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Giu 12 2026

Paradiso XXI-XXII, 1-132

 

La ‘Divina Parodia’ del Libro scritto dentro e fuori

The ‘Divine Parody’ of the Book written within and without

Inferno: I; II; III; IV; V; VI; VII; VIII; IX; X; XI; XII; XIII; XIV; XV; XVI; XVII; XVIII; XIX; XX; XXI; XXII; XXIII; XXIV; XXV; XXVI; XXVII; XXVIII; XXIX; XXX; XXXI; XXXII, 1-123; XXXII, 124-XXXIII, 90; XXXIII, 91-157; XXXIV

Purgatorio: III; XXVIII; XXIX; XXX; XXXI; XXXII; XXXIII

Paradiso: I-II; III-IV-V; VI-VII; VIII-IX; X; XI-XII; XIII; XIV; XVXVIXVII-XVIII, 1-51; XVIII, 52-136-XIX-XX; XXI-XXII, 1-132; XXII, 133-154-XXIII; XXIV-XXV-XXVI; XXVII; XXXIII

Vengono qui esposti i canti XXI e XXII, 1-132 del Paradiso con i corrispondenti legami ipertestuali con i luoghi della Lectura super Apocalipsim ai quali i versi si riferiscono. L’intero poema è esposto nella Topografia spirituale della Commedia (2013, PDF; cfr. infra), ma si sta procedendo a un esame progressivo e aggiornato dei singoli canti (completato l’Inferno). Ogni tabella sinottica, qui presentata o alla quale si rinvia in quanto già esaminata in altra sede, è preceduta o seguita da una parte esplicativa. Sull’uso dei colori cfr. Avvertenze.

 

1. Nel cristallo dei contemplativi. 1.1. Leggere per segni. 1.2. Ispirazione e arte. 2. Il sorriso che incenerisce. 3. La beatitudine tetragona e liberale. 4. Il “terzo sermo”. 5. Il Catria, Sion e l’Armagedon. 6. Un enigma risolto: “Pietro Damiano” e “Pietro Peccator”, ovvero la distinzione fra quarto e quinto stato della Chiesa (XXI, 121-123). 7. Un terremoto in cielo. 8. San Benedetto e i “fuochi contemplanti”. 9. L’invocazione ai Gemelli. 10. La luna sotto i piedi.

 AvvertenzeAbbreviazioniNote sulla “topografia spirituale” della Commedia.
Appendice: L’arte della memoria per l’autore.

XXI

Legenda [3]: numero dei versi; 2, 26-28: collegamento ipertestuale all’esegesi, nella Lectura di Olivi, di capitolo e versetto dell’Apocalisse [Ap]; Not. III: collegamento all’esegesi contenuta nei tredici notabilia del prologo della LecturaVarianti rispetto al testo del Petrocchi.

Già eran li occhi miei rifissi al volto
de la mia donna, e l’animo con essi,
e da ogne altro intento s’era tolto.   [3]   2, 26-28

E quella non ridea; ma « S’io ridessi »,   1, 16
mi cominciò, « tu ti faresti quale
fu Semelè quando di cener fessi:   [6]   5, 1

ché la bellezza mia, che per le scale
de l’etterno palazzo più s’accende,   6, 6
com’ hai veduto, quanto più si sale,   [9]

se non si temperasse, tanto splende,   4, 5
che ’l tuo mortal podere, al suo fulgore,   5, 1; 4, 5; 8, 5
sarebbe fronda che trono scoscende.   [12]

Noi sem levati al settimo splendore,
che sotto ’l petto del Leone ardente   15, 2 (6, 6)
raggia mo misto giù del suo valore.   [15]   5, 1

Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,   1, 10-12; 6, 7
e fa di quelli specchi a la figura   4, 6; 1, 1
che ’n questo specchio ti sarà parvente ».   [18]

Qual savesse qual era la pastura   Not. III
del viso mio ne l’aspetto beato
quand’ io mi trasmutai ad altra cura,   [21]   6, 7

conoscerebbe quanto m’era a grato
ubidire a la mia celeste scorta,   1, 10-12
contrapesando l’un con l’altro lato.   [24]

Dentro al cristallo che ’l vocabol porta,   4, 6
cerchiando il mondo, del suo caro duce   21, 20; 14, 1   chiaro
sotto cui giacque ogne malizia morta,   [27]

di color d’oro in che raggio traluce
vid’ io uno scaleo eretto in suso   2, 5
tanto, che nol seguiva la mia luce.   [30]

Vidi anche per li gradi scender giuso
tanti splendor, ch’io pensai ch’ogne lume
che par nel ciel, quindi fosse diffuso.   [33]

E come, per lo natural costume,
le pole insieme, al cominciar del giorno,
si movono a scaldar le fredde piume;   [36]   12, 1-2

poi altre vanno via sanza ritorno,
altre rivolgon sé onde son mosse,
e altre roteando fan soggiorno;   [39]

tal modo parve me che quivi fosse
in quello sfavillar che ’nsieme venne,
sì come in certo grado si percosse.   [42]

E quel che presso più ci si ritenne,
si fé sì chiaro, ch’io dicea pensando:
‘Io veggio ben l’amor che tu m’accenne.   [45]

Ma quella ond’ io aspetto il come e ’l quando
del dire e del tacer, si sta; ond’ io,   10, 4; Not. III
contra ’l disio, fo ben ch’io non dimando’.   [48]

Per ch’ella, che vedëa il tacer mio
nel veder di colui che tutto vede,   2, 18
mi disse: « Solvi il tuo caldo disio ».   [51]

E io incominciai: « La mia mercede   22, 12
non mi fa degno de la tua risposta;   1, 1-2
ma per colei che ’l chieder mi concede,   [54]

vita beata che ti stai nascosta
dentro a la tua letizia, fammi nota   Not. XIII
la cagion che sì presso mi t’ha posta;   [57]

e dì perché si tace in questa rota   Not. V
la dolce sinfonia di paradiso,
che giù per l’altre suona sì divota ».   [60]

« Tu hai l’udir mortal sì come il viso »,   5, 1
rispuose a me; « onde qui non si canta   14, 3
per quel che Bëatrice non ha riso.   [63]   1, 16

Giù per li gradi de la scala santa   2, 5
discesi tanto sol per farti festa   3, 5
col dire e con la luce che mi ammanta;   [66]

né più amor mi fece esser più presta,
ché più e tanto amor quinci sù ferve,   2, 18
sì come il fiammeggiar ti manifesta.   [69]

Ma l’alta carità, che ci fa serve
pronte al consiglio che ’l mondo governa,
sorteggia qui sì come tu osserve ».   [72]

« Io veggio ben », diss’ io, « sacra lucerna,
come libero amore in questa corte   22, 17
basta a seguir la provedenza etterna;   [75]

ma questo è quel ch’a cerner mi par forte,
perché predestinata fosti sola
a questo officio tra le tue consorte ».   [78]

Né venni prima a l’ultima parola,
che del suo mezzo fece il lume centro,   1, 13
girando sé come veloce mola;   [81]   18, 22-23

poi rispuose l’amor che v’era dentro:
« Luce divina sopra me s’appunta,   2, 1
penetrando per questa in ch’io m’inventro,   [84]   2, 18; 2, 19

la cui virtù, col mio veder congiunta,   21, 16 (longitudo); 21, 12-13 (angulus)
mi leva sopra me tanto, ch’i’ veggio   (altitudo)
la somma essenza de la quale è munta.   [87]

Quinci vien l’allegrezza ond’ io fiammeggio; (latitudo); 2, 1
per ch’a la vista mia, quant’ ella è chiara,
la chiarità de la fiamma pareggio.   [90]   (equalitas)

Ma quell’ alma nel ciel che più si schiara,
quel serafin che ’n Dio più l’occhio ha fisso,
a la dimanda tua non satisfara,   [93]

però che sì s’innoltra ne lo abisso   5, 1
de l’etterno statuto quel che chiedi,
che da ogne creata vista è scisso.   [96]

E al mondo mortal, quando tu riedi,
questo rapporta, sì che non presumma
a tanto segno più mover li piedi.   [99]   12, 14; 2, 18

La mente, che qui luce, in terra fumma;   15, 8
onde riguarda come può là giùe
quel che non pote perché ’l ciel l’assumma ».   [102]

Sì mi prescrisser le parole sue,
ch’io lasciai la quistione e mi ritrassi
a dimandarla umilmente chi fue.   [105]

« Tra ’ due liti d’Italia surgon sassi,   16, 16; 6, 15-17
e non molto distanti a la tua patria,
tanto che ’ troni assai suonan più bassi,   [108]

e fanno un gibbo che si chiama Catria,   16, 16
di sotto al quale è consecrato un ermo,   14, 18
che suole esser disposto a sola latria ».   [111]   14, 3-4

Così ricominciommi il terzo sermo;   12, 14
e poi, continüando, disse: « Quivi
al servigio di Dio mi fe’ sì fermo,   [114]   20, 9

che pur con cibi di liquor d’ulivi   6, 6
lievemente passava caldi e geli,
contento ne’ pensier contemplativi.   [117]

Render solea quel chiostro a questi cieli
fertilemente; e ora è fatto vano,   6, 8
sì che tosto convien che si riveli.   [120]   1, 1

In quel loco fu’ io Pietro Damiano,   Not. XII (IVV status)
e Pietro Peccator fu’ ne la casa   fu
di Nostra Donna in sul lito adriano.   [123]

Poca vita mortal m’era rimasa,   12, 17
quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
che pur di male in peggio si travasa.   [126]

Venne Cefàs e venne il gran vasello
de lo Spirito Santo, magri e scalzi,
prendendo il cibo da qualunque ostello.   [129]

Or voglion quinci e quindi chi rincalzi
li moderni pastori e chi li meni,   1, 10-12
tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.   [132]

Cuopron d’i manti loro i palafreni,   9, 19; 1, 13; 9, 1-2
sì che due bestie van sott’ una pelle:
oh pazïenza che tanto sostieni! ».   [135]   2, 2-3

A questa voce vid’ io più fiammelle   20, 9 (14, 1)
di grado in grado scendere e girarsi,   2, 5
e ogne giro le facea più belle.   [138]

Dintorno a questa vennero e fermarsi,
e fero un grido di sì alto suono,   5, 1 (6, 10)14, 2
che non potrebbe qui assomigliarsi;
né io lo ’ntesi, sì mi vinse il tuono.   [142]

XXII, 1-132

 

Legenda [3]: numero dei versi; 16, 18: collegamento ipertestuale all’esegesi, nella Lectura di Olivi, di capitolo e versetto dell’Apocalisse [Ap]; Not. III: collegamento all’esegesi contenuta nei tredici notabilia del prologo della LecturaVarianti rispetto al testo del Petrocchi.

Oppresso di stupore, a la mia guida   16, 18; 1, 10-12
mi volsi, come parvol che ricorre
sempre colà dove più si confida;   [3]   2, 8

e quella, come madre che soccorre   5, 1
sùbito al figlio palido e anelo   6, 8
con la sua voce, che ’l suol ben disporre,   [6]

mi disse: « Non sai tu che tu se’ in cielo?   20, 9
e non sai tu che ’l cielo è tutto santo,
e ciò che ci si fa vien da buon zelo?   [9]   3, 19

Come t’avrebbe trasmutato il canto,   16, 18
e io ridendo, mo pensar lo puoi,   1, 16
poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto;   [12]  5, 1 (6, 10)

nel qual, se ’nteso avessi i prieghi suoi,   14, 17
già ti sarebbe nota la vendetta
che tu vedrai innanzi che tu muoi.   [15]

La spada di qua sù  non taglia in fretta   1, 16 (2, 12; 19, 15)
né tardo, ma’ ch’al parer di colui
che disïando o temendo l’aspetta.   [18]

Ma rivolgiti omai inverso altrui;
ch’assai illustri spiriti vedrai,
se com’ io dico l’aspetto redui ».   [21]   14, 1

Come a lei piacque, li occhi ritornai,
e vidi cento sperule che ’nsieme
più s’abbellivan con mutüi rai.   [24]

Io stava come quei che ’n sé repreme   Not. III
la punta del disio, e non s’attenta
di domandar, sì del troppo si teme;   [27]

e la maggiore e la più luculenta
di quelle margherite innanzi fessi,   21, 21
per far di sé la mia voglia contenta.   [30]

Poi dentro a lei udi’: « Se tu vedessi
com’ io la carità che tra noi arde,   2, 18 (6, 6)
li tuoi concetti sarebbero espressi.   [33]

Ma perché tu, aspettando, non tarde   6, 11; 3, 3
a l’alto fine, io ti farò risposta
pur al pensier, da che sì ti riguarde.   [36]

Quel monte a cui Cassino è ne la costa   14, 1; Not. VII
fu frequentato già in su la cima
da la gente ingannata e mal disposta;   [39]

e quel son io che sù vi portai prima
lo nome di colui che ’n terra addusse
la verità che tanto ci soblima;   [42]

e tanta grazia sopra me relusse,
ch’io ritrassi le ville circunstanti   2, 20
da l’empio cólto che ’l mondo sedusse.   [45]

Questi altri fuochi tutti contemplanti   2, 1 (15, 2)
uomini fuoro, accesi di quel caldo   6, 6; Not. VI, VII
che fa nascere i fiori e ’ frutti santi.   [48]

Qui è Maccario, qui è Romoaldo,   Not. X
qui son li frati miei che dentro ai chiostri
fermar li piedi e tennero il cor saldo ».   [51]   2, 1820, 9

E io a lui: « L’affetto che dimostri   Not. X
meco parlando, e la buona sembianza
ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri,   [54]   2, 18

così m’ha dilatata mia fidanza,   Not. III
come ’l sol fa la rosa quando aperta   3, 7
tanto divien quant’ ell’ ha di possanza.   [57]

Però ti priego, e tu, padre, m’accerta
s’io posso prender tanta grazia, ch’io
ti veggia con imagine scoverta ».   [60]

Ond’ elli: « Frate, il tuo alto disio   5, 8
s’adempierà in su l’ultima spera,
ove s’adempion tutti li altri e ’l mio.   [63]   14, 18

Ivi è perfetta, matura e intera   natura
ciascuna disïanza; in quella sola   4, 10
è ogne parte là ove sempr’ era,   [66]

perché non è in loco e non s’impola;
e nostra scala infino ad essa varca,   2, 5
onde così dal viso ti s’invola.   [69]   12, 17

Infin là sù la vide il patriarca
Iacobbe porger la superna parte,
quando li apparve d’angeli sì carca.   [72]

Ma, per salirla, mo nessun diparte   2, 5
da terra i piedi, e la regola mia   2, 18
rimasa è per danno de le carte.   [75]   12, 17

Le mura che solieno esser badia
fatte sono spelonche, e le cocolle   6, 12-17
sacca son piene di farina ria.   [78]

Ma grave usura tanto non si tolle
contra ’l piacer di Dio, quanto quel frutto
che fa il cor de’ monaci sì folle;   [81]

ché quantunque la Chiesa guarda, tutto   2, 19
è de la gente che per Dio dimanda;
non di parenti né d’altro più brutto.   [84]

La carne d’i mortali è tanto blanda,   Not. V
che giù non basta buon cominciamento   3, 1.3
dal nascer de la quercia al far la ghianda.   [87]

Pier cominciò sanz’ oro e sanz’ argento,   6, 12
e io con orazione e con digiuno,   15, 2
e Francesco umilmente il suo convento;   [90]

e se guardi ’l principio di ciascuno,   3, 1.3
poscia riguardi là dov’ è trascorso,
tu vederai del bianco fatto bruno.   [93]   6, 12 (6, 2)

Veramente Iordan vòlto retrorso   1, 10-12
più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse,
mirabile a veder che qui ’l soccorso ».   [96]

Così mi disse, e indi si raccolse   20, 8
al suo collegio, e ’l collegio si strinse;   Not. X (5, 5)
poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse.   [99]   s’accolse

La dolce donna dietro a lor mi pinse
con un sol cenno su per quella scala,   2, 5
sua virtù la mia natura vinse;   [102]   12, 5

né mai qua giù dove si monta e cala   2, 5
naturalmente, fu sì ratto moto   12, 5
ch’agguagliar si potesse a la mia ala.   [105]

S’io torni mai, lettore, a quel divoto
trïunfo per lo quale io piango spesso
le mie peccata e ’l petto mi percuoto,   [108]

tu non avresti in tanto tratto e messo
nel foco il dito, in quant’ io vidi ’l segno
che segue il Tauro e fui dentro da esso.   [111]

O glorïose stelle, o lume pregno   2, 26-28
di gran virtù, dal quale io riconosco   1, 6
tutto, qual che si sia, il mio ingegno,   [114]

con voi nasceva e s’ascondeva vosco
quelli ch’è padre d’ogne mortal vita,   8, 12
quand’ io senti’ di prima l’aere tosco;   [117]   12, 9

e poi, quando mi fu grazia largita   5, 1
d’entrar ne l’alta rota che vi gira,
la vostra regïon mi fu sortita.   [120]

A voi divotamente ora sospira   5, 8   òra e
l’anima mia, per acquistar virtute   2, 26-28
al passo forte che a sé la tira.   [123]

« Tu se’ sì presso a l’ultima salute »,
cominciò Bëatrice, « che tu dei
aver le luci tue chiare e acute;   [126]

e però, prima che tu più t’inlei,
rimira in giù, e vedi quanto mondo   12, 1-2
sotto li piedi già esser ti fei;   [129]

sì che ’l tuo cor, quantunque può, giocondo
s’appresenti a la turba trïunfante
che lieta vien per questo etera tondo ».   [132]

1. Nel cristallo dei contemplativi    EN

1.1. Leggere per segni

Secondo la “topografia spirituale”, i dieci cieli del Paradiso si mostrano ordinati in due gruppi di settenari, corrispondenti agli stati, o periodi, della storia della Chiesa e alle loro prerogative, parzialmente combacianti con cerniera nel cielo del Sole, quarto del primo gruppo e primo del secondo (da 1 a 7 e da 4 a 10: coincidono gli ultimi quattro numeri del primo gruppo e i primi quattro del secondo).
Nel settimo cielo, di Saturno, si mostrano gli spiriti contemplativi, principali soggetti del quarto stato della Chiesa: se si conta a partire dal quarto cielo, del Sole, considerando questo come primo ovvero come nuovo avvio del ciclo settenario, il cielo di Saturno è appunto quarto. Ivi anche “si tace … la dolce sinfonia di paradiso” (Par. XXI, 58-60), e il tacere è tema del settimo stato (cfr. prologo, Notabile V).
Il complesso dei temi relativi al quarto stato della Chiesa permea, semanticamente variato, i versi relativi al cielo di Saturno. La parodia opera semanticamente in quanto trasferisce nel volgare elementi tratti dall’umile latino dell’ipotesto di esegesi apocalittica; lo fa in modo variato, poiché li appropria
nell’ipertesto a situazioni differenti dalle originarie e diverse fra loro. Vestito con quei temi, il senso letterale fa segno dei significati da essi portati. Si può discutere quale scopo avesse, nella mente del poeta, una simile operazione parodica che il confronto testuale mostra non eludibile e regolata da precise e costanti norme. Si deve pensare in primo luogo all’esistenza di un pubblico, fra i diversi destinatari del poema, che fosse in grado di cogliere i significati incardinati nel linguaggio significante del senso letterale, nel quale le parole sarebbero state imagines agentes sulla memoria del lettore che già conosceva la Lectura super Apocalipsim dell’Olivi. I destinatari di questa poetica arte della memoria non avrebbero potuto essere che gli Spirituali francescani, i quali ritenevano il commento apocalittico del frate di Sérignan come vessillo. Ne avrebbero avuto una metamorfosi in volgare, in un linguaggio alquanto prossimo a quello dei predicatori, quali essi erano. Vi avrebbero trovato il sentimento anelante a una palingenesi universale, a una nuova età dell’oro, a un terremoto interiore di conversione dell’homo novus, insieme alla critica alla Chiesa carnale, la Babylon apocalittica. Quel poema, la cui veste sacra era tagliata sulla Lectura super Apocalipsim, avrebbe potuto servire loro come speculum perfectionis, per l’ascesi individuale, e anche per la predicazione, come avvenne in non pochi casi dopo la morte di Dante [1].
Leggendo i canti relativi al cielo di Saturno, uno ‘spirituale’ non avrebbe avuto grandi difficoltà a ritrovarvi l’esegesi di Tiàtira, la quarta chiesa d’Asia infiammata nella contemplazione, per il fervore di carità, da Cristo che con occhi di fuoco tutto vede e penetra, scruta le reni e i cuori, ma dedita anche alla vita attiva designata dai Suoi piedi simili all’oricalco:

 

(Ap 2, 1.18-19.23) … inflammata vel vivens hostia, quia tales per lucem et flammam contemplative devotionis … de fervore fidei et caritatis … Christus proponitur ut habens oculos lucidos et ardentes sicut est flamma ignisper oculos autem flammeos fervor et lux contemplationis ignite, per pedes vero similes auricalco perfectio vite active … proposuit Christus se habere oculos sicut flammam, ut pateret quod omnia videt et penetrat

[XXI] colui che tutto vede (v. 50), ferve (v. 68), fiammeggiar (v. 69), carità (v. 70), luce (v. 83), penetrando (v. 84), fiammeggio (v. 88), piedi (v. 99) – [XXII] carità, arde (v. 32), fuochi … contemplanti (v. 46), piedi (vv. 51, 74), ardor (v. 54).

Né si trattava solo di elementi semantici accostati nel senso comune del linguaggio (come ad esempio ferve, carità, ardor), perché se ne registravano altri da esso dissonanti (come colui che tutto vede, piedi). Nell’esegesi della quarta chiesa, per sottolineare che le eresie del tempo erano dedite ai piaceri carnali, si cita la Lettera ai Filippesi 3, 19: “venter est eorum deus et gloria” (Ap 2, 19): Pier Damiani afferma che la luce lo racchiude come in un ventre fiammeggiante – “in ch’io m’inventro” (XXI, 84) – variando con tono glorioso un tema negativo. È proprio della quarta chiesa, dove si pratica insieme vita attiva e vita contemplativa, ministrare e dispensare ai poveri i beni della Chiesa, che ad essi effettivamente appartengono – “episcopi est ministrare seu dispensare pauperibus et precipue suis subditis bona ecclesie tamquam communia et tamquam bona pauperum” (2, 19) -; san Benedetto lo ricorda a XXII, 82-84: “ché quantunque la Chiesa guarda, tutto / è de la gente che per Dio dimanda; / non di parenti né d’altro più brutto”.
Qualche difficoltà avrebbe incontrato il nostro lettore nel percepire, ad esempio, che si sta (XXI, 47), io stava (XXII, 25) fanno parte del tessuto dei temi riferiti al quarto stato, assimilato all’età matura dell’uomo, stabile e fermo (prologo, Notabile III), ma avrebbe superato le incertezze constatando la ricorrenza del motivo in altri luoghi del poema. Avrebbe d’altronde registrato nei versi altri Leitmotive come pastura (XXI, 19), affetto (XXII, 52), tipici dei contemplativi del quarto periodo della Chiesa, dediti al pastus eucaristico fondato sull’affectus (a differenza dei dottori del precedente terzo stato, che combattono le eresie con la spada della ragione, ma concorrenti con gli anacoreti). Di fronte all’inciso
“così m’ha dilatata mia fidanza” (XXII, 55) avrebbe riconosciuto che è proprio di quel periodo abbracciare la fede (“fidei amplexande), dopo che questa è stata esposta e spiegata dai dottori nel precedente tempo (prologo, Notabile III).
Il nostro spirituale, allenato a pensare la storia della Chiesa per status o periodi, quali pilastri di un processo sacrale, avrebbe ben compreso che Pier Damiani, con le sue discusse parole a Par. XXI, 121-123,
intende distinguere due persone, sé stesso e l’altro Pietro, e soprattutto affermare la differenza fra due modi di vita religiosa, il primo proprio dei contemplativi puri, il secondo, meno perfetto, di quanti vivono una vita associata nelle canonìe.
Quel lettore accorto avrebbe individuato altri temi che l’esegesi, aggregando i quarti elementi delle prime sei visioni apocalittiche, attribuiva al quarto periodo della Chiesa nel quale prevalsero i contemplativi. Sapeva che gli status non sono solo periodi storici, ma anche habitus, modi di essere degli individui in qualsiasi momento. Se il periodo in questione si collocava nel tempo tra Giustiniano e Carlo Magno, con la fioritura degli anacoreti nei deserti d’Egitto e d’Arabia, le sue prerogative valevano per chiunque e ora si ritrovavano sublimate nel cielo di Saturno, luogo dove si manifestano appunto i beati dediti in terra alla contemplazione.
Scorrendo i versi nei quali san Pier Damiani e san Benedetto raccontano rispettivamente del Catria e del Cairo, i due monti nella costa dei quali sono Fonte Avellana e Cassino, si poteva ben andare con la memoria a quanto ad Ap 14, 1-5 era scritto sui compagni dell’Agnello che stanno sul monte Sion, interpretato come “specula”, luogo per eccellenza della contemplazione e del futuro governo del mondo, dedicato al solo culto di Dio. Quei versi avrebbero ricordato quelli dedicati alla Creta nell’età dell’oro,
sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto, della quale aveva detto Virgilio: “Una montagna v’è che già fu lieta / d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida” (Inf. XIV, 94-99). Dante si trova proprio nel celeste regno di Saturno: “Dentro al cristallo che ’l vocabol porta, / cerchiando il mondo, del suo caro duce / sotto cui giacque ogne malizia morta” (Par. XXI, 25-27). Non solo, un francescano, leggendo “Quel monte a cui Cassino è ne la costa” (XXII, 37), non avrebbe mancato di collegarsi al luogo a lui più familiare, il Subasio, lì dove “fertile costa d’alto monte pende” (XI, 45) e nacque Francesco, angelo del sesto sigillo che sale da Oriente (Ap 7, 2). Il quale frate, anzi, avrebbe interpretato costa, in entrambi i casi, nel senso della pietas della quale Dio riempì la costola sottratta ad Adamo per formare Eva (prologo, Notabile VII), immagine biblica che il poeta aveva trasposto sui due santi monti, pietosamente condiscendenti verso le moltitudini.

 

(Ap 14, 1-4) Stabant enim cum Christo “super montem Sion”. Per montem Sion, que Sion interpretatur specula, designatur alta  et solida eminentia contemplativi status … ipsorum perfecta et immaculata puritas … possint hic designari quicumque sancti post corruptionem carnis castificatissimiuniversalis primatus sancte dedicationis eorum ad Dei cultum … singulariter segregati et ad Dei servitium empti … erit sublimissimus cultus Christi … locus erit congruentior summis rectoribus orbis

Dentro al cristallo che ’l vocabol porta, / cerchiando il mondo, del suo caro duce / sotto cui giacque ogne malizia morta (XXI, 25-27), a sola latria … al servigio di Dio (vv. 111, 114), monte (XXII, 37), in su la cima (v. 38), ci soblima (v. 42), cólto (v. 45).

(Inf. XIV, 96-97) sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto. / Una montagna v’è che già fu lieta

Nelle parole di Pier Damiani sulla vita contemplativa si poteva ritrovare l’interpretazione dell’olio, da Gioacchino da Fiore assimilato al senso anagogico della Scrittura.

 

(Ap 6, 6) Per oleum vero, suave et omnibus ceteris liquoribus superenatans, designatur intelligentia contemplativa seu anagogica – (XXI, 115-117) che pur con cibi di liquor d’ulivi / lievemente passava caldi e geli, / contento ne’ pensier contemplativi.

Oppure rinvenire, nella rapida salita alla costellazione dei Gemelli, la parodia della vittoriosa ascesa dei contemplativi del quarto stato, forti ad alte cose per virtù, alte stelle i cui padri vengono assimilati al sole.

 

(Ap 2, 26-28) Quarta est victoriosus effectus, quando scilicet omnes vires corporis et mentis assidue et totaliter perfectis virtutum operibus dedicantur, nec ex longa continuatione operis remittuntur sed potius intenduntur et roborantur et ad fortia opera superexcrescunt … Est etiam accepturus claram intelligentiam scripturarum … hic significatur quod quicumque sunt sic operosi sunt digni super principatum ecclesie sublimari et accipere virtutem rectam et inflexibilem et insuperabilem, quasi virgam ferream ad faciliter confringendum terrestria vitia gentium, et accipere plenitudinem sapientie celestis ad regendum ecclesiam et ad celestia contemplanda. Unde Luche XIX° (Lc 19, 17) illi, qui per unam mnam acquisivit decem mnas … in celis habebunt gloriosam potestatem et lucem huic correspondentem. (Ap 8, 12Per “solem” videtur hic designari solaris vita et contemplatio summorum anachoritarum, qui fuerunt patres et exempla aliorum, vel solaris sapientia et doctrina summorum doctorum. […] Per “stellas” vero, quidam singulares et alti et solitarii anachorite.

glorïose stelle (XXII, 112), virtù (v. 113), quelli ch’è padre … vita (v. 116), alta (v. 119), acquistar virtute (v. 122), forte (v. 123), chiare (v. 126).

Può risultare difficile per noi concepire una tale ars memorandi, messa in opera nella Commedia sulla Lectura super Apocalipsim, opera capitale per la storia religiosa del tempo di Dante, non separabile da quella politica. Di ciò si possono dare innumerevoli esempi. Il passo sulla “signatio” (Ap 7, 3-4), con la contrapposizione fra i più degni condottieri dell’esercito di Cristo e la volgare schiera che li segue, fascia la terzina relativa a Giano della Bella (Par. XVI, 130-132), dando alla contrapposizione fra magnati e popolani un significato spirituale, suggello a quanto scriveva Raoul Manselli, che “nella dimensione della storia del nostro Medio Evo europeo, il piano religioso è della stessa importanza concretamente storica del piano politico” [2]. Le parole di Ciacco su Firenze “città partita”, da “tanta discordia assalita” (Inf. VI, 60-63), sono parodia di Ap 16, 19 e della sua esegesi: “Et facta est civitas magna in tres partes”. Quelle di Carlo Martello sul Vespro siciliano applicano a uno sconvolgimento politico il motivo del muoversi delle isole provocato dal terremoto in apertura del sesto sigillo (Ap 6, 12-17).
La parodia estende quanto esposto nella Lectura sulla storia della Chiesa all’intero “viver bene” dell’omo in terra”.  Il commento apocalittico oliviano si fa liber concordiae di molte fonti vestendole col proprio panno. Al suono della quarta tromba (terza visione, Ap 8, 12) il sole (la solare dottrina dei dottori del terzo stato e la solare vita dei padri contemplativi del quarto: i due stati concorrono, come intelletto e affetto, Impero e Papato, a infiammare il meriggio dell’universo), la luna (i conventuali del quarto stato illuminati dal sole), le stelle (i singoli alti contemplativi), il giorno (la plebe illuminata dal sole) e la notte (i più rudi illuminati dalle stelle) vengono oscurati per la terza parte (gli ipocriti). L’esegesi si avvale di Gioacchino da Fiore in altro punto, ad Ap 12, 1-2 (quarta visione), dove si tratta della donna vestita di sole, che ha sul capo una corona di dodici stelle e tiene la luna sotto i piedi, cioè le cose temporali mutabili e ombrose, o la scienza mondana fredda e notturna. Spiega Gioacchino, nel V libro della Concordia, che si tratta di “una” donna designante un singolo ordine di contemplativi distinto in tre gradi: i più alti contemplativi (il sole), i prelati nei monasteri (che sono a capo, quasi stelle), i loro sottoposti (che vivono in perfetta disciplina, quasi luna sotto i piedi della donna). Olivi sottolinea come i contemplativi del quarto stato non lo furono tutti in modo uguale: alcuni di inferiore grado, assimilabili alla luna, si dedicarono alla vita attiva (prologo, Notabile XIII; Ap 8, 12).
Nel cielo dove si manifestano gli spiriti contemplanti, pregno della tematica del quarto stato della Chiesa, la similitudine delle “pole” a Par. XXI, 34-42 ne manifesta la diversità (“poi altre vanno via sanza ritorno, / altre rivolgon sé onde son mosse, / e altre roteando fan soggiorno”). Si suole addurre come fonte il De gratia contemplationis (Beniamin maior, I, 5) di Riccardo di San Vittore, che paragona i vari atteggiamenti dei contemplanti ai moti degli uccelli: “modo it atque redit, modo se quasi in gyrum flectit, modo autem se quasi ad unum colligit et quasi immobiliter figit”. Non è esclusa una lettura diretta da parte di Dante della fonte vittorina (cfr. Epistola XIII, 28), ma questa fonte, come tutte le altre, concorda con la Lectura, dove si cita Gioacchino da Fiore. Il cielo delle stelle fisse è “di diversi volti” (Par. II, 64-66); i diversi contemplativi sono anche stelle fisse e solitarie. Altrove si è mostrato come la presenza di Riccardo di San Vittore nella Commedia derivi quasi interamente dalle citazioni contenute nella Lectura super Apocalipsim, proprio come avviene per Gioacchino da Fiore.
Gli elementi semantici presenti nell’umile latino dell’esegesi vengono separati, diversamente appropriati e cristallizzati nel volgare; il complesso – la ristretta rosa tematica – doveva recare un suono noto e insieme sempre vario alla mente del lettore. Questi non solo conosceva l’opera parodiata, ma ne ritrovava i temi variati in precise zone del poema. L’intenso travaso semantico dalla Lectura nella Commedia si accompagna infatti a un dato strutturale. La Commedia mostra un ordine interno diverso da quello che appare al lettore: il viaggio di Dante ha un andamento di ciclici settenari, che corrispondono ai sette stati della storia della Chiesa, cioè alle categorie con cui l’Olivi organizza la materia esegetica. È un ordine registrabile per zone progressive del poema dove prevale la semantica riferibile a un singolo stato, ordine dirompente i confini letterali stabiliti dai canti e da tutte le divisioni materiali per cerchi, gironi, cieli. Ogni stato, che ha differenti inizi, è concatenato per concurrentia, come le maglie di un’armatura, con quello che precede e con quello che segue. Ciascuno stato ha in sé una grande ricchezza di motivi e contiene inoltre temi di tutti gli altri stati, consentendo innumerevoli intrecci e variazioni. Ad esempio nell’Inferno, che si articola in cinque cicli settenari, i temi del quarto stato prevalgono fra gli avari e prodighi, i bestemmiatori, gli indovini, i falsari e in parte della descrizione di Lucifero e nel risalire alla superficie terrestre; zone precedute e seguite rispettivamente da altre dedicate alla tematica del terzo e del quinto periodo. Le situazioni sono assai diverse, ma somma è l’arte della variazione semantica per la quale l’autore trasforma un motivo già intervenuto nel corso del poema. Così il fiammeggiare di Tiàtira, la quarta chiesa d’Asia (Ap 2, 18-22), è tema presente nella landa infuocata dove stanno i violenti contro Dio, poi reinterpretato nella descrizione del terzo addormentarsi del poeta, sognando Lia, sulla montagna della purgazione e infine sublimato con l’alta carità che fiammeggia in Pier Damiani e nei “fuochi contemplanti” benedettini del cielo di Saturno. I segni presenti nel senso letterale, veri e propri Leitmotive wagneriani, operano come punti di contatto reciproco conferendo al poema un’organica unità musicale. La sistematica parodia della Lectura super Apocalipsim doveva infatti servire anche a mantenere l’unità del poema. Emblematico è il ridere di Beatrice, speculare allo splendore del volto di Cristo, i cui motivi percorrono tutto il Paradiso.
Il particolare pubblico di predicatori e riformatori concepito da Dante non si formò, perché gli Spirituali (non un gruppo organizzato, ma di sensibilità comune), i quali dovevano conoscere la Lectura oliviana e che nel primo decennio del Trecento, quando la riforma della Chiesa era ancora possibile, non erano stati sconfitti, furono poi perseguitati e il loro libro-vessillo, censurato nel 1318-1319 e condannato nel 1326, fu votato alla clandestinità e quasi alla sparizione. Così si perdette anche il linguaggio che esprime i sensi interiori del “poema sacro”.

