum perfectionum

instar nobilium terrae orientalis … ut nobilis et regia

immensa multitudo omnium virtutum

Non solum tu … sed etiam sola memoria tui nominis

tanta est tua suavitas

dolcezza, dolcezza (2) … al core

soave

perfectamente ogne
 

gentile, gentile (2), gentilezza

virtuosamentevirtute

e non solamente nella sua presentia, ma ricordandosi di lei … non fa sola sé … la si può recare a mente

e soave tanto

Cn 6, 10; 7, 1

(de nuptiali amore, prout est prolis spiritualis procreationi et gubernationi insistens)

Vita Nova 17

ex suis virtutibus

processus actuum

ad prolem fortem et nobilem procreandam et educandam

quam pulchre et decenter incedunt

mirabiliter pulchrificant 

iuncturis feminum

virtuosamente (2) … la sua virtutevirtute

procedevanone procedenegli acti

gentilezza

quando passava per viaElla si va … quelle che vanno

una maravigliamirabilemente (2) … mirabile/i (4) … beltate

giugnea (2) … femina

 Cn 6, 4

Vita Nova 17

volens laudem “oculorum” … monstrare … ad exprimendum excessivam gratiositatem “oculorum” … et excessivam complacentiam

ut scilicet experimento probares quod non potes me comprehendere

si mostravali piaceri … Mostrasi  sì piacente … che dà per gli occhi
 

che ’ntender no.lla può chi no.lla prova

 Cn 5, 16

Vita Nova 17

 “desideratus cunctis gentibus

venne in tanta gratia delle genti

 

Tab. VI.10

Cn 4, 3.11, pp. 196, 208

[172, laus sponsae] Per “labia” vero instar ‘vittae coccinae’ (cfr. 3a) rubentia significantur virtutes Deo et hominibus affabiles et benignae et quasi ad dulcia Dei et proximi oscula aptae. Per ipsa etiam designantur virtutes divinorum sermonum prolativae et interpretativae quae igne divini amoris debent valde rubere, ut scilicet totum quod loquuntur, sit spiritualis amor et ardor et dulcor -iuxta quod Christus Iohannis sexto dicit: “Verba quae loquor vobis, spiritus et vita sunt” (Io 6, 64). Haec autem ‘vittae coccinae’ comparat non solum ratione ruboris ignei designati in cocco, id est: in vermiculo sive rubro, sed etiam ratione ‘vittae’ qua sponsarum crines et genae vinciuntur sive ligantur, quia caritativum eloquium omnia ligat in unum. […]

[194, laus sponsae] Pro quinto dicit quod “labia tua” sunt “favus distillans”, scilicet mel divinorum eloquiorum, et “mel et lac sub lingua tua” (11ab). Sicut enim Emmanuel butyrum et mel comedet (cfr. Is 7, 15), sic sponsa eius ‘mel’ divinae et angelicae sapientiae et dilectionis et ‘lac’ purae sanctorum vitae et innocentiae habet sub lingua suorum eloquiorum quibus filios suos nutrit. ‘Mel’ enim per apis solertiam ex roridis floribus colligitur, ‘lac’ vero ex ovibus emungitur; ideo per ‘mel’ sapientia superior, per ‘lac’ vero inferior designatur.

Vita Nova 17.7 [vv. 5-6, 9-14]

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta

Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per gli occhi una dolcezza al core,
che ’ntender no.lla può chi no.lla prova;
e par che dalla sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo all’anima: Sospira.

Cn 5, 13, p. 240

[236, laus sponsi] “Labia eius” sunt “distillantia myrrham primam” (13b), id est: docentia et in auditoribus diffundentia summam et praecipuam puritatem iuxta illud Psalmi: “Eloquia Domini eloquia casta” (Ps 11, 7) etc.

Cn 5, 16, pp. 242, 244

[241] “Guttur illius suavissimum” (16). Guttur est radicalis pars faucium, ubi radicaliter consistit vis gustativa ciborum. Unde secundum Papiam gustus a ‘gutture’ dicitur. [242] Potest autem generaliter sumi pro toto palatu et ore, ut sic propter tropum nuptialis osculi significetur non solum esse “suavissimum” in se, sed etiam sponsae. “Et totus desiderabilis” (16a), hoc est vere proprium et praeconiale nomen sponsi solum Deum amantibus et gustantibus notum. Nihil enim potest in Christo dilecto occurrere, quin sit summe desiderabile. Unde et ab Aggaeo Propheta vocatur “desideratus cunctis gentibus” (Agg 2, 8). […]

Cn 2, 5, p. 152

[94] Nota autem quod tunc amor incipit superexcedere, quando totam mentem elanguescere facit, ita quod prae nimietate desiderii seu suspirii et languoris seipsam sustinere non valet. In hunc ergo gradum sponsa sublevata subdit: [95] “Fulcite me floribus, stipate me malis”, id est: pomorum ramis vel fructibus, “quia amore langueo” (5).

Vita Nova 17.1, 3

Questa gentilissima donna, di cui ragionato è nelle precedenti parole, venne in tanta gratia delle genti, che quando passava per via, le persone correvano per vedere lei, onde mirabile letitia me ne giugnea nel cuore. […] [3] Io dico che ella si mostrava sì gentile e sì piena di tutti li piaceri, che quelli che la miravano comprendeano in loro una dolcezza onesta e soave tanto, che ridire no.llo sapeano; né alcuno era lo quale potesse mirare lei, che nel principio nol convenisse sospirare.

labia eius

benignae

dulcia

loquuntur, loquor, lingua

spiritualis

amor

suavissimum

incipit

suspirii

sua labbia

benignamente

dolcezza

che va dicendo

un spirito

amore

soave

nel principio

sospirare, sospira

 

7. Punti fermi e problemi aperti

 

I passi proposti, per quanto frutto di estesi sondaggi, hanno un valore significativo ma limitato. Non escludono l’utilizzazione dell’esegesi di altri luoghi del Cantico dei Cantici né di ulteriori opere esegetiche (sopra si è vista l’incidenza della Lectura super Lucam di Olivi). In quanto si è mostrato, non si tratta di coincidenze casuali, perché troppo numerose: la quantità è in questo caso qualità primaria. Non si tratta di un rapporto con il solo libro salomonico, perché la semantica proviene per la maggior parte non dal testo biblico, ma dalla sua esegesi. Non si tratta di una qualunque possibile esegesi, perché alcuni passi (come la citazione dei Moralia di Gregorio Magno a Cn 8, 2, tanto influente sull’episodio della Gentile o Pietosa) sono tipicamente oliviani.
Brevemente, qui di seguito, alcuni punti fermi sui quali riflettere nel proseguire lo scavo della Vita Nova, concernenti il metodo dell’autore come fin qui si è palesato, i suoi scopi e i problemi che le nuove scoperte pongono allo studioso.

Metodo

  • L’esegesi si presenta come “panno” su cui fare la “gonna”; l’autore cerca in essa l’unità interna dell’opera; il riferimento è a un testo principale (l’Expositio in Canticum Canticorum di Olivi), con l’innesto di altri che con il primo concordano.

  • Si registrano metodi propri dei predicatori: la collatio, cioè il confronto, fra più passi; la distinctio, raccolta analogica di parole dai vari significati.

  • Su quanto raccolto si esercita per la poesia l’“arte musaica” di legar parole (Convivio IV vi 4); l’autore costruisce in modo autonomo il racconto in prosa che non è calco del commento scritturale; alcuni termini, o rose di essi, operano come signacula dell’esegesi.

  • Ciò che in Olivi è teologicamente inteso in senso assoluto e concentrato su Cristo, lo sposo, la sposa, viene isolato e separato in più affluenti, facendo risuonare ora l’uno ora l’altro tema su più soggetti [50].

