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Mar 29 2024

Inferno XXI-XXII-XXIII, 1-57

 

La “Divina Parodia” del Libro scritto dentro e fuori

Canti esaminati:

Inferno: I; II; III; IV; V; VI; VII; VIII; IX; X; XI; XII; XIII; XIV; XV; XVI; XVII; XVIII; XIX; XX; XXI; XXII; XXVI; XXXII, 124-XXXIII, 90
Purgatorio: III; XXVIII
Paradiso: XI-XII; XXXIII

Seguirà: Inferno XXIII, 58 – XXIV – XXV

 

Introduzione. Il dramma dei barattieri. 1. “Ne l’arzanà de’ Viniziani”. 2. L’uscita delle locuste. 3. Il sommo scherno: la venuta del ladro e i “patteggiati di Caprona”. 4. Il quinto sigillo: la Sede di Pietro, gli imperatori tedeschi e i barattieri. 5. Gara e zuffa tra locuste. 6. Il bugiardo Malacoda e le due contrastanti cronologie dell’inizio del viaggio. 7. La fuga dai Malebranche. Avvertenze. Abbreviazioni.

 

 

Legenda [3]: numero dei versi; 9, 1-2: collegamento ipertestuale all’esegesi, nella Lectura di Olivi, di capitolo e versetto dell’Apocalisse [Ap]; Not. III: collegamento all’esegesi contenuta nei tredici notabilia del prologo della LecturaVarianti rispetto al testo del Petrocchi.

Vengono qui esposti i canti XXI, XXII e XXIII, 1-57 dell’Inferno con i corrispondenti legami ipertestuali con i luoghi della Lectura super Apocalipsim ai quali i versi si riferiscono. L’intero poema è esposto nella Topografia spirituale della Commedia (2013, PDF; cfr. infra), ma si sta procedendo a un esame progressivo e aggiornato dei singoli canti. Ogni tabella sinottica, qui presentata o alla quale si rinvia in quanto già esaminata in altra sede, è preceduta o seguita da una parte esplicativa. Per la posizione dei canti nella topografia della prima cantica cfr. infra. Sull’uso dei colori cfr. Avvertenze.

Quintus status: prologus, Notabilia [Not.]; I visio, V ecclesia (Sardis: 3, 1-6); II visio, V sigillum (6, 9-11); III visio, V tuba (9, 1-12); IV visio, V prelium (12, 17-18); V visio, V phiala (16, 10-11); VI visio (18, 4-6).

Inferno XXI

Così di ponte in ponte, altro parlando
che la mia comedìa cantar non cura,
venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando   [3]

restammo per veder l’altra fessura   Not. III
di Malebolge e li altri pianti vani;
e vidila mirabilmente oscura.   [6]   9, 1-2

Quale ne l’arzanà de’ Viniziani   14, 8
bolle l’inverno la tenace pece   9, 17
a rimpalmare i legni lor non sani,   [9]

ché navicar non ponno – in quella vece   9, 3
chi fa suo legno novo e chi ristoppa
le coste a quel che più vïaggi fece;   [12]   Not. VII

chi ribatte da proda e chi da poppa;   1, 16
altri fa remi e altri volge sarte;
chi terzeruolo e artimon rintoppa -:   [15]

tal, non per foco ma per divin’ arte,   14, 2
bollia là giuso una pegola spessa,   9, 17; 9, 2
che ’nviscava la ripa d’ogne parte.   [18]

I’ vedea lei, ma non vedëa in essa
mai che le bolle che ’l bollor levava,   9, 3
e gonfiar tutta, e riseder compressa.   [21]   Not. XII

Mentr’ io là giù fisamente mirava,
lo duca mio, dicendo « Guarda, guarda! »,
mi trasse a sé del loco dov’ io stava.   [24]

Allor mi volsi come l’uom cui tarda   3, 3
di veder quel che li convien fuggire   6, 14
e cui paura sùbita sgagliarda,   [27]   16, 15

che, per veder, non indugia ’l partire:
e vidi dietro a noi un diavol nero
correndo su per lo scoglio venire.   [30]   6, 14; 16, 15

Ahi quant’ elli era ne l’aspetto fero!   9, 11
e quanto mi parea ne l’atto acerbo,
con l’ali aperte e sovra i piè leggero!   [33]   9, 3

L’omero suo, ch’era aguto e superbo,   7, 7 (Isachar)
carcava un peccator con ambo l’anche,
e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo.   [36]

Del nostro ponte disse: « O Malebranche,   9, 3
ecco un de li anzïan di Santa Zita!   7, 11-12
Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche   [39]   6, 9.11; 1, 6-7

a quella terra, che n’è ben fornita:   7, 7 (Isachar)   ch’io ho / ch’i’ò
ogn’ uom v’è  barattier, fuor che Bonturo;   3, 3
del no, per li denar, vi si fa ita ».   [42]   1, 6-7

Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro
si volse; e mai non fu mastino sciolto
con tanta fretta a seguitar lo furo.   [45]   3, 3

Quel s’attuffò, e tornò sù convolto;   6, 9.11
ma i demon che del ponte avean coperchio,
gridar: « Qui non ha loco il Santo Volto!   [48]

qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,
non far sopra la pegola soverchio ».   [51]

Poi l’addentar con più di cento raffi,   9, 8
disser: « Coverto convien che qui balli,   6, 9.11
sì che, se puoi, nascosamente accaffi ».   [54]

Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli
fanno attuffare in mezzo la caldaia
la carne con li uncin, perché non galli.   [57]   6, 9.11

Lo buon maestro « Acciò che non si paia
che tu ci sia », mi disse, « giù t’acquatta   6, 9.11
dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;   [60]

e per nulla offension che mi sia fatta,
non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,   2, 10
perch’ altra volta fui a tal baratta ».   [63]

Poscia passò di là dal co del ponte;   2, 10; 21, 12
e com’ el giunse in su la ripa sesta,   13, 18 (7, 3)
mestier li fu d’aver sicura fronte.   [66]   2, 11; 9, 4

Con quel furore e con quella tempesta
ch’escono i cani a dosso al poverello   9, 3
che di sùbito chiede ove s’arresta,   [69]

usciron quei di sotto al ponticello,
e volser contra lui tutt’ i runcigli;   Not. VI
ma el gridò: « Nessun di voi sia fello!   [72]   9, 4

Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,
traggasi avante l’un di voi che m’oda,   9, 3
e poi d’arruncigliarmi si consigli ».   [75]   Not. VI

Tutti gridaron: « Vada Malacoda! »;   9, 3
per ch’un si mosse – e li altri stetter fermi –
e venne a lui dicendo: « Che li approda? ».   [78]

« Credi tu, Malacoda, qui vedermi
 esser venuto », disse ’l mio maestro,
 « sicuro già da tutti vostri schermi,   [81]   2, 11

sanza voler divino e fato destro?   5, 1
Lascian’ andar, ché nel cielo è voluto
ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro ».   [84]   12, 6

Allor li fu l’orgoglio sì caduto,   Not. VI
ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,
e disse a li altri: « Omai non sia feruto ».   [87]   9, 4

E ’l duca mio a me: « O tu che siedi   Not. XII
tra li scheggion del ponte quatto quatto,   6, 9.11
sicuramente omai a me ti riedi ».   [90]   2, 11; 3, 12

Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto;
e i diavoli si fecer tutti avanti,
sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;   [93]   Not. VII

così vid’ ïo già temer li fanti
ch’uscivan patteggiati di Caprona,
veggendo sé tra nemici cotanti.   [96]

I’ m’accostai con tutta la persona
lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi   6, 5
da la sembianza lor ch’era non buona.   [99]

Ei chinavan li raffi e « Vuo’ che ’l tocchi »,   Not. III; 3, 12
diceva l’un con l’altro, « in sul groppone? ».
E rispondien: « Sì, fa che gliel’ accocchi ».   [102]   6, 9.11

Ma quel demonio che tenea sermone
col duca mio, si volse tutto presto
e disse: « Posa, posa, Scarmiglione! ».   [105] 21, 16

Poi disse a noi: « Più oltre andar per questo
iscoglio non si può, però che giace
tutto spezzato al fondo l’arco sesto.   [108]   2, 1

E se l’andare avante pur vi piace,
andatevene su per questa grotta;
presso è un altro scoglio che via face.   [111]   9, 5-6

Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’ otta,   9, 5-6
mille dugento con sessanta sei   12, 14; 13, 18     mille dugento un
anni compié che qui la via fu rotta.   [114]   2, 12

Io mando verso là di questi miei
a riguardar s’alcun se ne sciorina;
gite con lor, che non saranno rei ».   [117]

« Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina »,   9, 3; Not. III
cominciò elli a dire, « e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la decina.   [120]   6, 9.11; 2, 10

Libicocco vegn’ oltre e Draghignazzo,
Cirïatto sannuto e Graffiacane   9, 11
e Farfarello e Rubicante pazzo.   [123]

Cercate ’ntorno le boglienti pane;
costor sian salvi infino a l’altro scheggio   2, 1
che tutto intero va sovra le tane ».   [126]

« Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio? »,
diss’ io, « deh, sanza scorta andianci soli,   3, 5
se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.   [129]

Se tu se’ sì accorto come suoli,
non vedi tu ch’e’ digrignan li denti   9, 8
e con le ciglia ne minaccian duoli? ».   [132]   Not. VI

Ed elli a me: « Non vo’ che tu paventi;   2, 10-11
lasciali digrignar pur a lor senno,
ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti ».   [135]   lesi

Per l’argine sinistro volta dienno;
ma prima avea ciascun la lingua stretta   16, 10-11
coi denti, verso lor duca, per cenno;   9, 8
ed elli avea del cul fatto trombetta.   [139]   9, 19

 

Inferno XXII

Io vidi già cavalier muover campo,   12, 6
e cominciare stormo e far lor mostra,
e talvolta partir per loro scampo;   [3]   18, 4

corridor vidi per la terra vostra,
o Aretini, e vidi gir gualdane,
fedir torneamenti e correr giostra;   [6]

quando con trombe, e quando con campane,
con tamburi e con cenni di castella,
e con cose nostrali e con istrane;   [9]   6, 3 (5, 1)

né già con sì diversa cennamella
cavalier vidi muover né pedoni,
nave a segno di terra o di stella.   [12]   12, 14 (9, 19)

Noi andavam con li diece demoni.   2, 10
Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa   3, 5; 18, 4
coi santi, e in taverna coi ghiottoni.   [15]

Pur a la pegola era la mia ’ntesa,
per veder de la bolgia ogne contegno
e de la gente ch’entro v’era incesa.   [18]

Come i dalfini, quando fanno segno   Not. XIII;  12, 14
a’ marinar con l’arco de la schiena   10, 1
che s’argomentin di campar lor legno,   [21]   12, 6

talor così, ad alleggiar la pena,   
10, 1
mostrav’ alcun de’ peccatori ’l dosso
e nascondea in men che non balena.   [24]   6, 9.11 (12, 14)

E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso
stanno i ranocchi pur col muso fuori,   Not. XIII
sì che celano i piedi e l’altro grosso,   [27]   6, 9.11

sì stavan d’ogne parte i peccatori;
ma come s’appressava Barbariccia,   6, 9.11
così si ritraén sotto i bollori.   [30]   6, 9.11

I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,
uno aspettar così, com’ elli ’ncontra   6, 11
ch’una rana rimane e l’altra spiccia;   [33]   Not. XIII; 12, 17

e Graffiacan, che li era più di contra,
li arruncigliò le ’mpegolate chiome
e trassel sù, che mi parve una lontra.   [36]   Not. XIII

I’ sapea già di tutti quanti ’l nome,   3, 4-5; 7, 3-4
li notai quando fuorono eletti,
e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.   [39]   3, 3

« O Rubicante, fa che tu li metti   6, 9.11
li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi! »,
gridavan tutti insieme i maladetti.   [42]   5, 1

E io: « Maestro mio, fa, se tu puoi,   7, 13-14
che tu sappi chi è lo sciagurato
venuto a man de li avversari suoi ».   [45]

Lo duca mio li s’accostò allato;
domandollo ond’ ei fosse, e quei rispuose:
« I’ fui del regno di Navarra nato.   [48]

Mia madre a servo d’un segnor mi puose,
che m’avea generato d’un ribaldo,
distruggitor di sé e di sue cose.   [51]

Poi fui famiglia del buon re Tebaldo;
quivi mi misi a far baratteria,
di ch’io rendo ragione in questo caldo ».   [54]

E Cirïatto, a cui di bocca uscia   19, 15 (2, 12)
d’ogne parte una sanna come a porco,   9, 11
li fé sentir come l’una sdruscia.   [57]

Tra male gatte era venuto ’l sorco;
ma Barbariccia il chiuse con le braccia   9, 3
e disse: « State in là, mentr’ io lo ’nforco ».   [60]

E al maestro mio volse la faccia;
« Domanda », disse, « ancor, se più disii
saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia ».   [63]

Lo duca dunque: « Or dì: de li altri rii
conosci tu alcun che sia latino   12, 17
sotto la pece? ». E quelli: « I’ mi partii,   [66]   6, 9.11

poco è, da un che fu di là vicino.   12, 17
Così foss’ io ancor con lui coperto,   6, 9.11
ch’i’ non temerei unghia né uncino! ».   [69]

E Libicocco « Troppo avem sofferto »,   6, 9.11
disse; e preseli ’l braccio col runciglio,
sì che, stracciando, ne portò un lacerto.   [72]   22, 15

Draghignazzo anco i volle dar di piglio
giuso a le gambe; onde ’l decurio loro   7, 3
si volse intorno intorno con mal piglio.   [75]

Quand’ elli un poco rappaciati fuoro,   Not. IX
a lui, ch’ancor mirava sua ferita,
domandò ’l duca mio sanza dimoro:   [78]

« Chi fu colui da cui mala partita   7, 13-14
di’ che facesti per venire a proda? ».
Ed ei rispuose: « Fu frate Gomita,   [81]

quel di Gallura, vasel d’ogne froda,   12, 17
ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,
e fé sì lor, che ciascun se ne loda.   [84]

Danar si tolse e lasciolli di piano,
sì com’ e’ dice; e ne li altri offici anche   12, 7
barattier fu non picciol, ma sovrano.   [87]

Usa con esso donno Michel Zanche
di Logodoro; e a dir di Sardigna   V ecclesia (Sardis) 2, 1
le lingue lor non si sentono stanche.   [90]   6, 8

Omè, vedete l’altro che digrigna;
i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello
non s’apparecchi a grattarmi la tigna ».   [93]

E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello
che stralunava li occhi per fedire,
disse: « Fatti ’n costà, malvagio uccello! ».   [96]   Not. XIII

« Se voi volete vedere o udire »,
ricominciò lo spaürato appresso,
« Toschi o Lombardi, io ne farò venire;   [99]   5, 6-7

ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
sì ch’ei non teman de le lor vendette;
e io, seggendo in questo loco stesso,   [102]   (Not. XII)

per un ch’io son, ne farò venir sette
quand’ io suffolerò, com’ è nostro uso   7, 1
di fare allor che fori alcun si mette ».   [105]

Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso,
crollando ’l capo, e disse: « Odi malizia   9, 3
ch’elli ha pensata per gittarsi giuso! ».   [108]

Ond’ ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia,
rispuose: « Malizioso son io troppo,   9, 3
quand’ io procuro a’ mia maggior trestizia ».   [111]   6, 9.11

Alichin non si tenne e, di rintoppo   2, 1
a li altri, disse a lui: « Se tu ti cali,   V status
io non ti verrò dietro di gualoppo,   [114]

ma batterò sovra la pece l’ali.   IV status
Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo,   6, 9.11
a veder se tu sol più di noi vali ».   [117]

O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
ciascun da l’altra costa li occhi volse,   Not. VII
quel prima, ch’a ciò fare era più crudo.   [120]   9, 8

Lo Navarrese ben suo tempo colse;
fermò le piante a terra, e in un punto   9, 3; Not. VIII
saltò e dal proposto lor si sciolse.   [123]   9, 1-2

Di che ciascun di colpa fu compunto,   9, 5-6
ma quei più che cagion fu del difetto;   12, 3
però si mosse e gridò: « Tu se’ giunto! ».   [126]

Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto   9, 3
non potero avanzar; quelli andò sotto,   6, 9.11
e quei drizzò volando suso il petto:   [129]

non altrimenti l’anitra di botto,   Not. XIII
quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa,   6, 9.11
ed ei ritorna sù crucciato e rotto.   [132]   9, 5-6; 2, 12

Irato Calcabrina de la buffa,   9, 5-6
volando dietro li tenne, invaghito   9, 3; 5, 1
che quei campasse per aver la zuffa;   [135]   9, 7

e come ’l barattier fu disparito,   6, 3
così volse li artigli al suo compagno,
e fu con lui sopra ’l fosso ghermito.   [138]

Ma l’altro fu bene sparvier grifagno   Not. XIII
ad artigliar ben lui, e amendue   19, 20
cadder nel mezzo del bogliente stagno.   [141]

Lo caldo sghermidor sùbito fue;
ma però di levarsi era neente,   9, 3
sì avieno inviscate l’ali sue.   [144]

Barbariccia, con li altri suoi dolente,
quattro ne fé volar da l’altra costa   Not. VII
con tutt’ i raffi, e assai prestamente   [147]   9, 7

di qua, di là discesero a la posta;   Not. VII
porser li uncini verso li ’mpaniati,
ch’eran già cotti dentro da la crosta.
E noi lasciammo lor così ’mpacciati.   [151]

Inferno XXIII, 1-58

Taciti, soli, sanza compagnia   3, 5   >V status<
n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,
come frati minor vanno per via.   [3]

Vòlt’ era in su la favola d’Isopo
lo mio pensier per la presente rissa,   9, 7
dov’ el parlò de la rana e del topo;   [6]

ché più non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’
che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia   3, 14
principio e fine con la mente fissa.   [9]

E come l’un pensier de l’altro scoppia,
così nacque di quello un altro poi,
che la prima paura mi fé doppia.   [12]

Io pensava così: ‘Questi per noi
sono scherniti con danno e con beffa   9, 5-6
sì fatta, ch’assai credo che lor nòi.   [15]

Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa,   9, 5-6; 6, 12-17   >VI status<
ei ne verranno dietro più crudeli    9, 8
che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’.   [18]

Già mi sentia tutti arricciar li peli   6, 14 (1, 14)
de la paura e stava in dietro intento,   6, 12-17
quand’ io dissi: « Maestro, se non celi   [21]

te e me tostamente, i’ ho pavento
d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;
io li ’magino sì, che già li sento ».   [24]

E quei: « S’i’ fossi di piombato vetro,   21, 11.18.21
l’imagine di fuor tua non trarrei
più tosto a me, che quella dentro ’mpetro.   [27]

Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei,
con simile atto e con simile faccia,
sì che d’intrambi un sol consiglio fei.   [30]

S’elli è che sì la destra costa giaccia,   5, 1; Not. VII
che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,
noi fuggirem l’imaginata caccia ».   [33]   6, 12-17

Già non compié di tal consiglio rendere,
ch’io li vidi venir con l’ali tese
non molto lungi, per volerne prendere.   [36]

Lo duca mio di sùbito mi prese,   16, 15; 3, 3
come la madre ch’al romore è desta   5, 1
e vede presso a sé le fiamme accese,   [39]

che prende il figlio e fugge e non s’arresta,   6, 12-17
avendo più di lui che di sé cura,
tanto che solo una camiscia vesta;   [42]

e giù dal collo de la ripa dura
supin si diede a la pendente roccia,   Not. III
che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.   [45]

Non corse mai sì tosto acqua per doccia
a volger ruota di molin terragno,
quand’ ella più verso le pale approccia,   [48]

come ’l maestro mio per quel vivagno,
portandosene me sovra ’l suo petto,
come suo figlio, non come compagno.   [51]   5, 1

A pena fuoro i piè suoi giunti al letto
del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle   6, 12-17
sovresso noi; ma non lì era sospetto:   [54]

ché l’alta provedenza che lor volle
porre ministri de la fossa quinta,
poder di partirs’ indi a tutti tolle.   [57]   9, 14; 20, 1.3

Vengono qui di seguito posti a confronto Inf. VII, 97-130, VIII, IX, 1-105 / XV, XVI con XXI-XXII-XXIII, 1-57, canti nei quali, rispettivamente nel primo, nel secondo e nel terzo ciclo settenario dell’Inferno, i temi del quinto stato prevalgono, semanticamente elaborati dalla parodia dantesca. La tematica si estende oltre i confini del singolo canto e, come mostrato nelle tabelle complessive, si intreccia con molti motivi propri di altri gruppi esegetici relativi agli status o periodi della storia della Chiesa. Rispetto al primo gruppo di canti (269 versi) e al secondo (260 versi), il terzo (347 versi) registra un più esteso sviluppo nelle occorrenze semantiche* relative al quinto stato che rinviano alla Lectura super Apocalipsim (VII: 10, VIII: 23, IX: 13; totale della zona: 46 / XV: 35, XVI: 30; totale della zona: 65 / XXI: 39, XXII: 51; XXIII: 10; totale della zona: 100): prologo (VII: 1, VIII: 0, IX: 0 / XV: 8, XVI: 2 / XXI: 6, XXII: 12; XXIII: 2); quinta chiesa (VII: 1, VIII: 3, IX: 3 / XV: 13, XVI: 7 / XXI: 4, XXII: 4; XXIII: 2); quinto sigillo (VII: 4, VIII: 7, IX: 1 / XV: 2, XVI: 5 / XXI: 8, XXII: 14; XXIII: 2); quinta tromba (VII: 4, VIII: 5, IX: 7 / XV: 8, XVI: 13/ XXI: 20, XXII: 15; XXIII: 4); quinta guerra (VII: 0, VIII: 6, IX: 2 / XV: 1, XVI: 2 / XXI: 0, XXII: 4; XXIII: 0); quinta coppa (VII: 0, VIII: 2, IX: 0 / XV: 1, XVI: 1 / XXI: 1, XXII: 0; XXIII: 0); VI visione, quinta parte (VII: 0, VIII: 0, IX: 0 / XV: 2, XVI: 0 / XXI: 0, XXII: 2; XXIII: 0).

La parodia si esercita in luoghi semantici, comuni ai tre gruppi di canti, riferibili a stati diversi dal quinto, propri ad esempio del prologo (Notabile III: quarto stato); dell’esegesi della seconda chiesa (Ap 2, 10-11: cfr. Inf. VIII e XXI); del sesto sigillo (7, 13-14, passo che costituisce uno dei Leitmotive più insistenti per tutto il poema). Luoghi comuni nei primi due gruppi vengono segnalati altrove.
Poiché si tratta di zone dove prevale la tematica del quinto stato, questa sfocia nel sesto (IX, 61-90; XVI, 91-136; XXIII, 16-57), i cui motivi, che in diversa misura pervadono i canti immediatamente seguenti, segnano la conclusione dei cicli settenari (cfr. altrove circa la presenza nell’Inferno dei temi del settimo stato).

* Per “occorrenze” si intendono le parole-chiave che nella lettera dei versi rinviano semanticamente ai temi offerti dall’esegesi; esse, ai fini del computo, sono considerate singolarmente salvo quando sono contigue, nel qual caso costituiscono un’unità.

Primo ciclo

Secondo ciclo

Inferno VII, 97-130 – VIII IX, 1-105

Inferno XVXVI

Inf. VII, 97-130

« Or discendiamo omai a maggior pieta;   7, 7
già ogne stella cade che saliva   8, 12           Not. III
quand’ io mi mossi, e ’l troppo star si vieta ».   [99]
Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva
sovr’ una fonte che bolle e riversa
per un fossato che da lei deriva.   [102]
L’acqua era buia assai più che persa;
e noi, in compagnia de l’onde bige,   3, 5
intrammo giù per una via diversa.   [105]   6, 9.11
In la palude va c’ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand’ è disceso   Not. I
al piè de le maligne piagge grige.   [108]
E io, che di mirare stava inteso,   Not. III
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante offeso.   [111]   9, 5
Queste si percotean non pur con mano,   8, 12
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co’ denti a brano a brano.   [114]   9, 8
Lo buon maestro disse: « Figlio, or vedi
l’anime di color cui vinse l’ira;   9, 5
e anche vo’ che tu per certo credi   [117]
che sotto l’acqua è gente che sospira,   6, 9.11
e fanno pullular quest’ acqua al summo,
come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.   [120]
Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo   5, 1
ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,   9, 2
portando dentro accidïoso fummo:   [123]
or ci attristiam ne la belletta negra”.   5, 1
Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra ».   [126]
Così girammo de la lorda pozza
grand’ arco, tra la ripa secca e ’l mézzo,
con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.
Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.   [130]

Inf. VIII

Io dico, seguitando, ch’assai prima
che noi fossimo al piè de l’alta torre,
li occhi nostri n’andar suso a la cima   [3]
per due fiammette che i vedemmo porre,
e un’altra da lungi render cenno,
tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.   [6]
E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;
dissi: « Questo che dice? e che risponde   7, 13
quell’ altro foco? e chi son quei che ’l fenno? ».   [9]
Ed elli a me: « Su per le sucide onde
già scorgere puoi quello che s’aspetta,   6, 9-11
se l fummo del pantan nol ti nasconde ».   [12]   9, 2
Corda non pinse mai da sé saetta
che sì corresse via per l’aere snella,
com’ io vidi una nave piccioletta   [15]
venir per l’acqua verso noi in quella,
sotto ’l governo d’un sol galeoto,
che gridava: « Or se’ giunta, anima fella! ».   [18]
« Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto »,
disse lo mio segnore, « a questa volta:
più non ci avrai che sol passando il loto ».  [21]   3, 5
Qual è colui che grande inganno ascolta
che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.   [24]   9, 5; 16, 11
Lo duca mio discese ne la barca,   3, 5
e poi mi fece intrare appresso lui;
e sol quand’ io fui dentro parve carca.   [27]
Tosto che ’l duca e io nel legno fui,
segando se ne va l’antica prora
de l’acqua più che non suol con altrui.   [30]
Mentre noi corravam la morta gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: « Chi se’ tu che vieni anzi ora? ».   [33]   7, 13
E io a lui: « S’i’ vegno, non rimango;   12, 17
ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto? ».   7, 13
Rispuose: « Vedi che son un che piango ».   [36]
E io a lui: « Con piangere e con lutto,
spirito maladetto, ti rimani;   5, 1; 12, 17
ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto ».   [39]
Allor distese al legno ambo le mani;   9, 3
per che ’l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: « Via costà con li altri cani! ».   [42]
Lo collo poi con le braccia mi cinse;
basciommi ’l volto e disse: « Alma sdegnosa,
benedetta colei che ’n te s’incinse!   [45]
Quei fu al mondo persona orgogliosa;   Not. XII
bontà non è che sua memoria fregi:
così s’è l’ombra sua qui furïosa.   [48]
Quanti si tegnon or là sù gran regi   9, 7
che qui staranno come porci in brago,
di sé lasciando orribili dispregi! ».   [51]
E io: « Maestro, molto sarei vago
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del lago ».   [54]
Ed elli a me: « Avante che la proda
ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal disïo convien che tu goda ».   [57]   6, 10
Dopo ciò poco vid’ io quello strazio
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.   [60]
Tutti gridavano: « A Filippo Argenti! »;  5, 1 (6, 10)
e ’l fiorentino spirito bizzarro
in sé medesmo si volvea co’ denti.   [63]   16, 10-11
Quivi il lasciammo, che più non ne narro;
ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,
per ch’io avante l’occhio intento sbarro.   [66]
Lo buon maestro disse: « Omai, figliuolo,
s’appressa la città c’ha nome Dite,
coi gravi cittadin, col grande stuolo ».   [69]
E io: « Maestro, già le sue meschite
là entro certe ne la valle cerno,
vermiglie come se di foco uscite [72]
fossero ». Ed ei mi disse: « Il foco etterno
ch’entro l’affoca le dimostra rosse,
come tu vedi in questo basso inferno ».   [75]
Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse
che vallan quella terra sconsolata:
le mura mi parean che ferro fosse.   [78]
Non sanza prima far grande aggirata,
venimmo in parte dove il nocchier forte
« Usciteci », gridò: « qui è l’intrata ».   [81]
Io vidi più di mille in su le porte
da ciel piovuti, che stizzosamente
dicean: « Chi è costui che sanza morte   [84]
va per lo regno de la morta gente? ».   6, 8
E ’l savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar segretamente.   [87]
Allor chiusero un poco il gran disdegno
e disser: « Vien tu solo, e quei sen vada   12, 17
che sì ardito intrò per questo regno.   [90]
Sol si ritorni per la folle strada:
pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,   12, 17
che li ha’ iscorta sì buia contrada ».   [93]
Pensa, lettor, se io mi sconfortai
nel suon de le parole maladette,   5, 1
ché non credetti ritornarci mai.   [96]
« O caro duca mio, che più di sette   1, 10-12
volte m’hai sicurtà renduta e tratto
d’alto periglio che ’ncontra mi stette,   [99]
non mi lasciar », diss’ io, « così disfatto;
e se ’l passar più oltre ci è negato,
ritroviam l’orme nostre insieme ratto ».   [102]
E quel segnor che lì m’avea menato,
mi disse: « Non temer; ché ’l nostro passo  2, 8,10-11
non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.   [105]
Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso   6, 11
conforta e ciba di speranza buona,
ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso ».   [108]
Così sen va, e quivi m’abbandona
lo dolce padre, e io rimagno in forse,   12, 17; 9, 5-6
che sì e no nel capo mi tenciona.   [111]
Udir non potti quello ch’a lor porse;
ma ei non stette là con essi guari,   6, 11
che ciascun dentro a pruova si ricorse.   [114]
Chiuser le porte que’ nostri avversari
nel petto al mio segnor, che fuor rimase  12, 17
e rivolsesi a me con passi rari.   [117]
Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:
« Chi m’ha negate le dolenti case! ».   [120]
E a me disse: « Tu, perch’ io m’adiri,
non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
qual ch’a la difension dentro s’aggiri.   [123]
Questa lor tracotanza non è nova;
ché già l’usaro a men segreta porta,
la qual sanza serrame ancor si trova.   [126]
Sovr’ essa vedestù la scritta morta:
e già di qua da lei discende l’erta,   3, 5
passando per li cerchi sanza scorta,
tal che per lui ne fia la terra aperta ».   [130]

Inf. IX, 1-105

Quel color che viltà di fuor mi pinse
veggendo il duca mio tornare in volta,
più tosto dentro il suo novo ristrinse.   [3]
Attento si fermò com’ uom ch’ascolta;   1, 3; 3, 3
ché l’occhio nol potea menare a lunga
per l’aere nero e per la nebbia folta.   [6]   9, 2
« Pur a noi converrà vincer la punga »,   9, 5-6
cominciò el, « se non  … Tal ne sofferse.
Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!». [9] 6, 10
I’ vidi ben sì com’ ei ricoperse
lo cominciar con l’altro che poi venne,
che fur parole a le prime diverse;   [12]
ma nondimen paura il suo dir dienne,
perch’ io traeva la parola tronca
forse a peggior sentenzia che non tenne.   [15]
« In questo fondo de la trista conca
discende mai alcun del primo grado,   3, 5
che sol per pena ha la speranza cionca? ».   [18]
Questa question fec’ io; e quei  « Di rado   5, 2
incontra », mi rispuose, « che di noi   7, 13
faccia il cammino alcun per qual io vado.   [21]
Ver è ch’altra fïata qua giù fui,   1, 18
congiurato da quella Eritón cruda
che richiamava l’ombre a’ corpi sui.   [24]
Di poco era di me la carne nuda,
ch’ella mi fece intrar dentr’ a quel muro,
per trarne un spirto del cerchio di Giuda[27]   1, 18
Quell’ è ’l più basso loco e ’l più oscuro,
e ’l più lontan dal ciel che tutto gira:
ben so ’l cammin; però ti fa sicuro.   [30]   1, 18
Questa palude che ’l gran puzzo spira
cigne dintorno la città dolente,
u’ non potemo intrare omai sanz’ ira ».   [33]   5, 1 
E altro disse, ma non l’ho a mente;
però che l’occhio m’avea tutto tratto
ver’ l’alta torre a la cima rovente,   [36]
dove in un punto furon dritte ratto   Not. VIII
tre furïe infernal di sangue tinte,   16, 13; 17, 3
che membra feminine avieno e atto,   [39]
e con idre verdissime eran cinte;   1, 13
serpentelli e ceraste avien per crine,   1, 14
onde le fiere tempie erano avvinte.   [42]
E quei, che ben conobbe le meschine
de la regina de l’etterno pianto,
« Guarda », mi disse, « le feroci Erine.   [45]
Quest’ è Megera dal sinistro canto;
quella che piange dal destro è Aletto;
Tesifón è nel mezzo »; e tacque a tanto.   [48]
Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;
battiensi a palme e gridavan sì alto,
ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.   [51]
« Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto »,
dicevan tutte riguardando in giuso;
« mal non vengiammo in Tesëo l’assalto ».   [54]
« Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso;   10, 4
ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi,
nulla sarebbe di tornar mai suso ».   [57]
Così disse ’l maestro; ed elli stessi
mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi chiudessi.   [60]  10, 4
O voi ch’avete li ’ntelletti sani,   13, 9
mirate la dottrina che s’asconde
sotto ’l velame de li versi strani.   [63]   10, 7; 5, 1
E già venìa su per le torbide onde   6, 12-14
un fracasso d’un suon, pien di spavento,   9, 9
per cui tremavano amendue le sponde,   [66]   10, 3
non altrimenti fatto che d’un vento   12, 18
impetüoso per li avversi ardori,   10, 2
che fier la selva e sanz’ alcun rattento   [69]   9, 14
li rami schianta, abbatte e porta fori;
dinanzi polveroso va superbo,   12, 18
e fa fuggir le fiere e li pastori.   [72]   6, 12-14
Li occhi mi sciolse e disse: « Or drizza il nerbo
del viso su per quella schiuma antica
per indi ove quel fummo è più acerbo ».   [75]   9, 2
Come le rane innanzi a la nimica
biscia per l’acqua si dileguan tutte,
fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,   [78]
vid’ io più di mille anime distrutte
fuggir così dinanzi ad un ch’al passo   6, 12-14
passava Stige con le piante asciutte.   [81]   9, 14
Dal volto rimovea quell’ aere grasso,   9, 2
menando la sinistra innanzi spesso;
e sol di quell’ angoscia parea lasso.   [84]
Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,
e volsimi al maestro; e quei fé segno
ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.   [87]   19, 10
Ahi quanto mi parea pien di disdegno!   10, 3
Venne a la porta e con una verghetta   2, 1; 11, 1
l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.[90]9, 14
« O cacciati del ciel, gente dispetta »,   11, 8-9
cominciò elli in su l’orribil soglia,
« ond’ esta oltracotanza in voi s’alletta?   [93]
Perché recalcitrate a quella voglia
a cui non puote il fin mai esser mozzo,
e che più volte v’ha cresciuta doglia?   [96]
Che giova ne le fata dar di cozzo?
Cerbero vostro, se ben vi ricorda,   3, 3
ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo ».   [99]
Poi si rivolse per la strada lorda,
e non fé motto a noi, ma fé sembiante   9, 5-6
d’omo cui altra cura stringa e morda   [102]
che quella di colui che li è davante;
e noi movemmo i piedi inver’ la terra5, 5
sicuri appresso le parole sante.   [105]