1.2. Ispirazione e arte

Si pone qui il problema di come materialmente abbia operato la parodia dell’ipotesto, in qual modo procedeva nella Commedia la stesura dei versi rispetto alla Lectura. Dante stesso, nell’incontro con Bonagiunta da Lucca nel sesto girone del purgatorio, definisce il suo modo di poetare: «E io a lui: “I’ mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando”» (Purg. XXIV, 52-54). In primo luogo, dunque, l’ispirazione interiore, il lato platonico del poetare, quando la mente è invasa dal dio che parla tramite il vate che si fa ministro della Musa non per abilità d’artista, ma per dono divino – οὐ τέχνῃ ποιοῦντες … ἀλλὰ θείᾳ μοίρᾳ – (Ione, 534a-d). È il momento che appartiene al cuore, al sentimento, al dettato interiore. Esso è singolarmente consonante con quanto la teologia oliviana afferma circa i tempi moderni (il sesto stato della storia della Chiesa), nei quali al predicatore è data libertà di parlare per dettato interiore e di aprire i cuori degli ascoltatori. L’homo novus, che prova in sé il gusto del divino, coopera alla conversione universale, alla palingenesi del secolo, tramite lo spirito di Cristo che gli parla dentro; gli è data una porta aperta perché altri si aprano (Ap 3, 7-8). Ciò avviene nel sesto stato della Chiesa, iniziato con la conversione di san Francesco (1206) e perdurante fino alla sconfitta dell’Anticristo; non sarà casuale che l’incontro con Bonagiunta avvenga nel sesto girone della montagna, tutto pervaso da variazioni su temi riferiti, nell’esegesi apocalittica oliviana, al sesto periodo della Chiesa. Nel poema, lo spirare d’Amore è parodia del diffondersi in alto degli odori provocati dal devoto affetto degli oranti (Ap 5, 8).
“ … noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando”. L’attimo dell’ispirazione viene fermato annnotandolo. Ad Ap 8, 5, nella parte proemiale della terza visione, che concerne le sette trombe suonate dai dottori della Chiesa, Olivi descrive il modo di procedere: prima essi traggono dalla Scrittura la materia e la ordinano, come i suonatori regolano le canne dello strumento; poi concepiscono tramite meditazioni infuocate, quasi applicando la tromba alla bocca e dandovi fiato; infine con il linguaggio emettono l’intelligenza spirituale, che deriva dal senso letterale della Scrittura come il fiato dalla tromba.

 

[LSA, cap. VIII, Ap 8, 5 (radix IIIe visionis] Et ultra hoc addit ipsorum ad docendum et intonandum providam et idoneam applicationem, iuxta quod habentes tubas tunc se parant ad tubicinandum quando tube calamos componunt, ac deinde tubam sic compositam applicant ori suo, ac deinde interno flatu inflant ora et tandem perflant tubas flatu oris sui. Sic enim doctores primo ex scripturis sacris componunt et ordinant certas materias, ac deinde per igneas meditationes concipiunt et emittunt spiritalem intelligentiam, que est similis flatui procedenti ex tuba. Nam spiritalis intellectus sic progreditur de corde littere sicut flatus ex tuba.

Dante non parla di una preliminare preparazione e ordine della materia offerta dalla Scrittura su cui poi opera l’ispirazione, questa viene prima di ogni altro passo. Fissata l’ispirazione annotandola, “a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando. Quest’ultima espressione appartiene alla tecnica, al lato che si potrebbe chiamare aristotelico, per cui la poesia è generata non per ispirazione divina, ma per cause naturali – “αἰτίαι … φυσικαί” (Poetica, 1448b). Tuttavia anche vo significando è parodia di un passo scritturale, nel primo versetto dell’Apocalisse, dove si afferma che Cristo manifestò – et significavit – a Giovanni, per mezzo di un angelo, le cose che devono verificarsi presto. La rivelazione, afferma Olivi, fu espressa per mezzo di segni figurali – per signa figuralia -, in quanto la visione di Giovanni fu solo intellettuale e non avrebbe potuto essere espressa con parole se figure e segni non fossero stati di aiuto all’intelletto umano. Dante, quando scrive “vo significando”, non si riferisce pertanto a una finzione letteraria ottenuta con tecnica materiale, bensì al dare immagine, “e piedi e mano” a una vera visione intellettuale, al “trasumanar” che “significar per verba / non si poria”. Nell’Apocalisse è Cristo che ‘significa’, cioè rivela a Giovanni le figure per mezzo dell’angelo; nella Commedia è il poeta, imitatore di Cristo, che va “significando”, cioè figurando per il lettore realtà puramente spirituali. Come Giovanni aveva scritto l’Apocalisse in momenti successivi all’unica visione avuta, ma le figure che la esprimevano ne erano parte integrante, così anche il significare immaginando per figure è conseguenza, nel “poema sacro”, dell’ispirazione di Amore.

[LSA, cap. I, Ap 1, 1-2] (1, 1) Subdit etiam causam mediam ac deinde proximam, dicens: “et significavit”, scilicet Christus, id est revelavit vel per signa figuralia demonstravit, scilicet predicta, “mittens”, id est denuntians ea, “per angelum suum servo suo Iohanni”. [,,,]
(1, 2) Sciendum etiam quosdam dixisse quod Iohannes vidit hec absque talibus imaginationibus, sed postmodum ipse adaptavit varias figuras ad veritatem quam absque figuris viderat. Sed contra hoc est quod ipse non innuit se tales figuras post visionem suam composuisse, sed potius sibi in visione apparuisse et ab alio monstratas fuisse. Preterea ad maiorem reverentiam et estimationem et fide dignitatem visionum huius libri et figurarum eius est quod a Deo per angelum fuerunt iste figure formate quam si postea essent per solum Iohannem invente et adiuncte. Preterea altitudini visionis et intelligentie Iohannis non derogat quod huiusmodi figure fuerunt subiuncte et famulantes sue visioni intellectual<i>. Non enim beati post resumptionem corporum minus intelligent corporalia cum visu corporali eis adiuncto quam nunc intelligant absque visu corporali.

Dante riteneva, come san Giovanni, di avere avuto una sola visione intellettuale che gli era stato ingiunto di scrivere adattandola agli ingegni umani:

 

Quod vides” (Ap 1, 11), id est quod visurus es et videre iam cepisti, “scribe in libro”, id est fac inde librum sollempnem … “Scribe ergo que vidisti” (Ap 1, 19). Hec est tertia pars visionis, in qua ponitur visio Christi mandantis Iohanni quod scribat et mittat ecclesiis totam hanc visionem

(Purg. XXXII, 103-105) Però, in pro del mondo che mal vive, / al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, / ritornato di là, fa che tu scrive. (XXXIII, 55) E aggi a mente, quando tu le scrivi … (Par. XVII, 128) tutta tua visïon fa manifesta.

Ma, considerato che il poeta riteneva compenetrate l’ispirazione divina e la sua significazione, come si realizzava questo scrivere?
Dalle norme che regolano i rapporti tra i due testi discende che la Lectura super Apocalipsim, prima di essere parodiata dalla Commedia, era stata sottoposta a una duplice riorganizzazione. La prima, sulla base delle indicazioni dello stesso Olivi, secondo il materiale esegetico attribuibile ai singoli stati o periodi della storia della Chiesa.
La seconda, seguendo il principio applicato nelle distinctiones ad uso dei predicatori, secondo lemmi analogicamente collazionati [3].
La “mutua collatio” di parti della Lectura arricchisce il significato legato alle parole e consente uno sviluppo tematico amplificato. Si vedano, ad esempio, le variazioni eseguite sul tema della “voce” o sull’espressione “in medio”, temi più volte iterati nel sacro testo, oppure il modo con cui Ap 1, 16-17 (l’esegesi della decima e undecima prefezione di Cristo come sommo pastore) percorre i versi in collazione con altri passi. Se Dante ha scelto queste modalità di riorganizzazione della materia esegetica, lo ha fatto per utilità di quanti con esse avevano familiarità.
Si tratta di una fase preliminare, incidente sulla Lectura, intervenuta prima di iniziare la stesura dell’intero poema o dei suoi canti iniziali (si veda quanto considerato nell’esame di Inf. VIII).
Predisposto il materiale offerto dalla Lectura secondo status e verba, seguiva la versificazione. Il poeta aveva certamente redatto un piano generale secondo il senso letterale, dividendo per cantiche, canti, cerchi, gironi, cieli: ‘ordiva le carte’, come lui stesso afferma (Purg. XXXIII, 139-140), per poi riempirle.
Dante aveva volutamente scelto di parodiare un’opera che gli prestava una struttura spirituale organizzata per settenari; essa è topograficamente verificabile nei versi per zone nelle quali prevale la semantica riferibile a singoli status, cioè ai periodi della storia della Chiesa che sono le categorie con le quali Olivi organizza la materia esegetica. Se, ad esempio, il poeta voleva attribuire “e piedi e mano” alla materia afferente, attraverso i settenari che percorrono l’Apocalisse, al secondo stato (corrisponde, nella storia della Chiesa, al tempo dei martiri), avrà prima organizzato tale materia, cioè il complesso dei significati spirituali propri di quel gruppo, per poi trarne temi e parole-chiave da includere come segni, trasferendoli dal latino in volgare, nella lettera dei versi dove eventi e personaggi, siano Francesca, Guido da Montefeltro o Guido del Duca, li rivestono in condizioni realisticamente diverse (i lussuriosi, i consiglieri di frode dannati, gli invidiosi purganti).
Dell’amore fluttuante come mare tempestoso nel cuore dei Gentili, i quali non stanno mai senza guerra – uno dei temi principali del secondo stato – fanno segno le parole di Francesca: “Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende”, opure quelle sui bellicosi romagnoli rivolte a Guido da Montefeltro. Così avviene per lo status successivo, il terzo, proprio dei dottori della Chiesa terribili confutatori delle eresie. L’ingegno del poeta si esercita, nell’Inferno, ad appropriarne i temi alle fazioni fiorentine delle quali dice Ciacco (nel cerchio successivo a quello dei lussuriosi), ai suicidi, ai papi simoniaci che hanno fatto strazio della Chiesa, agli scismatici, ai traditori di Cristo e di Cesare. Questo dividere l’uomo, nei suoi vari aspetti, da Dio e dalla sua giustizia è assimilabile alle eresie, che divisero l’umanità di Dio dalla sua divinità, degradando la prima o confondendola con la seconda, come quelle di Ario e di Sabellio, i quali, secondo quanto dice Tommaso d’Aquino nel cielo del Sole, “furon come spade a le Scritture / in render torti li diritti volti” (Par. XIII, 127-129).
La tematica dello stato topograficamente prevalente si intreccia con altri motivi presenti in differenti aggregazioni. Così, nel cielo di Saturno pervaso dalla tematica del quarto stato della Chiesa, l’assenza del ridere di Beatrice è semanticamente elaborata sull’esegesi del volto di Cristo che risplende come il sole nel meriggio del sesto stato, i cui temi più volte variati, fin dal “disïato riso” di Ginevra che perdé Francesca e Paolo, risuoneranno alti nel successivo cielo Stellato (Ap 1, 16-17). Pier Damiani, parlando del suo vedere Dio, trasferisce in volgare la semantica da Ap 21, 16, relativa all’uguaglianza delle misure della Gerusalemme celeste. Il tonante grido dei beati che conferma quanto detto dall’asceta contro la Chiesa carnale è parodia della voce dei compagni dell’Agnello sul monte Sion (Ap 14, 2). Ritornare col viso ai sette cieli sottostanti una volta salito alla costellazione dei Gemelli è passo che rinvia a Isaia 30, 26, incipit della Lectura super Apocalipsim.
Da una parte, il poeta si vincola a un testo, per la parodia sovr’esso esercitata; dall’altra sceglie liberamente i significati per i quali appresta i segni nel senso letterale. Segni che sono elementi semantici travasati dal latino dell’esegesi nel volgare. Legare parole, scriveva Dante nel Convivio (IV, vi, 3-4), è per eccellenza “arte musaica”, propria cioè dei poeti. Quest’arte, nella Commedia, è diventata intreccio di segni, in un’opera il cui senso – come afferma il suo stesso autore (Epistola XIII, 20-22) – “non est simplex sensus, ymo dici potest polisemos, hoc est plurium sensuum; nam primus sensus est qui habetur per litteram, alius est qui habetur per significata per litteram”.
La parodia, metamorfosi semantica e concettuale che rende sacri situazioni e personaggi, diventa chiave universale, incorpora in sé ogni possibile fonte o conoscenza dell’autore, concordata con la Lectura.
Accertato in primo luogo il rapporto di parodia esistente tra Commedia e Lectura super Apocalipsim; considerato poi, in alcuni suoi possibili aspetti, il metodo con cui essa ha operato, si deve infine cercarne le cause.

a) Una nuova Apocalisse. Parodiare la Lectura super Apocalipsim dava a Dante la consapevolezza della propria missione. I discepoli spirituali, che incarnano lo spirito di Cristo nel suo secondo, moderno avvento – e si tratta non solo di un Ordine religioso, ma anche di “singulares personae” -, sono inviati a predicare nuovamente nel mondo come lo fu san Giovanni. In Dante, alter Iohannes al quale viene ingiunto di scrivere – da Beatrice, Cacciaguida e san Pietro -, nell’esilio che lo accomuna all’Evangelista, una visione reale come quella di Patmos, solo aggiornata storicamente, la volontà era una con quella di Cristo-Amore che gli dettava dentro. Il singolo individuo viene inserito nell’ordinamento divino, la parte nel tutto, e questo inserimento è necessario, perché il poeta scrive la visione di cose che, come recita l’Apocalisse, “devono avvenire presto”. Ecco allora che il “poema sacro” diventa una nuova rivelazione giovannea, così intesa dal primo all’ultimo verso, e non solo nei luoghi in cui essa viene chiaramente citata. Il viaggio avviene ripercorrendo la storia dell’umanità attraverso gli stati o periodi della Chiesa.

b) Forgiare una nuova lingua universale. Il poeta ha sempre fissi gli occhi al latino come modello ideale di una nuova lingua universale. Il latino era ormai una lingua per pochi, non bastava più per tutte le necessità espressive. Il latino dell’esegesi, il sermo humilis del quale scrisse Erich Auerbach, è vicino al volgare, ed è forse l’effetto più evidente del confronto testuale. Con il lavorio su questo latino umile, che da esso trasferisce gli elementi semantici nella nuova favella, Dante diede al volgare la “gloria de la lingua”, nuova “lingua gratiae” come fu l’ebraico, la lingua parlata dal Redentore.

c) Scrivere per i predicatori, artefici della conversione universale e della riforma della Chiesa. Il senso letterale della Commedia contiene parole che sono chiave di accesso a un altro testo, la Lectura super Apocalipsim dell’Olivi. Si tratta di un procedimento di arte della memoria: le parole-chiave operano sul lettore come imagines agentes che lo sollecitano verso un’opera di ampia dottrina, che già conosce, ma che rilegge mentalmente parafrasata in volgare, profondamente aggiornata secondo gli intenti propri del poeta, in versi che le prestano “e piedi e mano” e la dotano di exempla contemporanei e noti. Nel senso letterale del “poema sacro” sono incardinati gli altri sensi interpretativi: allegorico, morale, anagogico (che Dante, nell’Epistola a Cangrande, definisce collettivamente “mistici” o “allegorici”). Dante mirava non solo a un pubblico di laici o, in generale, di chierici, ma anche di predicatori e riformatori della Chiesa – agli Spirituali francescani, e forse non solo ad essi, se la Lectura si fosse diffusa anche presso altri Ordini -, a coloro cioè che con la predicazione avrebbero potuto riformare la Chiesa e con la “lingua erudita” – il suo volgare – convertire il mondo.

d) Mantenere l’unità del “poema sacro”. La persistenza di un “panno” – cioè di un altro testo da cui trarre i significati spirituali del poema, materialmente elaborati attraverso le parole – è servita a mantenere l’unità e la coerenza interna dell’ordito, della “gonna”, per usare l’immagine di san Bernardo a Par. XXXII, 139-141. Che il poema sia stato pubblicato per gruppi di canti, non più modificabili, oppure per cantiche riviste, sempre stava innanzi all’autore la medesima esegesi teologica con le innumerevoli possibilità di variazioni tematiche e di sviluppi. Il fatto che gruppi di terzine numericamente corrispondenti, a diversi stadi della Commedia, contengano parole-chiave che conducono alla medesima pagina esegetica indica che queste parole, se dovevano essere per il lettore spirituale segni mnemonici di un altro testo, erano per il poeta segni del numero dei versi, ‘luogo’ dove collocare i medesimi temi, variati in forma e contesto (cfr. Appendice).

e) Al servigio dell’Altissimo. Si può ricordare quanto affermò Charles Southward Singleton nell’annunciare la scoperta del numero sette come numero centrale della Commedia, rivelatore di una mirabile struttura nascosta ancora tutta da decifrare. Come nella cattedrale di Chartres gli scalpellini lasciarono bellissimi fregi a grande altezza, dove occhio umano non sarebbe potuto arrivare, così l’ordine e l’intelligenza interiore del poema non furono concepiti solo per la vista degli uomini: “quel disegno, qualunque fosse il suo posto nella struttura, l’avrebbe veduto Colui che tutto vede, Colui che ha creato il mondo con meraviglioso ordine, in pondere, numero, mensura; e l’avrebbe certo guardato come prova che l’architetto umano aveva imitato l’universo che Egli, divino architetto, aveva creato innanzi tutto per la propria contemplazione, e poi, per la contemplazione degli angeli e degli uomini” [4]. La struttura semiotico-spirituale del “poema sacro”, espressione dell’io del pellegrino, sarebbe stata concepita solo “al servigio dell’Altissimo”.

[1] Sull’argomento, fondamentale per la comprensione storica della Commedia, cfr. C. DELCORNO, Dante e il linguaggio dei predicatori, in Letture Classensi, 25 (Intertestualità dantesca), a cura di E. Pasquini, Ravenna 1996, pp. 51-74; N. MALDINA, In pro del mondo. Dante, la predicazione e i generi della letteratura religiosa medievale, Roma 2017.

[2] Cfr. R. MANSELLI, Da Gioacchino da Fiore a Cristoforo Colombo. Studi sul francescanesimo spirituale, sull’ecclesiologia e sull’escatologisno bassomedievali, introduzione e cura di P. Vian, Roma 1997 (Istituto Storico Italiano per il Medio Evo. Nuovi Studi Storici, 36), p. XXI, n. 44.

[3] Sulle distinctiones cfr. L.-J. BATAILLON, Les images dans les sermons du XIIIe siècle, in “Freiburger Zeitschrift für Philosophie und Theologie”, 37/3 (1990), pp. 327-395; ID., The Tradition of Nicholas of Biard’s Distinctiones, in “Viator. Medieval and Renaissance Studies”, 25 (1994), pp. 245-288.

[4] CH. S. SINGLETON, La poesia della Divina Commedia, trad. it., Bologna 1978, pp. 461-462.

 

1. In the crystal of the contemplatives

Reading by signs

According to the ‘spiritual topography’, the ten heavens of Paradiso are arranged in two groups of seven, corresponding to the status, or periods, of the history of the Church and their prerogatives, partially overlapping with the centre in heaven of the Sun, the fourth of the first group and the first of the second (from 1 to 7 and from 4 to 10: the last four numbers of the first group coincide with the first four of the second).
In the seventh heaven, that of Saturn, the contemplative spirits are found, the principal subjects of the fourth period of the Church: if one counts from the fourth heaven of the Sun, considering this as the first or as a new beginning of the sevenfold cycle, the heaven of Saturn is indeed the fourth. There too “si tace … la dolce sinfonia di paradiso” (Par. XXI, 58–60), and silence is the theme of the seventh status (cf. prologue, Notabile V). The range of themes relating to the fourth status of the Church permeates, in various semantic forms, the verses concerning the heaven of Saturn. The parody works semantically in that it transfers elements drawn from the humble Latin of the apocalyptic exegetical hypotext into the vernacular; it does so in varied ways, applying them within the hypertext to situations that differ from the original ones and are distinct from one another. Clothed in these themes, the literal meaning points to the meanings they convey.
One may debate what purpose such a parodic operation served in the poet’s mind, an operation which textual comparison reveals to be inescapable and governed by precise and consistent rules. One must first consider the existence of an audience, amongst the poem’s various recipients, capable of grasping the meanings embedded in the signifying language of the literal sense, in which the words would have been imagines agentes upon the memory of the reader who was already familiar with Olivi’s Lectura super Apocalipsim. The recipients of this poetic art of memory could only have been the Franciscan Spirituals, who regarded the apocalyptic commentary by the friar of Sérignan as their banner. They would have found it transformed into the vernacular, in a language quite close to that of the preachers, which is what they were. In it they would find the yearning for a universal rebirth, for a new golden age, for an inner earthquake of conversion to the homo novus, together with a critique of the carnal Church, the apocalyptic Babylon. That poem, whose sacred garb was modelled on the Lectura super Apocalipsim, could have served them as a speculum perfectionis, for individual asceticism, and also for preaching, as happened in no few cases after Dante’s death [1].
Reading the cantos relating to the heaven of Saturn, a ‘spiritual’ person would have had little difficulty in finding therein the exegesis of Thyatira, the fourth church of Asia inflamed with contemplation, through the fervour of charity, by Christ who, with eyes of fire, sees and penetrates all, scrutinises the loins and hearts, a church also devoted to the active life designated by His feet like orichalcum:

 

(Ap 2, 1.18-19.23) … inflammata vel vivens hostia, quia tales per lucem et flammam contemplative devotionis … de fervore fidei et caritatis … Christus proponitur ut habens oculos lucidos et ardentes sicut est flamma ignisper oculos autem flammeos fervor et lux contemplationis ignite, per pedes vero similes auricalco perfectio vite active … proposuit Christus se habere oculos sicut flammam, ut pateret quod omnia videt et penetrat

[XXI] colui che tutto vede (v. 50), ferve (v. 68), fiammeggiar (v. 69), carità (v. 70), luce (v. 83), penetrando (v. 84), fiammeggio (v. 88), piedi (v. 99) – [XXII] carità, arde (v. 32), fuochi … contemplanti (v. 46), piedi (vv. 51, 74), ardor (v. 54).

Nor was it merely a matter of semantic elements grouped together in the common sense of the language (such as ferve, carità, ardor), for there were others that clashed with it (such as vede, piedi). In the exegesis of the fourth church, to emphasise that the heresies of the time were devoted to carnal pleasures, Philippians 3:19 is cited: “venter est eorum deus et gloria” (Rev 2:19): Pier Damiani states that the light encloses him as in a flaming belly – “in ch’io m’inventro” (XXI, 84) – transforming a negative theme into a glorious one. It is characteristic of the fourth church, where both the active and contemplative life are practised, to minister to and dispense to the poor the goods of the Church, which indeed belong to them – “episcopi est ministrare seu dispensare pauperibus et precipue suis subditis bona ecclesie tamquam communia et tamquam bona pauperum” (2:19); St Benedict recalls this in XXII, 82–84: “ché quantunque la Chiesa guarda, tutto / è de la gente che per Dio dimanda; / non di parenti né d’altro più brutto”.
Our reader might have encountered some difficulty in perceiving, for example, that si sta (XXI, 47), io stava (XXII, 25) form part of the fabric of themes relating to the fourth period, likened to the mature age of man, stable and steadfast (prologue, Notabile III), but would have overcome these uncertainties by noting the recurrence of the motif in other parts of the poem. He would, moreover, have noted in the verses other Leitmotifs such as pastura (XXI, 19), affetto (XXII, 52), typical of the contemplatives of the fourth period of the Church, devoted to the Eucharistic pastus founded on affectus (unlike the doctors of the preceding third status, who combat heresies with the sword of reason, but compete with the anchorites). Faced with the interjection “così m’ha dilatata mia fidanza” (XXII, 55), he would have recognised that it is characteristic of that period to embrace the faith (“fidei amplexande”), after it had been expounded and explained by the doctors in the preceding era (prologue, Notabile III).
Our spiritual writer, trained to conceive the history of the Church in terms of status or periods, as pillars of a sacred process, would have clearly understood that Pier Damiani, with his controversial words in Par. XXI, 121–123, intends to distinguish between two persons, himself and the other Peter, and above all to affirm, by means of the parody of a quotation from Joachim of Fiore, the difference between two modes of religious life: the first that of pure contemplatives; the second, less perfect, that of those living a common life in canonries.
That sharp reader would have identified other themes which exegesis, by aggregating the fourth elements of the first six apocalyptic visions, attributed to the fourth period of the Church in which the contemplatives prevailed. He also knew that the status are not merely historical periods, but also habitus, ways of being for individuals at any moment. If the period in question was situated between Justinian and Charlemagne, with the flourishing of the anchorites in the deserts of Egypt and Arabia, its characteristics applied to everyone and were now sublimated in the heaven of Saturn, the place where the blessed who had devoted themselves to contemplation on earth manifest themselves.
Reading through the verses in which St Pier Damiani and St Benedict describe respectively Mount Catria and Mount Cairo — the two mountains on the slopes of which lie Fonte Avellana and Cassino — one’s mind might well turn to what is written in Rev 14: 1–5 about the companions of the Lamb who stand on Mount Zion, interpreted as “specula”, the place par excellence of contemplation and of the future governance of the world, dedicated solely to the worship of God. Those verses would have reminded of those dedicated to Crete in the Golden Age, sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto, of which Virgil had said: “Una montagna v’è che già fu lieta / d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida” (Inf. XIV, 94–99). Dante finds himself precisely in the celestial realm of Saturn: “Dentro al cristallo che ’l vocabol porta, / cerchiando il mondo, del suo caro duce / sotto cui giacque ogne malizia morta” (Par. XXI, 25-27). Not only that, but a Franciscan, reading “Quel monte a cui Cassino è ne la costa” (XXII, 37), would not have failed to make the connection with the place most familiar to him, the Subasio, where “fertile costa d’alto monte pende” (XI, 45) and where Francis was born, the angel of the sixth seal who rises from the East (Rev 7:2). Indeed, this friar would have interpreted costa, in both cases, in the sense of the pietas with which God filled the rib taken from Adam to form Eve (prologue, Notabile VII), a biblical image that the poet had transposed onto the two holy mountains, mercifully condescending towards the multitudes.

 

(Ap 14, 1-4) Stabant enim cum Christo “super montem Sion”. Per montem Sion, que Sion interpretatur specula, designatur alta  et solida eminentia contemplativi status … ipsorum perfecta et immaculata puritas … possint hic designari quicumque sancti post corruptionem carnis castificatissimiuniversalis primatus sancte dedicationis eorum ad Dei cultum … singulariter segregati et ad Dei servitium empti … erit sublimissimus cultus Christi … locus erit congruentior summis rectoribus orbis

a sola latria … al servigio di Dio (XXI, 111, 114), monte (XXII, 37), in su la cima (v. 38), ci soblima (v. 42), cólto (v. 45).

In Pier Damiani’s words on the contemplative life, one could find an interpretation of the ‘oil’, which Joachim of Fiore had equated with the anagogical meaning of Scripture.

 

(Ap 6, 6) Per oleum vero, suave et omnibus ceteris liquoribus superenatans, designatur intelligentia contemplativa seu anagogica – (XXI, 115-117) che pur con cibi di liquor d’ulivi / lievemente passava caldi e geli, / contento ne’ pensier contemplativi.

Or to see, in the rapid ascent to the constellation of Gemini, a parody of the triumphant ascent of the contemplatives of the fourth period of the Church, raised to heights by virtue, lofty stars whose fathers are likened to the sun.

 

(Ap 2, 26-28) Quarta est victoriosus effectus, quando scilicet omnes vires corporis et mentis assidue et totaliter perfectis virtutum operibus dedicantur, nec ex longa continuatione operis remittuntur sed potius intenduntur et roborantur et ad fortia opera superexcrescunt … Est etiam accepturus claram intelligentiam scripturarum … hic significatur quod quicumque sunt sic operosi sunt digni super principatum ecclesie sublimari et accipere virtutem rectam et inflexibilem et insuperabilem, quasi virgam ferream ad faciliter confringendum terrestria vitia gentium, et accipere plenitudinem sapientie celestis ad regendum ecclesiam et ad celestia contemplanda. Unde Luche XIX° (Lc 19, 17) illi, qui per unam mnam acquisivit decem mnas … in celis habebunt gloriosam potestatem et lucem huic correspondentem. (Ap 8, 12Per “solem” videtur hic designari solaris vita et contemplatio summorum anachoritarum, qui fuerunt patres et exempla aliorum, vel solaris sapientia et doctrina summorum doctorum. […] Per “stellas” vero, quidam singulares et alti et solitarii anachorite.

glorïose stelle (XXII, 112), virtù (v. 113), quelli ch’è padre … vita (v. 116), alta (v. 119), acquistar virtute (v. 122), forte (v. 123), chiare (v. 126).

It may be difficult for us to conceive of such an ars memorandi, as employed in the Divine Comedy in relation to the Lectura super Apocalipsim, a seminal work in the religious history of Dante’s time, which cannot be separated from its political context. Countless examples of this can be cited. The passage on the “signatio” (Rev 7:3–4), with the contrast between the most worthy leaders of Christ’s army and the common host that follows them, frames the tercet concerning Giano della Bella (Par. XVI, 130–132), giving the contrast between magnati and popolani a spiritual significance, confirming what Raoul Manselli wrote, that “in the context of the history of our European Middle Ages, the religious sphere is of the same concrete historical importance as the political sphere” [2]. Ciacco’s words on Florence, the “città partita … l’ha tanta discordia assalita” (Inf. VI, 60–63), are a parody of Rev 16:19 and its exegesis: “Et facta est civitas magna in tres partes”. Carlo Martello’s remarks on the Sicilian Vespers apply to a political upheaval the motif of the shifting of the islands caused by the earthquake at the opening of the sixth seal (Rev 6:12–17).
The parody extends what is set out in the Lectura on the history of the Church to the entire “viver bene” of the “omo in terra”. Olivi’s apocalyptic commentary becomes a liber concordiae of many sources, clothing them in its own garment. At the sound of the fourth trumpet (third vision, Rev 8:12) the sun (the solar doctrine of the doctors of the third period and the solar life of the contemplative fathers of the fourth: the two status compete, as intellect and affection, Empire and Papacy, to set the noonday of the universe ablaze), the moon (the conventuals of the fourth status illuminated by the sun), the stars (the individual high contemplatives), the day (the common people illuminated by the sun) and the night (the more unrefined, illuminated by the stars) are darkened for a third (the hypocrites). The exegesis draws upon Joachim of Fiore elsewhere, in Rev 12:1–2 (the fourth vision), which concerns the woman clothed with the sun, who has a crown of twelve stars upon her head and holds the moon under her feet, that is, the changeable and shadowy temporal things, or the cold and nocturnal worldly science. Joachim explains, in Book V of the Concordia, that this refers to a woman designating a single order of contemplatives divided into three degrees: the highest contemplatives (the sun), the prelates in the monasteries (who are at the head, almost like stars), and their subordinates (who live in perfect discipline, almost like the moon beneath the woman’s feet). Olivi emphasises that the contemplatives of the fourth period were not all alike: some of lower rank, likened to the moon, devoted themselves to the active life (Prologue, Notable XIII; Rev 8:12).
In the heaven where the contemplative spirits manifest themselves, steeped in the theme of the fourth status of the Church, the simile of the “pole” in Par. XXI, 34–42 reveals their diversity (“poi altre vanno via sanza ritorno, / altre rivolgon sé onde son mosse, / e altre roteando fan soggiorno”). Richard of Saint Victor’s De gratia contemplationis (Beniamin maior, I, 5) is usually cited as the source, in which he compares the various attitudes of the contemplatives to the movements of birds: “modo it atque redit, modo se quasi in gyrum flectit, modo autem se quasi ad unum colligit et quasi immobiliter figit”. It cannot be ruled out that Dante read Richard’s source directly (cf. Epistola XIII, 28), but this source, like all the others, agrees with the Lectura, where Joachim of Fiore is cited. The firmament of fixed stars is “di diversi volti” (Par. II, 64–66); the various contemplatives are also fixed and solitary stars. Elsewhere it has been shown that the presence of Richard of Saint Victor in the Divine Comedy derives almost entirely from the quotations contained in the Lectura super Apocalipsim, just as is the case with Joachim of Fiore.
The semantic elements present in the humble Latin of the exegesis are separated, appropriated in different ways and crystallised in the vernacular; the complex – the narrow thematic range – was intended to evoke a familiar yet ever-changing resonance in the reader’s mind. The reader not only knew the parodied work, but recognised its themes, varied in specific sections of the poem. The intense semantic transfer from the Lectura to the Commedia is in fact accompanied by a structural feature. The Commedia displays an internal order different from that which appears to the reader: Dante’s journey follows a pattern of cyclical septenaries, corresponding to the seven periods (status) of the history of the Church, that is, to the categories by which Olivi organises the exegetical material. It is an order discernible in successive sections of the poem where the semantics pertaining to a single status prevail, an order that disrupts the literal boundaries established by the cantos and by all the material divisions into circles, terraces, and heavens. Each period, which has different beginnings, is linked by concurrentia, like the links of a suit of armour, to the one that precedes it and the one that follows. Each period possesses a great wealth of motifs and also contains themes from everyone else status, allowing for countless interweavings and variations. For example, in the Inferno, which is divided into five cycles dedicates to the seven status, the themes of the fourth period of the Church prevail amongst the avaricious and the prodigal, the blasphemers, the soothsayers, the forgers, and in part of the description of Lucifer and in the ascent to the earth’s surface; sections preceded and followed respectively by others dedicated to the themes of the third and fifth period. The situations are very different, but the art of semantic variation is supreme, through which the author transforms and modifies a motif that has already appeared in the course of the poem. Thus the blazing of Thyatira, the fourth church of Asia (Rev 2:18–22), is a theme present in the blazing wasteland where the violent against God dwell, then reinterpreted in the description of the poet’s third slumber, dreaming of Lia, on the mountain of purgatory, and finally sublimated in the lofty charity that blazes in Pier Damiani and in the Benedictine “contemplative fires” of Saturn’s heaven. The signs present in the literal sense, true Wagnerian Leitmotifs, function as points of mutual contact, conferring upon the poem an organic musical unity. The systematic parody of the Lectura super Apocalipsim was in fact also intended to maintain the unity of the poem. Emblematic is Beatrice’s laughter, mirroring the splendour of Christ’s face, whose motifs run throughout the Paradiso.
The specific audience of preachers and reformers envisaged by Dante never materialised, because the Spirituals (not an organised group, but one sharing a common sensibility), who must have been familiar with Olivi’s Lectura and who, in the first decade of the fourteenth century, when reform of the Church was still possible, had not yet been defeated, were subsequently persecuted and their banner-book, censored in 1318–1319 and condemned in 1326, was consigned to the underground and almost to oblivion. Thus was lost, too, the language that expresses the inner meanings of the “sacred poem”.

