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Mag 12 2024

Inferno XXIII-XXIV-XXV

La “Divina Parodia” del Libro scritto dentro e fuori

Canti esaminati:

Inferno: I; II; III; IV; V; VI; VII; VIII; IX; X; XI; XII; XIII; XIV; XV; XVI; XVII; XVIII; XIX; XX; XXI; XXII; XXIII; XXIV; XXV; XXVI; XXXII, 124-XXXIII, 90
Purgatorio: III; XXVIII
Paradiso: XI-XII; XXXIII

Seguirà: Inferno XXVI (nuova edizione)

 

Introduzione. 1. Fuga alla sesta bolgia. 2. “Al collegio de l’ipocriti tristi”. 3. Nella piazza della “gran villa”. 4. Virgilio e il “villanello”. 5. Saliscendi verso la settima bolgia. 6. Vanni Fucci. 7.  I cinque ladri e le loro metamorfosi.  AvvertenzeAbbreviazioni.

 

Legenda [3]: numero dei versi; 3, 5: collegamento ipertestuale all’esegesi, nella Lectura di Olivi, di capitolo e versetto dell’Apocalisse [Ap]; Not. VII: collegamento all’esegesi contenuta nei tredici notabilia del prologo della LecturaVarianti rispetto al testo del Petrocchi.

Vengono qui esposti i canti XXIII, XXIV e XXV dell’Inferno con i corrispondenti legami ipertestuali con i luoghi della Lectura super Apocalipsim ai quali i versi si riferiscono. L’intero poema è esposto nella Topografia spirituale della Commedia (2013, PDF; cfr. infra), ma si sta procedendo a un esame progressivo e aggiornato dei singoli canti. Ogni tabella sinottica, qui presentata o alla quale si rinvia in quanto già esaminata in altra sede, è preceduta o seguita da una parte esplicativa. Per la posizione dei tre canti nella topografia della prima cantica cfr. infra. Sull’uso dei colori cfr. Avvertenze.

Inferno XXIII

Taciti, soli, sanza compagnia   3, 5   >V status<
n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,
come frati minor vanno per via.   [3]

Vòlt’ era in su la favola d’Isopo
lo mio pensier per la presente rissa,   9, 7
dov’ el parlò de la rana e del topo;   [6]

ché più non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’
che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia   3, 14; 18, 5
principio e fine con la mente fissa.   [9]

E come l’un pensier de l’altro scoppia,
così nacque di quello un altro poi,
che la prima paura mi fé doppia.   [12]   18, 5

Io pensava così: ‘Questi per noi
sono scherniti con danno e con beffa   9, 5-6
sì fatta, ch’assai credo che lor nòi.   [15]

Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa,   9, 5-6; 18, 5; 6, 12-17   >VI status<
ei ne verranno dietro più crudeli    9, 8
che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’.   [18]

Già mi sentia tutti arricciar li peli   6, 14 (1, 14)
de la paura e stava in dietro intento,   6, 12-17
quand’ io dissi: « Maestro, se non celi   [21]

te e me tostamente, i’ ho pavento
d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;
io li ’magino sì, che già li sento ».   [24]

E quei: « S’i’ fossi di piombato vetro,   21, 11.18.21
l’imagine di fuor tua non trarrei
più tosto a me, che quella dentro ’mpetro.   [27]

Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei,
con simile atto e con simile faccia,
sì che d’intrambi un sol consiglio fei.   [30]

S’elli è che sì la destra costa giaccia,   5, 1; Not. VII
che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,
noi fuggirem l’imaginata caccia ».   [33]   6, 12-17

Già non compié di tal consiglio rendere,
ch’io li vidi venir con l’ali tese
non molto lungi, per volerne prendere.   [36]

Lo duca mio di sùbito mi prese,   16, 15; 3, 3
come la madre ch’al romore è desta   5, 1
e vede presso a sé le fiamme accese,   [39]

che prende il figlio e fugge e non s’arresta,   6, 12-17
avendo più di lui che di sé cura,
tanto che solo una camiscia vesta;   [42]

e giù dal collo de la ripa dura
supin si diede a la pendente roccia,   Not. III
che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.   [45]

Non corse mai sì tosto acqua per doccia
a volger ruota di molin terragno,
quand’ ella più verso le pale approccia,   [48]

come ’l maestro mio per quel vivagno,
portandosene me sovra ’l suo petto,
come suo figlio, non come compagno.   [51]   5, 1

A pena fuoro i piè suoi giunti al letto
del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle   6, 12-17
sovresso noi; ma non lì era sospetto:   [54]

ché l’alta provedenza che lor volle
porre ministri de la fossa quinta,
poder di partirs’ indi a tutti tolle.   [57]   9, 14; 20, 1.3

Là giù trovammo una gente dipinta
che giva intorno assai con lenti passi,
piangendo e nel sembiante stanca e vinta.   [60]   6, 8

Elli avean cappe con cappucci bassi
dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
che in Clugnì per li monaci fassi.   [63]

Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia;
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,   2, 24
che Federigo le mettea di paglia.   [66]

Oh in etterno faticoso manto!   1, 13
Noi ci volgemmo ancor pur a man manca   1, 10-12
con loro insieme, intenti al tristo pianto;   [69]   Not. II

ma per lo peso quella gente stanca   6, 5; 6, 8
venìa sì pian, che noi eravam nuovi
di compagnia ad ogne mover d’anca.   [72]

Per ch’io al duca mio: « Fa che tu trovi
alcun ch’al fatto o al nome si conosca,
e li occhi, sì andando, intorno movi ».   [75]

E un che ’ntese la parola tosca,   12, 9
di retro a noi gridò: « Tenete i piedi,   1, 10-12; 2, 24; 10, 1
voi che correte sì per l’aura fosca!   [78]   Not. II; 16, 10

Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi ».
Onde ’l duca si volse e disse: « Aspetta,   1, 10-12; 6, 9.11
e poi secondo il suo passo procedi ».   [81]   16, 10

Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta   Not. III
de l’animo, col viso, d’esser meco;
ma tardavali ’l carco e la via stretta.   [84]   3, 3

Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco   21, 12
mi rimiraron sanza far parola;   Not. III
poi si volsero in sé, e dicean seco:   [87]

« Costui par vivo a l’atto de la gola;
e s’e’ son morti, per qual privilegio
vanno scoperti de la grave stola? ».   [90]   2, 24

Poi disser me: « O Tosco, ch’al collegio   12, 9; Not. II
de l’ipocriti tristi se’ venuto,
dir chi tu se’ non avere in dispregio ».   [93]

E io a loro: « I’ fui nato e cresciuto
sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa,   11, 8
e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.   [96]

Ma voi chi siete, a cui tanto distilla   7, 13
quant’ i’ veggio dolor giù per le guance?
e che pena è in voi che sì sfavilla? ».   [99]

E l’un rispuose a me: « Le cappe rance   7, 13
son di piombo sì grosse, che li pesi   6, 5; 2, 24
fan così cigolar le lor bilance.   [102]

Frati godenti fummo, e bolognesi;
io Catalano e questi Loderingo
nomati, e da tua terra insieme presi   [105]   6, 4

come suole esser tolto un uom solingo,
per conservar sua pace; e fummo tali,
ch’ancor si pare intorno dal Gardingo ».   [108]

Io cominciai: « O frati, i vostri mali … »;
ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse
un, crucifisso in terra con tre pali.   [111]   11, 8-9

Quando mi vide, tutto si distorse,   6, 5
soffiando ne la barba con sospiri;
e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,   [114]

mi disse: « Quel confitto che tu miri,   9, 11-12; Not. X
consigliò i Farisei che convenia   17, 13
porre un uom per lo popolo a’ martìri.   [117]

Attraversato è, nudo, ne la via,   9, 11
come tu vedi, ed è mestier ch’el senta
qualunque passa, come pesa, pria.   [120]   6, 5; 2, 24

E a tal modo il socero si stenta   Not. X
in questa fossa, e li altri dal concilio   16, 7
che fu per li Giudei mala sementa ».   [123]

Allor vid’ io maravigliar Virgilio   Not. X
sovra colui ch’era disteso in croce
tanto vilmente ne l’etterno essilio.   [126]

Poscia drizzò al frate cotal voce:
« Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci   5, 8
s’a la man destra giace alcuna foce   [129]   5, 1

onde noi amendue possiamo uscirci,
sanza costrigner de li angeli neri
che vegnan d’esto fondo a dipartirci ».   [132]

Rispuose adunque: « Più che tu non speri   7, 7
s’appressa un sasso che da la gran cerchia   6, 12-17
si move e varca tutt’ i vallon feri,   [135]

salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia;   2, 12
montar potrete su per la ruina,
che giace in costa e nel fondo soperchia ».   [138]   Not. VII

Lo duca stette un poco a testa china;   Not. III
poi disse: « Mal contava la bisogna
colui che i peccator di qua uncina ».   [141]

E ’l frate: « Io udi’ già dire a Bologna
del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’
ch’elli è bugiardo e padre di menzogna ».   [144]   9, 1

Appresso il duca a gran passi sen gì,
turbato un poco d’ira nel sembiante;   15, 8
ond’ io da li ’ncarcati mi parti’
dietro a le poste de le care piante.   [148]

Inferno XXIV

In quella parte del giovanetto anno
che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra   1, 14; Not. III
e già le notti al mezzo dì sen vanno,   [3]

quando la brina in su la terra assempra
l’imagine di sua sorella bianca,   1, 14
ma poco dura a la sua penna tempra,   [6]   Not. III

lo villanello a cui la roba manca,   3, 17
si leva, e guarda, e vede la campagna   4, 1-2; 6, 2
biancheggiar tutta; ond’ ei si batte l’anca,   [9]

ritorna in casa, e qua e là si lagna,
come ’l tapin che non sa che si faccia;   3, 17
poi riede, e la speranza ringavagna,   [12]

veggendo ’l mondo aver cangiata faccia
in poco d’ora, e prende suo vincastro
e fuor le pecorelle a pascer caccia.   [15]   Not. III

Così mi fece sbigottir lo mastro
quand’ io li vidi sì turbar la fronte,
e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro;   [18]   15, 8

ché, come noi venimmo al guasto ponte,   6, 8
lo duca a me si volse con quel piglio
dolce ch’io vidi prima a piè del monte.   [21]

Le braccia aperse, dopo alcun consiglio   1, 14; 3, 17
eletto seco riguardando prima
ben la ruina, e diedemi di piglio.   [24]

E come quei ch’adopera ed estima,
che sempre par che ’nnanzi si proveggia,   3, 17
così, levando me sù ver’ la cima   [27]   4, 1-2

d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia
dicendo: « Sovra quella poi t’aggrappa;
ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia ».   [30]   3, 17

Non era via da vestito di cappa,   1, 13
ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,
potavam sù montar di chiappa in chiappa.   [33]

E se non fosse che da quel precinto   1, 13
più che da l’altro era la costa corta,   Not. VII; Not. III; XII
non so di lui, ma io sarei ben vinto.    [36]

Ma perché Malebolge inver’ la porta   3, 7
del bassissimo pozzo tutta pende,   Not. III
lo sito di ciascuna valle porta   [39]

che l’una costa surge e l’altra scende;   Not. VII
noi pur venimmo al fine in su la punta
onde l’ultima pietra si scoscende.   [42]

La lena m’era del polmon sì munta   3, 7
quand’ io fui sù, ch’i’ non potea più oltre,
anzi m’assisi ne la prima giunta.   [45]   21, 12

« Omai convien che tu così ti spoltre »,
disse ’l maestro; « ché, seggendo in piuma,   Not. XII
in fama non si vien, né sotto coltre;   [48]   3, 1.5; 6, 9.11

sanza la qual chi sua vita consuma,
cotal vestigio in terra di sé lascia,
qual fummo in aere e in acqua la schiuma.   [51]   9, 1-2

E però leva sù; vinci l’ambascia
con l’animo che vince ogne battaglia,
se col suo grave corpo non s’accascia.   [54]   9, 3

Più lunga scala convien che si saglia;
non basta da costoro esser partito.
Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia ».   [57]

Leva’mi allor, mostrandomi fornito   4, 1-2; 9, 13
meglio di lena ch’i’ non mi sentia,
e dissi: « Va, ch’i’ son forte e ardito ».   [60]

Su per lo scoglio prendemmo la via,
ch’era ronchioso, stretto e malagevole,
 ed erto più assai che quel di pria.   [63]

Parlando andava per non parer fievole;   1, 5
onde una voce uscì de l’altro fosso,
a parole formar disconvenevole.   [66]   9, 20

Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso
fossi de l’arco già che varca quivi;   21, 12
ma chi parlava ad ire parea mosso.   [69]   ad ira

Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi
non poteano ire al fondo per lo scuro;   9, 1-2
per ch’io: « Maestro, fa che tu arrivi   [72]

da l’altro cinghio e dismontiam lo muro;
ché, com’ i’ odo quinci e non intendo,
così giù veggio e neente affiguro ».   [75]   1, 2

« Altra risposta », disse, « non ti rendo
se non lo far; ché la dimanda onesta
si de’ seguir con l’opera tacendo ».   [78]

Noi discendemmo il ponte da la testa   21, 12
dove s’aggiugne con l’ottava ripa,   21, 16
e poi mi fu la bolgia manifesta:   [81]

e vidivi entro terribile stipa
di serpenti, e di sì diversa mena   13, 1
che la memoria il sangue ancor mi scipa.   [84]

Più non si vanti Libia con sua rena;   12, 18
ché se chelidri, iaculi e faree
produce, e cencri con anfisibena,   [87]

né tante pestilenzie né sì ree
mostrò già mai con tutta l’Etïopia
né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.   [90]

Tra questa cruda e tristissima copia   3, 15
corrëan genti nude e spaventate,   3, 17
sanza sperar pertugio o elitropia:   [93]

con serpi le man dietro avean legate;   9, 19
quelle ficcavan per le ren la coda
e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.   [96]

Ed ecco a un ch’era da nostra proda,
s’avventò un serpente che ’l trafisse
là dove ’l collo a le spalle s’annoda.   [99]   5, 5

Né O sì tosto mai né I si scrisse,
com’ el s’accese e arse, e cener tutto   13, 3; 5, 1
convenne che cascando divenisse;   [102]   18, 19

e poi che fu a terra sì distrutto,   Not. V, XIII
la polver si raccolse per sé stessa   18, 19
e ’n quel medesmo ritornò di butto.   [105]

Così per li gran savi si confessa
che la fenice more e poi rinasce,   13, 3
quando al cinquecentesimo anno appressa;   [108]   Not. XII

erba né biado in sua vita non pasce,   Not. III
ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,   18, 11-13
e nardo e mirra son l’ultime fasce.   [111]   2, 1

E qual è quel che cade, e non sa como,   18, 19; 3, 17 (3, 3)
per forza di demon ch’a terra il tira,   12, 9
o d’altra oppilazion che lega l’omo,   [114]

quando si leva, che ’ntorno si mira   4, 1-2
tutto smarrito de la grande angoscia   3, 3
ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:   [117]

tal era ’l peccator levato poscia.   4, 1-2
Oh potenza di Dio, quant’ è severa,
che cotai colpi per vendetta croscia!   [120]

Lo duca il domandò poi chi ello era;
per ch’ei rispuose: « Io piovvi di Toscana,   12, 9
poco tempo è, in questa gola fiera.   [123]

Vita bestial mi piacque e non umana,   13, 1; 6, 2
sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tana ».  [126]

E ïo al duca: « Dilli che non mucci,
e domanda che colpa qua giù ’l pinse;   13, 3
ch’io ’l vidi omo di sangue e di crucci ».  [129]

E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse,
ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,
e di trista vergogna si dipinse;   [132]

poi disse: « Più mi duol che tu m’hai colto   18, 19
ne la miseria dove tu mi vedi,   16, 15
che quando fui de l’altra vita tolto.   [135]

Io non posso negar quel che tu chiedi;   3, 8
in giù son messo tanto perch’ io fui
ladro a la sagrestia d’i belli arredi,   [138]

e falsamente già fu apposto altrui.   22, 18-19
Ma perché di tal vista tu non godi,
se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,   [141]

apri li orecchi al mio annunzio, e odi.   13, 9; 2, 10
Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;
poi Fiorenza rinova gente e modi.   [144]   Not. XIII

Tragge Marte vapor di Val di Magra   16, 17
ch’è di torbidi nuvoli involuto;   14, 10
e con tempesta impetüosa e agra   [147]   2, 17; 14, 10

sovra Campo Picen fia combattuto;   6, 2
ond’ ei repente spezzerà la nebbia,   8, 5
sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.   14, 12
E detto l’ho perché doler ti debbia! ».   [151]

Inferno XXV

Al fine de le sue parole il ladro   10, 5-7
le mani alzò con amendue le fiche,
gridando: « Togli, Dio, ch’a te le squadro! ».   [3]

Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
perch’ una li s’avvolse allora al collo,
come dicesseNon vo’ che più diche’;   [6]   Not. III; 8, 1

e un’altra a le braccia, e rilegollo,   20, 3
ribadendo sé stessa sì dinanzi,
che non potea con esse dare un crollo[9]   8, 5

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d’incenerarti sì che più non duri,   17, 16 (10, 5-7)
poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi?   [12]

Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri
non vidi spirto in Dio tanto superbo,   5, 1
non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.   [15]   18, 19 (18, 2)

El si fuggì che non parlò più verbo;   16, 20; Not. III; 8, 1
e io vidi un centauro pien di rabbia   9, 19
venir chiamando: « Ov’ è, ov’ è l’acerbo? ».   [18]   16, 19

Maremma non cred’ io che tante n’abbia,
quante bisce elli avea su per la groppa
infin ove comincia nostra labbia.   [21]

Sovra le spalle, dietro da la coppa,
con l’ali aperte li giacea un draco;
e quello affuoca qualunque s’intoppa.   [24]

Lo mio maestro disse: « Questi è Caco,
che, sotto ’l sasso di monte Aventino,   6, 15
di sangue fece spesse volte laco.   [27]   14, 20

Non va co’ suoi fratei per un cammino,
per lo furto che frodolente fece
del grande armento ch’elli ebbe a vicino;   [30]

onde cessar le sue opere biece
sotto la mazza d’Ercule, che forse   19, 15
gliene diè cento, e non sentì le diece ».   [33]

Mentre che sì parlava, ed el trascorse,
e tre spiriti venner sotto noi,   16, 13-14
de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse,   [36]

se non quando gridar: « Chi siete voi? »;   7, 13
per che nostra novella si ristette,   Not. XIII; Not. III
e intendemmo pur ad essi poi.   [39]   2, 26-28

Io non li conoscea; ma ei seguette,   7, 3-4
come suol seguitar per alcun caso,
che l’un nomar un altro convenette,   [42]   3, 4-5

dicendo: « Cianfa dove fia rimaso? »;   12, 17
per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento,
mi puosi ’l dito su dal mento al naso.   [45]

Se tu se’ or, lettore, a creder lento   21, 17
ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,   17, 6-7 (5, 2)
ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.   [48]

Com’ io tenea levate in lor le ciglia,
e un serpente con sei piè si lancia   13, 1.18
dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.   [51]

Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia
e con li anterïor le braccia prese;
poi li addentò e l’una e l’altra guancia;   [54]   9, 8

li deretani a le cosce distese,   Not. XI
e miseli la coda tra ’mbedue   9, 18-19
e dietro per le ren sù la ritese.    [57]   2, 23

Ellera abbarbicata mai non fue
ad alber sì, come l’orribil fiera
per l’altrui membra avviticchiò le sue.   [60]   13, 1

Poi s’appiccar, come di calda cera
fossero stati, e mischiar lor colore,   13, 1; 12, 6
né l’un né l’altro già parea quel ch’era:   [63]

come procede innanzi da l’ardore,   12, 6
per lo papiro suso, un color bruno
che non è nero ancora e ’l bianco more.   [66]

Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno
gridava: « Omè, Agnel, come ti muti!   Not. XIII
Vedi che già non se’ né due né uno ».   [69]   12, 6

Già eran li due capi un divenuti,   9, 18-19
quando n’apparver due figure miste   13, 1
in una faccia, ov’ eran due perduti.   [72]

Fersi le braccia due di quattro liste;
le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso   2, 22
divenner membra che non fuor mai viste.   [75]

Ogne primaio aspetto ivi era casso:
due e nessun l’imagine perversa   13, 14
parea; e tal sen gio con lento passo.   [78]

Come ’l ramarro sotto la gran fersa   16, 8-9
dei dì canicular, cangiando sepe,
folgore par se la via attraversa,   [81]   8, 5; 9, 11

sì pareva, venendo verso l’epe   2, 22
de li altri due, un serpentello acceso,   16, 8-9
livido e nero come gran di pepe;   [84]   4, 3

e quella parte onde prima è preso
nostro alimento, a l’un di lor trafisse;
poi cadde giuso innanzi lui disteso.   [87]

Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse;
anzi, co’ piè fermati, sbadigliava   10, 1; 3, 12
pur come sonno o febbre l’assalisse.   [90]   3, 3

Elli ’l serpente e quei lui riguardava;   9, 18-19
l’un per la piaga e l’altro per la bocca
fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.   [93]

Taccia Lucano omai là dov’ e’ tocca   Not. III; 8, 1
del misero Sabello e di Nasidio,   3, 17
e attenda a udir quel ch’or si scocca.   [96]

Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,
ché se quello in serpente e quella in fonte   13, 11
converte poetando, io non lo ’nvidio;   [99]   3, 19

ché due nature mai a fronte a fronte
non trasmutò sì ch’amendue le forme   Not. XIII
a cambiar lor matera fosser pronte.   [102]

Insieme si rispuosero a tai norme,   7, 13; 13, 14
che ’l serpente la coda in forca fesse,   Not. XI
e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.   [105]

Le gambe con le cosce seco stesse
s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura   21, 12
non facea segno alcun che si paresse.   [108]

Togliea la coda fessa la figura   20, 11
che si perdeva là, e la sua pelle
si facea molle, e quella di là dura.   [111]   6, 2

Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,   21, 15
e i due piè de la fiera, ch’eran corti,
tanto allungar quanto accorciavan quelle.   [114]   21, 16

Poscia li piè di rietro, insieme attorti,   6, 5
diventaron lo membro che l’uom cela,   Not. I
e ’l misero del suo n’avea due porti.   [117]

Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela   9, 18; incipit
di color novo, e genera ’l pel suso   12, 6
per l’una parte e da l’altra il dipela,   [120]

l’un si levò e l’altro cadde giuso,
non torcendo però le lucerne empie,   6, 5; incipit
sotto le quai ciascun cambiava muso.   [123]

Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,   6, 5
e di troppa matera ch’in là venne
uscir li orecchi de le gote scempie;   [126]   21, 15

ciò che non corse in dietro e si ritenne   20, 11
di quel soverchio, fé naso a la faccia
e le labbra ingrossò quanto convenne.   [129]

Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,
e li orecchi ritira per la testa
come face le corna la lumaccia;   [132]

e la lingua, ch’avëa unita e presta   Not. XIII
prima a parlar, si fende, e la forcuta
ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.   [135]   9, 18

L’anima ch’era fiera divenuta,
suffolando si fugge per la valle,
e l’altro dietro a lui parlando sputa.   [138]

Poscia li volse le novelle spalle,   Not. XIII
e disse a l’altro: « I’ vo’ che Buoso corra,   16, 13-14
com’ ho fatt’ io, carpon per questo calle ».   [141]

Così vid’ io la settima zavorra
mutare e trasmutare; e qui mi scusi   Not. XIII
la novità se fior la penna abborra.   [144]   Not. VII

E avvegna che li occhi miei confusi 
fossero alquanto e l’animo smagato,   3, 3
non poter quei fuggirsi tanto chiusi,   [147]

ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;
ed era quel che sol, di tre compagni   16, 13-14
che venner prima, non era mutato;   Not. XIII
l’altr’ era quel che tu, Gaville, piagni.   [151]

Con Inf. XXIII, canto relativo alla sesta bolgia (ipocriti), ci si trova ancora nel terzo ciclo settenario della prima cantica, dove  dopo la quinta bolgia dei barattieri (Inf. XXI-XXII), nella quale sono risuonati i temi del quinto stato, per la parodia che trasforma laicamente i motivi della Chiesa corrotta, subentrano i temi del sesto. La precipitosa e drammatica fuga dei due poeti, inseguiti dai Malebranche, dalla quinta alla sesta bolgia è segnata dai temi dell’apertura del sesto sigillo, commisti con quelli del quinto stato (Inf. XXIII, 19-57). È l’inizio della zona sesta del terzo ciclo settenario; nei due cicli precedenti i temi del sesto stato hanno segnato l’arrivo del messo celeste (Inf. IX, 55-90) e l’episodio della corda con l’ascesa di Gerione dall’abisso e la visita agli usurai (Inf. XVI, 91-136; XVII, 4-30, 55-75). La terza zona sesta dell’Inferno si estende ai canti XXIV e XXV che descrivono la settima bolgia (ladri). Inf. XXVI segna l’inizio del quarto ciclo della prima cantica; l’avvio dei primi tre cicli è dato, rispettivamente, dai canti IV, X, XVII (con il volo verso Malebolge sulla groppa di Gerione). Qui di seguito vengono indicate, per i primi tre cicli, le occorrenze semantiche* relative al sesto stato e al precedente quinto che gli è legato per “concurrentia. Il canto XXIV inizia con diffuse variazioni su temi del settimo stato, già elaborati in Inf. III (cfr. altrove circa la presenza nell’Inferno dei temi del settimo stato). Nei canti in esame si registrano variazioni su molti temi propri di altri periodi, intrecciati con quelli che suonano come principali (si veda ad esempio, a XXIV, 124 la collazione di Ap 16, 2 con 13, 1).

* Per ‘occorrenze semantiche’ si intendono le parole-chiave che nella lettera dei versi rinviano semanticamente ai temi offerti dall’esegesi.

Quintus status: prologus, Notabilia [Not.]; I visio, V ecclesia (Sardis: 3, 1-6); II visio, V sigillum (6, 9-11); III visio, V tuba (9, 1-12); IV visio, V prelium (12, 17-18); V visio, V phiala (16, 10-11); VI visio (18, 4-6).

Sextus status: prologus, Notabilia [Not.]; I visio, VI ecclesia (Philadelphia: 3, 7-13); II visio, VI sigillum (6, 12-7, 17); III visio, VI tuba (9, 13-11, 14); IV visio, VI prelium (13, 3-14, 12); V visio, VI phiala (16, 12-16); VI visio (18, 7-19, 21).

 

Primo ciclo

Secondo ciclo

Inferno IX, 55-105

Inferno XVI, 91-136

« Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso;   10, 4
ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi,
nulla sarebbe di tornar mai suso ».   [57]
Così disse ’l maestro; ed elli stessi
mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi chiudessi.   [60]  10, 4
O voi ch’avete li ’ntelletti sani,   13, 9
mirate la dottrina che s’asconde
sotto ’l velame de li versi strani.   [63]   10, 7; 5, 1
E già venìa su per le torbide onde   6, 12-14
un fracasso d’un suon, pien di spavento,   9, 9
per cui tremavano amendue le sponde,   [66]   10, 3
non altrimenti fatto che d’un vento   12, 18
impetüoso per li avversi ardori,   10, 2
che fier la selva e sanz’ alcun rattento   [69]   9, 14
li rami schianta, abbatte e porta fori;
dinanzi polveroso va superbo,   12, 18
e fa fuggir le fiere e li pastori.   [72]   6, 12-14
Li occhi mi sciolse e disse: « Or drizza il nerbo
del viso su per quella schiuma antica
per indi ove quel fummo è più acerbo ».   [75]   9, 2
Come le rane innanzi a la nimica
biscia per l’acqua si dileguan tutte,
fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,   [78]
vid’ io più di mille anime distrutte
fuggir così dinanzi ad un ch’al passo   6, 12-14
passava Stige con le piante asciutte.   [81]   9, 14
Dal volto rimovea quell’ aere grasso,   9, 2
menando la sinistra innanzi spesso;
e sol di quell’ angoscia parea lasso.   [84]
Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,
e volsimi al maestro; e quei fé segno
ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.   [87]   19, 10
Ahi quanto mi parea pien di disdegno!   10, 3
Venne a la porta e con una verghetta   2, 1; 11, 1
l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.[90]9, 14
« O cacciati del ciel, gente dispetta »,   11, 8-9
cominciò elli in su l’orribil soglia,
« ond’ esta oltracotanza in voi s’alletta?   [93]
Perché recalcitrate a quella voglia
a cui non puote il fin mai esser mozzo,
e che più volte v’ha cresciuta doglia?   [96]
Che giova ne le fata dar di cozzo?
Cerbero vostro, se ben vi ricorda,   3, 3
ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo ».   [99]
Poi si rivolse per la strada lorda,
e non fé motto a noi, ma fé sembiante   9, 5-6
d’omo cui altra cura stringa e morda   [102]
che quella di colui che li è davante;
e noi movemmo i piedi inver’ la terra5, 5
sicuri appresso le parole sante.   [105]

Io lo seguiva, e poco eravam iti,
che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino,   14, 2 (5, 5)
che per parlar saremmo a pena uditi.   [93]
Come quel fiume c’ha proprio cammino   3, 4
prima dal Monte Viso ’nver’ levante,   14, 1
da la sinistra costa d’Apennino,   [96]   Not. VII
che si chiama Acquacheta suso, avante   3, 4
che si divalli giù nel basso letto,   Not. VII
e a Forlì di quel nome è vacante,   [99]   3, 4
rimbomba là sovra San Benedetto
de l’Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser recetto;   [102]   Not. V
così, giù d’una ripa discoscesa,
trovammo risonar quell’ acqua tinta,   14, 2
sì che ’n poc’ ora avria l’orecchia offesa.   [105]
Io avea una corda intorno cinta,
e con essa pensai alcuna volta
prender la lonza a la pelle dipinta.   [108]
Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,
sì come ’l duca m’avea comandato,
porsila a lui aggroppata e ravvolta.   [111]   5, 5
Ond’ ei si volse inver’ lo destro lato,
e alquanto di lunge da la sponda
la gittò giuso in quell’ alto burrato.   [114]
‘E’ pur convien che novità risponda’,   9, 13
dicea fra me medesmo, ‘al novo cenno
che ’l maestro con l’occhio sì seconda’.   [117]
Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
presso a color che non veggion pur l’ovra,
ma per entro i pensier miran col senno!   [120]
El disse a me: « Tosto verrà di sovra   3, 9; 13, 3
ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna;   6, 11
tosto convien ch’al tuo viso si scovra ».   [123]
Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna
de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,   10, 4
però che sanza colpa fa vergogna;   [126]
ma qui tacer nol posso; e per le note
di questa comedìa, lettor, ti giuro,   10, 5-7
s’elle non sien di lunga grazia vòte,   [129]   9, 1-2
ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro   13, 3
venir notando una figura in suso,
maravigliosa ad ogne cor sicuro,   [132]  13, 3; 6, 11
sì come torna colui che va giuso   3, 12
talora a solver l’àncora ch’aggrappa
o scoglio o altro che nel mare è chiuso,   13, 3
che ’n sù si stende e da piè si rattrappa.   [136]

 

Inferno XVII, 4-30, 55-75

Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
e accennolle che venisse a proda,   3, 9
vicino al fin d’i passeggiati marmi.   [6]
E quella sozza imagine di froda
sen venne, e arrivò la testa e ’l busto,   3, 9; 9, 19
ma ’n su la riva non trasse la coda.   [9]   9, 3; 9, 19
La faccia sua era faccia d’uom giusto,   9, 7
tanto benigna avea di fuor la pelle,
e d’un serpente tutto l’altro fusto;   [12]   9, 19
due branche avea pilose insin l’ascelle;   9, 3
lo dosso e ’l petto e ambedue le coste
dipinti avea di nodi e di rotelle.   [15]   5, 5; 9, 9
Con più color, sommesse e sovraposte
non fer mai drappi Tartari né Turchi,
né fuor tai tele per Aragne imposte.   [18]   6, 12
Come talvolta stanno a riva i burchi,
che parte sono in acqua e parte in terra,
e come là tra li Tedeschi lurchi   [21]
lo bivero s’assetta a far sua guerra,   16, 12-14
così la fiera pessima si stava
su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra.   [24]
Nel vano tutta sua coda guizzava,   9, 3; 9, 19
torcendo in sù la venenosa forca
ch’a guisa di scorpion la punta armava.   [27]
Lo duca disse: « Or convien che si torca   13, 1
la nostra via un poco insino a quella
bestia malvagia che colà si corca ».   [30]

che dal collo a ciascun pendea una tasca
ch’avea certo colore e certo segno,   13, 17
e quindi par che ’l loro occhio si pasca.   [57]
E com’ io riguardando tra lor vegno,
in una borsa gialla vidi azzurro   9, 17
che d’un leone avea faccia e contegno.   [60]   9, 19
Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
vidine un’altra come sangue rossa,   9, 17
mostrando un’oca bianca più che burro.   [63]
E un che d’una scrofa azzurra e grossa   9, 17
segnato avea lo suo sacchetto bianco,   13, 17
mi disse: « Che fai tu in questa fossa?   [66]
Or te ne va; e perché se’ vivo anco,
sappi che ’l mio vicin Vitalïano
sederà qui dal mio sinistro fianco.   [69]   9, 17
Con questi Fiorentin son padoano:
spesse fïate mi ’ntronan li orecchi
gridando: “Vegna ’l cavalier sovrano,   [72]
che recherà la tasca con tre becchi!” ».
Qui distorse la bocca e di fuor trasse   9, 17
la lingua, come bue che ’l naso lecchi.   [75]

Terzo ciclo

Terzo ciclo

 Inf. XXIII, 16-24, 31-57, 94-102, 109-111,  133-144

 Inf. XXIV, 94-151

Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa, 9, 5; 6, 12-17
ei ne verranno dietro più crudeli    9, 8
che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’.   [18]
Già mi sentia tutti arricciar li peli   6, 14
de la paura e stava in dietro intento,   6, 12-17
quand’ io dissi: « Maestro, se non celi   [21]
te e me tostamente, i’ ho pavento
d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;
io li ’magino sì, che già li sento ».   [24]

S’elli è che sì la destra costa giaccia,   Not. VII
che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,
noi fuggirem l’imaginata caccia ».   [33]   6, 12-17
Già non compié di tal consiglio rendere,
ch’io li vidi venir con l’ali tese
non molto lungi, per volerne prendere.   [36]
Lo duca mio di sùbito mi prese,   16, 15; 3, 3
come la madre ch’al romore è desta   5, 1
e vede presso a sé le fiamme accese,   [39]
che prende il figlio e fugge e non s’arresta,   6, 12-17
avendo più di lui che di sé cura,
tanto che solo una camiscia vesta;   [42]
e giù dal collo de la ripa dura
supin si diede a la pendente roccia,   Not. III
che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.   [45]
Non corse mai sì tosto acqua per doccia
a volger ruota di molin terragno,
quand’ ella più verso le pale approccia,   [48]
come ’l maestro mio per quel vivagno,
portandosene me sovra ’l suo petto,
come suo figlio, non come compagno.   [51]   5, 1
A pena fuoro i piè suoi giunti al letto
del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle   6, 12-17
sovresso noi; ma non lì era sospetto:   [54]
ché l’alta provedenza che lor volle
porre ministri de la fossa quinta,
poder di partirs’ indi a tutti tolle.   [57]   9, 14