Inf. XV

Ora cen porta l’un de’ duri margini;   
6, 8
e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia,   9, 1-2
sì che dal foco salva l’acqua e li argini.   [3]
Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa,   6, 12-17
fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia;   [6]   9, 1-2
e quali Padoan lungo la Brenta,
per difender lor ville e lor castelli,
anzi che Carentana il caldo senta:   [9]
a tale imagine eran fatti quelli,
tutto che né sì alti né sì grossi,
qual che si fosse, lo maestro félli.   [12]
Già eravam da la selva rimossi
tanto, ch’i’ non avrei visto dov’ era,
perch’ io in dietro rivolto mi fossi,   [15]
quando incontrammo d’anime una schiera   5, 1
che venian lungo l’argine, e ciascuna           Not. VII
ci riguardava come suol da sera   [18]   3, 3
guardare uno altro sotto nuova luna;   8, 12
e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia
come ’l vecchio sartor fa ne la cruna.   [21]  Not. III
Così adocchiato da cotal famiglia,   5, 1
fui conosciuto da un, che mi prese   5, 2
per lo lembo e gridò: « Qual maraviglia! ». [24]   3, 5
E io, quando ’l suo braccio a me distese,   9, 3
ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,
sì che ’l viso abbrusciato non difese   [27]
la conoscenza süa al mio ’ntelletto;
e chinando la mano a la sua faccia,   Not. III
rispuosi: « Siete voi qui, ser Brunetto? ».  [30]   7, 13
E quelli: « O figliuol mio, non ti dispiaccia
se Brunetto Latino un poco teco   6, 8
ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia ». [33] 18, 4
I’ dissi lui: « Quanto posso, ven preco;
e se volete che con voi m’asseggia,   Not. V
faròl, se piace a costui che vo seco ».   [36]
« O figliuol », disse, « qual di questa greggia   5, 1
s’arresta punto, giace poi cent’ anni   Not. III
sanz’ arrostarsi quando ’l foco il feggia.   [39]
Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;   3, 5
e poi rigiugnerò la mia masnada,
che va piangendo i suoi etterni danni ».   [42]
Io non osava scender de la strada   3, 5
per andar par di lui; ma ’l capo chino   Not. III
tenea com’ uom che reverente vada.   [45]    19, 10
El cominciò: « Qual fortuna o destino
 anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?
 e chi è questi che mostra ’l cammino? ».  [48]   7, 13
« Là sù di sopra, in la vita serena »,
rispuos’ io lui, « mi smarri’ in una valle,   3, 2-3
avanti che l’età mia fosse piena.   [51]
Pur ier mattina le volsi le spalle:   1, 10-11
questi m’apparve, tornand’ ïo in quella,
e reducemi a ca per questo calle ».   [54]
Ed elli a me: « Se tu segui tua stella,   3, 5; 3, 1 
non puoi fallire a glorïoso porto,
se ben m’accorsi ne la vita bella;   [57]
e s’io non fossi sì per tempo morto,
veggendo il cielo a te così benigno,
dato t’avrei a l’opera conforto.   [60]   6, 11
Ma quello ingrato popolo maligno   Not. V
che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e del macigno,   [63]
ti si farà, per tuo ben far, nimico;
ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico.  [66] 18, 4; 9, 4 
Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
gent’ è avara, invidiosa e superba:
dai lor costumi fa che tu ti forbi.   [69]
La tua fortuna tanto onor ti serba,
che l’una parte e l’altra avranno fame   9, 5-6
di te; ma lungi fia dal becco l’erba.   [72]   9, 4
Faccian le bestie fiesolane strame   16, 10
di lor medesme, e non tocchin la pianta,   3, 12
s’alcuna surge ancora in lor letame,   [75]
in cui riviva la sementa santa   12, 17
di que’ Roman che vi rimaser quando   Not. V
fu fatto il nido di malizia tanta ».   [78]   Not. V
« Se fosse tutto pieno il mio dimando »,   3, 2
rispuos’ io lui, « voi non sareste ancora
de l’umana natura posto in bando;   [81]
ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora   [84]
m’insegnavate come l’uom s’etterna:
e quant’ io l’abbia in grado, mentr’ io vivo
convien che ne la mia lingua si scerna.   [87]
Ciò che narrate di mio corso scrivo,   1, 3
e serbolo a chiosar con altro testo   1, 3 (3, 3)
a donna che saprà, s’a lei arrivo.   [90]
Tanto vogl’ io che vi sia manifesto,
pur che mia coscïenza non mi garra,   6, 11
ch’a la Fortuna, come vuol, son presto.   [93]
Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
però giri Fortuna la sua rota   9, 9
come le piace, e ’l villan la sua marra ».   [96]
Lo mio maestro allora in su la gota
destra si volse in dietro e riguardommi;            3, 4
poi disse: « Bene ascolta chi la nota ». [99] 1, 3
Né per tanto di men parlando vommi
con ser Brunetto, e dimando chi sono   7, 13
li suoi compagni più noti e più sommi[102] 3, 4-5
Ed elli a me: « Saper d’alcuno è buono;
de li altri fia laudabile tacerci,
ché ’l tempo saria corto a tanto suono.   [105]
In somma sappi che tutti fur cherci   9, 1-2
e litterati grandi e di gran fama,   3, 1.5
d’un peccato medesmo al mondo lerci.   [108]
Priscian sen va con quella turba grama,   7, 9
e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,
s’avessi avuto di tal tigna brama,   [111]
colui potei che dal servo de’ servi
fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,
dove lasciò li mal protesi nervi.   [114]   5, 5
Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone
più lungo esser non può, però ch’i’ veggio          9, 1-2
là surger nuovo fummo del sabbione[117]  12, 18
Gente vien con la quale esser non deggio.   7, 9.13
Sieti raccomandato il mio Tesoro,   3, 5
nel qual io vivo ancora, e più non cheggio ».   [120]
Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro
quelli che vince, non colui che perde.   [124]

Inf. XVI

Già era in loco onde s’udia ’l rimbombo
de l’acqua che cadea ne l’altro giro,
simile a quel che l’arnie fanno rombo,   [3]   9, 9
quando tre ombre insieme si partiro,   9, 12
correndo, d’una torma che passava
sotto la pioggia de l’aspro martiro.   [6]
Venian ver’ noi, e ciascuna gridava:
« Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri   16, 10
essere alcun di nostra terra prava ».   [9]
Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri,   9, 5-6
ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri.   [12]
A le lor grida il mio dottor s’attese;
volse ’l viso ver’ me, e « Or aspetta »,   6, 11
disse, « a costor si vuole esser cortese.   [15]
E se non fosse il foco che saetta
la natura del loco, i’ dicerei
che meglio stesse a te che a lor la fretta ».   [18]
Ricominciar, come noi restammo, ei   Not. III
l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,
fenno una rota di sé tutti e trei.   [21]   9, 9; 9, 12
Qual sogliono i campion far nudi e unti,
avvisando lor presa e lor vantaggio,
prima che sien tra lor battuti e punti,   [24]
così rotando, ciascuno il visaggio   9, 9
drizzava a me, sì che ’n contraro il collo
faceva ai piè continüo vïaggio.   [27]
E « Se miseria d’esto loco sollo   12, 18
rende in dispetto noi e nostri prieghi »,
cominciò l’uno, « e ’l tinto aspetto e brollo,   [30]
la fama nostra il tuo animo pieghi   3, 1.5
a dirne chi tu se’, che i vivi piedi
così sicuro per lo ’nferno freghi.   [33]   6, 11
Questi, l’orme di cui pestar mi vedi,
tutto che nudo e dipelato vada,
fu di grado maggior che tu non credi:   [36]
nepote fu de la buona Gualdrada;
Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita   3, 1.4.5
fece col senno assai e con la spada.   [39]
L’altro, ch’appresso me la rena trita,   12, 18
è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
nel mondo sù dovria esser gradita.   [42]
E io, che posto son con loro in croce,   9, 5-6
Iacopo Rusticucci fui, e certo
la fiera moglie più ch’altro mi nuoce ».   [45]
S’i’ fossi stato dal foco coperto,   6, 9.11
gittato mi sarei tra lor di sotto,
e credo che ’l dottor l’avria sofferto;   [48]
ma perch’ io mi sarei brusciato e cotto,
vinse paura la mia buona voglia
che di loro abbracciar mi facea ghiotto.   [51]
Poi cominciai: « Non dispetto, ma doglia
la vostra condizion dentro mi fisse,
tanta che tardi tutta si dispoglia,   [54]   3, 3  
tosto che questo mio segnor mi disse
parole per le quali i’ mi pensai
che qual voi siete, tal gente venisse.   [57]
Di vostra terra sono, e sempre mai
l’ovra di voi e li onorati nomi   3, 1.4.5
con affezion ritrassi e ascoltai.   [60]   1, 3
Lascio lo fele e vo per dolci pomi
promessi a me per lo verace duca;
ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi ».   [63]
« Se lungamente l’anima conduca
le membra tue », rispuose quelli ancora,
« e se la fama tua dopo te luca,   [66]   3, 1.5
cortesia e valor dì se dimora
ne la nostra città sì come suole,
o se del tutto se n’è gita fora;   [69]
ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole   9, 5-6
con noi per poco e va là coi compagni,
assai ne cruccia con le sue parole ».   [72]
« La gente nuova e i sùbiti guadagni
orgoglio e dismisura han generata,   Not. XII
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni ».   [75]
Così gridai con la faccia levata;
e i tre, che ciò inteser per risposta,
guardar l’un l’altro com’ al ver si guata.   [78]   9, 9
« Se l’altre volte sì poco ti costa »,
rispuoser tutti, « il satisfare altrui,
felice te se sì parli a tua posta!   [81]
Però, se campi d’esti luoghi bui
e torni a riveder le belle stelle,   3, 13, 12
quando ti gioverà dicere “I’ fui”,   [84]   1, 18
fa che di noi a la gente favelle ».
Indi rupper la rota, e a fuggirsi   9, 9
ali sembiar le gambe loro isnelle.   [87]
Un amen non saria possuto dirsi
tosto così com’ e’ fuoro spariti;
per ch’al maestro parve di partirsi.   [90]
Io lo seguiva, e poco eravam iti,
che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino,   14, 2 (5, 5)
che per parlar saremmo a pena uditi.   [93]
Come quel fiume c’ha proprio cammino   17, 6; 3, 4
prima dal Monte Viso ’nver’ levante,   14, 1
da la sinistra costa d’Apennino,   [96]   Not. VII
che si chiama Acquacheta suso, avante   3, 4
che si divalli giù nel basso letto,   Not. VII
e a Forlì di quel nome è vacante,   [99]   3, 4
rimbomba là sovra San Benedetto
de l’Alpe per cadere ad una scesa   17, 6
ove dovea per mille esser recetto;   [102]   Not. V
così, giù d’una ripa discoscesa,
trovammo risonar quell’ acqua tinta,   14, 2; 17, 3
sì che ’n poc’ ora avria l’orecchia offesa.   [105]
Io avea una corda intorno cinta,   1, 13
e con essa pensai alcuna volta
prender la lonza a la pelle dipinta.   [108]
Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,
sì come ’l duca m’avea comandato,
porsila a lui aggroppata e ravvolta.   [111]   5, 5
Ond’ ei si volse inver’ lo destro lato,
e alquanto di lunge da la sponda
la gittò giuso in quell’ alto burrato.   [114]
‘E’ pur convien che novità risponda’,   9, 13
dicea fra me medesmo, ‘al novo cenno   1, 14
che ’l maestro con l’occhio sì seconda’.   [117]
Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
presso a color che non veggion pur l’ovra,
ma per entro i pensier miran col senno!   [120]
El disse a me: « Tosto verrà di sovra   3, 9; 13, 3
ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna;   6, 11
tosto convien ch’al tuo viso si scovra ».   [123]
Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna
de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,   10, 4
però che sanza colpa fa vergogna;   [126]
ma qui tacer nol posso; e per le note
di questa comedìa, lettor, ti giuro,   10, 5-7
s’elle non sien di lunga grazia vòte,   [129]   9, 1-2
ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro   13, 3
venir notando una figura in suso,
maravigliosa ad ogne cor sicuro,   [132]  13, 3; 6, 11
sì come torna colui che va giuso   3, 12
talora a solver l’àncora ch’aggrappa
o scoglio o altro che nel mare è chiuso,   13, 3
che ’n sù si stende e da piè si rattrappa.   [136]

Terzo ciclo

Inf. XXI

Terzo ciclo

Inf. XXIIXXIII, 1-57

Così di ponte in ponte, altro parlando
che la mia comedìa cantar non cura,
venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando   [3]
restammo per veder l’altra fessura   Not. III
di Malebolge e li altri pianti vani;
e vidila mirabilmente oscura.   [6]   9, 1-2
Quale ne l’arzanà de’ Viniziani
bolle l’inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani,   [9]
ché navicar non ponno – in quella vece   9, 3
chi fa suo legno novo e chi ristoppa
le coste a quel che più vïaggi fece;   [12]   Not. VII
chi ribatte da proda e chi da poppa;
altri fa remi e altri volge sarte;
chi terzeruolo e artimon rintoppa -:   [15]
tal, non per foco ma per divin’ arte,   14, 2
bollia là giuso una pegola spessa, 9, 2
che ’nviscava la ripa d’ogne parte.   [18]
I’ vedea lei, ma non vedëa in essa
mai che le bolle che ’l bollor levava,   9, 3
e gonfiar tutta, e riseder compressa.   [21] Not. XII
Mentr’ io là giù fisamente mirava,
lo duca mio, dicendo « Guarda, guarda! »,
mi trasse a sé del loco dov’ io stava.   [24]
Allor mi volsi come l’uom cui tarda   3, 3
di veder quel che li convien fuggire   6, 14
e cui paura sùbita sgagliarda,   [27]
che, per veder, non indugia ’l partire:
e vidi dietro a noi un diavol nero
correndo su per lo scoglio venire[30]   6, 14
Ahi quant’ elli era ne l’aspetto fero!   9, 11
e quanto mi parea ne l’atto acerbo,
con l’ali aperte e sovra i piè leggero!   [33]   9, 3
L’omero suo, ch’era aguto e superbo,
carcava un peccator con ambo l’anche,
e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo.   [36]
Del nostro ponte disse: « O Malebranche,   9, 3
ecco un de li anzïan di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche   [39]   6, 9.11
a quella terra, che n’è ben fornita:
ogn’ uom v’è  barattier, fuor che Bonturo;   3, 3
del no, per li denar, vi si fa ita ».   [42]
Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro
si volse; e mai non fu mastino sciolto
con tanta fretta a seguitar lo furo.   [45]   3, 3
Quel s’attuffò, e tornò sù convolto;   6, 9.11
ma i demon che del ponte avean coperchio,
gridar: « Qui non ha loco il Santo Volto!   [48]
qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,
non far sopra la pegola soverchio ».   [51]
Poi l’addentar con più di cento raffi,   9, 8
disser: « Coverto convien che qui balli,
sì che, se puoi, nascosamente accaffi ». [54] 6, 9.11
Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli
fanno attuffare in mezzo la caldaia
la carne con li uncin, perché non galli.   [57]   6, 9.11
Lo buon maestro « Acciò che non si paia
che tu ci sia », mi disse, « giù t’acquatta   6, 9.11
dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;   [60]
e per nulla offension che mi sia fatta,
non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,   2, 10
perch’ altra volta fui a tal baratta ».   [63]
Poscia passò di là dal co del ponte;
e com’ el giunse in su la ripa sesta,
mestier li fu d’aver sicura fronte.   [66]   2, 11; 9, 4
Con quel furore e con quella tempesta
ch’escono i cani a dosso al poverello   9, 3
che di sùbito chiede ove s’arresta,   [69]
usciron quei di sotto al ponticello,
e volser contra lui tutt’ i runcigli;
ma el gridò: « Nessun di voi sia fello!   [72]   9, 4
Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,
traggasi avante l’un di voi che m’oda,   9, 3
e poi d’arruncigliarmi si consigli ».   [75]
Tutti gridaron: « Vada Malacoda! »;   9, 3
per ch’un si mosse – e li altri stetter fermi –
e venne a lui dicendo: « Che li approda? ».   [78]
« Credi tu, Malacoda, qui vedermi
 esser venuto », disse ’l mio maestro,
 « sicuro già da tutti vostri schermi,   [81]   2, 11
sanza voler divino e fato destro?
Lascian’ andar, ché nel cielo è voluto
ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro ».   [84]
Allor li fu l’orgoglio sì caduto,
ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,
e disse a li altri: « Omai non sia feruto ».   [87]   9, 4
E ’l duca mio a me: « O tu che siedi   Not. XII
tra li scheggion del ponte quatto quatto,   6, 9.11
sicuramente omai a me ti riedi ».   [90]   2, 11; 3, 12
Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto;
e i diavoli si fecer tutti avanti,
sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;   [93]   Not. VII
così vid’ ïo già temer li fanti
ch’uscivan patteggiati di Caprona,
veggendo sé tra nemici cotanti.   [96]
I’ m’accostai con tutta la persona
lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi
da la sembianza lor ch’era non buona.   [99]
Ei chinavan li raffi e « Vuo’ che ’l tocchi », Not. III
diceva l’un con l’altro, « in sul groppone? ».   3, 12
E rispondien: « Sì, fa che gliel’ accocchi ». [102]
Ma quel demonio che tenea sermone     6, 9.11
col duca mio, si volse tutto presto
e disse: « Posa, posa, Scarmiglione! ».   [105]
Poi disse a noi: « Più oltre andar per questo
iscoglio non si può, però che giace
tutto spezzato al fondo l’arco sesto.   [108]
E se l’andare avante pur vi piace,
andatevene su per questa grotta;
presso è un altro scoglio che via face.   [111]   9, 5-6
Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’ otta,   9, 5-6
mille dugento con sessanta sei
anni compié che qui la via fu rotta.   [114]
Io mando verso là di questi miei
a riguardar s’alcun se ne sciorina;
gite con lor, che non saranno rei ».   [117]   Not. III
« Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina »,   9, 3
cominciò elli a dire, « e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la decina.   [120] 6, 9.11;  2, 10
Libicocco vegn’ oltre e Draghignazzo,
Cirïatto sannuto e Graffiacane   9, 11
e Farfarello e Rubicante pazzo.   [123]
Cercate ’ntorno le boglienti pane;
costor sian salvi infino a l’altro scheggio   2, 1
che tutto intero va sovra le tane ».   [126]
« Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio? »,
diss’ io, « deh, sanza scorta andianci soli,   3, 5
se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.   [129]
Se tu se’ sì accorto come suoli,
non vedi tu ch’e’ digrignan li denti   9, 8
e con le ciglia ne minaccian duoli? ».   [132]
Ed elli a me: « Non vo’ che tu paventi;   2, 10-11
lasciali digrignar pur a lor senno,
ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti ».   [135]
Per l’argine sinistro volta dienno;
ma prima avea ciascun la lingua stretta   16, 10-11
coi denti, verso lor duca, per cenno;   9, 8
ed elli avea del cul fatto trombetta.   [139]

Io vidi già cavalier muover campo,
e cominciare stormo e far lor mostra,
e talvolta partir per loro scampo;   [3]   18, 4
corridor vidi per la terra vostra,
o Aretini, e vidi gir gualdane,
fedir torneamenti e correr giostra;   [6]
quando con trombe, e quando con campane,
con tamburi e con cenni di castella,
e con cose nostrali e con istrane;   [9]   5, 1
né già con sì diversa cennamella
cavalier vidi muover né pedoni,
né nave a segno di terra o di stella.   [12]
Noi andavam con li diece demoni.   2, 10
Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa   3, 5; 18, 4
coi santi, e in taverna coi ghiottoni.   [15]
Pur a la pegola era la mia ’ntesa,
per veder de la bolgia ogne contegno
e de la gente ch’entro v’era incesa.   [18]
Come i dalfini, quando fanno segno   Not. XIII
a’ marinar con l’arco de la schiena
che s’argomentin di campar lor legno,   [21]
talor così, ad alleggiar la pena,

mostrav’ alcun de’ peccatori ’l dosso
e nascondea in men che non balena.   [24]   6, 9.11
E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso
stanno i ranocchi pur col muso fuori,   Not. XIII
sì che celano i piedi e l’altro grosso,   [27]   6, 9.11
sì stavan d’ogne parte i peccatori;
ma come s’appressava Barbariccia,   6, 9.11
così si ritraén sotto i bollori.   [30]   6, 9.11
I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,
uno aspettar così, com’ elli ’ncontra 6, 11;Not. XIII
ch’una rana rimane e l’altra spiccia;   [33]   12, 17
e Graffiacan, che li era più di contra,
li arruncigliò le ’mpegolate chiome
e trassel sù, che mi parve una lontra. [36]  Not. XIII
I’ sapea già di tutti quanti ’l nome,   3, 4-5; 7, 3-4
li notai quando fuorono eletti,
e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.   [39]   3, 3
« O Rubicante, fa che tu li metti   6, 9.11
li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi! »,
gridavan tutti insieme i maladetti.   [42]   5, 1
E io: « Maestro mio, fa, se tu puoi,   7, 13-14
che tu sappi chi è lo sciagurato
venuto a man de li avversari suoi ».   [45]
Lo duca mio li s’accostò allato;
domandollo ond’ ei fosse, e quei rispuose:
« I’ fui del regno di Navarra nato.   [48]
Mia madre a servo d’un segnor mi puose,
che m’avea generato d’un ribaldo,
distruggitor di sé e di sue cose.   [51]
Poi fui famiglia del buon re Tebaldo;
quivi mi misi a far baratteria,
di ch’io rendo ragione in questo caldo ».   [54]
E Cirïatto, a cui di bocca uscia
d’ogne parte una sanna come a porco,   9, 11
li fé sentir come l’una sdruscia.   [57]
Tra male gatte era venuto ’l sorco;
ma Barbariccia il chiuse con le braccia   9, 3
e disse: « State in là, mentr’ io lo ’nforco ».   [60]
E al maestro mio volse la faccia;
« Domanda », disse, « ancor, se più disii
saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia ».   [63]
Lo duca dunque: « Or dì: de li altri rii
conosci tu alcun che sia latino   12, 17
sotto la pece? ». E quelli: « I’ mi partii, [66]   6, 9.11
poco è, da un che fu di là vicino.   12, 17
Così foss’ io ancor con lui coperto,   6, 9.11
ch’i’ non temerei unghia né uncino! ».   [69]
E Libicocco « Troppo avem sofferto »,   6, 9.11
disse; e preseli ’l braccio col runciglio,
sì che, stracciando, ne portò un lacerto.   [72]
Draghignazzo anco i volle dar di piglio
giuso a le gambe; onde ’l decurio loro   7, 3
si volse intorno intorno con mal piglio.   [75]
Quand’ elli un poco rappaciati fuoro,   Not. IX
a lui, ch’ancor mirava sua ferita,
domandò ’l duca mio sanza dimoro:   [78]
« Chi fu colui da cui mala partita   7, 13-14
di’ che facesti per venire a proda? ».
Ed ei rispuose: « Fu frate Gomita,   [81]
quel di Gallura, vasel d’ogne froda,   12, 17
ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,
e fé sì lor, che ciascun se ne loda.   [84]
Danar si tolse e lasciolli di piano,
sì com’ e’ dice; e ne li altri offici anche
barattier fu non picciol, ma sovrano.   [87]
Usa con esso donno Michel Zanche
di Logodoro; e a dir di Sardigna    2, 1
le lingue lor non si sentono stanche.   [90]   6, 8
Omè, vedete l’altro che digrigna;
i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello
non s’apparecchi a grattarmi la tigna ».   [93]
E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello
che stralunava li occhi per fedire,   Not. XIII
disse: « Fatti ’n costà, malvagio uccello! ».   [96]
« Se voi volete vedere o udire »,
ricominciò lo spaürato appresso,
« Toschi o Lombardi, io ne farò venire;   [99]
ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
sì ch’ei non teman de le lor vendette;
e io, seggendo in questo loco stesso, [102] Not. XII
per un ch’io son, ne farò venir sette
quand’ io suffolerò, com’ è nostro uso
di fare allor che fori alcun si mette ».   [105]
Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso,
crollando ’l capo, e disse: « Odi malizia   9, 3
ch’elli ha pensata per gittarsi giuso! ».   [108]
Ond’ ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia,
rispuose: « Malizioso son io troppo,   9, 3
quand’ io procuro a’ mia maggior trestizia ».   [111]
Alichin non si tenne e, di rintoppo    6, 9.11
a li altri, disse a lui: « Se tu ti cali,   V status
io non ti verrò dietro di gualoppo,   [114]
ma batterò sovra la pece l’ali.
Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo,   6, 9.11
a veder se tu sol più di noi vali ».   [117]
O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
ciascun da l’altra costa li occhi volse,   Not. VII
quel prima, ch’a ciò fare era più crudo.   [120]   9, 8
Lo Navarrese ben suo tempo colse;   Not. VIII
fermò le piante a terra, e in un punto   9, 3
saltò e dal proposto lor si sciolse.   [123]   9, 1-2
Di che ciascun di colpa fu compunto,   9, 5-6
ma quei più che cagion fu del difetto;   12, 3
però si mosse e gridò: « Tu se’ giunto! ».   [126]
Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto   9, 3
non potero avanzar; quelli andò sotto,   6, 9.11
e quei drizzò volando suso il petto:   [129]
non altrimenti l’anitra di botto,   Not. XIII
quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa,   6, 9.11
ed ei ritorna sù crucciato e rotto.   [132]   9, 5-6
Irato Calcabrina de la buffa,   9, 5-6
volando dietro li tenne, invaghito   9, 3; 5, 1
che quei campasse per aver la zuffa;   [135]   9, 7
e come ’l barattier fu disparito,
così volse li artigli al suo compagno,
e fu con lui sopra ’l fosso ghermito.   [138]
Ma l’altro fu bene sparvier grifagno   Not. XIII
ad artigliar ben lui, e amendue
cadder nel mezzo del bogliente stagno.   [141]
Lo caldo sghermidor sùbito fue;
ma però di levarsi era neente,   9, 3
sì avieno inviscate l’ali sue.   [144]
Barbariccia, con li altri suoi dolente,
quattro ne fé volar da l’altra costa   9, 3; Not. VII
con tutt’ i raffi, e assai prestamente   [147]   9, 7
di qua, di là discesero a la posta;
porser li uncini verso li ’mpaniati,
ch’eran già cotti dentro da la crosta.
E noi lasciammo lor così ’mpacciati.   [151]

Inf. XXIII, 1-57

Taciti, soli, sanza compagnia   3, 5
n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,
come frati minor vanno per via.   [3]
Vòlt’ era in su la favola d’Isopo
lo mio pensier per la presente rissa,   9, 7
dov’ el parlò de la rana e del topo;   [6]
ché più non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’
che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia
principio e fine con la mente fissa.   [9]
E come l’un pensier de l’altro scoppia,
così nacque di quello un altro poi,
che la prima paura mi fé doppia.   [12]
Io pensava così: ‘Questi per noi
sono scherniti con danno e con beffa   9, 5-6
sì fatta, ch’assai credo che lor nòi.   [15]
Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa,   6, 12-17
ei ne verranno dietro più crudeli   9, 8
che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’.   [18]
Già mi sentia tutti arricciar li peli   6, 14
de la paura e stava in dietro intento,   6, 12-17
quand’ io dissi: « Maestro, se non celi   [21]
te e me tostamente, i’ ho pavento
d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;
io li ’magino sì, che già li sento ».   [24]
E quei: « S’i’ fossi di piombato vetro,
l’imagine di fuor tua non trarrei
più tosto a me, che quella dentro ’mpetro.   [27]
Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei,
con simile atto e con simile faccia,
sì che d’intrambi un sol consiglio fei.   [30]
S’elli è che sì la destra costa giaccia,   Not. VII
che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,
noi fuggirem l’imaginata caccia ».   [33]   6, 12-17
Già non compié di tal consiglio rendere,
ch’io li vidi venir con l’ali tese
non molto lungi, per volerne prendere.   [36]
Lo duca mio di sùbito mi prese,   16, 15; 3, 3
come la madre ch’al romore è desta   5, 1
e vede presso a sé le fiamme accese,   [39]
che prende il figlio e fugge e non s’arresta,   6, 12-17
avendo più di lui che di sé cura,
tanto che solo una camiscia vesta;   [42]
e giù dal collo de la ripa dura
supin si diede a la pendente roccia,   Not. III
che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.   [45]
Non corse mai sì tosto acqua per doccia
a volger ruota di molin terragno,
quand’ ella più verso le pale approccia,   [48]
come ’l maestro mio per quel vivagno,
portandosene me sovra ’l suo petto,
come suo figlio, non come compagno.   [51]   5, 1
A pena fuoro i piè suoi giunti al letto
del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle   6, 12-17
sovresso noi; ma non lì era sospetto:   [54]
ché l’alta provedenza che lor volle
porre ministri de la fossa quinta,
poder di partirs’ indi a tutti tolle.   [57]   9, 14


Introduzione. Il dramma dei barattieri

 

Ebbene, arrivati al nostro punto, torniamo a domandarci se noi siamo veramente di fronte a una buffa beneficiata dei diavoli popolari delle sacre rappesentazioni, gabbatori gabbati, sconci, crudeli, mostruosi, che non avevano ancora avuto una rappresentazione tutta per sé, e qui l’hanno, come a dare un artistico, naturalistico rilievo locale al mondo dell’eterna dannazione; o non piuttosto a una finzione solo esteriormente d’un comico così grottesco, ma sotto, nell’intimo e segreto sentimento del poeta, più che mai drammatica e dolorosa.

LUIGI PIRANDELLO

(La Commedia dei diavoli e la tragedia di Dante, in Id., Saggi, poesie, scritti varii, a cura di Manlio Lo Vecchio-Musti, Verona 19652, pp. 343-361: 350-351).


Aveva ragione Pirandello, contro De Sanctis e Croce, a voler ricercare nella bolgia dei barattieri quanto sta sotto la rappresentazione, il dramma interiore del poeta, da lui rivestito con la finzione comica e grottesca. I motivi parodiati, che prevalgono in Inf. XXI e XXII, sono infatti quelli propri del quinto stato della storia della Chiesa, quando questa si corrompe fino a diventare quasi una nuova Babilonia. Tale doloroso dramma di un’istituzione universale si invera, laicizzandosi, nel particolare dei barattieri.
Nell’intenso ed esteso rapporto di parodia, che Dante ha instaurato tra la Commedia e la Lectura super Apocalipsim di Olivi,
i significati portati dai segni contenuti nel senso letterale del poema (che sono parole-chiave) si riferiscono nel commento apocalittico esclusivamente alla storia della Chiesa e in particolare dell’Ordine francescano, mentre i versi li diffondono sull’intero universo e sulla vita, antica e moderna, degli uomini in terra, con le loro passioni ed esigenze. Se la parodia modifica la condizione dei personaggi che traveste, in questo caso, nel quale sono concetti esegetico-teologici a essere dotati di “e piedi e mano”, è l’intero contesto a venire modificato.
Il rapporto parodico tra il poema dantesco e l’esegesi oliviana non si configura come una generica ‘intertestualità’, ma come costruzione poetica di una struttura semantica funzionale all’arte della memoria. La Commedia mostra un ordine interno diverso da quello che appare al lettore: il viaggio di Dante ha un andamento di ciclici settenari, che corrispondono ai sette stati o periodi (status) della storia della Chiesa, cioè alle categorie con cui Olivi organizza la materia esegetica. Questo ordine interno è registrabile per zone progressive del poema dove prevale, tramite parole-chiave, la semantica riferibile a un singolo stato. È un’intima struttura dirompente i confini letterali stabiliti dai canti e da tutte le divisioni materiali per cerchi, gironi, cieli. Ogni stato, che ha differenti inizi, è concatenato per concurrentia, come le maglie di un’armatura, con quello che precede e con quello che segue. Si possono in tal modo redigere mappe che comprendano l’ordine spirituale della Commedia. La ricerca è pervenuta a una Topografia spirituale della Commedia, dove per quasi ogni verso, o gruppo di versi, collegamenti ipertestuali conducono al “panno” esegetico fornito dalla Lectura super Apocalipsim, sul quale il “buon sartore” ha fatto “la gonna” (cfr. Par. XXXII, 139-141).
Con Inf. XXI e XXII, canti relativi alla quinta bolgia, ci si trova nel terzo ciclo settenario della prima cantica, dove  dopo la quarta bolgia degli indovini (Inf. XX), nella quale sono risuonati i temi del quarto stato, attribuiti a quanti vollero contemplare troppo, subentrano i motivi del quinto. Nel primo ciclo la zona ‘quinta’ si è concentrata sui canti VII (vv. 97-130) – VIII – IX (solo in alcuni versi), nel secondo sui canti XV-XVI; le prime due zone sono sinotticamente confrontate con la terza in apposita tabella. La precipitosa e drammatica fuga dei due poeti dalla quinta alla sesta bolgia è segnata dai temi dell’apertura del sesto sigillo, commisti con quelli del quinto stato (Inf. XXIII, 19-57). È l’inizio della zona sesta del terzo ciclo settenario; nei due cicli precedenti i temi del sesto stato hanno segnato l’arrivo del messo celeste (Inf. IX, 61-90) e l’episodio della corda con l’ascesa di Gerione dall’abisso (Inf. XVI, 91-136).