Inspiration and Art

The question now arises as to how the parody of Lectura super Apocalipsim was actually carried out. Dante himself, in his encounter with Bonagiunta da Lucca in the sixth terrace of Purgatory, defines his way of writing poetry: «E io a lui: “I’ mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando”» (Purg. XXIV, 52–54). First and foremost, therefore, is inner inspiration, the Platonic aspect of poetry, when the mind is taken over by the god who speaks to the listener through the poet, who becomes a minister of the Muse not by virtue of artistic skill, but by divine gift – οὐ τέχνῃ ποιοῦντες … ἀλλὰ θείᾳ μοίρᾳ – (Ion, 534a-d). It is the moment that belongs to the heart, to feeling, to inner dictation. It is singularly in harmony with what Olivi’s theology affirms regarding modern times (the sixth period of the Church history), in which the preacher is given the freedom to speak by inner dictation and to open the hearts of his listeners. The homo novus, who experiences within himself the taste of the divine, cooperates in universal conversion, in the rebirth of the age, through the Spirit of Christ who speaks within him; an open door is given to him so that others may open themselves (Rev 3:7–8). This takes place in the sixth status of the Church, which began with the conversion of St Francis (1206) and continues until the defeat of the Antichrist; it is no coincidence that the encounter with Bonagiunta occurs in the sixth terrace of the mountain, entirely pervaded by variations on themes relating, in Olivi’s apocalyptic exegesis, to the sixth period of the Church. In the poem, the breath of Love is a parody of the rising of the fragrances caused by the devout affection of those praying (Rev 5:8).
“ … noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando”. The moment of inspiration is captured by noting it down. In Rev 8:5, in the introductory part of the third vision, which concerns the seven trumpets sounded by the Doctors of the Church, Olivi describes the procedure: first they draw the material from Scripture and arrange it, just as musicians tune the pipes of their instrument; then they conceive it through fervent meditation, as if applying the trumpet to their mouths and blowing into it; finally, through language, they emit spiritual insight, which derives from the literal meaning of Scripture just as breath flows from the trumpet.

 

[LSA, cap. VIII, Ap 8, 5 (radix IIIe visionis] Et ultra hoc addit ipsorum ad docendum et intonandum providam et idoneam applicationem, iuxta quod habentes tubas tunc se parant ad tubicinandum quando tube calamos componunt, ac deinde tubam sic compositam applicant ori suo, ac deinde interno flatu inflant ora et tandem perflant tubas flatu oris sui. Sic enim doctores primo ex scripturis sacris componunt et ordinant certas materias, ac deinde per igneas meditationes concipiunt et emittunt spiritalem intelligentiam, que est similis flatui procedenti ex tuba. Nam spiritalis intellectus sic progreditur de corde littere sicut flatus ex tuba.

Dante does not speak of a preliminary preparation and ordering of the material provided by Scripture upon which inspiration then acts; rather, inspiration comes before any other step. Once inspiration has been captured by noting it down, “a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando”, that is signifying as dictates within. This latter expression belongs to the technique, to the aspect one might call Aristotelian, whereby poetry is generated not by divine inspiration but by natural causes – “αἰτίαι … φυσικαί” (Poetics, 1448b). However, even vo significando is a parody of a scriptural passage, in the first verse of the Revelation, where it is stated that Christ revealed – et significavit – to John, through an angel, the things that must soon take place. The revelation, Olivi asserts, was expressed through figurative signs – per signa figuralia – since John’s vision was purely intellectual and could not have been expressed in words had figures and signs not aided the human intellect. When Dante writes “vo significando”, he is therefore not referring to a literary fiction achieved through material technique, but rather to giving form, “e piedi e mano”, to a true intellectual vision, to the “trasumanar” that “significar per verba / non si poria”. In the Revelation, it is Christ who ‘signifies’, that is, reveals the figures to John through the angel; in the Divine Comedy it is the poet, the imitator of Christ, who goes about “signifying”, that is, representing purely spiritual realities for the reader. Just as John had written the Revelation in stages following the single vision he had received, yet the figures expressing it were an integral part of it, so too is the act of signifying through figurative imagery a consequence, in the “sacred poem”, of the inspiration of Love.
 

[LSA, cap. I, Ap 1, 1-2] (1, 1) Subdit etiam causam mediam ac deinde proximam, dicens: “et significavit”, scilicet Christus, id est revelavit vel per signa figuralia demonstravit, scilicet predicta, “mittens”, id est denuntians ea, “per angelum suum servo suo Iohanni”. [,,,]
(1, 2) Sciendum etiam quosdam dixisse quod Iohannes vidit hec absque talibus imaginationibus, sed postmodum ipse adaptavit varias figuras ad veritatem quam absque figuris viderat. Sed contra hoc est quod ipse non innuit se tales figuras post visionem suam composuisse, sed potius sibi in visione apparuisse et ab alio monstratas fuisse. Preterea ad maiorem reverentiam et estimationem et fide dignitatem visionum huius libri et figurarum eius est quod a Deo per angelum fuerunt iste figure formate quam si postea essent per solum Iohannem invente et adiuncte. Preterea altitudini visionis et intelligentie Iohannis non derogat quod huiusmodi figure fuerunt subiuncte et famulantes sue visioni intellectual<i>. Non enim beati post resumptionem corporum minus intelligent corporalia cum visu corporali eis adiuncto quam nunc intelligant absque visu corporali.

Like St John, Dante believed that he had had a single intellectual vision which he had been instructed to write down, adapting it to the understanding of ordinary people:

 

Quod vides” (Ap 1, 11), id est quod visurus es et videre iam cepisti, “scribe in libro”, id est fac inde librum sollempnem … “Scribe ergo que vidisti” (Ap 1, 19). Hec est tertia pars visionis, in qua ponitur visio Christi mandantis Iohanni quod scribat et mittat ecclesiis totam hanc visionem

(Purg. XXXII, 103-105) Però, in pro del mondo che mal vive, / al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, / ritornato di là, fa che tu scrive. (XXXIII, 55) E aggi a mente, quando tu le scrivi … (Par. XVII, 128) tutta tua visïon fa manifesta.

But, given that the poet believed divine inspiration and its expression to be inextricably intertwined, how did this vo significando come about?
It follows from the rules governing the relationship between the two texts that the Lectura super Apocalipsim, before being parodied in the Commedia, had undergone a twofold reorganisation. The first, based on the indications of Olivi himself, according to the exegetical material attributable to individual status or periods in the history of the Church.
The second, following the principle applied in the distinctiones for the use of preachers, according to headwords collated analogically [3]. The “mutua collatio” of parts of the Lectura enriches the meaning associated with the words and allows for an amplified thematic development. See, for example, the variations on the theme of the “vox” or the expression “in medio”, themes repeated several times in the sacred text, or the way in which Rev 1:16–17 (the exegesis of the tenth and eleventh perfections of Christ as the supreme shepherd) is employed in the verses by comparing it with other passages. If Dante chose these methods of reorganising the exegetical material, he did so for the benefit of those familiar with them.
This is a preliminary phase, affecting the Lectura, which took place before the drafting of the entire poem or its opening cantos began (see the considerations in the examination of Inf. VIII).
Once the material provided by the Lectura had been arranged according to status and verba, the versification followed. The poet had certainly drawn up a general plan based on the literal meaning, dividing it into canticles, cantos, circles, terraces, and heavens: he ‘predisposed the pages’, as he himself states (Purg. XXXIII, 139–140), before filling them in.
The poet had deliberately chosen to parody a work that lent him a spiritual structure organised into septenaries; this is topographically verifiable in the verses by zones in which the semantics referable to individual status prevail, that is, to the periods of Church history which are the categories with which Olivi organises the exegetical material. If, for example, the poet had wished to attribute ‘feet and hands’, through the sequences of sevens that run through the Apocalypse, to the themes characteristic of the second status (which corresponds to the time of the martyrs), he would first have organised that material — that is, the complex of spiritual meanings proper to that group — and then drawn from it themes and keywords to be included as signs, transferring them from Latin into the vernacular, into the text of the verses where events and characters — be they Francesca, Guido da Montefeltro or Guido del Duca — realistically embody them in various circumstances (the lustful, the counsellors of fraud in the Hell, the envious in Purgatory).
Of love, fluctuating like a stormy sea in the hearts of the Gentiles, who are never without war – one of the main themes of the second status – the words of Francesca serve as a sign: “Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende”. So it is with the next status, the third, proper to the Doctors of the Church, those formidable refuters of heresies. In Inferno, the poet’s ingenuity is exercised in applying these themes to the Florentine factions of which Ciacco speaks (in the circle following that of the lustful), to the suicides, to the simoniacal popes who have ravaged the Church, to the schismatics, and to the traitors of Christ and Caesar. This separation of man, in his various aspects, from God and His justice is comparable to the heresies that separated God’s humanity from His divinity, degrading the former or confusing it with the latter, such as those of Arius and Sabellius, who, according to Thomas Aquinas in the Heaven of the Sun, “furon come spade a le Scritture / in render torti li diritti volti” (Par. XIII, 127–129).
The themes of the topographically dominant period are interwoven with other motifs present in different clusters. Thus, in the Heaven of Saturn, pervaded by the themes of the fourth status of the Church, the absence of Beatrice’s smile is semantically elaborated upon the exegesis of the face of Christ, which shines like the sun at midday in the sixth status; the themes of which, varied many times, from the “disïato riso of Ginevra who lost Francesca and Paolo, will resound loudly in the subsequent Stellate Heaven (Rev 1:16–17). Pier Damiani, speaking of his vision of God, renders in vernacular the meaning of Rev 21:16, concerning the uniformity of the measurements of the heavenly Jerusalem. The thunderous cry of the blessed, confirming what the ascetic asserts against the carnal Church, is a parody of the voice of the Lamb’s companions on Mount Zion (Rev 14:2). Dante, gazing towards the seven heavens below once he has ascended to the constellation of Gemini, is a passage that refers to Isaiah 30:26, the incipit of the Lectura super Apocalipsim.
On the one hand, the poet binds himself to a text, through the parody he exercises upon it; on the other, he freely chooses the meanings for which he prepares the signs in the literal sense. Signs that are semantic elements transferred from the Latin of exegesis into the vernacular. To link words, Dante wrote in the Convivio (IV, vi, 3–4), is par excellence “arte musaica”, that is, the domain of poets. In the Commedia, this art has become an interweaving of signs, in a work whose meaning – as its author himself states (Epistola XIII, 20–22) – “non est simplex sensus, ymo dici potest polisemos, hoc est plurium sensuum; nam primus sensus est qui habetur per litteram, alius est qui habetur per significata per litteram” (“is not a simple meaning, but rather, it may be said, a polysemy, that is, a multitude of meanings; for the first meaning is that which is taken literally, whilst another is that which is taken through what is signified by the letter”).
Parody, a semantic and conceptual metamorphosis that sacralises situations and characters, becomes a universal key, incorporating within itself every possible source or knowledge of the author, in accordance with the Lectura.
Having first established the relationship of parody between the Divine Comedy and the Lectura super Apocalipsim; having then considered, in some of its possible aspects, the method by which it operated; one must finally seek its causes.

a) A New Apocalypse. Parodying the Lectura super Apocalipsim gave Dante a sense of his own mission. The spiritual disciples, who embody the spirit of Christ in his second, modern coming – and these are not merely members of a religious Order, but also “singulares personae” – are sent out to preach anew in the world, just as St John was. In Dante, alter Iohannes, who is commanded to write – by Beatrice, Cacciaguida and Saint Peter – during the exile that unites him with the Evangelist, a vision as real as that of Patmos, merely updated historically, his will was one with that of Christ-Love dictating within him. The individual is placed within the divine order, the part within the whole, and this placement is necessary, for the poet writes of a vision of things which, as the Apocalypse states, “must take place soon”. Thus the “sacred poem” becomes a new Johannine revelation, understood as such from the first to the last verse, and not merely in those passages where it is explicitly cited. The journey takes place by retracing the history of humanity through the status or periods of the Church.

b) Forging a new universal language. The poet always kept his eyes fixed on Latin as the ideal model for a new universal language. Latin was by now a language for the few; it was no longer sufficient for all expressive needs. The Latin of exegesis, the sermo humilis of which Erich Auerbach wrote, is close to the vernacular, and is perhaps the most evident effect of the textual comparison. Through his work on this humble Latin, from which he transferred semantic elements into the new vernacular, Dante bestowed upon the vernacular the “gloria de la lingua”, a new “lingua gratiae” just as Hebrew had been, the language spoken by the Redeemer.

c) Writing for preachers, the architects of universal conversion. The literal meaning of the Divine Comedy contains words that serve as a key to another text, Olivi’s Lectura super Apocalipsim. This is a procedure of the art of memory: the keywords act upon the reader as imagines agentes, prompting them towards a work of extensive doctrine, which they already know, but which they mentally re-read paraphrased in the vernacular, profoundly updated according to the poet’s own intentions, in verses that lend it “feet and hands” and endow it with contemporary and well-known exempla. The other interpretative meanings — allegorical, moral, and anagogical (which Dante, in the Epistle to Cangrande, collectively defines as “mystical” or “allegorical”) — are encompassed within the literal meaning of the “sacred poem”. Dante aimed not only at an audience of laypeople or, more generally, clerics, but also at preachers and reformers of the Church – at the Franciscan Spirituals, and perhaps not only at them, had the Lectura also spread among other Orders – that is, at those who, through preaching, might reform the Church and, through the “erudite language” – his vernacular – convert the world.

d) Maintaining the unity of the “sacred poem”. The persistence of a “cloth” – that is, another text from which to draw the spiritual meanings of the poem, materially elaborated through the words – served to maintain the unity and internal coherence of the “gown”, to use the image of St Bernard in Par. XXXII, 139–141. Whether the poem was published in groups of cantos, no longer subject to modification, or in revised canticles, the author was always faced with the same theological exegesis, with its countless possibilities for thematic variations and developments. The fact that numerically corresponding groups of tercets, at different stages of the Divine Comedy, contain keywords leading to the same exegetical page indicates that these words, whilst intended for the spiritual reader as mnemonic signacula of another text, were for the poet also markers of the number of verses, a ‘place’ where to situate those same signacula in a different form and context. (See Appendix)

e) In the service of the Most High. One might recall what Charles Southward Singleton stated when announcing his discovery of the number seven as the central number of the Divine Comedy, revealing a marvellous hidden structure yet to be fully deciphered. Just as in Chartres Cathedral the stonemasons left beautiful friezes at great heights, where the human eye could not reach, so the order and inner intelligence of the poem were not conceived solely for the eyes of men: “He who sees all things and so marvellously created the world in number, weight, and measure, would see that design, no matter where its place in the structure; and would surely see it as a sign that the human architect had indeed imitated that created Universe which the Divine architect had wrought for His own contemplation first of all, and for that of angels and of men” [4]. The semiotic-spiritual structure of the “sacred poem”, an expression of the pilgrim’s self, would have been conceived solely “in the service of the Most High”.

[1] On this subject, which is fundamental to a historical understanding of the Divine Comedy, see C. DELCORNO, Dante e il linguaggio dei predicatori, in Letture Classensi, 25 (Intertestualità dantesca), cur. E. Pasquini, Ravenna 1996, pp. 51-74; N. MALDINA, In pro del mondo. Dante, la predicazione e i generi della letteratura religiosa medievale, Roma 2017.

[2] See R. MANSELLI, Da Gioacchino da Fiore a Cristoforo Colombo. Studi sul francescanesimo spirituale, sull’ecclesiologia e sull’escatologisno bassomedievali, cur. P. Vian, Roma 1997 (Istituto Storico Italiano per il Medio Evo. Nuovi Studi Storici, 36), p. XXI, n. 44.

[3] About the distinctiones see L.-J. BATAILLON, Les images dans les sermons du XIIIe siècle, in “Freiburger Zeitschrift für Philosophie und Theologie”, 37/3 (1990), pp. 327-395; ID., The Tradition of Nicholas of Biard’s Distinctiones, in “Viator. Medieval and Renaissance Studies”, 25 (1994), pp. 245-288.

[4] CH. S. SINGLETON, The Poet’s Number at the Center, MLN, Vol. 80, No 1. Italian Issue (1965), pp. 1-10: 10.

Tab. I

[LSA, cap. II, Ap 2, 1.18-19.23 (Ia visio, IVa ecclesia)] (Ap 2, 1) […] Unde bene vocatur Tyatira, id est illuminata vel inflammata vel vivens hostia, quia tales per lucem et flammam contemplative devotionis se offerunt Deo hostiam viventem. […] Increpatur tamen, quia permittebat Iesabelem seducere servos suos ut fornicarentur et comessarentur de idolaticis. Solitarii enim et contemplativi negligere solent correctionem aliorum, tamquam iudicantes soli sibi esse vacandum. Quidam etiam ex eis, propter excessus contemplationis et macerationis corpore fracti, de facili solent a sociis suaderi ut indulgeant sue carni, ita quod ex hoc plus debito delicatis utantur. […]
Hiis autem premittitur preceptum de scribendo hec huic episcopo et eius ecclesie et introductio Christi loquentis, cum subdit: “Hec dicit Filius hominis, qui habet oculos tamquam flamma<m> ignis et pedes eius similes auricalco” (Ap 2, 18). Quia episcopus et ecclesia cui Christus loquitur laudatur de fervore fidei et caritatis, et de humilitate ministrandi et patientie, et de perfectione operum sive vite active, ideo respectu primi Christus proponitur ut habens oculos lucidos et ardentes sicut est flamma ignis, respectu vero secundi proponitur ut Filius hominis, respectu vero tertii proponitur habere pedes similes auricalco, id est eri nitidissimo quod est simillimum auro. Correspondet etiam hoc quarto statui anachoritarum humillimorum et valde activorum multumque contemplativorum. Dictum est enim supra quod per Filium hominis designatur humilitas, per oculos autem flammeos fervor et lux contemplationis ignite, per pedes vero similes auricalco perfectio vite active.
Laudat autem hunc episcopum de sex. Primo scilicet de operibus sue inchoationis, ibi: “Novi opera tua” (Ap 2, 19). Secundo de fide, ibi: “et fidem”. Tertio de caritate, ibi: “et caritatem”. Quarto de ministrando pauperibus bona sua vel quecumque pietatis obsequia, ibi: “et ministerium tuum”. Quinto de patientia in adversis, ibi: “et patientiam tuam”. Sexto de superexcessu suorum postremorum operum, ibi: “et opera tua novissima plura prioribus”. Ex quo patet quod superius laudavit opera inchoationis, hic vero opera consumationis. Nota quod quia fides sine operibus mortua est (cfr. Jc 2, 20) et caritas perficitur et probatur in opere, ideo premisit opera fidei caritati. Quia etiam episcopi est ministrare seu dispensare pauperibus et precipue suis subditis bona ecclesie tamquam communia et tamquam bona pauperum, ideo subdit: “et ministerium tuum”, quamvis etiam possit stare pro ministerio verbi Dei; utroque enim modo sumitur Actuum VI° (Ac 6, 1-7). Nota etiam quod per huiusmodi laudem intendit monstrare aliquam notabilem precellentiam quam hic episcopus habebat in bonis istis, et idem est de ceteris supra vel infra laudatis. […]
Nota etiam quod omnes hereses, de quibus fit in istis ecclesiis mentio, leguntur dedite voluptati et carnalitati. Nam et de pseudoapotolis dicitur ad Philippenses III° quod “venter est eorum deus et gloria” (Ph 3, 19). Quamvis enim quedam secte hereticorum fingant ad tempus magnam castitatem et austeritatem, finaliter tamen occulte vel publice ad carnalia currunt. Unde IIa ad Timotheum III° dicitur de eis quod erunt “se ipsos amantes” et “voluptatum amatores” (2 Tim 3, 2.4). Et IIa Petri <II°> de ipsis dicitur quod “multi sequentur eorum luxurias, per quos via veritatis blasphemabitur” (2 Pt 2, 2), et infra eodem dicit multa plura de hoc, et idem dicitur in epistula Iude (Ju 1, 12). Nec mirum, quia qui veras et spiritales delicias in Deo et ex Deo non gustant nec hauriunt oportet eos in terrenis et carnalibus querere voluptatem, quamvis propter ambitionem inanis glorie sepe exterius se affligant.
“Et filios eius” (Ap, 2, 23), id est sequaces eius, “interficiam in mortem”, id est sic quod ducam eos ad mortem. Vel talis ingeminatio vehementem aggravationem interfectionis significat.
“Et scient omnes ecclesie”, scilicet per evidentiam facti, “quia”, id est quod, “ego sum scrutans renes et corda”, id est omnes internos cogitatus et affectus mentis et sensualitatis. In renibus enim viget sensualis concupiscentia carnis. Quando enim Deus aperte non punit mala quantum iustitia exigit, videtur ignorare mala et pondus eorum; quando autem iustissime et rigidissime et publicissime punit illa, tunc omnibus de facto patet quod ipse omnia mala quantumcumque occulta intime novit et ponderat, ac si ea profundissime scrutaretur.
Nota autem quam congrue proposuit Christus se habere oculos sicut flammam (cfr. Ap 2, 18), ut pateret quod omnia videt et penetrat et zelo ardenti urit et punit vel corripit, etiam permissionem huius episcopi, que vix crederetur esse peccatum nisi ipse eam increpasset tamquam culpabilem.

Par. XXI, 49-51, 67-72, 82-90, 97-99

Per ch’ella, che vedëa il tacer mio
nel veder di colui che tutto vede,
mi disse: “Solvi il tuo caldo disio”.

né più amor mi fece esser più presta,
ché più e tanto amor quinci sù ferve,
sì come il fiammeggiar ti manifesta.
Ma l’alta carità, che ci fa serve
pronte al consiglio che ’l mondo governa,
sorteggia qui sì come tu osserve.

poi rispuose l’amor che v’era dentro:
Luce divina sopra me s’appunta,
penetrando per questa in ch’io m’inventro,
la cui virtù, col mio veder congiunta,
mi leva sopra me tanto, ch’i’ veggio
la somma essenza de la quale è munta.
Quinci vien l’allegrezza ond’ io fiammeggio;
per ch’a la vista mia, quant’ ella è chiara,
la chiarità de la fiamma pareggio”.

E al mondo mortal, quando tu riedi,
questo rapporta, sì che non presumma
a tanto segno più mover li piedi.

Purg. XVIII, 103-108

“Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda
per poco amor”, gridavan li altri appresso,
“ché studio di ben far grazia rinverda”.
“O gente in cui fervore aguto adesso
ricompie forse negligenza e indugio
da voi per tepidezza in ben far messo …”

Par. XXII, 31-33, 46-55, 73-75, 82-84 

Poi dentro a lei udi’: “Se tu vedessi
com’ io la carità che tra noi arde,
li tuoi concetti sarebbero espressi.

Questi altri fuochi tutti contemplanti
uomini fuoro, accesi di quel caldo

che fa nascere i fiori e ’ frutti santi.
Qui è Maccario, qui è Romoaldo,
qui son li frati miei che dentro ai chiostri
fermar li piedi e tennero il cor saldo”.
E io a lui: “L’affetto che dimostri
meco parlando, e la buona sembianza
ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri,
così m’ha dilatata mia fidanza …”

Ma, per salirla, mo nessun diparte
da terra i piedi, e la regola mia
rimasa è per danno de le carte.

ché quantunque la Chiesa guarda, tutto
è de la gente che per Dio dimanda;

non di parenti né d’altro più brutto.

Par. XII, 88-94

E a la sedia che fu già benigna
più a’ poveri giusti, non per lei,
ma per colui che siede, che traligna,
non dispensare o due o tre per sei,
non la fortuna di prima vacante,
non decimas, quae sunt pauperum Dei,
addimandò ………………………….. 

[LSA, prologus, Notabile X (concurrentia IIIIV status)] Prout vero status ab invicem per certam propriorum donorum et officiorum preeminentiam ac multitudinis personarum in ipsis concurrentium distinguuntur, sic concurrit tertius cum quarto non quidem in eodem statu sed in eodem tempore. […] Ideo autem quartus status concurrit eodem tempore cum tertio, quia sicut affectus exigit notitiam intellectus, nec ista notitia est sancta absque sancto affectu, sic affectualis exercitatio et contemplatio anachoritarum et sanctorum illitteratorum eguit preclaro lumine doctorum, nec illud preclarum esse potuit absque precellentia vite. Unde ad mutuum obsequium et ad meridiem universi orbis tunc ad fidem conversi simul clarificandam et inflam-mandam debuerunt illi duo status concurrere simul. Sicut autem notitia preit amorem, quia non potest amari nisi cognitum, sic status doctorum in hoc libro premittitur ante statum anachoritarum; in quarta tamen visione ostenduntur simul concurrere, ubi dicitur quod “date sunt mulieri due ale aquile magne ut volaret in desertum” (Ap 12, 14). Quod autem de facto insimul concurrant, patet ex cronicis. […]

[LSA, prologus, Notabile III] De tertio (dono) etiam patet. Nam magistralis tuba seu expositio intendit fidei et eius scientie seminande (I), et deinde radicande seu roborande (II), deinde explicande (III), deinde amplexande (IV), deinde contemperande, unicuique scilicet secundum suam proportionem (V); intendit etiam finaliter eam imprimere et sigillare (VI) et tandem glorificare seu glorificatam exhibere (VII). Et patet correspondentia primi ad primum statum et secundi ad secundum et sic de aliis.

2. Il sorriso che incenerisce

Nel cielo di Saturno Beatrice non ride: se lo facesse, Dante verrebbe ridotto in cenere come Semele nel contemplare Giove; la bellezza della donna, “che per le scale / de l’etterno palazzo più s’accende … quanto più si sale”, deve temperarsi nel suo splendore, altrimenti la facoltà visiva del poeta – “’l tuo mortal podere” – sarebbe come fronda schiantata dalla folgore (Par. XXI, 4-12).
Il lettore ‘spirituale’ della Commedia avrebbe soppesato ogni parola nei suoi significati non letterali, pervenendo a una dottrina indotta. Leggendo la spiegazione data da Beatrice sul mancato suo ridere nel settimo cielo, sarebbe andato con la mente ad Ap 1, 16-17:

 

S’io ridessi … più s’accende … tanto splende – splendor faciei … plus incomparabiliter lucet … “et cum vidissem eum”, scilicet tantum ac talem, “cecidi ad pedes eius tamquam mortuus” … ex intolerabili superexcessu obiecti.

Questo eccessivo splendore (il ridere della donna) viene paragonato alla folgore (“che ’l tuo mortal podere, al suo fulgore, / sarebbe fronda che trono scoscende”), e qui l’accorto lettore avrebbe ravvisato la sequenza “fulgura-voces-tonitrua” (Ap 4, 5; 8, 5; 11, 19) che lo avrebbe portato a concludere: il ridere di questa donna, che fa cadere chi lo guarda come morto (Ap 1, 17) è come la folgore corruscante e scindente che emana dalla sede divina (Ap 4, 5); deve pertanto essere temperarsi (“se non si temperasse”), come le voci sono temperate, soavi, umane, razionali rispetto alla folgore. Dalla sede emanano anche i tuoni, cioè le terribili minacce fatte in cielo: ed ecco che “la dolce sinfonia di paradiso”, che suona devota giù nelle altre sfere, in quella di Saturno “si tace” per dare luogo a un canto – la zelante preghiera di vendetta divina contro i moderni pastori, dopo che Pier Damiani li ha vituperati – che è “tuono” che vince e trasmuta (Par. XXI, 139-142; XXII, 10-15). Ancora, il nostro spirituale, leggendo oltre il senso letterale “se non si temperasse” (XXI, 10), si sarebbe ricordato che il temperamento è proprio del condescensivo e pietoso quinto stato (prologo, Notabile III), intervenuto dopo l’arduo e solitario quarto periodo, al quale si riferisce invece il mortale incenerimento (Ap 5, 1) e, arrivato al “si tace” (v. 58), avrebbe intuito che il tacere e il silenzio sono temi precipui del settimo e ultimo stato (siamo nel settimo cielo; Notabile III). Si sarebbe ricordato degli altri luoghi del poema che presentano, in modo variato, gli stessi motivi.
La contaminazione, sempre variata e diversamente appropriata, fra i due gruppi tematici – Ap 1, 16-17 (lo splendore del volto di Cristo, ovvero il sorriso, che induce oblio) e 1, 7; 4, 5; 8, 5; 11, 19 (il folgorare che divide; la voce, che segue, più soave e temperata) – si registra in altri luoghi, come nel cielo del Sole e in quello di Marte: Par. X, 58-69 (Beatrice e gli spiriti sapienti); Par. XVI, 28-33 (Cacciaguida); XVII, 121-123 (ancora Cacciaguida).

3. La beatitudine tetragona e liberale

■ I quattro lati delle mura della Gerusalemme celeste, descritta nella settima visione, formano un quadrilatero (Ap 21, 16), che designa la solida quadratura delle virtù (a Cacciaguida il poeta dice di sentirsi “ben tetragono ai colpi di ventura”, Par. XVII, 23-24). I quattro lati sono uguali in lunghezza e in larghezza. La città dei beati quanto vede di Dio e dei suoi beni tanto ama, quanto è lunga nella visione tanto si dilata nella carità, quanto si prolunga nell’eterno tanto si dilata nel gaudio giocoso e glorioso. Lo stesso può dirsi di coloro che in questa vita raggiungono la perfezione, i quali quanto conoscono o credono tanto amano, quanto per la speranza si protendono nei beni eterni tanto si dilatano nel gaudio. Nei beati le quattro virtù cardinali – prudenza, fortezza, giustizia e temperanza -, designate dai quattro lati della città, hanno uguale misura. Anche l’altezza è uguale alla lunghezza e alla larghezza, poiché quanto i beati per la visione e per l’amore si protendono in lungo e si dilatano in largo, tanto si elevano nell’alta lode e nella reverenza verso Dio e nell’alto apprendimento e degustazione della sua sublime maestà. Tuttavia in questa vita l’altezza, proporzionata alla misura della carità e del tendere in Dio, sta comunemente solo nel desiderio e nella speranza di raggiungere la compiuta misura della patria celeste. Un edificio si pone infatti diversamente nel suo inizio e nella perfezione del fine.
Pier Damiani ‘pareggia’, cioè rende uguale, la chiarezza della visione di Dio (“la vista mia, quant’ ella è chiara”) con “l’allegrezza ond’ io fiammeggio” – in lui sono pertanto uguali la lunghezza della visione e la larghezza del gaudio che deriva dalla carità – e, grazie alla virtù della luce divina che si congiunge con il suo vedere, può levarsi tanto sopra di sé (uguaglianza dell’altezza) nell’intelligenza della somma essenza (Par. XXI, 82-90).

Ad Ap 22, 16 (ultimo capitolo del libro, nella sua conclusione) Cristo si definisce “stella splendida”, illuminatrice dei santi, e “matutina”, che promette, predica e mostra la luce futura dell’eterno giorno. È stella in quanto fu uomo mortale e sole in quanto Dio. Egli invita tutti alla gloria (Ap 22, 17). Lo “sposo”, che secondo Riccardo di San Vittore è Cristo (Olivi nota che alcuni correttori del testo hanno tuttavia ad Ap 22, 17 “spirito” al posto di “sposo”, intendendo che Cristo invita tanto per sé quanto per il suo Spirito e per ispirazione interiore), e la “sposa”, cioè la Chiesa generale, sia quella dei beati sia quella peregrinante come quella contemplativa, dicono “Vieni”, cioè alla gloriosa cena delle nozze dell’Agnello. “E chi ascolta”, ossia chi è a conoscenza dell’invito, oppure chi crede e opera in modo retto e con obbedienza, “dica: vieni” a quelli che sono da chiamare alla cena e alla città beata. Poi è Cristo stesso ad invitare con liberalità dicendo: “Chi ha sete venga, e chi vuole riceva gratuitamente l’acqua della vita”. Dice “chi ha sete e chi vuole” perché nessuno può venire senza che ci sia desiderio e volontario consenso. “Venire” equivale a ricevere l’acqua della vita, cioè la grazia che ristora, vivifica e conduce alla vita eterna. Essa è “gratuita” perché viene data dalla carità e dalla predestinata liberalità di Cristo e ricevuta senza l’intervento di alcun prezzo venale ed esteriore, ma anche perché la prima grazia viene data senza alcun merito precedente essendo principio e causa del merito stesso e del suo aumento.
Fra le numerose variazioni su questa tematica, vi è l’invito d’amore al quale accenna Tommaso d’Aquino prima di iniziare il suo discorso in Par. XIII (vv. 34-36). Della sua “infiammata cortesia” dice Bonaventura, il maestro di Olivi, accostando ad essa il verbo ‘venire’ (“di cui Tomma / dinanzi al mio venir fu sì cortese”): la liberalità di Tommaso, nel lodare Francesco “poverel di Dio”, ha fatto ‘venire’ con desiderio, ha cioè aperto l’affetto e la volontà di Bonaventura nel dire di Domenico (Par. XII, 109-111, 142-145; cfr. il rivolgersi di Dante ad Adamo a Par. XXVI, 95-96). È il “libero amore” che il poeta riscontra in Pier Damiani, sola anima predestinata dalla grazia divina all’ufficio di scendere i gradini della “scala santa” per far festa a Dante col suo parlare e risplendere (Par. XXI, 73-78).

La mente, nell’ascesa alla perfezione, consegue sette vittorie. La quinta (Ap 3, 5) consiste nella vittoriosa discesa alle opere di pietà e di misericordia, la quale dal consorzio con gli infermi cui condiscende non assume macchie o imperfezioni, anzi il vittorioso vive tra i carnali, i rilassati e gli immondi in modo puro, immacolato e santo come se si trovasse in solitudine o in mezzo a gente austera e perfetta. Così avvene nella discesa di Virgilio e Dante nella barca di Flegiàs, al quale il poeta pagano dice: «più non ci avrai che sol passando il loto” … Lo duca mio discese ne la barca» (Inf. VIII, 19-21, 25). Allo stesso modo, in tutt’altro contesto, afferma Pier Damiani, rivolgendosi a Dante ancora imperfetto mortale: “Giù per li gradi de la scala santa / discesi tanto sol per farti festa / col dire e con la luce che mi ammanta” (Par. XXI, 64-66).