Scopi

  • Una vicenda personale e cittadina viene inserita in una storia universale, quella di Cristo (lo sposo) e della sua imitazione da parte di Beatrice e di Dante, tramite la sua donna. Nella Commedia, lo spirito profetico, che non è soltanto previsione di eventi futuri, avrebbe dato alle vicende un valore esemplare. Tutti i tre più gravi peccati capitali – superbia, invidia e avarizia -, affermerà Ciacco, cooperano alle divisioni di Firenze, e ne sono concausa (Inf. VI, 74-75). Un particolare fatto cittadino sarebbe stato elevato a modello di male universale, e questo espandersi verso l’universale al di là del proprio particolare, per poi ritornarvi, è una caratteristica del modo tenuto dai grandi profeti, Isaia o Ezechiele e da Cristo stesso. Così si potrà ancora dire della fama di Firenze che “si spande” per tutto l’inferno (Inf. XXVI, 1-3), o che la città “è pianta” di Lucifero (Par. IX, 127-128).
    Nella Vita Nova (19.8) la desolazione di Firenze per la morte di Beatrice è degna di essere comunicata “alli principi della terra”. L’episodio del gabbo (Vita Nova 7), nel quale – osserva Gorni – “la piccola cerchia, industriosa e intelligentissima, dell’innominata Firenze assiste a una scena corale di crudeltà femminile ai danni del poeta” (alla quale partecipa anche Beatrice) [51], rispecchia le tribolazioni della sposa mortificata e disprezzata da parte delle “filiae Ierusalem”, cioè delle molte donne imperfette nel seguire la “lex divini amoris” (Cn 1, 3-4). Eppure la sposa, “ad Dei imaginem … reformata”, le invita a considerare la causa del suo essere scolorita – “nigra sum, sed formosa” – e come morta al mondo. Mutata, trasformata, essa è resuscitata da morte tramite la croce di Cristo, del quale ripete la passione e la derisione (Cn 8, 2.5-6). Così Dante viene schernito (“a così dischernevole vista”: Vita Nova 8.1) da molte donne a motivo della “transfigurazione” patita nel vedere fra esse Beatrice; a costei si rivolge nel sonetto Con l’altre donne, per spiegare la causa della sua derisa mutazione.
    Il risultato non è un libro devozionale né un trattato sulla contemplazione – un nuovo Benjamin emulo di Riccardo di San Vittore -, ma una storia reale assurta a storia sacra della salvezza collettiva. La legge di Cristo, di cui dice Olivi esponendo Matteo 11, 4-6, è la legge di Beatrice, non una ‘santa’ qualsiasi, ma la vera imitatrice del Redentore:

    In hac etiam responsione comprehenditur universalis seu ordinaria Christi doctrina, quia in ea ostenditur quod Christi persona seu Christi doctrina et lex est lex veritatis cecos illuminantis, et equitatis tortos gressus rectificantis, et puritatis carnis immunditias abstergentis, et imperiositatis facientis sibi obedire duros et surdos, et vite seu vivacitatis vivificantis mortuos, et summe paupertatis seu libertatis et humilitatis pauperes singulariter honorantis, est etiam lex summe felicitatis miseros beatificantis. Sicut autem opera miraculorum exteriora sensibus hominum clamant ipsum esse Christum redemptorem hominum, sic septem predicta opera intellectualiter clamant ipsum esse Deum salvatorem animarum (PETRI IOHANNIS OLIVI Lectura super Matthaeum, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, ms. Vat. lat. 10900, f. 92va).

  • Il fine principale di così intensa intertestualità è, però, cavare il volgare dal latino; lo sarà anche nella Commedia.

Problemi

  • Dante, che Cola di Rienzo chiamò “theologus magnus” ma che in vita si definì “phylosophorum minimus”, non parla mai della sua formazione teologica, ma solo di quella filosofica. Filosofia e teologia sono materie pertinenti a cieli diversi: la prima al Cielo stellato (Fisica e Metafisica) e al Primo Mobile (Morale Filosofia), la seconda all’Empireo (Convivio II xiv, 1-21). Tanto che Michele Barbi, contro quanti già ai suoi tempi accampavano influenze di Olivi e degli Spirituali francescani, riteneva che gli bastasse la Bibbia. Il confronto testuale attesta invece quanto intensa sia stata l’elaborazione dell’esegesi. Non a caso la teologia nel Convivio viene definita “una” come la sposa-colomba, preferita alle sessanta regine, alle ottanta amiche concubine e alle ancelle adolescenti delle quali non è numero, secondo il Cantico dei Cantici 6, 7-8, già ispiratore della “pìstola sotto forma di serventese” menzionata nella Vita Nova 2.11 [VI 2], nella quale Beatrice si collocava al nono posto dei sessanta. Quando Dante cominciò a interessarsi all’esegesi? Probabilmente prima della sua frequentazione “nelle scuole delli religiosi e alle disputazioni delli filosofanti” (Convivio, II, xii, 7; a partire dalla metà circa del 1291), anche se in quella sede avrà avuto modo di studiare ancora la sacra pagina. Quanto prima? Non è possibile rispondere con precisione; se il sonetto Cavalcando mostra i segni di questo interesse, la maggiore accentuazione sembra concentrarsi attorno al 1290, anno della morte di Beatrice: nel 1289 Olivi aveva lasciato Santa Croce, unico luogo dove Dante poteva vedere a Firenze i suoi scritti.

  • Il confronto con l’esegesi, una volta completato, potrà forse aiutare a comprendere meglio le fasi di composizione dell’opera. Per il momento, alla domanda se sia esistita una Ur-Vita Nova alla quale l’episodio della Donna Gentile (o Pietosa) sia stato aggiunto in un secondo momento, la risposta sembra essere negativa. Il “panno” di Cn 8, 2 non è servito infatti solo per i paragrafi della Gentile (cfr. Vita Nova 6; 14). D’altronde, se il modello è la vita di Cristo e la sua imitazione, dopo la vita (Beatrice), i miracoli (intellettuali) e la passione e morte per la nostra salute subentrano le persecuzioni, i martìri dei suoi discepoli rimasti in terra (Dante): i paragrafi relativi alla Gentile rispecchiano proprio l’esegesi di Cn 8, 2, relativa al moderno martirio psicologico. Terza fase della storia della Chiesa, considerata dall’Olivi in sette stati, sono i dottori che confutano le eresie, cioè la filosofia.

  • Da considerare anche in modo nuovo il rapporto tra poesia (che si presume precedere nel tempo) e prosa (che si presume seguire), perché anche la poesia (in particolare alcune rime precedenti la morte di Beatrice) appare segnata da un rapporto con l’esegesi. La scelta delle rime da inserire nel “libello” è stata forse determinata dall’intensità o dalla sussistenza di questo rapporto.

  • Nella Commedia, i segni (le parole-chiave), imagines agentes che sollecitano la memoria del lettore accorto verso un altro testo (la Lectura super Apocalipsim), determinano anche dei significati per un preciso pubblico (gli Spirituali francescani). Fra i destinatari fiorentini della Vita Nova, al di là dei rimatori e dei conoscenti [52], c’erano forse anche i francescani di Santa Croce?