■ Al suono della quinta tromba, viene tolto il freno che chiude il pozzo dell’abisso (“l’arzanà de’ Viniziani), che designa la fiamma infernale oscura e fumosa, la voragine profonda e la compagnia dei demoni. Aprire il pozzo dell’abisso significa che il cattivo esempio e il mal governo dei prelati scioglie il freno dei vizi, che prima nella Chiesa era rappresentato dai precetti divini, dal timore dei giudizi, dalla rigida e severa disciplina dei prelati nei confronti dei sudditi, dall’esempio della santa compagnia e dallo zelo insofferente di enormità o sfrenatezze. Poiché il male commesso dai prelati viene preso ad esempio dai sottoposti che li seguono come capi e guide, il gregge dei sudditi, in assenza di correzione o punizione da parte dei superiori negligenti ed anzi favorevoli ad aprire il pozzo dei cuori, scivola anch’esso e infine precipita. Così, nella rappresentazione della quinta bolgia, i diavoli recitano la parte dei prelati prima severi nel punire i dannati, ma poi rilassati arrivando a gareggiare con essi, per cui vengono beffati e precipitano (Ciàmpolo vince la gara con Alichino, suo “proposto”, che poi si azzuffa con Calcabrina; entrambi precipitano nella pece bollente).
Dal pozzo aperto escono le locuste, cioè
la prava moltitudine dei chierici, dei monaci, dei giudici e dei curiali che pungono, addentano e crucciano. Escono dal fumo del pozzo in quanto traggono occasione di compiere il male dal pravo esempio indotto dal venire meno del freno. Come le locuste, saltano verso l’alto con le zampe posteriori poiché hanno come fine la vanagloria e ricadono a terra per la cupidigia. Leggere, volatili e cupide, le locuste con le zampe anteriori e con la bocca aderiscono alla terra e rodono quanto è verde. Hanno le ali non disposte a un volo alto e diuturno, ma basso e di breve durata. Ipocrite simulatrici di umiltà, con pio zelo tendono a sottrarre i fedeli dall’errore per ricondurli sulla via della salvezza. Sono rissose, iraconde e crudeli, violente e menzognere rapinatrici dei beni altrui; simili a scorpioni, hanno il volto umano e socievole e sono pronte ad abbracciare, ma con la pungente e maliziosa coda inoculano il rimorso della coscienza e il dubbio sulle verità di fede.
I temi attribuiti alle locuste, che già nell’esegesi riguardano chierici e laici, si ritrovano nel poema variamente diffusi: dalla quinta bolgia (dove toccano l’arsenale veneto, la pece, i Malebranche e i barattieri) al quinto girone della montagna, dove purgano l’avarizia papa Adriano V e Ugo Capeto, il quale descrive la propria discendenza come un vero e proprio nido di locuste; perfino san Giovanni, che esamina Dante sulla carità nell’ottavo cielo, ne viene fasciato in senso positivo.

■ Il quinto stato della Chiesa è il momento della pietas, quando all’ardua vita dei solitari contemplativi del periodo precedente, il quarto, si contrappone l’apertura verso la vita associata; all’altezza subentra il discendere (designato dalla “costa). Il quinto stato corrisponde al quinto giorno della creazione, nel quale Dio disse agli uccelli (i monaci, più spirituali) e ai pesci (i chierici, commisti alle genti): “crescete e moltiplicatevi” (Genesi 1, 22). Così i monasteri e le chiese si sono propagati nella Chiesa occidentale, e la vita, pur non tanto chiara per fama come nel quarto stato, proprio degli anacoreti, si è svolta però con un “senso vivo e tenero della pietà”, al modo con cui gli uccelli e i pesci sono più dotati nel sentimento dei “luminaria celi”, cioè del sole, della luna e delle stelle assimilati ai contemplativi. Nel quinto giorno vennero tuttavia creati insieme animali mondi e immondi, prima che apparisse l’uomo razionale fatto a immagine di Dio, che designa l’ordine evangelico (prologo, Notabile XIII). Con variazione dissonante sul tema offerto dall’esegesi, una quantità di uccelli, pesci e altri animali popola la bolgia dei barattieri, lì dove la pietà non trova più luogo (Inf. XXII).

■ Di tali variazioni dissonanti, che fanno risuonare il tema originario in modo lontano e quasi estraneo, è piena la quinta bolgia. La scena rappresenta con amaro sarcasmo l’opposto di quanto avviene all’apertura del quinto sigillo, quando le anime di coloro che con forte penitenza crocifissero e uccisero i vizi e le concupiscenze della carne stanno in attesa “sotto” l’altare di Dio, protette e coperte da Cristo crocifisso verso il quale si mostrano riverenti. Il tema dello “stare sotto” in attesa, del nascondersi, percorre tutta la quinta bolgia dei barattieri, dove trionfano i temi del quinto stato. I motivi sono recitati dal diavolo nero che porta sull’omero l’“anzian di Santa Zita” e dice ai Malebranche: “Mettetel sotto”, mentre che torna a Lucca a prendere altri dannati. L’anziano s’attuffa e ritorna su “convolto”, ma i diavoli gli ricordano che lì a proteggerlo non c’è il Santo Volto, la venerata immagine del Cristo crocifisso, come, si può aggiungere, la passione di Cristo protegge sotto di sé i riverenti santi in attesa al tempo del quinto stato. Il dannato era tornato su “convolto”, piegando la schiena ad arco in atto di riverenza verso la passione di Cristo che per lui, lucchese, è l’immagine del Santo Volto. I diavoli, che a loro volta sono coperti dal ponte, aggiungono che “qui si nuota altrimenti che nel Serchio!”, cioè si sta giù coperti e nascosti a ballare e ad accaffare.

■ I diavoli sono come pastori rispetto al gregge che dovrebbero governare, al modo con cui Cristo tiene” nella mano destra le sette stelle, ha cioè potestà su tutte le chiese presenti e future, ma nel proporre la gara a Ciàmpolo, Alichino “non si tenne. Come i segnati all’apertura del sesto sigillo, che guidano la turba innumerevole al trono dell’Agnello, hanno un “decurio” e “proposto”, sono inoltre “eletti” e nominati. Ma i loro nomi suonano sinistri: Malebranche, Malacoda (le maliziose locuste ‘abbracciano’ e pungono da dietro), Alichino (hanno ali adatte a corto volo; in questo caso l’esegesi concorda con il francese Hellequin [Herlechinus]), Cagnazzo, Graffiacane (con gli uncini lacerano le carni come cani), “Ciriatto sannuto” (il cinghiale che devasta la selva del Salmo 79, 9.13-14, citato ad Ap 9, 11), Draghignazzo (il drago apocalittico), “Rubicante pazzo” (ricorda “Rinier pazzo” che sta nel Flegetonte rosso di sangue, dove prevale la tematica del secondo stato della Chiesa, proprio dei martiri: Inf. XII, 137), Calcabrina (la brina è citata a Inf. XXIV, 4-6 come elemento temperato, che “poco dura” rispetto alla neve, “sua sorella bianca”; “calcare” è verbo che in più luoghi della Lectura indica l’ira della giustizia divina [Ap 14, 19-20; 19, 15], mentre la neve designa la sua rigidità [Ap 1, 14]: può significare l’incostanza del diavolo nel punire i dannati, che anzi rivolge l’ira contro il compagno Alichino), il “folletto” Farfarello e Libicocco (meno chiaro è il significato offerto dall’esegesi, anche se entrambi sono riconducibili alle locuste “leves et volatiles”). Barbariccia, “decurio” e “gran proposto” dei dieci demoni (dieci come le principali persecuzioni contro i cristiani), non può non ricordare il “buon Barbarossa, / di cui dolente ancor Milan ragiona”, come afferma in Purg. XVIII, 118-120 l’abate di San Zeno a Verona che visse sotto il suo impero. Raffigura pure le angustie inflitte alla Chiesa nel corso del quinto periodo dagli imperatori tedeschi, delle quali parla Gioacchino da Fiore.
Ministri poco affidabili della giustizia divina, i Malebranche mantengono l’orgoglio che ne provocò la caduta dal cielo: come alzarono le ciglia contro il loro fattore (Inf. XXXIV, 35), così nella bolgia minacciano Virgilio coi runcigli, ma le parole del poeta pagano, che chiede loro di venire a colloquio “e poi d’arruncigliarmi si consigli”, fanno cadere l’orgoglio. Vestono i panni dei santi i quali, all’apertura del quinto sigillo, reclamano impazienti la vendetta divina sui reprobi che infestano la Chiesa, ma viene detto loro di attendere (l’apertura del sesto): «
Vuo’ che ’l tocchi … E rispondien: “Sì, fa che gliel’ accocchi” … Posa, posa, Scarmiglione! … O Rubicante, fa che tu li metti / li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi! … ma Barbariccia il chiuse con le braccia / e disse:  “State in là, mentr’ io lo ’nforco”».
La compagnia dei diavoli è pronta a partire, come scorta dei due poeti, per sorvegliare i barattieri,
“ma prima avea ciascun la lingua stretta / coi denti, verso lor duca, per cenno”. Mordersi la lingua per livore d’invidia o nel denigrare gli altri è proprio, al versamento della quinta coppa, della sede della bestia, dove regna l’odio della carità fraterna, un tema che pervaderà l’episodio del conte Ugolino. La guida dei Malebranche, Barbariccia, risponde all’atto bestiale: “ed elli avea del cul fatto trombetta”. Il poeta dichiara che “né già con sì diversa cennamella / cavalier vidi muover né pedoni”, con un segnale diverso perché ferino (Cerbero è “fiera crudele e diversa), come diversa è la quarta delle bestie viste da Daniele (Dn 7, 3-7), assimilata al cavallo pallido che appare all’apertura del quarto sigillo (i cui temi fasciano la lupa: Ap 6, 8), interpretato secondo Gioacchino da Fiore con la gente saracena, diversa perché estranea alle nostre Scritture.
La sarcastica parodia dei temi sacri, drammatica perché le variazioni poetiche li allontanano dai significati originari, si esercita nella figura del diavolo nero che viene all’improvviso su per lo scoglio, suscitando in Dante immediata paura e istinto alla fuga. Porta sulle spalle un peccatore di Lucca – “ecco un de li anzïan di Santa Zita!” -; dopo averlo buttato nel fosso, torna “a quella terra, che n’è ben fornita”, come un mastino insegue un ladro. Il diavolo recita la parte di Cristo giudice, che arriva all’improvviso come un ladro (secondo quanto minacciosamente detto a Sardi, la quinta chiesa d’Asia). Veste i panni di Isachar, l’eponimo di una delle dodici tribù d’Israele, interpretato come “forte asino”, il quale avendo visto
la ricca piana di Esdrelon sottopose il suo omero alla fatica del portare. Sa interpretare per i suoi scopi l’esegesi, lì dove dice di Lucca: “ogn’ uom v’è  barattier, fuor che Bonturo”, come nella colpevole chiesa di Sardi vengono escluse dal rimprovero alcune persone buone. Ancor più,  varia beffardamente il tema dell’amenche ha il valore di “sì”, confermativo del vero: “id est sic fiat … vere ita est …”-, cantato dalla santa turba dei seniori che circondano il trono divino, facendo rimare “Santa Zita” con “ita“, l’umile ancella da Monsagrati della devozione popolare con il “sì” ottento per mezzo di denari in luogo del “no”.
Nella bolgia seguente, degli ipocriti, frate Catalano de’ Malavolti accerta di aver sentito a Bologna che il diavolo “è bugiardo e padre di menzogna”. Non fa eccezione Malacoda nell’asserire che l’arco sesto “giace / tutto spezzato al fondo” ma che più avanti “è un altro scoglio che via face”. Il sesto ponte non è del tutto spezzato, come rivelato ai due poeti dal frate gaudente; il numero fa segno del sesto stato, nel quale viene salvato in pochi il seme della fede, come avviene per Virgilio e Dante.
Malacoda dice però il vero scandendo gli anni intercorsi tra la morte di Cristo (nell’anno 34 dall’Incarnazione, all’ora sesta o meridiana) e l’ora attuale (26 marzo 1300, alle sette antimeridiane). Non contraddice affatto Virgilio, il quale ha affermato, alla fine del precedente canto, che “già iernotte fu la luna tonda”, la quale non nocque ma giovò al discepolo “per la selva fonda” (Inf. XX, 127-129), indicando un’altra data, coincidente con il plenilunio fissato dai calendari, cioè l’8 aprile. Malacoda calcola il tempo secondo la data storica della morte di Cristo nel suo primo avvento (che è poi l’unica che conosce per diretta esperienza del terremoto che ha scosso l’inferno); il suo è un computo non aggiornato. Virgilio parla invece del nuovo Venerdì Santo che coincide con la commemorazione dell’antico e insieme con l’inizio del nuovo avvento di Cristo nei suoi discepoli spirituali, che con il viaggio di Dante ripercorre il primo avvento del Salvatore.

■ Non diversamente dai diavoli, grotteschi pastori ed esegeti dotti nel distorcere la Scrittura, che lo traggono su dalla pece per i capelli e gli fanno sentire zanne e runcigli, il Navarrese (Ciàmpolo) non si perita di parodiare l’esegesi della seconda guerra apocalittica, condotta da Michele di cui si discute se sia l’arcangelo o uno degli spiriti degli ordini supremi che svolga lo stesso ufficio, con le beffarde parole a proposito dell’essere frate Gomita, barattiere di Gallura, “ne li … offici … non picciol, ma sovrano”, rimanendo in tema per il fatto che costui non si senta mai stanco di parlare sardo con “donno Michel Zanche” (gli stessi motivi torneranno con frate Alberigo nella Tolomea, che citerà il barattiere dall’angelico nome). Il Navarrese definisce con sarcasmo il “latino” frate Gomita “vasel d’ogne froda”, parodia delle reliquie rimaste nel gran vaso vinario, un tempo tutto purissimo, della Chiesa latina nel suo quinto periodo. Con tono più solenne assume la veste dell’increato Spirito di Cristo, uno e semplice, che siede in mezzo, dal quale vengono messi in ogni terra i sette spiriti. Promette infatti che “seggendo in questo loco stesso, / per un ch’io son, ne farò venir sette / quand’ io suffolerò, com’ è nostro uso / di fare allor che fori alcun si mette”, cioè fischiando come quando un barattiere si mette fuori dalla pece e, in assenza della guardia dei diavoli, chiama i compagni.

■ Dante è assalito dalla paura. Prima al sopravvenire del diavolo nero, ministro della giustizia divina e controfigura del subitaneo venire di Cristo come un ladro per prendere i peccatori, alla cui vista il poeta prova, altrettanto immediato, il desiderio di fuggire. È questo anticipo di una fuga reale, quella drammatica che vedrà impegnati i due poeti nel precipitarsi verso la sesta bolgia inseguiti dai Malebranche. Poi viene invitato da Virgilio ad acquattarsi dietro uno scoglio mentre lui va alla “baratta” coi diavoli. Le parole del poeta pagano circa l’atteggiamento dei diavoli fanno risuonare i motivi con i quali Cristo rassicura la chiesa di Smirne, seconda d’Asia e appropriata ai martiri, che le sofferenze alle quali è sottoposta non sono a suo danno ma vengono inferte come prova, né verrà lesa dalla seconda morte, anzi conseguirà vittoria: «non temer tu … sicuramente omai a me ti riedi … non vo’ che tu paventi – Nichil  horum timeas que passurus es” (Ap 2, 10) … Victores autem isti sunt sic securi de regno vite eterne quod non timent incidere in mortem secundam». Nonostante le evangeliche rassicurazioni del suo maestro, Dante non si fida e, richiamato perché esca dal nascondiglio, viene assalito da ricordi personali, come efficacemente commenta Pirandello:

Ora verrà fuori, per partirsi dal nascondiglio, salvato dal divino volere e da un favorevole destino; ma non senza l’avvilimento della paura d’essere da un momento all’altro ghermito, arroncigliato, coi nemici attorno, addosso, e che vogliono appunto provar le armi e s’aizzano a farlo, sotto le orribili minacce imminenti, incombenti, esasperato dall’onta di non potersi neanche fidare della ragione, che crede ormai di poter andar sicura […] Egli che nell’estate del 1289, combattendo con le milizie guelfe dei Fiorentini e dei Lucchesi contro le milizie pisane assediate nel castello di Caprona, forse godette dopo i patti della resa nel vedere uscire quei fanti tra gli scherni e le minacce dei nemici, ora uscendo lui a sua volta da un nascondiglio, tra gli stessi scherni e le stesse minacce, ma di nemici assai più fieri e ignobili, ora deve lui aver paura e scontare quel godimento ingeneroso. Ora egli sa ciò che vuol dire trovarsi alla mercé d’implacabili nemici, capaci d’ogni inganno e d’ogni frode.

Appena mossosi dallo scoglio che lo protegge, i diavoli si fanno avanti, “sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto; / così vid’ ïo già temer li fanti / ch’uscivan patteggiati di Caprona, / veggendo sé tra nemici cotanti”. Il sentimento di paura è tanto più forte in quanto l’immagine nasce  parodiando un luogo della Lectura (il Notabile VII del prologo) dove si afferma che neanche Dio, nell’Antico Testamento, mantenne i patti stabiliti con le stirpi sacerdotali, che mutarono a suo piacimento. Tanto più inaffidabili si propongono i Malebranche! I quali, con aspetto torvo, incurvano gli uncini verso Dante storpiando il Salmo 104, 15: “Nolite tangere christos meos” (cfr. Inf. XV, 74): «Vuo’ che ’l tocchi, / diceva l’un con l’altro, “in sul groppone?”. / E rispondien: “Sì, fa che gliel’ accocchi”». E per quanto Malacoda freni le intemperanze, equivoca sul verbo posare, che designa la beata quiete della città celeste, dicendo: “Posa, posa, Scarmiglione!”».

■ La “baratta” di Virgilio coi Malebranche ricorda il segreto abboccamento coi diavoli che hanno tentato di impedire l’ingresso della città di Dite. Ma è missione assai più pericolosa. Lì l’ostinata tracotanza nel chiudere le porte era atteggiamento recidivo, represso dall’arrivo del messo celeste, dell’inutile difesa della porta dell’inferno, abbattuta da Cristo. Qui il poeta pagano deve fare i conti con la bestia che nel sesto stato (“in su la ripa sesta”) infuria contro la povertà evangelica dei seguaci di Francesco (“Con quel furore e con quella tempesta / ch’escono i cani a dosso al poverello”). Deve affrontare un’alta prova, in un ambiente che è la versione infernale della Gerusalemme celeste: “passò di là dal co del ponte … el giunse in su la ripa sesta”, dove ‘passare’ comporta ‘patire’, mentre “co del ponte” e “giunse” fanno segno di Cristo “caput anguli” e “archus prelii”, cioè degli angoli che congiungono, a rafforzarli, i muri della città superna. Ma Virgilio stesso è figura di Cristo uomo, in quanto suo imitatore.
L’antico poeta ostenta sicurezza di fronte ai diavoli, parla loro in modo aperto come i magnanimi segnati sulla fronte professano la fede all’apertura del sesto sigillo, si appella ai decreti divini scritti nel libro segnato da sette sigilli: “mestier li fu d’aver sicura fronte … Credi tu, Malacoda, qui vedermi / esser venuto … / sicuro già da tutti vostri schermi, / sanza voler divino e fato destro?. Cita l’Apocalisse lì dove si dice che alle locuste non è permesso di nuocere a coloro che hanno il segno della fede sulla fronte (Ap 9, 4): “Nessun di voi sia fello!”, e i diavoli gli tengono bordone: “Omai non sia feruto”. Richiama Dante dal nascondiglio usando un verbo (“ti riedi”) che suona vittoria (quella del sesto stato: Ap 3, 12).
L’atteggiamento assunto da Virgilio di fronte alla proposta dei Malebranche, di scortare lui e Dante fino all’inesistente ponte “che tutto intero va sovra le tane”, è quello dei vittoriosi santi del quinto stato, i quali
dal consorzio con gli infermi ai quali condiscendono non assumono macchie o imperfezioni, anzi vivono fra i carnali, i rilassati e gli immondi in modo puro, immacolati e santi come se si trovassero in solitudine o in mezzo a gente austera e perfetta. Dante, vedendo i diavoli che “digrignan li denti / e con le ciglia ne minaccian duoli”, non è dello stesso parere, vorrebbe vera solitudine, non virtuale: “deh, sanza scorta andianci soli, / se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio”. Forse si ricorda anche dell’ingiunzione fatta da Geremia agli Ebrei, di uscire da Babilonia e dalla terra dei Caldei per non essere correi dei misfatti ivi perpetrati (Jr 50, 8-9). Ma i due poeti finiscono scortati dalla “fiera compagnia” dei dieci demoni e costretti così ad andare “in taverna coi ghiottoni” (dove la parola “taverna” deriva dal “condescensivum contubernium” del quinto stato). Liberatisi dei Malebranche, Virgilio e Dante andranno finalmente in solitudine “come frati minor vanno per via”.

■ Per entrare nella città di Dite, Virgilio aveva avuto bisogno dell’intervento del messo celeste, e l’aveva atteso con impaziente e dubbiosa ansia (Inf. IX, 7-9). Di fronte ai Malebranche si mostra sicuro, ma viene ingannato perché più avanti non c’è nessun ponte intero che faccia via e non si rende conto del pericolo di andare con così “fiera compagnia”. I due poeti si trovano sotto il regime della bestia del sesto stato quando, come scrive Gioacchino da Fiore, anche i più esperti vengono tratti in errore dalle parole degli pseudoprofeti (“ita ut etiam de eruditis ruant”). Ma nel sesto stato viene salvato, in pochi eletti, il seme della fede. Questa volta Virgilio non dispone di aiuto se non per dettato interiore, che gli suggerisce quello che debba fare. Come all’apertura del sesto sigillo la gente, terrorizzata per il grande terremoto, fugge verso i monti, i colli, i sassi, le pietre perché venga coperta dall’ira del giudice, così Virgilio si abbandona “a la pendente roccia” portandosi il discepolo sul petto come la madre il figlio, finché non arriva nella sesta bolgia. I diavoli che inseguono sono sopra il colle dal quale i due poeti si sono appena calati, ma nella sesta bolgia “non … era sospetto” perché la Provvidenza, che ha posto i Malebranche a guardia della quinta, impedisce loro di oltrepassarne i confini.

■ Nella bolgia dei barattieri si consuma un dramma, che potrebbe tragicamente concludersi se Virgilio non fosse mosso e retto dalla “donna del ciel” che l’ha visitato nel Limbo, l’uscio d’i morti”.  Ciò che appare comica rappresentazione è in realtà sarcasmo, aggravato dal fatto che l’accusa che provocò l’esilio del poeta fu proprio quella di baratteria. Scrive Pirandello:

Ebbene, non dobbiamo credere d’aver qui una grottesca rappresentazione della condanna del poeta e del suo bando? Non sono qui rappresentati, senza parere, tutti i varii sentimenti che dovettero sorgere e agitarsi nell’animo di lui allora; e soprattutto il disprezzo per l’infame accusa? […] e non rideremo più neanche noi, allora, perché avremo inteso che qui c’è un sarcasmo; il sarcasmo, che non è mai commedia, ma è sempre un dramma che non può rappresentarsi tragicamente come dovrebbe, poiché troppo buffi, indegni e solo meritevoli di disprezzo sono gli elementi e le ragioni ond’è determinato.

Che si tratti di dramma, nel quale c’è poco da ridere, lo dimostra la materia che il poeta ha scelto di parodiare per rappresentarlo. I temi soggetti a variazioni sono in prevalenza quelli propri del quinto stato della storia della Chiesa nella sua fase finale, quando la corruzione raggiunge livelli tali da farla apparire infetta dai piedi al capo, confusa e trasformata quasi in una nuova Babilonia.

 

1. “Ne l’arzanà de’ Viniziani”

Nella bolgia dei barattieri trionfano i temi del quinto stato. Verso la fine del quinto periodo tre gravissime tentazioni pervadono la Chiesa: la rilassatezza del clero, dei monaci e dei laici; la pestifera eresia manichea e valdese; l’impugnazione dello Spirito di Cristo fatta da religiosi ipocriti e fraudolenti in modo capzioso così da indurre in errore anche gli eletti. Le tre tentazioni vengono considerate insieme nella trattazione della quinta tromba. La causa della rilassatezza è il cadere di vescovi e abati nella cupidigia e nell’ambizione, essi che prima apparivano come stelle in cielo. Perciò si dice (Ap 9, 1): “vidi una stella caduta dal cielo sulla terra”, cioè nella terrestre avarizia e lussuria. Alla stella “fu data la chiave del pozzo dell’abisso e aprì il pozzo dell’abisso” (Ap 9, 1-2). Il pozzo dell’abisso è la fiamma infernale oscura e fumosa, la voragine profonda e quasi senza fondo e la compagnia dei demoni. Aprire il pozzo dell’abisso significa che il cattivo esempio e il mal governo dei prelati scioglie il freno dei vizi, che prima nella Chiesa era rappresentato dai precetti divini, dal timore dei giudizi, dalla rigida e severa disciplina dei prelati nei confronti dei sudditi, dall’esempio della santa compagnia e dallo zelo insofferente di enormità o sfrenatezze. Poiché il male commesso dai prelati viene preso ad esempio dai sottoposti che li seguono come capi e guide, il gregge dei sudditi, sempre incline al male, vedendo i prelati precipitare a poco a poco nei vizi, in assenza di correzione o punizione da parte dei superiori negligenti ed anzi favorevoli ad aprire il pozzo dei cuori, scivola anch’esso e infine precipita.

Il tema del pozzo oscuro e profondo, evidente nella descrizione del “campo maligno” di Malebolge (Inf. XVIII, 4-9), ripreso nel fondo di Cocito (Inf. XXXII, 16), si presenta all’inizio della descrizione della bolgia dei barattieri, “fessura … mirabilmente oscura” paragonata a “l’arzanà de’ Viniziani” (Inf. XXI, 4-7). Ciàmpolo, nella grottesca sfida con Alichino, saltando nella pece riesce a sciogliersi da Barbariccia, “proposto” dei dieci diavoli (Inf. XXII, 121-123). E la causa sta nel malgoverno dei diavoli, che sono quasi prelati rispetto ai dannati che debbono custodire e punire. Prima Alichino non sa resistere alla tentazione di sfidare il Navarrese, poi tutti gli altri vengono trascinati nel “nuovo ludo” e per primo Cagnazzo che più degli altri si era mostrato restio (vv. 112, 118-120).
Parola di origine araba contesta nella struttura di significati teologici è l’“arzanà de’ Viniziani”, al quale viene paragonata la bolgia dei barattieri. Se si parte da Ap 14, 8, dove l’angelo annunzia la caduta di Babylon, la Chiesa carnale che ha abbeverato le genti col vino dell’ira della sua fornicazione, si trova spiegato che come il vino provoca ad ira furibonda, così la Chiesa carnale si è accesa in ira contro gli uomini spirituali e gli influssi dello Spirito Santo. Connesso con l’ira è il fumo tenebroso, che angustia lo spirito degli eletti, il quale ad Ap 9, 2 designa l’oscura fiamma e fumosità che esce dal pozzo dell’abisso, fumo che con la sua densità confonde lo sguardo. Così la bolgia dei barattieri appare “mirabilmente oscura” e simile all’arsenale di Venezia che, nella forma dei vocaboli presenti nel verso – l’“arzanà de’ Viniziani” –, suona concorde con l’“ardore” provocato dal “vino” (“vinum … ad iram … provocat … exarsit in iram). La “tenace pece”, che bolle nella bolgia-arsenale, contiene un tema proveniente da Ap 9, 17, dove si tratta delle corazze dei falsi profeti, cioè della loro pertinacia impenetrabile a ogni saetta o asta lanciata dalle parole divine. Il vocabolo “spiculum” – “asta” – concorda nel suono con “picula”, cioè con “pegola” (v. 17). Il tema delle corazze è pure connesso col tema del fumo e quindi con la sua densità (“una pegola spessa”, che corrisponde al “grossior” di Ap 9, 2). La tenacia è propria anche dei Giudei, i quali alla predicazione di Cristo e degli Apostoli indurirono il loro cuore e lo “congelarono” (Ap 8, 7): di qui il bollire della “tenace pece” nell’arsenale durante l’inverno, non solo perché stagione poco adatta alla navigazione, ma anche per la contiguità della tenacia della pece con la durezza del gelo invernale. Una delle tre corazze dei falsi profeti, quella di fuoco, designa l’ira che ferve,  come bolle la pece approntata per i barattieri dall’arte divina.
Una variazione su questi temi si registra con l’intervento dell’esegesi di Ap 15, 8, dove ai motivi del fumo e dell’ira (il tempio ripieno di fumo designa lo zelo della santa ira) si aggiunge quello dell’accecamento causato dall’ira, solo momentaneo turbamento, però, per i santi presi da retto zelo. Accecato è stato il re di Serbia Stefano II Uroš Milutin, definito dall’aquila in Par. XIX, 140-141 “quel di Rascia”, che ha falsificato male i ducati veneziani – “il conio di Vinegia” -, per restare nel gruppo tematico che aduna ira, mal vedere e vino.

 

Tab. I

[LSA, cap. IX, Ap 9, 1-2 (IIIa visio, Va tuba)] “Et data est <illi> clavis putei abissi, et aperuit puteum abissi” (Ap 9, 1-2), id est data est eis potestas aperiendi ipsum. Puteus abissi habet infernalem flammam et fumositatem obscuram et profunditatem voraginosam et quasi immensam et societatem demoniacam. […]
Secundo tangitur gravitas mali de aperto iam puteo exeuntis, cum ait: “et ascendit fumus putei sicut fumus fornacis magne, et obscuratus est <sol et> aer de fumo putei” (Ap 9, 2). Fumus iste est omne extrinsecum malum opus et signum de cordali flamma luxurie et avaritie et superbie et ire et invidie et  malitiose astutie procedens. Et quanto iste fumus est maior et gro<ss>ior et de maiori ac peiori flamma exiens, tanto plus pungit et confundit oculos intuentium, et tanto plus non solum coram fidelibus sed etiam coram infidelibus diffamat et obscurat solarem claritatem fidei et ecclesie et religionis perducentis ad cultum veri solis Christi, sicut aer sua perspicuitate perducit nostrum visum ad solem et radios solis usque ad oculum nostrum. Vel per hoc designatur quod multi prelati ecclesiarum et religionum, qui prius erant quasi sol, et multi spirituales, qui prius erant quasi aer purus a sole illuminatus, corrumpuntur et denigrantur a fumo tante laxationis.

Inf. XXI, 3-9, 16-17

…………………………………., quando
restammo per veder l’altra fessura
di Malebolge e li altri pianti vani;
e vidila mirabilmente oscura.
Quale ne l’arzanà de’ Viniziani
bolle l’inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani

tal, non per foco ma per divin’ arte,
bollia là giuso una pegola spessa

Par. XIX, 139-141

E quel di Portogallo e di Norvegia
lì si conosceranno, e quel di Rascia
che male ha visto il conio di Vinegia.

 

[LSA, cap. XIV, Ap 14, 8 (IVa visio, VIum prelium)] Unde et hic subditur: “que vino ire fornicationis sue potavit omnes gentes”. Sicut vinum carnaliter delectat et inebriat et suo fervore et ebrietate ad iram effrenatam et furibundam provocat, sic carnalis ecclesia se et omnes gentes sibi subiectas inebriavit et corrupit fedis carnalitatibus et symoniacis cupi-ditatibus et terrena gloria huius mundi, et dum erat in paganismo inebriavit omnes idolatria sua, et tunc et nunc tamquam ebria exarsit in ira<m> contra viros spiritales et contra vires et influxus Spiritus sancti. […] Nota quod sicut eius ante casum malitia et potestas supra modum impedivit et angustiavit spiritum electorum et conversionem totius orbis, sic eius exterminium erit sanctis quasi exitus de carcere ad libertatis latitudinem et volatum et exitus de tenebrosissimo fumo fornacis ad lucem solarem et sicut exhoneratio a lapide molari seu a monte immenso.

[LSA, cap. XV, Ap 15, 8 (radix Ve visionis)] Deinde subdit de pleniori effluxu zeli severi, cum ait (Ap 15, 8): “Et impletum est templum Dei fumo”, id est ecclesia contemplantium est tunc impleta zelo sancte ire, que non solum obscurat et amaricat reos in quos acriter fertur, sed etiam ipsos sanctos zelantes. Unde Gregorius, Moralium V° super illud Iob V° (Jb 5, 2): “Virum stultum interficit iracundia”, dicit: «Ira per vitium oculum mentis excecat; ira autem per zelum turbat, quia quo saltim recta emulatione concutitur eo contemplatio, que non potest nisi tranquillo corde percipi, dissipatur. Sed inde subtilius ad alta reducitur, unde ad tempus ne videat reverberatur; sicut cum collirium infirmanti oculo mittitur lux penitus negatur, sed inde eam post paululum clarius recipit» et cetera*. “Fumo”, inquam, procedente “a maiestate Dei et de virtute eius”, et hoc non solum influxu ire, sed etiam quia quanto plus sancti attendunt offensam et iram maiestatis Dei reverende et zelande, et quanto plus sunt ea et eius virtute repleti, tanto acrius irascuntur et perturbantur contra Dei contumelias et offensas.