4. Il “terzo sermo”

Secondo Gioacchino da Fiore (quinto libro della Concordia, citato ad Ap 12, 14), come nel Genesi le opere del quarto giorno – il sole, la luna e le stelle – vengono chiamate “segni e tempi e giorni e anni” (Gn 1, 14), così nella quarta visione dell’Apocalisse la donna che sta nel cielo ed è adornata dal sole, dalla luna e dalle stelle viene detta “grande segno” (Ap 12, 1) e il suo tempo, che è il quarto della Chiesa, viene distinto in “un tempo (un anno), due tempi (due anni) e la metà di un tempo (sei mesi)”, per complessivi 42 mesi corrispondenti, prendendo i mesi di 30 giorni per anni, ai 1260 anni di permanenza della donna nel deserto dei Gentili (Ap 12, 14). Il medesimo tema compare nel quarto sigillo dell’Antico Testamento, nel quale Elia, Eliseo e i figli dei profeti furono come il sole, la luna e le stelle ed Elia venne nascosto lontano da Gezabele per tre anni e mezzo, periodo nel quale la pioggia della predicazione venne sottratta alla gente peccatrice (3 Rg 18, 1; Lc 4, 25; Jc 5, 17). Gioacchino si domanda per quale motivo questo numero mistico compaia sempre nel quarto tempo, e risponde che il quarto è il mediano di sette tempi, connesso ai tre tempi precedenti e agli altrettanti che seguono e di tutti partecipante. La donna – la Vergine che portò Cristo nel ventre, lo partorì e lo allattò – sta a significare la Chiesa delle vergini, madre e nutrice dei fedeli, formata da uomini e donne dalla giusta vita che, come le stelle del cielo segnano il cammino ai naviganti, sono segni ed esempi agli altri, in modo che sappiano dove andare coloro che li considerano.
Pier Damiani, nel settimo cielo, di Saturno (Par. XXI), si rivolge a Dante in tre riprese, corrispondenti a tre domande del poeta: la prima volta ai versi 61-72, per spiegare perché in quel cielo non si oda, come negli altri, il dolce canto e per chiarire cosa l’abbia spinto a scendere i gradini della scala santa per porsi vicino a lui; la seconda volta ai versi 79-102, per spiegare l’imperscrutabilità dei disegni provvidenziali; la terza volta – “il terzo sermo” – ricomincia ai versi 106-111 e continua ai versi 112-135. Questa divisione dei versi comporta che il ‘primo sermo’ occupi 12 versi (“un tempo”), il secondo 24 versi (“due tempi”, il doppio del primo) e l’inizio del “terzo sermo” 6 versi (“metà di un tempo”), per complessivi 42 versi, che corrispondono alle generazioni gioachimite. La restante parte del “terzo sermo” (vv. 112-135) occupa 24 versi che, aggiunti ai 6 del suo cominciare, fanno 30 (il numero che, moltiplicato per 42, dà 1260, corrispondente agli anni trascorsi dalla donna nel deserto dei Gentili: Ap 12, 6). Parlando de “lo abisso de l’etterno statuto … che da ogne creata vista è scisso”, Pier Damiani raccomanda al poeta di riferire al mondo mortale quanto gli viene detto, “sì che non presumma / a tanto segno più mover li piedi”, espressione che traduce il “signum magnum” della quarta visione apocalittica e del quarto tempo della Chiesa diviso in “un tempo, due tempi e la metà di un tempo” (vv. 97-99).

5. Il Catria, Sion e l’Armagedon

L’esegesi di Ap 14, 1-5 è relativa ai compagni dell’Agnello, che staranno sul monte Sion dopo la vittoria sull’Anticristo. Ivi la contemplazione, precipua prerogativa del quarto stato della storia della Chiesa, trova compimento nel sesto (il tempo iniziato con san Francesco): Sion viene infatti interpretato come “specula” (cioè l’“alta et solida eminentia contemplativi status”; Ap 14, 1). Stare sul monte Sion non attiene però unicamente alla contemplazione. I compagni dell’Agnello sono anche i futuri rettori del mondo. Stare sul monte Sion indica dunque che dopo la morte dell’Anticristo, e forse prima, lì vi sarà il sublime culto di Cristo. Né c’è da stupirsi, afferma Olivi, se il luogo della nostra redenzione verrà esaltato sopra gli altri luoghi della terra, anche perché, quale centro del mondo abitato, sarà adeguato ai sommi reggitori dell’universo convertito.
La quinta delle sette prerogative dei compagni dell’Agnello è l’assoluta castità: “Questi non si sono contaminati con donne” (Ap 14, 4), sono cioè indenni da ogni corruzione e mollezza carnale, sono fanciulli e vergini della stirpe d’Israele che nel sesto e settimo stato della Chiesa verranno eletti alla perfezione evangelica e chiamati all’imitazione di Cristo e alla sua famiglia. La settima prerogativa consiste nell’essere dedicati al culto di Dio e al suo servizio: “Essi sono stati acquistati”, cioè segregati dalla vita carnale degli uomini e dalla generale corruzione per grazia della redenzione di Cristo, “tra gli uomini”, in modo che siano “primizie per Dio e per l’Agnello”, primi non per il tempo ma per la dignità della loro virtù.
Questi motivi vengono parodiati nei versi che descrivono la Creta dell’età dell’oro, lì dove nell’occulto nacque anche l’aquila imperiale, “l’uccel di Giove”: il monte Sion è sostituito con l’Ida “lieta d’acqua e di fronde”, la castità dei compagni dell’Agnello – che sono anche i sommi rettori del mondo – con “il mondo casto” sotto il governo di Saturno, la centralità del luogo è resa dall’espressione “in mezzo mar” (Inf. XIV, 94-96).
Come l’esegesi dell’Olivi si riferisce a un dover essere, per quanto vicino nel tempo (dopo la morte dell’Anticristo, e forse anche prima), ma anche a un ritorno, a un livello più alto e anzi di massima illuminazione in questo mondo, di qualcosa che fu in origine (la Chiesa primitiva), così nella montagna della saturnia Creta sta il Veglio che “Roma guarda come süo speglio”, cioè al prossimo rinnovamento (vv. 103-105). Esempio di concordia tra vecchio e nuovo, il monte Sion (cioè Gerusalemme) e la montagna del purgatorio (la storia della Chiesa) stanno entrambi sulla terra in modo da avere un medesimo orizzonte astronomico ed emisferi diversi (Purg. IV, 67-75).
Nulla di sorprendente, pertanto, che all’Aquila del cielo di Giove siano appropriati temi dei compagni dell’Agnello che stanno sul monte Sion. Si ritrovano ancora nel successivo cielo di Saturno, per antonomasia dei contemplativi, il “cristallo che ’l vocabol porta, / cerchiando il mondo, del suo caro duce / sotto cui giacque ogne malizia morta” (Par. XXI, 25-27) [1]. Ivi Pier Damiani parla della sua montagna, il Catria: “Tra ’ due liti d’Italia (cioè in mezzo tra il mare adriatico e il tirreno) surgon sassi … tanto, che ’ troni assai suonan più bassi (tema dell’eminente altezza), / e fanno un gibbo che si chiama Catria, / di sotto al quale è consecrato un ermo, / che suole esser disposto a sola latria (tema della consacrazione dei compagni dell’Agnello al solo culto di Dio). / … Quivi / al servigio di Dio mi fe’ sì fermo … contento ne’ pensier contemplativi” (vv. 106-117). Nel canto successivo è la volta di san Benedetto e di un’altra montagna: “Quel monte a cui Cassino è ne la costa / … e quel son io che sù vi portai prima / lo nome di colui che ’n terra addusse / la verità che tanto ci soblima (il sublime culto di Cristo sul monte Sion)” (Par. XXII, 37-42). Il monte Ida nella Creta governata da Saturno è antica figura del Catria di Pier Damiani e di “quel monte a cui Cassino è nella costa” (il monte Cairo) di Benedetto. Lo stesso panno sacro, dunque, veste entrambi i tipi di rettori del mondo, sia quelli che dirigono il genere umano alla felicità temporale, designati dall’Aquila, come quelli che lo conducono alla vita eterna.

[1]caro duce … di color d’oro in che raggio traluce / vid’ io uno scaleo eretto in suso … ch’io pensai ch’ogne lume”. La preziosità dell’oro, che nei versi si divide tra Saturno e la scala, è qualità delle gemme (figura dei meriti dei beati) che adornano la Gerusalemme celeste, “omni lapide pretioso ornata … similis est auro purissimo …” (Ap 21, 19-20), motivo variato in altri luoghi del poema (ad esempio nel “topazio” Cacciaguida), per cui non è  accettabile la variante “chiaro duce”, oltretutto dissonante dall’aureus Saturnus virgiliano.

Tab. II

[LSA, cap. XIV, Ap 14, 1.3-4 (IVa visio)] Primum est eorum ad Christum conformis associatio, seu ipsorum cum Christo sublimis mansio. Stabant enim cum Christo “super montem Sion” (Ap 14, 1). Per montem Sion, que Sion interpretatur specula, designatur alta  et solida eminentia contemplativi status. […]
Quintum autem de prerogativis istorum est ipsorum perfecta et immaculata puritas, unde subdit: “qui empti sunt de terra” (Ap 14, 3), id est sanguine Christi redempti et ab omni terrestri vita et terrenorum amore abstracti et expurgati. “Hii sunt qui cum mulieribus non sunt coinquinati” (Ap 14, 4), id est per nullam muliebrem seu carnalem corruptionem vel mollitiem. “Virgines enim sunt”, scilicet tam mente quam carne. Quamvis sub nomine virginum possint hic designari quicumque sancti post corruptionem carnis castificatissimi, sicut utique Magdalena fuit et apostolus Petrus, qui uxorem et filiam habuit, proprie tamen et anthonomasice videtur hic loqui de sanctis virginibus mente et carne, et precipue de illis qui de tribubus Israel sunt in statu sexto et septimo ad perfectionem evangelicam singulariter eligendi. […]
Septimum est universalis primatus sancte dedicationis eorum ad Dei cultum cum pleniori explicatione quinti, id est immaculate puritatis eorum. Unde subdit: “Hii empti sunt”, id est per gratiam redemptionis Christi abstracti, “ex omnibus”, sive “ex hominibus”. Verior littera dicitur esse “ex hominibus”. Ricardus tamen ponit disiunctive utramque, et est sensus quod a carnali vita hominum et a generali corruptione humani generis sunt per Christi gratiam redemptricem singulariter segregati et ad Dei servitium empti, ut scilicet sint “primitie Deo et Agno”, id est non tempore sed virtutis dignitate primiad Dei cultum et ad spiritalia holocausta ipsius. […]
Nota quod cum superius dixit istos cum Christo staresuper montem Sion”, forte ultra sensum ibi tactum voluit insinuare quod post mortem Antichristi, et forte etiam ante mortem, erit sublimissimus cultus Christi ad litteram in monte Sion. Nec mirum si locus nostre redemptionis super omnia loca terre tunc temporis exaltetur, et maxime quia ad conversionem totius orbis et ad gubernationem totius iam conversi ille locus erit congruentior summis rectoribus orbis, tamquam centrale medium terre habitabilis.

* In Ap IV, vi (PL 196, col. 811 C).

Inf. XIV, 94-102

In mezzo mar siede un paese guasto”,
diss’ elli allora, “che s’appella Creta,
sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto.
Una montagna v’è che già fu lieta
d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
or è diserta come cosa vieta.
Rëa la scelse già per cuna fida
del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
quando piangea, vi facea far le grida”.

Purg. IV, 61-63, 67-71

Ond’ elli a me: “Se Castore e Poluce
fossero in compagnia di quello specchio
che sù e giù del suo lume conduce …”

Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare,
dentro raccolto, imagina Sïòn
con questo monte in su la terra stare
sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn

e diversi emisperi ………………….”.

[LSA, cap. II, Ap 2, 20 (Ia visio, IVa ecclesia)] Tantum ac talem increpat, dicens (Ap 2, 20): “Sed habeo adversum te, quia permittis mulierem Iesabel, que se dicit propheten”, id est prophetissam (prophetes est communis generis, cuius accusativus est propheten), “permittis”, inquam, “docere et seducere servos meos, fornicari et manducare de idolaticis”, id est de hiis que oblata sunt idolis. […] Posset tamen dici quod episcopus est increpandus si non se opponit forinsecis infidelibus quando nituntur seducere subditos episcopi. Non enim debet permit-tere ipsos seduci ab illis et trahi ad malum.

Par. XXI, 25-27, 106-117; XXII, 37-45

Dentro al cristallo che ’l vocabol porta,
cerchiando il mondo, del suo caro duce
sotto cui giacque ogne malizia morta

Tra ’ due liti d’Italia surgon sassi,
e non molto distanti a la tua patria,
tanto che ’ troni assai suonan più bassi,
e fanno un gibbo che si chiama Catria,
di sotto al quale è consecrato un ermo,
che suole esser disposto a sola latria”.
Così ricominciommi il terzo sermo;
e poi, continüando, disse: “Quivi
al servigio di Dio mi fe’ sì fermo,
che pur con cibi di liquor d’ulivi
lievemente passava caldi e geli,
contento ne’ pensier contemplativi”.

Quel monte a cui Cassino è ne la costa
fu frequentato già in su la cima
da la gente ingannata e mal disposta;

e quel son io che sù vi portai prima
lo nome di colui che ’n terra addusse
la verità che tanto ci soblima;
e tanta grazia sopra me relusse,
ch’io ritrassi  le ville circunstanti
da l’empio cólto che ’l mondo sedusse.

Inf. XVI, 94-96

Come quel fiume c’ha proprio cammino
prima dal Monte Viso ’nver’ levante,
da la sinistra costa d’Apennino

■ Ad Ap 16, 16, nell’esegesi della sesta coppa, centrale è il tema dell’Armagedon, interpretato come ‘gibboso monte dei ladri’ e come ‘tentazione insorgente’. Si tratta del luogo – “monte” per potere temporale e superbia, “dei ladri” per rapace fraudolenza, “gibboso” per astuzia – dove i tre spiriti immondi al modo delle rane (Ap 16, 13-14) raduneranno i re fedeli all’Anticristo. Ad esso rinvia il “gibbo che si chiama Catria”, formato dai rilievi sassosi che “surgon” tra i due lidi d’Italia, del Tirreno e dell’Adriatico, non molto distanti da Firenze, e che si innalzano tanto da oltrepassare con le loro vette la regione delle nuvole dove risuonano i tuoni (Par. XXI, 106-111). Sotto il gibbo è l’eremo di Fonte Avellana, consacrato al solo culto di Dio, al cui servizio Pier Damiani si dedicò fermamente. Una parte del nome Hermagedon è in ermo, e forse, poiché her viene interpretato come “vigile”, il poeta ha voluto contrapporre alla tentazione che si leva rappresentata dagli alti monti (la superbia, il potere temporale), e alla frode designata dal gibbo del Catria, l’austera vita claustrale del monaco ravennate: “che pur con cibi di liquor d’ulivi / lievemente passava caldi e geli, / contento ne’ pensier contemplativi”, prima di essere “tratto a quel cappello, / che pur di male in peggio si travasa”, prima cioè di essere fatto cardinale di una Chiesa corrotta e condannata dalle parole del Damiani e dal grido delle anime che le confermano.
È possibile ritrovare il tema dell’Armagedon interpretato, sempre nella sesta coppa (Ap 16, 16), come nome composto da “magedon”, cioè Megiddo (il luogo dove il re Iosia venne ucciso in battaglia, una morte per la quale Geremia fece delle lamentazioni e a questo pianto è assimilato quello per la morte di Cristo da parte delle tribù d’Israele da convertire di cui si dice in Zaccaria 12, 11) e da “ar”, che significa “suscitazione” o “vigilie”, oppure “her”, interpretato come “vigilante” o “insorgente” o “effusione”. Narrando la sua fine, Buonconte da Montefeltro nomina l’Archiano, fiume “che sovra l’Ermo (di Camaldoli) nasce in Apennino” (Purg. V, 94-96), con una congiunzione tra “ermo” e alto monte che si ritrova pure nelle parole di Pier Damiani a proposito del Catria (Par. XXI, 106-111). E “l’Archian rubesto” – nome che contiene anch’esso in sé una parte di Armagedon -, al momento del suo sfociare, carico di acque pluviali, in Arno (altro nome di significato, perché consonante ad “Arnoyme”, uno dei derivati dal 666, che è il numero della bestia), trova il corpo gelato di Buonconte fuggito ferito da Campaldino e ne fa mal governo per conto del vendicativo diavolo che non è riuscito ad ottenerne l’anima.

■ Il tema dell’olio, figura gioachinita dell’anagogia, cioè dell’intelligenza contemplativa, “suave et omnibus ceteris liquoribus superenatans” (Ap 6, 6), caratterizza l’asceta Pier Damiani, che nell’eremo di Fonte Avellana sotto il Catria passava lievemente estati e inverni cibandosi “pur con cibi di liquor d’ulivi … contento ne’ pensier contemplativi” (Par. XXI, 115-117).
Il il vino – l’“ardens ebrietas caritatis” – che sempre secondo Gioacchino da Fiore designa il senso morale della Scrittura, segna le parole di san Benedetto nel cielo di Saturno: “… Se tu vedessi / com’ io la carità che tra noi arde” (Par. XXII, 31-32). Ivi si mostrano “fuochi tutti contemplanti”, i quali “uomini fuoro, accesi di quel caldo / che fa nascere i fiori e ’ frutti santi” (vv. 46-48): la terzina  congiunge i temi del vino (l’intelligenza morale, appropriata all’uomo; l’accendersi d’amore per le virtù e le buone opere) e dell’olio (la contemplazione).

Tab. III

[LSA, cap. XVI, Ap 16, 16 (Va visio, VIa phiala)] Quia vero, ad reddendum nos vigiles et attentos semperque paratos ad eius adventum et iudicium salutifere suscipiendum, hoc interposuerat congregationi regum per spiritus malos, ideo redit ad complendum sermonem de congregatione regum, subdens: “Et congregabunt eos”, scilicet predicti spiritus immundi secundum Ricardum, “in locum qui vocatur hebraice Armagedon” (Ap 16, 16). Quidam hanc dictionem incipiunt ab a, alii vero ab h cum e vocali. Utraque autem dictio invenitur in interpretationibus. Prima scilicet sub littera a, ubi dicitur quod Armagedon interpretatur mons globosus, et hanc sequitur Ricardus, dicens quod interpretatur mons furum sive globosus*. Secunda vero est sub littera h, ubi dicitur quod Hermagedon interpretatur consurgens temptatio. Utrumque autem nomen et utriusque interpretatio congruit huic loco. Nam Antichristus et sui reges et eorum exercitus erunt sicut mons per temporalem potentiam et superbiam, et furum per rapacem fraudulentiam, et globosus per versutiam. Ecclesia etiam carnalis, contra quam et super quam congregabuntur, erit tunc mons furum et globosus, utrobique etiam erit tunc consurgens temptatio.
Ricardus dicit quod quidam codices habent “congregabit”, scilicet Deus, cuius occulto et iusto iudicio congregabuntur**. Et hanc litteram Ioachim exponit, dicens quod non ait “congregabunt” sed “congregabit”, quia etsi spirituum immundorum erit congregare illos in prelium contra Christum, Christi tamen erit congregare eos in locum arctum quem ipsi penitus ignorabunt*, quod intellige quantum ad finalem eventum exterminii eorum et quantum ad finalem frustrationem intenti eorum contra Christum.
Vel forte scriptura sacra voluit hoc bellum assimilare illi bello in quo rex Iosias est in Magedon occisus, prout dicitur IIII° Regum XXIII° (4 Rg 23, 29) et II° Paralipomenon XXXV° (2 Par 35, 20-25), ubi et dicitur quod Ieremias cum tota Iudea et Iherusalem vehementissime planxit eum et fecit lamentationes super eum, cui quidem planctui assimilatur planctus mortis Christi a tribubus Israel convertendis fiendus, prout dicitur Zacharie XII° (Zac 12, 11-14). Et secundum hoc, <huic> nom<ini> Magedon, quod interpretatur temptatio, adiungitur ar, quod interpretatur suscitatio vel vigilie; vel her, quod interpretatur vigilans vel consurgens vel effusio, ut sic scriptura insinuet quod in magno prelio Antichristi et regum suorum revelabitur magnus planctus crucis Christi et martirum eius, et consurget magna effusio temptationis in qua diabolus Antichristus cum suis attente pervigilabit.

* In Ap V, viii (PL 196, col. 829 B). ** Ibid., col. 829 C.

* Expositio, pars V, f. 191rb.

Purg. V, 94-96

“Oh!”, rispuos’ elli, “a piè del Casentino
traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,
che sovra l’Ermo nasce in Apennino”.

 Par. XXI, 106-111

Tra ’ due liti d’Italia surgon sassi,
e non molto distanti a la tua patria,
tanto che ’ troni assai suonan più bassi,
e fanno un gibbo che si chiama Catria,
di sotto al quale è consecrato un ermo,
che suole esser disposto a sola latria.

6. Un enigma risolto: “Pietro Damiano” e “Pietro Peccator”,
ovvero la distinzione fra quarto e quinto stato della Chiesa (Par. XXI, 121-123)

Gli stati, o periodi, della storia della Chiesa sono interconnessi fra loro per concurrentia al modo dell’umana generazione: lo status che segue inizia prima della fine di quello che precede come il feto si forma e si nutre nell’utero materno prima di nascere e come un fanciullo viene educato nella casa del padre prima di diventarne l’erede. Così Francesco con la sua conversione (1206) iniziò il sesto stato sotto l’egida del quinto, concorrendo il sesto con ciò che resta del periodo precedente fino alla distruzione di Babylon, la Chiesa carnale. La regola benedettina e i canonici regolari agostiniani raggiunsero la fioritura nel quinto tempo (che inizia con Carlo Magno), ma prima si radicarono nel quarto (prologo, Notabile X). Non sarà casuale che “Francesco, Benedetto e Augustino” siano citati da san Bernardo, collocati nella rosa dell’Empireo sotto Giovanni Battista, in un unico endecasillabo (Par. XXXII, 34-36).
Pur essendo un contemplativo (quarto stato), san Bernardo appartiene storicamente al quinto, e di questo possiede alcune alte qualità: la tenerezza e la pietas. Si mostra “in atto pio / quale a tenero padre si convene” (Par. XXXI, 62-63; “tenero” è hapax nel poema). Del quinto stato, infatti, dopo l’alta e troppo ardua vita degli anacoreti, splendenti come il sole (il quarto stato concorre con il terzo, dei dottori, come affetto e intelletto, pastorale e spada, Papato e Impero; entrambi sono periodi di solare sapienza che infiamma il meriggio dell’universo), è propria la fecondità, nel moltiplicarsi di monasteri e canonie – nel quinto giorno della creazione fu detto: “Crescete e moltiplicatevi” (Genesi 1, 22) -; alla “claritas” subentra il “sensus vivus et tenerus pietatis” (prologo, Notabile XIII) [1]. Uccelli (i monaci più spirituali) e pesci (i chierici, che operano fra la gente) abbondano in sensibilità rispetto ai “luminaria celi” (sole, luna, stelle) creati nel quarto giorno. Il passo del Notabile XIII del prologo è una citazione occulta di Gioacchino da Fiore: si osservino le parole-chiave che ad essa rinviano nella descrizione dei beati che si manifestano nel cielo di Mercurio (peschiera, pesci, chi crescerà, pii: Par. V, 100, 101, 105, 121) nonché nell’episodio di Pier della Vigna (le brutte Arpie – uccelli e pesci annoverano anche specie immonde -, la pietas due volte evocata dal suicida: Inf. XIII, 10, 36, 38).
Per determinare il periodo storico relativo al quarto stato, Olivi ricorre a Gioacchino da Fiore, che lo considera (prologo, Notabilia I, X) non nel periodo iniziale, proprio dei primi anacoreti, ma in quello della massima fioritura sotto Giustiniano (527-565). La citazione dal libro V della Concordia nel Notabile XII del prologo sottolinea il momento nel quale gli alti anacoreti, raggiunta la fioritura, decaddero dalla loro perfezione. Nell’orgoglioso gloriarsi ed esaltarsi pervennero alla rovina, portata dai Saraceni proprio in quei luoghi – i deserti d’Arabia e d’Egitto – dove la loro vita era stata più fiorente. Aggiunge Olivi che l’infermità dell’umana carne non consente di mantenersi a lungo in uno stato tanto alto (prologo, Notabile V). È quanto afferma san Benedetto nel cielo di Saturno, il luogo dove si manifestano gli spiriti contemplativi, per il quale i versi registrano una semantica prevalente del quarto stato: “La carne d’i mortali è tanto blanda, / che giù non basta buon cominciamento / dal nascer de la quercia al far la ghianda” (Par. XXII, 85-93; si noti, nelle tre terzine, l’insistenza sul tema del buon inizio disatteso – cominciamento, cominciò, ’l principio -, elaborato tramite l’esegesi della quinta chiesa [Ap 3, 1.3] e del sesto sigillo [Ap 6, 12]).
Sempre nel Notabile XII del prologo della Lectura, Olivi, trattando della durata temporale del quinto stato, cita ancora il libro V della Concordia di Gioacchino da Fiore. L’abate calabrese sottolinea come i monaci del quinto stato siano più imperfetti di quelli del quarto, che non conobbero l’ansia del possesso temporale. Afferma ciò per il caso che, nel parlare dei monaci del quinto tempo, o di quanti vivono nelle canoniche, uno possa essere scambiato per l’altro e l’identità dei nomi impedisca la comprensione delle differenze di vita religiosa.
Questa citazione di Gioacchino, che distingue fra i monaci del quarto stato e i canonici del quinto, consente di risolvere uno dei punti più dibattuti della Commedia. Ad essa fa infatti riferimento Pier Damiani quando afferma: “In quel loco fu’ io Pietro Damiano, / e Pietro Peccator fu’ ne la casa / di Nostra Donna in sul lito adriano” (Par. XXI, 121-123). Le numerose interpretazioni, antiche e moderne, possono ridursi a due:

1) Una è la più antica, risale al Lana, all’Ottimo e a Pietro di Dante, seguita fra i moderni dal Torraca e in parte dal Sapegno: Pier Damiani (morto nel 1072), eremita a Fonte Avellana (come afferma nel primo verso della terzina) e che usava chiamarsi “petrus peccator monachus”, vuole (nei due versi successivi) distinguersi da un altro Pietro, chiamato Pietro Peccatore, fondatore (1096) della canonica di S. Maria in Porto a Ravenna, morto nel 1119, sulla cui tomba era scritto “Petrus Peccans cognomine dictus”.

2) La seconda, che fu di Benvenuto e poi di Giovanni Mercati e di Michele Barbi, è quella attualmente più seguita: Pier Damiani visse a Fonte Avellana [2]; dopo aver rinunciato al cardinalato si sarebbe ritirato a vita di penitenza a Ravenna nella canonica di S. Maria in Porto, che avrebbe fondato, col nome di Pietro Peccatore. Dante avrebbe letto a Ravenna l’epitaffio di Petrus Peccator e lo avrebbe ritenuto quello del Damiani sotto nome diverso.

Il prevalere attuale, pressoché unanime, della seconda interpretazione nasce dalla constatazione che un secondo Pietro (un “Pietro Peccator”), distinto dal primo (“Pietro Damiano”), darebbe adito all’incomprensibile presenza di un intruso: “inciso del tutto gratuito” (Chiavacci Leonardi) [3], parentesi erudita (Sapegno) [4], “l’intromissione di un secondo personaggio appare qui totalmente inopportuna e immotivata” (Inglese) [5].
La citazione dal libro V della Concordia di Gioacchino da Fiore, ben presente alla mente di Dante nello scrivere i versi che le prestano “e piedi e mano”, chiarisce che il secondo Pietro non è un intruso. Pier Damiani non vuole soltanto distinguere due persone, sé stesso e l’altro Pietro, intende soprattutto affermare la differenza fra due modi di vita religiosa, come se dicesse:

‘Io, Pier Damiani, fui eremita a Fonte Avellana, dove mi dedicai a una vita contemplativa come i perfetti anacoreti del quarto stato della storia della Chiesa; un altro Pietro, che si chiamava come me ‘peccatore’, seguì poi nella canonica di S. Maria in Porto di Ravenna un tipo di vita comune, diverso e meno perfetto, proprio del quinto stato. Dico questo sia per distinguere me e l’altro dal nome identico, sia soprattutto per distinguere i diversi modi di vita religiosa’.

La citazione di Gioacchino da Fiore non lascia dubbi che si tratti di due persone diverse, esemplare la prima dei contemplativi puri, la seconda di quanti vivono una vita associata:

ne forte cum de monachis quinti temporis sermo succedet, vel de illis clericis qui canonice vivunt, alterum occurrat pro altero et nominum idemptitas intellectum obscuret.

Vengono quindi meno i sostegni all’interpretazione che i due Pietro siano un’unica persona (il Damiani). Non c’è nessuna fonte antica attestante che l’eremita di Fonte Avellana abbia mai fondato la canonia ravennate né che vi abbia mai risieduto. La notizia si fonda su tradizioni e credenze piuttosto tardive. Boccaccio, in una lettera (XI) a Petrarca del 2 gennaio 1362, riteneva il Damiani fondatore del cenobio sul lido adriatico, dove avrebbe assunto il cognome di “Peccatore” [6]. Ma nulla sanno di ciò nei loro commenti il Lana, fra il 1324 e il 1328, e l’Ottimo fra il 1333 e il 1340, né l’altro antico sostenitore della distinzione fra le due persone, Pietro di Dante, che scrive negli anni ’50 del Trecento e doveva conoscere bene le tradizioni ravennati.
Pier Damiani era stato sepolto a Faenza, in una tomba venerata, ed è inverosimile che Dante non ne avesse notizia. Né è da pensare che la sua convinzione che il Damiani fosse sepolto a Ravenna sia stata accentuata dal “legame biografico e culturale con l’ ‘ultimo rifugio’ del Poeta” [7].
Resta inoltre, come osservò Arsenio Frugoni, “la stranezza […] di un maestro di vita eremitica e contemplativa fondatore di canonia di canonici regolari” [8]. Salimbene (vivente ancora nel 1288) asserisce che la casa-madre dell’Ordine di Pietro Peccatore è S. Maria in Porto a Ravenna ma non sa nulla del Damiani; la vita religiosa di quest’Ordine è attiva piuttosto che contemplativa:

Igitur exemplo Christi prelati ministrare debent subditis suis. Quod in Ordine Petri Peccatoris bene fit, quia diebus ieiuniorum ad collationem priores subditis suis propinant, in memoriam exempli Dominici, ut ostendatur verum esse quod Dominus dixit, quoniam maior est qui recumbit quam qui  ministrat. Ordinis autem Petri Peccatoris capud est Ravenne in Sancta Maria in Portu [9].

È stata avanzata l’ipotesi che il Damiani, prima di farsi eremita a Fonte Avellana (tra il 1034 e il 1035), abbia soggiornato in una casa per chierici annessa alla chiesa di Santa Maria in Fossella (antica denominazione di Santa Maria in Porto), conducendo ivi una vita mondana che egli ricorderebbe nei versi danteschi col nominarsi “Pietro Peccator” [10]. Per quanto, in teoria, sia possibile che il Damiani distingua in sé due forme di vita religiosa, una precedente di chierico, imperfetta rispetto alla successiva di monaco, ciò non è documentato da alcuna fonte e all’ipotesi in questione bisognerebbe aggiungerne altra, che Dante a Ravenna avesse appreso della peccaminosa vita giovanile del futuro contemplativo del Catria.
La tormentata terzina presenta dunque, nel senso letterale, una distinzione di persone; nel senso spirituale, una differenza di esperienza religiosa. Questo senso mistico poteva essere chiaro solo a quanti conoscevano la Lectura dell’Olivi e dai versi della Commedia risalivano per segni alla sua ampia dottrina, vestita nel poema con esempi contemporanei e noti.

[1] I sette stati non sono solo periodi storici relativi alla Chiesa nel suo complesso, ma anche modi di essere della persona, habitus. In quanto doni del settiforme Spirito increato, e in relazione alla funzione svolta dall’individuo, possono essere tutti compresenti anche in una sola persona in qualsiasi tempo. Ad esempio, Pietro fu pastore (primo stato), martire (secondo), dottore (terzo), austero e solitario (quarto), condescensivo (quinto), professore di vita evangelica (sesto) [prologo, Notabile X]. La povertà della Chiesa, propria del tempo apostolico e subapostolico – nel primo e nel secondo stato -, commutata a partire da Costantino in uno stato di ricchezza e beni temporali, tornerà alle sue origini nel sesto stato. Ma nei periodi di ricchezza, i pontefici che preferirono la povertà evangelica ai beni temporali segnarono di nuovo, e in modo raddoppiato, il prevalere del primo ordine, quello del sacerdozio apostolico, anticipando così il sesto stato [prologo, Notabile VII]. Il terzo e il quarto sono due stati di solare sapienza che concorrono a infiammare il meriggio dell’universo. Corrispondono storicamente ai dottori e agli anacoreti, ma pure designano, in ogni tempo, la solare e paritaria concorrenza di ragione e vita devota, di intelletto e affetto, di sapienza e amore, di spada e pasto eucaristico, di Impero e Papato, concorrenza figurata dalle due ali della grande aquila date alla donna per volare come regina nel deserto dei Gentili [Ap 12, 14]. La pietas verso le moltitudini, unita al senso della vita associata, è prerogativa eminente del quinto stato, ma raggiunge il suo compimento nella persona di Francesco, con cui inizia il sesto stato, dilatata ad arco per viscerale carità verso gli inferiori [Ap 10, 1].

[2] G. MERCATI, Opere Minori, I, Città del Vaticano 1937, pp. 170-201, 502-527; M. BARBI, Con Dante e coi suoi interpreti. Saggio per un nuovo commento della “Divina Commedia”, Firenze 1941, pp. 257-296. Mercati in realtà propose di identificare la “casa di Nostra Donna in sul lito adriano” con il monastero di S. Maria di Pomposa.

[3] DANTE ALIGHIERI, La Divina Commedia. Paradiso. Commento di A. M. CHIAVACCI LEONARDI, Milano 1994, pp. 596-597.

[4] DANTE ALIGHIERI, La Divina Commedia, a cura di N. SAPEGNO, Milano-Napoli 1957 (La Letteratura Italiana. Storia e Testi, 4), pp. 1044-1045.

[5] DANTE ALIGHIERI, Commedia. Revisione del testo e commento a cura di G. INGLESE, Paradiso, Roma 2016, p. 277.

[6] “Stupeo et ego, tam conspicuum religione virum inter concives et vestium tantum non operum successores, et in cenobio quod secus adriaticum litus suo opere constructum est et in quo ipse primus sue professionis heremitas instituit Peccatorisque cognomen assumpsit, non aliter cognitum cernens quam a Mauris Lucianum bellovagensem seu armenum Basilium vel quem vetustiorem et exterum magis dicas incognitum”.

[7] Così INGLESE (cfr. nota 5).

[8] A. FRUGONI, Pier Damiano, in Enciclopedia Dantesca, IV, Roma 19842, p. 490.

[9] SALIMBENE DE ADAM, Cronica, ed. G. Scalia, Bari 1966, I, p. 165, rr. 26-32; cfr. II, p. 709, rr. 4-5.

[10] Cfr. G. LUCCHESI, Per una vita di S. P. Damiano, in San Pier Damiano nel IX  centenario della morte (1072-1972), Cesena 1972, pp. 20-26; P. PALMIERI, Pietro Damiano già peccatore in Pd. XXI. 122, in “Studi e problemi di critica testuale”, 15 (1977), pp. 62-83.

Tab. IV

[LSA, prologus, Notabile I] Quartus vero proprie cepit a tempore magni Antonii anachorite, seu a tempore Pauli primi heremite; vel, secundum Ioachim, a tempore Iustiniani augusti de quo infra in decimo notabili amplius tangetur.

[LSA, prologus, Notabile X] Secundum tamen Ioachim, libro III° Concordie sue, quartus status ecclesie non sumitur proprie a primo tempore priorum anachoritarum sed solum a tempore Iustiniani augusti usque ad tempus Karoli*. Subponit enim quod illo tempore in sollempniori multitudine claruit status ille quam claruerit in primo. Nam tempore Iustiniani multum fuit attrita heresis Arrianorum et ceterorum et multo amplius paulo post tempore Gregorii Magni, quando gens Gothorum in Ispania conversa est ab heresi arriana, et ideo hereticis ab Africa et Ispania et ab oriente pro magna parte purgatis, potuit copiosius multiplicari et clarificari religio christiana. Secundum hoc autem, satis tempore et statu distinguitur status quartus a tertio. Posset etiam, secundum hoc, tertius status vocari doctrine et ardue vite cum hereticis commixte et ab eis inquietate; quartus vero doctrine et vite ab illis purgate ac per consequens magis quiete et clarificate. […]
Debuit enim sequens status inchoari ante decisionem prioris, tum propter maiorem connexionem statuum, tum quia sicut infans formatur et nutritur in utero matris antequam per exitum distinguatur ab ea, et sicut parvulus prius nutritur et docetur a patre antequam ipso mortuo fiat heres eius et rector domus sue, sic expedit sequentem statum formari et nutriri in utero prioris et a principio regi ab eo quasi a tutore vel patre. […] Sic etiam status monachorum sancti Benedicti et canonicorum regule sancti Augustini, in quinto tempore multiplicatus, cepit sub quarto tempore. Nam sanctus Benedictus floruit ante tempus Iustiniani imperatoris circa tempus Theodorici regis Gothorum et Boetii ab ipso occisi et circa initium sexti centenarii Christi. Augustinus autem floruit longe ante, scilicet circa finem quarti centenarii incarnationis Christi.
Sic etiam sextus status a beato Francisco est inchoatus, durante adhuc quinto et concurrente cum ipso iam fere per centum annos.