 

Tab. VII.1

Cn 1, 3-4, pp. 124, 126, 128

[37] “Recti diligunt te” (3f). Ostenso quomodo per conatum desideriorum sponsa ascendit, hic ostendit quomodo per fortem sufferentiam tribulationum seu proeliorum. Et in hac primo praemittit causam huius sufferentiae quae est zelus iustitiae propter Dei amorem. Et ideo primo ostendit quod zelatores seu observatores rectitudinis seu iustitiae sunt sponsi amatores. Secundo: mortificationem et pugnam quam ex zelo sui amoris etiam a suis fratribus sustinuerit, subnectit ostendendo quod huiusmodi mortificatio et despectio non est in ea contemnenda, ibi: “nigra sum” (4a). […]
[39] Illi tamen inter istos proprie dicuntur ‘recti’ qui pro observantia divinae veritatis et iustitiae et honoris singulariter zelant, ita quod tam in se quam in aliis nihil possunt iniquitatis pati, quin illud pro viribus impugnent, prout lex divini amoris exigit. Constat autem quod tales tam a seipsis quam ab aliis multipliciter despiciuntur et mortificantur. Et ideo sponsa ut talem se sentiens subdit: “Nigra sum” (4a), id est: exterius despecta et mortificata – nigredo enim est in sponsae corpore color despectus et ex adustione caloris solaris vel laboris et inopiae aliquando proveniens -, “sed formosa”, scilicet per rectitudinem divini amoris, secundum quam ad Dei imaginem sum reformata.
[42] “Filiae Ierusalem” (4a). ‘Filias Ierusalem’ vocat animas muliebres de populo Dei et suo quae solum carnalem et imperfectum cultum Dei attendunt et venerantur de spirituali et superfervido parum aut nihil curantes. Tempore enim Salomonis contemplativae mentes multas tales in Ierusalem passae sunt et tempore Christi et Apostolorum non minus paucas. Et breviter: in omni tempore aliquid simile reperies et praecipue circa initiationem contemplativorum statuum; quia tunc filii ancillae seu carnis persequuntur filios liberae seu spiritus secundum Apostolum ad Galatas quarto (Gal 4, 29). Animales enim non percipiunt, sed despiciunt sapientiam spiritualem, prout docet Apostolus primae ad Corinthios capitulo primo et secundo (1 Cor 1, 18-31; 2, 1-16). […]
[44]  (“Nigra” etiam “sum”) “sicut pelles Salomonis” (4b). Quod in templo Salomonis pelles fuerint nigrae, non legimus, sed in tabernaculo a Moyse facto fuerunt saga cilicina de pilis caprarum, et illa erant nigra. Fuerunt etiam ibi pelles arietum rubricatae (Ex 26, 7.14). Et forte has vocat “pelles Salomonis”; tum quia sub ipso finaliter fuerunt; tum ut duplici mysterio denigrationis sponsae deserviat. Fuit enim cultus tabernaculi Dei in transitu deserti et tandem in terra promissionis et in Ierusalem. Et tunc sub Salomone fuit in maiori pace et gloria. Et secundum hoc sponsa Dei est in duplici statu, scilicet in laborioso transitu ad contemplationis apicem et quietem et in ipso apice seu in ipso termino quietante. In primo sponsa bellis tentationum et laboriosis macerationibus et exercitiis et suspiriosis desideriis exterius mortificatur. In secundo vero vitae carnali funditus moritur, et ideo tunc velut mortua huic mundo videtur. Vult ergo dicere sponsa: etsi exterius me videtis despectam et mortuam, attendite tamen meam intelligibilem seu virtualem formam et venustatem.
[46] Et quod praedictam eius abiectionem non debeant despicere, ostendit subdens: “Nolite me considerare, quod fusca sim”, consideratione scilicet contemplativa, “quia decoloravit me sol” (5a), id est: quia ardor divini amoris seu aestus tribulationis quam propter eum sustinui, me denigravit seu obfuscavit. Et ita si attendatis causam, mea obfuscatio erit vobis potius veneranda, amabilis et imitanda quam contemnenda.

Vita Nova 7 [XIV]. 7-14

[7] Io dico che molte di queste donne, accorgendosi della mia transfiguratione, si cominciaro a maravigliare, e ragionando si gabbavano di me con questa gentilissima. Onde lo ingannato amico di buona fede mi prese per la mano, e traendomi fuori della veduta di queste donne mi domandò che io avesse. [8] Allora io riposato alquanto, e resurressiti li morti spiriti miei e li discacciati rivenuti alle loro possessioni, dissi a questo mio amico queste parole: «Io tenni li piedi in quella parte della vita di là dalla quale non si puote ire più per intendimento di ritornare». [9] E partitomi da.llui, mi ritornai nella camera delle lagrime, nella quale piangendo e vergognandomi fra me stesso dicea: «Se questa donna sapesse la mia conditione, io non credo che così gabbasse la mia persona, anzi credo che molta pietà le ne verrebbe». [10] E in questo pianto stando propuosi di dire parole, nelle quali parlando a.llei significassi la cagione del mio trasfiguramento, e dicessi che io so bene ch’ella non è saputa, e che se fosse saputa, io credo che pietà ne giugnerebbe altrui; e propuosile di dire disiderando che venissero per aventura nella sua audienza. E allora dissi questo sonetto, lo quale comincia Con l’altre.

[11-12]

Con l’altre donne mia vista gabbate,
e non pensate, – donna, onde si mova
ch’io vi rasembri sì figura nova
quando riguardo la vostra biltate.
Se lo saveste, non poria Pietate
tener più contra me l’usata prova,
ché Amor, quando sì presso a voi mi trova,
prende baldanza e tanta sicurtate,
che fere tra ’ miei spiriti paurosi,
e quale ancide e qual pinge di fore,
sì che solo rimane a veder voi:
onde io mi cangio in figura d’altrui,
ma non sì ch’io non senta bene allore
li guai delli scacciati tormentosi.

[13] Questo sonetto non divido in parti, però che la divisione non si fa se non per aprire la sententia della cosa divisa; onde con ciò sia cosa che per la sua ragionata cagione assai sia manifesto, non à mestiere di divisione. [14] Vero è che tra le parole ove si manifesta la cagione di questo sonetto si scrivono dubbiose parole, cioè quando dico che Amore uccide tutti li miei spiriti, e li visivi rimangono in vita salvo che fuori delli strumenti loro. E questo dubbio è impossibile a solvere a chi non fosse in simile grado fedele d’Amore; e a coloro che vi sono è manifesto ciò che solverebbe le dubitose parole. E però non è bene a me di dichiarare cotale dubitatione, acciò che lo mio parlare dichiarando sarebbe indarno overo di soperchio.

Vita Nova 8 [XV].1

Apresso la nova transfiguratione mi giunse uno pensamento forte, lo quale poco si partia da me, anzi continuamente mi riprendea, ed era di cotale ragionamento meco: «Poscia che tu pervieni a così dischernevole vista quando tu se’ presso di questa donna, perché pur cerchi di veder lei? Ecco che tu fossi domandato da.llei, che avresti tu da rispondere, ponendo che tu avessi libera ciascuna tua vertute in quanto tu le rispondessi?».

Cn 8, 2.5-6, pp. 300, 308, 310

[322] “Apprehendam te”, scilicet cum te invenero mihi datum in fratrem modo praedicto, “et ducam in domum matris meae” (2ab). Haec supra tertio, in fine scilicet primae partis principalis, sunt satis exposita (cfr. Cn 3, 4).
[324] Sciendum tamen quod signanter ponitur hoc hic et ibi, quod omnis spiritualis sponsa vel ecclesia circa suae spiritualis immutationis et transformationis solemne primordium singulariter afficitur ad consimilem transformationem ecclesiae vel religionis aut etiam parentalis cognationis de qua est naturaliter vel spiritualiter nata. Et idem est circa finem, quia tunc tamquam de hoc mundo cito abitura singularius anxiatur, si antequam abeat, non videat illos secum in Christo. In medio vero sui tanta regali gloria circumfertur et tantum de obduratione parentum iam in sui principio nimis probata diffidit et etiam indignatur, quod non ita curat insistere conversioni ipsorum. […]
[332] “Sub arbore malo” (5a). In hac parte quae est tertia huius tertiae partis, primo ostenditur quomodo sponsa est per Christi crucem a morte suscitata et vivificata […].
In prima autem ostendit suscitationem eius causam et veritatem, secundo eius in hoc a sua matre segregatam singularitatem (cfr. 5c), tertio exigit ex hoc rememorativam gratitudinem ostendens eius efficaciam et utilitatem, ibi: “Pone me” (6). Dicit ergo:
[333] “Sub arbore malo”, id est pomo, “suscitavi te” (5c). Loquitur, acsi sub umbra illius arboris ipsam dormientem reperisset et eam excitasset. Et est sermo multorum generalium scilicet et specialium mysteriorum crucis aggregativus. Nam Eva mater nostra seu natura humana primorum parentum sub arbore pomifera cuiuscumque speciei vel generis illa essent (!), fuit a Diabolo per peccatum, id est: per esum fructus illius ligni, “corrupta” (5d). Et tunc ibi fuit causaliter mortua omnis anima in ecclesia a Christo redimenda. Et ideo Deus ab aeterno pro illo nunc ordinavit Christum in ligno crucifigendum, et pro tanto quantum ad Dei praedestinativum propositum affuit ibi tunc crux Christi et suscitatio omnis ecclesiae electorum. Rursus: cum synagoga, mater ecclesiae, Christum in ligno crucifixit, est ibi mortua et “corrupta”, et tamen sub umbra et refrigerio crucis omnis praedestinata anima et ecclesia suscitatur a morte culpae et poenae aeternae.
[334] Item prout Christi crux in eius membris est ab initio mundi usque ad finem impressa et imprimenda, reperies ‘matrem ibi corruptam’ (cfr. 5d) et ‘sponsam suscitatam’, ut verbi gratia in Noe, Abraham, Moyse, David, Isaia, Ieremia in suis tribulationibus imitatoribus crucis Christi mortua est generatio deridens crucem eorum et persequens et quasi crucifigens veritatem eorum. […]