* S. Gregorii Magni Moralia in Iob, libri I-X, cura et studio M. Adriaen, Turnholti 1979 (Corpus Christianorum. Series Latina, CXLIII), lib. V, cap. XLV, 135-139, 142-143, 146-149, pp. 279-280 (= PL 75, coll. 726 C-727 A).

[LSA, cap. VIII, Ap 8, 7 (IIIa visio, Ia tuba)] “Grando” significat duritiam et pertinaciam Iudeorum, que ad predicationem Christi et apostolorum fuit fortius congelata et indurata, sicut ad Moysi verba et signa Pharao fortius induravit cor suum.

[LSA, cap. IX, Ap 9, 17 (IIIa visio, VIa tuba)] “Et qui sedebant super equos habebant loricas igneas et sulphureas et iacinctinas” (Ap 9, 17). Per loricam designatur pertinax et impenetrabilis defensio et obstinatio. Et secundum Ioachim, per igneam designatur fervens ira, per sulphuream autem fetens luxuria, per iacinctinam vero, que est coloris celestis seu etherei, designatur ypocrisis simulans se celestem et celestium contemplatricem. Hiis enim tribus teguntur sessores pseudoprophete, ne sagittis et spiculis verborum Dei possint transfigi. Ira enim et zelus eius amarus non permittit eos cernere verum, nec etiam rationem et iustitiam audire, immo nec tolerare quod in aliquo dissentiatur ab eis*. […] “Et de ore ipsorum procedit ignis et fumus et sulphur”. Per os equorum signatur effrenata locutio turbarum contra ecclesiam, que quidem per sevitiam ire est ignea, et per confusam et tumultuosam obscurationem veritatis et sanctitatis christiani cultus est fumus, per sui vero carnalitatem est sulphur. Nam de carnalibus effrenate et impudenter loquuntur et carnalia letabunde et inhianter laudant.

* Expositio, pars III, f. 135 ra-b.


2. L’uscita delle locuste

Al suono della quinta tromba, dal pozzo dell’abisso aperto escono le locuste, le quali designano in particolare la prava moltitudine dei chierici, dei monaci, dei giudici e dei curiali che pungono e crucciano. Costoro escono dal fumo del pozzo in quanto traggono occasione di compiere il male dal pravo esempio indotto dal venire meno del freno prima esistente. Come le locuste, saltano verso l’alto con le zampe posteriori poiché hanno come fine la vanagloria e ricadono a terra per la cupidigia. Oppure saltano con le zampe posteriori poiché, proponendosi di fare penitenza alla fine, sperano così di saltare alla gloria eterna, mentre con le zampe anteriori e con la bocca aderiscono alla terra e rodono quanto è verde. Hanno le ali non disposte a un volo alto e diuturno, ma basso e di breve durata. Sono leggeri, volatili e cupidi. Essendo la locusta, secondo la vecchia legge, un animale mondo, qui designa gli ipocriti simulatori dell’umiltà, della purezza e del volo della contemplazione, che rodono la vita altrui con la maldicenza e ne divorano i beni temporali agendo sia in nome dell’autorità ecclesiastica, sia con il pretesto di un’offerta fatta ai santi, o di un lucro giustificato sotto apparenti opere di pietà, o con frode simoniaca o con falsi e iniqui giudizi o con empie esazioni (Ap 9, 3).

I temi delle locuste, che escono al suono della quinta tromba, sono oggetto di variazioni sparse per tutto il poema, ma ricorrono con più frequenza nella bolgia dei barattieri (la quinta) e nel quinto girone della montagna, dove si purgano gli avari e i prodighi.
Nell’“arzanà de’ Viniziani” vengono riparate le navi che non possono navigare, come le locuste non sono capaci di alto volo (Inf. XXI, 7-10). La pece bolle levandosi e gonfiandosi tutta per poi ricadere compressa, come il levarsi e il ricadere dei piccoli animali (vv., 19-21; la reminiscenza virgiliana concorda con l’esegesi). Esempio delle locuste “leves et volatiles”, il diavolo nero che porta sull’omero “un de li anzïan di Santa Zita” ha “l’ali aperte” ed è “sovra i piè leggero” (v. 33; cfr., a Purg. XX, 78, “quanto più lieve simil danno conta”, riferito a Carlo di Valois e, al v. 93, “portar nel Tempio le cupide vele” da parte di Filippo il Bello; cfr. infra). I diavoli ‘escono’ contro Virgilio (come i cani “a dosso al poverello”: Inf. XXI, 67-70) al modo con cui ‘esce’ la mala pianta capetingia dei Carli. Ciàmpolo, nella gara con Alichino, ferma le piante a terra e salta (atteggiamento proprio delle locuste) sciogliendosi dal controllo di Barbariccia (che recita la parte del prelato incapace di tenere il freno, oltre a quella dell’imperatore tedesco che angustia la Chiesa), mentre tutti gli altri diavoli sono ‘compunti’ della propria colpa, ossia sono punti nella coscienza dal rimorso per aver lasciato andare il Navarrese (Inf. XXII, 121-124). Non solo le locuste sono tardive nel pentirsi (Ap 9, 3), ma la loro puntura provoca appunto il rimorso di coscienza nei fedeli caduti in gravi peccati (Ap 9, 5). Alichino, che già nel nome indica l’incapacità di grandi voli (il “declinare” è uno dei motivi del quinto stato), si getta a capofitto verso la pece, ma le sue ali non possono aver la meglio sulla paura di Ciàmpolo e così torna su come un falcone “crucciato e rotto” che ha invano cercato di ghermire un’anatra nascostasi sotto l’acqua (vv. 125-132). Essere “crucciato”, nella tematica delle locuste, designa l’ira di chi ha ricevuto un danno e un’offesa (Ap 9, 5-6). Il cruccio non è solo di Alichino, ma anche di Calcabrina il quale, adirato per l’inganno, si azzuffa con Alichino. I due finiscono col cadere entrambi nella pece bollente dove – altra ricorrenza del tema dell’incapacità di volare delle locuste – le ali invischiate non consentono loro di levarsi (vv. 133-144). L’ira dei Malebranche per il danno causato dalla beffa è motivo di preoccupazione nel pensiero di Dante una volta lasciata la fiera compagnia dei diavoli: costoro verranno dietro più crudeli del cane alla lepre che sta per azzannare (Inf. XXIII, 13-18; la crudeltà è, ad Ap 9, 8, attributo dei denti delle locuste; cfr., a Purg. XX, 91 “Veggio il novo Pilato sì crudele”, riferito a Filippo il Bello). Il drammatico passaggio alla sesta bolgia è reso coi motivi del sesto stato. La tematica delle locuste è però assunta in senso positivo nella prima terzina del Purgatorio: “Per correr miglior acque alza le vele / omai la navicella del mio ingegno, / che lascia dietro a sé mar sì crudele”.
L’uso malizioso delle braccia da parte delle locuste, pronte come gli scorpioni ad abbracciare davanti per poi pungere di dietro con la coda (Ap 9, 3), è contenuto nei nomi stessi, collettivo e individuale, degli astuti diavoli che riescono a ingannare Virgilio: Malebranche e Malacoda. Barbariccia fa l’atto di proteggere con le braccia Ciàmpolo dagli uncini, ma il suo linguaggio suona sinistro quando dice: “State in là, mentr’ io lo ’nforco!”, essendo l’“inforcare” alquanto prossimo alla “venenosa forca” di cui è armata la coda di Gerione (Inf. XXII, 58-60; cfr. XVII, 26).
La quinta proprietà delle locuste sta nei denti come quelli dei leoni, in quanto corrodono con la maldicenza la fama e la vita altrui, soprattutto dei loro concorrenti, e agiscono con empia rapacità delle cose temporali (Ap 9, 8). I Malebranche addentano con gli uncini l’“anzian di Santa Zita” (Inf. XXI, 52), digrignano i denti (v. 131) tra i quali stringono la lingua per cenno (vv. 137-138; il mordersi la lingua deriva dalla quinta coppa ad Ap 16, 10). A Ciriatto, “a cui di bocca uscia / d’ogne parte una sanna come a porco”, e che al Navarrese “li fé sentir come l’una sdruscia”, è applicato il tema della spada acuta che esce dalla bocca da entrambe le parti, proprio delle perfezioni di Cristo che fa sentire la sua severità ad Ap 1, 16 e 19, 15-16 (Inf. XXII, 55-57). Non è escluso che Ciriatto sia nome derivato da Ciro, il re dei Persiani più volte citato nella Lectura come distruttore dell’antica Babilonia. Il suo essere “sannuto” (Inf. XXI, 122) è invece da porre in corrispondenza con il cinghiale – l’“aper de silva” – che ad Ap 9, 11 è presentato come re delle locuste e devastatore della vigna.

Nel quinto girone della montagna, gli avari purganti giacciono a terra bocconi con le mani e i piedi legati. Dicono il Salmo 118, 25 “Adhaesit pavimento anima mea”, e l’aderire alla terra è proprio delle locuste (Purg. XIX, 70-75). Come le locuste tardano a pentirsi e non volano in alto, così Adriano V si convertì tardi scoprendo “la vita bugiarda” una volta diventato papa (1276), considerando che nella vita terrena non si poteva salire più in alto (vv. 106-111; “salir” rinvia fonicamente a “saliunt”, cioè al corto saltare delle locuste).
Sempre fra gli avari, nel canto seguente Ugo Capeto descrive le malefatte della sua dinastia, vero nido di locuste. Profetizza il tempo “che tragge un altro Carlo fuor di Francia” (Carlo di Valois) da dove “sanz’arme n’esce” nel 1301 per venire in Italia, inviato poi da Bonifacio VIII a Firenze come paciere. Così le locuste – cui sono applicati i verbi exire e trahere, il primo riferito all’uscire dal fumo del pozzo dell’abisso (anche l’altro Carlo, lo Zoppo, “già uscì preso di nave”, cioè fu sconfitto e fatto prigioniero dagli Aragonesi nel 1284), il secondo al cattivo esempio che le induce a compiere il male – si presentano pie, socievoli e semplici a quanti tentano di trarre a sé ma che poi trafiggono nel fianco (Ap 9, 5-6; con citazione di Gioacchino da Fiore). E Carlo di Valois, armato solo della lancia di Giuda, cioè della frode, punge e fa scoppiare la pancia a Firenze (Purg. XX, 70-75). Poiché le locuste non solo trafiggono nel fianco, ma anche nelle mani e nei piedi, il loro trafiggere le mani avviene per la violenza della rapina e per la frode (Ap 9, 5-6), qualità che Ugo attribuisce alla sua “mala pianta” dopo che questa ebbe ricevuto nel 1246 “la gran dota provenzale”: “Lì cominciò con forza e con menzogna / la sua rapina”, per cui prese la contea di Ponthieu (“Pontì”, che quasi interno calembour concorda con il ‘pungere’ e con la lancia con la quale Carlo di Valois “ponta” Firenze), la Normandia e la Guascogna (vv. 64-66). Sulla sua discendenza Ugo Capeto chiede sùbita vendetta a Colui che tutto giudica a nome di Douai, Lille, Gand, Bruges vessate da Filippo il Bello (vv. 46-48), come i santi del quinto stato dai quali, all’apertura del quinto sigillo, “expetitur instanter et alte iusta vindicta”. Anche le parole di Ugo Capeto sul presunto assassinio dell’Aquinate perpetrato da Carlo d’Angiò, che “poi / ripinse al ciel Tommaso, per ammenda” (vv. 68-69), sono da connettere allo scorpionale stimolo delle pungenti e subdole locuste, che con pio zelo intendono sottrarre i fedeli dall’errore e ricondurli sulla via della salvezza.

 

Tab. II

[LSA, cap. IX, Ap 9, 3.8 (IIIa visio, Va tuba)] Tertio tangitur quedam spiritalis plaga quorundam pestiferorum de predicto fumo exeuntium, cum subdit: “et de fumo putei exierunt locuste in terram” (Ap 9, 3). Quamvis per has locustas possint designari omnes mali christiani quorum malitia est multa et publica et multorum lesiva et cruciativa, magis tamen proprie, quoad hunc primum sensum, designat pravam multitudinem clericorum et monachorum et iudicum et ceterorum curialium plurimos spiritaliter et temporaliter pungentium et cruciantium, qui omnes de fumo putei exeunt quia de pravo exemplo effrenationis prefate occasionem et inductivam causam sui mali traxerunt, et etiam quia quasi de puteo inferni cum predicto fumo exempli pessimi videntur exisse. Vocantur autem “locuste”, tum quia ad modum locuste alte saliunt per elationem, et hoc postremis cruribus quia vanam gloriam in omnibus finaliter intendunt, et ad terram recidunt per cupiditatem; tum quia instar locustarum postremis cruribus saliunt, proponendo scilicet in fine penitentiam agere et sic sperant ad gloriam eternam salire, pedibus vero anterioribus et toto ore terre adherent  virentia cuncta rodentes; tum quia locusta est animal parvum et secundum legem mundum, habetque alas non ad altum et diuturnum volatum sed ad infimum et modicum. Et ideo partim designat ypocritas humilitatis et munditie et contemplativi volatus simulatores aliorum vitam detractionibus corrodentes et aliorum bona temporalia devorantes, sive per auctoritatem ecclesiasticam, sive per oblationem quasi sanctis factam, sive per questum quasi sub specie pietatis exactum, sive per symoniacam fraudem, sive per falsa et iniqua iudicia vel per alias impias exactiones; partim etiam designat leves et volatiles clericos et monachos carnalia sectantes et per <ea> multis nocentes. […]
Pro quinta (proprietate) dicit: “Et dentes e<a>rum sicut dentes leonum erant” (Ap 9, 8), tum per crudelitatem detractionum vitam et famam alienam corrodentium et precipue suorum emulorum, tum propter impiam rapacitatem temporalium.

[Ap 9, 5-6] Per cruciatum autem designatur hic pungitivus remorsus conscientie et timor gehenne, qui fidelibus in gravia peccata cadentibus non potest de facili deesse. Designat etiam iram et offensam quam temporaliter dampnificati et iniuriati a predictis locustis habent contra eas. […]
Quod autem ait (Ap 9, 5), “dictum” esse “illis”, id est prohibitum seu non permissum, “ne occiderent eos, sed ut cruciarent mensibus quinque”, dicit Ioachim non esse hoc dictum de morte eterna, sed de totali extinctione fidei*. Quod est intelligendum respectu illorum carnalium quos non omnino in suum errorem trahunt, sed solum suis stimulis in dubium valde cruciativum inducunt, detrahendo scilicet fidelibus et mala exempla clericorum et prelatorum eis ingerendo et contra quasdam difficultates fidei arguendo per sensibiles auctoritates scripture et per quedam exempla plana et sensibilia, et e contra fictam sanctitatem suorum, quos perfectos vocant, eis demonstrando et commendando**. Hoc autem instar scorpii faciunt sub blanda specie et quasi sub pio zelo <eruendi> eos ab errore et dampnatione et reducendi eos ad viam salutis. […]
In prima enim tribulatione clericales conculcant plebeios, quasi pedes, per fastum arrogantie et per contemptum contumelie seu parvificentie, sed per rapine violentiam et per calumpnie fraudulentiam sunt eorum manus rapientes bona de manibus aliorum […]
(In secunda autem tribulatione) Latus vero transfigunt, tum quia suam vitam et persecutionem iactitant esse similem vite et persecutioni Christi et apostolorum, nos vero comparant Iudeis persequentibus Christum […] tum quia fingunt socialem et pium et simplicem absque dolo affectum ad omnes quos trahere nituntur, unde secundum Apostolum eorum sermo quasi cancer serpit (2 Tm 2, 17).

Expositio, pars III, f. 131va.

** Cfr. ibid., f. 131rb-va (libera interpretazione).

Inf. XXI, 7-10, 19-21, 31-33, 67-75, 109-111, 118-120; XXII, 118-124, 127-134, 142-144; XXIII, 13-18

Quale ne l’arzanà de’ Viniziani
bolle l’inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani,
ché navicar non ponno ………….

I’ vedea lei, ma non vedëa in essa
mai che le bolle che  ’l bollor levava,
e gonfiar tutta, e riseder compressa.

alte saliunt per elationem et ad terram recidunt

Georg. II 479-480
maria alta tumescant … rursursque in se ipsa residant

Ahi quant’ elli era ne l’aspetto fero!
e quanto mi parea ne l’atto acerbo,
con l’ali  aperte e sovra i piè leggero!

Con quel furore e con quella tempesta
ch’escono i cani a dosso al poverello
che di sùbito chiede ove s’arresta,
usciron quei di sotto al ponticello,
e volser contra lui tutt’ i runcigli;
ma el gridò: “Nessun di voi sia fello!
Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,
traggasi avante l’un di voi che m’oda,
e poi d’arruncigliarmi si consigli”.

E se l’andare avante pur vi piace,
andatevene su per questa grotta;
presso è un altro scoglio che via face.

Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina”,
cominciò elli a dire, “e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la decina”.

_______________________________________

O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
ciascun da l’altra costa li occhi volse,
quel prima, ch’a ciò fare era più crudo.
Lo Navarrese ben suo tempo colse;
fermò le piante a terra, e in un punto
saltò  e dal proposto lor si sciolse.
Di che ciascun di colpa fu compunto

Ma poco i valse: ché l’ali  al sospetto
non potero avanzar; quelli andò sotto,
e quei drizzò volando suso il petto:
non altrimenti l’anitra di botto,
quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa,
ed ei ritorna sù crucciato e rotto.
Irato Calcabrina de la buffa,
volando dietro li tenne ………………

Lo caldo sghermitor sùbito fue;
ma però di levarsi era neente,
sì avieno inviscate l’ali  sue.
__________________________

Io pensava così: ‘Questi per noi
sono scherniti con danno e con beffa
sì fatta, ch’assai credo che lor nòi.
Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa,
ei ne verranno dietro più crudeli
che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’.

Purg. XIX, 70-75, 106-111

Com’ io nel quinto giro fui dischiuso,
vidi gente per esso che piangea,
giacendo a terra tutta volta in giuso.
Adhaesit pavimento anima mea’       Ps  118, 25
sentia dir lor con sì alti sospiri,
che la parola a pena s’intendea.

La mia conversïone, omè!,  fu tarda;
ma, come fatto fui roman pastore,
così scopersi la vita bugiarda.
Vidi che lì non s’acquetava il core,
né più salir  potiesi in quella vita;
per che di questa in me s’accese amore.

Purg. XX, 64-81, 91-93

Lì cominciò con forza e con menzogna
la sua rapina; e poscia, per ammenda,

Pontì  e Normandia prese e Guascogna.
Carlo venne in Italia e, per ammenda,
vittima fé di Curradino; e poi
ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi,
che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
per far conoscer meglio e sé e ’ suoi.
Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia
con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.

Quindi non terra, ma peccato e onta
guadagnerà, per sé tanto più grave,
quanto più lieve  simil danno conta.
L’altro, che già uscì preso di nave,
veggio vender sua figlia e patteggiarne

come fanno i corsar de l’altre schiave.

Veggio il novo Pilato sì crudele,
che ciò nol sazia, ma sanza decreto
portar nel Tempio le cupide vele.

Purg. I, 1-3

Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,

che lascia dietro a sé mar sì crudele

Inf. XXIV, 52-57

E però leva sù; vinci l’ambascia
con l’animo che vince ogne battaglia,
se col suo grave corpo non s’accascia.
Più lunga scala convien che si saglia;
non basta da costoro esser partito.
Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia.


3. Il sommo scherno: la venuta del ladro e i “patteggiati di Caprona”

 

“E forse è detto di Santa Zita quasi a ricordare per sommo scherno che come l’umile ancella di Monsagrati, dolce santa di Lucca, era – secondo la leggenda – ajutata nelle faccende domestiche da angeli, egli sarà assistito qui dai diavoli, che lo cucineranno bene, lesso dolente”.

                                                                                        LUIGI PIRANDELLO


Si considera qui l’esegesi di Ap 3, 3, parte dell’istruzione data alla chiesa di Sardi, la quinta delle sette chiese d’Asia alle quali Giovanni scrive nella prima visione. Se il vescovo della chiesa di Sardi, accusato di essere negligente, intorpidito e ozioso, non vigilerà correggendosi, il giudizio divino verrà da lui come un ladro, che arriva di nascosto all’improvviso, senza che egli sappia l’ora della venuta (Ap 3, 3). È giusto infatti che chi non conosce sé stesso a causa della negligenza e del torpore non conosca l’ora del proprio giudizio e sterminio. Costui non vede la luce a motivo delle sue tenebre; erroneamente crede e desidera di poter vivere a lungo nella prosperità ritenendo che il giudizio divino possa essere ritardato, e con speranza presuntuosa spera di venire infine salvato. Ma l’Apostolo dice ai Tessalonicesi che “il giorno del Signore verrà di notte come un ladro. E quando diranno: ‘pace e sicurezza’, allora verrà su di loro una repentina distruzione” (1 Th 5, 2-3). Ma ai santi non verrà come un ladro, per cui san Paolo aggiunge: “Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro: voi tutti infatti siete figli della luce e del giorno. Pertanto, non dormiamo come gli altri, ma vigiliamo e restiamo sobri. Quelli che dormono, infatti, dormono di notte” (ibid., 5, 4-7). È questa una prefigurazione dell’occulto avvento e giudizio di Cristo alla fine del quinto stato e all’inizio del sesto, che verrà spiegato all’apertura del sesto sigillo (Ap 6, 12-17).
Il tema del venire come un ladro si trova in un passo simmetrico, proprio della sesta delle sette coppe che vengono versate nella quinta visione (Ap 16, 15), dove si parla di un giudizio improvviso e subitaneo, sottolineato dall’avverbio “ecce” e dal presente “venio” al posto del futuro ‘veniam’ per togliere ogni possibile stima dell’indugiare e per rendere più attenti, vigili e timorati. Inoltre si definisce beato colui che vigila e custodisce le sue vesti, cioè le virtù e le buone opere, per non andar nudo, cioè spogliato di esse, sicché tutti vedano le sue sconcezze, cioè il suo peccato e la pena piena di confusione inflitta nel giorno del giudizio.
Da questi difetti vengono escluse poche persone buone, i cui nomi sono noti a Cristo per la loro santità, per cui si dice: “Ma hai pochi nomi in Sardi” (Ap 3, 4). Il dono della Grazia, che ciascuno ha ricevuto come proprio, dà a ogni uomo un nome per il quale egli è conosciuto. La carità divina, in quanto comune a tutti i buoni, dà un comune nome ai santi, che sono così chiamati cittadini di Gerusalemme.
I due passi (Ap 3, 3 e 16, 15), che sono loci paralleli, se collazionati, offrono una serie di parole-temi. Comune è il “fur”, il “vigilare”, il sopravvenire improvviso. Peculiari di Ap 3, 3 sono l’inconsapevolezza (“et horam nescies qua veniam ad te”), il “tardare”, la speranza presuntuosa di potersi salvare alla fine e, nel passo paolino, il sentirsi sicuri e la distinzione tra coloro che sono nelle tenebre perché dormono la notte e i figli della luce e del giorno. Peculiari di Ap 16, 15 sono l’avverbio “ecce”, l’impossibilità di stimare l’indugio (“ut per hoc estimationem de sua mora nobis tollat”), il timore, il non vedersi spogliato delle vesti, cioè delle virtù e delle buone opere.
A questi temi si può aggiungere, in quanto richiamato dall’Olivi ad Ap 3, 3, ciò che avviene all’apertura del sesto sigillo (Ap 6, 14-15): il sentir sopravvenire il giudizio divino provoca la fuga ai “monti” e alle “pietre”, interpretati come i santi sublimi e fermi nella fede.

■I motivi sopra considerati vengono parodiati in numerosi luoghi del poema. Una delle apparizioni della tematica che si potrebbe definire ‘del ladro’ è in Inf. XXI, 22-45, nel momento in cui Dante, fisso a guardare la “pegola spessa” che bolle nella bolgia dei barattieri, simile a quella che si vede nell’“arzanà de’ Viniziani”, viene richiamato da Virgilio. Il poeta si volge come colui che “tarda” nel fermarsi a vedere ciò che è opportuno fuggire e che un sùbito timore priva di gagliardia per cui non indugia il partire, guardando però al tempo stesso un diavolo nero venire correndo su per lo scoglio. Il diavolo porta in spalla un peccatore –“ecco un de li anzïan di Santa Zita” – e dal ponte dice agli altri Malebranche di metterlo sotto la pece intanto che lui torna a Lucca, terra ben fornita di barattieri. Buttato l’“anzian” di sotto, ritorna indietro con tanta fretta come mai fece mastino nell’inseguire un ladro. Dal confronto dei versi con i passi tratti da Ap 3, 3 e 16, 15 si può notare che il tardare proviene da Ap 3, 3 (dove designa la presunzione di chi ritiene che il giudizio divino tardi; le parole “guarda, guarda!” di Virgilio richiamano dal torpore chi si ritiene troppo sicuro), mentre l’avverbio “ecco”, la “paura sùbita” e il non indugiare si trovano ad Ap 16, 15 («“Ecce venio sicut fur” … et subito faciet hec iudicia … ut per hoc estimationem de sua mora nobis tollat et ad adventum suum nos attentiores et evigilantiores et timoratiores reddat”»; cfr. altri esempi). Entrambi i passi sono congiunti dalla parola “fur”, che nel testo di esegesi scritturale compare come soggetto attivo del giudizio (è Cristo giudice che viene all’improvviso come un ladro), mentre in poesia viene appropriato all’oggetto del giudizio, cioè ai barattieri lucchesi che il diavolo si precipita ad andare a prendere. Il ‘fuggire’ come atto da non ritardare è un tema del sesto stato e più precisamente dell’apertura del sesto sigillo, ad Ap 6, 14-15; lo si ritroverà nella fuga dai Malebranche, al momento del passaggio dalla quinta alla sesta bolgia. La frase del diavolo su Lucca – “ogn’ uom v’è  barattier, fuor che Bonturo” (in rima con “furo”, vv. 41, 45) – sembra sarcastica parodia dell’eccezione fatta nella chiesa di Sardi di pochi buoni non “coinquinati” (Ap 3, 4). Per quanto collocate in un contesto diverso e appropriate a soggetti differenti, le parole mantengono una parte dei significati originari. Resta nel complesso il tema principale del sopravvenire improvviso del giudizio divino, nel caso impersonato dal diavolo nero che di tale giustizia è ministro.

Il valore di “sì”, confermativo del vero, risulta sempre in tutti i passi della Lectura ove compare la parola “Amen”: “id est sic fiat … vere et fideliter sit … fiat hoc quod dictum est … vere sic sit et fiat … vere ita est … id est verus seu veritas” (Ap 1, 6; 1, 7; 3, 14; 5, 14; 7, 12; 19, 4; 22, 20-21). Si può vedere come i motivi che accompagnano l’“Amen” convergano sulle beffarde parole del diavolo che porta ai Malebranche, nella bolgia dei barattieri, “un de li anzïan (un ‘seniore’, come quelli della ‘santa’ turba che adora Dio seduto sul trono dicendo ‘Amen’) di Santa Zita”, per tornare “per anche” (l’avverbio etiam che accompagna l’amen ad Ap 1, 7 e 22, 20) a Lucca, dove “del no, per li denar, vi si fa ita”, cioè “sì” (Inf. XXI, 37-42). “Amen, id est vere sic sit et fiat” è tema proprio dell’Italia, “del bel paese là dove ’l sì suona” (Inf. XXXIII, 80) e anche di Beatrice (Inf. II, 103).

Il “diavol nero” (vv. 34-35, 39-40) è parodia dei significati propri di Isachar, la nona delle dodici tribù d’Israele dalle quali provengono i 144.000 segnati dell’esercito di Cristo che guidano la folla innumerevole al trono dell’Agnello (Ap 7, 3-9: 7, 7), secondo quanto dice Giacobbe in Genesi 49, 14-15: «vidit requiem quod esset bona, et terram quod optima, et subposuit humerum suum ad portandum, scilicet omne honus propter illamL’omero suo, ch’era aguto e superbo, / carcava un peccator con ambo l’anche … Mettetel sotto, ch’ i’ torno per anche / a quella terra, che n’è ben fornita». La terra vista da Isachar (la ricca piana di Esdrelon) è ottima, come lo è Lucca per andarvi a prendere i barattieri. Sono pertanto da escludere le varianti ch’io ho / ch’i’ò, sia perché il diavolo non ha bisogno di fornire di peccatori la città che ne è già ben piena, ottima all’occorrenza come la terra vista da Isachar, sia perché poco perspicuo e troppo esteso sarebbe il senso: ‘che io tengo a mia disposizione’ (Isachar non tenne, ma vide).
Le parole di Tommaso d’Aquino, relative all’essersi il proprio Ordine allontanato dagli insegnamenti di Domenico, rinviano all’esegesi di altra tribù, quella di Aser, la quarta della serie, commista però con i significati propri di Isachar: «(Isachar) qui interpretatur merces, de quo dicit Iacob: “Isachar asinus fortis; vidit requiem quod esset bona, et terram quod optima, et subposuit humerum suum ad portandum” / (Aser) “Aser pinguis panis” … “beatus vir qui timet Dominum, in mandatis eius” (Salmo 111, 1) – per che qual segue lui, com’ el comanda / discerner puoi che buone merce carca Ben son di quelle che temono ’l danno … “U’ ben s’impingua, se non si vaneggia”» (Par. XI, 122-123, 130, 139)». A Isachar rinviano anche versi relativi a Gerione (Inf. XVII, 40-42).

■ Nel Notabile VII del prologo della Lectura, trattando della “commutatio” del pontificato, Olivi afferma che dopo Aronne fu fatto pontefice suo figlio Eleazaro; gli succedette il figlio Finees, con il quale Dio stabilì un patto per cui il pontificato sarebbe toccato sempre alla sua stirpe. Ma più tardi, al tempo di Eli, i pontefici non provenivano dalla stirpe di Eleazaro, bensì da quella di Itamar, suo fratello. Nell’Antico Testamento si registrò dunque un continuo mutare delle stirpi sacerdotali, nonostante i patti stabiliti da Dio con alcune di esse. Qualcosa di simile si registra nel Nuovo. Con Pietro e gli apostoli il sacerdozio fu infatti dato alla stirpe evangelica, quindi venne utilmente e ragionevolmente commutato a uno stato fondato sul possesso dei beni temporali, la cui durata va da Costantino al termine del quinto stato, per poi ritornare, nel sesto, al primo tempo evangelico. Le continue mutazioni nel pontificato, antico e nuovo, stanno ad indicare che se le perfezioni degli stati precedenti predispongono all’ultima e suprema perfezione rappresentata dal sesto stato, anche la corruzione che precede lo stato supremo è utile per contrapposizione, in quanto l’esempio delle rilassatezze passate e dei giudizi terribili per esse inflitti giova all’assumere e al mantenere l’altezza del sesto stato, a causa dei sentimenti di timore, umiltà, fervore e prudenza instillati dall’esperienza degli altri casi.
Richiamato da Virgilio dopo la “baratta” coi diavoli, Dante, che s’era acquattato dietro a una roccia, torna dalla sua guida temendo che i diavoli non mantengano il patto, come, nell’agosto 1289, temettero i fanti ghibellini “ch’uscivan patteggiati di Caprona / veggendo sé tra nemici cotanti” (Inf. XXI, 93-96; tema del timore indotto dagli esempi precedenti).

 

Tab. III

[LSA, cap. III, Ap 3, 3-4 (Ia visio, Va ecclesia)] Deinde comminatur eidem iudicium sibi occulte et inopinate superventurum si non se correxerit, unde subdit: “Si ergo non vigilaveris, veniam ad te tamquam fur”, qui scilicet venit latenter et ex improviso ut bona auferat et possessorem occidat. Unde subdit: “et horam nescies qua veniam ad te”. Iustum enim est ut qui se ipsum per negligentiam et torporem nescit, nesciat horam iudicii sui et exterminii. Talis etiam propter suas tenebras non videt lucem, ac erronee credit et optat se diu in prosperitate victurum et Dei iudicium diu esse tardandum, et etiam spe presumptuosa sperat se esse finaliter salvandum, propter quod Ia ad Thessalonicenses V° dicit Apostolus quod “dies Domini veniet in nocte sicut fur. Cum enim dixerint: pax et securitas, tunc superveniet eis repentinus interitus” (1 Th 5, 2-3). Quibus autem, scilicet sanctis, et quare non veniet sicut fur ostendit subdens: “Vos autem, fratres, non estis in tenebris, ut vos dies illa tamquam fur comprehendat; omnes enim vos estis filii lucis et diei. Igitur non dormiamus sicut et ceteri, sed vigilemus et sobrii simus. Qui enim dormiunt nocte dormiunt” et cetera (ibid., 5, 4-7). Nota quod correspondenter prefigurat hic occultum Christi adventum et iudicium in fine quinti status et in initio sexti fiendum, prout infra in apertione sexti signaculi explicatur.
Deinde a predicto defectu excipit quosdam illius ecclesie, subdens: “Sed habes pauca nomina in Sardis” (Ap 3, 4). Nomina sumit pro personis quarum nomina sunt. Per nomina etiam intelligit personas merito sue sanctitatis notas Christo. Item proprium donum gratie, quod unusquisque accepit, dat cuique viro quasi proprium nomen ut cognoscatur ex nomine. Caritas autem Dei, in quantum communis omnibus bonis, dat commune nomen sanctis ut vocentur cives Iherusalem. “Qui non coinquinaverunt”, scilicet sordibus vitiorum et precipue carnalium, “vestimenta sua”, id est virtutes suas quibus quasi vestibus ornantur et vestiuntur, vel corpora sua que sunt quasi vestes anime, vel opera sua que sunt quasi vestes extrinsece ipsarum virtutum. “Ambulabunt mecum in albis”, scilicet vestibus, “quia digni sunt”. Per vestes albas intelligitur hic singularis candor et decor glorie correspondens merito predicte munditie. Quod autem dicit: “ambulabunt mecum”, significat gloriam singularis societatis talium cum Christo, iuxta quod infra XIIII° de virginibus dicitur quod “sequuntur Agnum quocumque ierit” (Ap 14, 4). Decet enim Christo summe puro purissimos immediatius iungi et associari. Iustum etiam est ut qui inter immundos socios mundissime vixerunt, quibus necessario aut ex sola caritate iuncti fuerunt, et quorum pravum exemplum et consortium fuit mundis continuum martirium et temptamentum, remunerentur glorioso et singulari consortio Christi.