* Concordia, III 2, c. 4; Patschovsky 2, p. 322, 1-10.

Par. XXXII, 34-36

e sotto lui così cerner sortiro
Francesco, Benedetto e Augustino
e altri fin qua giù di giro in giro.

[LSA, prologus, Notabile XII] Quod autem monachi quinti temporis fuerint communiter imperfectiores monachis quarti temporis ostendit Ioachim, libro V° Concordie dicens quod in illis «nulla erat possessio aut possessionum anxietas, sicut est in temporibus istis, sed summa et una omnibus paupertatis voluntas». Et subdit: «Hec ideo dico, ut sciamus, quid inter illos et monachos nostri temporis differens aut indifferens sit, ne forte cum de monachis quinti temporis sermo succedet, vel de illis clericis qui canonice vivunt, alterum occurrat pro altero et nominum idemptitas intellectum obscuret»*.

Concordia, V 1, c. 12; Patschovsky 3, p. 552, 10-17.

Par. XXI, 121-123

In quel loco fu’ io Pietro Damiano,
e Pietro Peccator fu’  ne la casa        fu
di Nostra Donna in sul lito adriano.

[LSA, prologus, Notabile XIII] In quinto vero tempore fuerunt spiritualiores monachi quasi aves volantes, clerici vero gentibus commixti fuerunt quasi pisces in aquis (cfr. Gn 1, 20-21). In hac autem die primo dictum est: “Crescite et multiplicamini” et cetera (Gn 1, 22), quia numquam in preteritis temporibus sic monasteria vel ecclesie in tali vita, que conveniret pluribus, ordinate fuere quomodo in tempore quinto, quia non tantum clericorum et monachorum, verum etiam ecclesiarum et monasteriorum que sunt propagata in tempore quinto in hac occidentali ecclesia colligere numerum non est facile. Unde quamvis vita monachorum quarti temporis fuerit clarior, non tamen fecundior nec sic habens sensum vivum et tenerum pietatis. Aves enim et pisces prehabundant in sensu luminaribus celi. Attamen notandum quod in quinta die creata sunt munda pariter et immunda. Sunt enim pisces secundum legem mundi et immundi, avesque similiter*

*Cfr. Concordia, V 1, c. 13; Patschovsky 3, p. 561, 10-11; p. 563, 4-15; p. 565, 3-4 (Olivi sintetizza più passi di Gioacchino, è comunque sua l’espressione “nec sic habens sensum vivum et tenerum pietatis).

Par. XXXI, 61-63

Diffuso era per li occhi e per le gene
di benigna letizia, in atto pio
quale a tenero padre si convene.

Inf. XIII, 10, 34-39, 82-84

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno

Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: “Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb’ esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi”.

Ond’ ïo a lui: “Domandal tu ancora
di quel che credi ch’a me satisfaccia;
ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora”.


Par
. V, 100-105, 121-123

Come ’n peschiera ch’è tranquilla e pura
traggonsi i pesci a ciò che vien di fori
per modo che lo stimin lor pastura,
sì vid’ io ben più di mille splendori
trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udia:
“Ecco chi crescerà li nostri amori”.

Così da un di quelli spirti pii
detto mi fu; e da Beatrice: “Dì, dì

sicuramente, e credi come a dii”.

7. Un terremoto in cielo

Pier Damiani racconta della sua nomina a cardinale: “Poca vita mortal m’era rimasa, / quando fui chiesto e tratto a quel cappello, / che pur di male in peggio si travasa”, ricordando poi la povertà degli apostoli Pietro e Paolo, quest’ultimo – “il gran vasello / de lo Spirito Santo” – fasciato dal tema, da Ap 12, 17, del vaso di vino purissimo quasi tutto esaurito, cui risponde il mal ‘travasare’ dell’istituto cardinalizio di cui egli è ‘reliquia’ per poca vita (Par. XXI, 124-129). Le parole del Damiani – “Poca vita mortal m’era rimasa” – sono da confrontare con quelle di Ulisse nella sua “orazion picciola”: “a questa tanto picciola vigilia / d’i nostri sensi ch’è del rimanente” (Inf. XXVI, 114-115).

Tab. V [questa tabella è stata esaminata altrove]

Par. I, 13-18

O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l’amato alloro.
Infino a qui l’un giogo di Parnaso
assai mi fu; ma or con amendue
m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso.

Inf. XXVI, 114-115, 118

a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente ……

Considerate la vostra semenza

Purg. XXXIII, 34-36

Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe,
fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda
che vendetta di Dio non teme suppe.

Par. XXI, 124-129 

Poca vita mortal m’era rimasa,
quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
che pur di male in peggio si travasa.
Venne Cefàs e venne il gran vasello
de lo Spirito Santo, magri e scalzi,

prendendo il cibo da qualunque ostello.

Purg. VII, 115-117, 127-129

e se re dopo lui fosse rimaso
lo giovanetto che retro a lui siede,

ben andava il valor di vaso in vaso

Tant’ è del seme suo minor la pianta,
quanto, più che Beatrice e Margherita,
Costanza di marito ancor si vanta.

[LSA, cap. XII, Ap 12, 17 (IVa visio, Vum prelium)] Dicit ergo: “Et iratus est dracho in mulierem” (Ap 12, 17). Nota quod quanto plus et pluries videt se vinci ab ecclesia et prole eius, tanto maiori ira exardescit ad illam fortius temptandam et deiciendam.
“Et abiit facere bellum cum reliquis de semine eius, qui custodiunt mandata Dei et habent testimonium Ihesu”, id est fidelem confessionem Christi per quam testimonium perhibent de Christo. Duo ponit necessaria ad salutem, scilicet observantiam mandatorum et fidem Christi exteriori professione et confessione expressam.
Ioachim dicit quod semen mulieris est Christus raptus ad tronum cum martiribus suis, et istud semen precesserat; aliud autem remanserat designatum in Iohanne evangelista, scilicet ordo monachorum quarti temporis meridianam plagam incolentium. Et ideo vocat eos reliquos seu residuos de semine mulieris.
Videtur tamen quod post Christum et martires ubique dispersos egit de ecclesia post Constantinum in unum collecta et duabus alis, id est duobus ordinibus doctorum scilicet et anachoritarum altivolis, adornata et in altum sublevata, et tam in deserto gentilitatis quam in deserto contemplative solitudinis alimentum sue refectionis habente. Post hoc autem restabat agere de reliquis tam predicti temporis quam de reliquis in quinto statu relictis. Utrique enim signanter vocantur reliqui seu reliquie, quia sicut bibita superiori et puriori et maiori parte vini vasis magni restant pauce reliquie cum fecibus quibus sunt propinque et quasi commixte, sic de plenitudine purissimi vini doctorum et anachoritarum tertii et quarti temporis remanserunt reliquie circa tempora Sarracenorum; ac deinde pluribus ecclesiis per Sarracenos vastatis et occupatis, Grecisque a romana ecclesia separatis, remansit in quinto tempore sola latina ecclesia tamquam reliquie prioris ecclesie per totum orbem diffuse. De utrisque ergo reliquiis simul agit, tum quia in utrisque remissio habundavit respectu perfectionis priorum, tum quia bestia sarracenica contra utrosque pugnavit quamvis primo contra primos.

Inf. XXII, 31-33, 64-69, 79-84

I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,
uno aspettar così, com’ elli  ’ncontra
ch’una rana rimane e l’altra spiccia

Lo duca dunque: “Or dì: de li altri rii
conosci tu alcun che sia latino
sotto la pece?”.  E quelli: “I’ mi partii,

poco è, da un che fu di là vicino.
Così foss’ io ancor con lui coperto,
ch’i’ non temerei unghia né uncino!” 

“Chi fu colui da cui mala partita
di’ che facesti per venire a proda?”.
Ed ei rispuose: “Fu frate Gomita,
quel di Gallura, vasel d’ogne froda,
ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,
e fé sì lor, che ciascun se ne loda”.

Par. III, 91-93; X, 22-27, 121-123

Ma sì com’ elli avvien, s’un cibo sazia
e d’un altro rimane ancor la gola,
che quel si chere e di quel si ringrazia

Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo banco,
dietro pensando a ciò che si preliba,
s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.
Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba;
ché a sé torce tutta la mia cura
quella materia ond’ io son fatto scriba.

Or se tu l’occhio de la mente trani
di luce in luce dietro a le mie lode,
già de l’ottava con sete rimani.

Purg. XIV, 118-120; XV, 4-6; XVI, 133-135

Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio
lor sen girà; ma non però che puro
già mai rimagna d’essi testimonio.

tanto pareva già inver’ la sera
essere al sol del suo corso rimaso;
vespero là, e qui mezza notte era.

Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
di’ ch’è rimaso de la gente spenta,
in rimprovèro del secol selvaggio?

Purg. XIX, 142-145

Nepote ho io di là c’ha nome Alagia,
buona da sé, pur che la nostra casa
non faccia lei per essempro malvagia;
e questa sola di là m’è rimasa.

Purg. XII, 7-9, 118-126

dritto sì come andar vuolsi rife’mi
con la persona, avvegna che i pensieri
mi rimanessero e chinati  e scemi.

Ond’ io: “Maestro, dì, qual cosa greve

levata s’è da me, che nulla quasi
per me fatica, andando, si riceve?”.
Rispuose: “Quando i P che son rimasi
ancor nel volto tuo presso che stinti,

saranno, com’ è l’un, del tutto rasi,
fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,
che non pur non fatica sentiranno,
ma fia diletto loro esser sù pinti”.

Par. XIX, 40-51

Poi cominciò: “Colui che volse il sesto
a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
distinse tanto occulto e manifesto,
non poté suo valor sì fare impresso
in tutto l’universo, che ’l suo verbo
non rimanesse in infinito eccesso.
E ciò fa certo che ’l primo superbo,
che fu la somma d’ogne creatura,
per non aspettar lume, cadde acerbo;
e quinci appar ch’ogne minor natura
è corto recettacolo a quel bene
che non ha fine e sé con sé misura”.

Par. II, 1-6, 10-15, 106-111

O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d’ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ché forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.       3, 3 

Voialtri pochi che drizzaste il collo
per tempo al pan de li angeli, del quale
vivesi qui ma non sen vien satollo,
metter potete ben per l’alto sale
vostro navigio, servando mio solco
dinanzi a l’acqua che ritorna equale.

Or, come ai colpi de li caldi rai
de la neve riman nudo il suggetto
e dal colore e dal freddo primai,
così rimaso te ne l’intelletto
voglio informar di luce sì vivace,
che ti tremolerà nel suo aspetto.

Par. IX, 37-42

Di questa luculenta e cara gioia
del nostro cielo che più m’è propinqua,
grande fama rimase; e pria che moia,
questo centesimo anno ancor s’incinqua:
vedi se far si dee l’omo eccellente,
sì ch’altra vita la prima relinqua.

Ad Ap 1, 10, Giovanni sente una voce dietro le spalle, quasi quella della propria guida. Si può intendere che egli era in quel momento dedito alla quiete della contemplazione, lontano dalla sollecitudine derivante dall’attività pastorale, che aveva lasciata alle spalle: la voce dunque lo richiama dalla visione delle cose supreme, che gli stanno dinanzi, alla cura d’anime che sta dietro (è l’interpretazione di Riccardo di San Vittore). Oppure (è l’interpretazione di Olivi), considerando che le cose che ci stanno dietro sono invisibili e pertanto superiori, si può intendere che Giovanni ascolti una voce alle spalle che lo elevi e riconduca verso l’alto, mentre con il volto è rivolto in basso, verso cose inferiori. In questo senso, nel Vangelo di Giovanni, si dice che Maria Maddalena, volta indietro, vide Gesù (Jo 20, 14). Al punto rinviano numerosi luoghi del poema. Ugolino ascolta la voce di Dante, solleva la bocca e si volge verso di lui come a qualcosa di più alto dell’atto bestiale al quale è intento. La parodia di Ap 1, 10 è presente anche a Inf. XVIII, 34-39, nel “levar le berze” da parte dei dannati alle frustate dei demoni “che li battien crudelmente di retro” (cfr. anche Purg. IX, 68-70; XIX, 97-98, 118-119).
Pier Damiani la applica con sarcasmo a “li moderni pastori”, i quali vogliono “chi li meni (tema del “dux”) … e chi di rietro li alzi” (Par. XXI, 130-132). Il tono sferzante continua nella terzina successiva cucendo insieme altri temi di varia provenienza: manti, pelle da Ap 1, 13 (la santità casta e onesta di Cristo sommo pastore “vestitum podere
, cioè coperto dal manto sacerdotale, e cinto “zona pellicea); cuopron, bestie da 9, 19 (“cooperiunt et apparenter adornant pudibundum anum bestialium turbarum”); palafreni da 9, 1-2 (“perverso exemplo et malo regimine solvere frenum carnalis concupiscentie et avaritie et terrene astutie et malitie et secularis lacivie ac demoniace seu pompose superbie”); pazïenzasostieni da 2, 2-3 (“et patientiam tuam … et non potes sustinere malos”).
Ad Ap 1, 10, nel volgersi indietro sollevandosi, rinviano le parole profetiche di san Benedetto: “Veramente Iordan vòlto retrorso / più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse, / mirabile a veder che qui ’l soccorso” (Par. XXII, 94-96), concordando con il Salmo 113, 3: “Mare vidit et fugit, Iordanis conversus est retrorsum
.

Tab. VI

[LSA, cap. I, Ap 1, 10-12 (VIa circumstantia visionum)] Sexta circumstantia est sollempnis iussio sibi facta ut visiones has sollempniter scribat et septem ecclesiis Asie mittat, quasi dicat: non meo motu, sed Dei speciali iussu hec scripsi et mitto. Unde subdit: “et audivi post me vocem” (Ap 1, 10). Secundum Ricardum, ideo post se audivit vocem in signum quod a subditis elongatus et quieti deditus omnem pastoralem sollicitudinem post se longe reliquerat, et ideo dum nunc ad subditorum eruditionem a supernis reducitur, quasi de anterioribus ad posteriora revocatur*.
Vel pro quanto ea que sunt post nos sunt nobis invisibilia, et conversis secundum faciem ad inferiora sunt ea que post tergum nobis superiora, pro tanto vocem post se audit quia ad invisibilia et superiora ipsum sublevat et reducit. Unde et in huius signum, Iohannis XX°, Maria conversa retrorsum dicitur vidisse Ihesum (Jo 20, 14).
Item per hoc significatur quod loquens erat dux eius, quasi post tergum eius existens more custodis et ductoris sui equi vel iumenti, unde Ezechielis III° dicitur: “Assumpsit me spiritus et audivi post me vocem” et cetera (Ez 3, 12).

* In Ap I, iv (PL 196, coll. 704 D-705 A).

[LSA, cap. I, Ap 1, 13 (radix Ie visionis)] Tertia (perfectio summo pastori condecens) est sacerdotalis et pontificalis ordinis et integre castitatis et honestatis sanctitudo, unde subdit: “vestitum podere”. Poderis enim erat vestis sacerdotalis et linea pertingens usque ad pedes, propter quod dicta est poderis, id est pedalis: pos enim grece, id est pes latine. Poderis enim, secundum aliquos, erat tunica iacinctina pertingens usque ad pedes, in cuius fimbriis erant tintinabula aurea, et de hac videtur dici illud Sapientie XVI<II>° (Sap 18, 24): “In veste poderis, quam habebat, totus erat orbis terrarum, et parentum magnalia in quattuor ordinibus lapidum erant sculpta”. Dicuntur etiam fuisse in veste poderis quia erant in rationali et superhumerali ipsi poderi immediate superposita. Per utramque autem designatur habitus celestis castitatis et sanctitatis sacerdotes et pontifices condecens, pro cuius ardua plenitudine subdit: “et precinctum ad mamillas zona aurea”. […] Item cingi zona pellicea, id est de corio animalium mortuorum, est timore mortis seu pene castitatem servare.

Par. XXI, 130-135

Or voglion quinci e quindi chi rincalzi
li moderni pastori e chi li meni,
tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.
Cuopron d’i manti loro i palafreni,
sì che due bestie van sott’ una pelle:
oh pazïenza che tanto sostieni!

PIER DAMIANI, Contra philargyriam: “Imperiales equos, qui, dum pernices gressus arcuatis cervicibus glomerant, sessoris suis manus loris innexas indomita ferocitate fatigant” (PL 145, 538 D).

[LSA, cap. II, Ap 2, 2-3 (Ia visio, Ia ecclesia)] Reliqua vero respiciunt malum, sed primum respicit illud per quietam tolerantiam. Unde subdit: “et patientiam tuam”, scilicet quam habes in malis tibi illatis et in ceteris tolerandis. Secundum autem respicit malum ut repellendum et fugandum. Unde subdit: “et non potes sustinere malos”, quin scilicet eorum mala detesteris et increpes et ipsos a tua societate seu communione segreges.

Purg. IX, 64-72

A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta
e che muta in conforto sua paura,
poi che la verità li è discoperta,
mi cambia’ io; e come sanza cura
vide me ’l duca mio, su per lo balzo
si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.
Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo
la mia matera, e però con più arte
non ti maravigliar s’io la rincalzo.

Inf. XVIII, 34-39

Di qua, di là, su per lo sasso tetro
vidi demon cornuti con gran ferze,
che li battien crudelmente di retro.
Ahi come facean lor levar le berze
a le prime percosse! già nessuno
le seconde aspettava né le terze.

Purg. XIX, 97-99, 118-120

Ed elli a me: “Perché i nostri diretri
rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima
scias quod ego fui successor Petri”.

Sì come l’occhio nostro non s’aderse
in alto, fisso a le cose terrene,
così giustizia qui a terra il merse.

[LSA, cap. IX, Ap 9, 19 (IIIa visio, VIa tuba)] “Potestas enim equorum in ore eorum est” (Ap 9, 19), scilicet quoad tria predicta, “et in caudis eorum; nam caude eorum similes serpentibus habentes capita, et in hiis nocent” […] Per caudas etiam equorum possunt intelligi pseudoprophete, qui per ypocrisim et per mendacia signa cooperiunt et apparenter adornant pudibundum anum bestialium turbarum, iuxta illud Isaie IX°: “Propheta docens mendacium, ipse est cauda” (Is 9, 15). Et secundum hoc possunt distingui pseudoprophete ab equitibus, ut per equites intelligantur sapientes qui plus insistunt philosophice et humane rationi et qui ceteris honorabilius presunt; pseudoprophete plus insistunt ypocritali humilitati et austeritati et aliorum quasi spiritali famulatui et falsis miraculis.

[LSA, cap. IX, Ap 9, 1-2 (IIIa visio, Va tuba)] “Et data est <illi> clavis putei abissi, et aperuit puteum abissi” (Ap 9, 1-2), id est data est eis potestas aperiendi ipsum. Puteus abissi habet infernalem flammam et fumositatem obscuram et profunditatem voraginosam et quasi immensam et societatem demoniacam. Aperire ergo puteum abissi in populo quinti status fuit perverso exemplo et malo regimine solvere frenum carnalis concupiscentie et avaritie et terrene astutie et malitie et secularis lacivie ac demoniace seu pompose superbie, quod quidem frenum erat prius in ecclesia tam per Dei et suorum preceptorum ac iudiciorum timorem quam per sanctorum prelatorum disciplinam rigidam et severam ad se et suos subditos fortiter infrenandos, et etiam per sancte societatis exemplum et zelum nequeuntem in se vel in sociis tolerare enormitates et effrenationes predictas. Fuit autem prelatis in predicta gradatim ruentibus data seu permissa potestas aperiendi puteum cordium ad concipiendum et effundendum mala predicta, tum quia malum quod a prelatis geritur facile trahitur a subditis in exemplum et sequuntur ipsum ut caput et ducem, tum quia prelatis non solum dissimulantibus et negligentibus mala subditorum corripere et punire sed etiam favorem prebentibus hiis qui peccant, grex subditorum de se pronus ad malum cito labitur et tandem precipitatur; tum quia ob huiusmodi culpam prelatorum Deus permisit subditos temptari et a demonibus instigari et tandem ruere.

■ Quando nell’Apocalisse si parla di “terremoto” (Ap 8, 5; 11, 13.19; 16, 18), l’esegesi dell’Olivi insiste sullo sconvolgimento operato nei cuori, sul mutamento di vita verso uno stato migliore, sulla conversione a Cristo:

 

mota sunt corda hominum ad compunctionem, et mutata vita priori conversi sunt ad Christum … “Commovet populum docens per universam Iudeam” (Luca 23, 5) … magnus terremotus, id est magna concussio cordium hec videntium vel audientium … fortis concussio et commotio terrenorum cordium ad penitentiam et ad immutationem status in melius. … stupenda immutatio totius seculi … maxima commotio electorum ad spiritum Christi et per spiritum Christi.

Si noterà quanto intensamente gli elementi semantici che rinviano al ‘terremoto’, anche senza citarlo, siano presenti nel poema collocati in differenti situazioni e con le modalità più varie. Beatrice quieta “l’animo commosso” di Dante appena asceso al cielo e lo invita a ‘scuotere’ il suo falso immaginare di essere ancora in terra (Par. I, 85-90). Nel cielo di Saturno (XXI, 136-142; XXII, 1-18) il poeta è “mosso” dal grido degli spiriti contemplanti che, discendendo la scala d’oro, hanno confermato l’invettiva di Pier Damiani contro i moderni prelati, e Beatrice spiega a lui, “oppresso di stupore”, che ancor più lo avrebbe “trasmutato” (la “stupenda immutatio” di Ap 16, 18) il canto dei beati o il suo sorriso: il tema del terremoto si accompagna a quello della folgore (il ridere della donna), delle voci (il canto), del tuono (il grido degli spiriti, che vince il poeta come un tuono). Quel “grido di sì alto suono … né io lo ’ntesi, sì mi vinse il tuono”, in parte parodia del terzo modo della voce dei compagni dell’Agnello sul monte Sion, altissima come quella di un tuono (Ap 14, 2), esprime il clamore dei santi del quinto stato affinché si attui la vendetta contro la corruzione della Chiesa (Ap 6, 10). In quel grido tonante, percepito ma non inteso da Dante, è contenuta una preghiera di vendetta la quale – così gli dice Beatrice “come madre che soccorre / sùbito al figlio palido e anelo / con la sua voce, che ’l suol ben disporre” (cfr. Ap 5, 1) – il poeta vedrà prima di morire.
È un grido colmo di zelo. Questo può essere riprensivo in quanto vòlto all’altrui bene (Ap 3, 19), oppure provenire da santa orazione fatta nel tempio che è in cielo (Ap 14, 17-18), o ancora designare l’eterno ardore che scende dal cielo e questa fiamma, che sta ad indicare la salda fermezza dei santi, può essere punitiva o purgativa (Ap 20, 9). La collazione dei tre luoghi (altri potrebbero aggiungersi) offre una dottrina alla quale richiamano i singoli elementi semantici, variati all’occorrenza nel riprendere l’ardimento d’Eva (Purg. XXIX, 23-24), nello zelo buono e santo che in cielo ‘grida’ la preghiera contro “li moderni pastori” vituperati da Pier Damiani, e questo gridare è proprio di fiammelle che scendono e si fermano (Par. XXI, 136-142; XXII, 7-15); o ancora nell’“etternale ardore” che scende sul sabbione simile alle “fiamme … salde” viste cadere da Alessandro Magno sulle sue truppe in India (Inf. XIV, 31-37) e perfino nel verso, contro gli Uberti, “tal orazion fa far nel nostro tempio” (Inf. X, 87).
Descendit ignis … ardens zelus de celo, id est de firmitate sanctorum” (Ap 20, 9): la fermezza è propria del Damiani –
“al servigio di Dio mi fe’ sì fermo” (Par. XXI, 114) -, delle fiammelle, le quali “vid’ io … / di grado in grado scendere e girarsi … dintorno a questa vennero e fermarsi” (v. 139), deifrati miei”, ricordati da san Benedetto, “che dentro ai chiostri / fermar li piedi e tennero il cor saldo” (XXII, 50-51). “Erat ignis a Deo celitus missus a principio et soli Dei cultui consecratus” (Ap 14, 17): Pier Damiani parla del Catria, “di sotto al quale è consecrato un ermo, / che suole esser disposto a sola latria” (XXI, 110-111; cfr. Ap 14, 3-4).

Tab. VII

[LSA, cap. III, Ap 3, 19 (Ia visio, VIIa ecclesia)] Deinde ut ipsum efficacius inducat et trahat ad ista, ostendit se ex singulari amore ipsum corripere et alios, quos consimiliter corripit et emendat, in exemplum imitandum proponere sibi, unde subdit (Ap 3, 19):
“Ego quos amo corrigo et castigo”, id est verbis reprehensionis obiurgo et penis castigo seu castifico et emendo.
“Emulare ergo”, scilicet illos bonos et eorum sancta exempla, quos ego amo et castigo.
Emulari sumitur aliquando pro invidere, ut ad Romanos <XIII°> (Rm 13, 13): “Non in contentione et emulatione”; aliquando autem pro zelotipe indignari, ut Ezechielis VIII° (Ez 8, 3): “Erat statutum idolum zeli ad provocandum emulationem”; aliquando pro ex magno amore zelari seu ex magno zelo optare bonum alteri, ut IIa ad Corinthios XI° (2 Cor 11, 2): “Emulor enim vos Dei emulatione”, et ad Romanos X° (Rm 10, 2): “Emulationem” quidem “Dei habent”; aliquando vero sumitur pro zelatorie imitari, ut Proverbiorum III° (Pro 3, 31): “Ne emuleris hominem iniustum”, <et> ad Galatas IIII° (Gal 4, 18): “Bonum”, scilicet hominem, “emulamini in bono semper”, et sic sumitur hic.

[LSA, cap. XIV, Ap 14, 15.17-18 (IVa visio)] Per angelum vero clamantem priori ut metat (Ap 14, 15), dicit significari sanctos, qui non iubendo sed orando clamant ad Christum ut suo tempore tollat de terra impios. […] Nota etiam quod ille qui vindemiat reprobos dicitur exivisse “de templo quod est in celo” (Ap 14, 17), id est de contemplatione seu oratione sanctissima et celesti, ne eius severitas possit male et iniuste ire ascribi et non potius sanctissimo et altissimo zelo glorie et iustitie Dei. Item angelus qui huic clamat seu imperat dicitur exisse “de altari” et habere “potestatem super ignem” (Ap 14, 18), supple super ignem altaris, ad consimiliter insinuandum summam sanctitatem ardentissimi zeli superiorum angelorum vel sanctorum iubentium malos vel eorum mala succidi et dignis penis calcari. Nam in altari incensi vel holocaustorum Dei erat ignis a Deo celitus missus a principio et soli Dei cultui consecratus et divina incensa vel holocausta concremans et offerens Deo. Sicut ergo solus Dei sacerdos habebat in templo potestatem super istum ignem et super oblata per ipsum, eratque assidue et immediate circa Dei altare assistens, sic supremi angeli aut sancti apostoli vel pontifices sunt immediatius circa Christum et habentes “potestatem super ignem”, id est ad inflammandum divino igne se et alios et ad puniendum et increpatorie comburendum vitia per zelum igneum caritatis.

 

Inf. X, 82-87

“E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi: perché quel popolo è sì empio
incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge?”.
Ond’ io a lui: “Lo strazio e ’l grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio”.

[LSA, cap. XX, Ap 20, 9 (VIIa visio)] Sequitur: “Et descendit ignis a Deo de celo et devoravit eos” (Ap 20, 9). Secundum Augustinum, XX° de civitate Dei, capitulo XII°, non est hoc extremum supplicium de quo dicitur: “Ite, maledicti, in ignem eternum” (Mt 25, 41), quia ipsi tunc mittentur in ignem eternum, non ignis veniet de celo super ipsos. Et subdit quod ignis iste est ardens zelus de celo, id est de firmitate sanctorum, quo cruciabuntur hostes eo-rum.
Erit etiam ad litteram plaga qua tunc corporaliter interficientur, ut cito post cum corporibus resurgant in inferno dampnandi. Et forte iste erit ignis precedens faciem eius, de quo in Psalmo dicitur: “Ignis ante ipsum precedet” et cetera (Ps 96, 3), et de quo Ia ad Corinthios III° dicitur quod “dies Domini in igne revelabitur, et uniuscuiusque opus quale fuerit ignis probabit” (1 Cor 3, 13), et loquitur ibi de igne purgante electos antequam in extremo iudicio glori-ficentur.

ALBERTO MAGNO, Meteora (I, iv, 8): Admirabilem autem impressionem scribit Alexander ad Aristotilem in epistula de mirabilibus Indiae, dicens quod ad modum nivis nubes ignitae de aere cadebant quas ipse militibus calcare praecepit.

Par. XXI, 109-114, 136-142; XXII, 7-15, 50-51

“e fanno un gibbo che si chiama Catria,
di sotto al quale è consecrato un ermo,
che suole esser disposto a sola latria”.
Così ricominciommi il terzo sermo;
e poi, continüando, disse: “Quivi
al servigio di Dio mi fe’ sì fermo …”

A questa voce vid’ io più fiammelle
di grado in grado scendere e girarsi,
e ogne giro le facea più belle.
Dintorno a questa vennero e fermarsi,
e fero un grido di sì alto suono,   14, 2
che non potrebbe qui assomigliarsi;
né io lo ’ntesi, sì mi vinse il tuono.

mi disse: “Non sai tu che tu se’ in cielo?
e non sai tu che ’l cielo è tutto santo,
e ciò che ci si fa vien da buon zelo?”
Come t’avrebbe trasmutato il canto,
e io ridendo, mo pensar lo puoi,
poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto;
nel qual, se ’nteso avessi i prieghi suoi,
già ti sarebbe nota la vendetta
che tu vedrai innanzi che tu muoi.

qui son li frati miei che dentro ai chiostri
fermar li piedi e tennero il cor saldo.

Inf. XIV, 31-37

Quali Alessandro in quelle parti calde
d’Indïa vide sopra ’l süo stuolo
fiamme cadere infino a terra salde,
per ch’ei provide a scalpitar lo suolo
con le sue schiere, acciò che lo vapore
mei si stingueva mentre ch’era solo
tale scendeva l’etternale ardore 

Purg. XXVI, 92-93

son Guido Guinizzelli; e già mi purgo
per ben dolermi prima ch’a lo stremo.

Purg. XXIX, 23-27

………………….……. onde buon zelo
mi fé riprender l’ardimento d’Eva,
che là dove ubidia la terra e ’l cielo,
femmina, sola e pur testé formata,
non sofferse di star sotto alcun velo

Dall’esegesi di Ap 14, 1 (i compagni dell’Agnello che stanno sul monte Sion; cfr. supra) proviene il tema, proposto con una citazione di Gioacchino da Fiore, del discendere dell’autore dell’Apocalisse, nel precedente capitolo XIII, a parlare dei mali recati dalla bestia per poi ritornare a mostrare la singolare virtù e la grazia dei santi del quarto stato, cioè delle vergini e dei contemplativi. Tale tema è presente nel cielo di Saturno, che segna il culmine della virtù e della gloria dei contemplativi. Prima Pier Damiani – che nell’eremo sotto al Catria trascorreva estati e inverni “contento ne’ pensier contemplativi” – pronuncia l’invettiva contro i prelati invocando la pazienza divina che sostiene il loro vivere bestiale – “sì che due bestie van sott’ una pelle” (due sono le bestie descritte nal capitolo XIII) -, e alle sue parole discendono per i gradini della scala d’oro le altre fiammelle degli spiriti contemplanti, le quali con un grido simile a tuono confermano quanto detto dal monaco (Par. XXI, 127-142). Poi, nel canto successivo, Beatrice, dopo aver confortato il poeta oppresso dallo stupore, lo invita a ritornare con lo sguardo agli illustri spiriti contemplativi, tra i quali si fa innanzi san Benedetto (Par. XXII, 19-22).

Tab. VIII

[LSA, cap. XIV, Ap 14, 1] “Et vidi, et ecce Agnus” (Ap 14, 1). Hic describitur virtus et gloria sanctorum persecutionem Antichristi vincentium vel subse-quentium. Ioachim tamen dicit quod quia occasione bestie sarracenice quarto tempore consurgentis et contra quartum statum, scilicet anachoritarum et ceterorum fidelium illius temporis, primitus con-fligentis descenderat ad loquendum de malo quod hec bestia factura est tempore Antichristi, ac per consequens de malis per Antichristum et sub Antichristo fiendis, idcirco nunc redit ad mon-strandum singularem virtutem et gratiam sanctorum quarti status, id est virginum et contemplativorum.

Par. XXI, 133-142; XXII, 19-24

“Cuopron d’i manti loro i palafreni,
sì che due bestie van sott’ una pelle:
oh pazienza che tanto sostieni!”.
A questa voce vid’ io più fiammelle
di grado in grado scendere e girarsi,
e ogne giro le facea più belle.
Dintorno a questa vennero e fermarsi,
e fero un grido di sì alto suono,
che non potrebbe qui assomigliarsi;
né io lo ’ntesi, sì mi vinse il tuono.

“Ma rivolgiti omai inverso altrui;
ch’assai illustri spiriti vedrai,
se com’ io dico l’aspetto redui”.
Come a lei piacque, li occhi ritornai,
e vidi cento sperule che ’nsieme
più s’abbellivan con mutüi rai.