 

 

8. Il libro della memoria nella Commedia

La Vita Nova è un paragrafo (una “rubrica”), cioè una “parte del libro della mia memoria”: Il libro della memoria è il libro della vita, che richiama il versetto famoso di Apocalisse 20, 12. Poiché la Commedia rinvia sistematicamente alla Lectura super Apocalipsim dell’Olivi, vediamo quanto risulta dal confronto dei versi con l’esegesi, fondata soprattutto su Agostino, ma con posizioni autonome di Olivi.

“Furono aperti dei libri. Fu aperto un altro libro, che è il libro della vita, e i morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto nel libro, secondo le proprie opere”. Secondo Agostino (De civitate Dei, XX, 14) i libri indicati per prima designano i santi del Vecchio e del Nuovo Testamento, poiché i malvagi verranno giudicati nel paragone coi giusti. Secondo Riccardo di San Vittore, i “morti” qui designano i reprobi. Il “libro della vita”, secondo Agostino, è una forza divina per cui avviene che a ciascuno siano richiamate alla memoria tutte le proprie opere, buone o cattive, e che siano riconosciute con mirabile celerità dall’intuito della mente in modo che la consapevolezza accusi o scusi la coscienza. Questa forza divina ha preso il nome di “libro” perché in essa, in un certo senso, si legge tutto quello che per suo mezzo viene ricordato. Olivi aggiunge che con l’apertura dei libri viene pure designato l’aprirsi della coscienza o della memoria di tutti coloro che devono essere giudicati, che avviene con una forza o un potere divino che riconduce ogni cosa alla chiara e quasi visibile memoria dei singoli, e anzi dimostra in modo tanto chiaro a tutti ogni bene o male operato da chiunque, come se tutti vedessero leggendo nei cuori di ciascuno ogni male o bene mai compiuto. Il “libro della vita” è l’increata scienza e giustizia divina, che allora verrà aperto alla vista di tutti i predestinati alla vita eterna per il conferimento finale della gloria, e verrà aperto ai dannati per l’evidenza dell’effetto esteriore e del giudizio. Secondo questo libro, cioè secondo l’eterna e inerrabile scienza divina, verranno principalmente giudicati tutti; secondariamente lo saranno attraverso il giudizio della propria coscienza e di tutte le altre che saranno contestimoni, lo vogliano o meno, insieme al principale libro della giustizia di Dio. Pertanto i libri indicati per prima si porranno come accusatori e testimoni, il “libro della vita” si porrà come “sententiator”, cioè come quello che contiene ed esprime le sentenze giudiziarie e le loro motivazioni [53].

Nel cielo di Giove, dove albergano gli spiriti giusti, il tema dell’apertura del “libro della vita”, in cui ciascuno verrà giudicato secondo le proprie opere, è premesso dall’aquila all’elenco dei cattivi principi cristiani: tutti, anche l’infedele etiope o persiano, potranno condannare i falsi cristiani, “come vedranno quel volume aperto / nel qual si scrivon tutti suoi dispregi”, nel quale si potranno vedere le opere di costoro, come quella per cui Alberto d’Asburgo renderà nel 1304 “diserto” il regno di Boemia (Par. XIX, 112-117).

Oltre all’aquila anche Beatrice, nell’accingersi a spiegare “come giusta vendetta giustamente / punita fosse” – come cioè la giusta vendetta divina del peccato originale, operata per mezzo dei Giudei che crocifissero Cristo, fosse poi punita negli stessi Giudei con la distruzione di Gerusalemme compiuta da Tito -, parla tramite i motivi del “libro della vita”, che esprime l’inerrabile scienza divina e contiene le sentenze della sua giustizia: “Secondo mio infallibile avviso / … ché le mie parole / di gran sentenza ti faran presente” (Par. VII, 19-24).

I motivi dell’“apertio conscientiarum” e del ricondurre alla memoria ritornano di fronte al muro di fuoco che il poeta deve attraversare prima di completare l’ascesa della montagna sulla cui cima è Beatrice (Purg. XXVII, 16-42). Dante, spaventato, sta “pur fermo e contra coscïenza”. Virgilio prima gli richiama alla mente l’averlo già guidato salvo nel volo sulla groppa di Gerione – “Ricorditi, ricorditi!” -, poi gli fa il nome di Beatrice, dalla quale il fuoco lo separa, e allora, “udendo il nome / che ne la mente sempre mi rampolla”, la durezza del poeta si fa molle, e si apre come si aprirono gli occhi morenti di Piramo al nome di Tisbe. Nei versi si riscontra, congiunto per collazione con quelli di Ap 20, 12 (“in memoriam revocentur et mentis intuitu mira celeritate cernantur”), il tema del riguardare con la mente proprio della quinta chiesa (Ap 3, 3: “In mente ergo habe qualiter acceperis et audieris … que per predicationem audisti et per influxum gratie a Deo primitus accepisti … si digne recogitaveris gratiam tibi prius impensam”). Si tratta di un procedimento di collazione o accostamento analogico di parti diverse di esegesi, spesso collegate da parole o significati chiave (in questo caso il revocare alla mente). Un metodo, senza il quale non si comprende il rapporto testuale fra Commedia e Lectura super Apocalipsim, simile a quello delle distinctiones ad uso dei predicatori, con le quali i differenti significati di una parola commentata, riuniti insieme, forniscono un insegnamento dottrinale [54]. Il vescovo di Sardi, la quinta delle sette chiese d’Asia alle quali Giovanni scrive nella prima visione, viene invitato a ricordare con la mente quale fosse la “prima grazia” e a conservarla, cioè la grazia ricevuta da Dio e ascoltata tramite la predicazione evangelica. Da quanto gli viene detto, si deduce che costui era tanto intorpidito nell’ozio da non ricordare più il primo stato di grazia e di perfezione. Se non si ravvedrà il giudizio divino verrà da lui come un ladro [55]. “Udendo il nome / che ne la mente sempre mi rampolla”, Dante si ricorda della “prima grazia”, cioè della sua donna.

La congiunzione dei due gruppi tematici di Ap 3, 3 e 20, 12 si mostra in Par. XXIII, 46-54, allorché Beatrice dice a Dante di guardarla: «“Apri li occhi e riguarda qual son io (la prima grazia da Ap 3, 3); / tu hai vedute cose, che possente / se’ fatto a sostener lo riso mio”. / Io era come quei che si risente / di visïone oblita (rende l’essere “torpens” di Ap 3, 3) e che s’ingegna / indarno di ridurlasi a la mente (si insinua il tema del ricondurre alla mente da Ap 20, 12), / quand’ io udi’ questa proferta, degna / di tanto grato, che mai non si stingue / del libro che ’l preterito rassegna (cioè il libro della vita, tema principale di Ap 20, 12)».