E io a loro: « I’ fui nato e cresciuto
sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa,   11, 8
e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.   [96]
Ma voi chi siete, a cui tanto distilla   7, 13
quant’ i’ veggio dolor giù per le guance?
e che pena è in voi che sì sfavilla? ».   [99]
E l’un rispuose a me: « Le cappe rance   7, 13
son di piombo sì grosse, che li pesi
fan così cigolar le lor bilance.   [102]

Io cominciai: « O frati, i vostri mali … »;
ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse
un, crucifisso in terra con tre pali.   [111]   11, 8-9

Rispuose adunque: « Più che tu non speri   7, 7
s’appressa un sasso che da la gran cerchia   6, 12-17
si move e varca tutt’ i vallon feri,   [135]
salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia;
montar potrete su per la ruina,                    Not. VII
che giace in costa e nel fondo soperchia ».   [138]
Lo duca stette un poco a testa china;   Not. III
poi disse: « Mal contava la bisogna
colui che i peccator di qua uncina ».   [141]
E ’l frate: « Io udi’ già dire a Bologna
del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’              9, 1
ch’elli è bugiardo e padre di menzogna ».   [144]  

con serpi le man dietro avean legate;   9, 19
quelle ficcavan per le ren la coda
e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.   [96]
Ed ecco a un ch’era da nostra proda,
s’avventò un serpente che ’l trafisse
là dove ’l collo a le spalle s’annoda.   [99]   5, 5
Né O sì tosto mai né I si scrisse,
com’ el s’accese e arse, e cener tutto   13, 3
convenne che cascando divenisse;   [102]   18, 19
e poi che fu a terra sì distrutto,   Not. V, XIII
la polver si raccolse per sé stessa   18, 19
e ’n quel medesmo ritornò di butto.   [105]
Così per li gran savi si confessa   13, 3
che la fenice more e poi rinasce,   Not. XII
quando al cinquecentesimo anno appressa;  [108]
erba né biado in sua vita non pasce,
ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,   18, 11-13
e nardo e mirra son l’ultime fasce.   [111]
E qual è quel che cade, e non sa como,   18, 19
per forza di demon ch’a terra il tira,
o d’altra oppilazion che lega l’omo,   [114]
quando si leva, che ’ntorno si mira
tutto smarrito de la grande angoscia   3, 3
ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:   [117]
tal era ’l peccator levato poscia.
Oh potenza di Dio, quant’ è severa,
che cotai colpi per vendetta croscia!   [120]
Lo duca il domandò poi chi ello era;
per ch’ei rispuose: « Io piovvi di Toscana,
poco tempo è, in questa gola fiera.   [123]
Vita bestial mi piacque e non umana,   13, 1
sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tana ».  [126]
E ïo al duca: « Dilli che non mucci,
e domanda che colpa qua giù ’l pinse;   13, 3
ch’io ’l vidi omo di sangue e di crucci ».  [129]
E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse,
ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,
e di trista vergogna si dipinse;   [132]
poi disse: « Più mi duol che tu m’hai colto   18, 19
ne la miseria dove tu mi vedi,   16, 15
che quando fui de l’altra vita tolto.   [135]
Io non posso negar quel che tu chiedi;   3, 8
in giù son messo tanto perch’ io fui
ladro a la sagrestia d’i belli arredi,   [138]
e falsamente già fu apposto altrui.
Ma perché di tal vista tu non godi,
se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,   [141]
apri li orecchi al mio annunzio, e odi.   13, 9
Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;
poi Fiorenza rinova gente e modi.   [144]   Not. XIII
Tragge Marte vapor di Val di Magra
ch’è di torbidi nuvoli involuto;   14, 10
e con tempesta impetüosa e agra   [147]
sovra Campo Picen fia combattuto;
ond’ ei repente spezzerà la nebbia,
sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.   14, 12
E detto l’ho perché doler ti debbia! ».   [151]

 

Inf. XXV

Al fine de le sue parole il ladro   10, 5-7
le mani alzò con amendue le fiche,
gridando: « Togli, Dio, ch’a te le squadro! ».   [3]
Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
perch’ una li s’avvolse allora al collo,
come dicesseNon vo’ che più diche’;  [6]
e un’altra a le braccia, e rilegollo,
ribadendo sé stessa sì dinanzi,
che non potea con esse dare un crollo[9]   8, 5
Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d’incenerarti sì che più non duri,   10, 5-7
poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi?   [12]
Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri
non vidi spirto in Dio tanto superbo,
non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.  [15]   18, 19
El si fuggì che non parlò più verbo;   16, 20
e io vidi un centauro pien di rabbia   9, 19
venir chiamando: « Ov’ è, ov’ è l’acerbo? ».[18]
Maremma non cred’ io che tante n’abbia,
quante bisce elli avea su per la groppa
infin ove comincia nostra labbia.   [21]
Sovra le spalle, dietro da la coppa,
con l’ali aperte li giacea un draco;
e quello affuoca qualunque s’intoppa.   [24]
Lo mio maestro disse: « Questi è Caco,
che, sotto ’l sasso di monte Aventino,   6, 15
di sangue fece spesse volte laco.   [27]
Non va co’ suoi fratei per un cammino,
per lo furto che frodolente fece
del grande armento ch’elli ebbe a vicino;   [30]
onde cessar le sue opere biece
sotto la mazza d’Ercule, che forse   19, 15
gliene diè cento, e non sentì le diece ».   [33]
Mentre che sì parlava, ed el trascorse,
e tre spiriti venner sotto noi,   16, 13-14
de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse,   [36]
se non quando gridar: « Chi siete voi? »;   7, 13
per che nostra novella si ristette, Not. XIII
e intendemmo pur ad essi poi.   [39]
Io non li conoscea; ma ei seguette,   7, 3-4
come suol seguitar per alcun caso,
che l’un nomar un altro convenette,   [42]   3, 4-5
dicendo: « Cianfa dove fia rimaso? »;   12, 17
per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento,
mi puosi ’l dito su dal mento al naso.   [45]
Se tu se’ or, lettore, a creder lento
ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,
ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.   [48]
Com’ io tenea levate in lor le ciglia,
e un serpente con sei piè si lancia   13, 1.18
dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.   [51]
Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia
e con li anterïor le braccia prese;
poi li addentò e l’una e l’altra guancia;   [54]   9, 8
li deretani a le cosce distese,
e miseli la coda tra ’mbedue   9, 18-19
e dietro per le ren sù la ritese.    [57]
Ellera abbarbicata mai non fue
ad alber sì, come l’orribil fiera
per l’altrui membra avviticchiò le sue.   [60]   13, 1
Poi s’appiccar, come di calda cera
fossero stati, e mischiar lor colore,   13, 1
né l’un né l’altro già parea quel ch’era:   [63]
come procede innanzi da l’ardore,
per lo papiro suso, un color bruno
che non è nero ancora e ’l bianco more.   [66]
Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno
gridava: « Omè, Agnel, come ti muti!   Not. XIII
Vedi che già non se’ né due né uno ».   [69]
Già eran li due capi un divenuti,   9, 18-19
quando n’apparver due figure miste   13, 1
in una faccia, ov’ eran due perduti.   [72]
Fersi le braccia due di quattro liste;
le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso
divenner membra che non fuor mai viste.   [75]
Ogne primaio aspetto ivi era casso:
due e nessun l’imagine perversa   13, 14
parea; e tal sen gio con lento passo.   [78]
Come ’l ramarro sotto la gran fersa
dei dì canicular, cangiando sepe,
folgore par se la via attraversa,   [81]   9, 11
sì pareva, venendo verso l’epe
de li altri due, un serpentello acceso,
livido e nero come gran di pepe;   [84]
e quella parte onde prima è preso
nostro alimento, a l’un di lor trafisse;
poi cadde giuso innanzi lui disteso.   [87]
Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse;
anzi, co’ piè fermati, sbadigliava   10, 1; 3, 12
pur come sonno o febbre l’assalisse.   [90]   3, 3
Elli ’l serpente e quei lui riguardava;   9, 18-19
l’un per la piaga e l’altro per la bocca
fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.   [93]
Taccia Lucano omai là dov’ e’ tocca
del misero Sabello e di Nasidio,
e attenda a udir quel ch’or si scocca.   [96]
Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,
ché se quello in serpente e quella in fonte   13, 11
converte poetando, io non lo ’nvidio;   [99]
ché due nature mai a fronte a fronte
non trasmutò sì ch’amendue le forme   Not. XIII
a cambiar lor matera fosser pronte.   [102]
Insieme si rispuosero a tai norme,   7, 13; 13, 14
che ’l serpente la coda in forca fesse,
e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.   [105]
Le gambe con le cosce seco stesse
s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura
non facea segno alcun che si paresse.   [108]
Togliea la coda fessa la figura
che si perdeva là, e la sua pelle
si facea molle, e quella di là dura.   [111]
Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,
e i due piè de la fiera, ch’eran corti,
tanto allungar quanto accorciavan quelle.   [114]
Poscia li piè di rietro, insieme attorti,
diventaron lo membro che l’uom cela,
e ’l misero del suo n’avea due porti.   [117]
Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela   9, 18 
di color novo, e genera ’l pel suso
per l’una parte e da l’altra il dipela,   [120]
l’un si levò e l’altro cadde giuso,
non torcendo però le lucerne empie,
sotto le quai ciascun cambiava muso.   [123]
Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,
e di troppa matera ch’in là venne
uscir li orecchi de le gote scempie;   [126]
ciò che non corse in dietro e si ritenne
di quel soverchio, fé naso a la faccia
e le labbra ingrossò quanto convenne.   [129]
Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,
e li orecchi ritira per la testa
come face le corna la lumaccia;   [132]
e la lingua, ch’avëa unita e presta
prima a parlar, si fende, e la forcuta   9, 18
ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.   [135]
L’anima ch’era fiera divenuta,
suffolando si fugge per la valle,
e l’altro dietro a lui parlando sputa.   [138]
Poscia li volse le novelle spalle,   Not. XIII
e disse a l’altro: « I’ vo’ che Buoso corra,   16, 13-14
com’ ho fatt’ io, carpon per questo calle ».   [141]
Così vid’ io la settima zavorra
mutare e trasmutare; e qui mi scusi   Not. XIII
la novità se fior la penna abborra.   [144]   Not. VII
E avvegna che li occhi miei confusi 
fossero alquanto e l’animo smagato,   3, 3
non poter quei fuggirsi tanto chiusi,   [147]
ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;
ed era quel che sol, di tre compagni   16, 13-14
che venner prima, non era mutato;   Not. XIII
l’altr’ era quel che tu, Gaville, piagni.   [151]


Introduzione

■Come sopra ricordato, i tre canti Inf. XXIII, XXIV, XXV vengono esaminati insieme in quanto topograficamente si collocano nella zona del terzo ciclo settenario della prima cantica dove sono prevalenti i temi del sesto stato. Essi sono preceduti da due canti, Inf. XXI, XXII, nei quali la parodia si è esercitata soprattutto su temi propri del quinto stato e seguìti da un canto, Inf. XXVI, che avvia il quarto ciclo. Preminenza tematica non significa esclusività. Ogni stato infatti, che ha differenti termini iniziali e finali, è concatenato per “concurrentia”, come le maglie di un’armatura, con quello che precede e con quello che segue; ha inoltre in sé una grande ricchezza di motivi e contiene temi di tutti gli altri periodi della storia della Chiesa, consentendo al parodiare innumerevoli intrecci e variazioni che rompono i confini letterali stabiliti dai canti e da tutte le divisioni materiali per cerchi, gironi, cieli. Così, nel gruppo di canti che riunisce la sesta e la settima bolgia, gli ipocriti e i ladri, la semantica, che nella lettera dei versi trasforma i temi del sesto stato, è accentuata con la fuga dai Malebranche nel passaggio dalla quinta alla sesta bolgia (XXIII, 1-57), poi in alcune parti dell’episodio degli ipocriti (XXIII, 94-100, 111, 133-135), affiora quindi a tratti nel passaggio dalla sesta alla settima bolgia (Inf. XXIV, 37, 43, 58-59, 66) per risuonare infine fortissimo nella descrizione dei ladri e delle loro metamorfosi nella seconda parte del canto e in quello successivo. Nel corso dell’esame verrà dato conto sia della tematica principale sia di quella che le fa da contrappunto o da interludio; il confronto tra i testi mostrerà, come sempre in questa ricerca, che la medesima esegesi di un passo dell’Apocalisse è stata utilizzata in momenti diversi della stesura del poema. Si tratta di una delle norme fondamentali che regolano il rapporto di parodia tra la Commedia e la Lectura super Apocalipsim. Si veda, ad esempio, il caso dell’esegesi di Ap 6, 4 (apertura del secondo sigillo), che è ordito per la trama sia del parlare di Francesca (Inf. V, 97-102) come di Catalano dei Malavolti, uno dei due frati “godenti” bolognesi nella bolgia degli ipocriti (Inf. XXIII, 103-108). Se identiche sono le parole, la loro collocazione è del tutto diversa nei due distinti episodi.

■ Il dramma che si è svolto nella bolgia dei barattieri, perché di dramma si è trattato e non di una “buffa beneficiata” come a ragione sosteneva Luigi Pirandello, raggiunge l’acme nella precipitosa fuga finale verso la sesta bolgia, dove i Malebranche non possono più nuocere. Il tessuto elaborato dalla parodia è quello della fuga alle pietre e ai sassi all’apertura del sesto sigillo, quando un grande terremoto spinge le genti terrorizzate a rivolgersi ai santi (le “pietre”) per chiedere protezione. I monti si spostano, le isole si muovono, le pietre si fanno condiscendenti, pendenti, inclinate e consentono una via di fuga (6, 12-17). Si tratta di ordito sul quale è stata o sarà intrecciata la trama di non pochi luoghi, come ad esempio la similitudine con l’anno giubilare (Inf. XVIII, 25-33), il Vespro siciliano (Par. VIII, 73-78), l’assassinio di Buondelmonte (Par. XVI, 140-141).

Tutto il viaggio all’inferno, proiezione di questa vita nell’Erebo cristiano, è uno stare mescolati coi reprobi, ovvero un correre con essi: “corpus reproborum continue in hac vita currit quasi commixtum et confligens cum corpore seu collegio electorum” (prologo, Notabile II). Di qui il verso: “Mentre noi corravam la morta gora” (Inf. VIII, 31). Oppure l’andata in “fiera compagnia” con i dieci demoni dalla non buona sembianza che scortano Dante e Virgilio verso un passaggio alla sesta bolgia che non esiste (Inf. XXII, 13-15). Nella sesta bolgia, dov’è il “collegio” degli ipocriti, i due poeti ‘corrono’ “per l’aura fosca”, ma poi procedono secondo il passo lento dei dannati gravati dalle cappe (Inf. XXIII, 80-81).
Con cappe che li ammanta,
“gravi tanto, / che Federigo le mettea di paglia”, gli stanchi ipocriti mantengono al contrario la confortante promessa di Cristo a Tiàtira, la quarta chiesa d’Asia: «“non mittam”, id est non imponam, “super vos aliud pondus”», cioè i precetti della vecchia legge, che invece vige nell’inferno (Ap 2, 24). Camminano lentamente per la piazza della grande città, assimilata a Firenze “la gran villa”, dove Cristo venne crocifisso e dove giacciono in terra esposti al disprezzo di chiunque i due testimoni Enoch ed Elia apparentemente uccisi dall’Anticristo (Ap 11, 8-9). La condizione di Caifas nella bolgia degli ipocriti, “un, crucifisso in terra con tre pali”, posto di traverso nella via in modo da sentire il peso di chiunque passa (cfr. Ap 9, 11), è il “contrapasso” del giacere dei due testimoni “occisi et despecti” sulla piazza della città, grande un tempo per la giustizia, ora per la malizia.
La meraviglia di Virgilio al vedere Caifa crocifisso, che “tutto si distorse”, è dovuta letteralmente al fatto che, quando era sceso per la prima volta nel basso inferno, Cristo non era stato ancora crocifisso e dunque il poeta pagano non aveva potuto vedere Caifa punito. Spiritualmente, ora Virgilio prova la meraviglia che si insinua nel martirio psicologico del sesto stato, quando il martire vede cose mirabili che in realtà sono “intorta testimonia scripturarum sanctarum”, perché falsi pontefici insorgono, come Anna e Caifa insorsero contro Cristo (prologo, Notabile X).

All’inizio di Inf. XXIV, il turbamento di Virgilio di fronte al guasto ponte della sesta bolgia è reso con la similitudine del villanello che abbisogna del foraggio per il bestiame e che sconfortato non sa il da farsi di fronte a quella che crede neve e invece è brina che presto si scioglie ai raggi del sole facendogli riacquistare la speranza di pascere le sue pecorelle. Al villanello sono appropriati temi, già largamente variati nella descrizione dei pusillanimi in Inf. III, presenti nel rimprovero al tiepido vescovo di Laodicea, la settima chiesa d’Asia (Ap 3, 15.17): l’essere ignorante, misero e povero. Virgilio, invece, se è rimasto turbato d’ira per essersi fatto ingannare dai Malebranche bugiardi (Ap 15, 8), dimostra di aver riacquistato tutta la sua sicurezza e di essere dotato delle le virtù contrarie alla “cecità” rimproverata al vescovo, nonostante l’ira gli abbia per poco offuscato l’occhio della mente: prende consiglio su come affrontare la via, si mostra previdente su quello che dovrà fare dopo, indicando al discepolo le schegge di roccia cui aggrapparsi e avvisandolo di provarle prima se siano salde in modo da potervisi reggere; mostra insomma di essere, al contrario dei pusillanimi, uno dei “divites in spiritualibus … prudentes et scientes consilia summi Dei”.

■ Al termine del passaggio, un saliscendi, dalla sesta alla settima bolgia, è il tempo dei ladri e delle loro trasformazioni, che si articolano variando soprattutto temi propri del sesto periodo della storia della Chiesa. Il serpente, principale strumento della punizione divina, non è solo assimilabile al ladro per la furtiva astuzia; è fra le bestie feroci create nel sesto giorno, prima dell’uomo che avrebbe dovuto dominarle e che invece regredisce alla loro natura, mentre la bestia si muta in uomo, mostrando l’instabilità stessa della forma umana.
Vanni Fucci, “bestia
, appare sulla scena con i panni dell’Anticristo, la bestia di Ap 13, 3 che, nella sesta e grande guerra contro la Chiesa, muore e poi risorge: così il ladro pistoiese, trafitto dal serpente, subitamente “s’accese e arse, e cener tutto / convenne che cascando divenisse” e poi la polvere riassunse con altrettanta rapidità la forma originaria (Inf. XXIV, 100-105). Colto dal poeta nella miseria della propria pena, recita anche la parte dei mercanti (i “naviganti”) che piangono dolenti la caduta di Babylon mettendosi la polvere sul capo, riconoscendo la propria fragilità e miseria ora che hanno perduto i commerci con la grande città (Ap 18, 19). E il suo interlocutore augura a Pistoia la fine della prostituta, la quale verrà bruciata e incenerita dai dieci re – designati dalle dieci corna della bestia -, in modo che non rimanga segno del suo precedente stato e della sua gloria (Ap 17, 16). Anima piovuta dalla tossica terra di Toscana, dice della propria colpa –  “in giù son messo tanto perch’ io fui / ladro a la sagrestia d’i belli arredi, / e falsamente già fu apposto altrui” – come di un sacrilego sottrarre o aggiungere parole alla Scrittura (vv. 137-139; Ap 22, 18-19). Più superbo di Capaneo, prorompe in blasfemie applicando alla futura sconfitta dei Bianchi a “Campo Picen” le prerogative di Cristo, del quale è tipico il colore bianco e l’uscire vittorioso nel campo del mondo (vv. 148, 150; Ap 6, 2), oppure parodiando – “le mani alzò con amendue le fiche” – l’angelo dal volto solare che, al suono della sesta tromba, giura levando le mani al cielo (Inf. XXV, 1-3; Ap 10, 5-7). Nel fuggire viene inseguito dal centauro-drago Caco, strumento della giustizia divina che egli stesso ha sperimentato “sotto la mazza d’Ercule” (vv. 31-33; Ap 19, 15).

■ Alla trasformazione del superbo Vanni Fucci, uomo incenerito e poi ripristinato, fanno seguito altre due metamorfosi. Entrambe significano la perdita dell’individuo cui subentra la bestia. Nella prima, Cianfa Donati (il “serpente con sei piè”) e Agnolo Brunelleschi si avvinghiano a formare qualcosa che non è “né due né uno … due figure miste / in una faccia”, parodia dei due Testamenti, che però sono uno e due insieme mentre l’imagine perversa” non è né vecchia né nuova (Inf. XXV, 49-78). Nella seconda (vv. 79-151), a “mutare e trasmutare” reciprocamente le loro forme, umana e serpentina, nella materia dell’altro, mostrando in tal modo l’instabilità dell’essere umano, sono Buoso Donati e il Guercio Cavalcanti. Anche in questo caso, i personaggi che cambiano pelle recitano la parodia dei due Testamenti, nei quali alla durezza del Vecchio subentra la morbidezza del Nuovo (ma il “color novo” che si genera è velato, come il Vecchio, a causa del fumo); nonché la parodia della Scrittura che si allarga o stringe, della sua distorta interpretazione, della babelica divisione dell’unica lingua, della misura e struttura della Gerusalemme celeste. Su tutto aleggia “il senso di stupore e d’orrore da cui è nato il canto” (Momigliano), che ora è lo stupore di fronte a visioni mostruose e al termine del viaggio sarà la meraviglia provata dal pellegrino in “quella Roma onde Cristo è romano” (Ap 21, 17).
Il sesto stato è per eccellenza il momento dell’imitazione di Cristo – con Francesco inizia il secondo avvento -, quando la fede viene impressa e sigillata e l’opera assomiglia in modo più perfetto al suo esemplare. In esso si rinnova la vita evangelica, viene sconfitto l’Anticristo e condannata l’ingratitudine e la malizia della nuova Babilonia, si convertono i due popoli, cioè le genti e Israele, viene riedificata la Chiesa primitiva degli Apostoli. Corrisponde al sesto giorno della creazione, in cui vennero creati prima i rettili e le bestie irrazionali, poi l’uomo che, come l’ordine evangelico, è fatto a immagine e somiglianza di Dio e domina tutti gli animali. Ma è anche segnato, al tempo della sesta guerra, dal prevalere della bestialità, con l’ascendere della bestia dal mare (Ap 13, 1) e della bestia dalla terra (Ap 13, 11); mai come nel sesto periodo la vita bestiale si è mischiata con le membra della Chiesa (Ap 13, 1).
Se nel sesto stato l’uomo razionale, creato nel sesto giorno, si configura di più a Cristo suo esempio perché uomo evangelico, chi meglio di Francesco potrebbe rappresentarlo? L’odioso matrimonio con Povertà, da tutti rifiutata, e il grottesco correre dei tre primi compagni dietro la sposa di un altro, sono, come intendeva Auerbach, una sublime degradazione. Le parole di Tommaso d’Aquino, in Par. XI, esprimono la più alta conformità con Cristo, quella dei primi cinque membri della famiglia francescana, per mezzo di una metamorfosi in positivo dell’esegesi dei tre spiriti immondi al modo delle rane, nunzi dell’Anticristo e famigliari dei demoni (Ap 16, 13-14). Con gli stessi temi sono vestiti i cinque ladri fiorentini, degradante immagine di una novità perversa, figura dell’uomo razionale regredito a bestia, incapace di mantenere stabilmente la sua forma, quella più simile a Cristo, tornando alla natura del serpente creato prima dell’uomo.

1. Fuga alla sesta bolgia

All’apertura del sesto sigillo (Ap 6, 12-17) un grande terremoto – interpretato sia come eventi naturali che come sovvertimenti politici – provocherà terrore negli uomini senza distinzione di stirpe o di grado, le coscienze saranno sconvolte e si convertiranno o si induriranno maggiormente. Quanti saranno indotti alla penitenza si rifugeranno fra i sassi e le spelonche dei monti petrosi – che si faranno pietosi, condiscendenti e misericordiosi -, cioè chiederanno ausilio ai santi fermi nella fede fuggendo l’irato volto di Cristo giudice: «Dixeruntque “montibus et petris” (Ap 6, 16), id est sanctis sublimibus et firmis in fide: “Cadite super nos”, per piam scilicet affectionem et condescensionem, “et abscondite nos”, per vestram scilicet intercessionem». Cristo stesso predisse mali simili, dicendo: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me ma su voi stesse” (Luca 23, 28), e ancora: “allora cominceranno a dire ai monti: cadete su di noi, e ai colli: copriteci” (ibid., 23, 30). Guerre e sedizioni, all’apertura del sesto sigillo, sovvertiranno le isole e i monti, cioè le città e i regni (Ap 6, 14); le isole si muoveranno e i monti saranno traslati (Ap 16, 20); verrà cioè sconvolto, in modo imprevedibile, quel che vi è di più stabile e adatto all’umana quiete in mare, oppure di più sicuro ed eminente in terra.
Nel passaggio, numericamente non casuale, dalla quinta alla sesta bolgia, i temi dell’apertura del sesto sigillo (Ap 6, 12-17) percorrono, commisti con i motivi del quinto stato largamente diffusi e prevalenti nei due canti precedenti, l’episodio della fuga di Dante e di Virgilio dai rissosi Malebranche, per causa loro “scherniti con danno e con beffa”, quindi crudelmente accesi d’ira (Inf. XXIII, 1-57; Ap 9, 5-6; 9, 8: quinta tromba). Dante è spaventato (“i’ ho pavento”) e già sente i diavoli venire dietro (“che già li sento”), chiede a Virgilio di nascondersi (“… Maestro, se non celi / te e me tostamente …”). Virgilio, che vede come in uno specchio i pensieri del discepolo (ciò è proprio dei beati nella vitrea Gerusalemme celeste: Ap 21, 11.18.21), con rapido consiglio, decide di scendere nell’altra bolgia dalla “destra costa”, meno ripida, per fuggire “l’imaginata caccia”. La “costa” e lo “scendere” sono temi del quinto stato, il momento della pia condescensione che frange l’ardua e ripida altezza dello stato precedente dei contemplativi anacoreti. Nel Notabile VII del prologo si recano gli esempi di Cristo che condiscese agli infermi e di Adamo al quale venne sottratta una forte “costa” (simbolo della solitudine austera degli anacoreti del quarto stato), che Dio nel creare Eva riempì di pietas. Più volte nel poema la “costa” della ripa infernale, o della montagna del purgatorio, che giace o che è corta o che cala o che pende, si abbina allo “scendere” in modo da far via in giù o in su, indicando la rottura della solitaria arditezza, del luogo “alpestro” a vantaggio del condiscendere pietoso, del dar via. Non “sanza voler divino e fato destro” – come promesso nel libro che contiene i divini decreti (Ap 5, 1) – Virgilio va a “tal baratta” coi Malebranche (Inf. XXI, 79-84). La ‘destra mano’, segno di sicura andata, non si registra nell’inferno unicamente con il volgersi verso gli eretici e nello scendere all’approdo di Gerione. Nel drammatico passaggio dalla quinta alla sesta bolgia, sovrastati dai diavoli che li inseguono, Virgilio e Dante sono aiutati dalla “destra costa” che giace, che cioè pende meno ripida (Inf. XXIII, 31-33).
Virgilio fa appena in tempo a esprimere il suo intento, che Dante vede venire i diavoli con le ali tese per ghermirlo. Il maestro lo prende (recita con valore positivo il tema del ladro: Ap 3, 3; cfr. Inf. XXI, 22-45) e “giù dal collo de la ripa dura” si abbandona supino “a la pendente roccia” (‘inclinata’: il quinto stato è “declinans”: prologo, Notabile III) portandosi il discepolo al petto come la madre il figlio (ancora la pietas del quinto stato: Ap 5, 1), finché non arriva nella sesta bolgia. I diavoli sono sopra il colle dal quale i due poeti si sono appena calati, ma nella sesta bolgia “non … era sospetto” perché la Provvidenza, che ha posto i Malebranche a guardia della quinta, impedisce loro di oltrepassarne i confini (Ap 9, 14: sesta tromba). Il darsi di Virgilio “a la pendente roccia” è immagine che traspone il tema della fuga presso i monti, i colli, i sassi, le pietre che diventano condiscendenti e coprono le genti terrorizzate dall’ira del giudice. Il tema ritorna alla fine del canto (Inf. XXIII, 133-138), allorché il frate gaudente Catalano de’ Malavolti, a Virgilio che gli chiede se vi sia una via d’uscita dalla bolgia, risponde che “s’appressa un sasso che da la gran cerchia / si move e varca tutt’ i vallon feri”; questo sasso è rotto sopra la sesta bolgia, ma la rovina, poiché “giace in costa”, permette di salirvi (cfr. infra). Si tratta, anche in questo caso, di un sasso ‘condiscendente’, che consente il passaggio. La rottura del ponte sopra la sesta bolgia è stata causata, come spiegato da Malacoda, dal terremoto che scosse l’inferno al momento della morte di Cristo (Inf. XXI, 106-114), prefigurazione di quello che accompagna l’apertura del sesto sigillo, nel momento del secondo avvento di Cristo nei suoi discepoli spirituali.
La similitudine che esprime la velocità di Virgilio nello scendere – “Non corse mai sì tosto acqua per doccia / a volger ruota di molin terragno, / quand’ ella più verso le pale approccia” (vv. 46-48) – fa segno nel verbo volgere del passaggio al sesto stato; il verbo tornerà con il volgersi di Virgilio sull’anca di Lucifero, che è passaggio verso la sesta età, quella della Chiesa, descritta nel Purgatorio (Inf. XXXIV, 76-81).
Nello spavento di Dante (“fuerunt vehementer perterriti … propter illud temporale exterminium quod sibi a Dei iudicio velint nolint sentient supervenisse”), che immagina l’inseguimento dei diavoli (“Già mi sentia tutti arricciar li peli / de la paura e stava in dietro intento”), sono presenti anche elementi semantici che rinviano agli effetti del terremoto: i peli sono un tema appropriato nell’esegesi (Ap 6, 14) al sole che annerisce, l’arricciarsi è accostabile all’arrotolarsi e nascondersi del cielo come un volume che si arrotola. Il cielo indica infatti la “celestis puritas et sublimitas” e può essere assimilato al capo (“vertex mentis et sapientie”) e ai capelli (i pensieri e gli affetti sottili e spirituali, o la pienezza dei doni dello Spirito) di Cristo sommo pastore (Ap 1, 14; Inf. XXIII, 19-21).

Un caso di roccia rotta da un terremoto, che consente una via di scesa, è la rovina per la quale Virgilio e Dante scendono verso il Flegetonte, anch’essa mossasi dalla cima del monte a causa del terremoto verificatosi in morte di Cristo (Inf. XII, 1-10, 31-45). È simile a “quella ruina che nel fianco (la ‘costa’ da cui fu creata Eva, che sempre indica la rottura dell’arduo in pro del pietoso dar via) / di qua da Trento l’Adice percosse, / o per tremoto o per sostegno manco”. Nella discesa spesso le pietre si muovono sotto i piedi del poeta, “per lo novo carco” (vv. 28-30), cioè sotto il peso di un corpo vivo, ma il ‘nuovo’ è anche indice del sesto stato, del secolo che si rinnova, del nuovo avvento di Cristo nei suoi discepoli spirituali, che ripercorre il primo avvento del Salvatore quando, come  afferma Virgilio, “questa vecchia roccia, / qui e altrove, tal fece riverso” (vv. 44-45).

■ La tribù Levi, una delle dodici tribù d’Israele dalle quali provengono i segnati all’apertura del sesto sigillo, designa la speranza nei confronti della pietà e liberalità di Dio che elargisce al di là dei voti e meriti, oltre quanto si aspetta; Levi significa “aggiunto”. Se si congiungono le caratteristiche delle tribù di Simeone e di Levi – benignità, misericordia, pietà da una parte e liberalità dall’altra -, si ottengono alcune delle prerogative della Vergine lodate nella preghiera di san Bernardo (Par. XXXIII, 16-19), la quale rientra nella tematica propria della tribù di Simeone in quanto orazione che impetra grazia e, poiché devota, grata ed esaudita (Par. XXXII, 147-148; XXXIII, 40-42). I motivi della benignità e della liberalità sono congiunti nella “cortesia del gran Lombardo / che ’n su la scala porta il santo uccello” a Par. XVII, 73-75. Un esempio di liberalità nell’elargire oltre le speranze sta nella risposta del frate Catalano – “Più che tu non speri” – a Virgilio che gli chiede come uscire dalla sesta bolgia: il muoversi del gran sasso, rotto nel sesto ponte ma che consente la salita all’argine della settima bolgia, è tema che accompagna il terremoto in apertura del sesto sigillo (Inf. XXIII, 133-138).
Come nel drammatico passaggio dalla quinta alla sesta bolgia, sovrastati dai diavoli che li inseguono, Virgilio e Dante sono aiutati dalla “destra costa” che giace, che cioè pende meno ripida (Inf. XXIII, 31-33), così il condiscendente sasso, pregno di liberalità, s’appressa “a la man destra” (v. 129), che segna il cammino sicuro, voluto nel cielo, come scritto nel libro, promesso ed elargito.

 

Tab. I

[LSA, cap. VI, Ap 6, 15-17 (IIa visio, apertio VIi sigilli, IIum initium)] Rursus viris evangelicis in sui adventus primordio zelantibus et predicantibus fervide contra ista, evidentius inclaruerunt omnibus mala predicta, ipsisque alte comminantibus et preconizantibus iram et adventum iudicis in ianua esse, multi “reges” et “principes” et “divites” et pauperes fuerunt vehementer perterriti, propter quod “absconderunt se in speluncis et petris montium” (Ap 6, 15), id est in secreta et firma conversatione sublimium sanctorum recurrendo, scilicet humiliter, ad eorum refugium. Dixeruntque “montibus et petris” (Ap 6, 16), id est sanctis sublimibus et firmis in fide: “Cadite super nos”, per piam scilicet affectionem et condescensionem, “et abscondite nos”, per vestram scilicet intercessionem, “a facie”, id est ab animadversione, “sedentis super tronum”, id est deitatis regnantis, “et ab ira Agni”, id est Christi hominis. “Et quis poterit stare” (Ap 6, 17), scilicet coram sic terribili et irata facie tanti iudicis, quasi dicat: vix etiam ipsi iusti, quanto magis nos impii?