[LSA, cap. XVI, Ap 16, 15 (Va visio, VIa phiala)] Quia vero Deus tunc ex improviso et subito faciet hec iudicia, ideo subdit: “Ecce venio sicut fur” (Ap 16, 15). Fur enim venit latenter ad furandum, ne advertat hoc dominus cuius sunt res quas furatur. Non autem dicit ‘veniam’ sed “venio”, et hoc cum adverbio demonstrandi, ut per hoc estimationem de sua mora nobis tollat et ad adventum suum nos attentiores et vigilantiores et timoratiores reddat. Ad quod etiam ultra hoc inducit per promissionem premii et comminationem sui oppositi, unde subdit: “Beatus qui vigilat et custodit vestimenta sua”, scilicet virtutes et bona opera, “ne nudus ambulet”, id est virtutibus spoliatus; “et videant”, scilicet omnes tam boni quam mali, “turpitudinem eius”, id est sua turpissima peccata et suam confusibilem penam in die iudicii sibi infligendam.

[LSA, cap. II, Ap 2, 26-28 (IVa victoria)] Quarta est victoriosus effectus, quando scilicet omnes vires corporis et mentis assidue et totaliter perfectis virtutum operibus dedicantur, nec ex longa continuatione operis remittuntur sed potius intenduntur et roborantur et ad fortia opera superexcrescunt, qualis fuit in exercitiis perfectorum anachoritarum, quibus competit premium de quo quarte ecclesie dicitur: “Qui vicerit et custodierit usque in finem opera mea”, id est qualia ego feci et precepi vel consului, “dabo illi potestatem super gentes et reg<et> <eas> in virga ferrea, et tamquam vas figuli confri<n>gentur, sicut ego accepi a Patre meo, et dabo illi stellam matutinam”.

Inf. XIII, 103-105, 109-121 

Come l’altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch’alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.

Noi eravamo ancora al tronco attesi,
credendo ch’altro ne volesse dire,
quando noi fummo d’un romor sorpresi,
similemente a colui che venire
sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
ch’ode le bestie, e le frasche stormire.
Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogne rosta.
Quel dinanzi: “Or accorri, accorri, morte!”.
E l’altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: “Lano, sì non furo accorte
le gambe tue a le giostre dal Toppo!”.

Inf. XVI, 52-54

Poi cominciai: “Non dispetto, ma doglia
la vostra condizion dentro mi fisse,
tanta che tardi tutta si dispoglia

Purg. XX, 52-54

Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:
quando li regi antichi venner meno
tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi 

Inf. XX, 105, 118-120

ché solo a ciò la mia mente rifiede

Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
ch’avere inteso al cuoio e a lo spago
ora vorrebbe, ma tardi si pente.

 

Inf. XXI, 22-30, 39-45

Mentr’ io là giù fisamente mirava,
lo duca mio, dicendo “Guarda, guarda!”,
mi trasse a sé del loco dov’ io stava.
Allor mi volsi come l’uom cui tarda
di veder quel che li convien fuggire
e cui paura sùbita sgagliarda,
che, per veder, non indugia ’l partire:
e vidi dietro a noi un diavol nero
correndo su per lo scoglio venire.

“Mettetel sotto, ch’i’  torno per anche
a quella terra, che n’è ben fornita:
ogn’ uom v’è  barattier, fuor che Bonturo;
del no, per li denar, vi si fa ita”.
Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro
si volse; e mai non fu mastino sciolto
con tanta fretta a seguitar lo furo.

Inf. XXIII, 82-84

Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
de l’animo, col viso, d’esser meco;
ma tardavali ’l carco e la via stretta.

[LSA, cap. VI, Ap 6, 14-15 (apertio VIi sigilli; IVum initium)] Tunc etiam montes, id est regna ecclesie, et “insule”, id est monasteria et magne ecclesie in hoc mundo quasi in solo seu mari site, movebuntur “de locis suis” (Ap 6, 14), id est subvertentur et eorum populi in mortem vel in captivitatem ducentur. Tunc etiam, tam propter illud temporale exterminium quod sibi a Dei iudicio velint nolint sentient supervenisse, quam propter desperatum timorem iudicii eterni eis post mortem superventuri, sic erunt omnes, tam maiores quam medii et minores, horribiliter atoniti et perterriti quod preeligerent montes et saxa repente cadere super eos. Ex ipso etiam timore fugient et abscondent se “in speluncis” et inter saxa montium (cfr. Ap 6, 15-17).

 

Tab. IV

[LSA, cap. I, Ap 1, 6 (Salutatio)] “Amen”, id est sic fiat; vel “amen”, id est vere et fideliter sit ei.

[LSA, cap. I, Ap 1, 7 (Salutatio)] “Plangent”, inquam, “omnes tribus terre”. Secundum Ricardum, “tribus terre” vocat omnes terrena diligentes et terrena Christo preferentes. Et ut certius sibi credatur confirmat hoc in duplici lingua, scilicet gentili et hebrea, dicendo: “Etiam. Amen”, id est vere plangent se. “Amen” enim est hebreum, sed “etiam” est latinum, pro quo est ibi adverbium grecum, quia hic liber fuit scriptus in greco. Utraque autem lingua, scilicet greca et latina, est gentilis. Per hec autem innuit quod in omni lingua fidelium hoc confirmabitur, et omnis lingua reproborum hoc clamabit experimento penarum compulsa.

[LSA, cap. XXII, Ap 22, 20-21 (Conclusio)] Deinde ad magis confirmandum subdit (Ap 22, 20): “Dicit”, scilicet predicta, “qui testimonium perhibet ipsorum”, scilicet Christus, secundum Ricardum: «Christus enim cuncta que in hoc libro sunt attestatur». Posset tamen dici quod Iohannes dicit hoc de se ipso. Nam et in fine evangelii sui consimiliter dicit: “Hic est discipulus ille qui testimonium perhibet de hiis” (Jo 21, 24), et sicut hic confirmative subdit: “Etiam. Amen”, sic et ibi subdit: “Et scimus quia verum est testimonium eius”. Posuit autem hebreum “amen”, et ultra hoc adverbium grecum pro quo nos habemus latine “etiam”, ut innuat hoc omnimode et in omni lingua esse indubitabiliter asserendum.
Deinde subdit duo in quibus est et esse debet finis omnis sacri desiderii et totius sacre scripture, et ideo congrue in ipsis est finis huius libri.
Primum autem est beatificus Christi adventus, quem bis et etiam ter petit in signum quod vehementer et incessanter debet hoc desiderium replicari, et etiam in misterium beatissime Trinitatis.
Primo ergo dicit: “Venio cito” (Ap 22, 20). Secundo dicit: “Amen”, id est fiat secundum hoc quod peto. Tertio dicit: “Veni, Domine Ihesu”. In primo specificatur accelerationis petitio. In secundo autem eius confirmatio. In tertio autem specificatur reverende dominationis et desiderabilis nominis et salutis Ihesu commemoratio.
Secundum est exoptatio gratie Christi omnibus, unde subdit (Ap 22, 21): “Gratia Domini nostri Ihesu Christi cum omnibus vobis”, scilicet sit; “amen”, id est vere vel sic fiat.

[LSA, cap. V, Ap 5, 8-14 (radix IIe visionis)] Ex hiis autem patet ratio tante iubilationis sanctorum et laudis ex libri apertione que hic immediate subditur, cum dicitur (Ap 5, 8-9): “Et cum aperuisset librum, quattuor animalia et viginti quattuor seniores ceciderunt coram Agno habentes singuli citharas et phialas aureas plenas odoramentorum, que sunt orationes sanctorum, et cantabant” et cetera. In qua quidem laude primo premittitur laus sanctorum hominum; secundo laus angelorum predicte laudi correspondentium, ibi: “Et vidi et audivi” (Ap 5, 11); tertio assensus sanctorum erga laudem angelorum, ibi: “Et quattuor animalia dicebant: Amen” (Ap 5, 14). Vel prout per quattuor animalia et seniores designantur angeli, tunc in prima ponitur laus superiorum ordinum, in secunda autem laus inferiorum ordinum mota a laude superiorum, in tertio vero confirmatio laudis inferiorum per superiores. […] Sequitur (Ap 5, 14): “Et quattuor animalia dicebant: Amen”, id est fiat hoc quod dictum est. Vel “amen”, id est vere ita est. “Et viginti quattuor seniores ceciderunt in facies suas et adoraverunt”, scilicet sedentem in trono. Non enim est de textu “viventem in secula seculorum”, nec Ricardus habet hic sed solum supra, capitulo quarto (Ap 4, 9).

Inf. XXI, 37-42

Del nostro ponte disse: “O Malebranche,
ecco un de li anzïan di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch’i’  torno per anche
a quella terra, che n’è ben fornita:
ogn’ uom v’è  barattier, fuor che Bonturo;
del no, per li denar, vi si fa ita”.

[LSA, cap. III, Ap 3, 14 (Ia visio, VIIa ecclesia)] Hiis autem, sicut et in ceteris ecclesiis, premittit preceptum de istis scribendis ac deinde proponitur Christus loquens, ibi (Ap 3, 14): “Hec dicit amen”, id est verus seu veritas; vel “amen”, id est vere; “testis fidelis et verus, qui est principium”, id est prima causa, “creature Dei”, et hoc tam creando omnia de nichilo quam recreando electos per infusionem gratie. Sancti enim <anthonomastice> dicuntur creature Dei, secundum illud epistule Iacobi capitulo I° (Jc 1, 18): “Voluntarie genuit nos verbo veritatis, ut simus initium aliquod creature eius”. Et ad Ephesios II° dicit Apostolus (Eph 2, 10): “Ipsius sumus factura, creati in Christo Ihesu in operibus bonis”.

[LSA, cap. VII, Ap 7, 11-12 (IIa visio, apertio VIi sigilli)] “Et omnes angeli stabant in circuitu troni […] et seniorum et quattuor animalium, et ceciderunt in conspectu troni in facies suas”, scilicet se profunde humiliando Deo, “et adoraverunt Deum (Ap 7, 12) dicentes: Amen”, id est vere sic sit et fiat sicut hec sancta turba decantat et orat. Dicunt enim “Amen” confirmando laudem sancte turbe et ei iocunde correspondendo et congratulando et Deum pariter conlaudando.

[LSA, cap. XIX, Ap 19, 4 (VIa visio)] Deinde ostendit quomodo communi laudi sanctorum correspondebit laus prelatorum presidentium collegiis sanctorum. Unde subdit: “Et viginti quattuor seniores et quattuor animalia ceciderunt et adoraverunt Deum sedentem super tronum dicentes: Amen, alleluia”, id est vere est Deus ineffabiliter laudandus. Dicendo enim “amen” confirmant laudem communitatis suorum subditorum, et post hoc addunt et ipsi suam laudem dicendo “alleluia”.

 

Tab. V

Par. XI, 122-123, 130-132, 138-139

per che qual segue lui, com’ el comanda,
discerner puoi che buone merce carca.

Ben son di quelle che temono ’l danno
e stringonsi al pastor; ma son sì poche,
che le cappe fornisce poco panno.

e vedra’ il corrègger che argomenta
‘U’ ben s’impingua, se non si vaneggia’.

IV. Aser [Ap 7, 7 (IIa visio, apertio VIi sigilli)] Quarto exigitur patientia glorians et gaudens in tribulationibus, quam designat Aser, qui interpre-tatur beatus et de quo dicitur: “Aser pinguis panis eius, tingat in oleo pedem suum” (Gn 49, 20; Dt 33, 24). Quid enim beatius et pinguius aut magis fortificativum cordis quam sic se habere in adversis ac si suavi oleo inungeretur? […]
Primum est Aser, id est beatus, quia “beatus vir qui timet Dominum, in mandatis eius volet nimis” (Ps 111, 1).

Inf. XXI, 34-42

L’omero suo, ch’era aguto e superbo,
carcava un peccator con ambo l’anche,
e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo.
Del nostro ponte disse: “O Malebranche,
ecco un de li anzïan di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch’ i’ torno per anche
a quella terra, che n’è ben fornita:
ogn’ uom v’è barattier, fuor che Bonturo;
del no, per li denar, vi si fa ita”.

IX. Isachar [LSA, cap. VII, Ap 7, 7] Nono exigitur assidua et fervens suspiratio ad mercedem eterne glorie omni servituti Dei et suorum se subiciens pro illa, et hanc designat Isachar, qui interpretatur merces, de quo dicit Iacob: “Isachar asinus fortis; vidit requiem quod esset bona, et terram quod optima, et subposuit humerum suum ad portan-dum”, scilicet omne honus propter illam, “factusque est tributis serviens” (Gn 49, 14-15).

Inf. XVII, 40-42

Li tuoi ragionamenti sian là corti;
mentre che torni, parlerò con questa,
che ne conceda i suoi omeri forti.



4.
Il quinto sigillo: la Sede di Pietro, gli imperatori tedeschi e i barattieri

 

Dante non può far che Dio scherzi punendo, né egli s’attenterebbe di scherzar comicamente dove Dio ha punito.

                                                                                        LUIGI PIRANDELLO


■ Trattando ad Ap 6, 3 dei carnali precetti di Maometto, Olivi osserva che i Saraceni seguono una legge carnale e falsa del tutto dissimile, che non accetta le Scritture cristiane e contro la quale non è possibile una qualsiasi confutazione sulla base di queste, come invece avvenne con i Giudei e con gli eretici. Barbariccia, per dare un cenno di partenza alla schiera dei Malebranche, “avea del cul fatto trombetta” e il poeta assicura di non aver mai visto fanti o cavalieri muoversi al suono di “sì diversa cennamella” – la quarta bestia vista da
Daniele (Dn 7, 3-7), interpretata da Gioacchino da Fiore con i Saraceni, è “dissimilis ceteris … quia ista nostras scripturas non recipit” -, pur avendo già udito segnali di trombe, di campane, di tamburi, fatti con “cose nostrali e con istrane” (Inf. XXII, 1-12; per “istrane” cfr. Ap 5, 1). Ad Ap 9, 19 (sesta tromba) gli pseudoprofeti adornano il vergognoso ano con la coda, cioè con segni mendaci.

■ Il quinto stato corrisponde al quinto giorno della creazione, nel quale Dio disse agli uccelli (i monaci, più spirituali) e ai pesci (i chierici, commisti alle genti): “crescete e moltiplicatevi” (Genesi 1, 22). Così i monasteri e le chiese si sono propagati nella Chiesa occidentale, e la vita, pur non tanto chiara per fama come nel quarto stato, proprio degli anacoreti, si è svolta però con un “senso vivo e tenero della pietà”, al modo con cui gli uccelli e i pesci sono più dotati nel sentimento dei “luminaria celi”, cioè del sole, della luna e delle stelle assimilati ai contemplativi. Nel quinto giorno vennero tuttavia creati insieme animali mondi e immondi, prima che apparisse l’uomo razionale fatto a immagine di Dio, che designa l’ordine evangelico (prologo, Notabile XIII: si tratta di una citazione occulta di Gioacchino da Fiore). Una quantità di uccelli, pesci e altri animali popola la bolgia dei barattieri (Inf. XXII). Da sottolineare l’immagine dei delfini che “fanno segno / a’ marinar con l’arco de la schiena” allorché s’appressa la tempesta in modo che si adoperino per salvare la propria nave, ai quali sono paragonati i peccatori che, per alleviare la pena, mostrano il dosso fuori della pece bollente, per poi subitamente nasconderlo all’appressarsi di Barbariccia (vv. 19-24) [1].

■ All’apertura del quinto sigillo, le anime stanno in attesa “sotto” l’altare di Dio. Per “anime di coloro che furono uccisi” non si intendono solo le anime dei primi martiri, ma anche di quanti con forte penitenza crocifissero e uccisero i vizi e le concupiscenze della carne. L’altare designa infatti la croce e la passione di Cristo o lo stesso Cristo crocifisso, oppure la verità della sua fede. Sotto questo altare stanno quasi sepolte le anime, riverenti verso la passione di Cristo che le sta sopra proteggendole e nascondendole sotto la custodia delle ali della sua gloria. Esse infatti sono state immolate a causa della testimonianza, nelle parole e nelle opere, della fede in tale altare resa con la devozione, imitazione, predicazione, confessione (Ap 6, 9.11).
Il tema dello “stare sotto” in attesa, del nascondersi, percorre tutta la quinta bolgia dei barattieri, dove trionfano i temi del quinto stato. È quanto il diavolo nero con sull’omero l’“anzian di Santa Zita” dice ai Malebranche – “Mettetel sotto … Là giù ’l buttò” -, mentre che torna a Lucca a prendere altri dannati (Inf. XXI, 39, 43). L’anziano s’attuffa e ritorna su “convolto”, ma i diavoli sarcastici gli ricordano che lì a proteggerlo non c’è il Santo Volto di Lucca, la venerata immagine del Cristo crocifisso (vv. 46-48), come, si può aggiungere, la passione di Cristo protegge sotto di sé i riverenti santi in attesa al tempo del quinto stato. Il dannato ritorna su “convolto” piegando la schiena ad arco in atto di riverenza verso la passione di Cristo che per lui, lucchese, è l’immagine del Santo Volto. I diavoli, che a loro volta sono coperti dal ponte, aggiungono che “qui si nuota altrimenti che nel Serchio!” (v. 49), cioè si sta giù coperti e nascosti a ballare e ad accaffare (vv. 53-54). Coi loro raffi inclinati (il “declinare” è proprio del quinto stato: prologo, Notabile III), i Malebranche paiono cuochi che ordinano agli sguatteri di attuffare con gli uncini la carne in mezzo alla caldaia perché non galleggi (vv. 55-57): i santi del quinto stato hanno crocifisso la carne con forti penitenze. Dante stesso si nasconde dietro una roccia intanto che Virgilio parla coi diavoli (vv. 58-60; la situazione è analoga a quella che si svolge dinanzi alla città di Dite a Inf. VIII, 106, con la differenza che lì è esplicito il tema dell’attendere, anch’esso tipico dell’apertura del quinto sigillo, qui invece tace tale tema e si rende palese lo stare sotto nascosto). Il richiamo di Virgilio dopo il colloquio con Malacoda – “O tu che siedi / tra li scheggion del ponte quatto quatto” (vv. 88-89) – rinvia ad altro motivo del quinto stato, la “sede” romana, già presente nei bollori della pece, che il poeta vede “gonfiar tutta, e riseder compressa” (v. 21), e reiterato nel canto successivo con le parole del barattiere navarrese: “e io, seggendo in questo luogo stesso” (Inf. XXII, v. 102). Come afferma Gioacchino da Fiore citato da Olivi, il quinto stato, dopo i primi quattro assimilati ai quattro animali o esseri viventi che circondano la sede divina ad Ap 4, 6-7, designa la sede stessa (la sede romana, difesa da Carlo Magno e da suo padre Pipino contro i Longobardi all’inizio del quinto stato, con la restituzione del popolo latino ivi raccoltosi dopo la distruzione delle chiese orientali per opera dei Saraceni e lo scisma greco: prologo, Notabile V).

Al passaggio di Barbariccia, i peccatori che talora, per alleviare la pena, mostrano la schiena come i delfini, si ritraggono subitamente sotto la pece (Inf. XXII, 19-30). Il nome stesso, Barbariccia, ha attinenza con il quinto stato nel quale, come ricorda Gioacchino da Fiore, citato da Olivi (Ap 6, 9.11) a proposito di quanto avviene nella parte intermedia del periodo iniziato con Carlo Magno e terminato con la conversione di san Francesco, molte angustie e afflizioni dovette patire la Chiesa latina da parte degli imperatori tedeschi. Gioacchino pensava ai conflitti con la Chiesa a partire da Enrico II (1002-1024; cfr. Patschovsky 2, p. 331, nt. 909). Tenendo conto della presenza del tema della “sede”, che è la sede romana, Barbariccia – “decurio” e “gran proposto” dei dieci demoni (Inf. XXII, 74, 94, 123) – non può non ricordare il “buon Barbarossa, / di cui dolente ancor Milan ragiona”, come afferma in Purg. XVIII, 118-120 l’abate di San Zeno a Verona che visse sotto il suo impero (l’accostamento tra il capo della decina dei Malebranche e l’imperatore fu già del Torraca).

■ All’apertura del quinto sigillo i santi chiamano affinché la giustizia divina vendichi il loro sangue: rattristati fino alla disperazione per i mali che invadono la Chiesa, chiedono a gran voce che venga fatta immediata vendetta contro i carnali del quinto tempo che dispregiano Cristo e i suoi. Tuttavia viene detto loro di quietarsi e di aspettare le cose grandi che avverranno all’inizio del sesto stato, allorché saranno rivelati segreti fino allora chiusi e si rinnoveranno i gloriosi martìri in modo che il numero degli eletti venga completato (Ap 6, 9-11). I Malebranche non sono, grottescamente, estranei a tale sentimento. Chinano i loro uncini sul poeta per accoccargli un colpo sul groppone, ma vengono trattenuti da Malacoda (Inf. XXI, 100-102). I “maladetti” (cfr. Ap 5, 1) invitano Rubicante a scuoiare lo sciagurato Ciàmpolo ma vengono fermati per intervento di Virgilio, pregato da Dante di fare in modo di conoscerne il nome. Poco dopo, però, Libicocco, ritenendo di aver atteso troppo  – “troppo avem sofferto” – gli porta via con l’uncino “un lacerto” del braccio (Inf. XXII, 40-42, 70-72; cfr. Ap 22, 15). Anche Draghignazzo insorge, ma li calma lo sguardo minaccioso di Barbariccia (l’espressione “rappaciati” rinvia alla “pace” data al quinto stato, incentivo ai vizi: prologo, Notabile IX).

Al barattiere navarrese, Ciàmpolo, vengono attribuiti altri temi del quinto stato: “I’ vidi, e anco ’l cor me n’accapriccia, / uno aspettar così (attendere è tema proprio del quinto sigillo, ad Ap 6, 11), com’ elli ’ncontra / ch’una rana rimane e l’altra spiccia (rimanere è tema della quinta guerra, ad Ap 12, 17)” (Inf. XXII, 31-33); Barbariccia lo ‘chiude’ con le braccia, cioè lo copre con le ali difendendolo dagli altri diavoli, mentre Virgilio gli rivolge le domande (vv. 58-63; all’apertura del quinto sigillo i santi sono sotto la protezione delle ali di Cristo; cfr. supra). Abbracciare in modo subdolo è proprio delle locuste che escono dal fumoso pozzo dell’abisso al suono della quinta tromba (Ap 9, 3), come pure addentare (Ap 9, 8) che nei versi è verbo connesso ai “raffi” dei Malebranche (Inf. XXI, 52; cfr. vv. 131, 138). Virgilio chiede a Ciàmpolo se conosca qualcuno sotto la pece che sia latino (risuona il tema della Chiesa latina, con riferimento è alla quinta guerra, ad Ap 12, 17). Ciàmpolo risponde che nel venire in su aveva lasciato un tale, frate Gomita di Gallura, che fu di un paese (la Sardegna) vicino all’Italia e si lamenta di non essere rimasto insieme con lui sotto la pece, lontano da unghie e uncini. Secondo Gioacchino da Fiore, la quinta persecuzione ebbe luogo per opera dei Saraceni in Mauritania e in Spagna nei confronti delle “reliquie” dei cristiani sotto la protezione della Chiesa romana, i quali lasciarono ai fedeli vicini molti e tristi gemiti (Ap 6, 9): Ciàmpolo nacque nel regno di Navarra, nella regione della “dolorosa rotta, quando / Carlo Magno perdé la santa gesta” (Inf. XXXI, 16-17); promette di far venire sopra la pece “Toschi o Lombardi”, nascosti sotto per timore dei Malebranche, procurando “a’ mia maggior trestizia” (Inf. XXII, 111).

Le parole del Navarrese (Inf. XXII, 97-105), che preludono al “nuovo ludo” con Alichino, fanno suonare grottescamente temi provenienti da Ap 5, 6-7, dove si tratta dell’apertura da parte di Cristo del libro segnato da sette sigilli. Qui il Figlio di Dio, centro mediatore della Chiesa, quasi sedendo nel mezzo della Trinità, dotato della pienezza della sapienza, della provvidenza e della grazia espressa dai sette spiriti che vengono “messi” nei loro influssi ed effetti (l’increato Spirito è in sé uno e semplice, ma viene detto settiforme nella sua partecipazione), “viene al Padre”, nel senso che fa venire noi al Padre oppure che, nel risorgere, rende a tutti noto ed evidente il suo essere Dio. Ciàmpolo, che rifà il verso parodiando il motivo del settiforme Spirito che viene messo, “seggendo in questo loco stesso”, promette che “per un ch’io son, ne farò venir sette”, ‘suffolando’ [2], ossia fischiando come quando un barattiere “si mette” fuori dalla pece e, in assenza della guardia dei diavoli, chiama i compagni (il ‘mettersi fuori’ dei barattieri deriva dall’“innotescentia”, cioè il rendersi noto o visibile di Cristo). Il blasfemo e grottesco parlare del Navarrese si fonda sul tema dell’unità e della molteplicità, e proprio in un ambito dove si insiste sulla varietà dei linguaggi: oltre ai “Toschi o Lombardi”, il barattiere ha poco prima riferito del “dir di Sardigna”, del quale non sono mai stanchi frate Gomita, “quel di Gallura”, e Michele Zanche di Logodoro.
[È da rilevare il particolare valore assunto, ad Ap 5, 6, dal ‘mettere’, a proposito del quale Olivi precisa non potersi affermare che qualcuno “metta sé stesso”, a meno di non intendere che a motivo dei medesimi effetti operati da tutta la Trinità, per i quali il Figlio e lo Spirito si dicono “messi”, si possa dire che la persona “metta sé stessa”. Sembrano da qui derivare l’affermazione di Ulisse “ma misi me per l’alto mare aperto” (Inf. XXVI, 100: il greco si è messo da solo in viaggio contro la provvidenza divina; il mare “aperto” è il “pelagus sacre Scripture”, il libro che verrà aperto da Cristo), o il “s’avea messi dinanzi da la fronte” nella caccia che l’arcivescovo Ruggieri fa con “Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi” (quasi una pessima Trinità, Inf. XXXIII, 31-33; cfr. ai vv. 55-56 il “si fu messo” del raggio di sole “nel doloroso carcere”) e, all’opposto, Beatrice nell’Eden che si mette dinanzi le sette virtù (Purg. XXXIII, 13). Dalla fiumana di luce dell’Empireo (che è il “fluvius” di Ap 22, 1, procedente dalla sede e da tutta la sostanza della Trinità, e designa dunque i doni dello Spirito che vengono comunicati ai beati) uscivano faville vive “e d’ogne parte si mettien ne’ fiori” (Par. XXX, 64-66) [3].]

■ Ciàmpolo non si contenta di parodiare l’increato Spirito di Cristo, uno e semplice, che siede nel mezzo, dal quale vengono messi in ogni terra i sette spiriti. Ha già interpretato l’esegesi della seconda guerra, condotta da Michele di cui si discute se sia l’arcangelo o uno degli spiriti degli ordini supremi che svolga lo stesso ufficio (Ap 12, 7), con le beffarde parole a proposito dell’essere frate Gomita, barattiere di Gallura, “ne li … offici … non picciol, ma sovrano”, rimanendo in tema per il fatto che costui non si senta mai stanco di parlare sardo con “donno Michel Zanche” (Inf. XXII, 86-90; gli stessi temi tornano con frate Alberigo nella Tolomea, che cita il barattiere dall’angelico nome in Inf. XXXIII, 142-147). Anche l’ironico “ciascun se ne loda” (Inf. XXII, 84), riferito ai nemici del suo signore che frate Gomita ebbe in mano e che liberò per denaro, trova corrispondenza con la lode che al termine della seconda guerra viene elevata dai santi e dai beati dopo che il diavolo è stato gettato a terra (Ap 12, 10). Ciàmpolo definisce il “latino” frate Gomita “vasel d’ogne froda” (v. 82), parodia delle reliquie rimaste nel gran vaso vinario, un tempo tutto purissimo, della Chiesa latina nel suo quinto periodo (Ap 12, 17). Da notare che la Sardegna, qui come altrove, concorda fonosimbolicamente con Sardis, il nome della quinta chiesa d’Asia.

I medesimi temi, propri del quinto stato, si possono trovare in numerosi luoghi della Commedia.
Quella che nel poema è forse la più vasta zona dedicata al quinto stato inizia sulla montagna con il pigro liutaio Belacqua (Purg. IV, 97-135), prosegue con i negligenti morti per violenza (Purg. V) e raggiunge l’acme nella valletta descritta in Purg. VII e VIII. L’apertura della porta del purgatorio (la “porta di san Pietro”, Purg. IX, 130 sgg.) segna l’inizio del sesto stato, che a sua volta si articola nei sette gironi corrispondenti a uno stato (con la compresenza di temi di tutti gli altri stati).
Limitando il confronto a parte dell’episodio della cosiddetta valletta dei principi negligenti, si può osservare come ‘sedere’ (prologo, Notabile XII), ‘attendere’ (Ap 6, 9-11: quinto sigillo), ‘scendere’ (la “condescensio” tipica del quinto stato), ‘di sotto’, ‘star giù’ (quinto sigillo), ‘costa’ (prologo, Notabile VII), ‘rimanere’ (Ap 12, 17: quinta guerra), ‘raccogliersi’ (prologo, Notabile V) sono temi significati da parole-chiave in parte già registrate nella bolgia dei barattieri. La negligenza è rimproverata a Sardi, la torpida quinta chiesa d’Asia smarrita e tardiva nel pentimento (Ap 3, 3).
Nella valletta dei principi, Dante, Virgilio e Sordello attendono il nuovo giorno. Lì si dimora e si aspetta come le anime sotto l’altare all’apertura del quinto sigillo (Ap 6, 9). I principi negligenti cantano il “Salve Regina” in uno scenario di erba e di colori dove l’unico odore incognito e indistinto che promana da mille profumi soavi riprende il tema della “regina aurea veste unitive caritatis ornata”, cioè della Chiesa nel principio “bello” del quinto stato, ornata di una veste aurea per la carità che unisce e circondata dalla varietà nei vari doni e nelle varie grazie delle diverse membra (Ap 2, 1; Purg. VII, 79-83).
L’inizio di Purg. VIII si svolge in un’atmosfera di attesa. Il pellegrino viene frenato (‘punto’, con riferimento alle locuste della fase finale del quinto stato: Ap 9, 5-6) nel suo cammino dai ricordi e le anime attendono qualcosa guardando in su, dopo che una di loro ha intonato il “Te lucis ante”, con cui si invoca l’aiuto contro le tentazioni notturne. Questo attendere è tema proprio del quinto sigillo (ai santi in attesa vengono date le “bianche stole”: cfr. Purg. VIII, 74), e si risolve nella discesa dall’alto di due angeli verdi e con le spade infuocate ma tronche e private delle punte, che mettono in fuga dalla valle il serpente. Essi scendono “a guardia de la valle”, a protezione delle anime ivi raccolte, come all’apertura del quinto sigillo le anime stanno sotto l’altare, protette dalle ali divine (Ap 6, 9). Il doloroso dramma dei barattieri che si proteggono sotto la pece si è trasformato nello star sotto le ali della gloria di Cristo.

[1] Nei versi 1-24 di Inf. XXII sono disseminati segni (parole-chiave) che rinviano a significati presenti nell’esegesi non riferibili al quinto stato. Si tratta di tematiche variate, in modo più o meno intenso, in altri luoghi del poema: campo … campar (il campo del mondo nel quale Cristo uscì vittorioso: vv. 1, 21; Ap 12, 6); partir per loro scampo … compagnia (l’ingiunzione di abbandonare Babilonia per non essere compartecipi delle sue colpe: vv. 3, 14; Ap 18, 4); nave a segno … stella … fanno segno / a’ marinar (l’esegesi di Gioacchino da Fiore su Genesi 1, 14 collazionato con
Ap 12, 14: vv. 12, 19-20); l’arcoalleggiar (il lieve e caritatevole piegarsi ad arco di Francesco verso le miserie umane: vv. 20, 22; Ap 10, 1); li diece (demoni) (le dieci persecuzioni principali: v. 13; Ap 2, 10).

[2] ‘Insufflare’ è verbo appropriato allo Spirito che fa rivivere (cfr. Ap 7, 1).

[3] Da notare, ad Ap 5, 6, Cristo definito, a motivo dei sette stati della Chiesa, “rex quasi septem regnorum, tum propter septem etates in suo regno contentas, tum propter septem perfectiones exemplares et causales et correspondentes propriis et perfectivis donis septem statuum ecclesie”. Virgilio chiede a Catone: “Lasciane andar per li tuoi sette regni” (Purg. I, 82). Ed è da ricordare quanto si afferma a Convivio IV, xxviii, 15: “E quale uomo terreno più degno fu di significare Dio che Catone? Certo nullo”.