Un’altra variazione è a Par. XXVIII, 10-12: “così la mia memoria si ricorda (tema del libro della vita) / ch’io feci riguardando ne’ belli occhi / onde a pigliarmi fece Amor la corda” (tema del “principium pulchritudinis”, secondo l’interpretazione di Sardi, la quinta chiesa d’Asia). Il tema del libro della vita è poi appropriato al Primo Mobile, definito equivocamente “quel volume” (ibid., 14).

L’attento ascoltare e il richiamare alla memoria quanto detto, senza riferimento esplicito al “prima”, sono elementi del discorso di Tommaso d’Aquino in Par. XI, 134-135. In questo caso l’espressione “se ciò ch’è detto a la mente revoche” conduce al confronto di Ap 3, 3 (chiesa di Sardi) con Ap 20, 12, luogo della settima visione dove si parla del libro della vita. L’invito paolino a non giudicare prima del tempo (1 Cor 4, 5), contenuto nell’esegesi di Ap 20, 12 passa nelle parole dell’Aquinate a Par. XIII, 130-132, 139-142 (cfr. Par. XX, 133-135).

La tematica offerta insieme da Ap 3, 3 e Ap 20, 12 percorre, in Inf. XI, la descrizione dell’ordinamento dell’Inferno data da Virgilio: l’aver chiaro qualcosa alla mente – «E io: “Maestro, assai chiara procede / la tua ragione …”» (vv. 67-68) -; il richiamare alla mente o il ricordarsi  – “Non ti rimembra di quelle parole … e rechiti a la mente … se tu ti rechi a mente / lo Genesì dal principio” (vv. 79, 86, 106-107: è da notare l’espressione “dal principio”, che allude alla “prima grazia” o al “bel principio”) -; il verso “Se tu riguardi ben questa sentenza” (v. 85), che richiama il “libro della vita” contenente le sentenze giudiziarie, che in questo caso coincide con l’Etica nicomachea, la quale “pertratta / le tre disposizion che ’l ciel non vole, / incontenenza, malizia e la matta / bestialitade” (vv. 80-84). È un esempio di conciliazione della filosofia di Aristotele con la teologia dell’Olivi, entrambe presenti alla mente del poeta.

I motivi da Ap 20, 12 si ritrovano anche nel parlare di Venedico Caccianemico (Inf. XVIII, 52-63), al quale la “chiara favella” di Dante “fa sovvenir del mondo antico”. La chiarezza della propria coscienza è augurata agli invidiosi del secondo girone della montagna (Purg. XIII, 88-90).

Tab. VIII.1

Inf. XI, 67-68, 79-87, 106-108

E io: “Maestro, assai chiara procede
la tua ragione ………………………..”

Non ti rimembra di quelle parole
con le quai la tua Etica pertratta
le tre disposizion che ’l ciel non vole,
incontenenza, malizia e la matta
bestialitade? E come incontenenza
men Dio offende e men biasimo accatta?
Se tu riguardi ben questa sentenza,
e rechiti a la mente chi son quelli
che sù di fuor sostegnon penitenza

Da queste due, se tu ti rechi a mente
lo Genesì dal principio, convene
prender sua vita e avanzar la gente

Inf. XVIII, 52-63

Ed elli a me: “Mal volontier lo dico;
ma sforzami la tua chiara favella,
che mi fa sovvenir del mondo antico.
I’ fui colui che la Ghisolabella
condussi a far la voglia del marchese,
come che suoni la sconcia novella.
E non pur io qui piango bolognese;
anzi n’è questo loco tanto pieno,
che tante lingue non son ora apprese
a dicer  ‘sipa’  tra Sàvena e Reno;
e se di ciò vuoi fede o testimonio,
rècati a mente il nostro avaro seno”.

Par. XIX, 112-117

Che poran dir li Perse a’ vostri regi,
come vedranno quel volume aperto
nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?
Lì si vedrà, tra l’opere d’Alberto,
quella che tosto moverà la penna,
per che ’l regno di Praga fia diserto.

[LSA, cap. XX, Ap 20, 12; VIIa visio] Tertio describitur apertio librorum secundum quos sunt iudicandi, cum subdit: “Et libri aperti sunt, et alius liber apertus est, qui est liber vite; et iudicati sunt mortui ex hiis que scripta erant in libro, secundum opera <ipsorum>”.
Secundum Augustinum, XX° de civitate capitulo XIIII°, per libros prius positos intelliguntur sancti veteris testamenti et novi, quia mali ex comparatione iustorum iudicabuntur. Secundum enim Ricardum, per mortuos intelliguntur hic mali. “Liber” autem “vite”, secundum Augustinum, idem est «quedam vis divina, qua fiet ut unicuique cuncta opera sua bona vel mala in memoriam revocentur et mentis intuitu mira celeritate cernantur, ut scientia accuset vel excuset conscientiam. Que quidem vis divina libri nomen accepit, quia in ea quodammodo legitur quicquid ea faciente recolitur».
Potest etiam dici quod apertio librorum est apertio conscientiarum seu memoriarum omnium iudicandorum, que apertio fiet per vim seu potentiam Dei reducentis omnia ad claram et quasi visibilem memoriam singulorum, et etiam sic clare omnia bona vel mala omnium omnibus demonstrantis ac si omnes visibiliter legerent in cordibus omnium omnia mala vel bona que unquam fecerunt. “Liber” autem “vite” est increata scientia et lex et iustitia Dei et specialiter respectu predestinatorum ad vitam eternam, que quidem tunc per consumatam collationem glorie visibiliter aperietur omnibus predestinatis; per evidentiam autem exterioris effectus et iudicii aperietur dampnandis. Secundum enim istum, id est secundum eternam et <inerrabilem> Dei scientiam et legem et iustitiam, principaliter iudicabuntur omnes, et secundario per iudicium propriarum conscientiarum et omnium aliarum tamquam velint nolint contestantium principali libro iustitie Dei. Unde illi libri se habebunt ut accusatores et testes, liber vero vite ut sententiator seu ut continens et exprimens sententias iudiciarias cum rationibus suis. […] Quod autem occulta tunc cordium apertissime reserentur docet Apostolus Ia ad Corinthios IIII° dicens: “Nolite autem ante tempus iudicare, quousque veniat Dominus, qui illuminabit abscondita tenebrarum et manifestabit consilia cordium” (1 Cor 4, 5), quasi dicat: tunc poteritis occultas intentiones cordium iudicare, quia tunc videbitis omnes quantumcumque occultas.

[LSA, cap. III, Ap 3, 3 (Ia visio Va ecclesia)] “In mente ergo habe” (Ap 3, 3), id est attente recogita, “qualiter acceperis”, scilicet a Deo priorem gratiam, “et audieris”, ab homine scilicet per predicationem evangelicam, “et serva”, scilicet illa que per predicationem audisti et per influxum gratie a Deo primitus accepisti. Vel recogita qualiter per proprium consensum accepisti fidem et gratiam et statum eius, prout a me et a ceteris tibi predicantibus audivisti. “Et serva” ea “et penitentiam age”, scilicet de tuis malis, quasi dicat: si digne recogitaveris gratiam tibi prius impensam et qualiter prius accepisti eandem, servabis eam et penitentiam ages. Innuit etiam per hoc quod sic fuit otiosus et torpens, quod in mente non habuit qualiter acceperit et audierit statum et gratiam sue perfectionis, et quod ideo sic corruit. Que quidem nimis correspondenter patent in hoc cursu novissimo quinti temporis ecclesiastici.