[LSA, prologus, Notabile V] […] tuncque (in quinto statu) congrue instituta est vita condescensiva, ut nequeuntibus in arduis perdurare daretur  locus gratie in mediocri statu.

[LSA, prologus, Notabile VII] Prima (responsio) est quia licet condescensio quinti status in infirmis, pro quibus fit, sit imperfectior, in sanctis tamen, arduas perfectiones priorum statuum in habitu mentis tenentibus et ex sola caritate et infirmorum utilitate condescendentibus, est ipsa condescensio ad perfectionis augmentum, prout patet in Christo infirmis condescendente. Unde et Ade subtracta est fortis costa ad formationem Eve, “et replevit” Deus “carnem pro ea” (Gn 2, 21), id est pietatem condescensionis pro robore solitarie austeritatis.

[LSA, cap. VI, Ap 6, 13-14 (apertio VIi sigilli, IIIum initium)] Unde suscitationem spiritus preibunt in ecclesia quedam bella subvertentia insulas et montes (cfr. Ap 6, 14), id est urbes et regna. […] propter que omnia plures non solum boni, sed etiam mali fortiter perterrebuntur non solum a visu et perpessione tantorum malorum, sed etiam suspicione et expectatione longe maiorum (cfr. Ap 6, 13). Tunc etiam plures signabuntur ad militiam spiritalem, quamvis sint pauci respectu multitudinis reproborum.

[LSA, cap. VI, Ap 6, 12-17 (apertio VIi sigilli, IVum initium)] Dicit ergo: “Et ecce terremotus factus est magnus” (Ap 6, 12), de quo scilicet infra XVIII° (Ap 18, 21) dicitur quod “unus angelus fortis sustulit lapidem quasi molarem magnum, et misit in mare dicens: Hoc impetu mittetur Babilon illa magna civitas, et ultra iam non invenietur”. Per “mare”  autem, ut infra tangetur, designatur fluctus infidelium nationum et etiam pregrandis amaritudo tante submersionis et etiam ruine. […] Tunc etiam montes, id est regna ecclesie, et “insule”, id est monasteria et magne ecclesie in hoc mundo quasi in solo seu mari site, movebuntur “de locis suis” (Ap 6, 14), id est subvertentur et eorum populi in mortem vel in captivitatem ducentur. Tunc etiam, tam propter illud temporale exterminium quod sibi a Dei iudicio velint nolint sentient supervenisse, quam propter desperatum timorem iudicii eterni eis post mortem superventuri, sic erunt omnes, tam maiores quam medii et minores, horribiliter atoniti et perterriti quod preeligerent montes et saxa repente cadere super eos. Ex ipso etiam timore fugient et abscondent se “in speluncis” et inter saxa montium (cfr. Ap 6, 15-17). Est enim tunc nova Babilon sic iudicanda sicut fuit carnalis Iherusalem, quia Christum non recepit, immo reprobavit et crucifixit. Unde Luche XXII<I>° predicit ei Christus mala consimilia istis, dicens (Lc 23, 28): “Filie Iherusalem, nolite flere super me, sed super vos ipsas flete”, et paulo post (23, 30): “Tunc incipient dicere montibus: Cadite super nos, et collibus: Cooperite nos”.

Inf. XII, 4-9, 28-30, 34-36, 44-45, 79-81

Qual è quella ruina che nel fianco
di qua da Trento l’Adice percosse,

o per tremoto o per sostegno manco,
che da cima del monte, onde si mosse,
al piano è sì la roccia discoscesa,
ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse …….

Così prendemmo via giù per lo scarco
di quelle pietre, che spesso moviensi
sotto i miei piedi per lo novo carco.

Or vo’ che sappi che l’altra fïata
ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,
questa roccia non era ancor cascata.

e in quel punto questa vecchia roccia,
qui e altrove, tal fece riverso.

Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,
disse a’ compagni: “Siete voi accorti
che quel di retro move ciò ch’el tocca?”

 Inf. XIV, 82-84, 139-142; XV, 1-10

Lo fondo suo e ambo le pendici
fatt’ era ’n pietra, e ’ margini dallato;   pietre
per ch’io m’accorsi che ’l passo era lici.

Poi disse: “Omai è tempo da scostarsi
dal bosco; fa che di retro a me vegne:
li margini fan via, che non son arsi,
e sopra loro ogne vapor si spegne”.

Ora cen porta l’un de’ duri margini;
e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia,
sì che dal foco salva l’acqua e li argini.
Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
temendo ’l fiotto che ’nver’  lor s’avventa,
fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia;
e quali Padoan lungo la Brenta,
per difender lor ville e lor castelli,
anzi che Carentana il caldo senta:   Chiarentana
a tale imagine eran fatti quelli

Inf. XXIII, 16-24, 31-45, 52-54, 133-138

‘Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa,
ei ne verranno dietro più crudeli
che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’.
Già mi sentia tutti arricciar li peli
de la paura e stava in dietro intento,
quand’ io dissi: “Maestro, se non celi
te e me tostamente, i’ ho pavento
 d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;

io li ’magino sì, che già li sento”.

“S’elli è che sì la destra costa giaccia,
che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,
noi fuggirem l’imaginata caccia”.
Già non compié di tal consiglio rendere,
ch’io li vidi venir con l’ali tese
non molto lungi, per volerne prendere.
Lo duca mio di sùbito mi prese,
come la madre ch’al romore è desta
e vede presso a sé le fiamme accese,
che prende il figlio e fugge e non s’arresta,
avendo più di lui che di sé cura,
tanto che solo una camiscia vesta;
e giù dal collo de la ripa dura
supin si diede a la pendente roccia,
che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.

A pena fuoro i piè suoi giunti al letto
del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle
 sovresso noi; ma non lì era sospetto

Rispuose adunque: “Più che tu non speri
s’appressa un sasso che da la gran cerchia
si move e varca tutt’ i vallon feri,
salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia;
montar potrete su per la ruina,
che giace in costa e nel fondo soperchia”.

Inf. XXV, 25-27

Lo mio maestro disse: « Questi è Caco,
che, sotto ’l sasso di monte Aventino,
di sangue fece spesse volte laco.

Par. XXV, 37-39

Questo conforto del foco secondo
mi venne; ond’ io leväi li occhi a’ monti
che li ’ncurvaron pria col troppo pondo.

 

Tab. II

[LSA, cap. VI, Ap 6, 14 (IIa visio, apertio VIi sigilli, IIum initium)] Ex hiis autem “celum”, id est celestis puritas et sublimitas ecclesiastici status, “recessit” quasi “liber involutus” (Ap 6, 14), id est in paucis bonis absconsus et clausus et in reliquis per plicas iniquitatum multiplices confusus. Rursus viris evangelicis in sui adventus primordio zelantibus et predicantibus fervide contra ista, evidentius incla-ruerunt omnibus mala predicta, ipsisque alte commi-nantibus et preconizantibus iram et adventum iudicis in ianua esse, multi “reges” et “principes” et “divites” et pauperes fuerunt vehementer perterriti, propter quod “absconderunt se in speluncis et petris montium” (Ap 6, 15) […].

[LSA, cap. VI, Ap 6, 14 (apertio VIi sigilli, IVum initium)] Tunc etiam, tam propter illud temporale exterminium quod sibi a Dei iudicio velint nolint sentient supervenisse, quam propter desperatum timorem iudicii eterni eis post mortem superventuri, sic erunt omnes, tam maiores quam medii et minores, horribiliter atoniti et perterriti quod preeligerent montes et saxa repente cadere super eos. 

[LSA, cap. I, Ap 1, 14 (radix Ie visionis)] Quarta (perfectio summo pastori condecens) est reverenda et preclara sapientie et consilii maturitas per senilem et gloriosam canitiem capitis et crinium designata, unde subdit: “caput autem eius et capilli erant candidi tamquam lana alba et tamquam nix” (Ap 1, 14). Per caput vertex mentis et sapientie, per capillos autem multitudo et ornatus subtilissimorum et spiritua-lissimorum cogitatuum et affectuum seu plenitudo donorum Spiritus Sancti verticem mentis adornan-tium designatur.

Inf. XXIII, 19-21

Già mi sentia tutti arricciar li peli
de la paura e stava in dietro intento,
quand’ io dissi: …………………………

 

2. “Al collegio de l’ipocriti tristi”

Il passaggio dalla quinta bolgia (dei barattieri) alla sesta (degli ipocriti) costituisce una delle più significative metamorfosi dei temi relativi all’apertura del sesto sigillo (Inf. XXIII, 31-57: cfr. supra). I temi del sesto stato si registrano, in modo prevalente, nella sesta e settima bolgia, fino al termine del canto XXV. Tuttavia, come di consueto, ai temi principali fanno da contrappunto motivi propri di altri gruppi riferibili a stati diversi, che la parodia intreccia liberamente. Si ricorda che gli “stati” – le categorie strutturali dell’esegesi apocalittica di Olivi parodiate nel viaggio di Dante – non sono solo periodi storici, corrispondono anche a modi di essere degli individui, habitus propri di qualsiasi momento. Se, ad esempio, ragione, devozione e pietà sono tipici, rispettivamente, del terzo, quarto e quinto stato, li si può ritrovare, variamente appropriati, in senso positivo o negativo, in ogni tempo e persona. Così in Inf. XXIII, dopo le prime diciannove terzine (vv. 1-57) segnate prevalentemente dalla tematica del sesto stato (intrecciata con quella di altri gruppi), ne seguono dodici (vv. 58-93) prima che riprendano dal verso 95 i motivi del sesto periodo.

  • A Tiàtira, la chiesa del quarto stato, viene detto che non verrà messo o imposto su di essa altro peso più grave e importabile (come è invece proprio dell’alta superbia di Satana): «Ne autem boni propter tantam severitatem iudiciorum Dei credant se ad alia graviora et quasi importabilia teneri, ideo hoc excludit subdens … non mittam”, id est non imponam, “super vos aliud pondus”» (Ap 2, 24). Con parodia che varia in modo dissonante i temi originari, gli ipocriti della sesta bolgia sono ammantati di cappe dorate di fuori ma dentro di piombo, “e gravi tanto, / che Federigo le mettea di paglia … la grave stola” (Inf. XXIII, 65-66, 90). A Tiàtira deve bastare ciò che già ha, cioè la legge evangelica: «“Tantum id quod habetis”, scilicet evangelium meum et meam evangelicam legem, “tenete donec veniam”, scilicet ad vos remunerandos, id est usque ad mortem» (Ap 2, 25). Uno dei dannati usa il tema nel rivolgersi a Virgilio  e a Dante: Tenete i piedi, / voi che correte sì per l’aura fosca!” (vv. 77-78).

  • Tutto il viaggio all’inferno è uno stare mescolati coi reprobi, ovvero un correre con essi, come avviene in questa vita: “corpus reproborum continue in hac vita currit quasi commixtum et confligens cum corpore seu collegio electorum” (prologo, Notabile II). Di qui il verso: “Mentre noi corravam la morta gora” (Inf. VIII, 31). Oppure l’andata in “fiera compagnia” dei dieci demoni dalla non buona sembianza che scortano Dante e Virgilio verso un passaggio alla sesta bolgia che non esiste (Inf. XXII, 13-15). Nella sesta bolgia, dov’è il “collegio” degli ipocriti, i due poeti ‘corrono’ “per l’aura fosca” (nella tenebrosa sede della bestia: Ap 16, 10), ma poi procedono secondo il passo lento dei dannati gravati dalle cappe (Inf. XXIII, 80-81).

  • I motivi da Ap 6, 5 (apertura del terzo sigillo, con l’apparizione del cavallo nero) possono essere collazionati con quelli, sopra menzionati, da Ap 2, 24-25 (istruzione data a Tiàtira, la quarta chiesa d’Asia). Se alla chiesa del quarto stato viene detto che non verrà messo o imposto su di essa altro peso più grave, bastandole ciò che già ha, cioè la legge evangelica, ad Ap 6, 5 si tratta della bilancia e del pesare in modo retto o torto e mendace la Scrittura. Gravata dal peso imposto, “quella gente stanca” (tema del cavallo pallido che si mostra all’apertura del quarto sigillo: Ap 6, 8; vv. 60, 70) procede tanto piano che i due poeti si trovano accanto sempre nuovi dannati (Inf. XXIII, 61-72). Gravame che si accompagna al motivo della bilancia: “Le cappe rance / son di piombo sì grosse, che li pesi / fan così cigolar le lor bilance” (vv. 100-102). Ad Ap 6, 5 rinvia anche  lo storcersi di Caifa al vedere Dante (v. 112), del tutto simile a quello dei piedi del simoniaco Niccolò III al sentirlo parlare come imposto da Virgilio (Inf. XIX, 64) e a quello di Bruto “che pende dal nero ceffo” di Lucifero (Inf. XXXIV, 64-66): tutti e tre interpretarono in modo distorto la Scrittura, contro la Chiesa, Cristo, Cesare.

  • Ad Ap 1, 13 rinvia, con appropriazione negativa delle prerogative di Cristo (nel caso si tratta del manto sacerdotale), Inf. XXIII, 67 (“Oh in etterno faticoso manto”); volgersi indietro (vv. 68, 77, 80) è variazione, frequente nel poema, su un tema da Ap 1, 10-12 (Giovanni si volge alla voce della sua guida).

  • Come già Farinata (Inf. X, 22), poi Vanni Fucci (Inf. XXIV, 122) e altri  fino a Guido del Duca (Purg. XIV, 124), i dannati della sesta bolgia equivocano su “la parola tosca” (Inf. XXIII, 76, 91) alludendo all’esegesi della seconda guerra: «“serpens” dicitur per venenum malitie et erroris quo mundum extoxicat» (Ap 12, 9).

  • Alla stabilità del quarto stato (prologo, Notabile III) appartiene ristetti (Inf. XXIII, 82); aspetta (v. 80) rinvia al tema dell’attesa in apertura del quinto sigillo (Ap 6, 9.11), tardavali (v. 84) alla torpida quinta chiesa (Ap 3, 3); variazione sul motivo del silenzio, proprio del settimo stato (prologo, Notabile III), è l’inciso sanza far parola (v. 86); fuor giunti (v. 85) fa riferimento, con tonalità dissonante, agli angoli della Gerusalemme celeste che congiungono, rafforzandoli, i muri (Ap 21, 12).

 

3. Nella piazza della “gran villa”

Ad Ap 11, 8-9 (sesta tromba) si dice che i corpi dei due testimoni Enoch ed Elia, uccisi dall’Anticristo, “giaceranno nelle piazze della grande città, che spiritualmente si chiama Sodoma ed Egitto, dove anche il loro Signore fu crocifisso”. Secondo Gioacchino da Fiore, la grande città designa il regno di questo mondo – la città dei reprobi – e le sue piazze quegli uomini che scelsero le ampie vie che conducono alla perdizione, nelle quali giaceranno morti i corpi dei santi poiché l’intelligenza spirituale della Scrittura sarà morta con essi, una volta uccisi dalla bestia, e la verità, come dice Daniele (Dn 8, 12), sarà prostrata in terra. In questa Gerusalemme terrena l’Anticristo, predicando in qualità di messia e di salvatore, convocherà i Giudei. Concorda con questo Daniele: “uomini violenti del tuo popolo insorgeranno per adempiere la visione” (Dn 11, 14), per mantenere cioè le promesse della lettera dei profeti sulla Gerusalemme terrena e sul suo messia. Secondo Riccardo di San Vittore, la cui esegesi non si discosta su questo punto da quella di Gioacchino, nelle piazze della grande città, che un tempo fu grande per la giustizia e allora sarà grande per la malizia, giaceranno i corpi dei santi in modo che, al vederli, tutti paventino il seguire la loro fede, ed anche tengano in maggiore dispregio i due testimoni morti e la dottrina da essi predicata. La città viene chiamata “Sodoma”, cioè muta; ed “Egitto”, cioè tenebrosa, poiché sarà muta nel confessare la vera fede e tenebrosa per pravità. Oppure, aggiunge Olivi, l’appellativo “Egitto” designa l’eccesso di persecuzione verso Israele, cioè verso i santi, al modo del Faraone, che fece crudelmente tribolare il popolo di Dio, in particolare dal momento in cui ebbe l’ordine di uscire dall’Egitto. Come a quel tempo vi fu somma idolatria e avarizia, così anche qui ci sarà una grande idolatria dell’errore e un’abominevole adorazione dell’Anticristo. Uomini di ogni popolo, tribù, lingua e gente, confluiti da diverse parti nella città regia, vedranno i due testimoni giacere “occisi et despecti” per tre giorni e mezzo, fino alla loro inopinata resurrezione. Gli uomini dell’Anticristo “non permetteranno che i loro corpi vengano deposti nei monumenti”, cosicché di essi non resti alcuna memoria nei posteri, i loro cadaveri imputridiscano ed emanino fetore davanti a tutti e tutti li abbiano di conseguenza in maggiore dispregio.

Questo passo della sesta tromba è richiamato in più punti del poema. L’inciso relativo agli uomini, “qui sibi elegerunt vias latas ducentes ad perditionem”, conduce alle parole di Minosse rivolte al poeta in Inf. V, 20: “non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!” (nel senso di Matteo 7, 13: “lata porta et spatiosa via est, quae ducit ad perditionem”). Nello stesso canto, poco dopo, è presente il tema di Sodoma-città muta: “Io venni in loco d’ogne luce muto” (v. 28).

La condizione di Caifas nella bolgia degli ipocriti, “un, crucifisso in terra con tre pali”, posto di traverso nella via in modo da sentire il peso di chiunque passa (cfr. infra), è il “contrapasso” del giacere dei due testimoni “occisi et despecti” sulla piazza della grande città dove Cristo stesso venne crocifisso (Inf. XXIII, 109-126). Poco prima, ai due frati gaudenti Catalano e Loderingo, Dante ha dichiarato di essere nato e cresciuto “sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa” (vv. 94-95), rinviando a quanto scrive Riccardo di San Vittore sulla città un tempo grande per la giustizia, fattasi poi grande per la malizia. Fra le visioni di ira punita immaginate nel terzo girone del purgatorio, si presenta all’alta fantasia del poeta “un crucifisso, dispettoso e fero / ne la sua vista”, cioè Aman messo a morte da Assuero (Purg. XVII, 25-30).
Con il riferimento alla gran villa (v. 95), parodia della civitas magna “
scilicet Iherusalem, que olim fuit magna per iustitiam, tunc autem erit magna per malitiam”, della quale si parla nell’esegesi della sesta tromba (Ap 11, 8-9), riaffiora la tematica del sesto stato, subito ripresa nelle due terzine successive – “Ma voi chi siete … E l’un rispuose a me” (vv. 97, 100) dove si rinvia al passo, relativo all’apertura del sesto sigillo (Ap 7, 13), che tante variazioni registra nel corso del poema. Ma i fili del sesto stato, come avviene di consueto, sono intrecciati con quelli di altri gruppi esegetici. Vengono ripresi ai versi 133-135, con le parole del frate Catalano sul sasso che consente il passaggio verso la settima bolgia (cfr. supra).

La figura di Capaneo, “quel grande che non par che curi / lo ’ncendio e giace dispettoso e torto, / sì che la pioggia non par che ’l marturi” (Inf. XIV, 46-48), ha presente il gigante di Stazio “torvus adhuc visu” dopo la morte intervenuta per il fulmine di Giove (Theb. XI, 9-10). Per ritrovare nel panno teologico i fili dei due aggettivi, “dispettoso e torto”, bisogna collazionare Ap 11, 8-9 (sesta tromba) con un passo da Ap 6, 5, relativo all’apertura del terzo sigillo. In Ap 6, 5 l’esser ‘torto’ indica la falsa misurazione, che si fonda sull’errore e sul falso e intorto accoglimento della Scrittura, per mezzo della stadera dolosa, cui si riferiscono i Proverbi: “La bilancia falsa è in abominio al Signore” (Pro 11, 1). In Capaneo si può interpretare “torto” sia “di torvo aspetto”, sia “distorto nel corpo” poiché non rassegnato alla pena: in ogni caso, l’armatura teologica induce i motivi dell’errore, del falso, dell’abominio (da notare la concordia dell’Apocalisse con la Tebaide : «“Et videbunt de populis …”, scilicet quod sic occisi et despecti iacebunt in plateis” // “ille iacet … torvus adhuc visu”»). In questo caso, il panno (Ap 6, 5) è il medesimo da cui deriva lo storcere i piedi del simoniaco Niccolò III (Inf. XIX, 64) o lo storcersi di Bruto penzolante dal nero ceffo di Lucifero (Inf. XXXIV, 66). E ciò anche se, a differenza della terza bolgia e della Giudecca, l’episodio di Capaneo si inquadra in una zona in cui prevalgono i temi del quarto piuttosto che del terzo stato (che invece sono preminenti nella precedente selva dei suicidi).
Caifas, al vedere Dante, “tutto si  distorse”; Aman è “dispettoso e fero”; Capaneo “giace dispettoso e torto”. Le tre figure, per quanto riguarda questi aggettivi, indossano una veste ricavata, con diverse cuciture, dallo stesso panno teologico, verso il quale sollecitano la memoria del lettore consapevole del commento oliviano. Si può osservare che i due passi, Ap 6, 5 (apertura del terzo sigillo) e 11, 8-9 (sesta tromba), nel primo dei quali è proposto il tema del “torto” e nel secondo quello del “dispetto”, sono collegati dal comune riferimento all’errore e all’abominio. Al gigante blasfemo sono appropriati due motivi tratti da Ap 11, 8-9, ma il senso originario è variato nel secondo: se il giacere mantiene il valore che ha nel testo di esegesi scritturale, il “dispettoso” non è rivolto verso Capaneo prostrato, ma lo muove a disdegno e a pregiar poco la pioggia di fuoco che cade sopra di lui. D’altronde il disprezzare la vita del prossimo per erronea presunzione nel misurare gli altrui detti e fatti appartiene all’apertura del terzo sigillo (chi siede sul cavallo nero ha in mano la bilancia), come si desume dall’esegesi collettiva delle tre aperture (la seconda, la terza e la quarta) in cui si mostrano nei cavalli rosso, nero e pallido i tre eserciti contrari a Cristo (ad Ap 6, 3, esegesi riferita però ad Ap 6, 5, cioè all’apertura del terzo sigillo).
L’esegesi di Ap 11, 8-9, congiunta al disprezzare i fatti e i detti altrui proprio dell’apertura del terzo sigillo, offre motivi anche alla figura di Farinata, sia per il dipregio  – “com’ avesse l’inferno a gran dispitto” (Inf. X, 36) -, sia per il riferimento ai “monimenti” (così sono chiamate le arche roventi degli eresiarchi in Inf. IX, 131; cfr. anche Ap 4, 1-2), sia per l’interpretazione del nome “Egitto” dato alla grande città come eccesso di persecuzione contro Israele, che ricorda da vicino le parole del ghibellino: “di quella nobil patrïa natio, / a la qual forse fui troppo molesto” (Inf. X, 26-27).

Le parole “terra”, “pace” e il verbo ‘togliere’ (“che mi fu tolta / come suole esser tolto”) sono fili che formano parte del tessuto sia nel discorso di Francesca (Inf. V, 97-102) come in quello di Catalano, uno dei due frati ‘godenti’ bolognesi nella bolgia degli ipocriti (Inf. XXIII, 103-108). Se identiche sono le parole, la loro collocazione è del tutto diversa nei due distinti episodi. Il significato originario – “togliere la pace dalla terra” – si mantiene in entrambi. A Francesca fu tolta la bella persona che fece innamorare Paolo, e quindi fu tolta la pace alla terra, Ravenna, che sembrava ristabilita con il matrimonio che aveva unito una da Polenta con un Malatesta, pace il cui tema viene espresso con il discendere verso il mare del Po. L’esegesi si riferisce ai Gentili, mai senza guerra, dai cuori fluttuanti come il mare. I due frati bolognesi Catalano dei Malavolti e Loderingo degli Andalò furono tolti (nel senso di presi, eletti) come podestà dalla terra fiorentina nel 1266 per conservare la sua pace, ma si comportarono in modo che gli effetti del loro operato sono ancor visibili presso il Gardingo, dove erano le case degli Uberti distrutte a seguito della rivolta popolare scoppiata dopo il governo dei due frati gaudenti e da essi preparata. Si può notare che i due passi presentano altre simmetrie (prese costui e insieme presi, ’l modo ancor m’offende e ch’ancor si pare). L’episodio di Francesca, inoltre, a differenza di quello di Catalano e Loderingo, si inquadra principalmente nel secondo stato, quello dei martiri. Dall’apertura del secondo sigillo proviene il tema dell’uccisione dei propri parenti e “vicini” da parte dei persecutori (la Caina che “attende chi a vita ci spense”, Inf. V, 107).

Tab. III

[LSA, cap. XI, Ap 11, 8-9 (IIIa visio, VIa tuba)] Sequitur (Ap 11, 8): “Et corpora eorum iacebunt in plateis civitatis magne, que spiritualiter vocatur Sodoma et Egiptus, ubi et Dominus eorum crucifixus est”. Ioachim dicit quod si per istos duos intelliguntur duo ordines sanctorum, tunc percivitatem magnamintelligitur regnum huius mundi et per plateas illi homines qui sibi elegerunt vias latas ducentes ad perditionem (cfr. Mt 7, 13), in quibus iacebunt mortua corpora sanctorum quia spiritales intellectus scripture sacre morientur in eis, interfectis a bestia predicatoribus veritatis et prostrata, secundum Danielem, veritate in terra (cfr. Dn 8, 12). Referendo autem hec specialiter ad duas personas, tunc gens illa in qua sunt occidendi vocatur per participationem perfidie “civitas magna”, quia una est civitas omnium reproborum, et eadem participatione dicitur “Dominus eorum” ibi “crucifixus” esse. Deinde subdit quod fortassis Antichristus convocabit Iudeos in Iherusalem civitatem terrenam, tamquam messiam et salvatorem se predicans Iudeorum – cui consonare videtur illud Danielis X°: “Filii prevaricatorum populi tui extollentur, ut impleant visiones” (cfr. Dn 11, 14), id est litterales promissiones prophetarum de Iherusalem terrena et de suo messia – et quod in illa occidentur Enoch et Helias sicut ibi Christus est crucifixus*.
Et huic opinioni concordat Ricardus, dicens quod “in plateis civitatis magne”, scilicet Iherusalem, que olim fuit magna per iustitiam, tunc autem erit magna per malitiam, iacebunt corpora sanctorum ut omnes qui viderint timeant eorum fidem sequi, et etiam ut in maiori despectu habeantur ab omnibus ipsi et eorum doctrina*. “Que”, scilicet civitas, “spiritaliter”, id est secundum spiritalem intelligentiam, “vocatur Sodoma”, id est muta, “et Egiptus”, id est tenebrosa, quia muta erit ad confessionem vere fidei et tenebrosa per ignorantiam et pravam actionem**.
Vel per excessum luxurie erit quasi Sodoma et per excessum maligne persecutionis Israel, id est sanctorum, erit quasi Egiptus. Egiptus enim et Pharao rex eius afflixit crudeliter populum Dei, et precipue ex quo iussu Dei habuit de Egipto exire. Ibi etiam erat tunc summa idolatria et avaritia, sic et hic erit magna idolatria errorum et abhominanda adoratio Antichristi.                                                                                                                                            /→ Ap 6, 5
Sequitur (Ap 11, 9): “Et videbunt de populis et tribubus et linguis et gentibus istis”, scilicet quod sic occisi et despecti iacebunt in plateis, quidam scilicet proprio visu, quidam per celebrem famam. Nec mirum si plures de diversis linguis et gentibus hoc videbunt. Solent enim in civitate regali multi ex diversis partibus confluere, et precipue confluent tunc ad Antichristum tunc summum monarcham, quem timebunt et adorabunt ut Deum. “Et iacebunt corpora eorum”, scilicet in plateis, “per tres dies et dimidium” (Ap 11, 9). Littera Ricardi est: “Et videbunt de populis et tribubus et linguis et gentibus corpora eorum per tres <dies> et dimidium”, scilicet iacere super terram. Sic enim exponit ipse***.
Et corpora eorum non sinent”, scilicet homines Antichristo faventes, “poni in monumentis”, ut scilicet in nulla memoria in posterum habeantur et ut sensibiliter coram hominibus feteant et putrescant et sic per consequens amplius a cunctis spernantur.

* Expositio, pars III, f. 150rb-va (citazione abbreviata e non letterale).

*In Ap III, vii (PL 196, col. 793 B).

** Ibid., col. 793 B-C.

*** Ibid., col. 793 A, C. Il testo di Riccardo, ad Ap 11, 9, è quello della Vulgata.

Inf. XXIII, 94-96, 109-120

E io a loro: “I’ fui nato e cresciuto
sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa,
e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto”.

Io cominciai: “O frati, i vostri mali … ”;
ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse
un, crucifisso in terra con tre pali.
Quando mi vide, tutto si distorse,
soffiando ne la barba con sospiri;
e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,
mi disse: “Quel confitto che tu miri,
consigliò i Farisei che convenia
porre un uom per lo popolo a’ martìri.
Attraversato è, nudo, ne la via,               9, 11
come tu vedi, ed è mestier ch’el senta
qualunque passa, come pesa, pria”.

Inf. V, 16-20, 28

“O tu che vieni al doloroso ospizio”,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,
“guarda com’ entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!”.

Io venni in loco d’ogne luce muto

Inf. IX, 91-93

“O cacciati del ciel, gente dispetta”,
cominciò elli in su l’orribil soglia,
“ond’ esta oltracotanza in voi s’alletta?”

Inf. XIV, 46-48

chi è quel grande che non par che curi
lo ’ncendio e giace dispettoso e torto,
sì che la pioggia non par che ’l marturi?

“ille iacet lacerae complexus fragmina turris, /
torvus adhuc visu …” (Theb., XI, 9-10)

Purg. XVII, 25-30

Poi piovve dentro a l’alta fantasia
un crucifisso, dispettoso e fero
ne la sua vista, e cotal si moria;
intorno ad esso era il grande Assüero,
Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo,
che fu al dire e al far così intero.

Inf. IX, 131; X, 25-27, 34-36

i monimenti son più e men caldi.   4, 1-2

La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo molesto.

Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s’ergea col petto e con la fronte
com’ avesse l’inferno a gran dispitto.

[LSA, cap. VI, Ap 6, 3 (IIa visio, apertio IIIii sigilli)] Secundo sequitur presumptio erronee mensurans et iudicans aliena dicta et facta, unde tenet stateram librantem aliorum vitam. Solent enim noviter conversi, post aliquas macerationes proprie carnis, aliorum vitam presumptuose despicere et diiudicare.

[LSA, cap. VI, Ap 6, 5 (IIa visio, apertio IIIii sigilli)] “Et qui sedebat super eum”, scilicet imperatores et episcopi arriani, “habebat stateram in manu sua”. Cum statera mensuratur quantitas ponderum, et ideo per stateram designatur hic mensuratio articulorum fidei, que quando fit per rectam et infallibilem regulam Christi et scripturarum suarum est recta statera, de qua Proverbiorum XVI° dicitur: “Pondus et statera iudicia Domini sunt” (Pro 16, 11), et Ecclesiastici XXI°: “Verba prudentium statera ponderabuntur” (Ecli 21, 28); quando vero fit per rationem erroneam et per falsam et intortam acceptionem scripture est statera dolosa, de qua Proverbiorum XI° dicitur: “Statera dolosa abhominatio est apud Deum” (Pro 11, 1), et in Psalmo: “Mendaces filii hominum in stateris” (Ps 61, 10), et Michee VI°: “Numquid iustificabo stateram impiam et sac<c>elli pondera dolosa” (Mic 6, 11).


Il sommo re delle locuste le quali, al suono della quinta tromba (terza visione) escono dal pozzo dell’abisso cui è stato tolto il freno, sarà, secondo Gioacchino da Fiore uno pseudopapa – “puto … quod ipse veniat tenere locum Antichristi” -; ha il nome ebraico di “Abaddon”, quello greco di “Apollyon” e quello latino di “Exterminans” in quanto è re di tutti i malvagi sia fra gli Ebrei sia fra le genti, e in ogni lingua viene chiamato “sterminatore” di ciò che è buono (Ap 9, 11). Di lui, nell’esegesi della terza tribolazione, si dice con il Salmo 79: “Hai divelto una vite dall’Egitto e l’hai trapiantata. Perché hai divelto la sua cinta e ogni viandante che passa ne fa vendemmia? L’ha devastata il cinghiale della selva” (Ps 79, 9.13-14), quasi intendendo che se molti eretici, passando e attraversando la via, recarono alla Chiesa danni che potevano essere al momento tollerati, perché anche se essa perdeva i frutti restava tuttavia integra, il cinghiale della selva l’ha distrutta con singolare ferocia tanto da non farla apparire vigna del Signore ma piuttosto sinagoga del diavolo. Questo cinghiale viene identificato con l’Anticristo mistico, assimilato a Caifa, il pontefice che condannò Cristo, e a Erode che lo dileggiò. L’Anticristo aperto, il grande cinghiale, viene invece assimilato a Nerone e a Simon Mago, che si diceva Dio e figlio di Dio. L’ultimo versetto della quinta tromba recita: “Il primo ‘guai’ è passato, ed ecco rimangono ancora due ‘guai’” (Ap 9, 12). Quella del quinto stato è una tribolazione triplice, i cui elementi agiscono insieme e concorrono e convengono alla fine contro lo spirito di Cristo, come i Sadducei e i Farisei, Pilato ed Erode convennero insieme contro Cristo, per quanto fossero nemici tra loro e appartenenti a sette diverse.

Nella bolgia degli ipocriti Caifa, crocifisso in terra con tre pali, “attraversato è, nudo, ne la via”, cioè posto di traverso in modo che chiunque passi lo possa calpestare (Inf. XXIII, 109-126). Questa posizione di Caifa corrisponde, per contrapasso, al “transeuntes et pretergredientes viam” di quanti hanno recato danni alla vigna, ossia alla Chiesa (Ap 9, 11). Il tema del convenire contro Cristo – Ap 9, 12: “omnes tres concurrent et convenient in fine contra spiritum Christi […] convenerunt in unum contra Christum” (riferita a Sadducei, Farisei, Pilato ed Erode) – si trasforma nel consiglio dato da Caifa ai Farisei “che convenia / porre un uom per lo popolo a’ martìri” (vv. 116-117; è da notare convenia, di significato diverso ma identico nel suono a convenient; i passi simmetrici 16, 17 e 17, 12-13 portano nel gruppo tematico cons(c)ilium, da cui “e li altri dal concilio / che fu per li Giudei mala sementa”, vv. 122-123).