 

5. Gara e zuffa tra locuste

All’esegesi di Ap 9, 1-2 (quinta tromba) rinvia l’oscura bolgia dei barattieri dove Ciàmpolo, saltando nella pece bollente, si scioglie dalla poco severa sorveglianza del “preposto” Barbariccia (grottesca controfigura del Barbarossa), come i sudditi si liberano dal freno dei rilassati prelati che dovrebbero governarli (Inf. XXI, 4-6; XXII, 121-126; cfr. Ap 12, 3).
È proprio del quinto stato discendere, declinare (prologo, Notabile III), avere una “costa” (Notabile VII, allusione alla costola sottratta ad Adamo che Dio, creando Eva, riempì di “pietas condescensionis” rispetto all’ardua vita del contemplativo e solitario precedente quarto stato). Anche questi temi sono utilizzati per descrivere i Malebranche. Essi “chinavan li raffi” verso Dante con l’intento di accoccaglieli sul groppone (Inf. XXI, 100-101). Alichino – nome che contiene in sé il tema del chinare, mentre le ali, come quelle delle locuste, non sono disposte ad alto e lungo volo – propone a Ciàmpolo (che si era detto pronto a buttarsi nella pece per far venire su sette compagni di pena) un “nuovo ludo”: se il Navarrese si getterà nella pece (“Se tu ti cali”), non gli correrà dietro di galoppo ma volando; per questo invita gli altri a lasciare il “collo”, ossia l’orlo dell’argine che sovrasta la pece della quinta bolgia, per ritirarsi verso la parte opposta (l’altra costa”) più bassa, da cui si scende nella sesta bolgia, in modo da restare nascosti dalla ripa (Inf. XXII, 112-117). L’espressione di Alichino “sia la ripa scudo” è variante del tema dello stare nascosti sotto la protezione di Cristo presente all’apertura del quinto sigillo (Ap 6, 9). Nel proporre la gara a Ciàmpolo, Alichino “non si tenne” (v. 111): il verbo tenere designa il potere di Cristo che “tiene” nella mano destra le sette stelle, cioè tutte le chiese presenti e future (cfr. Ap 2, 1); è tipico degli zelanti pastori che ‘tengono’, ossia governano, il gregge.
Ciàmpolo, saltando come una locusta che prima aderisce a terra, si libera dei Malebranche:
“Lo Navarrese ben suo tempo colse; / fermò le piante a terra, e in un punto / saltò e dal proposto lor si sciolse” (vv. 121-123; Ap 9, 3). Il “punto” è segno del sesto stato, di novità, libertà e distacco rispetto ai precedenti momenti (prologo, Notabile VIII). Alichino, l’altra locusta, non ha ali adatte al volo: “Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto / non potero avanzar”, mentre il dannato va sotto la pece come l’anatra “giù s’attuffa” all’appressarsi del falcone (vv. 127-132).
I diavoli-prelati
si mostrano compunti per la beffa, crucciati e irati: rappresentano le qualità delle crudeli, irose e pungenti locuste che inoculano il rimorso della coscienza (Ap 9, 5-6) e sono pronte  alla rissa (Ap 9, 7), per cui Calcabrina, “invaghito / che quei campasse”, si azzuffa con Alichino. Alla fine amendue / cadder nel mezzo del bogliente stagno” (vv. 140-141), come detto ad Ap 19, 20 della bestia e del suo pseudoprofeta: “vivi missi sunt hii duo in stagnum ardentis ignis sulphure”.
I motivi del discendere e della costa (prologo, Notabile VII) segnano ancora la fine dell’episodio: una volta che Alichino e Calcabrina si sono azzuffati cadendo nella pece bollente, Barbariccia, il “decurio” della schiera dei Malebranche, invia quattro dei suoi perché volino “da l’altra costa” e, discendendo, porgano gli uncini verso gli invischiati (vv. 145-150) [1].

[1] Nella terzina: «Ed elli a me: “Non vo’ che tu paventi; / lasciali digrignar pur a lor senno, / ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti”» (Inf. XXI, 133-135), la variante lesi, per quanto registrata  a partire dal terzo decennio di trasmissione, non è inaccettabile (Petrocchi) ma ammissibile in quanto il verbo laedere fa parte della semantica di Ap 2, 10-11 presente nel primo verso della terzina: “Non vo’ che tu paventi … Nichil  horum timeas que passurus es”. Se lessi è termine raro che compare per la prima volta in Dante, apparentemente più consono al contesto, lesi, che ha un precedente a Inf. XIII, 47, si lega a dolenti in quanto riferito al dolore di coloro che incorrono nella “seconda morte” (cfr. Inf. I, 115-117).

 

Tab. VI

[LSA, prologus, Notabile XIII] In quinto vero tempore fuerunt spiritualiores monachi quasi aves volantes, clerici vero gentibus commixti fuerunt quasi pisces in aquis (cfr. Gn 1, 20-21). In hac autem die primo dictum est: “Crescite et multiplicamini” et cetera (Gn 1, 22), quia numquam in preteritis temporibus sic monasteria vel ecclesie in tali vita, que conveniret pluribus, ordinate fuere quomodo in tempore quinto, quia non tantum clericorum et monachorum, verum etiam ecclesiarum et monasteriorum que sunt propagata in tempore quinto in hac occidentali ecclesia colligere numerum non est facile. Unde quamvis vita monachorum quarti temporis fuerit clarior, non tamen fecundior nec sic habens sensum vivum et tenerum pietatis. Aves enim et pisces prehabundant in sensu luminaribus celi. Attamen notandum quod in quinta die creata sunt munda pariter et immunda. Sunt enim pisces secundum legem mundi et immundi, avesque similiter*

*Cfr. Concordia, V 1, c. 13; Patschovsky 3, p. 561, 10-11; p. 563, 4-15; p. 565, 3-4 (Olivi sintetizza più passi di Gioacchino, è comunque sua l’espressione nec sic habens sensum vivum et tenerum pietatis).

Inf. XXII, 19-21, 25-26, 31-36, 96, 130-131, 139

Come i dalfini, quando fanno segno
a’ marinar con l’arco de la schiena
che s’argomentin di campar lor legno

E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso
stanno i ranocchi pur col muso fuori

I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,
uno aspettar così, com’ elli ’ncontra    6, 11
ch’una rana rimane e l’altra spiccia;     12, 17
e Graffiacan, che li era più di contra,

li arruncigliò le ’mpegolate chiome
e trassel sù, che mi parve una lontra.

disse: “Fatti ’n costà, malvagio uccello!”.

non altrimenti l’anitra di botto,
quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa

Ma l’altro fu bene sparvier grifagno

[LSA, prologus, Notabile XII, Vus status] Quintus vero status pluribus ex causis debuit diu durare. Prima est quia eius condescensio potuit in multitudine diutius perdurare tamquam eius infirmitati proportionalis. […] Sexta, secundum Ioachim, est quia quintus status post quattuor animalia, id est post quattuor ordines perfectorum, tenuit typum generalis sedis, et ideo debuit in multitudine habundare 1.

[LSA, prologus, Notabile IX; Vus status] Et ideo quia quintus status et septimus huius vite pre ceteris erant temporali pace fruituri, ideo in signum quod huiusmodi pax est sepe occasio inundantie peccatorum et penurie virtutum, solos paucos quinte ecclesie dicit esse incoinquinatos et sanctos (cfr. Ap 3, 4), et septimam ecclesiam increpat de nimia presumptione bonorum et de enormi carentia ipsorum (cfr. Ap 3, 17).

[LSA, cap. VI, Ap 6, 9.11 (IIa visio, apertio Vi sigilli)] Secundo responditur executionem predicte iustitie debere differri propter complendum numerum electorum et quia interim sufficit sanctis glorificatio animarum suarum, ibi: “Et date sunt illis” et cetera (Ap 6, 11). Secundum hoc ergo, per “animas interfectorum” “subtus altare Dei” visas intelliguntur anime priorum martirum et etiam ceterorum sanctorum, qui per fortem penitentiam crucifixerunt et occiderunt vitia et concupiscentias carnis. “Altare” autem “Dei” est crux et passio Christi, vel Christus crucifixus vel veritas fidei eius. Nam super hoc nos et nostra bona offerimus Deo Patri.
Dicuntur autem stare sub hoc altari, tum quia vere sunt sub Christo et eius passione et veritate sue fidei et reverentur eam tamquam superiorem, tum quia a Christo et a sue passionis merito proteguntur et custodiuntur, tum quia sub alis sue glorie stant absconse nobis et malis huius mundi quasi infra Christum et sub Christo sepulte, tum quia ob huius altaris fidei devotionem et ad eius imitationem immolate sunt, unde dicit: “animas interfectorum propter verbum Dei”, id est propter predicationem seu confessionem fidei eius factam verbo vel facto. Vel “propter verbum”, id est preceptum, “Dei”, quod in se implebant. “Et testimonium quod habebant”, id est propter testificationem Dei et sue fidei, quam in sua confessione et predicatione habebant, et etiam in corde et opere. […]
Deinde subduntur duo propter que iudicium hoc debet convenienter differri ad tempus.
Primum est sufficiens glorificatio animarum sanctarum, unde subdit (Ap 6, 11): “Et date sunt illis singule stole albe”. Duas quidem stolas albas, id est glorias et quasi vestes gloriosas, sunt habiture, quarum prima et principalissima est in anima, secunda vero erit in earum corpore. De prima ergo loquitur hic.
Secundum est numerus sanctorum martirum et electorum adhuc complendus et nondum completus. Unde subdit: “Et dictum est illis ut requiescerent”, scilicet in gloria preaccepta, “tempus adhuc modicum”, quasi dicat: non multo tempore, sed modico, volo vos expectare hoc iudicium, nec cum aliquo labore vestri, sed cum pura requie et pace quam dedi vobis, “donec impleantur”, id est ad plenum compleantur, “conservi eorum et fratres <eorum>, qui interficiendi sunt sicut et illi”.
Referendo autem ista ad medium quinti status, designatur plures pro libertate ecclesie ab imperatoribus theutonicis esse afflictos, et plures pro spiritali puritate monastice vel canonice religionis a concanonicis seu a conregularibus esse graviter persecutos. Unde Ioachim, libro III° Concordie agens de apertione quinti sigilli, dicit eam inchoatam a diebus Zacharie pape, quando ceperunt reges Franchorum romanum imperium obtinere. Sicut autem rex Babilonis qui fuit tempore Ezechie, quem per concordiam respicit Zacharias papa, fuit amicus Ezechie, sic primi reges Franchorum non minus fuerunt amici pontificum romanorum; sed sicut circa finem surrexit alius rex in Babilonia per quem valde humiliata est superbia Iherusalem, sic a diebus <Henrici> primi Alamannorum imperatoris quibusdam intricatis questionibus angustiatur ecclesia. Unde et sub apertione quinti sigilli dictum est: “Vidi sub altar<e> Dei animas interfectorum” et cetera. Dictum est hoc de illis innocentibus, qui occiduntur in sinu matris ecclesie a filiis huius mundi, sive quia nolunt separari a sinu matris ecclesie, sive quia sic creduntur incorporari ut nequeant separari, et aliqui, ne faciant irritum iuramentum et primam fidem, magis eligant mori in simplicitate et trucidari a militibus adverse partis. Et tales quidem martires multos assidue lucratur ecclesia2. Item libro IIII° tangit plura que a diversis imperatoribus theutonicis passa est ecclesia, et precipue a generatione XXXVIIa et deinceps3. Item idem, supra Apocalipsim exponens apertionem huius quinti sigilli, dicit quod «sicut prima persecutio ecclesie concitata est in Iudea, secunda Rome, tertia in Grecia, quarta in Arabia, ita quinta persecutio est in Mauritania et in Ispaniis orta. Fuerunt enim ibi, et sunt usque hodie, reliquie christianorum sub fide et protectione sancte romane ecclesie e quibus, ut sepe relatum est nobis, multi sunt a Sarracenis occisi magnum tristitie gemitum vicinis fidelibus relinquentes»4.

1 Concordia, III 1, c. 2; Patschovsky 2, p. 209, 4-19.

2 Concordia, III 2, c. 5; Patschovsky 2, pp. 330, 6 – 332, 12 (citazione abbreviata).

Cfr. Concordia, IV 1, cc. 29, 33-38; Patschovsky 2, pp. 441-445, 448-455.

4 Expositio, pars II, f. 116rb-va.

Inf. XXI, 19-21, 39-40, 46-49, 52-60, 88-90, 118-120, 130-132

I’ vedea lei, ma non vedëa in essa
mai che le bolle che ’l bollor levava,
e gonfiar tutta, e riseder compressa.

Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche
a quella terra, che n’è ben fornita

Quel s’attuffò, e tornò sù convolto;
ma i demon che del ponte avean coperchio,
gridar: “Qui non ha loco il Santo Volto!
qui si nuota altrimenti che nel Serchio!”

Poi l’addentar con più di cento raffi,
disser: “Coverto convien che qui balli,
sì che, se puoi, nascosamente accaffi”.
Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli
fanno attuffare in mezzo la caldaia
la carne con li uncin, perché non galli.
Lo buon maestro “Acciò che non si paia
che tu ci sia”, mi disse, “giù t’acquatta
dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia …”

E ’l duca mio a me: “O tu che siedi
tra li scheggion del ponte quatto quatto,

sicuramente omai a me ti riedi”.

“Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina”,
cominciò elli a dire, “e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la decina”.

Se tu se’ sì accorto come suoli,
non vedi tu ch’e’ digrignan li denti
e con le ciglia ne minaccian duoli?

[LSA, cap. IX, Ap 9, 8 (IIIa visio, Va tuba)] Pro quinta (proprietate locustarum) dicit: “Et dentes e<a>rum sicut dentes leonum erant”, tum per crudelitatem detractionum vitam et famam alienam corrodentium et precipue suorum emulorum, tum propter impiam rapacitatem temporalium.

Inf. XXII, 19-33, 64-69, 76-78, 100-102, 109-111, 116-117, 127-132

Come i dalfini, quando fanno segno
a’ marinar con l’arco de la schiena
che s’argomentin di campar loro legno,
talor così, ad alleggiar la pena,
mostrav’ alcun de’ peccatori ’l dosso
e nascondea in men che non balena.
E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso
stanno i ranocchi pur col muso fuori,
sì che celano i piedi e l’altro grosso,
sì stavan d’ogne parte i peccatori;
ma come s’appressava Barbariccia,
così si ritraén sotto i bollori.
I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,
uno aspettar così, com’ elli ’ncontra
ch’una rana rimane e l’altra spiccia     12, 17

Lo duca dunque: “Or dì: de li altri rii
conosci tu alcun che sia latino             12, 17
sotto la pece?”. E quelli: “I’ mi partii,
poco è, da un che fu di là vicino.
Così foss’ io ancor con lui coperto,
ch’i’ non temerei unghia né uncino!”.

Quand’ elli un poco rappaciati fuoro,
a lui, ch’ancor mirava sua ferita,
domandò ’l duca mio sanza dimoro:

ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
sì ch’ei non teman de le lor vendette;
e io, seggendo in questo loco stesso ……

Ond’ ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia,
rispuose: “Malizioso son io troppo,
quand’ io procuro a’ mia maggior trestizia”.

Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo,
a veder se tu sol più di noi vali.

Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto
non potero avanzar; quelli andò sotto,
e quei drizzò volando suso il petto:
non altrimenti l’anitra di botto,
quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa,
ed ei ritorna sù crucciato e rotto.

Inf. VII, 103-108, 117-118

L’acqua era buia assai più che persa;
e noi, in compagnia de l’onde bige,
intrammo giù per una via diversa.
In la palude va c’ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand’ è disceso
al piè de le maligne piagge grige.

e anche vo’ che tu per certo credi
che sotto l’acqua è gente che sospira

Inf. XVI, 46-47

S’i’ fossi stato dal foco coperto,
gittato mi sarei tra lor di sotto 

Inf. XXIV, 46-48

“Omai convien che tu così ti spoltre”,
disse ’l maestro; “ché, seggendo in piuma,
in fama non si vien, né sotto coltre …”

Inf. XXVII, 40-42

Ravenna sta come stata è molt’ anni:
l’aguglia da Polenta la si cova,
sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni. 

Inf. XXXI, 122; XXXII, 16-17

mettine giù, e non ten vegna schifo

Come noi fummo giù nel pozzo scuro
sotto i piè del gigante assai più bassi 

Inf. XXXIV, 112-115, 133-134

E se’ or sotto l’emisperio giunto
ch’è contraposto a quel che la gran secca
coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto
fu l’uom che nacque e visse sanza pecca

Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo      3, 12

[LSA, prologus, Notabile V; Vus status] Quia vero ecclesia Christi usque ad finem seculi non debet omnino extingui, ideo oportuit eam in quibusdam suis reliquiis tunc specialiter a Deo defendi et in unam partem terre recolligi, qua nulla congruentior sede Petri et sede romani imperii, que est principalis sedes Christi. Ideo in quinto tempore, quod cepit a Karolo, facta est defensio et recollectio ista, tuncque congrue instituta est vita condescensiva, ut nequeuntibus in arduis perdurare daretur locus gratie in mediocri statu.

[LSA, prologus, Notabile XII, Vus status] Quintus vero status pluribus ex causis debuit diu durare. Prima est quia eius condescensio potuit in multitudine diutius perdurare tamquam eius infirmitati proportionalis. […] Sexta, secundum Ioachim, est quia quintus status post quattuor animalia, id est post quattuor ordines perfectorum, tenuit typum generalis sedis, et ideo debuit in multitudine habundare.

[LSA, cap. VI, Ap 6, 9.11 (IIa visio, apertio Vi sigilli)] Secundo responditur executionem predicte iustitie debere differri propter complendum numerum electorum et quia interim sufficit sanctis glorificatio animarum suarum, ibi: “Et date sunt illis” et cetera (Ap 6, 11). Secundum hoc ergo, per “animas interfectorum” “subtus altare Dei” visas intelliguntur anime priorum martirum et etiam ceterorum sanctorum, qui per fortem penitentiam crucifixerunt et occiderunt vitia et concupiscentias carnis. “Altare” autem “Dei” est crux et passio Christi, vel Christus crucifixus vel veritas fidei eius. Nam super hoc nos et nostra bona offerimus Deo Patri.
Dicuntur autem stare sub hoc altari, tum quia vere sunt sub Christo et eius passione et veritate sue fidei et reverentur eam tamquam superiorem, tum quia a Christo et a sue passionis merito proteguntur et custodiuntur, tum quia sub alis sue glorie stant absconse nobis et malis huius mundi quasi infra Christum et sub Christo sepulte, tum quia ob huius altaris fidei devotionem et ad eius imitationem immolate sunt, unde dicit: “animas interfectorum propter verbum Dei”, id est propter predicationem seu confessionem fidei eius factam verbo vel facto. Vel “propter verbum”, id est preceptum, “Dei”, quod in se implebant. “Et testimonium quod habebant”, id est propter testificationem Dei et sue fidei, quam in sua confessione et predicatione habebant, et etiam in corde et opere. […]
Deinde subduntur duo propter que iudicium hoc debet convenienter differri ad tempus.
Primum est sufficiens glorificatio animarum sanctarum, unde subdit (Ap 6, 11): “Et date sunt illis singule stole albe”. Duas quidem stolas albas, id est glorias et quasi vestes gloriosas, sunt habiture, quarum prima et principalissima est in anima, secunda vero erit in earum corpore. De prima ergo loquitur hic.
Secundum est numerus sanctorum martirum et electorum adhuc complendus et nondum completus. Unde subdit: “Et dictum est illis ut requiescerent”, scilicet in gloria preaccepta, “tempus adhuc modicum”, quasi dicat: non multo tempore, sed modico, volo vos expectare hoc iudicium, nec cum aliquo labore vestri, sed cum pura requie et pace quam dedi vobis, “donec impleantur”, id est ad plenum compleantur, “conservi eorum et fratres <eorum>, qui interficiendi sunt sicut et illi”.

[LSA, cap. II, Ap 2, 1 (Va ecclesia)] Vocatur autem congrue hec ecclesia Sardis, id est principium pulchritudinis, tum quia in suis paucis incoinquinatis habet singularem gloriam pulchritudinis, quia difficillimum et arduissimum est inter tot suorum luxuriantes se omnino servare mundum; tum quia primi institutores quinti status fuerunt in se et in suis omnis munditie singulares zelatores, suorumque collegiorum regularis institutio, diversa membra et officia conectens et secundum suas proportiones ordinans sub regula unitatis condescendente proportioni membrorum, habet mire pulchritudinis formam toti generali ecclesie competentem, que est sicut regina aurea veste unitive caritatis ornata et in variis donis et gratiis diversorum membrorum circumdata varietate.

Purg. VII, 67-69, 82-93, 115-117

“Colà”, disse quell’ ombra, “n’anderemo
dove la costa face di sé grembo;                  Not. VII
e là il novo giorno attenderemo”.

Salve, Regina ’ in sul verde e ’n su’ fiori
quindi seder cantando anime vidi,
che per la valle non parean di fuori.
“Prima che ’l poco sole omai s’annidi”,
cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti,
“tra color non vogliate ch’io vi guidi.
Di questo balzo meglio li atti e ’ volti
conoscerete voi di tutti quanti,
che ne la lama giù tra essi accolti.
Colui che più siede alto e fa sembianti
d’aver negletto ciò che far dovea,                   3, 3
e che non move bocca a li altrui canti …”

e se re dopo lui fosse rimaso                           12, 17
lo giovanetto che retro a lui siede,

ben andava il valor di vaso in vaso

Purg. XI, 127-129

E io: “Se quello spirito ch’attende,
pria che si penta, l’orlo de la vita,
qua giù dimora e qua sù non ascende …”.

Purg. VIII, 22-27, 37-39, 46-48, 61-66, 73-75, 106-110

Io vidi quello essercito gentile
tacito poscia riguardare in sùe,
quasi aspettando, palido e umìle;
e vidi uscir de l’alto e scender giùe    Not. VII
due angeli con due spade affocate,

tronche e private de le punte sue.

“Ambo vegnon del grembo di Maria”,
disse Sordello, “a guardia de la valle,
per lo serpente che verrà vie via”.

Solo tre passi credo ch’i’ scendesse,
e fui di sotto, e vidi un che mirava
pur me, come conoscer mi volesse.

E come fu la mia risposta udita,
Sordello ed elli in dietro si raccolse
come gente di sùbito smarrita.                 3, 3
L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse

che sedea lì, gridando: “Sù, Currado!
vieni a veder che Dio per grazia volse”.

Non credo che la sua madre più m’ami,
poscia che trasmutò le bianche bende,
le quai convien che, misera!, ancor brami.

Sentendo fender l’aere a le verdi ali,
fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta,
suso a le poste rivolando iguali.
L’ombra che s’era al giudice raccolta
quando chiamò ………………………

Tab. VII

[LSA, cap. V, Ap 5, 6-7 (radix IIe visionis)] Deinde ostenditur quomodo Christus aperuit librum. Primo tamen describitur virtus eius ad aperiendum. Ubi primo ostenditur quod ipse est totius ecclesie mediator et quasi centrale medium ad quod tota spera ecclesie et omnes linee electorum suorum aspiciunt sicut ad medium centrum. Unde ait (Ap 5, 6): “Et vidi”, scilicet hoc quod sequitur, “et ecce in medio troni”, id est totius ecclesie; “et in medio quattuor animalium”, id est quattuor ordinum, scilicet apostolorum, martirum, confessorum, virginum; “et in medio seniorum”, id est sanctorum patrum quattuor ordin<ibus> presidentium. Vel “in medio troni”, id est in medio sancte Trinitatis, tamquam persona media sedens in eadem maiestate trium personarum quasi in eadem sede; “et in medio quattuor animalium”, id est vite et doctrine evangelice per quattuor evangelistas conscripte. Numquam enim recessit a medio alicuius virtutis aut veritatis, immo stetit semper in intimo medio. “Et in medio seniorum”, scilicet primorum patrum et doctorum legis, quasi eis subiectus et tamquam eorum filius, unde ad Galatas IV° dicitur (Gal 4, 4-5): “factus sub lege, ut eos qui sub lege erant redimeret”. “Exinanivit” enim “se formam servi accipiens”, prout dicitur ad Philippenses II° (Ph 2, 7); stetit etiam “in medio” discipulorum “sicut qui ministrat”, prout dicitur Luche XXII° (Lc 22, 27).
Secundo ostenditur quod tamquam summe innocens est pro nobis occisus, cum subdit: “Agnum stantem tamquam occisum”. In agno enim innocentia designatur, agnus etiam pro peccato immolabatur. Tertio ostenditur habere universalem plenitudinem triumphalis et regie potestatis, cum subditur: “habentem cornua septem”. Per cornu enim in scripturis designatur regia potestas, unde et infra XVII° dicitur quod “decem cornua sunt decem reges” (Ap 17, 12). Dicit autem “septem”, tum quia per septenarium universitas designatur, tum propter septem status ecclesie quorum Christus est rex quasi septem regnorum, tum propter septem etates in suo regno contentas, tum propter septem perfectiones exemplares et causales et correspondentes propriis et perfectivis donis septem statuum ecclesie.
Quarto ostenditur habere universalem plenitudinem sapientie et providentie et spiritualis fontalitatis omnis gratie ad universa regenda, cum subditur: “et oculos septem, qui sunt septem spiritus Dei missi in omnem terram”. “Oculi” vocantur propter intelligentiam omnium visivam, “spiritus” vero propter subtilem et spiritualem et agilem naturam et efficaciam. Licet autem increatus spiritus Christi sit in se unus et simplex, dicitur tamen esse “septem spiritus” propter septiformitatem septem donorum suorum et septem statuum, in quibus participatur et quibus secundum eorum partialem seu particularem proportionem assistit, ac si esset in eis partitus et particulatus.
Mittuntur autem in suis effectibus et influxibus. Nomen autem missionis docet hic sumi spiritum Christi pro persona Spiritus Sancti, quia mittere proprie in divinis magis spectat ad personam producentem. Nullus enim plene proprie dicitur mittere se ipsum, quamvis propter eosdem effectus a tota <trinitate> factos, propter quos Filius vel Spiritus Sanctus dicuntur mitti, possit persona missa dici mittere se ipsam. Nota autem quod licet Christus homo hoc habuit a primo instanti incarnationis, quantum tamen ad evidentiam et executionem congruam habuit hoc a tempore resurrectionis et ascensionis, propter quod Matthei ultimo, iam resuscitatus, dicit: “Data est michi omnis potestas” (Mt 28, 18). Et hec est causa quare hic postquam Iohannes dixit eum occisum, non dixit eum resurrexisse, quia per septem cornua et per septem oculos et spiritus hoc significavit.
Ostenso igitur ex quattuor predictis quod dignus et potens est nobis aperire librum, et etiam quod hoc est officii sui tamquam nostri mediatoris et redemptoris ac regis et gubernatoris, ostendit quomodo aperuit subdens (Ap 5, 7): “Et venit et accepit de dextera sedentis in trono librum”. Christus venit ad esse humanum et ad personale esse Verbi intimum Deo Patri quando fuit incarnatus. Nam Christus in quantum Deus non venit ad Patrem, quia in quantum Deus est semper ab eterno sibi presens et intimus nec unquam ab eo elongatus, nisi forte dicatur venire quando habitans in nobis facit nos venire ad Patrem. Quantum autem ad evidentiam et inno<te>scentiam, venit ad Patrem quando resurrexit et ascendit in celum et quando per effectuum evidentiam clare apparuit esse Deus Dei Filius et Dominus omnium; sic etiam quantum ad evidentiam accepit tunc librum a Patre, id est totam sapientiam Dei et omnium.

Inf. XXII, 97-105

“Se voi volete vedere o udire”,
ricominciò lo spaürato appresso,
“Toschi o Lombardi, io ne farò venire;
ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
sì ch’ei non teman de le lor vendette;
e io, seggendo in questo loco stesso,
per un ch’io son, ne farò venir sette
quand’ io suffolerò, com’ è nostro uso

di fare allor che fori alcun si mette”.

Purg. I, 82

Lasciane andar per li tuoi sette regni

Purg. XXXIII, 13

Poi le si mise innanzi tutte e sette

[LSA, cap. VII, Ap 7, 1 (IIa visio, apertio VIi sigilli)] Item per hos quattuor ventos intelliguntur omnes spirationes Spiritus Sancti, secundum illud Ezechielis XXXVII°: “A quattuor ventis veni, spiritus, et insuffla super interfectos istos et reviviscant” (Ez 37, 9).

Inf. IV, 23-24; XXVI, 100, 127-128; XXXIII, 31-33, 55-56; Par. XXX, 64-66

Così si mise e così mi fé intrare
nel primo cerchio che l’abisso cigne.

ma misi me per l’alto mare aperto ……
Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte …………………….

Con cagne magre, studïose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s’avea messi dinanzi da la fronte. ……
Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere …………….

Di tal fiumana uscian faville vive,
e d’ogne parte si mettien ne’ fiori,
quasi rubin che oro circunscrive

[LSA, cap. XXII, Ap 22, 1 (VIIa visio)] “Et ostendit michi fluvium” […] Fluvius enim iste procedens a “sede”, id est a maiestate “Dei et Agni”, est ipse Spiritus Sanctus et tota substantia gratie et glorie per quam et in qua tota substantia summe Trinitatis dirivatur seu communicatur omnibus sanctis et precipue beatis, que quidem ab Agno etiam secun-dum quod homo meritorie et dispensative procedit.

 

6. Il bugiardo Malacoda  e le due contrastanti cronologie dell’inizio del viaggio

Le due porte aperte, quella dell’inferno e quella di Dite, fanno segno di due momenti della storia della salvezza: il primo avvento di Cristo nella carne, nel periodo di fondazione della Chiesa (primo stato della sesta età del mondo) e il secondo avvento nei suoi discepoli spirituali, al momento della renovatio universale (sesto stato), quando avviene il viaggio di Dante.
A proposito del numero del nome della bestia (DCLXVI: Ap 13, 18), Olivi cita l’interpretazione data da Gioacchino da Fiore (nell’Expositio in Apocalypsim) del numero sei e dei suoi derivati, in quanto numeri che colgono le cose temporali fatte nei sei giorni della creazione e amate dai figli di questo mondo: il tempo secolare da Adamo alla fine del mondo (DCLXVI); le sei età di questo mondo in cui la bestia regna (DC); i sei tempi della sesta età nei quali la bestia perseguita più atrocemente la Chiesa (LX); il sesto tempo della sesta età, cioè il tempo del regno dell’Anticristo in cui arde il furore della bestia (VI). Questi temi sono punti di riferimento nella quinta bolgia dei barattieri. Virgilio, per parlare con i diavoli, perviene sull’argine fra la quinta e la sesta bolgia, “e com’ el giunse in su la ripa sesta, / mestier li fu d’aver sicura fronte”, gli è cioè appropriato, con variazione in senso positivo, il motivo del portare sulla fronte il marchio della bestia o il suo nome o il numero del nome (Ap 13, 17), non però per confessare e magnificare in modo manifesto la potestà di questa, ma il “voler divino e fato destro” che lo rende sicuro da raffi e da runcigli (Inf. XXI, 64-66, 79-84; il tema della “fronte” è proprio, ad Ap 7, 3-4, dei segnati del sesto stato; cfr. Ap 9, 4). I Malebranche escono da sotto il ponticello “con quel furore e con quella tempesta / ch’escono i cani a dosso al poverello” (vv. 67-72), cioè con il furore con cui la bestia nel sesto stato della sesta età arde contro l’ordine evangelico fondato da Francesco, “poverel di Dio”.
Malacoda asserisce che “giace / tutto spezzato al fondo l’arco sesto”, e spiega che la via infernale fu interrotta a causa del terremoto verificatosi nel momento della morte di Cristo, dalla quale sono passati 1266 anni e un giorno meno cinque ore, come dice scandendo i numeri “sessanta” (sesta età) e “sei” (sesto tempo della sesta età): “Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’ otta, / mille dugento con sessanta sei / anni compié che qui la via fu rotta” (Inf. XXI, 106-114; le cinque ore che mancano alludono agli ultimi cinque mesi di tribolazione di cui ad Ap 9, 5).
Malacoda, bugiardo nell’affermare che “presso è un altro scoglio che via face”, che cioè passa sopra la sesta bolgia, dice il vero scandendo gli anni intercorsi tra la morte di Cristo (nell’anno 34 dall’Incarnazione, all’ora sesta o meridiana come detto in Convivio IV, xxiii, 10-11) e l’ora attuale (26 marzo 1300, alle sette antimeridiane). Tuttavia Virgilio, affermando alla fine del precedente canto che “già iernotte fu la luna tonda”, la quale non nocque ma giovò al discepolo “per la selva fonda” (Inf. XX, 127-129), ha indicato un’altra data,  coincidente con il plenilunio fissato dai calendari, cioè l’8 aprile (il plenilunio reale cadde il 4/5 aprile) [1]. Malacoda, che tra l’altro farcisce il suo parlare anche col numero degli anni della permanenza della donna nel deserto (1260; Ap 12, 6.14) [2], usa il computo tradizionale dei Padri della Chiesa, per cui Gesù è morto il 25 marzo dell’anno 34. Virgilio accenna invece all’anniversario della morte, celebrato l’8 aprile, il Venerdì Santo del 1300. La differenza fondamentale, nell’economia del poema e per la cronologia del viaggio, sta nella luna piena la quale, non avendo affatto un mero valore simbolico, si deve intendere che illuminò Dante nel “passo / che non lasciò già mai persona viva”, per poi condurlo fuori del “pelago” verso il colle illuminato già dai raggi del sole (Inf. I, 13-27). La parte iniziale del poema è fortemente segnata dai temi dell’angelo del sesto sigillo, che rimuove impedimenti e ingiunge di non nuocere (Ap 7, 1-2). L’angelo, che porta il sigillo del Dio vivente, cioè le stimmate, designa il secondo avvento di Cristo, non nella carne, ma nel suo Spirito. Si rinnovano la vita, la legge e le sofferenze di Cristo. Per cui Malacoda, nel suo scandire separatamente le cifre marchiandole in parte con i segni del numero del nome della bestia, calcola il tempo secondo la data storica della morte di Cristo nel suo primo avvento (che è poi l’unica che conosce per diretta esperienza del terremoto). Virgilio parla invece del nuovo Venerdì Santo che coincide con la commemorazione dell’antico e insieme con l’inizio della nuova passione di Cristo nello Spirito. Si potrebbe dire che il diavolo usa il senso letterale, il poeta pagano quello spirituale (che poi, per Dante, ha valore storico quanto la lettera). Discendendo verso il Flegetonte, giù per la “ruina” causata dal terremoto in morte di Cristo, spesso le pietre si muovono sotto i piedi del poeta, “per lo novo carco”, cioè sotto il peso di un corpo vivo (Inf. XII, 28-30), ma il ‘nuovo’ muoversi, quasi per nuovo terremoto, è anche indice del sesto stato, del secolo che si rinnova, del nuovo avvento di Cristo nei suoi discepoli spirituali, che con il viaggio di Dante ripercorre il primo avvento del Salvatore, quando, come afferma Virgilio, “in quel punto questa vecchia roccia, / qui e altrove, tal fece riverso” (vv. 44-45).
Il Limbo corrisponde alla sede divina prima dell’apertura da parte di Cristo del libro segnato da sette sigilli. Come questa apertura era desiderata e sospirata dagli antichi Padri, così lo è ora, nel secondo avvento; come all’apertura del sesto sigillo i segnati per milizia e privilegio precedono la turba innumerevole, così la schiera dei sommi cinque poeti coopta Dante, “sesto tra cotanto senno”; come nel sesto stato le genti saranno convertite “in spiritu magno et alto”, così nel nobile castello albergano gli “spiriti magni”, cioè le genti giuste, antiche (prima del Cristianesimo) e ‘moderne’ (i maomettani Avicenna, Averroè e il Saladino) in un processo della Redenzione ancora aperto che guarda a una nuova età di palingenesi e di conversione universale, che nel caso di Dante si realizza tramite la poesia.