Purg. XIII, 88-90

se tosto grazia resolva le schiume
di vostra coscïenza sì che chiaro
per essa scenda de la mente il fiume

Purg. XXVII, 22, 33, 37-42

Ricorditi, ricorditi! …………
E io pur fermo e contra coscïenza. ……
Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
Piramo in su la morte, e riguardolla,
allor che ’l gelso diventò vermiglio;
così, la mia durezza fatta solla,
mi volsi al savio duca, udendo il nome
che ne la mente sempre mi rampolla.

Par. XXIII, 46-54

“Apri li occhi e riguarda qual son io;
tu hai vedute cose, che possente
se’ fatto a sostener lo riso mio”.
Io era come quei che si risente
di visïone oblita
e che s’ingegna
indarno di ridurlasi a la mente,
quand’ io udi’ questa proferta, degna
di tanto grato, che mai non si stingue
del libro che ’l preterito rassegna.

Par. XI, 133-139; XIII, 130-132, 139-142

Or, se le mie parole non son fioche,
se la tua audïenza è stata attenta,
se ciò ch’è detto a la mente revoche,
in parte fia la tua voglia contenta,
perché vedrai la pianta onde si scheggia,
e vedra’ il corrègger che argomenta
“U’ ben s’impingua, se non si vaneggia”.

Non sien le genti, ancor, troppo sicure
a giudicar, sì come quei che stima
le biade in campo pria che sien mature ……
Non creda donna Berta e ser Martino,
per vedere un furare, altro offerere,
vederli dentro al consiglio divino;
ché quel può surgere, e quel può cadere.

Par. XX, 133-135

E voi, mortali, tenetevi stretti
a giudicar 
: ché noi, che Dio vedemo,
non conosciamo ancor tutti li eletti

Par. VII, 19-24

Secondo mio infallibile avviso,
come giusta vendetta giustamente
punita fosse, t’ha in pensier miso;
ma io ti solverò tosto la mente;
e tu ascolta, ché le mie parole
di gran sentenza ti faran presente.

Par. XXVIII, 10-15

così la mia memoria si ricorda
ch’io feci riguardando ne’ belli occhi
onde a pigliarmi fece Amor la corda.
E com’ io mi rivolsi e furon tocchi
li miei da ciò che pare in quel volume,
quandunque nel suo giro ben s’adocchi

 

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[*] HUGO DE SANCTO VICTORE, Soliloquium de arrha animae (PL 176, 951; ed. K. Müller, Bonn 1913 [= Kleine Texte für (theologische und philologische) Übungen 123] 3). La citazione di Olivi è in SCHLAGETER (cfr. infra, nt. 6), p. 94 e nt. 4.

[1] Ch. S. SINGLETON, La poesia della Divina Commedia, trad. it., Bologna 1978, pp. 461-462.

[2] Alcuni, non sapendo trovare altri argomenti degni di scienza, hanno scorto in questa ricerca un ritorno dei Fedeli d’Amore. Per costoro, i quali scambiano l’ars memorandi e l’intertestualità per esoterismo, valgono le parole di Alberto Asor Rosa: “Dante […] non si sarebbe mai sognato di non poter essere compreso. Che sia tanto difficile farlo, non dovrebbe condurci a rinunciarvi in favore di un arbitrio tutto calato nel punto di vista del lector. L’ermeneutica non può prescindere da un’ontologia della creazione poetica: se ne prescinde, è lettura del nulla. Questo è l’unico ma grandioso mistero, con cui ha a che fare ogni lettore di Dante (incomparabile con quei misteriucci da quattro soldi, con cui si sono misurati gli Aroux e i Guénon): il mistero del segno, o di quel sistema di segni, che ha racchiuso un mondo intero in un insieme d’immagini plurisense. Con questo mistero dobbiamo fare i conti” (A. ASOR ROSA, postfazione a L’idea deforme. Interpretazioni esoteriche di Dante, a cura di M. P. Pozzato, Milano 1989, p. 316). Questo mistero, una vera e propria “Pompei dei segni”, è racchiuso nel confronto fra la Commedia e la Lectura super Apocalipsim.

[3] Cfr. La settima visione (la Gerusalemme celeste, Apocalisse XX-XXII), Appendice.

[4] Cfr. A. FORNI, Pietro di Giovanni Olivi nella penisola italiana: immagine e influssi tra letteratura e storia in Pietro di Giovanni Olivi frate minore. Atti del XLIII Convegno Internazionale. Assisi 16-18 ottobre 2015, Spoleto 2016 (Società Internazionale di Studi Francescani – Centro Interuniversitario di Studi Francescani), pp. 428-430 (trad. ingl. Petrus Iohannis Olivi in the Italian Peninsula. Images and Influences between Literature and History, pp. 22-23).

[5] Cfr., a stampa: FORNI, Pietro di Giovanni Olivi nella penisola italiana, p. 425, nt. 55 (trad. ingl. Petrus Iohannis Olivi in the Italian Peninsula, pp. 20-21, nt. 55); Dante e il Giubileo (II): Bonifacio VIII, in Collectanea Franciscana 86 (2016), pp. 574-576; su questo sito: L’agone del dubbio, ovvero il martirio moderno (Francesca e la «Donna Gentile», 1.1, 3; «In mensura et numero et pondere», 2.5; Dante e Bonifacio VIII, 4.2.

[6] PETRI IOHANNIS OLIVI Expositio in Canticum Canticorum, ed. J. SCHLAGETER, Ad Claras Aquas Grottaferrata 1999 (Collectio Oliviana, II [= Cn]).

[7] La caduta di Gerusalemme. Il commento al Libro delle Lamentazioni di Pietro di Giovanni Olivi, a cura di M. BARTOLI, Roma 1991 (Istituto Storico Italiano per il Medio Evo. Nuovi studi storici – 12), pp. xliv-xlvi.

[8] Dante Alighieri, Vita Nova, a cura di G. GORNI, Torino 1996 (= Vita Nova ; fra [ ] la paragrafazione dell’edizione Barbi).

[9] Ibid., p. 273.

[10] Ibid., p. 205, nt. a le pesa.

[11] L’appellativo “gentile”, però, nella Commedia, ha cambiato senso rispetto alla Vita Nova. Accanto al significato di ‘nobile’, ‘cortese’ o ‘liberale’ si fa sempre più forte il senso di ‘gente’ alla stregua degli antichi pagani tumultuosa e affannata nel cuore per brutali passioni e conflitti intestini, la cui vita non sta senza guerra, fluttuante come il mare in tempesta. A questo nuovo e negativo valore appartiene “la bufera infernal che mai non resta” che porta in eterno Francesca e Paolo, la cui vita spense “Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende”. Beatrice, la “gentilissima” del “libello” giovanile, non è fregiata nella Commedia con tale prerogativa. Il mutato valore della gentilezza, che accanto ai significati già cari a Dante acquista uno spessore storico proprio della Gentilità idolatra e irrazionale applicato ai tempi moderni, segna come la ‘linea d’ombra’ di Dante verso la cultura letteraria del tempo, pregna di  “donne antiche e ’ cavalieri” dannati in eterno a causa di Amore. Cfr. L’agone del dubbio, cap. 7 (Gentilezza, Gentilità, affanni, cortesia).

[12] G. GORNI, La Vita Nova dalla Donna Gentile a Beatrice, con un excursus sulla doppia redazione del libello, in Deutsches Dante-Jahrbuch 81 (2006), pp. 7-26: 15.

[13] Vita Nova, p. 263.

[14] Ibid., p. 211, nt. a ricordarmi …vedere.

[15] M. SANTAGATA, L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante, Bologna 2011, p.117, ritiene che “le discrepanze tra i due racconti, che molto hanno fatto discutere gli interpreti, si appianano in gran parte se, invece di leggerli in successione, li leggiamo in parallelo”. Seguiamo le datazioni proposte dall’autore. Il testo del Convivio è citato dall’edizione a cura di F. Brambilla Ageno, Firenze 1995 (Le opere di Dante Alighieri. Edizione Nazionale a cura della Società Dantesca Italiana).