  • La meraviglia di Virgilio al vedere Caifa crocifisso nella sesta bolgia (degli ipocriti) – “Allor vid’ io maravigliar Virgilio / sovra colui ch’era disteso in croce / tanto vilmente ne l’etterno essilio” (Inf. XXIII, 124-126) – è dovuta letteralmente al fatto che, quando Virgilio era sceso per la prima volta nel basso inferno (Inf. IX, 22-30; XII, 34-36), Cristo non era stato ancora crocifisso e dunque il poeta pagano non aveva potuto vedere Caifa punito. Il senso spirituale è altro. Virgilio prova la meraviglia che si insinua nel martirio del sesto stato, quando il martire sostiene un tormento non corporale ma psicologico, determinato dal dubbio. Nel vedere Caifa, il sommo pontefice crocifisso che allo scorgere Dante, anch’egli ammirato, “tutto si distorse”, Virgilio prova il martirio di chi, nel sesto stato, vede cose mirabili che in realtà sono “intorta testimonia scripturarum sanctarum”, allorché falsi pontefici insorgono, come Anna e Caifa insorsero contro Cristo (prologo, Notabile X). La meraviglia si accompagna, in Virgilio, all’irato turbamento (e quindi all’incertezza, al dubbio; cfr. Ap 15, 8) per essere stato ingannato dai diavoli bugiardi circa il ponte rotto sopra la sesta bolgia (Inf. XXIII, 139-146), turbamento che fa sbigottire anche Dante, ma che subito si muta in sicurezza nella salita all’argine della settima bolgia (Inf. XXIV, 1-30).

Fra i cattivi principi cristiani enumerati dall’aquila, a Par. XIX, 120, Filippo il Bello è “quel che morrà di colpo di cotenna”, cioè a causa di un cinghiale che, nel novembre 1314, lo farà cadere da cavallo attraversandogli la via. A Filippo il Bello sono pertanto appropriati i temi delle feroci e subdole locuste. Queste infieriscono sulla Chiesa in particolare alla fine del quinto stato, allorché la rilassatezza l’ha trasformata quasi in una nuova Babilonia (tale è la “puttana sciolta” del finale di Purg. XXXII). Alle locuste fa riferimento Ugo Capeto nel narrare le malefatte dei suoi discendenti: una dinastia che “poco valea, ma pur non facea male” fino  a quando “la gran dota provenzale” non le tolse la vergogna (Purg. XX, 61-63), non recava cioè danni irreparabili come capitò alla vigna prima che fosse distrutta dal cinghiale (Ap 9, 11).
Assetati di superbia, Edoardo I d’Inghilterra e Roberto Bruce di Scozia sono insofferenti di restare dentro ai propri confini (Par. XIX, 121-123; “exterminans” ha anche il significato di travalicare i confini; cfr. Convivio IV, iv, 4).

Il motivo del cinghiale della selva è negli scialacquatori che fuggono, come un cinghiale braccato, le nere cagne per la selva della quale rompono ogni cespuglio che si frappone (Inf. XIII, 112-117); in Ciriatto “sannuto” (Inf. XXI, 122; XXII, 55-57), nel correre mordendo con rabbia proprio di Gianni Schicchi e Mirra come il porco cui sia stato aperto il porcile (Inf. XXX, 25-27).

Il motivo della vigna distrutta è appropriato a san Domenico che la circuisce difendendola (Par. XII, 85-87), a Giovanni XXII che scrive atti solo per venderne la cancellazione (Par. XVIII, 130-132), a san Pietro che povero e digiuno seminò la vite ora “fatta pruno”, cioè inselvatichita (Par. XXIV, 109-111), alla “brigata” senese “in che disperse / Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda” (Inf. XXIX, 130-131). Il nome greco del re delle locuste è però assunto in senso positivo nell’invocazione al “buono Appollo” a Par. I, 13.

Tab. IV

Par. I, 13-15

O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l’amato alloro.

Inf. XIII, 112-117

similemente a colui che venire
sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
ch’ode le bestie, e le frasche stormire.
Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogne rosta.

Inf. XXX, 22-27

Ma né di Tebe furie né troiane
si vider mäi in alcun tanto crude,
non punger bestie, nonché membra umane,
quant’ io vidi in due ombre smorte e nude,
che mordendo correvan di quel modo
che ’l porco quando del porcil si schiude.

Inf. XXI, 29-31, 121-123; XXII, 55-57

e vidi dietro a noi un diavol nero
correndo su per lo scoglio venire.
Ahi quant’ elli era ne l’aspetto fero!

Libicocco vegn’ oltre e Draghignazzo,
Cirïatto sannuto e Graffiacane
e Farfarello e Rubicante pazzo.

E Cirïatto, a cui di bocca uscia
d’ogne parte una sanna come a porco,
li fé sentir come l’una sdruscia.

Inf. XXIII, 114-120; XXV, 79-81

e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,
mi disse: “Quel confitto che tu miri,
consigliò i Farisei che convenia
porre un uom per lo popolo a’ martìri.

Attraversato è, nudo, ne la via,
come tu vedi, ed è mestier ch’el senta
qualunque passa, come pesa, pria.

Come ’l ramarro sotto la gran fersa
dei dì canicular, cangiando sepe,
folgore par se la via attraversa

 [LSA, cap. IX, Ap 9, 11-12 (IIIa visio, Va tuba)]

1. Septimo ostendit summum regem istarum. Quia enim sunt fideles, licet moribus pravi, ne ex hoc credantur esse de regno et familia Christi, ideo contra hoc subdit (Ap 9, 11): “Et habebant super se regem angelum abissi”, id est diabolum malitia infernali plenum et in inferno finaliter deputatum, “cui nomen hebraice Abadon, grece autem Apollion et latine habet nomen Exterminans”. Hoc ultimum dicitur addidisse latinus interpres, quod patet quia non est in greco. Ideo autem nomen eius hebraice et grece tradidit ad designandum quod rex est omnium malorum tam de Iudeis, quam de gentibus (qui tam hic quam in epistulis Pauli per grecos designantur); diciturque in omni lingua Exterminans”, quia omne bonum in suis sequacibus pro posse exterminat et quia universaliter exterminare nititur omne bonum et etiam quia suos accendit ad exterminium boni. Potest etiam per hunc angelum designari quicumque precipuus princeps et incensor prefatorum malorum.

2. Habent etiam “super se regem” (cfr. Ap 9, 11), quia unum apostolicum cui omnes obediunt se fatentur habere. Et subdit Ioachim: Puto ego de huiusmodi pseudopapa quod ipse veniat tenere locum Antichristi. Antichristus vero revelabitur manifeste sub sexto angelo tuba canente*, de quo paulo post dicit: Quantum capere queo, tempus sexti angeli initiatum est, et tamen tempus quinti necdum consumationem accepit**. Puto autem quod anno millesimo ducentesimo incarnationis dominice consumationem accipiet***. Hucusque Ioachim.

Expositio, pars III, f. 133ra.   ** Ibid., f. 133va.

*** Cfr. Concordia, III 2, c. 6; Patschovsky 2, pp. 334, 13 – 335, 1.

3. Rex autem harum locustarum recte vocatur “Exterminans” (Ap 9, 11), ut insinuetur esse ille de quo in Psalmo dicitur: “Vineam de Egipto transtulisti”, id est ecclesiam de statu gentilitatis eduxisti, “et plantasti eam; ut quid destruxisti maceriam eius, et vindemiant eam omnes qui pretergrediuntur viam. Exterminavit eam aper de silva” et cetera (Ps 79, 9.13-14), quasi dicat: multi heretici quidem transeuntes et pretergredientes viam intulerunt ecclesie dampna que ad tempus poterant tolerari, quia etsi perdebatur fructus, ipsa tamen in statu suo integra permanebat. Sed ille qui dicitur “aper de silva et singularis ferus” into-lerabiliter “exterminavit eam”, ita ut non videatur esse vinea Dei sed potius sinagoga diaboli*. Iste autem aper sepe dicitur misticus Antichristus, assi-milatus Caiphe pontifici Christum condempnanti et Herodi Christum illudenti. Sequens autem aper, magnus scilicet Antichristus, assimilatur Neroni pagano imperanti toti orbi et Simoni mago dicenti se Deum et filium Dei.
Sequitur (Ap 9, 12): “Ve unum abiit, et ecce veniunt adhuc du<o> ve”, id est due tribulationes maxime. Predictam tribulationem, quamquam iuxta modum predictum sit trina, vocat “unum ve”, quia omnes insimul sunt commixte et quia spectant ad idem quintum tempus et in hoc quinto centenario ab imperio collato Karolo magno omnes tres precipue inundant, et quia secunda et tertia radicaliter manant ex prima et firmantur in ipsa, et etiam quia omnes tres concurrent et convenient in fine contra spiritum Christi, sicut Saducei et Pharisei ac Pilatus et Herodes convenerunt in unum contra Christum, quamvis essent inimici et diversarum sectarum.

* Cfr. Expositio, pars III, f. 133rb.

Purg. XX, 61-63

Mentre che la gran dota provenzale
al sangue mio non tolse la vergogna,
poco valea, ma pur non facea male.

Par. XIX, 118-123

Lì si vedrà il duol che sovra Senna
induce, falseggiando la moneta,
quel che morrà di colpo di cotennaaper de silva
Lì si vedrà la superbia ch’asseta,

che fa lo Scotto e l’Inghilese folle,
sì che non può soffrir dentro a sua meta.                   exterminans (Convivio IV, iv,  4)

Par. XII, 85-87; XVIII, 130-132; XXIV, 109-111

in picciol tempo gran dottor si feo;
tal che si mise a circüir la vigna
che tosto imbianca, se  ’l vignaio è reo.

Ma tu che sol per cancellare scrivi,
pensa che Pietro e Paulo, che moriro
per la vigna che guasti, ancor son vivi.

ché tu intrasti povero e digiuno
in campo, a seminar la buona pianta
che fu già vite e ora è fatta pruno.


Tab. V

[LSA, cap. IX, Ap 9, 12 (IIIa visio, Va tuba)] Sequitur (Ap 9, 12): “Ve unum abiit, et ecce veniunt adhuc du<o> ve”, id est due tribulationes maxime. Predictam tribulationem, quamquam iuxta modum predictum sit trina, vocat “unum ve”, quia omnes insimul sunt commixte et quia spectant ad idem quintum tempus et in hoc quinto centenario ab imperio collato Karolo magno omnes tres precipue inundant, et quia secunda et tertia radicaliter manant ex prima et firmantur in ipsa, et etiam quia omnes tres concurrent et convenient in fine contra spiritum Christi, sicut Saducei et Pharisei ac Pilatus et Herodes convenerunt in unum contra Christum, quamvis essent inimici et diversarum sectarum.

[LSA, cap. XVI, Ap 16, 7 (Va visio, IIIa phiala)] Ioachim vero ponit aliam litteram, scilicet: “Et audivi alterum angelum ab altari dicentem: Etiam, Domine” et cetera. Quod exponens subdit: «Puto per hunc designari catholicos episcopos in conciliis congregatos, qui confirmantes scripta sanctorum doctorum dampnaverunt hereticos. Altare enim fit de lapidibus segregatis ab aliis et insimul coniunctis», propter quod significat congregationem episcoporum in conciliis*. Primam tamen litteram ponit et ex-ponit Ricardus*.

Inf. XVI, 4-6, 19-21

quando tre ombre insieme si partiro,
correndo, d’una torma che passava
sotto la pioggia de l’aspro martiro.

Ricominciar, come noi restammo, ei
l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,
fenno una rota di sé tutti e trei.

* Expositio, pars V, f. 189ra.

* In Ap V, v (PL 196, col. 825 D-826A).

[LSA, cap. XVII, Ap 17, 12-13 (VIa visio)] Quia vero cum dicitur quod “una hora accipient” potestatem regnandi (Ap 17, 12), posset credi quod “una hora” sumatur hic large, sicut a Iohanne sumitur “hora novissima” pro tota sexta etate (cfr. 1 Jo 2, 18), ita quod omnes, qui in ea successive unus post alterum regnaverunt, possunt hoc modo dici “una hora” regnasse, ideo hunc sensum excludit per hoc quod subdit: “Hii unum consilium habent” (Ap 17, 13), id est concordi et unanimi consilio et consensu convenient insimul contra Christum et electos eius, et etiam contra meretricem, id est contra ecclesiam a Christo meretricatam. Ex quo patet quod non successive unus post alium, immo insimul regnabunt et concordabunt. Concordatque hoc cum eo quod Ieremias, capitulo L° loquens contra Babilonem, dicit: “Ecce ego adducam in Babilonem congregationem gentium magnarum” (Jr 50, 9). Et post subdit (Jr 50, 41-43): “Ecce populus veniet ab aquilone, et gens magna et reges multi a finibus terre, crudeles et immisericordes contra te fili<a> Babilonis. Audivit rex Babilonis famam eorum, et dissolute sunt manus eius”. Et tamen constat quod isti reges venerunt cum Ciro rege et Dario.

Inf. XXIII, 115-117, 121-123

mi disse: “Quel confitto che tu miri,
consigliò i Farisei che convenia
 porre un uom per lo popolo a’ martìri.

E a tal modo il socero si stenta
in questa fossa, e li altri dal concilio
che fu per li Giudei mala sementa”.


Tab. VI [Nota]

[LSA, cap. IX, Ap 9, 5-6 (IIIa visio, Va tuba)] Quinto describit gravitatem doloris predictorum lesuram consequentis et concomitantis, unde subdit: (Ap 9, 5) “sed ut cruciarent mensibus quinque, et cruciatus eorum ut cruciatus scorpii, cum percutit hominem. (Ap 9, 6) Et in diebus illis querent homines mortem et non invenient eam et desiderabunt mori, et fugiet mors ab illis”. Per cruciatum autem designatur hic pungitivus remorsus conscientie […] Quod autem ait (Ap 9, 5), “dictum” esse “illis”, id est prohibitum seu non permissum, “ne occiderent eos, sed ut cruciarent mensibus quinque”, dicit Ioachim non esse hoc dictum de morte eterna, sed de totali extinctione fidei*. Quod est intelligendum respectu illorum carnalium quos non omnino in suum errorem trahunt, sed solum suis stimulis in dubium valde cruciativum inducunt […]

Expositio, pars III, f. 131va.

[LSA, cap. IX, Ap 9, 7 (Va tuba)] Pro secunda (mala proprietate locustarum) dicit: “Et super capita eorum”, scilicet equorum, “tamquam corone similes auro”, id est gloriantur cum male fecerint, et per superbiam et per temporalis glorie affluentiam et per preliorum suorum victoriam reputant se quasi coronatos et reges, et etiam quia sperant et promittunt sibi premia eterna. Dicit autem “tam-quam corone”, quia eorum spes et gloria non est vera sed vana et falsa, nec est verum aurum, id est vera gloria, sed falso similis.

[LSA, cap. IX, Ap 9, 11 (Va tuba)] Rex autem harum locustarum recte vocatur “Exterminans” (Ap 9, 11), ut insinuetur esse ille de quo in Psalmo dicitur: “Vineam de Egipto transtulisti”, id est ecclesiam de statu gentilitatis eduxisti, “et plantasti eam; ut quid destruxisti maceriam eius, et vindemiant eam omnes qui pretergrediuntur viam. Exterminavit eam aper de silva ” et cetera (Ps 79, 9/13-14).

Par. XIX, 118-120

Lì si vedrà il duol che sovra Senna
inducefalseggiando la moneta,
quel che morrà di colpo di cotenna.   aper de silva

Inf. VIII, 46-51

Quei fu al mondo persona orgogliosa;
bontà non è che sua memoria fregi:
così s’è l’ombra sua qui furïosa.
Quanti si tegnon or là sù gran regi
che qui staranno come porci in brago,

di sé lasciando orribili dispregi!

Inf. XXIX, 121-123, 130-139

E io dissi al poeta: “Or fu già mai
gente sì vana come la sanese?
Certo non la francesca sì d’assai!”.

e tra’ne la brigata in che disperse
Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,
e l’Abbagliato suo senno proferse.
Ma perché sappi chi sì ti seconda
contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio,
sì che la faccia mia ben ti risponda:
sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,
che falsai li metalli con l’alchìmia;
e te dee ricordar, se ben t’adocchio,
com’ io fui di natura buona scimia”.

La seconda proprietà delle locuste che, al suono della quinta tromba (terza visione) escono dal pozzo dell’abisso al quale è stato tolto il freno, è la seguente: “e sopra le loro teste” (dei cavalli ai quali le locuste sono assimilate), “come corone simili all’oro”, cioè si gloriano del male fatto e per la superbia, per l’affluenza della gloria temporale e per la vittoria nelle guerre sostenute si ritengono quasi re coronati, anche perché sperano e si promettono premi eterni. È detto “come corone” perché la loro speranza e la loro gloria non è vera ma vana e falsa e non è vero oro, cioè vera gloria, ma falsamente simile (Ap 9, 7).
Il ritenersi gran re è proprio di persone orgogliose come Filippo Argenti (Inf. VIII, 46-51; l’orgoglio è motivo tipico del quarto stato).
Nell’ultima bolgia è punito Capocchio, il fiorentino che rivela la vanità dei senesi, il quale falsò i metalli con l’alchimia e fu “di natura buona scimia”, cioè imitatore. Il nome del falsario concorda nel suono con “caput” e l’essere “scimia” con “similis” (Inf. XXIX, 136-139).
Filippo il Bello, altro falsario denunciato dall’aquila fra i re malvagi – “Lì si vedrà il duol che sovra Senna / induce, falseggiando la moneta” -, fa coniare monete di valore reale inferiore a quello nominale per sostenere le spese della guerra di Fiandra (Par. XIX, 118-120). L’indurre dolore è un altro tema proprio delle locuste (Ap 9, 5-6; da notare la citazione di Gioacchino da Fiore incastonata, come le altre, nell’esegesi propria di Olivi).


4. Virgilio e il “villanello”

All’inizio di Inf. XXIV, il turbamento di Virgilio di fronte al guasto ponte della sesta bolgia è reso con la similitudine del villanello che abbisogna del foraggio per il bestiame, “in quella parte del giovanetto anno / che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra” (tra gennaio e febbraio), e che sconfortato non sa il da farsi di fronte a quella che crede neve e invece è brina che presto si scioglie ai raggi del sole facendogli riacquistare la speranza di pascere le sue pecorelle.
Nella similitudine del villanello entrano, nelle prime due terzine, i temi della quarta perfezione di Cristo come sommo pastore trattata nel primo capitolo (Ap 1, 14), i cui capelli sono bianchi come lana e neve. La lana lenisce col calore, è molle, temperata e soave nel candore; la neve è fredda, congelata, rigida e intensa nel candore non sostenibile alla vista. Così la sapienza di Cristo, umore che impingua e purga le colpe, è da una parte calda per la pietà e condescensiva in modo temperato alle nostre facoltà; è dall’altra astratta, rigida e intensa. Non a caso la similitudine del villanello cade “in quella parte del giovanetto anno / che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra”: il passaggio dalla neve alla sua bianca sorella brina segna il passaggio dal rigido inverno, gelato e chiuso, al condiscendere temperato e pietoso verso la necessità di cibo delle pecorelle (temperare è tema anche del quinto stato: prologo, Notabile III). I ‘crini’ di Cristo designano anche il maturo consiglio, per cui il temprare i crini da parte del sole è speculare alla formazione di un provvido consigliarsi da parte di Virgilio.
Al villanello sono poi appropriati temi, già largamente variati in Inf. III, presenti nel rimprovero al vescovo di Laodicea (Ap 3, 15.17): l’essere ignorante (“che non sa che si faccia”: v. 11), misero e povero (“a cui la roba manca”, “come ’l tapin”: vv. 7, 11). Virgilio, invece, se è rimasto turbato d’ira per essersi fatto ingannare dai Malebranche bugiardi, dimostra di aver riacquistato tutta la sua sicurezza e di essere dotato delle virtù contrarie alla “cecità” rimproverata al vescovo, nonostante l’ira gli abbia per poco offuscato l’occhio della mente: prende “consiglio” su come affrontare la via, si mostra previdente su quello che dovrà fare dopo (“E come quei ch’adopera ed estima, / che sempre par che ’nnanzi si proveggia”), indicando a Dante le schegge di roccia cui aggrapparsi e avvisandolo di provarle prima se siano salde in modo da potervisi reggere (da notare la variazione del “regunt” in “ti reggia”), mostra insomma di essere uno di quei “divites in spiritualibus … prudentes et scientes consilia summi Dei” (vv. 22-30).
I motivi del reggere, della prudenza, dell’essere sufficienti sono appropriati a Salomone, elogiato da Tommaso d’Aquino come re “sufficïente” e senza pari (Par. XIII, 94-96, 104-105). L’Aquinate invita anche alla prudenza nel giudicare sulla futura sorte delle anime, nella presunzione di vedere dentro al consiglio divino come credono “donna Berta e ser Martino” (i due nomi sono usati con un’accezione di disprezzo che corrisponde ai difetti rimproverati alla settima chiesa, vv. 139-142). L’esser ciechi per pena e mendichi è proprio degli invidiosi del secondo girone del purgatorio (Purg. XIII, 61-62).

 

Tab. VII

[LSA, cap. III, Ap 3, 15.17-19 (Ia visio, VIIa ecclesia)] Increpans ergo eum, subdit (Ap 3, 15): “Scio opera tua”, id est scientia iudiciali et improbativa, “quia neque calidus es”, scilicet per caritatem, “neque frigidus”, per infidelitatem vel per omnimodam vite secularitatem, quasi dicat: solam fidem et quandam exterioris religionis speciem absque igne caritatis habes. Quidam vero sumunt frigidum pro contristato de suis peccatis, calidum vero pro exultatione in Deo, quasi dicat: nec scis de Deo per fervidam devotionem gaudere, nec de tuis peccatis et de tua miseria penitentialiter contristari. […]
Deinde hanc eius presumptionem improbat et falsificat per sex defectus intente sue presumptioni oppositos sueque presumptioni annexos.
Quorum primum est inconsideratio et ignorantia sui ipsius suorumque defectuum et specialiter quinque subscriptorum, et ideo respectu omnium quinque dicit: “et nescis” (Ap 3, 17). Subscriptorum etiam ordo sic currit. In presumptione enim de predictis divitiis, que ex suo nomine dicunt sufficientiam et habundantiam, subintelligitur, quasi formale et finale earum, quod in habente eas esset secundum se  magna beatitudo et etiam respectu alieni oculi seu iudicii.
Contra primum horum dicit: “quia tu es miser”. Miseria enim directe opponitur beatitudini et miser beato.
Contra secundum dicit: “et miserabilis”, id est in aliorum oculis haberis ita pro misero quod vident te indigere Dei et ipsorum miseratione.
Contra sufficientiam vero dicit: “et pauper”. Pauper enim dicitur qui caret non solum sufficientia sed etiam necessariis, unde et pauper dicitur quasi parum de re habens.
Item divitiis congregandis et conservandis et dispensandis solet adesse solers prudentia et providentia congregandi et conservandi et dispensandi. Divites communiter etiam regunt civitates et ad potentum consilia solent convocari. Unde et per simile divites in spiritualibus sunt prudentes et scientes consilia summi Dei. Contra hoc autem subditur: “et cecus”.
Sicut etiam divites mundi sunt multis pretiosis et valde ornatis et decoris vestimentis induti, sic et divites Dei sunt multis et magnis virtutibus induti et adornati, contra quod hic subditur: “et nudus”.
Nota etiam quod hic ponit communes defectus qui ceco mendicanti communiter insunt. Est enim egenus et nudus et multis miseriis plenus, et hoc sic patenter quod est in aliorum oculis miserabilis.
Nota etiam quod notat eum de duplici cecitate. Prima est ceca ignorantia agendorum et vitandorum ac sperandorum seu amandorum et spernendorum, et hanc notat cum dicit quod “es cecus”. Secunda est huius cecitatis et ceterorum defectuum suorum ceca et inflata nescientia. Sicut enim perfectio sciendi est scire se scire, quia in hoc est plena et certa reflexio scientie super suum actum, sic consumatio ignorantie et stultitie est nescire se esse ignorantem et stultum, immo contrarium presumere. Hanc ergo notat cum premittit: “et nescis, quia tu es”. Sicut autem in defectu primi actus sciendi includitur defectus secundi, scilicet actus super primum reflexi, sic in cecitate includitur nescientia eius, nisi pro quanto quidam humiliter advertunt et recognoscunt se esse in multis multum ignorantes et cecos. […]
Deinde consulit et suadet modum expellendi a se istos defectus, et primo tres defectus primos, miserie sue et miserabilis paupertatis, unde subdit (Ap 3, 18): “Suadeo tibi emere a me aurum ignitum et probatum, ut locuples fias”. Hinc apparet quod locupletari sumit pro ditari per propriam industriam, puta per industriam mercandi. Per “aurum” autem “ignitum” significatur caritas ardens et ignita. […]
“Emulare ergo” (Ap 3, 19), scilicet illos bonos et eorum sancta exempla, quos ego amo et castigo. Emulari sumitur aliquando pro invidere, ut ad Romanos <XIII°> (Rm 13, 13): “Non in contentione et emulatione” […] aliquando vero sumitur pro zelatorie imitari, ut Proverbiorum III° (Pro 3, 31): “Ne emuleris hominem iniustum”, <et> ad Galatas IIII° (Gal 4, 18): “Bonum”, scilicet hominem, “emulamini in bono semper”, et sic sumitur hic.

[LSA, cap. I, Ap 1, 14 (radix Ie visionis)] Quarta (perfectio summo pastori condecens) est reverenda et preclara sapientie et consilii maturitas per senilem et gloriosam canitiem capitis et crinium designata, unde subdit: “caput autem eius et capilli erant candidi tamquam lana alba et tamquam nix” (Ap 1, 14). Per caput vertex mentis et sapientie, per capillos autem multitudo et ornatus subtilissimorum et spiritualissimorum cogitatuum et affectuum seu plenitudo donorum Spiritus Sancti verticem mentis adornantium designatur. […] Per que designatur quod Christi sapientia est partim nobis condescensiva et sui ad nos contemperativa nostrique fomentativa et sua pietate calefactiva, partim autem est a nobis abstracta et nobis rigida nimisque intensa, nostrarumque sordium purgativa nostreque hereditatis impinguativa.

Inf. III, 34-36, 46-51, 64-66

Ed elli a me: “Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo”.

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.

Purg. XIII, 61-62

Così li ciechi a cui la roba falla,
stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna

Par. XIII, 94-96, 104-105, 139-142

Non ho parlato sì, che tu non posse
ben veder ch’el fu re, che chiese senno
acciò che re sufficïente fosse

regal prudenza è quel vedere impari
in che lo stral di mia intenzion percuote

Non creda donna Berta e ser Martino,
per vedere un furare, altro offerere,
vederli dentro al consiglio divino
ché quel può surgere, e quel può cadere.

Inf. XXIV, 1-30, 91-93, 112-114

In quella parte del giovanetto anno
che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra
e già le notti al mezzo dì sen vanno,

quando la brina in su la terra assempra
l’imagine di sua sorella bianca,
ma poco dura a la sua penna tempra,
lo villanello a cui la roba manca,
si leva, e guarda, e vede la campagna
biancheggiar tutta; ond’ ei si batte l’anca,
ritorna in casa, e qua e là si lagna,
come ’l tapin che non sa che si faccia;
poi riede, e la speranza ringavagna,
veggendo ’l mondo aver cangiata faccia
in poco d’ora, e prende suo vincastro
e fuor le pecorelle a pascer caccia.
Così mi fece sbigottir lo mastro
quand’ io li vidi sì turbar la fronte,
e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro;
ché, come noi venimmo al guasto ponte,
lo duca a me si volse con quel piglio
dolce ch’io vidi prima a piè del monte.
Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
eletto seco riguardando prima

ben la ruina, e diedemi di piglio.
E come quei ch’adopera ed estima,
che sempre par che ’nnanzi si proveggia,
così, levando me sù ver’ la cima
d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia
dicendo: “Sovra quella poi t’aggrappa;
ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia”.

Tra questa cruda e tristissima copia
corrëan genti nude e spaventate,
sanza sperar pertugio o elitropia

E qual è quel che cade, e non sa como,
per forza di demon ch’a terra il tira,
o d’altra oppilazion che lega l’omo

Inf. XXV, 94-99

Taccia Lucano omai là dov’ e’ tocca
del misero Sabello e di Nasidio,
e attenda a udir quel ch’or si scocca.
Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,
ché se quello in serpente e quella in fonte
converte poetando, io non lo ’nvidio   3, 19


5. Saliscendi verso la settima bolgia

Il passaggio dalla sesta alla settima bolgia (Inf. XXIV, 22-81) è narrato, in venti terzine, legando insieme e variando temi provenienti da più luoghi esegetici. Arrivati i due poeti al ponte  “guasto” (Ap 6, 8: quarto sigillo), Virgilio opera, diversamente dal “villanello” al quale pure era stato dapprima paragonato per il turbamento (cfr. supra), con saggezza e previdenza (vv. 22-30; Ap 3, 17: settima chiesa).
La salita “su per la ruina” (XXIII, 137) è come il levarsi di Giovanni a una visione sempre più ardua (
levando me sù ver’ la cima / d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia”, XXIV, 27-28; Ap 4, 1-2).
Al percorso e all’argine sono appropriati con disarmonia i temi di Cristo sommo pastore vestito del gran manto e cinto al petto con una fascia d’oro:
“Non era via da vestito di cappa … E se non fosse che da quel precinto” (XXIV, 31, 34; Ap 1, 13). Ma il passaggio è facilitato dal fatto che il pendere, cioè l’inclinare, di Malebolge verso il pozzo centrale fa sì “che l’una costa surge e l’altra scende” (vv. 34-42): la costa, come già nel drammatico passaggio dalla quinta alla sesta bolgia (XXIII, 31-32) è segno del pietoso condiscendere e declinare proprio del quinto stato, del far via dopo l’ardua solitudine del periodo precedente (prologo, Notabili III, VII). La costa è “corta”, cioè breve perché, come afferma Gioacchino da Fiore, i giorni di tribolazione saranno abbreviati per gli eletti (prologo, Notabile XII); breve è anche il settimo e ultimo stato, tempo di pacifica quiete (Notabile III), corrispondente insieme al sesto periodo all’età dello Spirito di Gioacchino da Fiore. Ogni stato, poi, è dotato di peculiari prerogative che eccedono quelle degli altri periodi, che ad esse devono umiliarsi, per cui “habent se sicut excedentia et excessa” (Ap 3, 7): di qui, in Malebolge, “l’una costa surge e l’altra scende”.
La “porta / del bassissimo pozzo” verso la quale “Malebolge … tutta pende” (XXIV, 37-38) è parodia della porta aperta data a Filadelfia, la sesta chiesa d’Asia (Ap 3, 7), al cui vescovo (Dante) non è invece data virtù per opere forti (“La lena m’era del polmon sì munta / quand’ io fui sù, ch’i’ non potea più oltre, vv. 43-44; Ap 3, 7 [cfr. Inf. II, 10-12]).
L’invito di Virgilio a spoltrirsi, rivolto al discepolo che s’è assiso “ne la prima giunta” (v. 45, proiezione infernale dei forti angoli della Gerusalemme celeste: Ap 21, 12; cfr. Par. II, 30), è contesto di variazioni su temi del quinto stato: “seggendo in piuma” (v. 47, parodia della sede romana: prologo, Notabile XII); “in fama non si vien, né sotto coltre” (v. 48, la fama è tema tipico della quinta chiesa: Ap 3, 1.5; lo star sotto in attesa appartiene all’apertura del quinto sigillo: Ap 6, 9.11);
“qual fummo in aere(v. 51) fa segno del fumo oscurante l’aere che sale dal pozzo dell’abisso al suono della quinta tromba (Ap 9, 1-2); “se col suo grave corpo non s’accascia. / Più lunga scala convien che si saglia” (vv. 54-55), dove al poeta è appropriato il motivo delle locuste che saltano per poi ricadere a terra (Ap 9, 3).
Dante si alza con maggiore ardire e riprende la salita: 
«Leva’mi allor … e dissi:  “Va, ch’i’ son forte e ardito. / Su per lo scoglio … erto più assai che quel di pria» (vv. 58, 60-61, 63), come Giovanni ascende a visioni sempre più ardue – elevatur … ad multo altiorem excessum … et novam arduitatem– con ripresa del tema dai vv. 27-28 (Ap 4, 1-2). Dice di sé: “mostrandomi fornito / meglio di lena ch’i’ non mi sentia” (vv. 58-59), impersonando l’esegesi di Ap 9, 13 (sesta tromba: nella sesta e settima bolgia i temi prevalenti appartengono al sesto stato), dove una citazione di Gioacchino da Fiore afferma che all’apertura del sesto sigillo subentreranno due tribolazioni intervallate da un momento di quiete che consenta di riprendere le forze. La citazione di Gioacchino da Fiore ad Ap 9, 13 riprende quanto già affermato più estesamente ad Ap 7, 2, luogo che rinvia al momento di quiete e di riposo del “corpo lasso” sperimentato dal poeta appena uscito dalla selva oscura, quando si volge “a rimirar lo passo / che non lasciò già mai persona viva” (prima tribolazione), seguìto dal riprendere la via “per la piaggia diserta” con la salita al “dilettoso monte” impedita dalle tre fiere (seconda tribolazione, Inf. I, 19-30).
Dante cammina parlando “per non parer fievole” (v. 64), cioè per non dar segno di fragilità nella tribolazione (Ap 1, 5; cfr. Inf. I, 63, dove il tema è attribuito a Virgilio, “chi per lungo silenzio parea fioco). Dalla settima bolgia esce una voce “a parole formar disconvenevole, incomprensibile per quanto il poeta si trovi sulla sommità dell’arco che sovrasta il fosso, “ma chi parlava ad ire parea mosso” (vv. 65-69). Il confronto con l’esegesi di Ap 9, 19-20 – “Rabies vero iracundie terribilis et crudelis et comminationum eius est apta ad flectendum et subiciendum omnes pusillanimes ad illorum votum et sectam … Solent enim multum irati interrumpere verba pre nimio impetu et multitudine spiritus iracundi, et aliquando significamus nos graviora minari per huiusmodi defectivas locutiones – promuove la variante ad ira, attestata dalla maggioranza dei testimoni antichi. La dichiarazione di Pietro di Dante, sebbene esplicita – “non dicas ad iram, ut multi textus dicunt falso, sed dicas ad ire, idest ad iter” – è personale interpretazione e d’altronde “non può ritenersi ragionevolmente che Pietro avesse notizia dei manoscritti del padre” (Petrocchi). Al di là della ripetizione di ire due versi dopo (v. 71), è questo un caso nel quale la lectio difficilior (ad ire anziché ad ira) cede al confronto con il testo parodiato. Se i ladri, dannati nella bolgia, corrono nudi e spaventati (v. 92), la rabies iracundie, che nell’esegesi è accostata al parlare interrotto, è propria di Caco, “un centauro pien di rabbia” che rincorre Vanni Fucci (Inf. XXV, 17). Inoltre ad iread iter non comporta di per sé il correre, ma il muoversi, lento o veloce, proprio dei dannati in altri luoghi dell’inferno, e ciò vale anche interpretando ‘mosso ad ire’ come ‘spronato, forzato ad andare’ per sottrarsi ai serpenti (Inglese, che reca l’esempio di Purg. XX, 119). D’altronde l’accostamento dell’ira alla “parola tronca” è presente in altri luoghi (Inf. VII, 116, 125-126; VIII, 121; IX, 7-9, 14-15).