[1] Sulla questione cfr. E. MOORE, Gli accenni al tempo nella Divina Commedia e loro relazione con la presunta data e durata della visione, vers. it. di C. Chiarini, Firenze 1900 (Biblioteca Critica della Letteratura Italiana diretta da F. Torraca; rist. anast., Roma 2007); G. INGLESE, in Dante Alighieri, Commedia. Revisione del testo e commento. Inferno, Roma 2007, pp. 51 (nt. a Inf. II, 1), 235 (nt. a Inf. XX, 129), 243-244 (nt. a Inf. XXI, 112-114). Le due indicazioni temporali, all’apparenza irrimediabilmente contrastanti, non lo sono se riferite la prima alla lettera recitata da Malacoda, la seconda al senso spirituale (anch’esso storico, non simbolico) del viaggio di Dante.
[2] Il riferimento al numero mistico 1260 esclude, al v. 113, la variante mille dugento un, ritenuta da Petrocchi “arbitrio di copisti per i quali Cristo era morto a 33 anni, e non a 34 come riteneva Dante (cfr. Conv. IV xxiii 10)”.

Tab. VIII

[LSA, cap. XIII, Ap 13, 18 (IVa visio, VIum prelium)] Ioachim autem dicit quod misticum significatum nominis eius non potest a nobis sciri vel exponi usquequo reveletur nomen ipsius. Oportet enim primo sciri quomodo iste numerus secundum litteram congruat nomini eius, ne spiritalis intellectus, qui sequitur, sit quasi inanis. Subdit tamen unum misterium huius numeri. Senarius enim numerus apprehendit temporalia, in sex diebus facta, que amant filii mundi huius. Numerus vero iste significat universitatem temporum secularium ab Adam usque ad finem huius bestie. Nam DC significant sex etates huius mundi, in quibus regnavit hec bestia in membris suis ab initio seculi. LX vero significant sex tempora huius sexte etatis, in quibus hec bestia atrocius persecuta est Christi ecclesiam. VI vero significat sextum tempus huius sexte etatis, id est ipsius regni Antichristi, scilicet sexies septem menses, id est menses quadraginta duos, in quo supra modum exardescet furor bestie huius. Et subdit quod portare in fronte caracterem bestie vel nomen eius vel numerum nominis est potestatem eius manifeste confiteri et magnificare. Portare vero predicta in dextera est id quod mandabit et predicabit in opere manifeste servare*. […]
Attamen sciendum quod ubicumque in hoc libro agitur de Antichristo magno, implicatur ibi more prophetico tempus mistici Antichristi precurrentis illum magnum. Et secundum hoc per bestiam ascendentem de mari significatur hic bestialis vita et plebs carnalium et secularium christianorum, que a fine quarti temporis et citra multa habuit capita carnalium principum et prelatorum quasi iam per sescentos annos, et in hoc sexto centenario per evangelicum statum Francisci fuit unum caput eius quasi occisum. Quanto enim altius et latius evangelica paupertas et perfectio imprimitur et magnificatur in ecclesia Christi, tanto fortius caput terrene cupiditatis et vilis carnalitatis in ipsa occiditur. Sed iam hoc caput fere extinctum nimium reviviscit, ita ut omnes carnales christiani admir<e>ntur et sequantur terrenam et carnalem gloriam eius.

* Expositio, pars IV, distinctio IV, f. 169ra-b.

Inf. XXI, 64-72, 106-114

Poscia passò di là dal co del ponte;
e com’ el giunse in su la ripa sesta,
mestier li fu d’aver sicura fronte.
Con quel furore e con quella tempesta
ch’escono i cani a dosso al poverello
che di sùbito chiede ove s’arresta,
usciron quei di sotto al ponticello,
e volser contra lui tutt’ i runcigli;
ma el gridò: “Nessun di voi sia fello!”

Poi disse a noi: “Più oltre andar per questo
iscoglio non si può, però che giace
tutto spezzato al fondo l’arco sesto.
E se l’andare avante pur vi piace,
andatevene su per questa grotta;
presso è un altro scoglio che via face.
Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’ otta,
mille dugento con sessanta sei
anni compié che qui la via fu rotta”.

[LSA, cap. XII, Ap 12, 14 (IVa visio, III-IVum prelium)] Dicit autem “per tempus et tempora et dimidium temporis”, id est per tres annos et dimidium ex quadraginta duobus mensibus triginta annorum, id est mille ducentis sexaginta annis constantes. Eundem enim numerum sub aliis verbis intendit hic ponere, quem posuit paulo ante (cfr. Ap 12, 6).

Inf. XXVI, 130-132

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo

[LSA, cap. IX, Ap 9, 5-6 (IIIa visio, Va tuba)] Quinto describit gravitatem doloris predictorum lesuram consequentis et concomitantis, unde subdit: (Ap 9, 5) “sed ut cruciarent mensibus quinque, et cruciatus eorum ut cruciatus scorpii, cum percutit hominem. (Ap 9, 6) Et in diebus illis querent homines mortem et non invenient eam et desi-derabunt mori, et fugiet mors ab illis”. […] Vel quia quinque menses sunt pars quinque annorum eis in quinario correspondens, ideo extremam partem quinti temporis, in qua predicta mala precipue inundare debebant, designat per quinque menses.

[LSA, cap. II, Ap 2, 1] Sexta (ecclesia) autem dicitur habere hostium scripturarum <ac> predicationis et cordium convertendorum apertum, et quod Iudei debent ad eam cum summa humilitate adduci, et quod est servanda ne cadat in temp-tationem toti orbi venturam, quia Dei consilia et mandata longanimiter et patienter servavit, que utique competunt statui sexto. Unde et congrue vocatur Philadelphia, id est salvans hereditatem, quia in regula evangelica, quasi in archa Noe, salvabitur semen fidei et electorum a diluvio Antichristi tam mistici quam aperti.

Inf. XXI, 106-108, 124-126

Poi disse a noi: “Più oltre andar per questo
iscoglio non si può, però che giace
tutto spezzato al fondo l’arco sesto”.

Cercate ’ntorno le boglienti pane;
costor sian salvi infino a l’altro scheggio
che tutto intero va sovra le tane.

Purg. XXXII, 37-60; XXXIII, 142-145

Io senti’ mormorare a tutti “Adamo”;
poi cerchiaro una pianta dispogliata
di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo.
La coma sua, che tanto si dilata
più quanto più è sù
, fora da l’Indi

ne’ boschi lor per altezza ammirata.
“Beato se’, grifon, che non discindi
col becco d’esto legno dolce al gusto,
poscia che mal si torce il ventre quindi”.
Così dintorno a l’albero robusto
gridaron li altri; e l’animal binato:
“Sì si conserva il seme d’ogne giusto”.
E vòlto al temo ch’elli avea tirato,
trasselo al piè de la vedova frasca,
e quel di lei a lei lasciò legato.
Come le nostre piante, quando casca
giù la gran luce mischiata con quella
che raggia dietro a la celeste lasca,
turgide fansi, e poi si rinovella
di suo color ciascuna, pria che ’l sole

giunga li suoi corsier sotto altra stella;
men che di rose e più che di vïole
colore aprendo, s’innovò la pianta,
che prima avea le ramora sì sole.

Io ritornai da la santissima onda
rifatto sì come piante novelle
rinovellate di novella
fronda,

puro e disposto a salire a le stelle.

[LSA, prologus, Notabile XIII] Sicut etiam in sexta etate, reiecto carnali iudaismo et vetustate prioris seculi, venit novus homo Christus cum nova lege et vita et cruce, sic in sexto statu, reiecta carnali ecclesia et vetustate prioris seculi, renovabitur Christi lex et vita et crux, propter quod in eius primo initio Franciscus apparuit Christi plagis caracterizatus et Christo totus concrucifixus et configuratus.

[LSA, cap. VI, Ap 6, 12 (IIa visio, apertio VIi sigilli)] Sciendum autem quattuor sententias predictas sane assumptas non esse sibi contrarias, sed concordes. Sicut enim Luchas inchoat Christi evangelium a sacerdotio Zacharie, cui facta est prophetica revelatio de Christo statim venturo et de Iohanne eius immediato precursore; Mattheus vero ab humana Christi generatione; Marchus vero a Christi et Iohannis predicatione; Iohannes vero a Verbi eternitate et eterna generatione, sic hec sexta apertio sumpsit quoddam prophetale initium a revelatione abbatis et consimilium; a renovatione vero regule evangelice per servum eius Franciscum sumpsit sue generationis et plantationis initium; a predicatione vero spiritualium suscitandorum et a nova Babilone reprobandorum sumet initium refloritionis seu repullulationis; a destructione vero Babilonis sumet initium sue clare distinctionis a quinto statu et sue distincte clarificationis, iuxta quod et dicimus legalia quantum ad obligationem necessariam fuisse mortificata in Christi passione et resurrectione et tandem sepulta et effecta mortifera in evangelii pl<e>na promulgatione et in templi legalis per Titum et Vespasianum destructione.


7. La fuga dai Malebranche

 

[…] o se tutta questa commedia non sia invece una finzione che nasconde, sotto l’apparenza grottesca, il dramma più doloroso.

                                                                                        LUIGI PIRANDELLO

All’apertura del sesto sigillo (Ap 6, 12-17) un grande terremoto – interpretato sia come eventi naturali che come sovvertimenti politici – provocherà terrore negli uomini senza distinzione di stirpe o di grado, le coscienze saranno sconvolte e si convertiranno o si induriranno maggiormente. Quanti saranno indotti alla penitenza si rifugeranno fra i sassi e le spelonche dei monti petrosi – che si faranno pietosi, condiscendenti e misericordiosi -, cioè chiederanno ausilio ai santi fermi nella fede fuggendo l’irato volto di Cristo giudice: «Dixeruntque “montibus et petris” (Ap 6, 16), id est sanctis sublimibus et firmis in fide: “Cadite super nos”, per piam scilicet affectionem et condescensionem, “et abscondite nos”, per vestram scilicet intercessionem». Cristo stesso predisse mali simili, dicendo: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me ma su voi stesse” (Luca 23, 28), e ancora: “allora cominceranno a dire ai monti: cadete su di noi, e ai colli: copriteci” (ibid., 23, 30). Guerre e sedizioni, all’apertura del sesto sigillo, sovvertiranno le isole e i monti, cioè le città e i regni (Ap 6, 14); le isole si muoveranno e i monti saranno traslati (Ap 16, 20); verrà cioè sconvolto, in modo imprevedibile, quel che vi è di più stabile e adatto all’umana quiete in mare, oppure di più sicuro ed eminente in terra.
Nel passaggio, numericamente non casuale, dalla quinta alla sesta bolgia, i temi dell’apertura del sesto sigillo (Ap 6, 12-17) percorrono, commisti con i motivi del quinto stato largamente diffusi e prevalenti nei due canti precedenti, l’episodio della fuga di Dante e di Virgilio dai rissosi Malebranche, per causa loro “scherniti con danno e con beffa”, quindi crudelmente accesi d’ira (Inf. XXIII, 1-57; Ap 9, 5-6; 9, 8: quinta tromba). Dante è spaventato (“i’ ho pavento”) e già sente i diavoli venire dietro (“che già li sento”), chiede a Virgilio di nascondersi (“… Maestro, se non celi / te e me tostamente …”). Virgilio, che vede come in uno specchio i pensieri del discepolo (ciò è proprio dei beati nella vitrea Gerusalemme celeste: Ap 21, 11.18.21), con rapido consiglio, decide di scendere nell’altra bolgia dalla “destra costa”, meno ripida, per fuggire “l’imaginata caccia”. La “costa” e lo “scendere” sono temi del quinto stato, il momento della pia condescensione che frange l’ardua e ripida altezza dello stato precedente dei contemplativi anacoreti. Nel Notabile VII del prologo si recano gli esempi di Cristo che condiscese agli infermi e di Adamo al quale venne sottratta una forte “costa” (simbolo della solitudine austera degli anacoreti del quarto stato), che Dio nel creare Eva riempì di pietas. Più volte nel poema la “costa” della ripa infernale, o della montagna del purgatorio, che giace o che è corta o che cala o che pende, si abbina allo “scendere” in modo da far via in giù o in su, indicando la rottura della solitaria arditezza, del luogo “alpestro” a vantaggio del condiscendere pietoso, del dar via. Non “sanza voler divino e fato destro” – come promesso nel libro che contiene i divini decreti (Ap 5, 1) – Virgilio va a “tal baratta” coi Malebranche (Inf. XXI, 79-84). La ‘destra mano’, segno di sicura andata, non si registra nell’inferno unicamente con il volgersi verso gli eretici e nello scendere all’approdo di Gerione. Nel drammatico passaggio dalla quinta alla sesta bolgia, sovrastati dai diavoli che li inseguono, Virgilio e Dante sono aiutati dalla “destra costa” che giace, che cioè pende meno ripida (Inf. XXIII, 31-33).
Virgilio fa appena in tempo a esprimere il suo intento, che Dante vede venire i diavoli con le ali tese per ghermirlo. Il maestro lo prende (recita con valore positivo il tema del ladro: Ap 3, 3; cfr. supra) e “giù dal collo de la ripa dura” si abbandona supino “a la pendente roccia” (‘inclinata’: il quinto stato è “declinans”: prologo, Notabile III) portandosi il discepolo al petto come la madre il figlio (ancora la pietas del quinto stato: Ap 5, 1), finché non arriva nella sesta bolgia. I diavoli sono sopra il colle dal quale i due poeti si sono appena calati, ma nella sesta bolgia “non … era sospetto” perché la Provvidenza, che ha posto i Malebranche a guardia della quinta, impedisce loro di oltrepassarne i confini (Ap 9, 14: sesta tromba). Il darsi di Virgilio “a la pendente roccia” è immagine che traspone il tema della fuga presso i monti, i colli, i sassi, le pietre che diventano condiscendenti e coprono le genti terrorizzate dall’ira del giudice. Il tema ritorna alla fine del canto (Inf. XXIII, 133-138), allorché il frate gaudente Catalano, a Virgilio che gli chiede se vi sia una via d’uscita dalla bolgia, risponde che “s’appressa un sasso che da la gran cerchia / si move e varca tutt’ i vallon feri”; questo sasso è rotto sopra la sesta bolgia, ma la rovina, poiché “giace in costa”, permette di salirvi. Si tratta, anche in questo caso, di un sasso ‘condiscendente’, che consente il passaggio. La rottura del ponte sopra la sesta bolgia è stata causata, come spiegato da Malacoda, dal terremoto che scosse l’inferno al momento della morte di Cristo (Inf. XXI, 106-114), prefigurazione di quello che accompagna l’apertura del sesto sigillo, nel momento del secondo avvento di Cristo nei suoi discepoli spirituali.
Nello spavento di Dante (“fuerunt vehementer perterriti … propter illud temporale exterminium quod sibi a Dei iudicio velint nolint sentient supervenisse”), che immagina l’inseguimento dei diavoli (“Già mi sentia tutti arricciar li peli / de la paura e stava in dietro intento”), sono presenti anche elementi semantici che rinviano agli effetti del terremoto: i peli sono un tema appropriato nell’esegesi (Ap 6, 14) al sole che annerisce, l’arricciarsi è accostabile all’arrotolarsi e nascondersi del cielo come un volume che si arrotola. Il cielo indica infatti la “celestis puritas et sublimitas” e può essere assimilato al capo (“vertex mentis et sapientie”) e ai capelli (i pensieri e gli affetti sottili e spirituali, o la pienezza dei doni dello Spirito) di Cristo sommo pastore (Ap 1, 14; Inf. XXIII, 19-21).
Un caso di roccia rotta da un terremoto, che consente una via di scesa, è la rovina per la quale Virgilio e Dante scendono verso il Flegetonte, anch’essa mossasi dalla cima del monte a causa del terremoto verificatosi in morte di Cristo (Inf. XII, 1-10, 31-45). È simile a “quella ruina che nel fianco (la ‘costa’ da cui fu creata Eva, che sempre indica la rottura dell’arduo in pro del pietoso dar via) / di qua da Trento l’Adice percosse, / o per tremoto o per sostegno manco”. Nella discesa spesso le pietre si muovono sotto i piedi del poeta, “per lo novo carco” (vv. 28-30), cioè sotto il peso di un corpo vivo, ma il ‘nuovo’ è anche indice del sesto stato, del secolo che si rinnova, del nuovo avvento di Cristo nei suoi discepoli spirituali, che ripercorre il primo avvento del Salvatore quando, come  afferma Virgilio, “questa vecchia roccia, / qui e altrove, tal fece riverso” (vv. 44-45).

 

Tab. IX

[LSA, cap. VI, Ap 6, 15-17 (IIa visio, apertio VIi sigilli, IIum initium)] Rursus viris evangelicis in sui adventus primordio zelantibus et predicantibus fervide contra ista, evidentius inclaruerunt omnibus mala predicta, ipsisque alte comminantibus et preconizantibus iram et adventum iudicis in ianua esse, multi “reges” et “principes” et “divites” et pauperes fuerunt vehementer perterriti, propter quod “absconderunt se in speluncis et petris montium” (Ap 6, 15), id est in secreta et firma conversatione sublimium sanctorum recurrendo, scilicet humiliter, ad eorum refugium. Dixeruntque “montibus et petris” (Ap 6, 16), id est sanctis sublimibus et firmis in fide: “Cadite super nos”, per piam scilicet affectionem et condescensionem, “et abscondite nos”, per vestram scilicet intercessionem, “a facie”, id est ab animadversione, “sedentis super tronum”, id est deitatis regnantis, “et ab ira Agni”, id est Christi hominis. “Et quis poterit stare” (Ap 6, 17), scilicet coram sic terribili et irata facie tanti iudicis, quasi dicat: vix etiam ipsi iusti, quanto magis nos impii?

[LSA, prologus, Notabile V] […] tuncque (in quinto statu) congrue instituta est vita condescensiva, ut nequeuntibus in arduis perdurare daretur  locus gratie in mediocri statu.

[LSA, prologus, Notabile VII] Prima (responsio) est quia licet condescensio quinti status in infirmis, pro quibus fit, sit imperfectior, in sanctis tamen, arduas perfectiones priorum statuum in habitu mentis tenentibus et ex sola caritate et infirmorum utilitate condescendentibus, est ipsa condescensio ad perfectionis augmentum, prout patet in Christo infirmis condescendente. Unde et Ade subtracta est fortis costa ad formationem Eve, “et replevit” Deus “carnem pro ea” (Gn 2, 21), id est pietatem condescensionis pro robore solitarie austeritatis.

[LSA, cap. VI, Ap 6, 13-14 (apertio VIi sigilli, IIIum initium)] Unde suscitationem spiritus preibunt in ecclesia quedam bella subvertentia insulas et montes (cfr. Ap 6, 14), id est urbes et regna. […] propter que omnia plures non solum boni, sed etiam mali fortiter perterrebuntur non solum a visu et perpessione tantorum malorum, sed etiam suspicione et expectatione longe maiorum (cfr. Ap 6, 13). Tunc etiam plures signabuntur ad militiam spiritalem, quamvis sint pauci respectu multitudinis reproborum.

[LSA, cap. VI, Ap 6, 12-17 (apertio VIi sigilli, IVum initium)] Dicit ergo: “Et ecce terremotus factus est magnus” (Ap 6, 12), de quo scilicet infra XVIII° (Ap 18, 21) dicitur quod “unus angelus fortis sustulit lapidem quasi molarem magnum, et misit in mare dicens: Hoc impetu mittetur Babilon illa magna civitas, et ultra iam non invenietur”. Per “mare”  autem, ut infra tangetur, designatur fluctus infidelium nationum et etiam pregrandis amaritudo tante submersionis et etiam ruine. […] Tunc etiam montes, id est regna ecclesie, et “insule”, id est monasteria et magne ecclesie in hoc mundo quasi in solo seu mari site, movebuntur “de locis suis” (Ap 6, 14), id est subvertentur et eorum populi in mortem vel in captivitatem ducentur. Tunc etiam, tam propter illud temporale exterminium quod sibi a Dei iudicio velint nolint sentient supervenisse, quam propter desperatum timorem iudicii eterni eis post mortem superventuri, sic erunt omnes, tam maiores quam medii et minores, horribiliter atoniti et perterriti quod preeligerent montes et saxa repente cadere super eos. Ex ipso etiam timore fugient et abscondent se “in speluncis” et inter saxa montium (cfr. Ap 6, 15-17). Est enim tunc nova Babilon sic iudicanda sicut fuit carnalis Iherusalem, quia Christum non recepit, immo reprobavit et crucifixit. Unde Luche XXII<I>° predicit ei Christus mala consimilia istis, dicens (Lc 23, 28): “Filie Iherusalem, nolite flere super me, sed super vos ipsas flete”, et paulo post (23, 30): “Tunc incipient dicere montibus: Cadite super nos, et collibus: Cooperite nos”.

Inf. XII, 4-9, 28-30, 34-36, 44-45, 79-81

Qual è quella ruina che nel fianco
di qua da Trento l’Adice percosse,

o per tremoto o per sostegno manco,
che da cima del monte, onde si mosse,
al piano è sì la roccia discoscesa,
ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse …….

Così prendemmo via giù per lo scarco
di quelle pietre, che spesso moviensi
sotto i miei piedi per lo novo carco.

Or vo’ che sappi che l’altra fïata
ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,
questa roccia non era ancor cascata.

e in quel punto questa vecchia roccia,
qui e altrove, tal fece riverso.

Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,
disse a’ compagni: “Siete voi accorti
che quel di retro move ciò ch’el tocca?”

 Inf. XIV, 82-84, 139-142; XV, 1-10

Lo fondo suo e ambo le pendici
fatt’ era ’n pietra, e ’ margini dallato;   pietre
per ch’io m’accorsi che ’l passo era lici.

Poi disse: “Omai è tempo da scostarsi
dal bosco; fa che di retro a me vegne:
li margini fan via, che non son arsi,
e sopra loro ogne vapor si spegne”.

Ora cen porta l’un de’ duri margini;
e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia,
sì che dal foco salva l’acqua e li argini.
Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
temendo ’l fiotto che ’nver’  lor s’avventa,
fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia;
e quali Padoan lungo la Brenta,
per difender lor ville e lor castelli,
anzi che Carentana il caldo senta:   Chiarentana
a tale imagine eran fatti quelli

Inf. XXIII, 16-24, 31-45, 52-54, 133-138

‘Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa,
ei ne verranno dietro più crudeli
che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’.
Già mi sentia tutti arricciar li peli
de la paura e stava in dietro intento,
quand’ io dissi: “Maestro, se non celi
te e me tostamente, i’ ho pavento
 d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;

io li ’magino sì, che già li sento”. ………

“S’elli è che sì la destra costa giaccia,
che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,
noi fuggirem l’imaginata caccia”.
Già non compié di tal consiglio rendere,
ch’io li vidi venir con l’ali tese
non molto lungi, per volerne prendere.
Lo duca mio di sùbito mi prese,
come la madre ch’al romore è desta
e vede presso a sé le fiamme accese,
che prende il figlio e fugge e non s’arresta,
avendo più di lui che di sé cura,
tanto che solo una camiscia vesta;
e giù dal collo de la ripa dura
supin si diede a la pendente roccia,
che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura. ……

A pena fuoro i piè suoi giunti al letto
del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle
 sovresso noi; ma non lì era sospetto ……

Rispuose adunque: “Più che tu non speri
s’appressa un sasso che da la gran cerchia
si move e varca tutt’ i vallon feri,
salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia;
montar potrete su per la ruina,
che giace in costa e nel fondo soperchia”.

Inf. XXV, 25-27

Lo mio maestro disse: « Questi è Caco,
che, sotto ’l sasso di monte Aventino,
di sangue fece spesse volte laco.

Par. XXV, 37-39

Questo conforto del foco secondo
mi venne; ond’ io leväi li occhi a’ monti
che li ’ncurvaron pria col troppo pondo.

 

Tab. X

[LSA, cap. VI, Ap 6, 14 (IIa visio, apertio VIi sigilli, IIum initium)] Ex hiis autem “celum”, id est celestis puritas et sublimitas ecclesiastici status, “recessit” quasi “liber involutus” (Ap 6, 14), id est in paucis bonis absconsus et clausus et in reliquis per plicas iniquitatum multiplices confusus. Rursus viris evangelicis in sui adventus primordio zelantibus et predicantibus fervide contra ista, evidentius incla-ruerunt omnibus mala predicta, ipsisque alte commi-nantibus et preconizantibus iram et adventum iudicis in ianua esse, multi “reges” et “principes” et “divites” et pauperes fuerunt vehementer perterriti, propter quod “absconderunt se in speluncis et petris montium” (Ap 6, 15) […]. 

[LSA, cap. VI, Ap 6, 14 (apertio VIi sigilli, IVum initium)] Tunc etiam, tam propter illud temporale exterminium quod sibi a Dei iudicio velint nolint sentient supervenisse, quam propter desperatum timorem iudicii eterni eis post mortem superventuri, sic erunt omnes, tam maiores quam medii et minores, horribiliter atoniti et perterriti quod preeligerent montes et saxa repente cadere super eos. 

[LSA, cap. I, Ap 1, 14 (radix Ie visionis)] Quarta (perfectio summo pastori condecens) est reverenda et preclara sapientie et consilii maturitas per senilem et gloriosam canitiem capitis et crinium designata, unde subdit: “caput autem eius et capilli erant candidi tamquam lana alba et tamquam nix” (Ap 1, 14). Per caput vertex mentis et sapientie, per capillos autem multitudo et ornatus subtilissimorum et spiritua-lissimorum cogitatuum et affectuum seu plenitudo donorum Spiritus Sancti verticem mentis adornan-tium designatur.

Inf. XXIII, 19-21

Già mi sentia tutti arricciar li peli
de la paura e stava in dietro intento,
quand’ io dissi: …………………………


AVVERTENZE

Seppure segue l’ordine dei ventidue capitoli dell’Apocalisse, Olivi suggerisce, nel prologo della Lectura, un metodo differente di comprensione e di aggregazione del testo, fondato sui sette stati (status), cioè sulle epoche nelle quali si articola la storia della Chiesa, prefigurate nell’Antico Testamento.
L’Apocalisse si articola in sette visioni: le sette chiese d’Asia, i sette sigilli, le sette trombe, la donna vestita di sole (le sette guerre sostenute dalla Chiesa), le sette coppe, il giudizio di Babylon nelle sette teste del drago, la Gerusalemme celeste. Le prime sei visioni possono essere a loro volta divise in sette momenti, ciascuno dei quali riferibile a uno dei sette stati. Assembrando, per le prime sei visioni, tutti i primi elementi (chiesa, sigillo, tromba, guerra, coppa, momento del giudizio di Babylon), tutti i secondi, i terzi e così di seguito, si ottengono sette gruppi di materia teologica, corrispondenti al complesso dei temi afferenti a ciascuno dei sette stati. A questi sette gruppi si aggiungono altri due: l’esegesi della settima visione (senza articolazioni interne) e l’esegesi di capitoli del testo scritturale, o di parti di essi, introduttivi delle successive specificazioni delle singole visioni per settenari, che Olivi definisce “radicalia” o “fontalia”. Si ottengono in tal modo nove gruppi: le parti proemiali, i sette assembramenti di settenari e la settima visione. Il grande prologo della Lectura, articolato in tredici notabilia, può essere anch’esso aggregato secondo i sette stati. Un libro (la Lectura) contiene dunque princìpi e criteri affinché l’accorto lettore possa trarne un altro libro, fatto con lo stesso materiale ma ricomposto e distribuito in forma diversa.

La Commedia mostra un ordine interno diverso da quello che appare al lettore: il viaggio di Dante ha un andamento di ciclici settenari, che corrispondono ai sette stati della storia della Chiesa, cioè alle categorie con cui Olivi organizza la materia esegetica. Questo ordine interno è registrabile per zone progressive del poema dove prevale, tramite parole-chiave, la semantica riferibile a un singolo stato. È un’intima struttura dirompente i confini letterali stabiliti dai canti e da tutte le divisioni materiali per cerchi, gironi, cieli. Ogni stato, che ha differenti inizi, è concatenato per concurrentia, come le maglie di un’armatura, con quello che precede e con quello che segue. Si possono in tal modo redigere mappe che comprendano l’ordine spirituale della Commedia. La ricerca è pervenuta a una Topografia spirituale della Commedia, dove quasi per ogni verso, o gruppo di versi, collegamenti ipertestuali conducono al “panno” esegetico fornito dalla Lectura super Apocalipsim, sul quale il “buon sartore” ha fatto “la gonna” (cfr. Par. XXXII, 139-141).

■ A ogni gruppo è arbitrariamente assegnato un diverso colore: Radici (verde), I stato (verde acqua), II stato (rosso), III stato (nero), IV stato (viola), V stato (marrone), VI stato (blu), VII stato (indaco), VII visione (fucsia). Dei gruppi sono stati integralmente studiati il terzo stato e la settima visione. Mentre la diversità dei colori è rispettata nella tabella complessiva contenente i collegamenti ipertestuali, nelle sinossi i colori possono essere variati per maggiore evidenza.

Non di rado nei versi alcune parole o incisi-chiave possono rinviare a più luoghi esegetici. Questo perché il testo dottrinale contenuto nella Lectura, prima di travasarsi semanticamente nella Commedia, è stato sottoposto a una duplice riorganizzazione. La prima, sulla base delle indicazioni dello stesso Olivi, secondo il materiale esegetico attribuibile ai singoli stati. La seconda, seguendo il principio applicato nelle distinctiones ad uso dei predicatori, sulla base di lemmi analogicamente collazionati. La “mutua collatio” di parti della Lectura arricchisce il significato legato alle parole e consente uno sviluppo tematico amplificato. Si vedano, ad esempio, le variazioni eseguite sul tema della “voce” o sull’espressione “in medio”, temi più volte iterati nel sacro testo, oppure il modo con cui Ap 1, 16-17 (l’esegesi della decima e undecima prefezione di Cristo come sommo pastore) percorre i versi in collazione con altri passi. A ciò predispone lo stesso testo scritturale, poiché l’Apocalisse contiene espressioni, come Leitmotive, che ritornano più volte. È determinata da parole-chiave che collegano i passi da collazionare. È suggerita dallo stesso Olivi, nel prologo, per una migliore intelligenza del testo.

Tutte le citazioni della Lectura super Apocalipsim presenti nei saggi o negli articoli pubblicati su questo sito sono tratte dalla trascrizione, corredata di note e indici, del ms. Paris, Bibliothèque nationale de France, lat. 713, a disposizione fin dal 2009 sul sito medesimo. I passi scritturali ai quali si riferisce l’esegesi sono in tondo compresi tra “ ”; per le fonti diverse da quelle indicate si rinvia all’edizione in rete. Non viene presa in considerazione l’edizione critica a cura di WARREN LEWIS (Franciscan Institute Publications, St. Bonaventure – New York, 2015) per le problematiche da essa poste, che sono discusse in ALBERTO FORNI – PAOLO VIAN, A proposito dell’edizione di Warren Lewis della Lectura super Apocalipsim di Pietro di Giovanni Olivi. Alcune osservazioni, in “Archivum Franciscanum Historicum”, 109 (2016), pp. 99-161.
Il testo della Commedia citato è in Dante Alighieri, La Commedia secondo l’antica vulgata, a cura di GIORGIO PETROCCHI, Firenze 1994. Si tiene anche conto della recente edizione a cura di GIORGIO INGLESE, Firenze 2021 (Società Dantesca Italiana. Edizione Nazionale), qualora il testo proposto si discosti da quello del Petrocchi e la scelta della variante risulti discutibile nel confronto con la LSA.
Si fa riferimento ai seguenti commenti:

Dante Alighieri, La Divina Commedia. Inferno. Commento di ANNA MARIA CHIAVACCI LEONARDI, Milano 2007 (19911).

Dante Alighieri, Commedia. Inferno. revisione del testo e commento di GIORGIO INGLESE, Roma 2007.


ABBREVIAZIONI

Ap : APOCALYPSIS IOHANNIS.

LSA : PIETRO DI GIOVANNI OLIVI, Lectura super Apocalipsim.