[16] Non c’è reale contrasto tra Beatrice e la Gentile (o Pietosa). La seconda “non mira voi – rimprovera il poeta ai suoi occhi vani -, se non in quanto le pesa della gloriosa donna di cui piangere solete” (Vita Nova, 26.2). Nota il GORNI, p. 205, nt. a “le pesa”: “Questa particolarità conferisce una valenza tutta speciale alla vicenda della Donna pietosa, perché le due antagoniste non appaiono in conflitto se non nella mente del soggetto, e la seconda è mossa dalla pietà per la prima”. La distinzione non contraddittoria tra un racconto psicologico, dato nel libello, e una prospettiva allegorico-morale volta a scienza e a virtù, data nel Convivio, era stata sostenuta sin dal 1951 dal Bosco, come ricordato da G. PETROCCHI nella voce Donna gentile in Enciclopedia Dantesca, II, Roma 19842, p. 576. Cfr. SANTAGATA, p. 178: “Di una vicenda raccontata per ben cinque paragrafi e altrettanti componimenti poetici manca qualunque testimone esterno, così come manca ogni allusione a occasioni di vita sociale. Una storia fino a quel momento vissuta ‘in pubblico’ improvvisamente si trasforma in un evento del tutto privato, centrato interamente (se non vogliamo considerare il ruolo di Beatrice defunta) su un rapporto a due”.

[17] PETRI IOHANNIS OLIVI Lectura super Lucam, ed. crit. a cura di  F. IOZZELLI, Ad Claras Aquas, Grottaferrata 2010 (Collectio Oliviana, V), pp. 649-668.

[18] SANTAGATA, pp. 158-160.

[19] Vita Nova, pp. 249-250.

[20] Ibid., p. 249.

[21] SANTAGATA, p. 118.

[22] Le ipotesi sulla datazione della Lectura super Lucam coprono un arco di tempo così ampio (fra il 1279-1280 e il 1295) che nulla esclude che fosse già stata scritta quando Olivi giunse a Firenze: cfr. IOZZELLI, pp. 41-42. Il confronto con la Vita Nova mostra con certezza che fu redatta prima del 1289.

[23] SANTAGATA, pp. 144-153, 157-161.

[24] Vita Nova 1.17, p. 20, nt. a ella mangiava.

[25] SANTAGATA, pp. 158-160.

[26] DANTE ALIGHIERI, Rime, a cura di G. CONTINI, Torino 1939 e 1995, p. 60; SANTAGATA, pp. 146-147.

[27] L’imposizione di tacere e l’autorizzazione a parlare hanno rilievo nella Commedia, secondo quanto viene detto nell’Apocalisse a Giovanni, dapprima di non riferire la visione (Ap 10, 4) e poi di divulgarla (Ap 22, 10); al vescovo di Filadelfia, la sesta chiesa d’Asia, è data la porta aperta al parlare (Ap 3, 8).

[28] Il contrasto tra l’arditezza della visione, che genera in chi vede tremore e mutazione interiore, e il successivo riconfortarsi è, nella Lectura super Apocalipsim, proprio dell’esegesi di Ap 1, 16-17 (prima visione: decima, undecima e dodicesima prerogativa di Cristo sommo pastore). Dello “splendor faciei” di Cristo (Ap 1, 16-17), che si trasforma nel divino riso di Beatrice, e del rapporto tra umano e divino nella donna, si è già diffusamente trattato (cfr. Il Cristo di Dante, 2).

[29] Vita Nova, p. 257.

[30] Cfr. Ibid., p. 106, nt. a divulgata tra le genti (divulgata è un hapax in Dante).

[31] Sull’equivoca figura di Salomone cfr. Dante all’“alta guerra” tra latino e volgare, 3.6 (“Il libro scritto dentro e fuori”), tab. XLII; FORNI, Pietro di Giovanni Olivi nella penisola italiana cit., pp. 431-432 (trad. ingl. Petrus Iohannis Olivi in the Italian Peninsula, pp. 24, 47-48).

[32] SANTAGATA, pp. 146-147.

[33] Cfr. SCHLAGETER, p. 37. Uno studio sul rapporto di Dante con questa tradizione è in P. NASTI, Favole d’amore e “saver profondo”. La tradizione salomonica in Dante, Ravenna 2007.

[34] Sul punto cfr. A. FORNI, L’aquila fissa nel sole. Un confronto tra Riccardo di San Vittore, Pietro di Giovanni Olivi e Dante, in Scritti per Isa. Raccolta di studi offerti a Isa Lori Sanfilippo, a cura di A. Mazzon, Roma, 2008 (Nuovi studi storici, 76), pp. 431-473; Lectura super Apocalipsim e Commedia. Le norme del rispondersi, 2010, cap. 2.

[35] Cfr. NASTI, pp. 137-138. L. PERTILE ha sostenuto che “la tradizione del Cantico ha una posizione di prima grandezza, che illumina di luce inedita la paradossale continuità del pensiero del poeta dalle dolcezze dello stilnovo alle asprezze dell’impegno politico-religioso” (La puttana e il gigante. Dal “Cantico dei Cantici” al Paradiso Terrestre di Dante, Ravenna 1998, p. 9).

[36] Vita Nova, p. 3 nt. a Incipit Vita Nova.

[37] HUGO DE SANCTO VICTORE, Soliloquium de arrha animae (PL 176, 951; ed. K. Müller, Bonn 1913 [= Kleine Texte für (theologische und philologische) Übungen 123] 3); SCHLAGETER, p. 94 e nt. 4.

[38] AUGUSTINUS, De Trinitate, lib. 8 (!), c. 10, n. 14 (PL 42, 960; CChr. SL 50, 290); ibid., p. 94 e nt. 5.

[39] Cfr. NASTI, pp. 87-89.

[40] Edite on line da E. PANELLA.

[41] Le differenze con Bernardo si possono ritrovare anche in altri luoghi, tenendo conto che il cisterciense non procede, come l’Olivi, ad un commento sistematico. Altrettanto profonde sono le differenze con Tommaso Gallo, autore pur carissimo all’Olivi per l’impostazione dionisiana della sua esegesi del Cantico (cfr. SCHLAGETER, p. 36), anch’egli privo della prospettiva storico-agonale della Chiesa su cui insiste Olivi.

[42] Su questo punto cfr. quanto scrive l’Olivi (SCHLAGETER, nri 115-116, p. 164): «Quartum (tempus) est resecationis superfluorum utilis et fecunda opportunitas; unde subdit: “Tempus putationis advenit” (Cn 2, 12b). Amputatio enim omnium superfluorum etiam connaturalium est aliquando nociva et sterilis. Quando ergo sponsa tam in se quam in generali ecclesia experimentaliter sentit fructuosam opportunitatem amputationum perfectarum venisse, tunc attingit ad omnia tam a se quam ab aliis plenius amputanda. Quintum est duplex exemplaritas vitae contemplativae illis temporibus inchoatae quarum prima est solitariae castitatis et devotionis clamorosum suspirium, et pro hoc dicit: “Vox turturis”, avis scilicet castae et solitudinum deserta amantis cuius vox seu cantus est gemitus, “audita est in terra nostra” (12c). Quando enim in quibusdam modo novo et inusitato incipit hoc solemniter apparere, tunc est quintum inductivum». Si può forse ritrovare questa esegesi a Vita Nova 5.10-12, allorché il “Signore della nobiltade” (“uno giovane vestito di bianchissime vestimenta”) “pareami che sospirando mi chiamasse, e diceami queste parole: ‘Fili mi, tempus est ut pretermictantur simulacra nostra’ … e riguardandolo pareami che piangesse pietosamente … E quelli mi dicea in parole volgari: ‘Non dimandare più che utile ti sia’” (cfr. anche supra).