 

Tab. VIII

[LSA, cap. III, Ap 3, 7 (Ia visio, VIa ecclesia)] Nota etiam quod quia tunc amplius vacabitur excessibus et gustibus contemplationis quam fortibus active operibus, ideo non dabitur ei tantum robur virtutis ad fortia opera sicut datum est primis statibus et specialiter quarto, quod fiet non solum propter causam predictam, sed etiam ut unusquisque status habeat unde alteri humilietur et debeat humiliari, propter quod habent se sicut excedentia et excessa. Quia et tunc temporis est “filius perditionis” venturus “in omni virtute” miraculorum et cum “signis et prodigiis mendacibus”, prout dicitur IIa ad Thessalonicenses <II°> (2 Th 2, 3/9), tunc etiam “pseudochristi et pseudoprophete dabunt signa magna et prodigia”, prout dicitur Matthei XXIIII° (Mt 24, 24), idcirco sanctis sexti status dabitur modica virtus ad signa seu miracula facienda, exceptis signis Helie et Enoch de quibus infra XI° scribitur (Ap 11, 5-6). Propter igitur utramque causarum predictarum dicitur hic mistice de sexto statu quod modicam habet virtutem et quod loco huius apertum est sibi hostium contemplationis et predicationis. Qua enim ratione permittetur Antichristus tunc temporis facere signa ad mundum decipiendum, et qua ratione mundus tunc permittetur decipi et veritas prosterni et electi fortissimis temptamentis probari, eadem ratione oportebit tunc subtrahi gratiam miraculorum electis, saltem in copia magna.

[LSA, prologus, Notabile XII] De sexto autem statu videtur Ioachim in locis aliquibus estimare quod duret per solos tres annos et dimidium. Vult enim duas tribulationes esse in ipso. Unde libro III° Concordie, ubi ostendit septem signacula et eorum apertiones durare per quadraginta duas generationes triginta annorum, quarum viginti quattuor assignat quattuor primis signaculis et sedecim quinto, dicit quod quadragesima prima spectat ad sextam apertionem, quadragesima vero secunda ad septimam. Et subdit: «Nam ideo subtractas esse puto decem generationes a duobus signaculis, ut pro duodecim generationibus accipiantur due, ne nimis immoderata tribulatio absorbeat electos. Unde et veritas ait quod propter electos breviabuntur dies illi. Terminus autem huius tribulationis Deo soli cognitus est. […]».

Inf. XXIV, 34-45

E se non fosse che da quel precinto
più che da l’altro era la costa corta,
non so di lui, ma io sarei ben vinto.
Ma perché Malebolge inver’ la porta
del bassissimo pozzo tutta pende,
lo sito di ciascuna valle porta
che l’una costa surge e l’altra scende;
noi pur venimmo al fine in su la punta
onde l’ultima pietra si scoscende.
La lena m’era del polmon sì munta
quand’ io fui sù, ch’i’ non potea più oltre,
anzi m’assisi ne la prima giunta.

[LSA, prologus, Notabile X] Secunda (ratio) est quia sicut virtus radicis et stipitis redundat in ramo et fructu, sic et infectio utriusque, et ideo sicut tota virtus priorum temporum intendit generationi sexti et septimi status, sic tota malitia eis contraposita cooperabitur malitie Antichristi et reliquorum exer-centium electos sexti et septimi status.

[LSA, prologus, Notabile VII] Prima (responsio) est quia licet condescensio quinti status in infirmis, pro quibus fit, sit imperfectior, in sanctis tamen, arduas perfectiones priorum statuum in habitu mentis tenentibus et ex sola caritate et infirmorum utilitate condescendentibus, est ipsa condescensio ad perfectionis augmentum, prout patet in Christo infirmis condescendente. Unde et Ade subtracta est fortis costa ad formationem Eve, “et replevit” Deus “carnem pro ea” (Gn 2, 21), id est pietatem condescensionis pro robore solitarie austeritatis.

[LSA, prologus, Notabile III (V status); de quinto dono (zelus severus in phialis designatus est septiformis)] Item est septiformis quia est contra initium mali intrinsecum (I) et extrinsecum (II); et contra medium terminum, scilicet ascendens (III) stans (IV) et declinans (V); et contra terminum intrinsecum (VI) et extrinsecum (VII).


6. Vanni Fucci

Dalla sommità del ponte, Dante guarda giù nella bolgia, ma “ma li occhi vivi / non poteano ire al fondo per lo scuro” (Inf. XXIV, 70-71: l’oscurità del pozzo dell’abisso ad Ap 9, 1-2, nuova variazione sul tema dopo il v. 51), perciò chiede a Virgilio di scendere in quanto “giù veggio e neente affiguro” (v. 75: la rappresentazione figurale è necessaria a Giovanni per scrivere la visione, Ap 1, 2). Dunque i due poeti discendono “il ponte da la testa / dove s’aggiugne con l’ottava ripa” (vv. 79-80: il ponte, che è “arco” al v. 68, il suo ‘capo’ e il congiungersi applicano all’edificio infernale il motivo di Cristo “caput anguli” della Gerusalemme celeste, cioè pietra angolare che dà forza agli angoli dove le pareti si congiungono quasi arco di guerra; “l’ottava” rinvia allo stadio, ottava parte del miglio, misura della città superna (Ap 21, 12.16).

Nella settima bolgia riprendono con insistenza, anche se come di consueto intrecciati con altri, i temi del sesto stato. Nel sesto giorno fu creato l’uomo razionale, ma prima di lui molte bestie feroci, come i serpenti: ed ecco la bolgia “terribile stipa / di serpenti” (vv. 82-83; Ap 13, 1). Sono così numerosi quanti mai registrati sulla sabbia libica o in Etiopia o in Arabia (“ciò che di sopra al Mar Rosso èe”, vv. 85-90), trasposizione geografica del drago che, nella quinta guerra, sta sopra l’arena del mare (Ap 12, 18). “Tra questa cruda e tristissima copia / corrëan genti nude e spaventate” (vv. 91-92): tristezza e nudità sono proprie di Laodicea, la settima chiesa d’Asia, con ripresa dei temi che hanno pervaso in principio del canto la similitudine di Virgilio con il villanello, qui divisi fra i serpenti e i ladri (Ap 3, 15.17). Le serpi hanno coda e capo (vv. 94-96), come i nocivi cavalli dell’esercito al suono della sesta tromba (Ap 9, 19); anche l’annodarsi è proprio dei dolosi e attorcigliati argomenti dell’Anticristo (Ap 5, 5).
Il sesto stato, corrispondente al giorno della creazione dell’uomo, è anche quello più conforme a Cristo; in esso tuttavia la vita bestiale, iniziata nel periodo precedente, pervade la Chiesa e la sesta è la maggiore guerra che essa deve sostenere.
Ad Ap 13, 3 Giovanni afferma, a proposito della bestia che ha visto salire dal mare: “E vidi una delle sue teste quasi colpita a morte, ma la sua piaga mortale le fu curata”.
Riccardo di San Vittore espone quanto detto da Giovanni in questo modo: “E vidi una delle sue teste”, cioè l’Anticristo, “quasi colpita a morte, e la piaga mortale le fu curata”, perché l’Anticristo fingerà in modo simulatorio di morire e di resuscitare così da assimilarsi a Cristo. La stessa cosa viene pure detta di Simon Mago, che finse dinanzi all’imperatore Nerone.
Olivi dichiara di non sapere se l’Anticristo opererà con finzione; riporta tuttavia quanto esposto da Gioacchino da Fiore nel quinto libro della Concordia dove, a proposito dell’ultima visione di Daniele relativa alle guerre condotte dai Seleucidi per la conquista della Palestina (Dn 11, 13-40), distingue tre anni e mezzo di guerra, corrispondenti alla tribolazione dell’Anticristo, che avrà tale durata coincidente con l’espressione “per (un) tempo, (due) tempi e la metà di un tempo” di Ap 12, 14 (relativa alla permanenza della donna nel deserto per 1260 anni) e con quella profetizzata dallo stesso Daniele (Dn 7, 25, dove si dice che il re undicesimo distruggerà i santi dell’Altissimo che gli saranno dati in mano).
Secondo Gioacchino da Fiore, a partire dal versetto “Il re del settentrione (di “Aquilone”: Antioco III il Grande) si volgerà e appresterà una moltitudine maggiore di quella precedente e alla fine dei tempi e degli anni verrà” (Dn 11, 13) fino a “e ordirà progetti contro solidissimi piani, ma ciò fino ad un certo tempo” (Dn 11, 24: Antioco IV Epifane) viene narrata la guerra che l’Anticristo farà nel primo anno al fine di conseguire la monarchia universale. Il fatto che in questa prima guerra venga inserita l’espressione – “l’obbrobrio”, quello cioè che voleva recare a Cristo, “si rivolgerà contro di lui e verrà sospinto, cadrà, scomparirà, e starà nel suo luogo vilissimo e indegno di un decoro regale” (Dn 11, 18-20: Antioco III morì nel tentativo di saccheggiare il tesoro di Bel in Elimaide) – viene inteso da Gioacchino nel senso che l’Anticristo riceverà il frutto delle sue opere, cioè perderà il regno. Soggiunge tuttavia che dopo ciò (Antioco IV) verrà di nascosto e conseguirà il regno con la frode; stabilirà infatti un patto col popolo per istigazione di colui che sarà capo dell’alleanza e mediatore della concordia. Una volta che gli sarà stato restituito il regno, subito muoverà una guerra assai atroce, della quale poco dopo si dice: “Le braccia del combattente saranno annientate davanti a lui e sarà stroncato anche il capo dell’alleanza” (Dn 11, 22). Infatti dopo essergli stato amico lo ingannerà.
Il secondo anno di guerra incomincia lì dove dice: “La sua forza e il suo ardire lo spingeranno contro il re del Mezzogiorno” (“dell’Austro”, Tolomeo I Sotere: Dn 11, 25), fino a: “Alcuni saggi cadranno, perché fra di loro ve ne siano di quelli purificati come per fusione e resi candidi fino al tempo stabilito, perché ancora altro tempo dovrà venire”, cioè il terzo anno che seguirà (Dn 11, 35). L’espressione inserita – “Verranno contro di lui le trireme dei Romani, verrà percosso e tornerà indietro” (Dn 11, 30) – è da Gioacchino lasciata nel dubbio se essa, nel caso dell’Anticristo, sarà adempiuta spiritualmente o materialmente. Tuttavia, quell’essere percosso nelle proprie membra lo accenderà maggiormente nell’ardore dell’ira contro la Chiesa, per cui segue: “E si indignerà contro la santa alleanza del santuario”, utilizzando l’inganno a suo piacimento.
Il terzo anno di guerra incomincia lì: “Il re farà ciò che vuole, si innalzerà, si magnificherà sopra ogni dio e proferirà cose inaudite contro il Dio degli dèi” (Dn 11, 36). Circa la fine, Gioacchino soggiunge: è da ritenere che il tempo stabilito, del quale si dice “nel tempo stabilito il re dell’Austro combatterà contro di lui” (Dn 11, 40), qui venga inteso come “metà del tempo” o dell’anno al termine del quale cesserà l’impero dell’Anticristo. Pertanto Gioacchino pare intendere che nel primo dei tre anni e mezzo l’Anticristo perderà il regno che aveva cominciato ad acquistare e che poi lo recupererà. Se ciò è vero, si può affermare che questa prima perdita del regno sarà come la sua uccisione, il successivo recupero come la sua resurrezione.

  • Il tema dello stare in luogo vilissimo e indegno del decoro regale, proprio dell’Anticristo nel primo anno di guerra, si ritrova appropriato a Filippo Argenti, del quale afferma Virgilio: “Quanti si tegnon or là sù gran regi / che qui staranno come porci in brago” (Inf. VIII, 49-50). Il “fiorentino spirito bizzarro” avrebbe voluto, col distendere le mani, rovesciare la barchetta di Flegiàs e far cadere Dante nella palude o almeno offenderlo, ma viene sospinto da Virgilio (v. 41; “lo sospinse” è da confrontare con l’“impingere” di Daniele 11, 19) che fa rivolgere contro di lui l’obbrobrio che intendeva recare ad altri.

  • Chi muore e poi rinasce, come la testa della bestia che sembrava uccisa ma poi rivive, è Vanni Fucci, il quale, trafitto da un serpente “là dove ’l collo a le spalle s’annoda”, subitamente “s’accese e arse (l’“exardescere in iram” è proprio dell’Anticristo), e cener tutto / convenne che cascando divenisse”, ma una volta così distrutto a terra con altrettanta rapidità riprende la forma primitiva, risorgendo come la fenice, della quale i grandi saggi dicono che muoia e poi rinasca quando si avvicina al cinquecentesimo anno (Inf. XXIV, 97-111; cinquecento anni dura il quinto stato, la bestia che sale dal mare la cui testa sembrava uccisa ma poi rivive appartiene al sesto) [1]. Al ladro pistoiese è appropriato al contrario un altro tema dell’Anticristo, cioè l’eventualità che finga, lì dove il poeta dice a Virgilio di non farlo scappare: “Dilli che non mucci, / e domanda che colpa qua giù ’l pinse / … E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse, / ma drizzò verso me l’animo e ’l volto, / e di trista vergogna si dipinse” (vv. 127-132). Il senso è pertanto che ‘non finse di essere diverso da quello che era’ (Pagliaro), con atteggiamento opposto a quello tenuto dal ruffiano Venedico Caccianemico, il quale “celar si credette / bassando ’l viso” (Inf. XVIII, 46-47). Lo stesso sentimento di “trista vergogna” che il dannato prova per essere stato colto “ne la miseria dove tu mi vedi” (Inf. XXIV, 132-135) sembra far riferimento all’obbrobrio del luogo vile dove si ritrova l’Anticristo dopo aver perduto il regno nel primo anno di guerra (e l’“impingere”, da Daniele 11, 19, sarà da ancora confrontare con “qua giù ’l pinse” del v. 128). Ma della sesta guerra il peccatore recita soprattutto il motivo della vita bestiale: “Vita bestial mi piacque e non umana, / sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci / bestia, e Pistoia mi fu degna tana” (vv. 124-126). Non a caso la settima bolgia è “terribile stipa / di serpenti” (vv. 82-84), animali irrazionali creati nel sesto giorno prima dell’uomo (Ap 13, 1), che lì scambiano vicendevolmente con la natura umana dannata la propria forma bestiale.

  • L’esegesi di Ap 13, 3 viene utlizzata ancora nella rissa tra maestro Adamo e Sinone greco di Troia (Inf. XXX, 100-108). Il motivo del ricevere da parte dell’Anticristo il frutto delle proprie opere è attribuito a frate Alberigo – “quel da le frutta del mal orto” -, che nel ghiaccio di Cocito riprende “dattero per figo” per il suo tradire gli ospiti (Inf. XXXIII, 118-120). Anche il rompere il patto che prima l’Anticristo aveva stabilito con il capo dell’alleanza sembra trovarsi nell’ingannevole promessa da parte del poeta di liberare il viso del dannato dai duri veli del ghiaccio se questi gli riveli il suo nome – “e s’io non ti disbrigo, / al fondo de la ghiaccia ir mi convegna” (vv. 115-117) –, promessa poi non mantenuta: “e cortesia fu lui esser villano” (v. 150).

    [1] Da notare, ai vv. 103-104, l’accostamento fra distruggere e raccogliere, parodia della Chiesa d’Oriente distrutta dai Saraceni e di quella romana raccolta da Carlo Magno in Occidente (prologo, Notabili V, XIII), fatto che segnò l’inizio del quinto stato dalla durata di cinquecento anni fino al 1300. La fenice ovidiana (vv. 110-111) si pasce
    “sol d’incenso lagrime e d’amomo” (sono fra le mercanzie piante da Babylon, dopo la sua caduta: Ap 18, 11-13); “e nardo e mirra son l’ultime fasce”, cioè l’estremo nido (la mirra è amara e preserva dalla corruzione: Ap 2, 1).

Tab. IX

[LSA, cap. XIII, Ap 13, 3 (IVa visio, VIum prelium)] Ricardus exponit predictum verbum Iohannis sic: «“Et vidi unum de capitibus”, id est de principalibus, scilicet Antichristum, “quasi occisum in mortem, et plaga mortis eius curata est”, quia Antichristus simulatorie finget se mortuum et resuscitatum, ut in hoc se assimilet Christo»*. Et si bene recolo, Gregorius dicit idem, et simile fertur Simon magus finxisse coram Nerone imperatore*. An autem talem fictionem faciet Antichristus nescio.
(primo anno) Ioachim tamen, libro V° Concordie exponens de Antichristo verbum seu illam partem ultime visionis Danielis, que incipit ab illo loco: “Convertetur enim rex aquilonis, et preparabit multitudinem maiorem quam prius, et in fine temporum annorumque veniet” (Dn 11, 13), dicit, attamen non assertorie sed opinative, quod ab illo loco usque ibi: “Et contra firmissimas cogitationes inibit consilium, et hoc usque ad tempus” (Dn 11, 24), id est secundum Ioachim usque ad annum, narratur primum prelium quod Antichristus faciet primo anno, ut monarchiam totius mundi valeat optinere1.
Quod autem in hoc primo bello interseritur, quod “obprobrium eius”, quod scilicet voluit Christo inferre, “convertetur in eum” et quod “impinget et corruet et non invenietur, et stabit in loco suo vilissimus et indignus decore regio” (Dn 11, 18-20), dicit Ioachim quod tunc Antichristus ex parte recipiet fructum operis sui, id est tunc amittet regnum2.
Subditur tamen quod post hoc veni<et> clam et obtinebit regnum <in> fraudulentia; percutiet enim fedus cum populo instinctu cuiusdam qui erit dux federis et mediator concordie. Ubi autem viderit sibi regnum redditum, illico movebit atrocissimam pugnam, de qua et mox subditur: “Et brachia pugnantis expugnabuntur a facie eius et conterentur, insuper et dux federis” (Dn 11, 22), scilicet conteretur ab eo. Nam post amicitiam priorem faciet cum eo dolum3.
(secundo anno) Prelium autem quod secundo anno faciet incipit ibi: “Et concitabitur fortitudo eius et cor eius adversus regem austri” (Dn 11, 25), usque ibi: “Et de eruditis ruent, ut conflentur et dealbentur usque ad tempus prefinitum, quia adhuc aliud tempus erit” (Dn 11, 35), id est quia sequetur tertius annus4. De hoc autem quod ibi interseritur: “Et venient super eum trieres et Romani, et percutietur et revertetur” (Dn 11, 30), dicit Ioachim quod utrum hoc impleatur spiritaliter aut corporaliter interim dubium relinquatur. Attamen ex illa percussione, quam patietur in membris suis, magis exardescet in iram contra ecclesiam Christi. <Nam> sequitur: “Et indignabitur contra testamentum sanctuarii et faciet”, id est iuxta votum proficiet dolus in manu eius5.
(tertio anno) Prelium vero anni tertii incipit ibi: “Et faciet rex iuxta voluntatem suam et elevabitur et magnificabitur adversus omnem deum et adversus Deum deorum loquetur magnifica” (Dn 11, 36). In cuius fine subdit Ioachim: «Creditur autem quod tempus prefinitum, de quo dicit: “et in tempore prefinito preliabitur adversus eum rex austri” (Dn 11, 40), hic sumpsit dimidium temporis seu anni in cuius consumatione cessabit imperium Antichristi»6.
Videtur ergo Ioachim opinari quod in primo anno trium annorum et dimidii perdet regnum quod ceperat acquirere et quod postmodum recuperabit ipsum. Quod si verum est, potest dici quod prima amissio regni erit quasi occisio eius, sequens vero regni recuperatio erit quasi resurrectio eius.

Inf. XXXIII, 115-120

Per ch’io a lui: “Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,
dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,
al fondo de la ghiaccia ir mi convegna”.
Rispuose adunque: “I’ son frate Alberigo;
i’ son quel da le frutta del mal orto,
che qui riprendo dattero per figo”.

Inf. VIII, 40-42, 49-51

Allor distese al legno ambo le mani;
per che ’l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: “Via costà con li altri cani!”.

Quanti si tegnon or là sù gran regi
che qui staranno come porci in brago
,

di sé lasciando orribili dispregi!

[LSA, prologus, Notabile XII] […] quintus (status) duravit iam fere per quingentos annos, sumendo eius initium a translatione imperii romani a Grecis in Karolum facta DCCCI° anno Christi; sumendo vero eius initium a vocatione Pipini patris eius ad ferendum auxilium Romanis et pape contra Longo-bardos, sunt fere quingenti sexaginta anni.

Ovidio, Met., XV, 395

Haec ubi quinque suae conplevit saecula                                                                 [vitae

Inf. XXIV, 82-84, 100-108, 124-135

e vidivi entro terribile stipa
di serpenti, e di sì diversa mena
che la memoria il sangue ancor mi scipa. 

Né O sì tosto mai né I si scrisse,
com’ el s’accese e arse, e cener tutto
convenne che cascando divenisse;
e poi che fu a terra sì distrutto,
la polver si raccolse per sé stessa
e ’n quel medesmo ritornò di butto.
Così per li gran savi si confessa
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno                                                                  [appressa

Vita bestial mi piacque e non umana,
sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tana”.
E ïo al duca: “Dilli che non mucci,
e domanda che colpa qua giù ’l pinse;
ch’io ’l vidi omo di sangue e di crucci”.
E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse,
ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,
e di trista vergogna si dipinse;
poi disse: “Più mi duol che tu m’hai colto
ne la miseria dove tu mi vedi,
che quando fui de l’altra vita tolto”.

[LSA, cap. XIII, Ap 13, 1] Potest etiam tertia ratio addi, quia in prioribus preliis non fuit bestialis gens et vita sic habundanter in numero et nomine christianorum et membrorum ecclesie commixta sicut est a fine quarti temporis usque ad Antichristum. Nam aperti heretici et pagani et Iudei non baptizati non connumerabantur a catholicis inter membra ecclesie nec in numero sui collegii; a fine autem quarti temporis et citra sunt multi bestiales in numero catholicorum fidelium computati. In cuius misterium est quod in primis operibus sex dierum originalium non creantur bestie et animalia <ir>rationalia nisi solo in quinto et sexto die. Multi enim bestiales pisces et rapaces aves facte sunt in quinta die, puta cete magna in mari; in initio vero sexte diei ante creationem hominis facte sunt in terra multe bestie feroces, puta leones et pardi et ursi et serpentes et consimilia. […]

* In Ap IV, iiii (PL 196, col. 805 A).

* Cfr. Bedae Expositio Apocalypseos, Corpus Christianorum. Series Latina CXXI A, cap. XXI, p. 403, 29-34.

1 Concordia, V 6, c. 4, § 7, Patschovky 3, pp. 991, 1-996, 12. Olivi abbrevia fortemente il testo di Gioacchino, per il quale si tratta del secondo anno di guerra e non del primo. 

2 Ibid., p. 995, 11-14.

3 Ibid., pp. 995, 20-996, 4.

4 Ibid., pp. 996, 13-999, 13.

5 Ibid., p. 998, 7-14.

6 Ibid., pp. 999, 20-1003, 12: 1003, 9-12.

 

Il motivo della fragilità umana consente la collazione tra quanto detto nell’esegesi del quinto capitolo (Ap 5, 1) sulle cause della chiusura del quarto sigillo (l’indomita superbia piegata da cenere e morte) e Ap 18, 19, passo della sesta visione nel quale i mercanti (i “naviganti”) piangono dolenti la caduta di Babylon mettendosi la polvere sul capo, riconoscendo la propria fragilità e miseria. La prostituta, come si dice ad Ap 17, 16, verrà bruciata e incenerita dai dieci re – designati dalle dieci corna della bestia -, in modo che non rimanga segno del suo precedente stato o della sua gloria: il tema della cenere unisce quindi Ap 17, 6 con 5, 1, dove è presente nella citazione di Ecclesiastico 10, 9.
Di questi motivi – polvere, cenere, dolersi della propria miseria, cadere, superbia – fa segno Vanni Fucci, il ladro che, trafitto da un serpente, subitamente “s’accese e arse, e cener tutto / convenne che cascando divenisse” e poi la polvere riassunse con altrettanta rapidità la forma originaria (Inf. XXIV, 100-105). Per il fatto di essere stato colto dal poeta nella miseria della propria pena, il peccatore è assalito da dolore maggiore di quello provato al momento della morte (vv. 133-135). E nell’invettiva contro Pistoia, “degna tana” del “Vanni Fucci bestia” – lo spirito più superbo contro Dio mai incontrato per i cerchi infernali, più di Capaneo -, il poeta augura alla città di deliberare la propria riduzione in cenere “sì che più non duri”, cioè non ne rimanga più memoria (Inf. XXV, 10-15) [2].
Nel primo girone del purgatorio, gli esempi di superbia punita sono scolpiti sul pavimento, come le lapidi in terra che recano la figura dei defunti “perché di lor memoria sia” (Purg. XII, 16-18: il tema è vòlto in senso positivo rispetto ad Ap 17, 16): tra essi si vede, come segno basso e vile, “Troia in cenere e in caverne” (vv. 61-63; cfr. ai versi 67 e 70 l’accostamento dei motivi della superbia e della morte), il “superbo Ilïón … combusto” di Inf. I, 75.

[2] Segni di altri luoghi esegetici: e non sa como (v. 112), che richiama il misero villanello (Ap 3, 17 e anche 3, 3); per forza di demon ch’a terra il tiraIo piovvi di Toscana (vv. 113, 122), parodia del diavolo che intossica, ma è gettato a terra (Ap 12, 9); tutto smarritoguardando (vv. 116-117), trasposizione dell’invito a riguardare la prima grazia rivolto all’intorpidito vescovo di Sardi, la quinta chiesa d’Asia (Ap 3, 3); si levalevato (vv. 115, 118), contrafactum del levarsi di Giovanni a visioni più ardue, tema già registrato ai vv. 8, 27-28, 58, 60, 63 (Ap 4, 1-2).

 

Tab. X

[LSA, cap. XVIII, Ap 18, 19 (VIa visio)] “Et miserunt pulverem super capita sua et clamaverunt flentes et lugentes et dicentes: Ve, ve civitas illa magna, in qua divites facti sunt omnes, qui habebant naves in mari, de pretiis eius”, que scilicet acquirebant pro mercibus quas in ea vendebant. “Ve”, inquam, “civitas” sic “magna”, “quoniam una hora desolata est!”.
Nota quod utrique negotiatores dicunt bis “ve”, reges vero triplicant “ve”, quia sicut reges in eius casu plus perdiderunt et de altiori gloria ceciderunt, sic et gravius plangent et in inferno fortius dolebunt, secundum illud Sapientie VI°: “Iudicium durissimum fiet in hiis qui presunt; exiguo enim conceditur misericordia, potentes autem potenter tormenta patientur” (Sap 6, 6-7).
Nota etiam quod prout hic planctus refertur ad eos qui erunt in inferno cum ipsa, tunc per missionem pulveris in caput designatur recognitio proprie fragilitatis et miserie. Nam, pena cogente, sentient se esse pulvereos et abiectos, qui in hoc mundo supra modum efferebantur.

[LSA, cap. V, Ap 5, 1] Quartus (defectus in nobis claudens intelligentiam huius libri) est nostre libertatis superba indomabilitas. […]
In quarta (apertione) vero mors sedens in equo pallido, id est in carne quasi iam emortua pallescente, domuit et infregit superbam libertatem orientalium ecclesiarum nolentium subici sedi et fidei Petri. Et certe nichil validius ad infringendam superbiam imperii nostri quam consideratio assidua et expe-rientia humane fragilitatis et mortis, unde Eccle-siastici X° ad retundendam hominis superbiam dicitur: “Quid superbis terra et cinis?” (Ecli 10, 9), et capitulo VII° dicitur: “In omnibus operibus tuis memorare novissima tua et in eternum non peccabis” (Ecli 7, 40).

[LSA, cap. XVII, Ap 17, 16 (VIa visio)] “Et decem cornua, que vidisti, et bestia” (Ap 17, 16), et etiam bestia seu rex bestie seu, secundum Ricardum, “et bestia”, id est diabolus*; “hii”, scilicet decem reges per cornua designati, “odient fornicariam et desolatam facient illam”, scilicet suis aquis seu populis in quibus consolatorie quiescebat, “et nudam”, scilicet suis ornamentis et divitiis, “et carnes eius manducabunt”, <id est crudeliter dilacerabunt et occident, “et ipsam igni concremabunt”,> id est eius urbes et terras cremabunt et incinerabunt, ut quasi non sit memoria vel signum prioris status vel glorie eius.

* In Ap V, ix (PL 196, col. 835 C).

Inf. XXIV, 100-105, 112-114, 133-135; XXV, 10-15

Né O sì tosto mai né I si scrisse,
com’ el s’accese e arse, e cener  tutto
convenne che cascando divenisse;
e poi che fu a terra sì distrutto,
la polver si raccolse per sé stessa
e ’n quel medesmo ritornò di butto.

E qual è quel che cade, e non sa como,
per forza di demon ch’a terra il tira,
o d’altra oppilazion che lega l’omo

poi disse: “Più mi duol che tu m’hai colto
ne la miseria dove tu mi vedi,
che quando fui de l’altra vita tolto”.

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d’incenerarti sì che più non duri,
poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi?
Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri
non vidi spirto in Dio tanto superbo,
non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.

Inf. XX, 28-30

Qui vive la pietà quand’ è ben morta;
chi è più scellerato che colui
che al giudicio divin passion comporta?

Inf. I, 73-75

Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ’l superbo Ilïón fu combusto.

Purg. XII, 16-18, 61-63, 67-72

Come, perché di lor memoria sia,
sovra i sepolti le tombe terragne
portan segnato quel ch’elli eran pria

Vedeva Troia in cenere e in caverne;
o Ilïón, come te basso e vile
mostrava il segno che lì si discerne!

Morti li morti e i vivi parean vivi:
non vide mei di me chi vide il vero,
quant’ io calcai, fin che chinato givi.
Or superbite, e via col viso altero,
figliuoli d’Eva, e non chinate il volto
sì che veggiate il vostro mal sentero!

Purg. XVIII, 133-135

Di retro a tutti dicean: “Prima fue
morta la gente a cui il mar s’aperse,
che vedesse Iordan le rede sue”.

 

La vita bestiale è il marchio di Vanni Fucci: “Vita bestial mi piacque e non umana … son Vanni Fucci / bestia”, dove la ripetizione “bestial … bestia” sembra accordarsi con la distinzione fatta nell’esegesi di Ap 16, 2 (quinta visione, prima coppa) tra falsa immagine ricercata come propria beatitudine e la reale bestialità (Inf. XXIV, 124-126; cfr. Purg. XXVI, 82-87). È da notare che la vita bestiale prevale soprattutto, come appare da Ap 13, 1, per l’intero quinto stato fino al tempo dell’Anticristo nel sesto stato, e viene assimilata alla creazione delle bestie feroci nel quinto e nel sesto giorno, prima della comparsa dell’uomo: tra le bestie create all’inizio del sesto giorno ci sono i serpenti, che tormentano il bestiale ladro pistoiese. Le trasformazioni reciproche dei ladri e dei serpenti che seguono appartengono a una zona dove prevalgono i temi del sesto stato.

Vanni Fucci fu “ladro a la sagrestia d’i belli arredi”, sottrazione per la quale “falsamente già fu apposto altrui” (Inf. XXIV, 137-139). Variazione sulle parole di san Giovanni il quale, quasi al termine del libro dell’Apocalisse, minaccia quanti, nell’esporre il testo, falsamente aggiungeranno o sottrarranno qualcosa alle parole della profezia da lui scritta. Chi apporrà qualcosa di menzognero che non deve essere aggiunto patirà i flagelli descritti nel libro; chi toglierà le parole si vedrà invece sottrarre il libro della vita, cioè la gloria sostanziale di Dio, e la città santa (Ap 22, 18-19; il confronto con l’esegesi porta a escludere la variante posto).

■ Nel dire di sé Vanni Fucci non può fuggire o fingere: «Io non posso negar quel che tu chiedi – “Et non negasti nomen meum”» (v. 136; Ap 3, 8), ma quasi nuova Arpia verso il moderno Enea, invita il suo interlocutore a prestare attenzione: «apri li orecchi al mio annunzio, e odi – “Si quis habet aurem … audiat” … futurarum passionum eius predictio» (v. 142; Ap 13, 9; 2, 10; cfr. Inf. XIII, 10-12). Il ladro recita quindi, parodiandoli, i passi della Lectura dove si accenna a vapori, nuvoli, impetuose tempeste, nebbia (Ap 2, 17; 16, 17), torbidi e acre ferire (14, 10.12), folgorante spezzare (8, 5), variando i temi in senso negativo e addensandoli in un “parlar nemico”: vapor, torbidi, tempesta impetüosa, agra, repente spezzerà, nebbia, feruto. Il rabbioso profetare di Vanni Fucci trascorre infine nella blasfemia con l’accostamento delle parole campo e bianco: “e con tempesta impetüosa e agra / sovra Campo Picen fia combattuto … sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto”. Parole blasfeme perché il bianco è il colore di Cristo, che esce vittorioso nel campo del mondo (Ap 6, 2; il tema è già presente nella similitudine del villanello ai vv. 8-9). L’annuncio della sconfitta, a Serravalle il 6 settembre 1302, dei Bianchi pistoiesi da parte dei Neri fiorentini alleati coi Lucchesi capitanati da Moroello Malaspina, significa la sconfitta di tutti i Bianchi esuli, Dante compreso, figura del nuovo avvento di Cristo nei suoi discepoli spirituali, “agnello, / nimico ai lupi che li danno guerra” (Par. XXV, 5-6). Tutto ciò dopo che “Fiorenza rinova genti e modi” con il sopravvento dei Neri l’8 novembre 1301: un perverso mutamento di governo rispetto alla renovatio del mondo tanto attesa nel sesto stato!