8. San Benedetto e i “fuochi contemplanti”

Dinanzi alla sede divina sta il mare vitreo simile a cristallo (Ap 4, 6). È il “pelago” della Sacra Scrittura, che resta dinanzi alla Chiesa in modo che gli eletti possano in essa vedere l’aspetto del proprio volto e conoscano quali essi siano, e anche possano comprendere le cose invisibili di Dio come in un chiaro specchio e per mezzo di questo. Guardare sé stesso nella Scrittura per conoscere la propria immagine è stato già proprio del conte Ugolino, dopo che ha sentito inchiodare l’uscio dell’orribile torre e al sorgere del sole nel secondo giorno di prigionia, quando “un poco di raggio si fu messo / nel doloroso carcere”: «ond’ io guardai / nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto … e Anselmuccio mio / disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?” … e io scorsi / per quattro visi il mio aspetto stesso» (Inf. XXXIII, 47-48, 50-51, 55-57). Fra i vari significati attribuiti al “mare di vetro”, si addicono al conte l’amaro e infinito patire di Cristo e, per contrasto, la tolleranza del martirio, la contrizione penitenziale. Come egli non sa sopportare le tribolazioni, ed è impaziente e si dispera mordendosi le mani per il dolore, così il guardare nei figli – che sono quattro come i Vangeli – non gli rende la vista delle cose spirituali.
Un passo simmetrico ad Ap 4, 6 è Ap 15, 2, nella “radice” della quinta visione delle coppe (cioè nella parte proemiale di questa). In questo caso viene descritto lo stato sublime, il trionfo e lo zelo dei santi ai quali spetta di versare le coppe. Il mare qui è detto “vetro misto a fuoco”, e designa la contemplazione ignea, la macerazione penitenziale, l’amarezza e la tolleranza delle tribolazioni, grande e profonda come il mare, perspicua e solida come il vetro, mescolata al fuoco della fervida carità. L’acqua del mare corrisponde al senso letterale della Scrittura, il fuoco all’intelligenza spirituale e ardente. Il mare è anche l’immensa sapienza di Cristo ripiena del fuoco della carità e di zelante giustizia, l’amara e immensa passione di Cristo trasparente come vetro, mezzo che consente di contemplare le sue viscere.
La selva oscura e amara in cui il poeta si è smarrito designerà pertanto anche la lettera senza lo spirito, che è “acqua perigliosa” (Inf. I, 7, 22-24). Un’acqua che s’accende (imprendëa) è invece quella del Lete, riflettendo la luce dei candelabri, specchio per la “sinistra costa” di Dante (la sinistra è il lato temporale), il quale guarda il fiume (Purg. XXIX, 67-69): sarà da intendere che si tratta di acqua purgativa della colpa, lettera mista a spirito, che induce amarezza ma rende anche pietoso temperamento che scioglie il gelo. Ai candelabri e ai seniori subentra, “a rimpetto di me da l’altra sponda”, il carro trionfale tirato dal grifone-Cristo, contenuto dai quattro animali (i quattro Vangeli). Ferma sulla sua “sponda” sinistra, Beatrice rimprovererà aspramente l’amico che si pentirà lacrimando.
La compiuta metamorfosi del mare di cristallo misto a fuoco (Ap 15, 2) è nel cielo di Saturno. Il “settimo splendore”, che viene definito “cristallo” (Par. XXI, 25; il termine è ad Ap 4, 6, luogo parallelo), si trova congiunto con il segno del “Leone ardente” e raggia il proprio influsso, freddo e secco, “misto … del suo valore”: è cioè “vetro misto a fuoco” (vv. 13-15). In esso Beatrice invita Dante a guardare come in uno specchio (ad Ap 4, 6), per rendere i propri occhi specchi della figura (la scala d’oro) che gli apparirà (vv. 16-18). Nel cielo di Saturno si mostrano gli spiriti contemplanti. San Benedetto tesse le sue parole con i fili tratti da Ap 15, 2, dove il fuoco di cui è misto il vetro del mare designa il fuoco della contemplazione, la fervida carità e l’ardente intelligenza spirituale della Scrittura. A Dante timoroso di essere inopportuno nel domandare, “la maggiore e la più luculenta / di quelle margherite” si rivolge in nome della “carità che tra noi arde”, che se il poeta vedesse come la vedono i beati, non avrebbe esitazione nell’esprimere i suoi concetti (Par. XXII, 28-33). I compagni di Benedetto sono “fuochi tutti contemplanti”. Sono coloro, come Macario e Romualdo, che fermarono i piedi dentro ai chiostri e tennero il cuore saldo, in un momento in cui la regola non era rimasta “per danno de le carte” (vv. 46-51, 74-75). Benedetto, descrivendo la moderna decadenza dei monasteri, ricorda il buon principio di essi, e di lui stesso che cominciò “con orazione e con digiuno” (vv. 88-90): si tratta degli strumenti che ad Ap 15, 2 Olivi assegna agli spirituali per conseguire la vittoria contro i sottili vizi dell’Anticristo, in modo da potersi infine elevare sopra il mare di vetro misto a fuoco.
Nella terza età del mondo, appropriata allo Spirito santo col suo vitale caldo di carità, l’albero della Chiesa, che ha tenuto le radici nella prima età e il tronco nella seconda, produce fiori e frutti (prologo, Notabili VI e VII). Acque pluviali (“germinativorum imbrium”) fecondano la terra rendendola fertile (Ap 4, 6-7; 10, 1). I motivi sono presenti in Francesco, “ch’el cominciò a far sentir la terra / de la sua gran virtute alcun conforto” (Par. XI, 56-57). Benedetto parla “di quel caldo / che fa nascere i fiori e ’ frutti santi”, cioè i contemplativi come Macario e Romualdo, “fuochi tutti contemplanti” (Par. XXII, 46-51; fiorire è per antonomasia proprio dei contemplativi dal santo affetto: cfr. prologo, Notabile XII). Se la contemplazione è speculare al senso anagogico della Scrittura, accendersi d’amore virtuoso è tipico del senso morale, del quale è figura l’uomo razionale (Ap 6, 6); moralità e anagogia unite nelle parole di Benedetto: “uomini fuoro, accesi di quel caldo / che fa nascere i fiori e ’ frutti santi”.

Tab. IX

[LSA, cap. XV, Ap 15, 2 (radix Ve visionis)] “Et vidi tamquam mare”. Hic describitur fontalis radix septem effusionum. Et hoc quoad quattuor. Primum est sublimis status et triumphus et zelus sanctorum ad quos spectat effundere. Per “mare” enim “vitreum mixtum igne”, designatur contemplatio ignea et penitentialis maceratio et amaritudo, et etiam tribulationum perpessio magna et profunda sicut mare et perspicua et solida sicut vitrum et igne superfervide caritatis commixta. Sicut etiam in aqua maris designatur doctrina littere, sic in igne intelligentia spiritalis et ardens.
Item per hoc mare principalius designatur immensa Christi sapientia plena igne caritatis et zelatricis iustitie, et amara et immensa passio Christi igne caritatis plena et exsequens vitia nostra et ad viscera Christi contemplanda mediatrix et pervia quasi vitrum.
Par. XXI, 13-18, 25-27; XXII, 31-33, 46-48, 88-90
“Noi sem levati al settimo splendore,
che sotto ’l petto del Leone ardente
raggia mo misto giù del suo valore.

Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,
e fa di quelli specchi a la figura
che ’n questo specchio ti sarà parvente”.

Dentro al cristallo che ’l vocabol porta,
cerchiando il mondo, del suo caro duce
sotto cui giacque ogne malizia morta
Poi dentro a lei udi’: “Se tu vedessi
com’ io la carità che tra noi arde,
li tuoi concetti sarebbero espressi.

Questi altri fuochi tutti contemplanti
uomini fuoro, accesi di quel caldo

che fa nascere i fiori e ’ frutti santi.

Pier cominciò sanz’ oro e sanz’ argento,
e io con orazione e con digiuno,
e Francesco umilmente il suo convento …”
[LSA, cap. IV, Ap 4, 6 (radix IIe visionis)] “Et in conspectu sedis”, scilicet erat, “tamquam mare vitreum simile cristallo”. Per mare designatur Christi amara et quasi infinita passio et lavacrum baptismale et penitentialis contritio et martiriorum perpessio et pelagus sacre scripture. Quodlibet enim horum est puritate et claritate et pervia perspicuitate vitreum et soliditate cristallinum. Hec omnia etiam sunt ad utilitatem ecclesie ordinata et ad cultum et gloriam maiestatis Dei. Scriptura etiam ideo manet in conspectu ecclesie, ut in ea valeant electi species facierum suarum prospicere ad cognoscendum se quales sint, et etiam ut in ipsa tamquam in speculo et per speculum possint intelligere invisibilia Dei.
[segue Ap 15, 2] Sancti ergo in predictis fundati et supereminentes, stant super mare predictum. Ipsi etiam “vicerunt bestiam et imaginem eius et numerum nominis eius”, id est bestialem vitam et ferocitatem Antichristi et ceterorum persequentium et doctrinam ipsius, que potius est imago bestie quam veritas Dei. “Vicerunt” etiam totam numerositatem vitiorum eius, et precipue illam ex qua coram suis sapientibus habet gloriosius et divinius nomen. Vincere quidem bestiam possunt fideles laici per solam simplicem confessionem fidei usque ad mortem. Sed sapientes clerici debent ultra hoc vincere imaginem doctrine eius, convincendo ipsam esse falsam et impiam et de sua catholica fide rationem reddendo. Sed religiosi evangelici debent ultra hoc vincere spiritalia et subtilia vitia eius, quod quidem habet fieri per orationem et ieiunium et per alia exercitia spiritalia.

Il desiderio di Dante di vedere san Benedetto “con imagine scoverta” si adempirà, come gli risponde lo stesso beato, solo nell’Empireo: “Ivi è perfetta, matura e intera / ciascuna disïanza”. Ai desideri del cuore, designati con le coppe tenute in mano dai ventiquattro seniori, deve essere premessa un’adeguata disposizione delle virtù, indicate con le corde mentali della cetra da essi suonata (Ap 5, 8). Le virtù non sono perfettamente maturate fino a quando il grano non è del tutto separato dalla paglia ed essiccato da ogni umore latteo e carnale (Ap 14, 18; da notare la consonanza tra paleam e s’impola, nel senso che l’Empireo non ha poli, in quanto è realtà spirituale e non corporale). Nell’ultima sfera è Dio: “in quella sola / è ogne parte là ove sempr’ era”, come nella lode dei seniori ad Ap 4, 10, i quali attribuiscono a Dio la propria parte di merito: “quia omnis pars in quantum pars ordinatur ad totum sicut ad suum finem, et quod sibi datur datur a Deo propter bonum totius, nec accipit gratiam nisi consistendo in toto et in unitate totius”.
Ivi è perfetta, matura e intera / ciascuna disïanza”. La vicinanza dei lessemi – perfecte maturati (Ap 14, 18) – esclude la variante “Ivi è perfetta natura”, sia perché matura “meglio chiarisce e qualifica la compiutezza di ogni desiderio nell’Empireo” (Petrocchi), sia perché, come scritto nell’esegesi, le virtù della mente devono maturarsi prima di esprimere i desideri del cuore e Dante deve ancora “acquistar virtute” nell’ascesa (cfr. XXII, 121-123).

Tab. X

[LSA, cap. V, Ap 5, 8 (radix IIe visionis)] Phiale <igitur> iste sunt corda sanctorum per sapientiam lucida, per caritatem dilatata, et per contemplationem splendidam et flammeam aurea, et per devotarum orationum redundantiam odoramentis plena. Sicut enim odoramenta per ignem elicata sursum ascendunt totamque domum replent suo odore, sic devote orationes ad Dei presentiam ascendunt et pertingunt, eique suavissime placent et etiam toti curie celesti et subcelesti. Sicut <etiam> diffusio odoris spiratur invisibiliter ab odoramentis, sic devote affectiones orantium spirantur invisibiliter et latissime diffunduntur ad varias rationes dilecti et ad varias rationes sancti amoris, prout patet ex multiformi varietate sanctorum affectuum qui exprimuntur et exercentur in psalmis. Patet autem, secundum modum Ricardi, quare citharas premisit ante phialas, quia activa communiter precedit contemplativam. Sequendo etiam alterum modum, premittit convenienter citharas, quia nisi corde virtutum sint in cithara mentis disposite prout congruit laudi Dei, non potest haberi phiala cordis plena devotis desideriis et suspiriis et meditationibus ignitis et odoriferis, sicut nec iubilatio laudis potest perfecte exerceri nisi preeat plenitudo odoramentorum.

[LSA, cap. XIV, Ap 14, 18 (IVa visio, VIIum prelium)] Preterea Ioelis III° (Jl 3, 12-13), ubi agitur de extremo iudicio in valle Iosaphat fiendo, ponitur vindemie calcatio pro pena reproborum; pro electis vero messio maturata. Que hic dicitur aruisse tum propter paleam, que cum est plene arefacta est a grano faciliter segregabilis et segreganda; tum quia sicut granum eius non est perfecte solidatum et maturatum usquequo ab humore lacteo et fluido est temperate et consolidative ex<s>ic<c>atum, sic nec electi sunt perfecte maturati seu in virtute consumati usquequo a lacte novicio et ab omni fluxu carnalium sunt plenarie et perfectissime arefacti.

 

Par. XXII, 58-69

“Però ti priego, e tu, padre, m’accerta
s’io posso prender tanta grazia, ch’io
ti veggia con imagine scoverta”.
Ond’ elli: “Frate, il tuo alto disio
s’adempierà in su l’ultima spera,
ove s’adempion tutti li altri e ’l mio.
Ivi è perfetta, matura e intera
ciascuna disïanza; in quella sola
è ogne parte là ove sempr’ era,
perché non è in loco e non s’impola;
e nostra scala infino ad essa varca,
onde così dal viso ti s’invola”.

Purg. XI, 82-84

“Frate”, diss’ elli, “più ridon le carte
che pennelleggia Franco Bolognese;
l’onore è tutto or suo, e mio in parte”.

[LSA, cap. IV, Ap 4, 10 (radix IIe visionis)] Tertius (actus laudis seniorum) vero designat totius meriti sui ac triumphi et premii totalem Deo attributionem et visceralem et obsequiosam oblationem. Quia vero mittere coronas coram Deo includit actum deponendi eas de capite proprio, ideo in hoc ipso designatur quod sic vehementer ascribunt eas Deo, tamquam earum summo et primo et totali principio, quod quasi totaliter eas abnegant a se ipsis et a propria causalitate et merito. Per hoc autem quod dicit eas mitti ante tronum, designatur quod etiam eas ascribunt matri ecclesie, unusquisque quidem angelorum celesti hierarchie, sancti vero homines tam celesti quam subcelesti ecclesie. Nec mirum, quia omnis pars in quantum pars ordinatur ad totum sicut ad suum finem, et quod sibi datur datur a Deo propter bonum totius, nec accipit gratiam nisi consistendo in toto et in unitate totius, nec conservatur nisi in ipso, et in sinu totalitatis et unitatis sui totius perficitur et fovetur.

All’apertura del sesto sigillo (Ap 6, 12-17) il sole si fa nero, quasi immondo sacco peloso; la luna diventa insanguinata: si annerisce cioè la luce solare della fede, la Chiesa si colora di rosso; tutti mali predetti da Cristo rivolto alle “Filie Iherusalem” (Luca 23, 28). Per evitare l’ira divina e lo sterminio che incombe, molti, di ogni ceto sociale, fuggono atterriti ai sassi e alle pietre dei monti, si nascondono nelle spelonche, si rifugiano cioè nella segreta e ferma frequentazione dei santi sublimi. Dei temi propri di questa esegesi, più volte variati nel poema, sono pregne le parole di san Benedetto sulla decadenza del proprio Ordine; esse, cucendo insieme e variando gli elementi semantici parodiati, mutano in senso negativo il valore delle “spelonche” come luogo di santo rifugio: “Le mura che solieno esser badia / fatte sono spelonche, e le cocolle / sacca son piene di farina ria” (XXII, 76-78; cfr. i “sassi” dei quali dice Pier Damiani a XXI, 106). Nell’esegesi il sole si fa nero; san Benedetto afferma “tu vederai del bianco fatto bruno” (XXII, 93), dove il bianco è il colore di Cristo risorto (Ap 6, 2). La gente fugge spaventata per il sopravvenire del giudizio; il soccorso divino – continua il beato – sarà meno mirabile del “mar fuggir, quando Dio volse”, cioè quando il Mar Rosso si sollevò per far passare gli Ebrei, inciso chiaramente riferito al Salmo 113, 3 (XXII, 95; cfr. supra).
La medesima esegesi è utilizzata da Beatrice a Par. XXVII, 136-138, dove la donna non lamenta la decadenza di un Ordine, ma dell’intera umanità: “Così si fa la pelle bianca nera / nel primo aspetto de la bella figlia / di quel ch’apporta mane e lascia sera”. La “bella figlia” del sole, cioè la luna, corrisponde alla Chiesa (militante) dell’esegesi: come di consueto, la variatio appropria i temi differentemente: l’annerirsi del sole si trasferisce alla luna, che non appare rossa ma bianca, il colore menzionato da san Benedetto a XXII, 93 (il colore di Cristo); la luna “figlia” rinvia alle “Filie Iherusalem” alle quali Cristo si rivolge in Luca 23, 28. La “bella figlia” del sole, per un lettore ‘spirituale’, non poteva che essere la Chiesa, figlia di Cristo sole del mondo; ben più difficilmente avrebbe pensato alla Circe di Eneide VII, 11, come intendono molti interpreti moderni. Del tutto inammissibile al v. 136 è la variante, che inserisce la copulativa, bianca e nera.
Sempre all’apertura del sesto sigillo, le stelle cadono come fichi immaturi (Ap 6, 13). Beatrice, poco prima di menzionare la “bella figlia” la cui bianca pelle si è fatta nera, afferma:
“Ben fiorisce ne li uomini il volere; / ma la pioggia continüa converte / in bozzacchioni le sosine vere” (XXII, 124-126). Nel suo parodiare, la donna lega insieme, con immagine diversa (le susine anziché i fichi), elementi tratti da Ap 6, 13 e 8, 7 (prima tromba), dove si parla del frutto della verità convertito in male dalla grandine. “Fede e innocenza son reperte / solo ne’ parvoletti”, aggiunge Beatrice (vv. 127-128), riferendosi all’erba verde dell’esegesi, che designa i più semplici che poi si corrompono.

Tab. XI

[Ap 6, 12-17; IIa visio, apertio VI sigilli, II initium] […] ita quod multi, qui in magisterio et prelatione videbantur quasi “sol”, sic facti sunt nigri ut usque hodie sentiant et doceant statum evangelice mendicitatis esse statum dampnationis aut saltem minime perfectionis, et quod habere aliquid in communi est perfectius et magis evangelicum quam non habere. […]
Unde “sol” fidei et ecclesiastici regiminis “factus est niger” (Ap 6, 12) et quasi “saccus” de pilis porcorum et ferarum contextus.
Ex hoc etiam “luna”, id est plebs illis subdita, “facta est” velut “sanguis”, id est sanguine luxurie et homicidiorum turpiter fedata. […]
[IV initium] Sequitur: “et sol factus est niger” et cetera (Ap 6, 12). Hoc tangitur Matthei XXIIII° (Mt 24, 29), secundum unum sensum verborum Christi dicentis: “Statim autem post tribulationem dierum illorum”, per quam scilicet fere inducentur in errorem electi, “sol obscurabitur, et luna non dabit lumen suum, et stelle cadent de celo, et virtutes celorum movebuntur”. Tunc enim totus status ecclesie in prelatis et plebibus et religiosis funditus subvertetur, preter id quod in paucis electis remanebit occulte.
Tunc etiam tam in oculis infidelium quam in oculis fidelium tunc apostatantium vel desperate morientium nigrescet lux solaris fidei, ipsaque ecclesia apparebit quasi “luna” cruentata non solum propter stragem occisorum eius, sed etiam quia tunc plenius patebit qualiter fuerat luxuriis abhominabiliter menstruata et nefandis impietatibus et crudelitatibus plena. […]
Unde Luche XXII<I>° predicit ei Christus mala consimilia istis, dicens (Lc 23, 28): “Filie Iherusalem, nolite flere super me, sed super vos ipsas flete”, et paulo post (23, 30): “Tunc incipient dicere montibus: Cadite super nos, et collibus: Cooperite nos”.

[II initium] Rursus viris evangelicis in sui adventus primordio zelantibus et predicantibus fervide contra ista, evidentius inclaruerunt omnibus mala predicta, ipsisque alte comminantibus et preconizantibus  iram et adventum iudicis in ianua esse, multi “reges” et “principes” et “divites” et pauperes fuerunt vehementer perterriti, propter quod “absconderunt se in speluncis et petris montium” (Ap 6, 15), id est in secreta et firma conversatione sublimium sanctorum recurrendo, scilicet humiliter, ad eorum refugium.
[IV initium] Tunc etiam, tam propter illud temporale exterminium quod sibi a Dei iudicio velint nolint sentient supervenisse, quam propter desperatum timorem iudicii eterni eis post mortem superventuri, sic erunt omnes, tam maiores quam medii et minores, horribiliter atoniti et perterriti quod preeligerent montes et saxa repente cadere super eos. Ex ipso etiam timore fugient et abscondent se “in speluncis” et inter saxa montium (cfr. Ap 6, 15-17).

[LSA, cap. VI, Ap 6, 2 (IIa visio, apertio Ii sigilli)] In prima autem apertione apparet Christus resuscitatus sedens in equo albo, id est in suo corpore glorioso et in primitiva ecclesia per regenerationis gratiam dealbata et per lucem resurrectionis Christi irradiata, in qua Christus sedens exivit in campum totius orbis non quasi pavidus aut infirmus, sed cum summa magnanimitate et insuperabili virtute. Nam suos apostolos deduxit in mundum quasi leones animosis-simos et ad mirabilia facienda potentissimos, et “habebat” in eis “archum” predicationis valide ad corda sagittanda et penetranda. […]

[Ap 6, 13; II initium] Plures etiam religiosi, qui prius erant quasi “stelle” in “celo”, corruerunt in terram (Ap 6, 13), id est in terrenas cupiditates et in vitam aperte luteam et terrestrem. […]
[III initium] Preibunt etiam vel comitabuntur aliqua scismata in clero et religione subvertentia aliquorum status et collegia, unde plures “stelle” cadent per apostasiam de suo statu celesti seu regulari, etiam plures de evangelico statu, qui pre ceteris videbantur stelle. Cuius ratio est quia non erant “ficus” mature per devote caritatis suavitatem, nec parve per humilitatem, sed grosse per inflantem superbiam et immature per interne virtutis defectum, et ideo “a vento” vanitatis et illius temptationis impellentur et corruent a ficulnea sancti status […]

Par. XXI, 106-108

Tra ’ due liti d’Italia surgon sassi,
e non molto distanti a la tua patria,
tanto che ’  troni assai suonan più bassi

Par. XXII, 76-78, 91-96

Le mura che solieno esser badia
fatte sono spelonche, e le cocolle
sacca son piene di farina ria.

e se guardi ’l principio di ciascuno,
poscia riguardi là dov’è trascorso,
tu vederai del bianco fatto bruno.
Veramente Iordan vòlto retrorso
più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse,
mirabile a veder che qui ’l soccorso.

Par. XXVII, 136-138

Così si fa la pelle bianca nera
nel primo aspetto de la bella figlia
di quel ch’apporta mane e lascia sera.

Par. XXVII, 124-128

Ben fiorisce ne li uomini il volere;
ma la pioggia continüa converte
in bozzacchioni le sosine vere.
Fede e innocenza son reperte
solo ne’ parvoletti; …………….

[LSA, cap. VIII, Ap 8, 7 (IIIa visio, Ia tuba)] Igitur “tertia pars terre”, id est Iudeorum, qui debebant alios stabilire seu fundare et nutrire sicut terra est sustentatrix arborum et herbarum, “combusta est”, scilicet per predictum ignem et grandinem. Nam bona que prius habebant destruxit et in terream malignitatem convertit. […] Vel per hanc tertiam partem terre potest intelligi littera cerimonialium legum et figuralium promissionum et documentorum et prophetarum et totius veteris testamenti, que quidem in spiritualibus per spiritalem intelligentiam sunt “terra” bona et fructifera, sed in malignis Iudeis per impium zelum et per carnalem intellectum est “combusta”, id est fructu et virtute vite et veritatis evacuata et in errorem mortiferum transducta. Per “arbores” vero designantur hii qui videbantur alti in scientia divinorum et in fructu perfectorum operum. Per “fenum” vero “viride” designantur simpliciores et imbecilliores, qui per bonam vitam virides videbantur et forsitan prius erant.

Il tema della fragilità della carne, che non rende possibile mantenersi a lungo nell’arduo stato dei contemplativi, presente nel prologo, Notabili V e XII, è contenuto nelle parole di san Benedetto, il quale per questo motivo sa “che giù non basta buon cominciamento / dal nascer de la quercia al far la ghianda”. Così il buon principio segnato dalla povertà di Pietro, dalla devozione e penitenza benedettina e dall’umiltà francescana si è fatto da bianco bruno (Par. XXII, 85-93). Il tema del buon inizio che non persevera a lungo, oltre che degli anacoreti, è proprio anche di Sardi, la quinta chiesa d’Asia (Ap 3, 1.3).

Tab. XII

[LSA, prologus, Notabile V; IV status] Quia vero intelligentia divinorum parum aut nichil prodest absque vita divina, ideo in quarto statu refulsit celestis vita anachoritarum, et precipue in desertis Arabie et Egipti tali vite congruis. Quia vero infectio humani generis et sue carnis non patitur tam arduam vitam diu in hoc seculo perdurare, casus autem a statu tam arduo gravem ypocrisim et remissionem aut apertam apostasiam inducit. Talis autem casus cum primo lapsu perfidarum heresum dignus est iudicio et exterminio grandi, idcirco circa finem quarti status congrue contra hereticos et ypocritas et remissos supervenit secta sarracenica omnia fere devastans et sibi subiugans.

[LSA, cap. III, Ap 3, 1.3 (Ia visio, Va ecclesia)] Unde et Ricardus dat aliam rationem quare hec ecclesia dicta est “Sardis”, id est principium pulchritudinis, quia scilicet sola initia boni non autem consuma-tionem habuit, et solum nomen sanctitatis potius quam rem*. […] si digne recogitaveris gratiam tibi prius impensam et qualiter prius accepisti eandem, servabis eam et penitentiam ages.

In Ap I, xi (PL 196, col. 742 C).

Par. XXII, 85-93

La carne d’i mortali è tanto blanda,
che giù non basta buon cominciamento
dal nascer de la quercia al far la ghianda.

Pier cominciò sanz’ oro e sanz’ argento,
e io con orazione e con digiuno,
e Francesco umilmente il suo convento;
e se guardi ’l principio di ciascuno,
poscia riguardi là dov’ è trascorso,
tu vederai del bianco fatto bruno.

[LSA, cap. VI, Ap 6, 12 (IIa visio, apertio VIi sigilli)] Septima est ut prima pars conformetur principio et medio et termino quinti status, cum quo concurrit, et etiam totius ecclesie, cuius initium humile et plenum egestate, medium vero preclarum et expansum in orbem, finis vero vespertinus et tepidus.

“Così mi disse, e indi si raccolse / al suo collegio, e ’l collegio si strinse; / poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse” (Par. XXII, 97-99). Mentre raccogliersi al collegio è sviluppo tematico da Ap 20, 8, proprio della Gerusalemme celeste, stringersi e avvolgersi configurano una variazione, che trasforma positivamente i temi originari, su motivi che nell’esegesi appartengono all’Anticristo, l’aggrovigliato Behemot di Giobbe 40, 12 nella citazione dei Moralia di Gregorio Magno (prologo, Notabile X; Ap 5, 5). È pertanto da escludere la variante s’accolse, anche perché “è sospettabile d’influsso da raccolse del v. 97. Inoltre s’avvolse fruisce di più valida attestazione […]” (Petrocchi).

9. L’invocazione ai Gemelli

Salito al cielo delle stelle fisse, il poeta invoca i Gemelli, suo segno astrale – “O glorïose stelle, o lume pregno / di gran virtù” – al quale riconosce tutto il proprio ingegno, “per acquistar virtute / al passo forte che a sé la tira”, per ricevere cioè, come gli anacoreti vittoriosi del quarto stato della Chiesa, la virtù per cui si sale a forti opere e la gloriosa luce in cielo a queste corrispondente (Par. XXII, 112-114, 121-123; cfr. “per acquistar virtute” con le parole di Ulisse: “per seguir virtute e canoscenza … sempre acquistando dal lato mancino”). Il “passo forte”, in tal senso, è la descrizione degli ultimi tre cieli a cominciare dal trionfo di Cristo del canto seguente. Non sarà casuale che poi, in procinto di ascendere al Primo Mobile, Dante si volga a guardare “il varco folle” passato dall’eroe greco (Par. XXVII, 79-84). I temi della quarta vittoria, conseguita nella solare vita dei padri contemplativi con le loro res gestae (Ap 2, 26-28), sono stati in precedenza appropriati all’alto effetto” delle imprese del “padre” Enea (Inf. II, 16-21, 27) e a Traiano (Purg. X, 73-75).
“A voi divotamente ora sospira / l’anima mia” (XXII, 121-122). Degna di nota è la variante òra e sospira. Non solo “perché la sparizione di una particella come et è, in linea di principio, più facile della sua intromissione” (Inglese). L’esegesi di Ap 5, 8, i cui elementi semantici ricorrono variati in più luoghi del poema, accosta infatti le devote preghiere al sospirare (nel senso di desiderare): “sic devote affectiones orantium spirantur”, per cui il concetto di preghiera non appare estraneo, come inteso da Petrocchi (cfr. Purg. XXIII, 88-90).

10. La luna sotto i piedi

Ad Ap 12, 1-2, in principio della quarta visione, Giovanni vede una donna vestita di sole, che ha sul capo una corona di dodici stelle e tiene la luna sotto i piedi, cioè le cose temporali mutabili e ombrose, o la scienza mondana fredda e notturna. Sublimazione del tema, più volte variato nel poema, è a Par. XXII, 128-129, allorché Beatrice, nel segno dei Gemelli, invita Dante a riguardare in basso: “rimira in giù, e vedi quanto mondo / sotto li piedi già esser ti fei”. Il poeta ritorna “col viso … per tutte quante le sette spere”, sorridendo del “vil sembiante” di “questo globo”, cioè della terra (cfr. il passo di Ap 10, 1, riferito a san Francesco come angelo dal volto solare, simmetrico ad Ap 12, 1). Allora vede la Luna – “la figlia di Latona” – illuminata senza quell’ombra che era stata la causa per cui aveva creduto, con Averroè, che le sue macchie fossero originate dal raro e dal denso della materia. Il passo, congiunto con il trionfo delle schiere di Cristo descritto nel canto seguente, è fortemente segnato dal tema iniziale della Lectura, da Isaia 30, 26, per cui la luce della luna sarà come quella sole.

AVVERTENZE

Seppure segue l’ordine dei ventidue capitoli dell’Apocalisse, Olivi suggerisce, nel prologo della Lectura, un metodo differente di comprensione e di aggregazione del testo, fondato sui sette stati (status), cioè sulle epoche nelle quali si articola la storia della Chiesa, prefigurate nell’Antico Testamento.
L’Apocalisse si articola in sette visioni: le sette chiese d’Asia, i sette sigilli, le sette trombe, la donna vestita di sole (le sette guerre sostenute dalla Chiesa), le sette coppe, il giudizio di Babylon nelle sette teste del drago, la Gerusalemme celeste. Le prime sei visioni possono essere a loro volta divise in sette momenti, ciascuno dei quali riferibile a uno dei sette stati. Assembrando, per le prime sei visioni, tutti i primi elementi (chiesa, sigillo, tromba, guerra, coppa, momento del giudizio di Babylon), tutti i secondi, i terzi e così di seguito, si ottengono sette gruppi di materia teologica, corrispondenti al complesso dei temi afferenti a ciascuno dei sette stati. A questi sette gruppi si aggiungono altri due: l’esegesi della settima visione (senza articolazioni interne) e l’esegesi di capitoli del testo scritturale, o di parti di essi, introduttivi delle successive specificazioni delle singole visioni per settenari, che Olivi definisce “radicalia” o “fontalia”. Si ottengono in tal modo nove gruppi: le parti proemiali, i sette assembramenti di settenari e la settima visione. Il grande prologo della Lectura, articolato in tredici notabilia, può essere anch’esso aggregato secondo i sette stati. Un libro (la Lectura) contiene dunque princìpi e criteri affinché l’accorto lettore possa trarne un altro libro, fatto con lo stesso materiale ma ricomposto e distribuito in forma diversa.

La Commedia mostra un ordine interno diverso da quello che appare al lettore: il viaggio di Dante ha un andamento di ciclici settenari, che corrispondono ai sette stati della storia della Chiesa, cioè alle categorie con cui Olivi organizza la materia esegetica. Questo ordine interno è registrabile per zone progressive del poema dove prevale, tramite parole-chiave, la semantica riferibile a un singolo stato. È un’intima struttura dirompente i confini letterali stabiliti dai canti e da tutte le divisioni materiali per cerchi, gironi, cieli. Ogni stato, che ha differenti inizi, è concatenato per concurrentia, come le maglie di un’armatura, con quello che precede e con quello che segue. Si possono in tal modo redigere mappe che comprendano l’ordine spirituale della Commedia. La ricerca è pervenuta a una Topografia spirituale della Commedia, dove quasi per ogni verso, o gruppo di versi, collegamenti ipertestuali conducono al “panno” esegetico fornito dalla Lectura super Apocalipsim, sul quale il “buon sartore” ha fatto “la gonna” (cfr. Par. XXXII, 139-141).

■ A ogni gruppo è arbitrariamente assegnato un diverso colore: Radici (verde), I stato (verde acqua), II stato (rosso), III stato (nero), IV stato (viola), V stato (marrone), VI stato (blu), VII stato (indaco), VII visione (fucsia). Dei gruppi sono stati integralmente studiati il terzo stato e la settima visione. Mentre la diversità dei colori è generalmente rispettata nelle tabelle complessive contenenti i collegamenti ipertestuali (Par. XXI, XXII), nelle sinossi i colori possono essere variati per maggiore evidenza.

Non di rado nei versi alcune parole o incisi-chiave possono rinviare a più luoghi esegetici. Questo perché il testo dottrinale contenuto nella Lectura, prima di travasarsi semanticamente nella Commedia, è stato sottoposto a una duplice riorganizzazione. La prima, sulla base delle indicazioni dello stesso Olivi, secondo il materiale esegetico attribuibile ai singoli stati. La seconda, seguendo il principio applicato nelle distinctiones ad uso dei predicatori, sulla base di lemmi analogicamente collazionati. La “mutua collatio” di parti della Lectura arricchisce il significato legato alle parole e consente uno sviluppo tematico amplificato. Si vedano, ad esempio, le variazioni eseguite sul tema della “voce” o sull’espressione “in medio”, temi più volte iterati nel sacro testo, oppure il modo con cui Ap 1, 16-17 (l’esegesi della decima e undecima prefezione di Cristo come sommo pastore) percorre i versi in collazione con altri passi. A ciò predispone lo stesso testo scritturale, poiché l’Apocalisse contiene espressioni, come Leitmotive, che ritornano più volte. È determinata da parole-chiave che collegano i passi da collazionare. È suggerita dallo stesso Olivi, nel prologo, per una migliore intelligenza del testo.

Tutte le citazioni della Lectura super Apocalipsim presenti nei saggi o negli articoli pubblicati su questo sito sono tratte dalla trascrizione, corredata di note e indici, del ms. Paris, Bibliothèque nationale de France, lat. 713, a disposizione fin dal 2009 sul sito medesimo. I passi scritturali ai quali si riferisce l’esegesi sono in tondo compresi tra “ ”; per le fonti diverse da quelle indicate si rinvia all’edizione in rete. Non viene presa in considerazione l’edizione critica a cura di WARREN LEWIS (Franciscan Institute Publications, St. Bonaventure – New York, 2015) per le problematiche da essa poste, che sono discusse in ALBERTO FORNI – PAOLO VIAN, A proposito dell’edizione di Warren Lewis della Lectura super Apocalipsim di Pietro di Giovanni Olivi. Alcune osservazioni, in “Archivum Franciscanum Historicum”, 109 (2016), pp. 99-161.
Il testo della Commedia citato è in Dante Alighieri, La Commedia secondo l’antica vulgata, a cura di GIORGIO PETROCCHI, Firenze 1994. Si tiene anche conto dell’edizione a cura di GIORGIO INGLESE, Firenze 2021 (Società Dantesca Italiana. Edizione Nazionale), qualora il testo proposto si discosti da quello del Petrocchi e la scelta della variante risulti discutibile nel confronto con la LSA.

ABBREVIAZIONI

Ap: APOCALYPSIS IOHANNIS.

LSA: PIETRO DI GIOVANNI OLIVI, Lectura super Apocalipsim.