[43] “Eya ergo milites generosi, accingite vos ad pugnam; tempus enim putationis advenit voxque turturis suspirantis et gemitum pro cantu habentis audita est in terra nostra” (ed. F. EHRLE, in Archiv für Litteratur- und Kirchengeschichte des Mittelalters, 3[1887], p. 537).

[44] Quanto si dice delle membra della sposa e dello sposo del Cantico dei Cantici può essere applicato a chiunque; cfr. SCHLAGETER, p. 330, nr. 368: “Rursus sciendum quod membra sponsae et sponsi praeter modum supra expositum aut aliquem alterum sibi consimilem, possunt aptari ad diversas personas diversorum statuum vel officiorum aut diversarum praerogativarum secundum aliquas speciales virtutes aut etiam ad diversa officia eiusdem personae, iuxta quod Paulus fuit apostolus et propheta et doctor et martyr et activus et contemplativus, et iuxta quod aliquis habet simul omnes ordines, est enim diaconus, sacerdos et episcopus; et sic de aliis”.

[45] Cfr. G. CONTINI, Poeti del Duecento, II/2, Dolce stil novo, Milano-Napoli 1995, p. 443: “L’ispirazione è oggettiva e assoluta, e perciò, se il contenuto normale della lirica stilnovistica è il fatto amoroso minuziosamente analizzato e poi ipostatizzato nei suoi elementi, quest’analisi non va già riferita all’individuo empirico, ma, al di là di questa sua avventura iniziale, a un esemplare universale di uomo: a un individuo, anch’esso, oggettivo e assoluto […] S’intende che, in questo clima di paradiso terrestre, anteriore alla storia, se dal lato di Adamo esistono alcuni uomini in carne ed ossa, la minor clientela femminile ha il solo cómpito di sottolineare Eva, e vive per metafora di quegli amici attorno al poeta. Resta che, come costui, il personaggio che parla in prima persona, è l’‘individuo assoluto’, anche la donna perde ogni attributo storico, ogni possibilità di autentica pluralità. E se si estende man mano il campo d’osservazione, si constata che l’intera esperienza dello stilnovista è spersonalizzata, si trasferisce in un ordine universale: persa qualsiasi memoria delle occasioni, cristallizza immediatamente”.

[46] G. GORNI, Dante. Storia di un visionario, Bari 2008, pp. 142-143.

[47] SANTAGATA, p. 122.

[48] Vita Nova, p. 259.

[49] Cfr. «In mensura et numero et pondere», cap. 4 (Salmi polisensi).

[50] Cfr. G. CONTINI, Filologia ed esegesi dantesca (1965) in Un’idea di Dante. Saggi danteschi, Torino 1970 e 1976, p. 135: “Di fronte, se mi si passa il traslato, all’integralismo teologico di Francesco sta la mondanità discretiva del Dante della Commedia, «unicuique suum»”.

[51] Vita Nova, p. 254.

[52] SANTAGATA, pp. 188-191.

[53] Il libro della vita di Ap 20, 12 può essere collazionato con il “libro scritto dentro e fuori” di Ap 5, 1, tema fondamentale nel’esegesi dell’Olivi: cfr. Dante all’«alta guerra» tra latino e volgare, 2.8, tab. XIV.

[54] Sul metodo della distinctio, che in Olivi fa ricorso a categorie numeriche, cfr. G. DAHAN, Interpréter la Bible au Moyen Âge. Cinq écrits du XIIIe siècle sur l’exégèse de la Bible traduits en français, Paris 2009, pp. 84-86. Sottolinea l’autore come questo principio richieda la collaborazione del lettore dell’esegesi.

[55] Sull’esegesi dell’istruzione data alla chiesa di Sardi cfr. Il sesto sigillo, 1d [La venuta del ladro (Ap 3, 3; 16, 15)]; 2b [La perfezione stellare della “prima” grazia (Ap 3, 3)].

ABSTRACT

A Poet’s Love and Life. The Vita Nova and the imitation of Christ

According to Olivi, as exposed in the Lectura super Apocalipsim, the sixth period (status) of the Church’s history corresponds to modern times upon which all the enlightenment and the malice of the past falls.  The second advent of Christ in the sixth period of the Church (the advent in the Spirit, after the first advent in the flesh and long before the third in the judgement) brings a vita nova to His spiritual disciples. A spiritual rebirth leads to a novum saeculum.  Although Olivi is very cautious about using pagan authors, his statement concerning this renovatio and Virgil’s Fourth Eclogue spiritually and even literally correspond perfectly.
In the sixth period of the Church, spiritual men are sent to prophesy again to many nations as in the apostolic days of Saint John. However the new “John” does not denote only an Order, since Olivi don’t not exclude individual revelations to “singulares personae” who perfectly imitate Christ and are devoted to the conversion of all the nations with their “learned tongue” (“lingua erudita”).
Olivi’s sixth period of the history of the Church, characterised by freedom to speak given to the preachers, as dictated from within in order to open hearts, is remarkably consonant with Dantesque poetics, as shown in the sixth terrace of Purgatory during the meeting with Bonagiunta Orbicciani from Lucca. Dante’s poetics is based on the ‘breath of Love’ and ‘noting’, meaning closely following what he within ‘dictates’, almost as if an evangelical rule had been imposed and accepted (Purg. XXIV, 52-54: “I’ mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando”).
This essay, beginning a new research field, demonstrates how the Biblical exegesis – particularly Olivi’s Expositio in Canticum Canticorum and Lectura super Lucam – highly influenced the inception of Dante’s “nove rime” in 1290 circa, when Beatrice died. Vita Nova is a story about a new advent of Christ, the “miracle” Beatrice, who was much admired by the people whose hearts she filled with wonder. Beatrice was an intellectual rather than a physical “miracle”, beheld by those who had “intelletto d’amore”.  It is by no means casual that Dante’s “nove rime” were published around or immediatly after the time when Olivi was teaching theology in Florence at the studium of Santa Croce between 1287 and 1289.
The angel who appeared to Zachary, described in Olivi’s Lectura super Lucam as a divine power whose terrifying and dumbfounding qualities made people tremble, is also found in the apparition of the “angiola giovanissima” whose virtue made Dante’s heart tremble almost at the end of his ninth year.
According to Gregory the Great’s assertions quoted in Olivi’s commentary on the Canticle of Canticles, the admirable, albeit false, idea of truth arising from the Antichrist’s subtle deception shakes the compassionate modern martyrs. Their tribulations are found again in the poet’s pensive and troubled “battaglia de’ pensieri”, when the Donna Gentile of his mind –  “quella pietosa / che si turbava de’ nostri martiri” – appears before his eyes (Vita Nova, 27.4,10). This Donna, which Guglielmo Gorni defined as “a real figure of the Antichrist, sinisterly perverse”, is a truly fervent “adversario della Ragione … desiderio malvagio e vana tentatione” against which the image of Beatrice arose (ibid., 28).
The same quotation from the Moralia in Iob by Gregory the Great, contained in Olivi’s commentary on the Canticle of Canticles, is found in the notabile X of the prologue of Lectura super Apocalipsim (completed in 1298, year of Olivi’s death). This allows a comparison between the “Donna Gentile” (or the “Donna Pietosa”) in the Vita Nova and Francesca in the Commedia (Inferno V): both tempt Dante with pity and cause him to doubt.
Hence, Dante came across Olivi’s Scriptural exegesis in Santa Croce of Florence before he attended philosophy lessons at the “scuole delli religiosi” after the death of Beatrice (Convivio II, xii, 7). The exegesis became the poet’s ‘guide’ to concurring human knowledge: perhaps Guido Cavalcanti’s “disdegno” for this guide separated Dante from his first friend.
This explains the astonishing intertextual relationship – the main subject of the research published on this website – that Dante created between his “sacred poem” and the Lectura super Apocalipsim during his exile. The literal meaning of the Commedia contains keywords that, through a technique of the art of memory, refer those who should have reformed the Church by preaching to Olivi’s commentary.

 

 

 

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