 

Tab. XI

[LSA, cap. XVI, Ap 16, 17 (Va visio, VIIa phiala)] Secundum autem Ioachim, septima phiala effunditur super “aerem”, id est super electos, ut si que eis macule adheserunt de communione Babilonis, purgentur et dealbentur super nivem, et in percussione septima cessat plaga Domini a populo Dei*. […] Et quidem congrue per “aerem” intelligitur contemplativus status in hac vita, quia sic stat in medio inter vitam beatam et terrenam sicut aer inter celum et terram. Et sicut aer purgatus a grossis et fumosis vaporibus et nubibus et tranquillatus a ventorum tempestatibus est pervius radiis solis et stellarum et visui hominum, sic septimus status ecclesie, post plenam sui purgationem in effusione septime phiale consumandam, erit serenus et tranquillus et pervius seu perspicuus ad contemplativos radios solis eterni et totius celestis et subcelestis hierarchie, ita quod tunc totus cultus templi Dei et tota sedes et maiestas Dei clamabit magnifice et evidenter Dei opera esse consumata. Et hoc quidem in hac vita, sumendo statum septimum prout erit in hac vita. [* Expositio, pars V, f. 191va (citazione abbreviata)]

[LSA, cap. II, Ap 2, 17 (IIIa victoria)] Tertia est victoriosus ascensus super phantasmata suorum sensuum, quorum sequela est causa errorum et heresum. Hic autem ascensus fit per prudentiam effugantem illorum nubila et errores ac impetus precipites et temerarios ac tempestuosos. Hoc autem competit doctoribus phantasticos hereticorum errores expugnantibus, quibus et competit premium singularis apprehensionis et degustationis archane sapientie Dei, de quo tertie ecclesie dicitur: “Vincenti dabo manna absconditum, et dabo ei calculum lucidum, et in calculo nomen novum scriptum, quod nemo novit, nisi qui accipit” (Ap 2, 17). […]

Inf. XXIV, 142-150

apri li orecchi al mio annunzio, e odi.
Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;
poi Fiorenza rinova gente e modi.
Tragge Marte vapor di Val di Magra
ch’è di torbidi nuvoli involuto;
e con tempesta impetüosa e agra
sovra Campo Picen fia combattuto;
ond’ ei repente spezzerà la nebbia,
sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.

[LSA, cap. VIII, Ap 8, 5 (IIIa visio, radix)] […] “Et facta sunt tonitrua” (Ap 8, 5), scilicet illius altioris doctrine quam Apostolus loquebatur solis perfectis, vel “tonitrua” grandium comminationum; “et voces”, scilicet doctrine rationalis et quasi humane; “et fulgura”, scilicet coruscantium et stupendorum miraculorum, vel superfervidorum eloquiorum sic penetrantium et scindentium et incendentium corda sicut fulgur terrena penetrat et scindit, vel “fulgura” iudiciorum terribilium, ut cum Ananias et Saphira repente occisi sunt ad sententiam Petri, prout scribitur Actuum quinto (Ac 5, 1-11).

[LSA, cap. XIII, Ap 13, 9 (IVa visio, VIum prelium)] “Si quis habet aurem” (Ap 13, 9), id est sanam intelligentiam dictorum et dicendorum, “audiat”, id est attente et prudenter consideret id quod est premissum et etiam id quod mox subditur, quia hoc quod subditur multum ei conferet ad servandam fidem et patientiam in tanta tribulatione.

[LSA, cap. VI, Ap 6, 2 (IIa visio, apertio Ii sigilli)] In prima autem apertione apparet Christus resuscitatus sedens in equo albo, id est in suo corpore glorioso et in primitiva ecclesia per regenerationis gratiam dealbata et per lucem resurrectionis Christi irradiata, in qua Christus sedens exivit in campum totius orbis non quasi pavidus aut infirmus, sed cum summa magnanimitate et insuperabili virtute. Nam suos apostolos deduxit in mundum quasi leones animosissimos et ad mirabilia facienda potentis-simos, et “habebat” in eis “archum” predicationis valide ad corda sagittanda et penetranda. […] “Et exivit vincens ut vinceret”, id est, secundum Ricardum, vincens quos de Iudeis elegit ipsos convertendo ut per eosdem vinceret, id est conver-teret gentiles quos predestinaverat*. Vel per hoc designatur quod, quando exivit ut mundum vinceret, apparuit in ipso exitu totus victoriosus et ac si iam totus vicisset. [* In Ap II, iv (PL 196, col. 762 B-C)]

[LSA, cap. XIV, Ap 14, 10.12 (IVa visio)] “Hic bibet de vino ire Dei”, id est de horrendo et infernali supplicio a Dei ira propinato, “quod mixtum”, id est propinatum, “est mero”, id est purissimo supplicio nulla refrigerante misericordia ad<a>quato. “Mixtum”, inquam, seu propinatum est “in calice ipsius”, id est in certa et iusta mensura iusti iudicii eius, quasi dicat: de infinito vino zelatricis et iracund<e> iustitie Dei contra scelera reproborum miscuit seu propinavit meram penam “in calice”, id est in mensura proportionata culpe illorum. […] Glos<s>a legit: “quod mixtum est”, scilicet mero et fece, et vult ipsum esse turbidum in comparatione meri. Deinde quasi exponens quod est hoc vinum seu merum, subdit: “Et cruciabitur igne et sulphure”, id est igne sulphureo fetido et turbido, et hoc non latenter seu inconfusibiliter, immo ad maiorem confusionem, “in conspectu angelorum sanctorum et ante conspectum Agni”, id est in conspectu Christi et omnium sanctorum, quos contempserunt et offenderunt, cruciabuntur ut magis confundantur. […]
(Ap 14, 12) Nota etiam quod quamvis quilibet trium predictorum doctorum predicet tria predicta, nichilominus primum congrue attribuitur primo et secundum secundo et tertium tertio, tum ad insinuandum distinctionem et ordinem huius trine predicationis […], tum quia primus magis insistit ad primum et magis est idoneus et coaptatus ad id dulciter predicandum, tertius vero est aptior et magis insistit ad terribiliter comminandum penas eternas et ad <vitia> acriter ferienda, iuxta quod Christus suaviter docuit, quasi cantans canticum dulce; Iohannes vero Baptista terribilius, quasi lamentans et comminans ve dampnationis eterne; medius vero est de numero medie se habentium ad hec duo.


Nel sesto stato viene predicata, come con giuramento, la brevità del tempo e quasi la sua fine poiché da questo apparirà chiaro agli eletti che la fine del mondo è prossima e che le opere di Dio sono propinque alla consumazione finale. Come noi giuriamo levando e ponendo la mano sull’altare o sul libro dei Vangeli, così l’angelo dal volto solare, al suono della sesta tromba, giura che al suono della settima tromba non ci sarà più il tempo. Levare le mani in alto per giurare, tema proprio dell’angelo che ha il volto solare (Ap 10, 5-7; le mani sono al plurale in Daniele 12, 7; passo simmetrico citato da Olivi), è appropriato a Vanni Fucci nell’atto di squadrare a Dio “amendue le fiche”. È da notare la sequenza dei motivi relativi alla brevità del tempo: il ladro compie questo gesto blasfemo “al fine de le sue parole”, quelle con cui ha profetizzato, per recare dolore a Dante, sciagure ai Bianchi fiorentini; una serpe gli si avvolge al collo, come per ingiungergli di tacere – “come dicesse ‘Non vo’ che più diche’” -, ed “el si fuggì che non parlò più verbo”: il silenzio è anch’esso tema del settimo e ultimo stato (Inf. XXV, 1-6, 16). L’invettiva contro Pistoia reca ancora il tema della durata nel tempo della città, che il poeta si augura breve, invitandola a deliberare il proprio incenerimento (vv. 10-12). Incenerita verrà Babylon dai dieci re (Ap 17, 16), cosicché non resti memoria o segno della sua gloria passata.

Il motivo del ‘lago’ e quello del sangue sono congiunti nel centauro Caco, il quale sotto il monte Aventino, dove abitava, “di sangue fece spesse volte laco” (Inf. XXV, 25-27). In questo caso i temi presenti ad Ap 14, 19-20 offrono l’armatura spirituale al virgiliano “semperque recenti / caede tepebat humus” (Aen. VIII, 195-196). Interviene anche la tematica di Ap 19, 15 (passo collegato ad Ap 14, 19-20 dal ‘calcare’), lì dove si afferma che il Verbo di Dio “governerà con scettro di ferro” le genti, cioè con inflessibile giustizia. Quanti non vogliono convertirsi a seguito di atti blandi e umili sentiranno la severità e la forza della sua disciplina così da essere sottoposti, per quanto tardivamente, al suo scettro. Così Caco, le cui opere scellerate cessarono nel sentire i colpi della mazza di Ercole (Inf. XXV, 31-33).

 

7.  I cinque ladri e le loro metamorfosi

 

Quasi tutti gli ammiratori del canto venticinquesimo dell’Inferno ne hanno avvertito confusamente il fascino, ma ne hanno male indicato la ragione in un’abilità descrittiva che è solo la superficie della sua bellezza; i critici severi, non soltanto non hanno oltrepassato la superficie, ma nemmeno hanno sentito il fascino di quelle terzine. Sotto la fredda malia della nitida metamorfosi palpita, muto, tremendo, religioso, il dramma dell’anima che si smarrisce nel corpo bruto. La precisa materialità di quelle descrizioni, la mancanza di ogni suggestione sentimentale, non sono che il mezzo onde si rileva la silenziosa morte dello spirito. La concentrazione assidua, allucinante sulle linee fisiche, spogliate d’ogni intimo senso, fa risaltare tragicamente l’assenza della vita spirituale, il tremendo castigo divino che soffoca nella materia l’anima di chi alla materia ha dato tanto valore. Ognuno di quei particolari, appunto perché è così oggettivamente preciso, allarga il senso di stupore e d’orrore da cui è nato il canto.

ATTILIO MOMIGLIANO

(Il canto XXV dell’Inferno, in Letture dantesche. A cura di Giovanni Getto, Firenze 1955, pp. 467-488: 469)


Registrare nei particolari descrittivi espressi nei versi la sistematica parodia di un testo religioso, che con l’esegesi dell’ultimo libro canonico intende esporre la storia universale dei disegni divini, significa percepire il dramma dell’anima sotto l’apparente materialità del senso letterale. Così,
nella bolgia dei barattieri, il confronto tra l’ipertesto (la Commedia) e l’ipotesto (la Lectura super Apocalipsim) ha consentito di far rivivere quanto sta sotto la rappresentazione, il dramma interiore del poeta, da lui rivestito con la finzione comica e grottesca.
Il sesto stato, come già ricordato ma lo si ripete in quanto essenziale per la piena comprensione delle metamorfosi della settima bolgia, è per eccellenza il momento dell’imitazione di Cristo – di cui segna con Francesco il secondo avvento -, quando la fede viene impressa e sigillata e l’opera assomiglia in modo più perfetto al suo esemplare. In esso si rinnova la vita evangelica, viene sconfitto l’Anticristo e condannata l’ingratitudine e la malizia di Babylon, la Chiesa carnale, si convertono i due popoli, il gentile e l’ebraico, viene riedificata la Chiesa primitiva degli Apostoli. Corrisponde al sesto giorno della creazione, in cui vennero creati prima i rettili e le bestie irrazionali, poi l’uomo che, come l’ordine evangelico, è fatto a immagine e somiglianza di Dio e domina tutti gli animali. Ma è anche, al tempo della sesta guerra, il prevalere della bestialità, con l’ascendere della bestia dal mare (Ap 13, 1) e della bestia dalla terra (Ap 13, 11); mai come nel sesto periodo la vita bestiale si è mischiata con le membra della Chiesa (Ap 13, 1).
All’esegesi del capitolo XIII più volte viene condotto il lettore spirituale di quanto avviene nella settima bolgia. Si è già detto di “Vanni Fucci bestia”, cui piacque “vita bestial … e non umana” (Inf. XXIV, 124-126), il ladro pistoiese che, trafitto da un serpente, si incenerisce tornando subito nella forma primitiva, come la fenice muore e poi rinasce, ovvero come la testa della bestia che sembrava morta e che poi rivive (vv. 100-111, ex Ap 13, 3).
Quindi i ladri fiorentini si mutano in serpenti e viceversa. Nella prima trasformazione, nella quale il serpente “con sei piè” (Cianfa; il “sei” ha il valore negativo attribuitogli da Gioacchino da Fiore ad Ap 13, 18) si appiglia ad Agnolo Brunelleschi come edera abbarbicata all’albero per dare vita a un’immagine perversa, mista nell’unico aspetto delle due figure dell’uomo e del serpente (Inf. XXV, 49-78), risuona il tema della seconda bestia che prevale non con le sue forze ma con quelle della bestia precedente, con la quale concorda in un’unica setta erronea fusa con entrambe (Ap 13, 11).
Nella seconda trasformazione l’anima dell’uomo, che sembrava ferita (la piaga di Buoso trafitto dal serpente) e come uccisa (“sbadigliava / pur come sonno o febbre l’assalisse”; Inf. XXV, 88-90), rivive ma come fiera. Entrambi, al modo delle due bestie del capitolo XIII, compiono gli stessi prodigi e danno gli stessi segni, come afferma il serpente diventato uomo: “I’ vo’ che Buoso corra, / com’ ho fatt’ io, carpon per questo calle” (Inf. XXV, 140-141).
Una serie di parole-chiave (serpentecodacapipiagaboccafummavanfummolingua) rinvia all’esegesi di Ap 9, 18-19, già utilizzata in parte per la descrizione generale della bolgia (Inf. XXIV, 94-96) e, ancor prima, di Gerione [1].
Nelle visioni appaiono molte cose mostruose e inconsuete che si mescolano con quelle consuete, e ciò serve a elevare il contemplante o il lettore in uno stato di stupore (Ap 21, 17; cfr. 17, 6-7). Sono temi la cui parodia insinua il religioso orrore del quale parla Momigliano; si rinvengono nei versi che precedono la prima mostruosa trasformazione dei ladri, quando il poeta si rivolge al lettore ribadendo il proprio stupore per quanto vide una volta “levate … le ciglia” (Inf. XXV, 46-49). Meraviglia che si conclude in smarrimento, con “l’animo smagato” di fronte alla seconda metamorfosi (v. 146; Ap 3, 3).
Il tema del “trasmutare” è presente nel Notabile VII del prologo della Lectura, dove la “commutatio” è propria sia dell’alterno succedersi delle stirpi sacerdotali nell’Antico Testamento come del commutarsi della povertà originaria del pontificato nella Chiesa primitiva in uno stato di possesso di beni temporali, a partire da Costantino, fino al definitivo ritorno all’originaria povertà evangelica. Le trasmutazioni dei ladri sono invece senza ritorno alla stabilità – “Così vid’ io la settima zavorra / mutare e trasmutare” (Inf. XXV, 142-143) -, e questa instabilità, che è poi impossibilità per le anime di mantenere la forma di uomo, quella più conforme a Cristo, regredendo allo stato bestiale, è propria dei dannati, il cui tempo sarà nei secoli (infatti passeranno dal freddo al caldo e dal caldo al freddo), a differenza dei santi che saranno glorificati nell’immobilità dell’eterna gloria, come promesso dall’angelo della sesta tromba (Ap 10, 5-7; secondo l’interpretazione di Riccardo di San Vittore). I motivi del sesto stato, che pervadono la settima bolgia, coprono per buona parte anche la precedente bolgia degli ipocriti, dove però sono mescolati a quelli del quinto stato, i quali sono assolutamente prevalenti nella quinta bolgia dei barattieri.
La novità che il sesto stato, per eccellenza periodo di rinnovamento di questo secolo, arreca nell’Inferno è una novità fittizia: il nuovo prodotto dalle trasformazioni reciproche di serpenti e uomini, nel terzo ciclo settenario, è qualcosa di incompiuto perché regredisce allo stato precedente; Gerione, nel secondo ciclo, viene su a un “novo cenno” di Virgilio, ma è figura della frode dalla velenosa coda aculeata (Inf. XVI, 115-117); l’apertura della porta di Dite (a Filadelfia, la sesta delle chiese d’Asia, è data la porta aperta), nel primo ciclo, non è vera novità, perché essa è stata chiusa dall’ostinazione dei diavoli, recidivi dopo l’apertura della porta dell’inferno da parte di Cristo prefigurata dalla venuta di Ercole all’Ade, per cui Cerbero “ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo” (Inf. IX, 99). Se il sesto stato è di apertura, della porta o del parlare, che procede per successive illuminazioni, nell’Inferno vige l’imposizione data a Daniele dall’angelo sotto il sesto sigillo dell’Antico Testamento: “Ora tu, Daniele, chiudi queste parole e sigilla questo libro fino al tempo stabilito” (Dn 12, 4; cfr. Ap 10, 4), che era la sesta età nella quale apparve Cristo e in particolare il sesto stato della Chiesa nella quale il libro doveva essere più pienamente aperto, non però ai malevoli e ai maldisposti.

[1] Nelle due terzine che avviano la seconda trasformazione (vv. 79-84) sono legati insieme temi provenienti da più luoghi dell’esegesi, già variati in altri punti del poema: sotto la gran fersa / dei dì canicular … un serpentello acceso” (il caldo indotto dal versamento della quarta coppa: Ap 16, 8-9); “folgore par se la via attraversa” (i fulgura che penetrano e scindono ad Ap 8, 5; l’esegesi del porco della selva ad Ap 9, 11 [cfr. Inf. XXIII, 118]); “venendo verso l’epe” (dall’esegesi della quarta chiesa d’Asia, Ap 2, 22, alla quale appartiene anche il tema delle reni, presente al v. 57); livido e nero come gran di pepe” (sono fra i colori dell’iride che circonda la sede divina ad Ap 4, 3). Ancora, nella terzina ai vv. 88-90, co’ piè fermati” (la solidità dei piedi ad Ap 10, 1; l’immobilità della colonna ad Ap 3, 12); “sbadigliava / pur come sonno o febbre l’assalisse” (il sonnolento torpore della quinta chiesa d’Asia, ad Ap 3, 3).

Tab. XII

[LSA, cap. XIII, Ap 13, 18; (IVa visio, VIum prelium)] Ioachim autem dicit quod misticum significatum nominis eius non potest a nobis sciri vel exponi usquequo reveletur nomen ipsius. Oportet enim primo sciri quomodo iste numerus secundum litteram congruat nomini eius, ne spiritalis intellectus, qui sequitur, sit quasi inanis. Subdit tamen unum misterium huius numeri. Senarius enim numerus apprehendit temporalia, in sex diebus facta, que amant filii mundi huius. Numerus vero iste significat universitatem temporum secularium ab Adam usque ad finem huius bestie. Nam DC significant sex etates huius mundi, in quibus regnavit hec bestia in membris suis ab initio seculi. LX vero significant sex tempora huius sexte etatis, in quibus hec bestia atrocius persecuta est Christi ecclesiam. VI vero significat sextum tempus huius sexte etatis, id est ipsius regni Antichristi, scilicet sexies septem menses, id est menses quadraginta duos, in quo supra modum exardescet furor bestie huius*.

[LSA, cap. XIII, Ap 13, 1 (IVa visio, VIum prelium)] Potest etiam tertia ratio addi, quia in prioribus preliis non fuit bestialis gens et vita sic habundanter in numero et nomine christianorum et membrorum ecclesie commixta sicut est a fine quarti temporis usque ad Antichristum. Nam aperti heretici et pagani et Iudei non baptizati non connumerabantur a catholicis inter membra ecclesie nec in numero sui collegii; a fine autem quarti temporis et citra sunt multi bestiales in numero catholicorum fidelium computati. In cuius misterium est quod in primis operibus sex dierum originalium non creantur bestie et animalia <ir>rationalia nisi solo in quinto et sexto die. Multi enim bestiales pisces et rapaces aves facte sunt in quinta die, puta cete magna in mari; in initio vero sexte diei ante creationem hominis facte sunt in terra multe bestie feroces, puta leones et pardi et ursi et serpentes et consi-milia. […]

[LSA, cap. IX, Ap 9, 18-19 (IIIa visio, VIa tuba)] “Et ab hiis tribus plagis occisa est tertia pars hominum” (Ap 9, 18), id est illa pars que consen<sit> eis. Deinde specificat iterum has tres plagas subdens: “de igne et fumo et sulphure, qui procedebant de ore ipsorum”. Videtur autem loqui ac si sulphur esset materiale pabulum ignis multum fumosi. Locutio autem carnalis est apta ad accendendum auditores ad carnalia. Turbulenta vero diffamatio veritatis christiane est apta ad <excecandum> et ad inducendum contemptum christiani cultus. Rabies vero iracundie terribilis et crudelis et comminationum eius est apta ad flectendum et subiciendum omnes pusillanimes ad illorum votum et sectam.
“Potestas enim equorum in ore eorum est” (Ap 9, 19), scilicet quoad tria predicta, “et in caudis eorum; nam caude eorum similes serpentibus habentes capita, et in hiis nocent”. Leo palam sevit, serpens vero occultis insidiis ferit et feriendo suum occultum venenum infundit; sic etiam os in facie se aperte ingerit, cauda vero post tergum latet. In leonino igitur capite et ore equorum designatur temptatio aperta et violenta, in cauda vero serpentina temptatio latens et fraudulenta. Secundum enim Ioachim, minantur mortem ut tormentis penarum possint etiam constantes milites frangere; secreto autem blandiuntur et negantibus fidem promittunt felicem vitam, ut sic frangant eos quos nequeunt superare tormentis**.

* Expositio, pars IV, distinctio IV, f. 169ra.

** Expositio, pars III, f. 135vb.

Inf. XXV, 49-72, 91-93, 118-120, 133-135

Com’ io tenea levate in lor le ciglia,
e un serpente con sei piè si lancia
dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.
Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia
e con li anterïor le braccia prese;
poi li addentò e l’una e l’altra guancia;
li deretani a le cosce distese,
e miseli la coda tra ’mbedue
e dietro per le ren sù la ritese.
Ellera abbarbicata mai non fue
ad alber sì, come l’orribil fiera
per l’altrui membra avviticchiò le sue.
Poi s’appiccar, come di calda cera
fossero stati, e mischiar lor colore,
né l’un né l’altro già parea quel ch’era:
come procede innanzi da l’ardore,
per lo papiro suso, un color bruno
che non è nero ancora e ’l bianco more.
Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno
gridava: “Omè, Agnel, come ti muti!
Vedi che già non se’ né due né uno”.
Già eran li due capi un divenuti,
quando n’apparver due figure miste
in una faccia, ov’ eran due perduti.

Elli ’l serpente e quei lui riguardava;
l’un per la piaga e l’altro per la bocca
fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.

Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela
di color novo, e genera ’l pel suso
per l’una parte e da l’altra il dipela

e la lingua, ch’avëa unita e presta
prima a parlar, si fende, e la forcuta
ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.

[LSA, cap. XIII, Ap 13, 1.11 (IVa visio, VIum prelium)] “Et vidi de mari” (Ap 13, 1), id est de infideli natione paganismi, “bestiam”, id est bestialem catervam et sectam, “ascendentem”, scilicet in altum dominium et in publicum effectum et statum. […]
“Et vidi aliam bestiam” (Ap 13, 11). Quia tempore Antichristi cum predicta bestiali gente et rege eius concurret alia bestialis caterva pseudoprophetarum, [qui] non de mari nationum infidelium sed de terra christianitatis consurgent et concordabunt cum bestia prima in unam erroneam sectam ex utrisque conflatam, ideo tractat hic de hac secunda bestia. Ideo autem secundario tractat de ista, tum quia post exaltationem prime ista sequitur, tum quia hec non in propriis viribus sed in viribus prime consurget et prevalebit, tum quia in favorem prime ista operabitur signa falsa et reliqua mala sua.

[LSA, cap. X, Ap 10, 5-7 (IIIa visio, VIa tuba)] Secundum vero Ricardum, non dicit tempus amplius non esse respectu dampnandorum, quia illorum tempus erit in secula (nam de frigoribus ad calores et de caloribus ad frigora revertentur), sed dicit hoc respectu sanctorum glorificandorum et elementorum innovandorum. Dicit enim hoc ad consolationem sanctorum hic pro Christo multa patientium, quibus promittit instabilem mutabilitatem huius seculi transituram et eterne glorie immobilitatem successuram*.

* In Ap III, vii (PL 196, coll. 789 D–790 A).


L’operare segni da parte della seconda bestia (che sale dalla terra), unitamente a incantesimi quali far parlare una materia (la statua o l’immagine) in modo conforme alla legge dell’Anticristo (dandole così una forma), come gli incantatori del Faraone imitando Mosè trasformarono la verga in serpente (Ap 13, 11.15), conduce alle immagini perverse di Inf. XXV, prodotte dalle reciproche trasformazioni di ladri e serpenti, nature nelle quali le forme si dispongono a cambiare la propria materia. In vista di tale trasmutare, serpente e uomo “insieme si rispuosero a tai norme” (v. 103), che sono la conforme rispondenza alla legge dell’Anticristo, “imago bestie”. Questa metamorfosi costituisce un vanto per Dante, che confronta sé stesso con le metamorfosi semplici, non doppie, narrate da Lucano e da Ovidio. Il motivo di Mosè che converte la propria verga in un serpente divorante quello degli incantatori del Faraone gli fornisce panno per il paragone, non perché venga meno la stima del ‘sesto’ poeta per i due grandi che ha visto nel Limbo, ma perché il suo “poema sacro” non può non divorare, incorporandolo in una superiore sapienza cristiana, quanto scritto in ‘figura’ da poeti pagani (vv. 94-102).
Da rilevare che l’espressione “io non lo ’nvidio” (v. 99) può avere il comune significato di ‘io non ho nulla da invidiare’ ai due poeti latini, ma anche quello di ‘io non li imito’ (nel senso che il mio poetare è nuovo e diverso). Questo secondo significato è fra quelli del verbo aemulari proposti ad Ap 3, 19; ad esso si riferisce Bonaventura il quale imita per buon zelo Tommaso d’Aquino nel reciproco elogio dei fondatori dei due Ordini (“ad inveggiar cotanto paladino”: Par. XII, 142). L’esegesi di Ap 3, 19 è relativa a Laodicea, la settima chiesa d’Asia; nella terzina precedente sono altri signacula del settimo stato, del quale è proprio il tacere (“Taccia”: vv. 94, 97; prologo, Not. III; Ap 8, 1; cfr. vv. 6, 16), mentre il “misero” legionario Sabello, toccato da Lucano, rinvia anch’esso alla miseria della settima chiesa (v. 95; Ap 3, 17).

 

Tab. XIII

[LSA, cap. XIII, Ap 13, 11] “Et loquebatur sicut draco”, id est verba erronea vehementer plena dia-bolica fraude et astutia. Et secundum Ioachim, eius pseudoprophete loquentur verba quasi mistica et spiritualia, que apud imperitos videantur veritatem habere ita ut etiam de eruditis ruant. Sicut enim Moyses vertit virgam in drachonem, id est litteram in viventem spiritum, sic et isti tamquam incantatores Pharaonis quasi similia facient, sed sicut serpens Moysi devoravit serpentes eorum (cfr. Ex 7, 8-12), sic vera sapientia Christi, quam loquentur electi, ostendet falsam esse sapientiam istorum*.

Inf. XXV, 76-78, 94-103

Ogne primaio aspetto ivi era casso:
due e nessun l’imagine perversa
parea; e tal sen gio con lento passo.

Taccia Lucano omai là dov’ e’  tocca
del misero Sabello e di Nasidio,
e attenda a udir quel ch’or si scocca.
Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,
ché se quello in serpente e quella in fonte
converte poetando, io non lo ’nvidio;
ché due nature mai a fronte a fronte
non trasmutò sì ch’amendue le forme
a cambiar lor matera fosser pronte.
Insieme si rispuosero a tai norme

* Expositio, f. 167ra-b.

[LSA, cap. XIII, Ap 13, 14 (IVa visio, VIum pre-lium)] Imago bestie sumitur hic vel pro illo Antichristo qui adorabitur quasi idolum, iuxta quod Zacharie XI° (Zc 11, 17) de ipso dicitur: “Pastor, et idolum derelinquens gregem”, vel, secun-dum Ricardum, erit forte aliqua materialis statua seu imago Antichristi, ut sicut nos adora-mus corpoream imaginem Salvatoris seu potius Christum in ipsa representatum, sic illa imago Antichristi ab omnibus adoretur*. Vel sumitur pro lege seu traditione Antichristi habente quandam imaginem et similitudinem veritatis, quam pseudoprophete precipient ab omnibus fieri, id est ut opere impleatur et observetur. Vel, secun-dum Ricardum, sumitur pro conformi imitatione Antichristi**, ut sit sensus quod pseudoprophete predicabunt quod omnes imitentur Antichristum sicut Deum suum et sicut sanctum sanctorum. Vel forte docebunt quod sicut viri devoti habent apud se imaginem Christi, ut magis assidue ipsum recogitent et quasi videant, quod sic quilibet ex speciali reverentia et devotione habeat imaginem Antichristi.

* In Ap IV, v (PL 196, col. 808 B). Il termi-ne statua non è presente in Riccardo.

** Ibid., col. 808 A. 

 

La concordia fra dissimili è, secondo Gioacchino da Fiore, la chiave per comprendere il rapporto tra Vecchio e Nuovo Testamento, come dimostra l’ampia citazione che Olivi considera ad Ap 12, 6. Gioacchino sostiene che la concordia non è esigibile in modo assoluto. Come la persona del figlio è simile a quella del padre, e tuttavia altra è la natura del padre e altra quella del figlio, così il Nuovo Testamento è simile al Vecchio, ma ha diversa natura. I due Testamenti sono come alberi simili nel tronco ma dissimili nei rami e nelle foglie, ed è pertanto fallace volerli legare con un’unica legge di concordia. Colui che ha condotto con sapienza le cose, dove ha voluto ha inserito tra i fili generali vari colori, così da decorare in modo diverso la superficie delle tele e da far apparire la diversità tra tela e tela.
Il tema dell’essere i Testamenti simili e al tempo stesso dissimili, uno e insieme due, è presente parodisticamente rovesciato nei due ladri Cianfa Donati, già trasformato in serpente, e Agnolo Brunelleschi, ancora uomo, i quali mischiano il loro colore in modo che né l’uno né l’altro paia quello che era ed essi non siano né due né uno: così il colore bruno, che procede innanzi al fuoco su un foglio acceso, non è ancora nero ma il bianco si perde (Inf. XXV, 61-69). Nella successiva trasformazione del serpente in uomo e dell’uomo in serpente, operata fra Guercio Cavalcanti e Buoso, il fumo che emana dai due “vela di color novo” entrambi (vv. 118-119), il velame appartiene all’Antico Testamento (cfr. LSA, incipit).

Nell’esegesi dell’apertura del primo sigillo (Ap 6, 2) viene citato Gregorio Magno su Giobbe 29, 20: “il mio arco nella mia mano si riprenderà”, cioè si rinnoverà in una nuova gloria. L’arco designa la Sacra Scrittura, che ha nella corda il Nuovo Testamento e nel corno il Vecchio. Come nel tendere la corda si curva il corno dell’arco, così il Nuovo Testamento rende molle la durezza del Vecchio e la grazia di Cristo addolcisce il rigore dei precetti legali.
La corda e il nuovo sono accostati nell’atto con cui Virgilio, volgendosi verso il lato destro, getta la corda, che Dante aveva “intorno cinta”, nel burrone dove precipita il Flegetonte verso Malebolge (Inf. XVI, 106 sgg.). Dante pensa tra sé a questo atto come a un “novo cenno”, che il maestro segue con attento sguardo e al quale è necessario “che novità risponda”. Poi afferma apertamente che si deve essere cauti presso a coloro i quali, come Virgilio, non solo vedono gli atti esteriori ma penetrano col senno nei pensieri altrui. La corda, “novo cenno” al quale viene in su Gerione, è uno dei momenti dell’Inferno segnati dalla prevalenza dei temi del sesto stato, indice di un rinnovamento, per quanto si tratti di novità incompiuta o, come nel caso, fraudolenta. Fallace passaggio dal vecchio al nuovo è, nella settima bolgia, il farsi molle della pelle del ladro che si sta mutando da serpente in uomo, mentre l’altro ne assume la durezza; le due nature sono in continua, reciproca mutazione e la forma di uomo non si mantiene regredendo a bestia (Inf. XXV, 109-111).

■ Non solo il “popol giusto e sano” dell’Empireo è fasciato con i temi della Gerusalemme celeste, la santa città descritta nella settima visione, ovvero la Firenze antica rimpianta da Cacciaguida. Lo è anche, nella profonda notte che avvolge la città dei veri morti, l’ultima delle trasformazioni dei ladri della settima bolgia, quella che avviene tra il Cavalcanti per cui piange Gaville (il serpente che diventa uomo) e Buoso (l’anima che diventa fiera). Nel corso dello scambiarsi delle due nature (Inf. XXV), l’entrare delle braccia nelle ascelle (v. 112) e l’uscire degli orecchi (v. 126) corrispondono al tema del misurare nella città l’ingresso e l’uscita in modo che entrambi siano regolari (Ap 21, 15). Così “i due piè de la fiera, ch’eran corti, / tanto allungar quanto accorciavan quelle (le braccia)” (vv. 113-114) appare una perversa appropriazione del tema della città dei beati che tanto si prolunga nella visione di Dio quanto si dilata nella carità, essendo in essa uguali lunghezza e larghezza (Ap 21, 16). Le braccia designano il retto operare (Ap 2, 5), i piedi la perfezione delle opere (Ap 1, 15; 2, 18). Rientra in questo gruppo di temi anche la scomparsa alla vista della “giuntura” delle gambe e delle cosce dell’anima di Buoso, da questi unite (vv. 106-108), che rammenta, in estranea diversità, gli angoli delle porte della città celeste, che congiungono le pareti rafforzandole (Ap 21, 12).  L’espressione “ciò che non corse in dietro e si ritenne / di quel soverchio, fé naso a la faccia” (vv. 127-128) è parodia di temi offerti ancora dall’esegesi della settima visione (Ap 20, 11), che saranno poi variati per descrivere la fuga della terra da Lucifero caduto e il suo emergere a formare la montagna del purgatorio: “per fuggir lui lasciò qui luogo vòto / quella ch’appar di qua, e sù ricorse” (Inf. XXXIV, 125-126).