Concordia: JOACHIM VON FIORE, Concordia Novi ac Veteris Testamenti. Herausgegeben von A. PATSCHOVSKY, Wiesbaden 2017 (Monumenta Germaniae Historica. Quellen zur Geistesgeschichte des  Mittelalters, 28. Band), Teil 2 (lib. I-IV), Teil 3 (lib. V).

Expositio: GIOACCHINO DA FIORE, Expositio in Apocalypsim, in Edibus Francisci Bindoni ac Maphei Pasini, Venetiis 1527, ristampa anastatica Minerva, Frankfurt a. M. 1964.
IOACHIM ABBAS FLORENSIS, Expositio super Apocalypsim et Opuscula adiacentia. Ediderunt ALEXANDER PATSCHOVSKY et KURT-VICTOR SELGE †, Roma 2024 (Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Fonti per la Storia dell’Italia Medievale, Antiquitates, 59, 3 voll.; l’edizione reca a margine la foliazione dell’edizione veneziana).

Olivi opera spesso una sintesi del testo di Gioacchino da Fiore. Le « » precedono e chiudono un’effettiva citazione. Diversamente, viene posto un asterisco (*) o una nota in apice al termine della parte riferibile a Gioacchino.

In Ap: RICCARDO DI SAN VITTORE, In Apocalypsim libri septem, PL 196, coll. 683-888.

Note sulla “topografia spirituale” della Commedia   EN

Per quanto segua l’ordine dei ventidue capitoli dell’Apocalisse, Olivi suggerisce un metodo differente di comprensione e di aggregazione del testo esegetico, fondato sui sette stati, cioè sui periodi nei quali si articola la storia della Chiesa. L’Antico Testamento corrisponde alle prime cinque età del mondo, secondo la divisione tradizionale [1]: è l’età del Padre secondo Gioacchino da Fiore. Con il primo avvento di Cristo, nella carne, inizia la sesta età (l’età del Figlio), nella quale la Chiesa, come fosse un individuo, cresce e si sviluppa in sette stati. Al primo, apostolico periodo, succede il secondo dei martiri; poi, al tempo di Giustiniano, il terzo stato dei dottori che confutano con l’intelletto le eresie concorre con il quarto stato degli affettuosi anacoreti devoti al pasto eucaristico, alti per la contemplazione ma anche attivi come reggitori delle genti; a partire da Carlo Magno subentra il quinto stato aperto alla vita associata delle moltitudini, bello nel principio ma poi corrottosi fino a trasformare quasi tutta la Chiesa in una nuova Babilonia; la riforma interviene, a partire da Francesco, con il cristiforme sesto stato, fino alla sconfitta dell’Anticristo; subentra infine il silenzio e la quiete del pacifico settimo stato. Il sesto e il settimo stato (la terza età di Gioacchino da Fiore) coincidono con il secondo avvento di Cristo, nello Spirito, cioè nei suoi discepoli spirituali inviati a convertire il mondo con la predicazione; al termine del settimo stato ci sarà il terzo avvento, nel giudizio.
L’Apocalisse si articola in sette visioni: le sette chiese d’Asia, i sette sigilli, le sette trombe, la donna vestita di sole (le sette guerre sostenute dalla Chiesa), le sette coppe, il giudizio di Babylon nelle sette teste del drago, la Gerusalemme celeste. Le prime sei visioni possono essere a loro volta divise in sette momenti, ciascuno dei quali riferibile a uno dei sette stati. Assembrando, per le prime sei visioni, tutti i primi elementi (chiesa, sigillo, tromba, guerra, coppa, momento del giudizio di Babylon), tutti i secondi, i terzi e così di seguito, si ottengono sette gruppi di materia teologica, corrispondenti al complesso dei temi afferenti a ciascuno dei sette stati [2]. A questi sette gruppi se ne aggiungono altri due: l’esegesi della settima visione (senza articolazioni interne) e l’esegesi di capitoli del testo scritturale, o di parti di essi, introduttivi delle successive specificazioni delle singole visioni per settenari, che Olivi definisce “radicalia” o “fontalia”. Si ottengono in tal modo nove gruppi: le parti proemiali, i sette assembramenti di settenari e la settima visione. Il grande prologo della Lectura, articolato in tredici notabilia, può essere anch’esso aggregato nelle sue parti secondo i sette stati.

L’intenso travaso di parole-temi dalla Lectura nella Commedia si accompagna a un fatto strutturale. La Commedia mostra un ordine interno diverso da quello che appare al lettore: il viaggio di Dante ha un andamento di ciclici settenari, che corrispondono ai sette stati oliviani. È un ordine registrabile per zone progressive del poema dove prevalgono i temi di un singolo stato, che rompe i confini letterali stabiliti dai canti e da tutte le divisioni materiali per cerchi, gironi, cieli. Ogni stato, che ha differenti inizi, è concatenato per “concurrentia”, come le maglie di un’armatura, con quello che precede e con quello che segue. Ciascuno stato ha in sé una grande ricchezza di motivi e contiene inoltre temi di tutti gli altri, consentendo innumerevoli intrecci e variazioni. La Commedia appare, come l’Apocalisse, “libro scritto dentro e fuori” (Ap 5, 1), con duplice struttura, linguaggio e senso, letterale e spirituale. Il viaggio di Dante e la visione di Giovanni hanno la stessa causa finale, che è la beatitudine, alla quale si perviene con diverse guide, per gradi segnati da visioni sempre più nuove e ardue delle precedenti, attraverso una sempre maggiore apertura dell’arcano coperto dal velame dei sette sigilli fino al punto più alto in cui, in questa vita, è possibile vedere la verità.
Tutti i modi del linguaggio interiore al poema esprimono un processo, un viaggio dal più chiuso al più aperto, e in questo andare hanno una loro precisa collocazione ‘topografica’, uno ‘stato’ (nel senso di momento storico che ricade sulla coscienza individuale) al quale appartenere. Si possono in tal modo stendere vere e proprie mappe tematiche che comprendano l’ordine spirituale di tutta la Commedia che aderisce, parodiandola semanticamente, a una precisa teologia della storia, sia pure modificandone profondamente le prospettive. La ciclicità dei temi permette di stabilire collegamenti inusitati tra le diverse zone; il procedere per gradi dell’illuminazione divina fa sì che episodi oscuri e quasi ermeticamente chiusi si chiariscano poi, aprendosi all’intelligenza in modo più alto.
A ogni gruppo è arbitrariamente assegnato un diverso colore: Radici (verde), I stato (verde acqua), II stato (rosso), III stato (nero), IV stato (viola), V stato (marrone), VI stato (blu), VII stato (indaco), VII visione (fucsia). Dei gruppi sono stati integralmente studiati il terzo stato e la settima visione.

INFERNO

(le prime cinque età del mondo)

La ‘topografia spirituale’ del poema mostra nell’Inferno cinque cicli settenari corrispondenti agli stati della Chiesa descritti da Olivi e ai loro temi contenuti nella Lectura. Questi cinque cicli designano le prime cinque età del mondo (riunite a loro volta nel primo stato generale, che corrisponde all’età del Padre di Gioacchino da Fiore), in quanto prefigurazione del primo avvento di Cristo e della Chiesa.
I cinque cicli settenari che si susseguono nell’Inferno a partire dal quarto canto (i primi tre canti hanno una tematica particolare) sono preceduti da cinque zone che possono essere definite ‘snodi’, dove cioè confluiscono temi provenienti da più stati, intrecciati insieme ad altri ad avviare il procedere settenario. Il centro di questi ‘snodi’ coincide con un canto (Inf. IV, X, XVII, XXVI, XXXII), ma la zona è più vasta e supera l’ambito dato dalla divisione letterale del poema.

Inf. I-III sono da considerare al di fuori dei cicli. Inf. I e II sono profondamente segnati dai temi del sesto stato. Inf. III è riferibile al settimo stato (per gli ignavi) e in parte al quinto (per l’episodio di Caronte).

canti

I ciclo

stati

cerchi

IV

Limbo

Radici, I (I snodo)

I

V

lussuriosi

II

II

VI

golosi

III

III

VII

avari e prodighi

palude Stigia
(iracondi e accidiosi)

IIIIV

 

V

IV


V

VIII

palude Stigia (orgogliosi)
città di Dite

V

V

IX

apertura della porta di Dite

VVI

 

canti

II ciclo

stati

cerchi

IX-X-XI

eretici, ordinamento dell’inferno

I (II snodo)

VI

XII

violenti contro il prossimo

II

VII (girone 1)

XIII

violenti contro sé

III

        (girone 2)

XIV

violenti contro Dio: bestemmiatori

IV

        (girone 3)

XV-XVI

violenti contro Dio: sodomiti

V

XVI

XVII

ascesa di Gerione

Gerione,  violenti contro Dio: usurai

VI

canti

III ciclo

stati

cerchi

XVII

volo verso Malebolge

I (III snodo)

 

XVIII

ruffiani, lusingatori

Radici II

VIII (bolgia 1, 2)

XIX

simoniaci

III

(bolgia 3)

XX

indovini

IV

(bolgia 4)

XXI-XXII

barattieri

V

(bolgia 5)

XXIII

ipocriti

VVI

(bolgia 6)

XXIV-XXV

ladri

VI

(bolgia 7)

canti

IV ciclo

stati

cerchi

XXVI

consiglieri di frode (greci)

I (IV snodo)

(bolgia 8)

XXVII

consiglieri di frode (latini)

II

XXVIII-XXIX

seminatori di scandalo e di scisma

III

(bolgia 9)

XXIX

falsatori

IV

  (bolgia 10)

XXX

falsatori

IVV

XXXI

giganti

VVI

 

canti

V ciclo

stati

cerchi

XXXII

Cocito: Caina, Antenora

I (V snodo)

IX

XXXIII

Antenora, Tolomea

II

XXXIV

Giudecca

IIIIVV

XXXIV

volgersi di Virgilio sull’anca di Lucifero

VI

 

 

Il sesto stato è per Olivi la fase più importante nella costruzione dell’edificio della Chiesa. In esso “renovabitur Christi lex et vita et crux”. Corrisponde ai tempi moderni. Ha quattro diversi inizi temporali: uno profetico, con Gioacchino da Fiore, il quale lo vide in spirito concependo la sua terza età; il secondo con la conversione di Francesco (1206), che seminò la pianta; il terzo con la predicazione degli uomini spirituali, per la quale la pianta si rinnovella; il quarto con la distruzione storica di Babylon. Dura fino alla sconfitta dell’Anticristo, il cui avvento si collocherebbe, secondo i numeri della profezia di Daniele 12, 11-12 combinati con Ap 12, 6 e 14, fra il 1290 e il giubileo di pace del 1335.
Una ‘vita nuova’ si instaura nel sesto stato, per eccellenza il momento dell’imitazione di Cristo. I rami dell’albero si dilatano producendo il frutto della carità, l’acqua che proviene da Cristo-fonte attraverso il condotto che percorre i primi cinque stati della Chiesa si effonde in un lago; è il tempo, assimilato al sacramento del matrimonio, della letizia nuziale, della familiarità, dell’amicizia. Corrisponde al sesto giorno della creazione, in cui vennero creati prima i rettili e le bestie irrazionali, poi l’uomo razionale che, come l’ordine evangelico, è fatto a immagine e somiglianza di Dio e domina tutti gli animali.
Le espressioni di Olivi relative al sesto stato – “quoddam sollempne initium novi seculirenovaretur et consumaretur seculum”, nel quale il sacerdozio apostolico “redeat et assurgat ad ordinem primum”, la “nova Ierusalem”, interpretata come “visione di pace”, viene vista “descendere de celo” e la Chiesa descritta come la donna vestita di sole con la sua “virginea proles” – sono la veste spirituale dei versi della quarta egloga virgiliana che celebrano la rinnovata età dell’oro: “Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo / iam redit et Virgo; redeunt Saturnia regna; / Iam nova progenies caelo demittitur alto” (Egloga IV, 5-7). Olivi completa la Lectura super Apocalipsim nel 1298, poco prima di morire, il 14 marzo, a Narbonne. Quel felicissimo stato segnato dalla pace sotto il divo Augusto, che rese l’umanità disposta al primo avvento di Cristo, si sta rinnovando nel sesto stato della Chiesa, nel secondo avvento nello Spirito. Scrive Arsenio Frugoni: “[…] quell’escatologismo, oltre che ideologia di lotta e di riforma del gruppo spirituale, era anche un vero e proprio sentimento storico […] una tensione di rinnovamento, una ansia di salvezza, che nel 1300, l’anno centenario della Natività, aveva trovato come una attivazione, in un senso di pienezza dei tempi, cui doveva corrispondere un fatto, un accadere meraviglioso e nuovo” [3].
All’apertura del sesto sigillo, l’eletta schiera dei riformatori – i 144.000 segnati dalle dodici tribù d’Israele – guida la turba innumerevole di ogni gente, tribù, popolo e lingua (Ap 7, 3-4.13). Questi eletti e magnanimi duci, separati dalla volgare schiera per più alta milizia, vengono destinati a difendere liberamente la fede – ad essi è data la “plena libertas ad innovandam christianam religionem” -; sono gli amici di Dio a lui noti per nome, configurati in Cristo crocifisso e votati al martirio.
All’interno della Chiesa del sesto stato, l’Ordine dei Minori – “ordo plurium personarum” – è  assimilabile alla persona umana di Cristo. Come questa si sviluppò fino all’età virile, così dovrà essere per l’ordo evangelicus piantato da Francesco, che avrà bisogno (a differenza di Cristo che stette poco tempo nel mondo) di due o tre generazioni per svilupparsi prima di subire una condanna simile a quella di Cristo [4]. La sua maturità coincide, verso il 1300, con il terzo inizio del sesto stato, cioè con il rinnovarsi per opera dello spirito di Cristo, nel suo secondo avvento, della pianta seminata da Francesco. Questa concezione dell’Ordine francescano come individuo in sviluppo che, perfettamente maturato, diventa il novus ordo preconizzato da Gioacchino da Fiore per l’età dello Spirito, si differenzia da quella di Bonaventura, che aveva invece distinto i Francescani del proprio tempo – e quindi anche gli Spirituali – dall’Ordine finale che dominerà fino ai confini della terra. Alla terza apertura del sesto sigillo nuovi san Giovanni vengono inviati a predicare al mondo come nel tempo degli Apostoli. Ma Giovanni non designa solo un Ordine, perché Olivi lascia aperta la possibilità di rivelazioni individuali, avute da “singulares persone”, perfetti imitatori di Cristo votati, con la loro “lingua erudita”, al compito della conversione universale.

[LSA, cap. X, Ap 10, 11] “Et dixit michi: Oportet te iterum prophetare in gentibus et populis et linguis et regibus multis”. In ipsa sapientia libri expresse continetur quod oportet iterum predicari evangelium in toto orbe, et Iudeis et gentibus, et totum orbem finaliter converti ad Christum. Sed quod per istum hoc esset implendum non poterat sciri nisi per spiritualem revelationem, et hoc dico prout per Iohannem designantur hic singulares persone quia, prout per ipsum designatur in communi ordo evangelicus et contemplativus, scitur ex ipsa intelligentia libri quod per illum ordinem debet hoc impleri.

Nei cinque cicli settenari della prima cantica il sesto stato è segnato dall’apertura della porta della città di Dite (Inf. IX, 89-90); dall’ascesa di Gerione dall’abisso (Inf. XVI, 106-136); dal precipitoso passaggio dalla quinta alla sesta bolgia (Inf. XXIII, 1-57) e poi dalle trasformazioni della settima, dove i ladri fiorentini si mutano in serpenti e viceversa (Inf. XXIV-XXV); dal chinarsi di Anteo sul fondo dell’inferno (Inf. XXXI, 136-145); dal passaggio del centro della terra, con la conversione di Virgilio sull’anca di Lucifero, che è passaggio verso la sesta età, quella della Chiesa, descritta nel Purgatorio.
Ma i temi propri del sesto stato sono diffusi ovunque, intrecciati con quelli degli altri stati, e alla loro esegesi rinviano precise parole-chiave incardinate nel senso letterale dei versi. L’esegesi dell’angelo del sesto sigillo (Ap 7, 2) è già centrale nel primo canto del poema.
La novità che il sesto stato, per eccellenza stato di rinnovamento di questo secolo, arreca nell’inferno è una novità fittizia: l’apertura della porta della città di Dite non è vera novità, perché essa è stata chiusa dall’ostinazione dei diavoli, recidivi dopo l’apertura della porta dell’inferno da parte di Cristo prefigurata dalla venuta di Ercole all’Ade, per cui Cerbero “ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo”; Gerione viene su ad un “novo cenno” di Virgilio, ma è figura della frode dalla velenosa coda aculeata; il nuovo prodotto dalle trasformazioni reciproche di serpenti e uomini è qualcosa di incompiuto perché l’uomo razionale, creato nel sesto stato, regredisce allo stato precedente.
L’Inferno è il luogo della durezza lapidea, dell’impetrarsi, del parlare duro di cose dure a dirsi, del duro giudizio, del senso duro della scritta al sommo della porta, dei duri lamenti, dei duri demoni, dei duri veli del gelo, della gravezza. Nell’Inferno vige l’imposizione data a Daniele dall’angelo sotto il sesto sigillo dell’Antico Testamento: “Ora tu, Daniele, chiudi queste parole e sigilla questo libro fino al tempo stabilito” (Dn 12, 4), che era la sesta età nella quale apparve Cristo e in particolare il sesto stato della sua Chiesa nella quale il libro doveva essere più pienamente aperto, non però ai malevoli e ai maldisposti. Questa durezza è rotta dall’invito di Dante ai dannati perché parlino. Far parlare liberamente, per dettato interiore, è la principale prerogativa del sesto stato – la nuova età che tanto s’aspetta, quella che ode del “dolce stil novo” e delle “nove rime” -, ed è tema che la poesia canta per intero, sia pure per un attimo, anche nella vecchia roccia infernale. Appartiene alla sesta chiesa il parlare liberamente di Cristo – ad essa è dato l’“ostium apertum”, che è “ostium sermonis” – , il sentire per dettato interiore, l’aprirsi della volontà. Appartiene alla sesta chiesa anche il far venire quelli che si dicono Giudei senza esserlo, mutati nel cuore e disposti a farsi battezzare e governare. Questo far venire a parlare equivale al cortese e liberale invito dello Spirito di Cristo a convivare, a venire con desiderio e volontario consenso, con “disio” e con “velle”, in una pausa di pace nell’eterna dannazione. All’“affettüoso grido” del poeta le ombre di Francesca e Paolo vengono “dal voler portate” verso un momento di mutazione, sebbene limitata al successivo colloquio. Tutto l’Inferno è un contrappunto fra la durezza del giudizio e l’apertura per la parola dirompente, fin che essa dura, la pena. Un’apertura che si esprime in varie forme: muoversi sospirando nel Farinata prima immobile, ‘crollarsi’ quasi per terremoto interiore dello ‘schivo’ Ulisse, convertirsi del vento in voce in Guido da Montefeltro, tornare indietro nel cammino assegnato o separarsi dai compagni di pena, essere sforzati a parlare anche malvolentieri, non poterlo negare o mostrare fretta di farlo, arrestarsi obliando il martirio, levarsi per poi ricadere, sollevarsi da atti bestiali per ritornare a essi dopo aver parlato, come nel conte Ugolino. In tante lingue, che parlano come per sé stesse mosse, sta un solo desiderio, il vivere ancora nel libro che è stato altrui aperto.
Se nell’Inferno il sesto stato non si realizza mai compiutamente, anche il settimo, che gli è strettamente connesso, non può trovare un luogo autonomo. Ciò non toglie che temi del settimo stato (e della settima visione) siano ben presenti in modo diffuso. Ad esempio, quelli relativi alla settima chiesa assumono particolare rilievo nella descrizione degli ignavi a Inf. III. Tempo del silenzio, della serena pace, del riposo dalle ansiose fatiche, il settimo stato subentra dopo le terribili tentazioni inferte, con un martirio non corporale ma psicologico, dai carnefici dell’Anticristo nel sesto. Come ogni momento della storia umana partecipa dell’imitazione di Cristo, che raggiunge l’acme nel sesto stato, così in ogni periodo si verifica una sua “quietatio”, una pausa di pace, di quiete, di silenzio propria del settimo. Così Francesca parla e ascolta “mentre che ’l vento, come fa, ci tace”. Il vento – “la bufera infernal, che mai non resta” – designa il fluttuare tempestoso delle passioni nel cuore.

PURGATORIO

(sesta età del mondo)

Dopo le prime cinque età del mondo (corrispondenti all’Antico Testamento, la gioachimita età del Padre), che hanno segnato la discesa a spirale per i cinque cicli settenari dell’Inferno, con il Purgatorio inizia la sesta età, quella di Cristo (l’età del Figlio), che ha sette stati, corrispondenti ai sette stati della Chiesa. Dapprima, nel cosiddetto ‘antipurgatorio’, si registrano in successione temi prevalenti dei primi cinque stati. Il sesto stato della sesta età (con cui si apre l’età dello Spirito) inizia con l’apertura della porta di san Pietro (la porta del purgatorio). Questo sesto stato procede anch’esso con andamento settenario, per cui ha sette momenti, coincidenti principalmente con un girone della montagna, ma non del tutto, perché sempre l’ordine spirituale del poema rompe i confini letterali e le divisioni materiali, concatenando i temi di uno stato prevalente con quelli dello stato che precede e con quelli dello stato che segue e intrecciandoli con temi di tutti gli altri stati.
È spiegato nel Notabile VII del prologo della Lectura che il sesto stato della Chiesa è il secondo stato di Cristo e ha i suoi sette tempi per cui la Chiesa, come fosse una sfera, si ricongiunge circolarmente al primo apostolico tempo. Il settimo dei sette momenti del sesto stato della Chiesa coincide con il settimo stato generale della Chiesa, che nel poema corrisponde in parte all’ultimo girone della montagna (il settimo, dove si purgano i lussuriosi) e in parte all’Eden, con cui si chiude la seconda cantica.
Il Purgatorio dunque, secondo il senso spirituale, è la storia della Chiesa che corre verso il suo sesto stato, punto di riferimento di tutte le vicende umane, antiche e moderne, che ad esso cooperano. Non è casuale che nel sesto girone della montagna sia chiarificata e riconosciuta, nel colloquio con Bonagiunta da Lucca, la poetica delle “nove rime” di Dante, già “sesto tra cotanto senno” cooptato nella “bella scola” dei poeti del Limbo.
La vasta zona dedicata al sesto momento del sesto stato della Chiesa ha il suo inizio nel forte terremoto che scuote la montagna mentre Dante e Virgilio si trovano ancora nel quinto girone (Purg. XX, 124-141). Essa è stata compiutamente esaminata altrove.
Il settimo stato dell’Olivi si realizza parte in questa vita (come pregustazione in terra della gloria eterna, cioè fin sulla cima della montagna) e in parte nella futura (nel senso della quiete delle anime beate in attesa della resurrezione, che è la materia del Paradiso).

canti

I ciclo – fino al sesto sato

stati

 

I

Catone

Radici, I

 

II

angelo nocchiero, Casella

–  II

 

III

scomunicati

III

“Antipurgatorio”

IV

salita al primo balzo, Belacqua

IV  –  V

V

negligenti morti per violenza

V

VI

Sordello

V

VII-VIII

valletta dei principi

V

IX

apertura della porta

VI sesto stato

 

canti

II ciclo – il sesto stato della sesta età

stati

gironi

X-XII

superbi

I

I

XIII-XIV-XV

invidiosi

II

II

XV-XVIII

iracondi

ordinamento del purgatorio,

amore e libero arbitrio

III

III

IV

XVIII-XIX

accidiosi

IV

IV

XIX-XX

avari e prodighi

V

V

XX (terremoto)  -XXV

Stazio, golosi, generazione dell’uomo

VI

VI

XXV-XXVI

lussuriosi

VII – settimo stato

VII

XXVII

XXVIII-XXXIII

 muro di fuoco

notte stellata, termine dell’ascesa

Eden

 

 

PARADISO

(settimo stato della Chiesa)

Il Primo Mobile è il nono e penultimo cielo, ma è il sesto se si parte dal cielo del Sole. È anche il cielo più segnato dal tema del “punto”, cui è assimilato il sesto stato. Questo consente di ricostruire l’ordine spirituale del Paradiso ponendo la cerniera nel quarto cielo del Sole. Con il terzo cielo di Venere termina infatti il cono d’ombra gettato dalla terra, secondo la dottrina di Alfragano (Par. IX, 118-119), mentre prima di descrivere l’ascesa al cielo del Sole il poeta invita il lettore a rivolgersi “a l’alte rote” (Par. X, 7-27). Senza la cesura recisa che, nella prima cantica, divide i dannati puniti all’interno della città di Dite da quelli che ne stanno fuori e, nella seconda cantica, separa le anime purganti nei sette gironi della montagna dalle anime che attendono fuori della porta (il cosiddetto ‘antipurgatorio’), anche nel Paradiso gli spiriti che si manifestano nei primi tre cieli della Luna, di Mercurio e di Venere (spiriti che mancarono ai voti, spiriti che furono attivi per conseguire onore e fama, spiriti amanti) si distinguono per minore perfezione rispetto a quelli che appaiono nei cieli seguenti.
I dieci cieli del Paradiso si mostrano pertanto ordinati in due gruppi di settenari, corrispondenti agli stati della Chiesa (e alle loro prerogative) secondo Olivi, parzialmente combacianti (da 1 a 7 e da 4 a 10: coincidono gli ultimi quattro numeri del primo gruppo e i primi quattro del secondo).

I  Se si considera il primo settenario, nel primo cielo della Luna si affronta la questione dell’inadempienza dei voti, che ha corrispondenza con i temi propri della prima chiesa di Efeso, il cui nome, se interpretato, oscilla tra la fervida volontà iniziale e la remissione (l’essenza del voto consiste nella volontà).

II  Nel secondo cielo di Mercurio, le battaglie sostenute dal “sacrosanto segno” dell’aquila corrispondono allo stato dei martiri, che è dei combattenti, e anche la dottrina dell’incarnazione e della passione di Cristo, esposta successivamente da Beatrice, fa parte della tematica, perché l’intera Chiesa, fondata sulla passione di Cristo, imita con i martiri la sua croce, e questo giova assai al suo radicamento.

III  Nel terzo cielo di Venere, Carlo Martello spiega al modo di un dottore del terzo stato la diversità delle indoli umane e come gli uomini, non assecondandole, errino; nello stesso cielo compare Folchetto di Marsiglia, che da vescovo di Tolosa combatté l’eresia albigese.

IV – I  Al quarto cielo del Sole, primo del secondo gruppo di settenari per l’esaltazione della vita apostolica (propria del primo stato e rinnovata nel sesto), si può connettere il tema stesso del sole inteso nell’esegesi della quarta tromba (Ap 8, 12): “Per solem videtur hic designari solaris vita et contemplatio summorum anachoritarum, qui fuerunt patres et exempla aliorum, vel solaris sapientia et doctrina summorum doctorum”. Sapienza e contemplazione, dottori del terzo e anacoreti del quarto stato, concorrono,come Domenico e Francesco– “L’un fu tutto serafico in ardore; / l’altro per sapïenza in terra fue / di cherubica luce uno splendore” (Par. XI, 37-39) – con mutua cortesia a infiammare il meriggio dell’universo.

V – II  Il quinto cielo di Marte, secondo (come il secondo stato dei martiri) per l’esaltazione della croce di Cristo formata dai lumi dei combattenti per la fede, reca in sé il tema del condiscendere proprio del quinto stato sia nel pio discendere per la croce di Cacciaguida verso Dante, sia nella decadenza degli “alti Fiorentini”, cioè delle antiche famiglie, assimilate agli anacoreti, un tempo alti e poi vòlti in basso.

VI – III  Il sesto cielo di Giove, terzo (come il terzo stato dei dottori) per la spiegazione di profonde verità di fede, sviluppa il motivo, proprio della sesta chiesa, della “porta aperta”. Aprire la porta significa illuminare e rendere acuto l’intelletto che penetra nell’occulto delle Scritture, e anche dare efficacia spirituale a penetrare nel cuore di chi ascolta: così l’aquila apre la “latebra” di Dante, così l’occhio di Rifeo Troiano fu da Dio aperto alla futura redenzione.

VII – IV Nel settimo cielo di Saturno, quarto (come il quarto stato degli anacoreti), “si tace … la dolce sinfonia di paradiso” (Par. XXI, 58-60), e il tacere è tema del settimo stato. Ivi si mostrano gli spiriti contemplativi, principali soggetti del quarto stato, proprio degli anacoreti: se si conta a partire dal quarto cielo del Sole, considerando questo come primo ovvero come nuovo avvio del ciclo settenario, il cielo di Saturno è appunto quarto.

VIII (V) Il settimo cielo di Saturno è seguito dal cielo delle Stelle fisse – ottavo e quinto -, dove si mostrano le schiere del trionfo di Cristo che discendono dall’Empireo (il quinto stato è caratterizzato dalla “condescensio”) e si celebra il trionfo di Maria (sviluppo del tema, proprio della quinta chiesa, della mirabile bellezza della Chiesa, regina ornata di veste aurea per la carità che unisce e circondata dalla varietà nei doni e nelle grazie delle diverse membra). È inoltre ricapitolazione dei precedenti sette, secondo un’interpretazione più volte presente nella Lectura dell’essere ‘ottavo’. Per questo Dante, stando nel segno dei Gemelli, riguarda in giù e torna col viso per tutte quante le sette precedenti sfere (Par. XXII, 124-154).

IX (VI) Segue il Primo Mobile o Cristallino – nono e sesto cielo –, dove il poeta vede il punto luminosissimo – Dio – da cui dipende il cielo e la terra, circondato dai nove cerchi di fuoco (Par. XXVIII, 16-18, 40-42, 94-96). Il sesto stato, secondo quanto Olivi afferma nel Notabile VIII, è il “punto” da cui dipendono gli altri stati, perché appare nel testo dell’Apocalisse in modo più evidente degli altri, che da esso assumono chiarezza quanto alla loro manifestazione nella storia, come l’intelligenza delle cose ordinate ad un fine dipende dal fine.

X (VII) La quiete e l’immobilità dell’Empireo, decimo cielo – il “ciel de la divina pace” -, corrispondono al settimo stato, di cui è propria la “quietatio”, il silenzio (tema anticipato dal tacere di Beatrice in apertura del canto XXIX), e la pace.

Il Paradiso avrebbe pertanto un ordine spirituale del seguente tipo:

cielo

stato

cielo

I

LUNA

I

II

MERCURIO

II

III

VENERE

III

IV

SOLE

IV

I

SOLE

V

MARTE

V

II

MARTE

VI

GIOVE

VI

III

GIOVE

VII

SATURNO

VII

IV

SATURNO

VIII

V

STELLE FISSE

IX

VI

PRIMO MOBILE

X

VII

EMPIREO

Oltre ai luoghi sopra indicati, i temi del sesto e del settimo stato si rinvengono in più punti, intrecciati con altri.

[1] Cfr. LSA, cap. XVII, Ap 17, 9: «Et subdit Ricardus quod per septem reges, et per septem capita designatos, designatur hic universus populus malorum, qui secundum septem status huius seculi determinantur. Primus scilicet ab Adam usque ad Noe. Secundus a Noe usque ad Abraam. Tertius ab Abraam usque ad Moysen. Quartus a Moys<e> usque ad David. Quintus a David usque ad Christum. Sextus a Christo usque ad Antichristum. Septimus autem sub Antichristo attribuitur». Cfr. PETRI IOHANNIS OLIVI Lectura super Lucam, Lc 1, 26, ed. F. Iozzelli, Grottaferrata 2010 (Collectio Oliviana, V), pp. 187-188: «Signanter autem dicitur in sexto mense, quia Christus uenit in sexta mundi etate, et iterum post quinque notabiles synagoge decursus: nam primo, cum sola circumcisione fuit sub patribus per quadringentos annos; secundo, accepta lege, fuit sub iudicibus per tantumdem temporis; tertio, proficiens in regnum, fuit sub regibus; quarto, assumpto plenius spiritu prophetico, fuit sub prophetis sollempnioribus, scilicet sub Elia, Ysaia et Yeremia etc.; quinto, restituto templo et urbe, fuit sub pontificibus quibus, per Aggeum et Zachariam et Malachiam iterata prophetia de Christo et eius precursore Elia, factum est silentium prophetarum, ita quod obmutuit cetus sacerdotum usque ad Iohannis ortum; et iterum in eiusdem quinti temporis sexto centenario conceptus est Christus. Sicut etiam sexto die factus est homo ad ymaginem Dei, sic conuenienter sub consimili senario factus est Christus homo, plenior Dei ymago: nam et perfectio numeri senarii, que ex omnibus partibus suis aliquotis et iterum ex ternario cum suis partibus, scilicet binario et unitate, consurgit, competit sibi et etiam reflexio ternarii per binarium, id est cultus fidei et Trinitatis per geminam caritatem».

[2] Il principio è chiaramente affermato nel notabile VIII del prologo della LSA: «[…] si omnia prima membra visionum ad invicem conferas et consimiliter omnia secunda et sic de aliis, aperte videbis omnia prima ad idem primum concorditer referri et consimiliter omnia secunda ad idem secundum et sic de aliis. Et hoc in tantum quod plena intelligentia eiusdem primi multum clarificatur ex mutua collatione omnium primorum, et idem est de omnibus secundis et tertiis et sic de aliis».

[3] ARSENIO FRUGONI, La Roma di Dante, tra il tempo e l’eterno, in ID., Pellegrini a Roma nel 1300. Cronache del primo Giubileo, presentazione di C. Frugoni, a cura e con Introduzione di F. Accrocca, Casale Monferrato 1999, pp. 102-103.

[4] LSA, cap. VI, Ap 6, 12: «Secunda ratio est quia persone Christi correspondet in sexta apertione unus ordo plurium personarum sic secundum suam proportionem augendus, sicut Christus secundum suum corpus fuit usque ad perfectam etatem viriliter auctus. […] Quarta est quia, prout super evangelia ostendi, Christus parvo tempore debuit inter nos vivere et pauciori predicare […]. Nisi autem ordo evangelicus, per Franciscum renovatus, esset in multis et saltem sub duabus vel tribus generationibus propagatus et sollempnizatus, non esset nec ipse nec populus ab eo ducendus sufficienter dispositus ad tam autenticam condempnationem condempnationi Christi consimilem subeundam».