Concordia : JOACHIM VON FIORE, Concordia Novi ac Veteris Testamenti. Herausgegeben von A. PATSCHOVSKY, Wiesbaden 2017 (Monumenta Germaniae Historica. Quellen zur Geistesgeschichte des  Mittelalters, 28. Band), Teil 2 (lib. I-IV), Teil 3 (lib. V).

Expositio : GIOACCHINO DA FIORE, Expositio in Apocalypsim, in Edibus Francisci Bindoni ac Maphei Pasini, Venetiis 1527, ristampa anastatica Minerva, Frankfurt a. M. 1964.

Olivi opera spesso una sintesi del testo di Gioacchino da Fiore. Le « » precedono e chiudono un’effettiva citazione. Diversamente, viene posto un asterisco (*) o una nota in apice al termine della parte riferibile a Gioacchino.

In Ap : RICCARDO DI SAN VITTORE, In Apocalypsim libri septem, PL 196, coll. 683-888.

 

Note sulla “topografia spirituale” della Commedia

Per quanto segua l’ordine dei ventidue capitoli dell’Apocalisse, Olivi suggerisce un metodo differente di comprensione e di aggregazione del testo esegetico, fondato sui sette stati, cioè sui periodi nei quali si articola la storia della Chiesa. L’Antico Testamento corrisponde alle prime cinque età del mondo, secondo la divisione tradizionale [1]: è l’età del Padre secondo Gioacchino da Fiore. Con il primo avvento di Cristo, nella carne, inizia la sesta età (l’età del Figlio), nella quale la Chiesa, come fosse un individuo, cresce e si sviluppa in sette stati. Al primo, apostolico periodo, succede il secondo dei martiri; poi, al tempo di Giustiniano, il terzo stato dei dottori che confutano con l’intelletto le eresie concorre con il quarto stato degli affettuosi anacoreti devoti al pasto eucaristico, alti per la contemplazione ma anche attivi come reggitori delle genti; a partire da Carlo Magno subentra il quinto stato aperto alla vita associata delle moltitudini, bello nel principio ma poi corrottosi fino a trasformare quasi tutta la Chiesa in una nuova Babilonia; la riforma interviene, a partire da Francesco, con il cristiforme sesto stato, fino alla sconfitta dell’Anticristo; subentra infine il silenzio e la quiete del pacifico settimo stato. Il sesto e il settimo stato (la terza età di Gioacchino da Fiore) coincidono con il secondo avvento di Cristo, nello Spirito, cioè nei suoi discepoli spirituali inviati a convertire il mondo con la predicazione; al termine del settimo stato ci sarà il terzo avvento, nel giudizio.
L’Apocalisse si articola in sette visioni: le sette chiese d’Asia, i sette sigilli, le sette trombe, la donna vestita di sole (le sette guerre sostenute dalla Chiesa), le sette coppe, il giudizio di Babylon nelle sette teste del drago, la Gerusalemme celeste. Le prime sei visioni possono essere a loro volta divise in sette momenti, ciascuno dei quali riferibile a uno dei sette stati. Assembrando, per le prime sei visioni, tutti i primi elementi (chiesa, sigillo, tromba, guerra, coppa, momento del giudizio di Babylon), tutti i secondi, i terzi e così di seguito, si ottengono sette gruppi di materia teologica, corrispondenti al complesso dei temi afferenti a ciascuno dei sette stati [2]. A questi sette gruppi se ne aggiungono altri due: l’esegesi della settima visione (senza articolazioni interne) e l’esegesi di capitoli del testo scritturale, o di parti di essi, introduttivi delle successive specificazioni delle singole visioni per settenari, che Olivi definisce “radicalia” o “fontalia”. Si ottengono in tal modo nove gruppi: le parti proemiali, i sette assembramenti di settenari e la settima visione. Il grande prologo della Lectura, articolato in tredici notabilia, può essere anch’esso aggregato nelle sue parti secondo i sette stati.

L’intenso travaso di parole-temi dalla Lectura nella Commedia si accompagna a un fatto strutturale. La Commedia mostra un ordine interno diverso da quello che appare al lettore: il viaggio di Dante ha un andamento di ciclici settenari, che corrispondono ai sette stati oliviani. È un ordine registrabile per zone progressive del poema dove prevalgono i temi di un singolo stato, che rompe i confini letterali stabiliti dai canti e da tutte le divisioni materiali per cerchi, gironi, cieli. Ogni stato, che ha differenti inizi, è concatenato per “concurrentia”, come le maglie di un’armatura, con quello che precede e con quello che segue. Ciascuno stato ha in sé una grande ricchezza di motivi e contiene inoltre temi di tutti gli altri, consentendo innumerevoli intrecci e variazioni. La Commedia appare, come l’Apocalisse, “libro scritto dentro e fuori” (Ap 5, 1), con duplice struttura, linguaggio e senso, letterale e spirituale. Il viaggio di Dante e la visione di Giovanni hanno la stessa causa finale, che è la beatitudine, alla quale si perviene con diverse guide, per gradi segnati da visioni sempre più nuove e ardue delle precedenti, attraverso una sempre maggiore apertura dell’arcano coperto dal velame dei sette sigilli fino al punto più alto in cui, in questa vita, è possibile vedere la verità.
Tutti i modi del linguaggio interiore al poema esprimono un processo, un viaggio dal più chiuso al più aperto, e in questo andare hanno una loro precisa collocazione ‘topografica’, uno ‘stato’ (nel senso di momento storico che ricade sulla coscienza individuale) al quale appartenere. Si possono in tal modo stendere vere e proprie mappe tematiche che comprendano l’ordine spirituale di tutta la Commedia che aderisce, parodiandola semanticamente, a una precisa teologia della storia, sia pure modificandone profondamente le prospettive. La ciclicità dei temi permette di stabilire collegamenti inusitati tra le diverse zone; il procedere per gradi dell’illuminazione divina fa sì che episodi oscuri e quasi ermeticamente chiusi si chiariscano poi, aprendosi all’intelligenza in modo più alto.
A ogni gruppo è arbitrariamente assegnato un diverso colore: Radici (verde), I stato (verde acqua), II stato (rosso), III stato (nero), IV stato (viola), V stato (marrone), VI stato (blu), VII stato (indaco), VII visione (fucsia). Dei gruppi sono stati integralmente studiati il terzo stato e la settima visione.

INFERNO

(le prime cinque età del mondo)

La ‘topografia spirituale’ del poema mostra nell’Inferno cinque cicli settenari corrispondenti agli stati della Chiesa descritti da Olivi e ai loro temi contenuti nella Lectura. Questi cinque cicli designano le prime cinque età del mondo (riunite a loro volta nel primo stato generale, che corrisponde all’età del Padre di Gioacchino da Fiore), in quanto prefigurazione del primo avvento di Cristo e della Chiesa.
I cinque cicli settenari che si susseguono nell’Inferno a partire dal quarto canto (i primi tre canti hanno una tematica particolare) sono preceduti da cinque zone che possono essere definite ‘snodi’, dove cioè confluiscono temi provenienti da più stati, intrecciati insieme ad altri ad avviare il procedere settenario. Il centro di questi ‘snodi’ coincide con un canto (Inf. IV, X, XVII, XXVI, XXXII), ma la zona è più vasta e supera l’ambito dato dalla divisione letterale del poema.

Inf. I-III sono da considerare al di fuori dei cicli. Inf. I e II sono profondamente segnati dai temi del sesto stato. Inf. III è riferibile al settimo stato (per gli ignavi) e in parte al quinto (per l’episodio di Caronte).

canti

I ciclo

stati

cerchi

IV

Limbo

Radici, I (I snodo)

I

V

lussuriosi

II

II

VI

golosi

III

III

VII

avari e prodighi

palude Stigia
(iracondi e accidiosi)

IIIIV

 

V

IV


V

VIII

palude Stigia (orgogliosi)
città di Dite

V

V

IX

apertura della porta di Dite

VVI

 

canti

II ciclo

stati

cerchi

IX-X-XI

eretici, ordinamento dell’inferno

I (II snodo)

VI

XII

violenti contro il prossimo

II

VII (girone 1)

XIII

violenti contro sé

III

        (girone 2)

XIV

violenti contro Dio: bestemmiatori

IV

        (girone 3)

XV-XVI

violenti contro Dio: sodomiti

V

XVI

XVII

ascesa di Gerione

Gerione,  violenti contro Dio: usurai

VI

canti

III ciclo

stati

cerchi

XVII

volo verso Malebolge

I (III snodo)

 

XVIII

ruffiani, lusingatori

Radici II

VIII (bolgia 1, 2)

XIX

simoniaci

III

(bolgia 3)

XX

indovini

IV

(bolgia 4)

XXI-XXII

barattieri

V

(bolgia 5)

XXIII

ipocriti

VVI

(bolgia 6)

XXIV-XXV

ladri

VI

(bolgia 7)

canti

IV ciclo

stati

cerchi

XXVI

consiglieri di frode (greci)

I (IV snodo)

(bolgia 8)

XXVII

consiglieri di frode (latini)

II

XXVIII-XXIX

seminatori di scandalo e di scisma

III

(bolgia 9)

XXIX

falsatori

IV

  (bolgia 10)

XXX

falsatori

IVV

XXXI

giganti

VVI

 

canti

V ciclo

stati

cerchi

XXXII

Cocito: Caina, Antenora

I (V snodo)

IX

XXXIII

Antenora, Tolomea

II

XXXIV

Giudecca

IIIIVV

XXXIV

volgersi di Virgilio sull’anca di Lucifero

VI

 

 

Il sesto stato è per Olivi la fase più importante nella costruzione dell’edificio della Chiesa. In esso “renovabitur Christi lex et vita et crux”. Corrisponde ai tempi moderni. Ha quattro diversi inizi temporali: uno profetico, con Gioacchino da Fiore, il quale lo vide in spirito concependo la sua terza età; il secondo con la conversione di Francesco (1206), che seminò la pianta; il terzo con la predicazione degli uomini spirituali, per la quale la pianta si rinnovella; il quarto con la distruzione storica di Babylon. Dura fino alla sconfitta dell’Anticristo, il cui avvento si collocherebbe, secondo i numeri della profezia di Daniele 12, 11-12 combinati con Ap 12, 6 e 14, fra il 1290 e il giubileo di pace del 1335.
Una ‘vita nuova’ si instaura nel sesto stato, per eccellenza il momento dell’imitazione di Cristo. I rami dell’albero si dilatano producendo il frutto della carità, l’acqua che proviene da Cristo-fonte attraverso il condotto che percorre i primi cinque stati della Chiesa si effonde in un lago; è il tempo, assimilato al sacramento del matrimonio, della letizia nuziale, della familiarità, dell’amicizia. Corrisponde al sesto giorno della creazione, in cui vennero creati prima i rettili e le bestie irrazionali, poi l’uomo razionale che, come l’ordine evangelico, è fatto a immagine e somiglianza di Dio e domina tutti gli animali.
Le espressioni di Olivi relative al sesto stato – “quoddam sollempne initium novi seculirenovaretur et consumaretur seculum”, nel quale il sacerdozio apostolico “redeat et assurgat ad ordinem primum”, la “nova Ierusalem”, interpretata come “visione di pace”, viene vista “descendere de celo” e la Chiesa descritta come la donna vestita di sole con la sua “virginea proles” – sono la veste spirituale dei versi della quarta egloga virgiliana che celebrano la rinnovata età dell’oro: “Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo / iam redit et Virgo; redeunt Saturnia regna; / Iam nova progenies caelo demittitur alto” (Egloga IV, 5-7). Olivi completa la Lectura super Apocalipsim nel 1298, poco prima di morire, il 14 marzo, a Narbonne. Quel felicissimo stato segnato dalla pace sotto il divo Augusto, che rese l’umanità disposta al primo avvento di Cristo, si sta rinnovando nel sesto stato della Chiesa, nel secondo avvento nello Spirito. Scrive Arsenio Frugoni: “[…] quell’escatologismo, oltre che ideologia di lotta e di riforma del gruppo spirituale, era anche un vero e proprio sentimento storico […] una tensione di rinnovamento, una ansia di salvezza, che nel 1300, l’anno centenario della Natività, aveva trovato come una attivazione, in un senso di pienezza dei tempi, cui doveva corrispondere un fatto, un accadere meraviglioso e nuovo” [3].
All’apertura del sesto sigillo, l’eletta schiera dei riformatori – i 144.000 segnati dalle dodici tribù d’Israele – guida la turba innumerevole di ogni gente, tribù, popolo e lingua (Ap 7, 3-4.13). Questi eletti e magnanimi duci, separati dalla volgare schiera per più alta milizia, vengono destinati a difendere liberamente la fede – ad essi è data la “plena libertas ad innovandam christianam religionem” -; sono gli amici di Dio a lui noti per nome, configurati in Cristo crocifisso e votati al martirio.
All’interno della Chiesa del sesto stato, l’Ordine dei Minori – “ordo plurium personarum” – è  assimilabile alla persona umana di Cristo. Come questa si sviluppò fino all’età virile, così dovrà essere per l’ordo evangelicus piantato da Francesco, che avrà bisogno (a differenza di Cristo che stette poco tempo nel mondo) di due o tre generazioni per svilupparsi prima di subire una condanna simile a quella di Cristo [4]. La sua maturità coincide, verso il 1300, con il terzo inizio del sesto stato, cioè con il rinnovarsi per opera dello Spirito di Cristo, nel suo secondo avvento, della pianta seminata da Francesco. Questa concezione dell’Ordine francescano come individuo in sviluppo che, perfettamente maturato, diventa il novus ordo preconizzato da Gioacchino da Fiore per l’età dello Spirito, si differenzia da quella di Bonaventura, che aveva invece distinto i Francescani del proprio tempo – e quindi anche gli Spirituali – dall’Ordine finale che dominerà fino ai confini della terra. Alla terza apertura del sesto sigillo nuovi san Giovanni vengono inviati a predicare al mondo come nel tempo degli Apostoli. Ma Giovanni non designa solo un Ordine, perché Olivi lascia aperta la possibilità di rivelazioni individuali, avute da “singulares persone”, perfetti imitatori di Cristo votati, con la loro “lingua erudita”, al compito della conversione universale.

[LSA, cap. X, Ap 10, 11] “Et dixit michi: Oportet te iterum prophetare in gentibus et populis et linguis et regibus multis”. In ipsa sapientia libri expresse continetur quod oportet iterum predicari evangelium in toto orbe, et Iudeis et gentibus, et totum orbem finaliter converti ad Christum. Sed quod per istum hoc esset implendum non poterat sciri nisi per spiritualem revelationem, et hoc dico prout per Iohannem designantur hic singulares persone quia, prout per ipsum designatur in communi ordo evangelicus et contemplativus, scitur ex ipsa intelligentia libri quod per illum ordinem debet hoc impleri.

Nei cinque cicli settenari della prima cantica il sesto stato è segnato dall’apertura della porta della città di Dite (Inf. IX, 89-90); dall’ascesa di Gerione dall’abisso (Inf. XVI, 106-136); dal precipitoso passaggio dalla quinta alla sesta bolgia (Inf. XXIII, 1-57) e poi dalle trasformazioni della settima, dove i ladri fiorentini si mutano in serpenti e viceversa (Inf. XXIV-XXV); dal chinarsi di Anteo sul fondo dell’inferno (Inf. XXXI, 136-145); dal passaggio del centro della terra, con la conversione di Virgilio sull’anca di Lucifero, che è passaggio verso la sesta età, quella della Chiesa, descritta nel Purgatorio.
Ma i temi propri del sesto stato sono diffusi ovunque, intrecciati con quelli degli altri stati, e alla loro esegesi rinviano precise parole-chiave incardinate nel senso letterale dei versi. L’esegesi dell’angelo del sesto sigillo (Ap 7, 2) è già centrale nel primo canto del poema.
La novità che il sesto stato, per eccellenza stato di rinnovamento di questo secolo, arreca nell’inferno è una novità fittizia: l’apertura della porta della città di Dite non è vera novità, perché essa è stata chiusa dall’ostinazione dei diavoli, recidivi dopo l’apertura della porta dell’inferno da parte di Cristo prefigurata dalla venuta di Ercole all’Ade, per cui Cerbero “ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo”; Gerione viene su ad un “novo cenno” di Virgilio, ma è figura della frode dalla velenosa coda aculeata; il nuovo prodotto dalle trasformazioni reciproche di serpenti e uomini è qualcosa di incompiuto perché l’uomo razionale, creato nel sesto stato, regredisce allo stato precedente.
L’Inferno è il luogo della durezza lapidea, dell’impetrarsi, del parlare duro di cose dure a dirsi, del duro giudizio, del senso duro della scritta al sommo della porta, dei duri lamenti, dei duri demoni, dei duri veli del gelo, della gravezza. Nell’Inferno vige l’imposizione data a Daniele dall’angelo sotto il sesto sigillo dell’Antico Testamento: “Ora tu, Daniele, chiudi queste parole e sigilla questo libro fino al tempo stabilito” (Dn 12, 4), che era la sesta età nella quale apparve Cristo e in particolare il sesto stato della sua Chiesa nella quale il libro doveva essere più pienamente aperto, non però ai malevoli e ai maldisposti. Questa durezza è rotta dall’invito di Dante ai dannati perché parlino. Far parlare liberamente, per dettato interiore, è la principale prerogativa del sesto stato – la nuova età che tanto s’aspetta, quella che ode del “dolce stil novo” e delle “nove rime” -, ed è tema che la poesia canta per intero, sia pure per un attimo, anche nella vecchia roccia infernale. Appartiene alla sesta chiesa il parlare liberamente di Cristo – ad essa è dato l’“ostium apertum”, che è “ostium sermonis” – , il sentire per dettato interiore, l’aprirsi della volontà. Appartiene alla sesta chiesa anche il far venire quelli che si dicono Giudei senza esserlo, mutati nel cuore e disposti a farsi battezzare e governare. Questo far venire a parlare equivale al cortese e liberale invito dello Spirito di Cristo a convivare, a venire con desiderio e volontario consenso, con “disio” e con “velle”, in una pausa di pace nell’eterna dannazione. All’“affettüoso grido” del poeta le ombre di Francesca e Paolo vengono “dal voler portate” verso un momento di mutazione, sebbene limitata al successivo colloquio. Tutto l’Inferno è un contrappunto fra la durezza del giudizio e l’apertura per la parola dirompente, fin che essa dura, la pena. Un’apertura che si esprime in varie forme: muoversi sospirando nel Farinata prima immobile, ‘crollarsi’ quasi per terremoto interiore dello ‘schivo’ Ulisse, convertirsi del vento in voce in Guido da Montefeltro, tornare indietro nel cammino assegnato o separarsi dai compagni di pena, essere sforzati a parlare anche malvolentieri, non poterlo negare o mostrare fretta di farlo, arrestarsi obliando il martirio, levarsi per poi ricadere, sollevarsi da atti bestiali per ritornare a essi dopo aver parlato, come nel conte Ugolino. In tante lingue, che parlano come per sé stesse mosse, sta un solo desiderio, il vivere ancora nel libro che è stato altrui aperto.
Se nell’Inferno il sesto stato non si realizza mai compiutamente, anche il settimo, che gli è strettamente connesso, non può trovare un luogo autonomo. Ciò non toglie che temi del settimo stato (e della settima visione) siano ben presenti in modo diffuso. Ad esempio, quelli relativi alla settima chiesa assumono particolare rilievo nella descrizione degli ignavi a Inf. III. Tempo del silenzio, della serena pace, del riposo dalle ansiose fatiche, il settimo stato subentra dopo le terribili tentazioni inferte, con un martirio non corporale ma psicologico, dai carnefici dell’Anticristo nel sesto. Come ogni momento della storia umana partecipa dell’imitazione di Cristo, che raggiunge l’acme nel sesto stato, così in ogni periodo si verifica una sua “quietatio”, una pausa di pace, di quiete, di silenzio propria del settimo. Così Francesca parla e ascolta “mentre che ’l vento, come fa, ci tace”. Il vento – “la bufera infernal, che mai non resta” – designa il fluttuare tempestoso delle passioni nel cuore.

PURGATORIO

(sesta età del mondo)

Dopo le prime cinque età del mondo (corrispondenti all’Antico Testamento, la gioachimita età del Padre), che hanno segnato la discesa a spirale per i cinque cicli settenari dell’Inferno, con il Purgatorio inizia la sesta età, quella di Cristo (l’età del Figlio), che ha sette stati, corrispondenti ai sette stati della Chiesa. Dapprima, nel cosiddetto ‘antipurgatorio’, si registrano in successione temi prevalenti dei primi cinque stati. Il sesto stato della sesta età (con cui si apre l’età dello Spirito) inizia con l’apertura della porta di san Pietro (la porta del purgatorio). Questo sesto stato procede anch’esso con andamento settenario, per cui ha sette momenti, coincidenti principalmente con un girone della montagna, ma non del tutto, perché sempre l’ordine spirituale del poema rompe i confini letterali e le divisioni materiali, concatenando i temi di uno stato prevalente con quelli dello stato che precede e con quelli dello stato che segue e intrecciandoli con temi di tutti gli altri stati.
È spiegato nel Notabile VII del prologo della Lectura che il sesto stato della Chiesa è il secondo stato di Cristo e ha i suoi sette tempi per cui la Chiesa, come fosse una sfera, si ricongiunge circolarmente al primo apostolico tempo. Il settimo dei sette momenti del sesto stato della Chiesa coincide con il settimo stato generale della Chiesa, che nel poema corrisponde in parte all’ultimo girone della montagna (il settimo, dove si purgano i lussuriosi) e in parte all’Eden, con cui si chiude la seconda cantica.
Il Purgatorio dunque, secondo il senso spirituale, è la storia della Chiesa che corre verso il suo sesto stato, punto di riferimento di tutte le vicende umane, antiche e moderne, che ad esso cooperano. Non è casuale che nel sesto girone della montagna sia chiarificata e riconosciuta, nel colloquio con Bonagiunta da Lucca, la poetica delle “nove rime” di Dante, già “sesto tra cotanto senno” cooptato nella “bella scola” dei poeti del Limbo.
La vasta zona dedicata al sesto momento del sesto stato della Chiesa ha il suo inizio nel forte terremoto che scuote la montagna mentre Dante e Virgilio si trovano ancora nel quinto girone (Purg. XX, 124-141). Essa è stata compiutamente esaminata altrove.
Il settimo stato dell’Olivi si realizza parte in questa vita (come pregustazione in terra della gloria eterna, cioè fin sulla cima della montagna) e in parte nella futura (nel senso della quiete delle anime beate in attesa della resurrezione, che è la materia del Paradiso).

canti

I ciclo – fino al sesto sato

stati

 

I

Catone

Radici, I

 

II

angelo nocchiero, Casella

–  II

 

III

scomunicati

III

“Antipurgatorio”

IV

salita al primo balzo, Belacqua

IV  –  V

V

negligenti morti per violenza

V

VI

Sordello

V

VII-VIII

valletta dei principi

V

IX

apertura della porta

VI sesto stato

 

canti

II ciclo – il sesto stato della sesta età

stati

gironi

X-XII

superbi

I

I

XIII-XIV-XV

invidiosi

II

II

XV-XVIII

iracondi

ordinamento del purgatorio,

amore e libero arbitrio

III

III

IV

XVIII-XIX

accidiosi

IV

IV

XIX-XX

avari e prodighi

V

V

XX (terremoto)  -XXV

Stazio, golosi, generazione dell’uomo

VI

VI

XXV-XXVI

lussuriosi

VII – settimo stato

VII

XXVII

XXVIII-XXXIII

 muro di fuoco

notte stellata, termine dell’ascesa

Eden

 

 

PARADISO

(settimo stato della Chiesa)

Il Primo Mobile è il nono e penultimo cielo, ma è il sesto se si parte dal cielo del Sole. È anche il cielo più segnato dal tema del “punto”, cui è assimilato il sesto stato. Questo consente di ricostruire l’ordine spirituale del Paradiso ponendo la cerniera nel quarto cielo del Sole. Con il terzo cielo di Venere termina infatti il cono d’ombra gettato dalla terra, secondo la dottrina di Alfragano (Par. IX, 118-119), mentre prima di descrivere l’ascesa al cielo del Sole il poeta invita il lettore a rivolgersi “a l’alte rote” (Par. X, 7-27). Senza la cesura recisa che, nella prima cantica, divide i dannati puniti all’interno della città di Dite da quelli che ne stanno fuori e, nella seconda cantica, separa le anime purganti nei sette gironi della montagna dalle anime che attendono fuori della porta (il cosiddetto ‘antipurgatorio’), anche nel Paradiso gli spiriti che si manifestano nei primi tre cieli della Luna, di Mercurio e di Venere (spiriti che mancarono ai voti, spiriti che furono attivi per conseguire onore e fama, spiriti amanti) si distinguono per minore perfezione rispetto a quelli che appaiono nei cieli seguenti.
I dieci cieli del Paradiso si mostrano pertanto ordinati in due gruppi di settenari, corrispondenti agli stati della Chiesa (e alle loro prerogative) secondo Olivi, parzialmente combacianti (da 1 a 7 e da 4 a 10: coincidono gli ultimi quattro numeri del primo gruppo e i primi quattro del secondo).

I  Se si considera il primo settenario, nel primo cielo della Luna si affronta la questione dell’inadempienza dei voti, che ha corrispondenza con i temi propri della prima chiesa di Efeso, il cui nome, se interpretato, oscilla tra la fervida volontà iniziale e la remissione (l’essenza del voto consiste nella volontà).

II  Nel secondo cielo di Mercurio, le battaglie sostenute dal “sacrosanto segno” dell’aquila corrispondono allo stato dei martiri, che è dei combattenti, e anche la dottrina dell’incarnazione e della passione di Cristo, esposta successivamente da Beatrice, fa parte della tematica, perché l’intera Chiesa, fondata sulla passione di Cristo, imita con i martiri la sua croce, e questo giova assai al suo radicamento.

III  Nel terzo cielo di Venere, Carlo Martello spiega al modo di un dottore del terzo stato la diversità delle indoli umane e come gli uomini, non assecondandole, errino; nello stesso cielo compare Folchetto di Marsiglia, che da vescovo di Tolosa combatté l’eresia albigese.

IV – I  Al quarto cielo del Sole, primo del secondo gruppo di settenari per l’esaltazione della vita apostolica (propria del primo stato e rinnovata nel sesto), si può connettere il tema stesso del sole inteso nell’esegesi della quarta tromba (Ap 8, 12): “Per solem videtur hic designari solaris vita et contemplatio summorum anachoritarum, qui fuerunt patres et exempla aliorum, vel solaris sapientia et doctrina summorum doctorum”. Sapienza e contemplazione, dottori del terzo e anacoreti del quarto stato, concorrono, come Domenico e Francesco – “L’un fu tutto serafico in ardore; / l’altro per sapïenza in terra fue / di cherubica luce uno splendore” (Par. XI, 37-39) – con mutua cortesia a infiammare il meriggio dell’universo.

V – II  Il quinto cielo di Marte, secondo (come il secondo stato dei martiri) per l’esaltazione della croce di Cristo formata dai lumi dei combattenti per la fede, reca in sé il tema del condiscendere proprio del quinto stato sia nel pio discendere per la croce di Cacciaguida verso Dante, sia nella decadenza degli “alti Fiorentini”, cioè delle antiche famiglie, assimilate agli anacoreti, un tempo alti e poi vòlti in basso.

VI – III  Il sesto cielo di Giove, terzo (come il terzo stato dei dottori) per la spiegazione di profonde verità di fede, sviluppa il motivo, proprio della sesta chiesa, della “porta aperta”. Aprire la porta significa illuminare e rendere acuto l’intelletto che penetra nell’occulto delle Scritture, e anche dare efficacia spirituale a penetrare nel cuore di chi ascolta: così l’aquila apre la “latebra” di Dante, così l’occhio di Rifeo Troiano fu da Dio aperto alla futura redenzione.

VII – IV Nel settimo cielo di Saturno, quarto (come il quarto stato degli anacoreti), “si tace … la dolce sinfonia di paradiso” (Par. XXI, 58-60), e il tacere è tema del settimo stato. Ivi si mostrano gli spiriti contemplativi, principali soggetti del quarto stato, proprio degli anacoreti: se si conta a partire dal quarto cielo del Sole, considerando questo come primo ovvero come nuovo avvio del ciclo settenario, il cielo di Saturno è appunto quarto.

VIII (V) Il settimo cielo di Saturno è seguito dal cielo delle Stelle fisse – ottavo e quinto -, dove si mostrano le schiere del trionfo di Cristo che discendono dall’Empireo (il quinto stato è caratterizzato dalla “condescensio”) e si celebra il trionfo di Maria (sviluppo del tema, proprio della quinta chiesa, della mirabile bellezza della Chiesa, regina ornata di veste aurea per la carità che unisce e circondata dalla varietà nei doni e nelle grazie delle diverse membra). È inoltre ricapitolazione dei precedenti sette, secondo un’interpretazione più volte presente nella Lectura dell’essere ‘ottavo’. Per questo Dante, stando nel segno dei Gemelli, riguarda in giù e torna col viso per tutte quante le sette precedenti sfere (Par. XXII, 124-154).

IX (VI) Segue il Primo Mobile o Cristallino – nono e sesto cielo –, dove il poeta vede il punto luminosissimo – Dio – da cui dipende il cielo e la terra, circondato dai nove cerchi di fuoco (Par. XXVIII, 16-18, 40-42, 94-96). Il sesto stato, secondo quanto Olivi afferma nel Notabile VIII, è il “punto” da cui dipendono gli altri stati, perché appare nel testo dell’Apocalisse in modo più evidente degli altri, che da esso assumono chiarezza quanto alla loro manifestazione nella storia, come l’intelligenza delle cose ordinate ad un fine dipende dal fine.

X (VII) La quiete e l’immobilità dell’Empireo, decimo cielo – il “ciel de la divina pace” -, corrispondono al settimo stato, di cui è propria la “quietatio”, il silenzio (tema anticipato dal tacere di Beatrice in apertura del canto XXIX), e la pace.

Il Paradiso avrebbe pertanto un ordine spirituale del seguente tipo:

cielo

stato

cielo

I

LUNA

I

II

MERCURIO

II

III

VENERE

III

IV

SOLE

IV

I

SOLE

V

MARTE

V

II

MARTE

VI

GIOVE

VI

III

GIOVE

VII

SATURNO

VII

IV

SATURNO

VIII

V

STELLE FISSE

IX

VI

PRIMO MOBILE

X

VII

EMPIREO

Oltre ai luoghi sopra indicati, i temi del sesto e del settimo stato si rinvengono in più punti, intrecciati con altri.

[1] Cfr. LSA, cap. XVII, Ap 17, 9: «Et subdit Ricardus quod per septem reges, et per septem capita designatos, designatur hic universus populus malorum, qui secundum septem status huius seculi determinantur. Primus scilicet ab Adam usque ad Noe. Secundus a Noe usque ad Abraam. Tertius ab Abraam usque ad Moysen. Quartus a Moys<e> usque ad David. Quintus a David usque ad Christum. Sextus a Christo usque ad Antichristum. Septimus autem sub Antichristo attribuitur». Cfr. PETRI IOHANNIS OLIVI Lectura super Lucam, Lc 1, 26, ed. F. Iozzelli, Grottaferrata 2010 (Collectio Oliviana, V), pp. 187-188: «Signanter autem dicitur in sexto mense, quia Christus uenit in sexta mundi etate, et iterum post quinque notabiles synagoge decursus: nam primo, cum sola circumcisione fuit sub patribus per quadringentos annos; secundo, accepta lege, fuit sub iudicibus per tantumdem temporis; tertio, proficiens in regnum, fuit sub regibus; quarto, assumpto plenius spiritu prophetico, fuit sub prophetis sollempnioribus, scilicet sub Elia, Ysaia et Yeremia etc.; quinto, restituto templo et urbe, fuit sub pontificibus quibus, per Aggeum et Zachariam et Malachiam iterata prophetia de Christo et eius precursore Elia, factum est silentium prophetarum, ita quod obmutuit cetus sacerdotum usque ad Iohannis ortum; et iterum in eiusdem quinti temporis sexto centenario conceptus est Christus. Sicut etiam sexto die factus est homo ad ymaginem Dei, sic conuenienter sub consimili senario factus est Christus homo, plenior Dei ymago: nam et perfectio numeri senarii, que ex omnibus partibus suis aliquotis et iterum ex ternario cum suis partibus, scilicet binario et unitate, consurgit, competit sibi et etiam reflexio ternarii per binarium, id est cultus fidei et Trinitatis per geminam caritatem».

[2] Il principio è chiaramente affermato nel notabile VIII del prologo della LSA: «[…] si omnia prima membra visionum ad invicem conferas et consimiliter omnia secunda et sic de aliis, aperte videbis omnia prima ad idem primum concorditer referri et consimiliter omnia secunda ad idem secundum et sic de aliis. Et hoc in tantum quod plena intelligentia eiusdem primi multum clarificatur ex mutua collatione omnium primorum, et idem est de omnibus secundis et tertiis et sic de aliis».

[3] A. FRUGONI, La Roma di Dante, tra il tempo e l’eterno, in ID., Pellegrini a Roma nel 1300. Cronache del primo Giubileo, presentazione di C. Frugoni, a cura e con Introduzione di F. Accrocca, Casale Monferrato 1999, pp. 102-103.

[4] LSA, cap. VI, Ap 6, 12: «Secunda ratio est quia persone Christi correspondet in sexta apertione unus ordo plurium personarum sic secundum suam proportionem augendus, sicut Christus secundum suum corpus fuit usque ad perfectam etatem viriliter auctus. […] Quarta est quia, prout super evangelia ostendi, Christus parvo tempore debuit inter nos vivere et pauciori predicare […]. Nisi autem ordo evangelicus, per Franciscum renovatus, esset in multis et saltem sub duabus vel tribus generationibus propagatus et sollempnizatus, non esset nec ipse nec populus ab eo ducendus sufficienter dispositus ad tam autenticam condempnationem condempnationi Christi consimilem subeundam».