■ Poiché è l’uomo a regredire a bestia, e per ‘uomo’ si intende sempre ‘uomo razionale’, non mancano, nella seconda metamorfosi, le variazioni sui temi del terzo stato, il momento storico e individuale della razionalità. I piedi posteriori del serpente, “insieme attorti, che si trasformano nel “membro che l’uom cela”; le due anime dannate che si fissano, “non torcendo però le lucerne empie, lo star “dritto” dell’una, fanno risuonare i motivi della falsa ed empia interpretazione della Scrittura propria degli eretici, prevalente nel terzo periodo della Chiesa, contro la quale combatte la spada dei dottori (Ap 6, 5). Gli occhi dei due dannati sono “lucerne, vocabolo che indica il Vecchio Testamento (LSA, incipit); sotto il reciproco sguardo “ciascun cambiava muso”, ma il ‘nuovo’ che ne deriva è un’eterna instabilità della forma umana.
Alla Scrittura che, come una mano, può essere allargata e distesa o ristretta e coartata (prologo, Notabile XI) rinvia il principio della metamorfosi, quando viene stabilita la perversa regola tra serpente e uomo:
“Insieme si rispuosero a tai norme, / che ’l serpente la coda in forca fesse, / e ’l feruto ristrinse insieme l’orme” (Inf. XXV, 103-105, ripresa del tema già variato nella prima trasformazione, vv. 55-57). Non è casuale che il tema risuonerà, per ben più alta Regola, nelle parole di Bonaventura a Par. XII, 124-126.
Come nella terza età del mondo, a causa della superba torre di Babele, le lingue furono confuse e divise e la lingua prima e retta rimase nella casa di Eber e degli Ebrei, e poi, mentre le altre lingue precipitavano nell’idolatria diabolica, la fede e il culto di un solo vero Dio rimase nella casa di Abramo, così nel terzo stato della Chiesa – assimilato all’uomo razionale -, a causa della superbia di molti fedeli, la lingua e la confessione della sola vera fede di Cristo venne divisa e confusa in più eresie, mentre la prima e vera lingua e confessione rimase nella casa di Pietro (prologo, Notabile XIII). Così la lingua dell’uomo che si trasforma in serpente, “ch’avëa unita e presta / prima a parlar, si fende” (vv. 133-135).

Tab. XIV

[LSA, cap. XII, Ap 12, 6 (IVa visio)] Item, circa initium eiusdem partis, (Ioachim) dicit: «Sciendum quod concordia non secundum totum exigenda est, sed secundum id quod clarius et evidentius est; nec secundum cursum ystoriarum, sed secundum aliquid. Neque enim quod inter Abraam et Zachariam et inter Isaac et Iohannem Baptistam et inter Iacob et hominem Christum assignamus concordiam, idcirco querendus est in Zacharia filius ancille, sicut fuit in Abraam, aut in Iohanne et Christo uxores et filii carnis, sicut in Isaac et Iacob. Ut enim persona Filii similis est persone Patris, et tamen alia est Patris proprietas, alia Filii, ita Novum Testamentum est simile Veteri, tamen alia est proprietas Veteris et alia Novi. In quibus proprietatibus non est similitudo, quatinus in hoc quod est simile pateat Novum procedere a Veteri, et in hoc quod est dissimile intelligantur non esse unum sed duo. Sicut enim arbores sunt plerumque in stipitibus similes sed in ramis foliisque dissimiles, sic et duo Testamenta sunt in rebus generalibus similia sed in specialibus dissimilia, et ideo velle sub una concordie lege cuncta ligare decipere est. Nec enim debitum est ut non liceret ei, qu<i> cuncta fecit in sapientia, ire quo vellet, et generalibus, ut ita dixerim, filis interserere diversos colores, qui varietate sua telarum superficiem multo amplius decorarent et appareret quid differat inter telam et telam»*.

* Concordia, IV 1, c. 2; Patschovsky 2, pp. 341, 14-342, 16.

Inf. XXV, 61-69, 103-114, 118-129

Poi s’appiccar, come di calda cera
fossero stati, e mischiar lor colore,
né l’un né l’altro già parea quel ch’era:
come procede innanzi da l’ardore,
per lo papiro suso, un color bruno
che non è nero ancora e ’l bianco more.
Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno
gridava: “Omè, Agnel, come ti muti!
Vedi che già non se’ né due né uno”.

Insieme si rispuosero a tai norme,
che ’l serpente la coda in forca fesse,
e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.
Le gambe con le cosce seco stesse
s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura
non facea segno alcun che si paresse.
Togliea la coda fessa la figura   20, 11
che si perdeva là, e la sua pelle
si facea molle, e quella di là dura.
Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,
e i due piè de la fiera, ch’eran corti,
tanto allungar quanto accorciavan quelle.

Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela
di color novo, e genera ’l pel suso
per l’una parte e da l’altra il dipela,
l’un si levò e l’altro cadde giuso,
non torcendo però le lucerne empie,
sotto le quai ciascun cambiava muso.
Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,
e di troppa matera ch’in là venne
uscir li orecchi de le gote scempie;
ciò che non corse in dietro e si ritenne   20, 11
di quel soverchio, fé naso a la faccia
e le labbra ingrossò quanto convenne.

[LSA, cap. XXI, Ap 21, 16 (VIIa visio)] “Et civitas in quadro posita est”, id est habens quattuor latera muri sub figura quadranguli iuncta, per quod designatur solida quadratura virtutum. “Longitudo eius tanta est quanta et latitudo”, id est quattuor latera eius sunt equalia. Nam duo sunt longitudo eius et alia duo sunt eius latitudo. Civitas enim beatorum quantum de Deo et bonis eius videt tantum amat, et ideo quantum est in visione longa tantum est in caritate lata; quantum etiam est in longitudinem eternitatis immortaliter prolongata, tantum est iocunditate glorie dilatata.

[LSA, cap. XXI, Ap 21, 12 (VIIa visio)] In scripturis tamen sepe angulus sumitur pro fortitudine et ornatu, quia in angulis domorum, in quibus parietes coniunguntur, est fortitudo domus. Unde Christus dicitur esse factus in caput anguli et lapis angularis […]

[LSA, cap. XXI, Ap 21, 15 (VIIa visio)] […] Per hanc autem metiuntur civitatem et murum et portas, tum quia docent horum regularem et virtualem men-suram, tum quia sub certa discretionis regula et mensura regunt totam ecclesiam et eius introitus et exitus et mirabilem clausuram.

[LSA, cap. VI, Ap 6, 2 (apertio Ii sigilli)] Secundum etiam Gregorium, Moralium XIX° in fine, super illud Iob: “Et archus meus in manu mea instaurabitur” (Jb 29, 20), per archum scriptura sacra significatur, ita quod per cordam archus designatur Testamentum Novum, per cornu vero Testamentum Vetus. Sicut enim dum corda archus trahitur cornu curvatur, sic per Novum Testamentum duritia Testamenti Veteris emollitur. Gratia enim Christi facit nobis dulcescere rigorem preceptorum legis*. Vel per cordam designatur zelus animarum ad earum salutem fortiter tractus et totum robur cordis, quasi cornu archus, secum inclinans et trahens. A tali enim zelo manant sagitte predicationis, id est sagitte promissionum et monitionum ac comminationum et exprobrationum, et sagitte amoris et timoris.

* S. Gregorii Magni Moralia in Iob, libri XI-XXII, cura et studio M. Adriaen, Turnholti 1979 (Corpus Christianorum. Series Latina, CXLIII A), lib. XIX, cap. XXX, 55, 72-86  (n. 55), pp. 1000-1001 (= PL 76, coll. 133 C – 134 B).

[LSA, incipit] […] Novum enim Testamentum se habet ad Vetus sicut sol ad lunam, unde IIa ad Corinthios III° (2 Cor 3, 7-8) dicit Apostolus: “Quod si ministratio mortis”, id est veteris legis mortem et dampnationem per accidens inducentis, “fuit in gloria, ita ut non possent filii Israel intendere in faciem Moysi propter gloriam vultus eius, que evacuatur”, id est que fuit temporalis et transitoria, “quomodo non magis ministratio spiritus”, id est spiritualis gratie et sapientie Christi, “erit in gloria?”. Tempore autem quo Christus erat nostra ligaturus vulnera sol nove legis debuit septempliciter radiare et lex vetus, que prius erat luna, debuit fieri sicut sol. Nam umbra sui velaminis per lucem Christi et sue legis aufertur secundum Apostolum, capitulo eodem dicentem quod “velamen in lectione Veteris Testamenti manet non revelatum, quoniam in Christo evacuatur”. Unde “usque in hodiernum diem, cum legitur Moyses”, id est lex Moysi, “velamen est positum super cor” Iudeorum; “cum autem conversus fuerit ad Dominum, auferetur velamen. Nos vero revelata facie gloriam Domini speculantes in eandem imaginem transformamur a claritate in claritatem” (2 Cor 3, 14-16, 18). Et subdit (2 Cor 4, 6): “Quoniam Deus, qui dixit de tenebris lucem splendescere”, id est qui suo verbo et iussu de tenebrosa lege et prophetarum doctrina lucem Christi eduxit, “ipse illuxit in cordibus nostris ad illuminationem scientie et claritatis Dei in faciem Christi Ihesu”, scilicet existentis et refulgentis. […] Eo ipso autem quod doctrina Novi Testamenti probat se ipsam contineri in Veteri sicut nucleum in testa et pullum in ovo et fructum in semine vel radice et sicut lumen in lucerna lucente in loco caliginoso, eo ipso promovetur luna, id est vetus lex et scriptura, in lucem solis.

 

Tab. XV

[LSA, cap. VI, Ap 6, 5 (IIa visio, apertio IIIii sigilli)] “Et cum aperuisset sigillum tertium, audivi tertium animal” (Ap 6, 5), scilicet quod habebat faciem hominis, “dicens: Veni”, scilicet per maiorem attentionem vel per imitationem fidei doctorum hic per hominem designatorum, “et vide. Et ecce equus niger”, id est hereticorum et precipue arrianorum exercitus astutia fallaci obscurus et erroribus luci Christi contrariis denigratus. “Et qui sedebat super eum”, scilicet imperatores et episcopi arriani, “habebat stateram in manu sua”. Cum statera mensuratur quantitas ponderum, et ideo per stateram designatur hic mensuratio articulorum fidei, que quando fit per rectam et infallibilem regulam Christi et scripturarum suarum est recta statera, de qua Proverbiorum XVI° dicitur: “Pondus et statera iudicia Domini sunt” (Pro 16, 11), et Ecclesiastici XXI°: “Verba prudentium statera ponderabuntur” (Ecli 21, 28); quando vero fit per rationem erroneam et per falsam et intortam acceptionem scripture est statera dolosa, de qua Proverbiorum XI° dicitur: “Statera dolosa abhominatio est apud Deum” (Pro 11, 1), et in Psalmo: “Mendaces filii hominum in stateris” (Ps 61, 10), et Michee VI°: “Numquid iustificabo stateram impiam et sac<c>elli pondera dolosa” (Mic 6, 11).

Inf. I, 1-3

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Inf. VII, 25-27, 31-32, 40-42, 52-54

Qui vid’ i’ gente più ch’altrove troppa,
e d’una parte e d’altra, con grand’ urli,
voltando pesi per forza di poppa.

Così tornavan per lo cerchio tetro
da ogne mano a l’opposito punto

Ed elli a me: “Tutti quanti fuor guerci
sì de la mente in la vita primaia,
che con misura nullo spendio ferci”.

Ed elli a me: “Vano pensiero aduni:
la sconoscente vita che i fé sozzi,
ad ogne conoscenza or li fa bruni”.

Inf. XX, 22-24

quando la nostra imagine di presso
vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi
le natiche bagnava per lo fesso.

[LSA, cap. VI, Ap 6, 3 (IIIum sigillum)] Secundo sequitur presumptio erronee mensurans et iudicans aliena dicta et facta, unde tenet stateram librantem aliorum vitam. Solent enim noviter conversi, post aliquas macerationes proprie carnis, aliorum vitam presumptuose despicere et diiudicare.

Inf. XIV, 43-57

I’ cominciai: “Maestro, tu che vinci
tutte le cose, fuor che ’ demon duri
ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci,
chi è quel grande che non par che curi
lo ’ncendio e giace dispettoso e torto,
sì che la pioggia non par che ’l marturi?”.
E quel medesmo, che si fu accorto
ch’io domandava il mio duca di lui,
gridò: “Qual io fui vivo, tal son morto.
Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui
crucciato prese la folgore aguta
onde l’ultimo dì percosso fui;
o s’elli stanchi li altri a muta a muta
in Mongibello a la focina negra,
chiamando ‘Buon Vulcano, aiuta, aiuta!’”

Inf. XXV, 112-126

Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,
e i due piè de la fiera, ch’eran corti,
tanto allungar quanto accorciavan quelle.
Poscia li piè di rietro, insieme attorti,
diventaron lo membro che l’uom cela,
e ’l misero del suo n’avea due porti.
Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela
di color novo, e genera ’l pel suso
per l’una parte e da l’altra il dipela,
l’un si levò e l’altro cadde giuso,
non torcendo però le lucerne empie,
sotto le quai ciascun cambiava muso.
Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,
e di troppa matera ch’in là venne
uscir li orecchi de le gote scempie

[LSA, cap. I, Notabile I] (III) Tertius (status) est confessorum seu doctorum, homini rationali appro-priatus. […]

Inf. XXX, 16-21, 37-39

Ecuba trista, misera e cattiva,
poscia che vide Polissena morta,
e del suo Polidoro in su la riva
del mar si fu la dolorosa accorta,
forsennata latrò sì come cane;
tanto il dolor le fé la mente torta.

Ed elli a me: “Quell’ è l’anima antica
di Mirra scellerata, che divenne
al padre, fuor del dritto amore, amica”.

Inf. XXXI, 97-99, 109-111, 126

E io a lui: “S’esser puote, io vorrei
che de lo smisurato Brïareo
esperïenza avesser li occhi miei”.

Allor temett’ io più che mai la morte,
e non v’era mestier più che la dotta,
s’io non avessi viste le ritorte.

però ti china e non torcer lo grifo.

[LSA, cap. II, Ap 2, 1] (III) Tertium (exercitium) est discretio prudentie ex temptamentorum expe-rientiis, et exercitiis acquisita providens conferentia et excludens stulta et erronea.

Inf. XXXIII, 76-78

Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese ’l teschio misero co’ denti,

che furo a l’osso, come d’un can, forti.

Se si confrontano i versi conclusivi di Inf. XXV, relativi alla settima bolgia dove uomini e serpenti si trasmutano a vicenda, con le parole di Tommaso d’Aquino sulla prima famiglia francescana in Par. XI, si può osservare come queste, per quanto siano cantate con ben diverso registro, abbiano molto in comune con la descrizione dei ladri fiorentini. Ai “tre compagni / che venner prima” dei cinque ladri – Agnolo Brunelleschi, Buoso, Puccio Sciancato (Inf. XXV, 149-150) – corrispondono i primi tre compagni di Francesco, che prima si scalzarono: “’l venerabile Bernardo … Egidio … Silvestro” (Par. XI, 79-80, 83). Se a questi si aggiungono Francesco e Povertà, si consegue il numero cinque, il medesimo dei ladri, integrando i tre primi con Cianfa e il Guercio Cavalcanti (“quel che tu, Gaville, piagni”), già fatti serpenti. Il rapporto tra cinque e tre, così come presentato nella similitudine della montagna del Notabile XIII del prologo, è quello che intercorre tra le prime cinque età del mondo (antecedenti la sesta età, segnata dal primo avvento di Cristo) o i primi cinque stati della Chiesa (prima che, nel sesto, con il secondo avvento di Cristo si formi l’uomo razionale ed evangelico) – cinque età e cinque stati che concordano tra loro – e i tre avventi di Cristo (nella carne, nello Spirito, nel giudizio finale) verso cui corre lo spirito profetico.
Olivi afferma nel Notabile XIII del prologo: “Ordo autem evangelicus est tamquam homo rationalis ad imaginem Dei factus, et ipse subiciet bestias et omnem terram et preerit piscibus et avibus, id est omnibus ordinibus quinto tempore formatis; distinguetur autem in prelatos et collegium subditorum, quasi in virum et uxorem”. Fra i ladri della settima bolgia, Dante trova l’uomo razionale regredito a bestia, incapace di mantenere stabilmente la forma di uomo, quella più conforme a Cristo, tornando alla natura e alla forma del serpente creato prima dell’uomo.
Un altro gruppo tematico accomuna i cinque ladri e i cinque evangelici. Si tratta dei motivi offerti dall’esegesi dei “tre spiriti immondi al modo delle rane” descritti nel versamento della sesta coppa (quinta visione), i quali escono concordemente dalla bocca del drago, dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta. Si tratta di “spiriti di demoni che operano segni e che vanno a radunare i re di tutta la terra per la guerra del gran giorno di Dio onnipotente” (Ap 16, 13-14). Questi tre spiriti designano sia le suggestioni astute, sottili e quasi spirituali che i demoni inducono e suggeriscono, direttamente o per la bocca di uomini maligni, sia alcuni uomini astuti e fraudolenti i quali, nunzi e ambasciatori dell’Anticristo, vanno a radunare i re affinché corrano in guerra contro Babylon, cioè contro la Chiesa carnale. In quanto tre, e uscenti da tre bocche, rappresentano una trinità pessima opposta a quella santa delle persone divine e delle loro virtù.
Una pessima trinità è formata dai tre spiriti dei ladri fiorentini che si apprestano a trasmutarsi con altri due (Inf. XXV, 35) [1]. Corrono i ladri della settima bolgia (Inf. XXIV, 92; XXV, 140), ma il tema del correre alla guerra da parte dei re radunati dai tre spiriti immondi passa in Francesco che, giovinetto, per Povertà “in guerra / del padre corse” (Par. XI, 58-59); il motivo della concordia dei tre che inviano i nunzi – il drago, la bestia e il falso profeta – è nel concordare di Francesco con la sua donna più cara (“La lor concordia e i lor lieti sembianti”, v. 76), mentre correre è proprio anche dei suoi seguaci che per primi si scalzarono, che sono tre – il venerabile Bernardo, Egidio e Silvestro – come i tre spiriti immondi (vv. 79-84). L’andare (il verbo “vadere” riferito ai nunzi immondi, l’“indi sen va” a Francesco) è attribuito al padre e maestro, alla sua donna e alla “famiglia (altro tema appartenente ai nunzi, familiari ai demoni) / che già legava l’umile capestro” (Par. XI, 85-87). Nel Notabile IX del prologo è esposto il tema del correre con desiderio verso il sesto e settimo stato, a motivo dei beni della Grazia che li inondano e di cui ridondano e per cui contrastano con gli stati precedenti pieni di mali (eco del “cucurrit alacriter” di Bernardo di Quintavalle dietro a Francesco come descritto nella Vita di Tommaso da Celano). Essere messo e famigliare appartiene sia a Domenico (Par. XII, 73-75; cfr. 34-35: “s’induca … ad una militaro – inducentes … unanimius ad bellum conveniant”) come all’angelo che invia dal secondo al terzo girone della montagna (Purg. XV, 28-30).
Indipendentemente dalle parti del panno che li unisce, Inf. XXV e Par. XI mostrano singolari corrispondenze: il “non poter quei fuggirsi tanto chiusi” (Inf. XXV, 147) dei ladri trova eco nell’espressione “Ma perch’ io non proceda troppo chiuso”, detto degli amanti Francesco e Povertà (Par. XI, 73); “e l’altro dietro a lui parlando sputa”, detto del serpente fatto uomo (Inf. XXV, 138) è avvicinabile al correre di Bernardo “dietro a tanta pace” e degli altri “dietro a lo sposo” (Par. XI, 80-81, 84).
Se nel sesto stato l’uomo razionale, creato nel sesto giorno, si configura di più a Cristo suo esempio, perché uomo evangelico, chi meglio di Francesco potrebbe rappresentarlo? L’odioso matrimonio con Povertà, da tutti rifiutata, e il grottesco correre dei tre primi compagni dietro la sposa di un altro, sono, come intendeva Auerbach, una sublime degradazione. I versi esprimono la più alta conformità con Cristo, quella della famiglia francescana, per mezzo di una metamorfosi in positivo dell’esegesi dei tre spiriti immondi al modo delle rane, nunzi dell’Anticristo e famigliari dei demoni, figurati nel degrado dell’umana immagine propria dei ladri fiorentini [2].

[1] Il sopravvenire dei tre ladri (Inf. XXV, 37-43), con la successiva agnizione, è descritto contaminando temi dall’apertura del sesto sigillo (“Chi siete voi?”: Ap 7, 13) con quelli della quinta chiesa (“Io non li conoscea … che l’un nomar un altro convenette”: Ap 3, 4-5), con inserimento di motivi del quarto stato (“si ristette, / e intendemmo pur”: prologo, Notabile III; Ap 2, 26-28); al rimanere, tema della quinta guerra (Ap 12, 17), rinvia l’espressione “Cianfa dove fia rimaso?”.

[2] Rovesciare in senso positivo il pessimismo apocalittico è innovazione tipicamente francescana, a cominciare dal Cantico di frate Sole. Cfr. N. PASERO, «Laudes Creaturarum». Il canto di Francesco d’Assisi, Parma 1992. Ulteriori aspetti dell’esegesi di Ap 16, 12-14 vengono esaminati altrove.

Tab. XVI

[LSA, cap. XVI, Ap 16, 13-14 (Va visio, VIa phiala)] Hec igitur erit preparatio ad facilius producendum carnalem ecclesiam in errores Antichristi magni et orientalium regum. De quorum adductione, et per quorum suggestionem adducentur, ostendit subdens: “(Ap 16, 13) Et vidi de ore drachonis et de ore bestie et de ore pseudoprophete tres spiritus immundos exire in modum ranarum. (Ap 16, 14) Sunt enim spiritus demoniorum facientes signa et procedunt ad reges totius terre congregare illos in prelium ad diem magnum Dei omnipotentis”.
Per hos autem tres spiritus designantur tam suggestiones astute et subtiles et quasi spiritales, quam demones per se et per ora malignorum hominum suggerentes et inducentes, quam <qui>dam homines astut<i> et dolos<i> Antichristi nunti<i> et imbaxatores et quasi corretari<i> ad congregandum hos reges mundi ut veniant in prelium contra Babilonem, id est contra ecclesiam carnalem.
Dicuntur autem tres a trino ore exire, tum in misterium trinitatis pessime, sancte trinitati personarum Dei et virtutum eius opposite; tum quia a duplici gente seu a duobus capitibus eius, in quibus dracho seu diabolus erit principalis et primus motor, mittentur, scilicet a rege gentis pagane vel sarracenice et a pseudopapa vel a pseudopropheta principe pseudoprophetarum; tum quia tres species nuntiorum et suggestorum in hoc concurrent, scilicet milites seu militares (et hii exibunt seu mittentur a bestia), et falsi magistri seu doctores vel predicatores (et hii mittentur a pseudopropheta), inter hos autem erunt quidam pseudoreligiosi drachonis fallacia et ypocrisis fraudulentia magis pleni (et hii per quandam anthonomasiam mittentur a drachone).
Vel, secundum Ioachim, dracho stat hic pro Antichristo, in quo dracho quasi unus cum eo adorabitur et per quem principalius et familiarius loquetur et operabitur. Per bestiam vero, rex monarcha et paganus vel ipsa gens paganica.
Dicit etiam “immundos ad modum ranarum”, ut monstret vilitatem et feditatem et susurratoriam garrulitatem istorum spirituum seu nuntiorum et suarum suggestionum.
Per hoc autem quod dicit quod “sunt spiritus demoniorum facientes signa”, ostendit quod demones erunt sic familiares illis nuntiis per quos facient signa, seu illi per ipsos demones, quod quasi sensibiliter totum poterit ascribi ipsis spiritibus demonum. Si etiam per solos pseudoprophetas facient signa, tunc videtur quod nuntii a drachone et bestia et pseudopropheta missi erunt pseudoprophete, et secundum hoc dicuntur ex trino ore ipsorum exire, quia ex ipsorum trium concordi consilio et beneplacito ibunt.
Item ex hoc quod dicit eos ire ad congregandos reges, videtur quod antequam congregaverint eos non essent illi reges omnino subiecti Antichristo, nisi forte vadant ad reges ad hoc, ut libentius et animosius et unanimius ad bellum conveniant et concurrant. […]

[LSA, prologus, Notabile IX] Ut autem sextus et septimus status ecclesie amplius commendentur et ut ad ipsos desiderabilius curratur, idcirco quinque priores status sepe describuntur ut quasi solis malis pene vel culpe commixti; in sexto vero describitur reiectio commixtionis malorum culpe cum inundantia bonorum gratie; in septimo vero reiectio malorum culpe et pene cum redundantia bonorum eis oppositorum.

[THOMAS DE CELANO, Vita Beati Francisci, X, 24, in La Letteratura francescana, II, Le Vite antiche di san Francesco, a cura di C. Leonardi. Commento di D. Solvi, Milano 2005, p. 68] Post hunc frater Bernardus, pacis legationem amplectens, ad mercandum regnum caelorum post sanctum Dei cucurrit alacriter.

Inf. XXIV, 142-144; XXV, 34-39, 67-69, 100-102, 136-151; XXVI, 1-6

apri li orecchi al mio annunzio, e odi.
Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;
poi Fiorenza rinova gente e modi.

Mentre che sì parlava, ed el trascorse,
e tre spiriti venner sotto noi,
de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse
se non quando gridar: “Chi siete voi?”;
per che nostra novella si ristette,
e intendemmo pur ad essi poi.

Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno
gridava: “Omè, Agnel, come ti muti!
Vedi che già non se’ né due né uno.

ché due nature mai a fronte a fronte
non trasmutò sì ch’amendue le forme
a cambiar lor matera fosser pronte.

L’anima ch’era fiera divenuta,
suffolando si fugge per la valle,
e l’altro dietro a lui parlando sputa.
Poscia li volse le novelle spalle,
e disse a l’altro: “I’ vo’ che Buoso corra,
com’ ho fatt’ io, carpon per questo calle”.
Così vid’ io la settima zavorra
mutare e trasmutare; e qui mi scusi
la novità se fior la penna abborra.
E avvegna che li occhi miei confusi
fossero alquanto e l’animo smagato,
non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;
ed era quel che sol, di tre compagni
che venner prima, non era mutato;
l’altr’ era quel che tu, Gaville, piagni.

Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande
che per mare e per terra batti l’ali,
e per lo ’nferno tuo nome si spande!
Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.

Par. XI, 58-60, 73-87

ché per tal donna, giovinetto, in guerra
del padre corse, a cui, come a la morte,

la porta del piacer nessun diserra

Ma perch’ io non proceda troppo chiuso,
Francesco e Povertà per questi amanti
prendi oramai nel mio parlar diffuso.
La lor concordia e i lor lieti sembianti,
amore e maraviglia e dolce sguardo
facieno esser cagion di pensier santi;
tanto che ’l venerabile Bernardo
si scalzò prima, e dietro a tanta pace

corse e, correndo, li parve esser tardo.
Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!
Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
dietro a lo sposo, sì la sposa piace.

Indi sen va quel padre e quel maestro
con la sua donna e con quella famiglia
che già legava l’umile capestro.

Par. XII, 34-36, 73-75

Degno è che, dov’ è l’un, l’altro s’induca:
sì che, com’ elli ad una militaro,
così la gloria loro insieme luca.

Ben parve messo e famigliar di Cristo:
ché  ’l primo amor che ’n lui fu manifesto,
fu al primo consiglio che diè Cristo.

Purg. XV, 28-30

“Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia
la famiglia del cielo”, a me rispuose:
messo è che viene ad invitar ch’om saglia”.

 

[LSA, prologus, Notabile VII] Ad istum autem reditum valde, quamvis per accidens, cooperabitur non solum multiplex imperfectio in possessione et dispensatione temporalium ecclesie in pluribus comprobata, sed etiam multiplex enormitas superbie et luxurie et symoniarum et causidicationum et litigiorum et fraudum et rapinarum ex ipsis occasionaliter accepta, ex quibus circa finem quinti temporis a planta pedis usque ad verticem est fere tota ecclesia infecta et confusa et quasi nova Babilon effecta.

[LSA, prologus, Notabile XIII] […] Qui autem statuentur in sexto, vel in spiritu vident ipsum, distinguunt ipsum a primo et postremo, videntque tunc hanc distinctionem in libris propheticis et etiam in hiis que a Christo et apostolis dicta sunt de finali Christi adventu et de finali statu mundi. Tunc etiam vident quod licet opera quinque priorum etatum concordent cum quinque primis ecclesie statibus et septem prelia seu signacula sub lege completa concordent cum septem ecclesie statibus, nichilominus mutatio veterum et institutio novorum facta in quolibet predictorum principalius dirigitur ad significandam mutationem et renovationem factam vel fiendam in trino Christi adventu prefato, id est in primo statu ecclesie et in sexto et in extremo iudicio. Unde et spiritus propheticus prophetarum Veteris Testamenti ad istos tres principalius currit. Nec mirum, quia principalis intentio eorum de Christo et circa Christum fuit prophetare eius adventum in carnem passibilem et redemptionem nostram per eius mortem fiendam, ac deinde post conversionem plenitudinis gentium promittere conversionem omnis Israel et postremo mundum inde a Christo iudicandum et consumandum, electos quidem in eterna gloria et reprobos in eterna pena.

 

AVVERTENZE

Seppure segue l’ordine dei ventidue capitoli dell’Apocalisse, Olivi suggerisce, nel prologo della Lectura, un metodo differente di comprensione e di aggregazione del testo, fondato sui sette stati (status), cioè sulle epoche nelle quali si articola la storia della Chiesa, prefigurate nell’Antico Testamento.
L’Apocalisse si articola in sette visioni: le sette chiese d’Asia, i sette sigilli, le sette trombe, la donna vestita di sole (le sette guerre sostenute dalla Chiesa), le sette coppe, il giudizio di Babylon nelle sette teste del drago, la Gerusalemme celeste. Le prime sei visioni possono essere a loro volta divise in sette momenti, ciascuno dei quali riferibile a uno dei sette stati. Assembrando, per le prime sei visioni, tutti i primi elementi (chiesa, sigillo, tromba, guerra, coppa, momento del giudizio di Babylon), tutti i secondi, i terzi e così di seguito, si ottengono sette gruppi di materia teologica, corrispondenti al complesso dei temi afferenti a ciascuno dei sette stati. A questi sette gruppi si aggiungono altri due: l’esegesi della settima visione (senza articolazioni interne) e l’esegesi di capitoli del testo scritturale, o di parti di essi, introduttivi delle successive specificazioni delle singole visioni per settenari, che Olivi definisce “radicalia” o “fontalia”. Si ottengono in tal modo nove gruppi: le parti proemiali, i sette assembramenti di settenari e la settima visione. Il grande prologo della Lectura, articolato in tredici notabilia, può essere anch’esso aggregato secondo i sette stati. Un libro (la Lectura) contiene dunque princìpi e criteri affinché l’accorto lettore possa trarne un altro libro, fatto con lo stesso materiale ma ricomposto e distribuito in forma diversa.

La Commedia mostra un ordine interno diverso da quello che appare al lettore: il viaggio di Dante ha un andamento di ciclici settenari, che corrispondono ai sette stati della storia della Chiesa, cioè alle categorie con cui Olivi organizza la materia esegetica. Questo ordine interno è registrabile per zone progressive del poema dove prevale, tramite parole-chiave, la semantica riferibile a un singolo stato. È un’intima struttura dirompente i confini letterali stabiliti dai canti e da tutte le divisioni materiali per cerchi, gironi, cieli. Ogni stato, che ha differenti inizi, è concatenato per concurrentia, come le maglie di un’armatura, con quello che precede e con quello che segue. Si possono in tal modo redigere mappe che comprendano l’ordine spirituale della Commedia. La ricerca è pervenuta a una Topografia spirituale della Commedia, dove quasi per ogni verso, o gruppo di versi, collegamenti ipertestuali conducono al “panno” esegetico fornito dalla Lectura super Apocalipsim, sul quale il “buon sartore” ha fatto “la gonna” (cfr. Par. XXXII, 139-141).

■ A ogni gruppo è arbitrariamente assegnato un diverso colore: Radici (verde), I stato (verde acqua), II stato (rosso), III stato (nero), IV stato (viola), V stato (marrone), VI stato (blu), VII stato (indaco), VII visione (fucsia). Dei gruppi sono stati integralmente studiati il terzo stato e la settima visione. Mentre la diversità dei colori è rispettata nelle tabelle complessive contenenti i collegamenti ipertestuali, nelle sinossi i colori possono essere variati per maggiore evidenza.

Non di rado nei versi alcune parole o incisi-chiave possono rinviare a più luoghi esegetici. Questo perché il testo dottrinale contenuto nella Lectura, prima di travasarsi semanticamente nella Commedia, è stato sottoposto a una duplice riorganizzazione. La prima, sulla base delle indicazioni dello stesso Olivi, secondo il materiale esegetico attribuibile ai singoli stati. La seconda, seguendo il principio applicato nelle distinctiones ad uso dei predicatori, sulla base di lemmi analogicamente collazionati. La “mutua collatio” di parti della Lectura arricchisce il significato legato alle parole e consente uno sviluppo tematico amplificato. Si vedano, ad esempio, le variazioni eseguite sul tema della “voce” o sull’espressione “in medio”, temi più volte iterati nel sacro testo, oppure il modo con cui Ap 1, 16-17 (l’esegesi della decima e undecima prefezione di Cristo come sommo pastore) percorre i versi in collazione con altri passi. A ciò predispone lo stesso testo scritturale, poiché l’Apocalisse contiene espressioni, come Leitmotive, che ritornano più volte. È determinata da parole-chiave che collegano i passi da collazionare. È suggerita dallo stesso Olivi, nel prologo, per una migliore intelligenza del testo.

Tutte le citazioni della Lectura super Apocalipsim presenti nei saggi o negli articoli pubblicati su questo sito sono tratte dalla trascrizione, corredata di note e indici, del ms. Paris, Bibliothèque nationale de France, lat. 713, a disposizione fin dal 2009 sul sito medesimo. I passi scritturali ai quali si riferisce l’esegesi sono in tondo compresi tra “ ”; per le fonti diverse da quelle indicate si rinvia all’edizione in rete. Non viene presa in considerazione l’edizione critica a cura di WARREN LEWIS (Franciscan Institute Publications, St. Bonaventure – New York, 2015) per le problematiche da essa poste, che sono discusse in ALBERTO FORNI – PAOLO VIAN, A proposito dell’edizione di Warren Lewis della Lectura super Apocalipsim di Pietro di Giovanni Olivi. Alcune osservazioni, in “Archivum Franciscanum Historicum”, 109 (2016), pp. 99-161.
Il testo della Commedia citato è in Dante Alighieri, La Commedia secondo l’antica vulgata, a cura di GIORGIO PETROCCHI, Firenze 1994. Si tiene anche conto della recente edizione a cura di GIORGIO INGLESE, Firenze 2021 (Società Dantesca Italiana. Edizione Nazionale), qualora il testo proposto si discosti da quello del Petrocchi e la scelta della variante risulti discutibile nel confronto con la LSA.
Si fa riferimento ai seguenti commenti:

Dante Alighieri, La Divina Commedia. Inferno. Commento di ANNA MARIA CHIAVACCI LEONARDI, Milano 2007 (19911).

Dante Alighieri, Commedia. Inferno. revisione del testo e commento di GIORGIO INGLESE, Roma 2007.


ABBREVIAZIONI

Ap : APOCALYPSIS IOHANNIS.

LSA : PIETRO DI GIOVANNI OLIVI, Lectura super Apocalipsim.

Concordia : JOACHIM VON FIORE, Concordia Novi ac Veteris Testamenti. Herausgegeben von A. PATSCHOVSKY, Wiesbaden 2017 (Monumenta Germaniae Historica. Quellen zur Geistesgeschichte des  Mittelalters, 28. Band), Teil 2 (lib. I-IV), Teil 3 (lib. V).

Expositio : GIOACCHINO DA FIORE, Expositio in Apocalypsim, in Edibus Francisci Bindoni ac Maphei Pasini, Venetiis 1527, ristampa anastatica Minerva, Frankfurt a. M. 1964.

Olivi opera spesso una sintesi del testo di Gioacchino da Fiore. Le « » precedono e chiudono un’effettiva citazione. Diversamente, viene posto un asterisco (*) o una nota in apice al termine della parte riferibile a Gioacchino.

In Ap : RICCARDO DI SAN VITTORE, In Apocalypsim libri septem, PL 196, coll. 683-888.

 

Note sulla “topografia spirituale” della Commedia

Per quanto segua l’ordine dei ventidue capitoli dell’Apocalisse, Olivi suggerisce un metodo differente di comprensione e di aggregazione del testo esegetico, fondato sui sette stati, cioè sui periodi nei quali si articola la storia della Chiesa. L’Antico Testamento corrisponde alle prime cinque età del mondo, secondo la divisione tradizionale [1]: è l’età del Padre secondo Gioacchino da Fiore. Con il primo avvento di Cristo, nella carne, inizia la sesta età (l’età del Figlio), nella quale la Chiesa, come fosse un individuo, cresce e si sviluppa in sette stati. Al primo, apostolico periodo, succede il secondo dei martiri; poi, al tempo di Giustiniano, il terzo stato dei dottori che confutano con l’intelletto le eresie concorre con il quarto stato degli affettuosi anacoreti devoti al pasto eucaristico, alti per la contemplazione ma anche attivi come reggitori delle genti; a partire da Carlo Magno subentra il quinto stato aperto alla vita associata delle moltitudini, bello nel principio ma poi corrottosi fino a trasformare quasi tutta la Chiesa in una nuova Babilonia; la riforma interviene, a partire da Francesco, con il cristiforme sesto stato, fino alla sconfitta dell’Anticristo; subentra infine il silenzio e la quiete del pacifico settimo stato. Il sesto e il settimo stato (la terza età di Gioacchino da Fiore) coincidono con il secondo avvento di Cristo, nello Spirito, cioè nei suoi discepoli spirituali inviati a convertire il mondo con la predicazione; al termine del settimo stato ci sarà il terzo avvento, nel giudizio.
L’Apocalisse si articola in sette visioni: le sette chiese d’Asia, i sette sigilli, le sette trombe, la donna vestita di sole (le sette guerre sostenute dalla Chiesa), le sette coppe, il giudizio di Babylon nelle sette teste del drago, la Gerusalemme celeste. Le prime sei visioni possono essere a loro volta divise in sette momenti, ciascuno dei quali riferibile a uno dei sette stati. Assembrando, per le prime sei visioni, tutti i primi elementi (chiesa, sigillo, tromba, guerra, coppa, momento del giudizio di Babylon), tutti i secondi, i terzi e così di seguito, si ottengono sette gruppi di materia teologica, corrispondenti al complesso dei temi afferenti a ciascuno dei sette stati [2]. A questi sette gruppi se ne aggiungono altri due: l’esegesi della settima visione (senza articolazioni interne) e l’esegesi di capitoli del testo scritturale, o di parti di essi, introduttivi delle successive specificazioni delle singole visioni per settenari, che Olivi definisce “radicalia” o “fontalia”. Si ottengono in tal modo nove gruppi: le parti proemiali, i sette assembramenti di settenari e la settima visione. Il grande prologo della Lectura, articolato in tredici notabilia, può essere anch’esso aggregato nelle sue parti secondo i sette stati.

L’intenso travaso di parole-temi dalla Lectura nella Commedia si accompagna a un fatto strutturale. La Commedia mostra un ordine interno diverso da quello che appare al lettore: il viaggio di Dante ha un andamento di ciclici settenari, che corrispondono ai sette stati oliviani. È un ordine registrabile per zone progressive del poema dove prevalgono i temi di un singolo stato, che rompe i confini letterali stabiliti dai canti e da tutte le divisioni materiali per cerchi, gironi, cieli. Ogni stato, che ha differenti inizi, è concatenato per “concurrentia”, come le maglie di un’armatura, con quello che precede e con quello che segue. Ciascuno stato ha in sé una grande ricchezza di motivi e contiene inoltre temi di tutti gli altri, consentendo innumerevoli intrecci e variazioni. La Commedia appare, come l’Apocalisse, “libro scritto dentro e fuori” (Ap 5, 1), con duplice struttura, linguaggio e senso, letterale e spirituale. Il viaggio di Dante e la visione di Giovanni hanno la stessa causa finale, che è la beatitudine, alla quale si perviene con diverse guide, per gradi segnati da visioni sempre più nuove e ardue delle precedenti, attraverso una sempre maggiore apertura dell’arcano coperto dal velame dei sette sigilli fino al punto più alto in cui, in questa vita, è possibile vedere la verità.
Tutti i modi del linguaggio interiore al poema esprimono un processo, un viaggio dal più chiuso al più aperto, e in questo andare hanno una loro precisa collocazione ‘topografica’, uno ‘stato’ (nel senso di momento storico che ricade sulla coscienza individuale) al quale appartenere. Si possono in tal modo stendere vere e proprie mappe tematiche che comprendano l’ordine spirituale di tutta la Commedia che aderisce, parodiandola semanticamente, a una precisa teologia della storia, sia pure modificandone profondamente le prospettive. La ciclicità dei temi permette di stabilire collegamenti inusitati tra le diverse zone; il procedere per gradi dell’illuminazione divina fa sì che episodi oscuri e quasi ermeticamente chiusi si chiariscano poi, aprendosi all’intelligenza in modo più alto.
A ogni gruppo è arbitrariamente assegnato un diverso colore: Radici (verde), I stato (verde acqua), II stato (rosso), III stato (nero), IV stato (viola), V stato (marrone), VI stato (blu), VII stato (indaco), VII visione (fucsia). Dei gruppi sono stati integralmente studiati il terzo stato e la settima visione.

INFERNO

(le prime cinque età del mondo)

La ‘topografia spirituale’ del poema mostra nell’Inferno cinque cicli settenari corrispondenti agli stati della Chiesa descritti da Olivi e ai loro temi contenuti nella Lectura. Questi cinque cicli designano le prime cinque età del mondo (riunite a loro volta nel primo stato generale, che corrisponde all’età del Padre di Gioacchino da Fiore), in quanto prefigurazione del primo avvento di Cristo e della Chiesa.
I cinque cicli settenari che si susseguono nell’Inferno a partire dal quarto canto (i primi tre canti hanno una tematica particolare) sono preceduti da cinque zone che possono essere definite ‘snodi’, dove cioè confluiscono temi provenienti da più stati, intrecciati insieme ad altri ad avviare il procedere settenario. Il centro di questi ‘snodi’ coincide con un canto (Inf. IV, X, XVII, XXVI, XXXII), ma la zona è più vasta e supera l’ambito dato dalla divisione letterale del poema.

Inf. I-III sono da considerare al di fuori dei cicli. Inf. I e II sono profondamente segnati dai temi del sesto stato. Inf. III è riferibile al settimo stato (per gli ignavi) e in parte al quinto (per l’episodio di Caronte).

canti

I ciclo

stati

cerchi

IV

Limbo

Radici, I (I snodo)

I

V

lussuriosi

II

II

VI

golosi

III

III

VII

avari e prodighi

palude Stigia
(iracondi e accidiosi)

IIIIV

 

V

IV


V

VIII

palude Stigia (orgogliosi)
città di Dite

V

V

IX

apertura della porta di Dite

VVI

 

canti

II ciclo

stati

cerchi

IX-X-XI

eretici, ordinamento dell’inferno

I (II snodo)

VI

XII

violenti contro il prossimo

II

VII (girone 1)

XIII

violenti contro sé

III

        (girone 2)

XIV

violenti contro Dio: bestemmiatori

IV

        (girone 3)

XV-XVI

violenti contro Dio: sodomiti

V

XVI

XVII

ascesa di Gerione

Gerione,  violenti contro Dio: usurai

VI

canti

III ciclo

stati

cerchi

XVII

volo verso Malebolge

I (III snodo)

 

XVIII

ruffiani, lusingatori

Radici II

VIII (bolgia 1, 2)

XIX

simoniaci

III

(bolgia 3)

XX

indovini

IV

(bolgia 4)

XXI-XXII

barattieri

V

(bolgia 5)

XXIII

ipocriti

VVI

(bolgia 6)

XXIV-XXV

ladri

VI

(bolgia 7)

canti

IV ciclo

stati

cerchi

XXVI

consiglieri di frode (greci)

I (IV snodo)

(bolgia 8)

XXVII

consiglieri di frode (latini)

II

XXVIII-XXIX

seminatori di scandalo e di scisma

III

(bolgia 9)

XXIX

falsatori

IV

  (bolgia 10)

XXX

falsatori

IVV

XXXI

giganti

VVI

 

canti

V ciclo

stati

cerchi

XXXII

Cocito: Caina, Antenora

I (V snodo)

IX

XXXIII

Antenora, Tolomea

II

XXXIV

Giudecca

IIIIVV

XXXIV

volgersi di Virgilio sull’anca di Lucifero

VI

 

 

Il sesto stato è per Olivi la fase più importante nella costruzione dell’edificio della Chiesa. In esso “renovabitur Christi lex et vita et crux”. Corrisponde ai tempi moderni. Ha quattro diversi inizi temporali: uno profetico, con Gioacchino da Fiore, il quale lo vide in spirito concependo la sua terza età; il secondo con la conversione di Francesco (1206), che seminò la pianta; il terzo con la predicazione degli uomini spirituali, per la quale la pianta si rinnovella; il quarto con la distruzione storica di Babylon. Dura fino alla sconfitta dell’Anticristo, il cui avvento si collocherebbe, secondo i numeri della profezia di Daniele 12, 11-12 combinati con Ap 12, 6 e 14, fra il 1290 e il giubileo di pace del 1335.
Una ‘vita nuova’ si instaura nel sesto stato, per eccellenza il momento dell’imitazione di Cristo. I rami dell’albero si dilatano producendo il frutto della carità, l’acqua che proviene da Cristo-fonte attraverso il condotto che percorre i primi cinque stati della Chiesa si effonde in un lago; è il tempo, assimilato al sacramento del matrimonio, della letizia nuziale, della familiarità, dell’amicizia. Corrisponde al sesto giorno della creazione, in cui vennero creati prima i rettili e le bestie irrazionali, poi l’uomo razionale che, come l’ordine evangelico, è fatto a immagine e somiglianza di Dio e domina tutti gli animali.
Le espressioni di Olivi relative al sesto stato – “quoddam sollempne initium novi seculirenovaretur et consumaretur seculum”, nel quale il sacerdozio apostolico “redeat et assurgat ad ordinem primum”, la “nova Ierusalem”, interpretata come “visione di pace”, viene vista “descendere de celo” e la Chiesa descritta come la donna vestita di sole con la sua “virginea proles” – sono la veste spirituale dei versi della quarta egloga virgiliana che celebrano la rinnovata età dell’oro: “Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo / iam redit et Virgo; redeunt Saturnia regna; / Iam nova progenies caelo demittitur alto” (Egloga IV, 5-7). Olivi completa la Lectura super Apocalipsim nel 1298, poco prima di morire, il 14 marzo, a Narbonne. Quel felicissimo stato segnato dalla pace sotto il divo Augusto, che rese l’umanità disposta al primo avvento di Cristo, si sta rinnovando nel sesto stato della Chiesa, nel secondo avvento nello Spirito. Scrive Arsenio Frugoni: “[…] quell’escatologismo, oltre che ideologia di lotta e di riforma del gruppo spirituale, era anche un vero e proprio sentimento storico […] una tensione di rinnovamento, una ansia di salvezza, che nel 1300, l’anno centenario della Natività, aveva trovato come una attivazione, in un senso di pienezza dei tempi, cui doveva corrispondere un fatto, un accadere meraviglioso e nuovo” [3].
All’apertura del sesto sigillo, l’eletta schiera dei riformatori – i 144.000 segnati dalle dodici tribù d’Israele – guida la turba innumerevole di ogni gente, tribù, popolo e lingua (Ap 7, 3-4.13). Questi eletti e magnanimi duci, separati dalla volgare schiera per più alta milizia, vengono destinati a difendere liberamente la fede – ad essi è data la “plena libertas ad innovandam christianam religionem” -; sono gli amici di Dio a lui noti per nome, configurati in Cristo crocifisso e votati al martirio.
All’interno della Chiesa del sesto stato, l’Ordine dei Minori – “ordo plurium personarum” – è  assimilabile alla persona umana di Cristo. Come questa si sviluppò fino all’età virile, così dovrà essere per l’ordo evangelicus piantato da Francesco, che avrà bisogno (a differenza di Cristo che stette poco tempo nel mondo) di due o tre generazioni per svilupparsi prima di subire una condanna simile a quella di Cristo [4]. La sua maturità coincide, verso il 1300, con il terzo inizio del sesto stato, cioè con il rinnovarsi per opera dello Spirito di Cristo, nel suo secondo avvento, della pianta seminata da Francesco. Questa concezione dell’Ordine francescano come individuo in sviluppo che, perfettamente maturato, diventa il novus ordo preconizzato da Gioacchino da Fiore per l’età dello Spirito, si differenzia da quella di Bonaventura, che aveva invece distinto i Francescani del proprio tempo – e quindi anche gli Spirituali – dall’Ordine finale che dominerà fino ai confini della terra. Alla terza apertura del sesto sigillo nuovi san Giovanni vengono inviati a predicare al mondo come nel tempo degli Apostoli. Ma Giovanni non designa solo un Ordine, perché Olivi lascia aperta la possibilità di rivelazioni individuali, avute da “singulares persone”, perfetti imitatori di Cristo votati, con la loro “lingua erudita”, al compito della conversione universale.

[LSA, cap. X, Ap 10, 11] “Et dixit michi: Oportet te iterum prophetare in gentibus et populis et linguis et regibus multis”. In ipsa sapientia libri expresse continetur quod oportet iterum predicari evangelium in toto orbe, et Iudeis et gentibus, et totum orbem finaliter converti ad Christum. Sed quod per istum hoc esset implendum non poterat sciri nisi per spiritualem revelationem, et hoc dico prout per Iohannem designantur hic singulares persone quia, prout per ipsum designatur in communi ordo evangelicus et contemplativus, scitur ex ipsa intelligentia libri quod per illum ordinem debet hoc impleri.

Nei cinque cicli settenari della prima cantica il sesto stato è segnato dall’apertura della porta della città di Dite (Inf. IX, 89-90); dall’ascesa di Gerione dall’abisso (Inf. XVI, 106-136); dal precipitoso passaggio dalla quinta alla sesta bolgia (Inf. XXIII, 1-57) e poi dalle trasformazioni della settima, dove i ladri fiorentini si mutano in serpenti e viceversa (Inf. XXIV-XXV); dal chinarsi di Anteo sul fondo dell’inferno (Inf. XXXI, 136-145); dal passaggio del centro della terra, con la conversione di Virgilio sull’anca di Lucifero, che è passaggio verso la sesta età, quella della Chiesa, descritta nel Purgatorio.
Ma i temi propri del sesto stato sono diffusi ovunque, intrecciati con quelli degli altri stati, e alla loro esegesi rinviano precise parole-chiave incardinate nel senso letterale dei versi. L’esegesi dell’angelo del sesto sigillo (Ap 7, 2) è già centrale nel primo canto del poema.
La novità che il sesto stato, per eccellenza stato di rinnovamento di questo secolo, arreca nell’inferno è una novità fittizia: l’apertura della porta della città di Dite non è vera novità, perché essa è stata chiusa dall’ostinazione dei diavoli, recidivi dopo l’apertura della porta dell’inferno da parte di Cristo prefigurata dalla venuta di Ercole all’Ade, per cui Cerbero “ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo”; Gerione viene su ad un “novo cenno” di Virgilio, ma è figura della frode dalla velenosa coda aculeata; il nuovo prodotto dalle trasformazioni reciproche di serpenti e uomini è qualcosa di incompiuto perché l’uomo razionale, creato nel sesto stato, regredisce allo stato precedente.
L’Inferno è il luogo della durezza lapidea, dell’impetrarsi, del parlare duro di cose dure a dirsi, del duro giudizio, del senso duro della scritta al sommo della porta, dei duri lamenti, dei duri demoni, dei duri veli del gelo, della gravezza. Nell’Inferno vige l’imposizione data a Daniele dall’angelo sotto il sesto sigillo dell’Antico Testamento: “Ora tu, Daniele, chiudi queste parole e sigilla questo libro fino al tempo stabilito” (Dn 12, 4), che era la sesta età nella quale apparve Cristo e in particolare il sesto stato della sua Chiesa nella quale il libro doveva essere più pienamente aperto, non però ai malevoli e ai maldisposti. Questa durezza è rotta dall’invito di Dante ai dannati perché parlino. Far parlare liberamente, per dettato interiore, è la principale prerogativa del sesto stato – la nuova età che tanto s’aspetta, quella che ode del “dolce stil novo” e delle “nove rime” -, ed è tema che la poesia canta per intero, sia pure per un attimo, anche nella vecchia roccia infernale. Appartiene alla sesta chiesa il parlare liberamente di Cristo – ad essa è dato l’“ostium apertum”, che è “ostium sermonis” – , il sentire per dettato interiore, l’aprirsi della volontà. Appartiene alla sesta chiesa anche il far venire quelli che si dicono Giudei senza esserlo, mutati nel cuore e disposti a farsi battezzare e governare. Questo far venire a parlare equivale al cortese e liberale invito dello Spirito di Cristo a convivare, a venire con desiderio e volontario consenso, con “disio” e con “velle”, in una pausa di pace nell’eterna dannazione. All’“affettüoso grido” del poeta le ombre di Francesca e Paolo vengono “dal voler portate” verso un momento di mutazione, sebbene limitata al successivo colloquio. Tutto l’Inferno è un contrappunto fra la durezza del giudizio e l’apertura per la parola dirompente, fin che essa dura, la pena. Un’apertura che si esprime in varie forme: muoversi sospirando nel Farinata prima immobile, ‘crollarsi’ quasi per terremoto interiore dello ‘schivo’ Ulisse, convertirsi del vento in voce in Guido da Montefeltro, tornare indietro nel cammino assegnato o separarsi dai compagni di pena, essere sforzati a parlare anche malvolentieri, non poterlo negare o mostrare fretta di farlo, arrestarsi obliando il martirio, levarsi per poi ricadere, sollevarsi da atti bestiali per ritornare a essi dopo aver parlato, come nel conte Ugolino. In tante lingue, che parlano come per sé stesse mosse, sta un solo desiderio, il vivere ancora nel libro che è stato altrui aperto.
Se nell’Inferno il sesto stato non si realizza mai compiutamente, anche il settimo, che gli è strettamente connesso, non può trovare un luogo autonomo. Ciò non toglie che temi del settimo stato (e della settima visione) siano ben presenti in modo diffuso. Ad esempio, quelli relativi alla settima chiesa assumono particolare rilievo nella descrizione degli ignavi a Inf. III. Tempo del silenzio, della serena pace, del riposo dalle ansiose fatiche, il settimo stato subentra dopo le terribili tentazioni inferte, con un martirio non corporale ma psicologico, dai carnefici dell’Anticristo nel sesto. Come ogni momento della storia umana partecipa dell’imitazione di Cristo, che raggiunge l’acme nel sesto stato, così in ogni periodo si verifica una sua “quietatio”, una pausa di pace, di quiete, di silenzio propria del settimo. Così Francesca parla e ascolta “mentre che ’l vento, come fa, ci tace”. Il vento – “la bufera infernal, che mai non resta” – designa il fluttuare tempestoso delle passioni nel cuore.

PURGATORIO

(sesta età del mondo)

Dopo le prime cinque età del mondo (corrispondenti all’Antico Testamento, la gioachimita età del Padre), che hanno segnato la discesa a spirale per i cinque cicli settenari dell’Inferno, con il Purgatorio inizia la sesta età, quella di Cristo (l’età del Figlio), che ha sette stati, corrispondenti ai sette stati della Chiesa. Dapprima, nel cosiddetto ‘antipurgatorio’, si registrano in successione temi prevalenti dei primi cinque stati. Il sesto stato della sesta età (con cui si apre l’età dello Spirito) inizia con l’apertura della porta di san Pietro (la porta del purgatorio). Questo sesto stato procede anch’esso con andamento settenario, per cui ha sette momenti, coincidenti principalmente con un girone della montagna, ma non del tutto, perché sempre l’ordine spirituale del poema rompe i confini letterali e le divisioni materiali, concatenando i temi di uno stato prevalente con quelli dello stato che precede e con quelli dello stato che segue e intrecciandoli con temi di tutti gli altri stati.
È spiegato nel Notabile VII del prologo della Lectura che il sesto stato della Chiesa è il secondo stato di Cristo e ha i suoi sette tempi per cui la Chiesa, come fosse una sfera, si ricongiunge circolarmente al primo apostolico tempo. Il settimo dei sette momenti del sesto stato della Chiesa coincide con il settimo stato generale della Chiesa, che nel poema corrisponde in parte all’ultimo girone della montagna (il settimo, dove si purgano i lussuriosi) e in parte all’Eden, con cui si chiude la seconda cantica.
Il Purgatorio dunque, secondo il senso spirituale, è la storia della Chiesa che corre verso il suo sesto stato, punto di riferimento di tutte le vicende umane, antiche e moderne, che ad esso cooperano. Non è casuale che nel sesto girone della montagna sia chiarificata e riconosciuta, nel colloquio con Bonagiunta da Lucca, la poetica delle “nove rime” di Dante, già “sesto tra cotanto senno” cooptato nella “bella scola” dei poeti del Limbo.
La vasta zona dedicata al sesto momento del sesto stato della Chiesa ha il suo inizio nel forte terremoto che scuote la montagna mentre Dante e Virgilio si trovano ancora nel quinto girone (Purg. XX, 124-141). Essa è stata compiutamente esaminata altrove.
Il settimo stato dell’Olivi si realizza parte in questa vita (come pregustazione in terra della gloria eterna, cioè fin sulla cima della montagna) e in parte nella futura (nel senso della quiete delle anime beate in attesa della resurrezione, che è la materia del Paradiso).

canti

I ciclo – fino al sesto sato

stati

 

I

Catone

Radici, I

 

II

angelo nocchiero, Casella

–  II

 

III

scomunicati

III

“Antipurgatorio”

IV

salita al primo balzo, Belacqua

IV  –  V

V

negligenti morti per violenza

V

VI

Sordello

V

VII-VIII

valletta dei principi

V

IX

apertura della porta

VI sesto stato

 

canti

II ciclo – il sesto stato della sesta età

stati

gironi

X-XII

superbi

I

I

XIII-XIV-XV

invidiosi

II

II

XV-XVIII

iracondi

ordinamento del purgatorio,

amore e libero arbitrio

III

III

IV

XVIII-XIX

accidiosi

IV

IV

XIX-XX

avari e prodighi

V

V

XX (terremoto)  -XXV

Stazio, golosi, generazione dell’uomo

VI

VI

XXV-XXVI

lussuriosi

VII – settimo stato

VII

XXVII

XXVIII-XXXIII

 muro di fuoco

notte stellata, termine dell’ascesa

Eden

 

 

PARADISO

(settimo stato della Chiesa)

Il Primo Mobile è il nono e penultimo cielo, ma è il sesto se si parte dal cielo del Sole. È anche il cielo più segnato dal tema del “punto”, cui è assimilato il sesto stato. Questo consente di ricostruire l’ordine spirituale del Paradiso ponendo la cerniera nel quarto cielo del Sole. Con il terzo cielo di Venere termina infatti il cono d’ombra gettato dalla terra, secondo la dottrina di Alfragano (Par. IX, 118-119), mentre prima di descrivere l’ascesa al cielo del Sole il poeta invita il lettore a rivolgersi “a l’alte rote” (Par. X, 7-27). Senza la cesura recisa che, nella prima cantica, divide i dannati puniti all’interno della città di Dite da quelli che ne stanno fuori e, nella seconda cantica, separa le anime purganti nei sette gironi della montagna dalle anime che attendono fuori della porta (il cosiddetto ‘antipurgatorio’), anche nel Paradiso gli spiriti che si manifestano nei primi tre cieli della Luna, di Mercurio e di Venere (spiriti che mancarono ai voti, spiriti che furono attivi per conseguire onore e fama, spiriti amanti) si distinguono per minore perfezione rispetto a quelli che appaiono nei cieli seguenti.
I dieci cieli del Paradiso si mostrano pertanto ordinati in due gruppi di settenari, corrispondenti agli stati della Chiesa (e alle loro prerogative) secondo Olivi, parzialmente combacianti (da 1 a 7 e da 4 a 10: coincidono gli ultimi quattro numeri del primo gruppo e i primi quattro del secondo).

I  Se si considera il primo settenario, nel primo cielo della Luna si affronta la questione dell’inadempienza dei voti, che ha corrispondenza con i temi propri della prima chiesa di Efeso, il cui nome, se interpretato, oscilla tra la fervida volontà iniziale e la remissione (l’essenza del voto consiste nella volontà).

II  Nel secondo cielo di Mercurio, le battaglie sostenute dal “sacrosanto segno” dell’aquila corrispondono allo stato dei martiri, che è dei combattenti, e anche la dottrina dell’incarnazione e della passione di Cristo, esposta successivamente da Beatrice, fa parte della tematica, perché l’intera Chiesa, fondata sulla passione di Cristo, imita con i martiri la sua croce, e questo giova assai al suo radicamento.

III  Nel terzo cielo di Venere, Carlo Martello spiega al modo di un dottore del terzo stato la diversità delle indoli umane e come gli uomini, non assecondandole, errino; nello stesso cielo compare Folchetto di Marsiglia, che da vescovo di Tolosa combatté l’eresia albigese.

IV – I  Al quarto cielo del Sole, primo del secondo gruppo di settenari per l’esaltazione della vita apostolica (propria del primo stato e rinnovata nel sesto), si può connettere il tema stesso del sole inteso nell’esegesi della quarta tromba (Ap 8, 12): “Per solem videtur hic designari solaris vita et contemplatio summorum anachoritarum, qui fuerunt patres et exempla aliorum, vel solaris sapientia et doctrina summorum doctorum”. Sapienza e contemplazione, dottori del terzo e anacoreti del quarto stato, concorrono, come Domenico e Francesco – “L’un fu tutto serafico in ardore; / l’altro per sapïenza in terra fue / di cherubica luce uno splendore” (Par. XI, 37-39) – con mutua cortesia a infiammare il meriggio dell’universo.

V – II  Il quinto cielo di Marte, secondo (come il secondo stato dei martiri) per l’esaltazione della croce di Cristo formata dai lumi dei combattenti per la fede, reca in sé il tema del condiscendere proprio del quinto stato sia nel pio discendere per la croce di Cacciaguida verso Dante, sia nella decadenza degli “alti Fiorentini”, cioè delle antiche famiglie, assimilate agli anacoreti, un tempo alti e poi vòlti in basso.

VI – III  Il sesto cielo di Giove, terzo (come il terzo stato dei dottori) per la spiegazione di profonde verità di fede, sviluppa il motivo, proprio della sesta chiesa, della “porta aperta”. Aprire la porta significa illuminare e rendere acuto l’intelletto che penetra nell’occulto delle Scritture, e anche dare efficacia spirituale a penetrare nel cuore di chi ascolta: così l’aquila apre la “latebra” di Dante, così l’occhio di Rifeo Troiano fu da Dio aperto alla futura redenzione.

VII – IV Nel settimo cielo di Saturno, quarto (come il quarto stato degli anacoreti), “si tace … la dolce sinfonia di paradiso” (Par. XXI, 58-60), e il tacere è tema del settimo stato. Ivi si mostrano gli spiriti contemplativi, principali soggetti del quarto stato, proprio degli anacoreti: se si conta a partire dal quarto cielo del Sole, considerando questo come primo ovvero come nuovo avvio del ciclo settenario, il cielo di Saturno è appunto quarto.

VIII (V) Il settimo cielo di Saturno è seguito dal cielo delle Stelle fisse – ottavo e quinto -, dove si mostrano le schiere del trionfo di Cristo che discendono dall’Empireo (il quinto stato è caratterizzato dalla “condescensio”) e si celebra il trionfo di Maria (sviluppo del tema, proprio della quinta chiesa, della mirabile bellezza della Chiesa, regina ornata di veste aurea per la carità che unisce e circondata dalla varietà nei doni e nelle grazie delle diverse membra). È inoltre ricapitolazione dei precedenti sette, secondo un’interpretazione più volte presente nella Lectura dell’essere ‘ottavo’. Per questo Dante, stando nel segno dei Gemelli, riguarda in giù e torna col viso per tutte quante le sette precedenti sfere (Par. XXII, 124-154).

IX (VI) Segue il Primo Mobile o Cristallino – nono e sesto cielo –, dove il poeta vede il punto luminosissimo – Dio – da cui dipende il cielo e la terra, circondato dai nove cerchi di fuoco (Par. XXVIII, 16-18, 40-42, 94-96). Il sesto stato, secondo quanto Olivi afferma nel Notabile VIII, è il “punto” da cui dipendono gli altri stati, perché appare nel testo dell’Apocalisse in modo più evidente degli altri, che da esso assumono chiarezza quanto alla loro manifestazione nella storia, come l’intelligenza delle cose ordinate ad un fine dipende dal fine.

X (VII) La quiete e l’immobilità dell’Empireo, decimo cielo – il “ciel de la divina pace” -, corrispondono al settimo stato, di cui è propria la “quietatio”, il silenzio (tema anticipato dal tacere di Beatrice in apertura del canto XXIX), e la pace.

Il Paradiso avrebbe pertanto un ordine spirituale del seguente tipo:

cielo

stato

cielo

I

LUNA

I

II

MERCURIO

II

III

VENERE

III

IV

SOLE

IV

I

SOLE

V

MARTE

V

II

MARTE

VI

GIOVE

VI

III

GIOVE

VII

SATURNO

VII

IV

SATURNO

VIII

V

STELLE FISSE

IX

VI

PRIMO MOBILE

X

VII

EMPIREO

Oltre ai luoghi sopra indicati, i temi del sesto e del settimo stato si rinvengono in più punti, intrecciati con altri.

[1] Cfr. LSA, cap. XVII, Ap 17, 9: «Et subdit Ricardus quod per septem reges, et per septem capita designatos, designatur hic universus populus malorum, qui secundum septem status huius seculi determinantur. Primus scilicet ab Adam usque ad Noe. Secundus a Noe usque ad Abraam. Tertius ab Abraam usque ad Moysen. Quartus a Moys<e> usque ad David. Quintus a David usque ad Christum. Sextus a Christo usque ad Antichristum. Septimus autem sub Antichristo attribuitur». Cfr. PETRI IOHANNIS OLIVI Lectura super Lucam, Lc 1, 26, ed. F. Iozzelli, Grottaferrata 2010 (Collectio Oliviana, V), pp. 187-188: «Signanter autem dicitur in sexto mense, quia Christus uenit in sexta mundi etate, et iterum post quinque notabiles synagoge decursus: nam primo, cum sola circumcisione fuit sub patribus per quadringentos annos; secundo, accepta lege, fuit sub iudicibus per tantumdem temporis; tertio, proficiens in regnum, fuit sub regibus; quarto, assumpto plenius spiritu prophetico, fuit sub prophetis sollempnioribus, scilicet sub Elia, Ysaia et Yeremia etc.; quinto, restituto templo et urbe, fuit sub pontificibus quibus, per Aggeum et Zachariam et Malachiam iterata prophetia de Christo et eius precursore Elia, factum est silentium prophetarum, ita quod obmutuit cetus sacerdotum usque ad Iohannis ortum; et iterum in eiusdem quinti temporis sexto centenario conceptus est Christus. Sicut etiam sexto die factus est homo ad ymaginem Dei, sic conuenienter sub consimili senario factus est Christus homo, plenior Dei ymago: nam et perfectio numeri senarii, que ex omnibus partibus suis aliquotis et iterum ex ternario cum suis partibus, scilicet binario et unitate, consurgit, competit sibi et etiam reflexio ternarii per binarium, id est cultus fidei et Trinitatis per geminam caritatem».

[2] Il principio è chiaramente affermato nel notabile VIII del prologo della LSA: «[…] si omnia prima membra visionum ad invicem conferas et consimiliter omnia secunda et sic de aliis, aperte videbis omnia prima ad idem primum concorditer referri et consimiliter omnia secunda ad idem secundum et sic de aliis. Et hoc in tantum quod plena intelligentia eiusdem primi multum clarificatur ex mutua collatione omnium primorum, et idem est de omnibus secundis et tertiis et sic de aliis».

[3] A. FRUGONI, La Roma di Dante, tra il tempo e l’eterno, in ID., Pellegrini a Roma nel 1300. Cronache del primo Giubileo, presentazione di C. Frugoni, a cura e con Introduzione di F. Accrocca, Casale Monferrato 1999, pp. 102-103.

[4] LSA, cap. VI, Ap 6, 12: «Secunda ratio est quia persone Christi correspondet in sexta apertione unus ordo plurium personarum sic secundum suam proportionem augendus, sicut Christus secundum suum corpus fuit usque ad perfectam etatem viriliter auctus. […] Quarta est quia, prout super evangelia ostendi, Christus parvo tempore debuit inter nos vivere et pauciori predicare […]. Nisi autem ordo evangelicus, per Franciscum renovatus, esset in multis et saltem sub duabus vel tribus generationibus propagatus et sollempnizatus, non esset nec ipse nec populus ab eo ducendus sufficienter dispositus ad tam autenticam condempnationem condempnationi Christi consimilem subeundam».