APPENDICE

L’arte della memoria per l’autore

Gruppi di terzine numericamente corrispondenti, a diversi stadi della Commedia, contengono parole-chiave che conducono alla medesima pagina esegetica della Lectura super Apocalipsim. Ciò indica che queste parole, se dovevano essere per il lettore spirituale segni mnemonici di un altro testo, erano per il poeta segni del numero dei versi, ‘luogo’ dove collocare i medesimi temi, variati in forma e contesto.
Ad esempio, lo splendore del volto di Cristo che più riluce nel sesto stato, quando il libro è più aperto quasi in una nuova Trasfigurazione, al cui fulgore chi guarda trema, oblia e cade come morto (Ap 1, 16-17), si ritrova, attraverso le parole-chiave, in Purg. XV, XXII, Par. III, XXIII, XXX. Come di consueto, i temi, che nell’esegesi appartengono solo a Cristo, sono variamente appropriati: all’angelo che invia al terzo girone del purgatorio, a Stazio di fronte alle parole di Virgilio, al ridere di Trivia, al sorriso di Beatrice sulla soglia dell’Empireo. Si noterà come le parole-chiave che in Par. III e XXX toccano il ridere di Beatrice, siano contenute nei versi 25-27, vale a dire nella 9a terzina, che porta il numero della donna. Non si tratta di tutti i luoghi del poema nei quali viene in rilievo il ridere, ma certamente non sfugge il ritorno, numericamente strutturale, delle parole-chiave. Si noterà anche che questo tornare dei segni è sempre variato. Le parole sono cioè assunte da una rosa, facendo suonare nei versi ora le une ora le altre. Esse risuonano quasi al completo in Par. XXX. Non sfuggirà neanche che il sorriso di Beatrice venga collocato due volte (Par. III, XXX) sulla terzina che porta il suo numero.
Se si scorrono le tabelle dedicate ad Ap 1, 16-17, si può constatare quanto il fenomeno sia diffuso, non solo sulla 9a terzina.
Qui di seguito sono proposti alcuni esempi, tratti da tutti i capitoli della Lectura super Apocalipsim. Molti altri si possono reperire in “In mensura et numero et pondere”. Nella fucina della Commedia: storia, poesia e arte della memoria, PDF 2014 (§ 3).
Gli esempi riguardano terzine numericamente corrispondenti o ravvicinate; il numero della terzina è posto in apice fra ( ). Il confronto con i singoli passi della Lectura è talora esposto in più tabelle, mostrando la sua estensione per l’intero poema (es. Ap 1, 16-17); in altri casi si tratta di una scelta per campione. Alcuni passi vengono collazionati con altri, secondo un principio costante nel rapporto fra i due testi (ad esempio Ap 3, 9 e 15, 3-4). I colori sono liberamente scelti per maggiore evidenza; non seguono l’assegnazione data ai singoli gruupi tematici per status seguita nell’esame dei singoli canti. L’indicazione iniziale del passo della Lectura è a volte collegata ipertestualmente al confronto generale di quel passo con i versi della Commedia, indipendentemente dalla simmetria fra le terzine.

prologus, Notabile X

prologus, Notabile XII

1, 13

1, 16-17
(tab. 1-7)

2, 1-5
(tab. 1-4)

2, 1.18.21-23

3, 9
15, 3-4

3, 12
(tab. 1-5) 

 4, 2-5
(tab. 1-3)

5, 8

6, 4

6, 7-8

7, 3-4
(tab. 1-3)

7, 9.13-14
(tab. 1-3)

8, 5
16, 18 

8, 7
9, 4
12, 6

8, 8-9

9, 1-2

9, 3

9, 11-12

10, 4-7

11, 1 

12, 6 

 12, 14

 12, 14

 12, 17

13, 3
17, 8 

14, 2

14, 3

17, 5-6

17, 6-7

18, 4-7

19, 10

20, 8
21, 12

21, 12.16

22, 1-2

22, 17
(tab. 1-2)

 

 

 

 

 

 

The Art of Memory for the Author

Groups of numerically corresponding triplets, at various stages of the Commedia, contain keywords that lead to the same exegetical page of the Lectura super Apocalipsim. This suggests that these words, whilst intended for the spiritual reader as mnemonic stimuli to another text, served for the poet as markers of the verse count, of a place in which to situate the same themes, varied in form and context.
For example, the splendour of Christ’s face, which shines most brightly in the sixth period of the Church, when the book is opened wider, almost as in a new Transfiguration, at whose radiance the beholder trembles, loses consciousness and falls as though dead (Rev 1:16–17), is found, through the keywords, in Purg. XV, XXII, Par. III, XXIII, XXX. As is customary, the themes, which in exegesis belong solely to Christ, are variously appropriated: to the angel who sends to the third terrace of Purgatory, to Statius in the face of Virgil’s words, to Trivia’s smile, to Beatrice’s smile on the threshold of the Empyrean.
It will be noted that the key words in Par. III and XXX, which refer to Beatrice’s smile, are found in lines 25–27, that is to say in the 9th tercet, which bears her’s number.
 This does not cover all the passages in the poem where smiler is highlighted, but the numerically structural recurrence of the keywords certainly does not go unnoticed. It will also be noted that this recurrence of the signs is always varied. That is to say, the words are drawn from a selected group, with one set or another appearing in the verses. They resound almost in their entirety in Par. XXX.
If one scans the tables dedicated to Rev 1:16–17, one can see how widespread the phenomenon is, not only in the 9th tercet.
Below are some examples, taken from all the chapters of the Lectura super Apocalipsim. Many others can be found in “In mensura et numero et pondere”. Nella fucina della Commedia: storia, poesia e arte della memoria, PDF 2014 (§ 3).
The examples concern tercets that are numerically identical or closely related; the number of the tercet is placed in superscript between ( ). The comparison with individual passages from the Lectura is sometimes presented in several tables, showing its scope across the entire poem (e.g. Rev 1:16–17); in other cases, a sample selection is provided. Some passages are collated with others, according to a consistent principle in the relationship between the two texts (for example, Rev 3:9 and 15:3–4). The colours are chosen freely for greater clarity; they do not follow the assignment given to individual thematic groups by status as followed in the examination of the individual cantos. The initial reference to the passage from the Lectura is sometimes hyperlinked to the general comparison of that passage with the verses of the Commedia, regardless of the symmetry between the tercets.

Tab. App. I

[LSA, prologus, Notabile X] Sextus (status) vero concurrit cum secundo non in eodem tempore sed in celebri multitudine martiriorum, prout in apertione quinti signaculi aperte docetur (cfr. Ap 6, 9), quamvis in modo martirii quoad aliqua differant. Nam martiria a paganis et idolatris facta nullum certamen dubitationis inferebant martiribus, aut probabilis rationis, propter nimiam evidentiam paganici erroris. Non sic autem fuit de martiriis per hereticos, unum Deum et unum Christum confitentes, inflictis. In sexto autem tempore non solum propulsabuntur martires per tormenta corporum, aut per subtilitatem rationum philosophicarum, aut per intorta testimonia scripturarum sanctarum, aut per simulationem sanctitatis ypocritarum, immo etiam per miracula a tortoribus facta. Nam, teste Christo, “dabunt signa et prodigia magna” (Mt 24, 24). Unde Gregorius, XXXII° Moralium super illud Iob: “stringit caudam suam quasi cedrum” (Jb 40, 12), dicit: «Nunc fideles nostri mira faciunt, cum perversa patiuntur; tunc autem Behemot huius satellites, etiam cum perversa inferunt, mira facturi sunt. Pensemus ergo que erit humane mentis illa temptatio, quando pius martir corpus tormentis subicit, et tamen ante eius oculos miracula tortor facit». Propulsabit etiam eos per falsam imaginem divine et pontificalis auctoritatis. Sic enim tunc surgent pseudochristi et pseudochristus contra electos, sicut Annas et Caiphas pontifices insurrexerunt in Christum. Erunt ergo tunc tormenta intensive maiora, tempore autem paganorum fuerunt extensive pluriora: nam plusquam per ducentos annos duraverunt.

Inf. IV, 16-24 (6-8)

E io, che del color mi fui accorto,
dissi: “Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?”.
Ed elli a me: “L’angoscia de le genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema senti.
Andiam, ché la via lunga ne sospigne”.
Così si mise e così mi fé intrare
 nel primo cerchio che l’abisso cigne.

Inf. XX, 19-24 (7-8)




Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
di tua lezione, or pensa per te stesso
com’ io potea tener lo viso asciutto,
quando la nostra imagine di presso
vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi
le natiche bagnava per lo fesso.

Inf. XX, 28-30 (10)

Qui vive la pietà quand’ è ben morta;
chi è più scellerato che colui
che al giudicio divin passion comporta?

Inf. XXXIII, 28-30

Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e ’ lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno. 

Inf. XXXIII, 43-45 (15)




Già eran desti, e l’ora s’appressava
che ’l cibo ne solëa essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava                segno

Purg. XVIII, 40-45 (14-15)

“Le tue parole e ’l mio seguace ingegno”,
rispuos’ io lui, “m’hanno amor discoverto,
ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno;
ché, s’amore è di fuori a noi offerto
e l’anima non va con altro piede,
se dritta o torta va, non è suo merto”.

Par. XIX, 82-84 (28)




Certo a colui che meco s’assottiglia,
se la Scrittura sovra voi non fosse,
da dubitar sarebbe a maraviglia.

Par. XX, 79-84 (27-28)

E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio
lì quasi vetro a lo color ch’el veste,
tempo aspettar tacendo non patio,
ma de la bocca, “Che cose son queste?”,
mi pinse con la forza del suo peso:
per ch’io di coruscar vidi gran feste.

Inf. V, 91-93 (31)

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi ch’hai pietà del nostro mal perverso.

 

Inf. XI, 91-96 (31-32)

“O sol che sani ogne vista turbata,
tu mi contenti sì quando tu solvi,
che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.
Ancora in dietro un poco ti rivolvi”,
diss’ io, “là dove di’ ch’usura offende
la divina bontade, e ’l groppo solvi”.

 

Par. I, 94-99 (32-33)



 
S’io fui del primo dubbio disvestito
per le sorrise parolette brevi,
dentro ad un nuovo più fu’ inretito
e dissi: “Già contento requïevi
di grande ammirazion; ma ora ammiro
com’ io trascenda questi corpi levi”. 

 

[LSA, cap. V, Ap 5, 5 (radix IIe visionis)] Hoc (hec revelatio et fletus Iohannis) autem potissime spectat ad triplex tempus. (…) Tertio ad tempus Antichristi seu ad tempus aliquantulum precedens plenam apertionem sexti signaculi. Tunc enim erunt mire perplexitates conscientie in electis ita ut, teste Christo, fere in errorem ducantur (cfr. Mt 24, 24). Unde Gregorius, Moralium XXXII° super illud Iob: “Nervi testiculorum eius perplexi sunt” (Jb 40, 12) dicit hoc ideo dici, «quia argumenta predicatorum Antichristi dolosis assertionibus innodantur ut alligationum implicatio, quasi nervorum perplexitas, etsi videri possit, solvi non possit. Plerumque autem cum corda verbis inficiunt, in opere innocentiam ostendunt, neque enim aliter ad se traherent bonos». 

Par. XIV, 97-102 (33-34)

Come distinta da minori e maggi
lumi biancheggia tra ’ poli del mondo
Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi;
sì costellati facean nel profondo
Marte quei raggi il venerabil segno
che fan giunture di quadranti in tondo.

Par. XX, 100-102 (34)




La prima vita del ciglio e la quinta
ti fa maravigliar, perché ne vedi
la regïon de li angeli dipinta.

Inf. V, 109-120 (37-40)

Quand’ io intesi quell’ anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: “Che pense?”.
Quando rispuosi, cominciai: “Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!”.
Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: “Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?”. 

Inf. XXIII, 115-117 (39)

 




 

mi disse: “Quel confitto che tu miri,
consigliò i Farisei che convenia
porre un uom per lo popolo a’ martìri”.

Purg. X, 115-117 (39)

 

 

 



Ed elli a me: “La grave condizione
di lor tormento a terra li rannicchia,
sí che ’ miei occhi pria n’ebber tencione”.

Inf. V, 124-132 (42-44)

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor  lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse. 

Inf. XVI, 130-132 (44)







ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro
venir notando una figura in suso,
maravigliosa ad ogne cor sicuro 

Inf. XXIII, 124-126 (42)

Allor vid’ io maravigliar Virgilio
sovra colui ch’era disteso in croce
tanto vilmente ne l’etterno essilio.

Par. IV, 130-132 (44)

Nasce per quello, a guisa di rampollo,
a piè del vero il dubbio; ed è natura
ch’al sommo pinge noi di collo in collo.

[LSA, prologus, Notabile X] Sextus (status) vero concurrit cum secundo non in eodem tempore sed in celebri multitudine martiriorum, prout in apertione quinti signaculi aperte docetur (cfr. Ap 6, 9), quamvis in modo martirii quoad aliqua differant. Nam martiria a paganis et idolatris facta nullum certamen dubitationis inferebant martiribus, aut probabilis rationis, propter nimiam evidentiam paganici erroris. Non sic autem fuit de martiriis per hereticos, unum Deum et unum Christum confitentes, inflictis. In sexto autem tempore non solum propulsabuntur martires per tormenta corporum, aut per subtilitatem rationum philosophicarum, aut per intorta testimonia scripturarum sanctarum, aut per simulationem sanctitatis ypocritarum, immo etiam per miracula a tortoribus facta. Nam, teste Christo, “dabunt signa et prodigia magna” (Mt 24, 24). Unde Gregorius, XXXII° Moralium super illud Iob: “stringit caudam suam quasi cedrum” (Jb 40, 12), dicit: «Nunc fideles nostri mira faciunt, cum perversa patiuntur; tunc autem Behemot huius satellites, etiam cum perversa inferunt, mira facturi sunt. Pensemus ergo que erit humane mentis illa temptatio, quando pius martir corpus tormentis subicit, et tamen ante eius oculos miracula tortor facit». Propulsabit etiam eos per falsam imaginem divine et pontificalis auctoritatis. Sic enim tunc surgent pseudochristi et pseudochristus contra electos, sicut Annas et Caiphas pontifices insurrexerunt in Christum. Erunt ergo tunc tormenta intensive maiora, tempore autem paganorum fuerunt extensive pluriora: nam plusquam per ducentos annos duraverunt.

Tab. App. II

[Ap 5, 1; clausura IVi sigilli] Quartus (defectus in nobis claudens intelligentiam huius libri) est nostre libertatis superba indomabilitas. […] In quarta (apertio-ne) vero mors sedens in equo pallido, id est in carne quasi iam emortua palle-scente, domuit et infregit superbam libertatem orientalium ecclesiarum no-lentium subici sedi et fidei Petri. Et certe nichil validius ad infringendam super-biam imperii nostri quam consideratio assidua et experientia humane fragilitatis et mortis, unde Ecclesiastici X° ad retundendam hominis superbiam dicitur: “Quid superbis terra et cinis?” (Ecli 10, 9), et capitulo VII° dicitur: “In omnibus operibus tuis memorare novissima tua et in eternum non peccabis” (Ecli 7, 40).

[LSA, prologus, Notabile XII] De quarto autem statu, scilicet anachoritarum, dicit Ioachim, libro V° Concordie, quod «proficiendo decrevit, quia et herba tunc magis proficit cum appropinquat ad messem. Nam tempus eius non tam illud esse dicitur in quo incipit quam illud in quo, peracta messione, grana per trituram separantur a paleis. Ordines enim iustorum propria tempora acceperunt non in quibus inceperunt sed in quibus ad consumationem et perfectionem venerunt. Quod autem diximus ordinem quartum, qui est heremitarum et virginum, proficiendo defecisse, timendum est potius quam dicendum. Aperta enim perfectio gloriationem parit, gloriatio exaltationem, exaltationem vero comitatur ruin<a>, quia scriptum est: “ante ruinam exaltatur cor” (Pro 16, 18; 18, 12). Igitur ordo iste quarto tempore claruit, sed mox defecit in illa claritate et in locis illis in quibus visus est floruisse ad horam, et hoc propter malitiam habitantium in eis». Preterea fragilitas humane carnis non patitur tantum statum diu in multitudine perdurare.

Inf. XXV, 10-15 (4-5)

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d’incenerarti sì che più non duri,
poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi?
Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri
non vidi spirto in Dio tanto superbo,
non quel che cadde a Tebe giù da’ muri. 

Inf. XXX, 13-15 (5)




E quando la fortuna volse in basso
l’altezza de’  Troian che tutto ardiva,
sì che ’nsieme col regno il re fu casso

Inf. XIV, 61-64 (21-22)

Allora il duca mio parlò di forza
tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:
“O Capaneo, in ciò che non s’ammorza
la tua superbia, se’ tu più punito …”

Purg. XII, 61-63 (21)

Vedeva Troia in cenere e in caverne;
o Ilïón, come te basso e vile
mostrava il segno che lì si discerne! 

Par. XXI, 61-63 (21)

“Tu hai l’udir mortal sì come il viso”,
rispuose a me; “onde qui non si canta
per quel che Bëatrice non ha riso”.

Inf. I, 73-75 (25)

Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ’l superbo Ilïón fu combusto. 

Inf. XVI, 73-75

La gente nuova e i sùbiti guadagni
orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni. 

Tab. App. III

[LSA, cap. I, Ap 1, 13 (radix Ie visionis)] Tertia (perfectio summo pastori condecens) est sacerdotalis et pontificalis ordinis et integre castitatis et honestatis sanctitudo, unde subdit: “vestitum podere”. Poderis enim erat vestis sacerdotalis et linea pertingens usque ad pedes, propter quod dicta est poderis, id est pedalis: pos enim grece, id est pes latine. Poderis enim, secundum aliquos, erat tunica iacinctina pertingens usque ad pedes, in cuius fimbriis erant tintinabula aurea, et de hac videtur dici illud Sapientie XVI<II>° (Sap 18, 24): “In veste poderis, quam habebat, totus erat orbis terrarum, et parentum magnalia in quattuor ordinibus lapidum erant sculpta”. Dicuntur etiam fuisse in veste poderis quia erant in rationali et superhumerali ipsi poderi immediate superposita. Per utramque autem designatur habitus celestis castitatis et sanctitatis sacerdotes et pontifices condecens, pro cuius ardua plenitudine subdit: “et precinctum ad mamillas zona aurea”.
Succingi circa renes designat restrictionem inferiorum concupiscentiarum et operum carnis.
Precingi vero ad mamillas designat restrictionem omnis impuri cogitatus et affectus cordis. Intellectus enim et voluntas sunt quasi due mamille mentis, propinantes lac sapientie et amoris.
Item cingi zona pellicea, id est de corio animalium mortuorum, est timore mortis seu pene castitatem servare.
Cingi vero zona aurea est ex mero et solido caritatis ardore eam servare.

Inf. I, 67-69 (23)

Rispuosemi: “Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui”.

 

Inf. XIX, 67-69

Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,
che tu abbi però la ripa corsa,
sappi ch’i’ fui vestito del gran manto 

Par. X, 67-69

così cinger la figlia di Latona
vedem talvolta, quando l’aere è pregno,
sì che ritenga il fil che fa la zona. 

Inf. XXIII, 67-69

Oh in etterno faticoso manto!
Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
 on loro insieme, intenti al tristo pianto

Par. XV, 112-117 (38-39)

Bellincion Berti vid’ io andar cinto
di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio
la donna sua sanza ’l viso dipinto;
e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio
esser contenti a la pelle scoperta,
e le sue donne al fuso e al pennecchio.

Par. XXIII, 112-114 (38) 

Lo real manto di tutti i volumi
del mondo, che più ferve e più s’avviva
ne l’alito di Dio e nei costumi

Par. XXVII, 112-114 (38)

Luce e amor d’un cerchio lui comprende,
sì come questo li altri; e quel precinto
colui che ’l cingesolamente intende.

Tab. App. IV.1

[LSA, cap. I, Ap 1, 16-17 (radix Ie visionis)] Decima (perfectio summo pastori condecens) est sue claritatis et virtutis incomprehensibilis gloria, unde subdit: “et facies eius sicut sol lucet in virtute sua”. Sol in tota virtute sua lucet in meridie, et precipue quando aer est serenus expulsa omni nube et grosso vapore, et quidem corporalis facies Christi plus incomparabiliter lucet et viget. Per hoc tamen designatur ineffabilis claritas et virtus sue divinitatis et etiam sue mentis. Splendor etiam iste sue faciei designat apertam et superfulgidam notitiam scripture sacre et faciei, ita quod in sexta etate et precipue in eius sexto statu debet preclarius radiare. In cuius signum Christus post sex dies transfiguratus est in monte in faciem solis (cfr. Mt 17, 1-8), et sub sexto angelo tuba canente videtur angelus habens faciem solis et tenens librum apertum (cfr. Ap 10, 1-2).
Undecima est ex predictis sublimitatibus impressa in subditos summa humiliatio et tremefactio et adoratio, unde subdit: “et cum vidissem eum”, scilicet tantum ac talem, “cecidi ad pedes eius tamquam mortuus” (Ap 1, 17). Et est intelligendum quod cecidit in faciem prostratus, quia talis competit actui adorandi; casus vero resupinus est signum desperationis et desperate destitutionis. Huius casus sumitur ratio partim ex intolerabili superexcessu obiecti, partim ex terrifico et immutativo influxu assistentis Dei vel angeli, partim ex materiali fragilitate subiecti seu organi ipsius videntis. Est etiam huius ratio ex causa finali, tum quia huiusmodi immutatio intimius et certius facit ipsum videntem experiri visionem esse arduam et divinam et a causis supremis, tum quia per eam quasi sibi ipsi annichilatus humilius et timoratius visiones suscipit divinas, tum quia valet ad significandum quod sanctorum excessiva virtus et perfectio tremefacit et humiliat et sibi subicit animos subditorum et etiam ceterorum intuentium. Significat etiam quod in divine contemplationis superexcessum non ascenditur nisi per sui oblivionem et abnegationem et mortificationem et per omnium privationem.

Par. I, 1-9 (1-3)

La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.

Par. XXI, 4-12 (2-4)

 

Par. XXVII, 4-9 (2-3)

 

Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;
perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.

E quella non ridea; ma “S’io ridessi”,
mi cominciò, “tu ti faresti quale
fu Semelè quando di cener fessi:
ché la bellezza mia, che per le scale
de l’etterno palazzo più s’accende,
com’ hai veduto, quanto più si sale,
se non si temperasse, tanto splende,
che ’l tuo mortal podere, al suo fulgore,
sarebbe fronda che trono scoscende”.

 

Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso
de l’universo; per che mia ebbrezza
intrava per l’udire e per lo  viso.
Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!
oh vita intègra d’amore e di pace!
oh sanza brama sicura ricchezza!

 

Par. XXIX, 7-9 (3)

tanto, col volto di riso dipinto,
si tacque Bëatrice, riguardando
fiso nel punto che m’avëa vinto.

Purg. XV, 10-12 (4)

 

Purg. XXXII, 4-12 (2-4)

Ed essi quinci e quindi avien parete
di non caler – così lo santo riso
a sé traéli con l’antica rete! -;
quando per forza mi fu vòlto il viso
ver’ la sinistra mia da quelle dee,
perch’ io udi’ da loro un “Troppo fiso!”;

 

quand’ io senti’ a me gravar la fronte
a lo splendore assai più che di prima,
e stupor m’eran le cose non conte

e la disposizion ch’a veder èe
ne li occhi pur testé dal sol percossi,
sanza la vista alquanto esser mi fée.

 

Par. XXII, 10-12 (4) 

Come t’avrebbe trasmutato il canto,
e io ridendo, mo pensar lo puoi,
poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto

Par. XXIII, 10-12

così la donna mïa stava eretta
e attenta, rivolta inver’ la plaga
sotto la quale il sol mostra men fretta

Par. XXVI, 10-12

perché la donna che per questa dia
regïon ti conduce, ha ne lo sguardo
la virtù ch’ebbe la man d’Anania

Par. XXI, 10-12 (4)

se non si temperasse, tanto splende,
che ’l tuo mortal podere, al suo fulgore,
sarebbe fronda che trono scoscende”.

Par. XXII, 10-12

Come t’avrebbe trasmutato il canto,
e io ridendo, mo pensar lo puoi,
poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto

Par. XXIII, 10-12

così la donna mïa stava eretta
e attenta, rivolta inver’ la plaga
sotto la quale il sol mostra men fretta

Tab. App. IV.2

[LSA, cap. I, Ap 1, 16-17 (radix Ie visionis)] Decima (perfectio summo pastori condecens) est sue claritatis et virtutis incomprehensibilis gloria, unde subdit: “et facies eius sicut sol lucet in virtute sua”. Sol in tota virtute sua lucet in meridie, et precipue quando aer est serenus expulsa omni nube et grosso vapore, et quidem corporalis facies Christi plus incomparabiliter lucet et viget. Per hoc tamen designatur ineffabilis claritas et virtus sue divinitatis et etiam sue mentis. Splendor etiam iste sue faciei designat apertam et superfulgidam notitiam scripture sacre et faciei, ita quod in sexta etate et precipue in eius sexto statu debet preclarius radiare. In cuius signum Christus post sex dies transfiguratus est in monte in faciem solis (cfr. Mt 17, 1-8), et sub sexto angelo tuba canente videtur angelus habens faciem solis et tenens librum apertum (cfr. Ap 10, 1-2).
Undecima est ex predictis sublimitatibus impressa in subditos summa humiliatio et tremefactio et adoratio, unde subdit: “et cum vidissem eum”, scilicet tantum ac talem, “cecidi ad pedes eius tamquam mortuus” (Ap 1, 17). Et est intelligendum quod cecidit in faciem prostratus, quia talis competit actui adorandi; casus vero resupinus est signum desperationis et desperate destitutionis. Huius casus sumitur ratio partim ex intolerabili superexcessu obiecti, partim ex terrifico et immutativo influxu assistentis Dei vel angeli, partim ex materiali fragilitate subiecti seu organi ipsius videntis. Est etiam huius ratio ex causa finali, tum quia huiusmodi immutatio intimius et certius facit ipsum videntem experiri visionem esse arduam et divinam et a causis supremis, tum quia per eam quasi sibi ipsi annichilatus humilius et timoratius visiones suscipit divinas, tum quia valet ad significandum quod sanctorum excessiva virtus et perfectio tremefacit et humiliat et sibi subicit animos subditorum et etiam ceterorum intuentium. Significat etiam quod in divine contemplationis superexcessum non ascenditur nisi per sui oblivionem et abnegationem et mortificationem et per omnium privationem.

Par. XVI, 13-15 (5)

onde Beatrice, ch’era un poco scevra,
ridendo, parve quella che tossio
al primo fallo scritto di Ginevra. 

Par. XX, 13-15                                            

O dolce amor che di riso t’ammanti,
quanto parevi ardente in que’ flailli,
ch’avieno spirto sol di pensier santi!

Purg. IX, 16-18 (6)

e che la mente nostra, peregrina
più da la carne e men da’ pensier presa,
 a le sue visïon quasi è divina

Par. VII, 16-18

Poco sofferse me cotal Beatrice
e cominciò, raggiandomi d’un riso
tal, che nel foco faria l’uom felice:

Par. XXVIII, 16-18

un punto vidi che raggiava lume
acuto sì, che ’l viso ch’elli affoca
chiuder conviensi per lo forte acume

Par. XI, 16-21 (6-7)

E io senti’ dentro a quella lumera
che pria m’avea parlato, sorridendo
incominciar, faccendosi più mera:

Par. XVIII, 19-21 (7)

 

Par. XXX, 19-21 (7)

 

“Così com’ io del suo raggio resplendo,
sì, riguardando ne la luce etterna,
li tuoi pensieri onde cagioni apprendo”.

Vincendo me col lume d’un sorriso,
ella mi disse: “Volgiti e ascolta;
ché non pur ne’ miei occhi è paradiso”.

La bellezza ch’io vidi si trasmoda
non pur di là da noi, ma certo io credo
che solo il suo fattor tutta la goda.

Purg. I, 19-21 (7)

Lo bel pianeto che d’amar conforta
faceva tutto rider l’orïente,
 velando i Pesci ch’erano in sua scorta.

Purg. II, 19-21

Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto
l’occhio per domandar lo duca mio,
rividil più lucente e maggior fatto.

Par. I, 22-24 (8)

O divina virtù, se mi ti presti
tanto che l’ombra del beato regno
segnata nel mio capo io manifesti

Par. III, 22-24

nulla vidi, e ritorsili avanti
dritti nel lume de la dolce guida,
che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.

 

Tab. App. IV.3

[LSA, cap. I, Ap 1, 16-17 (radix Ie visionis)] Decima (perfectio summo pastori condecens) est sue claritatis et virtutis incomprehensibilis gloria, unde subdit: “et facies eius sicut sol lucet in virtute sua”. Sol in tota virtute sua lucet in meridie, et precipue quando aer est serenus expulsa omni nube et grosso vapore, et quidem corporalis facies Christi plus incomparabiliter lucet et viget. Per hoc tamen designatur ineffabilis claritas et virtus sue divinitatis et etiam sue mentis. Splendor etiam iste sue faciei designat apertam et superfulgidam notitiam scripture sacre et faciei, ita quod in sexta etate et precipue in eius sexto statu debet preclarius radiare. In cuius signum Christus post sex dies transfiguratus est in monte in faciem solis (cfr. Mt 17, 1-8), et sub sexto angelo tuba canente videtur angelus habens faciem solis et tenens librum apertum (cfr. Ap 10, 1-2).
Undecima est ex predictis sublimitatibus impressa in subditos summa humiliatio et tremefactio et adoratio, unde subdit: “et cum vidissem eum”, scilicet tantum ac talem, “cecidi ad pedes eius tamquam mortuus” (Ap 1, 17). Et est intelligendum quod cecidit in faciem prostratus, quia talis competit actui adorandi; casus vero resupinus est signum desperationis et desperate destitutionis. Huius casus sumitur ratio partim ex intolerabili superexcessu obiecti, partim ex terrifico et immutativo influxu assistentis Dei vel angeli, partim ex materiali fragilitate subiecti seu organi ipsius videntis. Est etiam huius ratio ex causa finali, tum quia huiusmodi immutatio intimius et certius facit ipsum videntem experiri visionem esse arduam et divinam et a causis supremis, tum quia per eam quasi sibi ipsi annichilatus humilius et timoratius visiones suscipit divinas, tum quia valet ad significandum quod sanctorum excessiva virtus et perfectio tremefacit et humiliat et sibi subicit animos subditorum et etiam ceterorum intuentium. Significat etiam quod in divine contemplationis superexcessum non ascenditur nisi per sui oblivionem et abnegationem et mortificationem et per omnium privationem.

Purg. XV, 25-27 (9)

“Che è quel, dolce padre, a che non posso
schermar lo viso tanto che mi vaglia”,
diss’ io, “e pare inver’ noi esser mosso?”.

Purg. XXII, 25-27 

Queste parole Stazio mover fenno
un poco a riso pria; poscia rispuose:
“Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno”.

 

Par. III, 25-27 (9)

“Non ti maravigliar perch’ io sorrida”,
mi disse, “appresso il tuo püeril coto,
poi sopra ’l vero ancor lo piè non fida”

Par. XXIII, 25-27

Quale ne’ plenilunïi sereni
Trivïa ride tra le ninfe etterne
che dipingon lo ciel per tutti i seni

Par. XXX, 25-27

ché, come sole in viso che più trema,
così lo rimembrar del dolce riso
la mente mia da me medesmo scema.

Par. XVI, 28-33 (10-11)

Par. XXIII, 28-36 (10-12)

 

Par. XXV, 25-33 (9-11)

Ma poi che ’l gratular si fu assolto,
tacito coram me ciascun s’affisse,
ignito sì che vincëa ’l mio volto.

Come s’avviva a lo spirar d’i venti
carbone in fiamma, così vid’ io quella
luce risplendere a’ miei blandimenti;
e come a li occhi miei si fé più bella,
così con voce più dolce e soave,
ma non con questa moderna favella

vid’ i’ sopra migliaia di lucerne
un sol che tutte quante l’accendea,
come fa ’l nostro le viste superne;
e per la viva luce trasparea
la lucente sustanza tanto chiara
nel viso mio, che non la sostenea.
Oh Bëatrice, dolce guida e cara!
Ella mi disse: “Quel che ti sobranza
è virtù da cui nulla si ripara”.

Ridendo allora Bëatrice disse:
“Inclita vita per cui la larghezza
de la nostra basilica si scrisse,
fa risonar la spene in questa altezza:
tu sai, che tante fiate la figuri,
quante Iesù ai trepiù carezza”.
                                              chiarezza

 

Par. XV, 34-36 (12)

ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso
tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo
de la mia gloria e del mio paradiso.

Par. XVII, 34-36

ma per chiare parole e con preciso
latin rispuose quello amor paterno,
chiuso e parvente del suo proprio riso

 

Tab. App. IV.4

[LSA, cap. I, Ap 1, 16-17 (radix Ie visionis)] Decima (perfectio summo pastori condecens) est sue claritatis et virtutis incomprehensibilis gloria, unde subdit: “et facies eius sicut sol lucet in virtute sua”. Sol in tota virtute sua lucet in meridie, et precipue quando aer est serenus expulsa omni nube et grosso vapore, et quidem corporalis facies Christi plus incomparabiliter lucet et viget. Per hoc tamen designatur ineffabilis claritas et virtus sue divinitatis et etiam sue mentis. Splendor etiam iste sue faciei designat apertam et superfulgidam notitiam scripture sacre et faciei, ita quod in sexta etate et precipue in eius sexto statu debet preclarius radiare. In cuius signum Christus post sex dies transfiguratus est in monte in faciem solis (cfr. Mt 17, 1-8), et sub sexto angelo tuba canente videtur angelus habens faciem solis et tenens librum apertum (cfr. Ap 10, 1-2).
Undecima est ex predictis sublimitatibus impressa in subditos summa humiliatio et tremefactio et adoratio, unde subdit: “et cum vidissem eum”, scilicet tantum ac talem, “cecidi ad pedes eius tamquam mortuus” (Ap 1, 17). Et est intelligendum quod cecidit in faciem prostratus, quia talis competit actui adorandi; casus vero resupinus est signum desperationis et desperate destitutionis. Huius casus sumitur ratio partim ex intolerabili superexcessu obiecti, partim ex terrifico et immutativo influxu assistentis Dei vel angeli, partim ex materiali fragilitate subiecti seu organi ipsius videntis. Est etiam huius ratio ex causa finali, tum quia huiusmodi immutatio intimius et certius facit ipsum videntem experiri visionem esse arduam et divinam et a causis supremis, tum quia per eam quasi sibi ipsi annichilatus humilius et timoratius visiones suscipit divinas, tum quia valet ad significandum quod sanctorum excessiva virtus et perfectio tremefacit et humiliat et sibi subicit animos subditorum et etiam ceterorum intuentium. Significat etiam quod in divine contemplationis superexcessum non ascenditur nisi per sui oblivionem et abnegationem et mortificationem et per omnium privationem.

Purg. VI, 46-48 (16) 

Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice;
tu la vedrai di sopra, in su la vetta
di questo monte, ridere e felice. 

Purg. XXX, 46-48 

per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma
di sangue m’è rimaso che non tremi:
conosco i segni de l’antica fiamma’.

Par. XXIII, 46-51 (16-17)

Apri li occhi e riguarda qual son io;
tu hai vedute cose, che possente
se’ fatto a sostener lo riso mio”.

Par. XXXI, 49-51 (17)

Par. XXXIII, 49-51 (17)

Io era come quei che si risente
di visïone oblita e che s’ingegna
indarno di ridurlasi a la mente

Vedëa visi a carità süadi,
d’altrui lume fregiati e di suo riso,
e atti ornati di tutte onestadi.

Bernardo m’accennava, e sorridea,
perch’ io guardassi suso; ma io era
già per me stesso tal qual ei volea:

Purg. XXVII, 58-60(20)

Venite, benedicti Patris mei’,
sonò dentro a un lume che lì era,
tal che mi vinse e guardar nol potei.

Par. X, 58-60 (20)

come a quelle parole mi fec’ io;
e sì tutto ’l mio amore in lui si mise,
che Bëatrice eclissò ne l’oblio.

Par. XXIII, 58-60 (20)

per aiutarmi, al millesmo del vero
non si verria, cantando il santo riso
e quanto il santo aspetto facea mero

 

Par. X, 61-63 (21) 

Non le dispiacque, ma sì se ne rise,
che lo splendor de li occhi suoi ridenti
mia mente unita in più cose divise.

Par. XXI, 61-63

“Tu hai l’udir mortal sì come il viso”,
rispuose a me; “onde qui non si canta
per quel che Bëatrice non ha riso”.

Purg. XXVIII, 64-69(22-23)

Non credo che splendesse tanto lume
sotto le ciglia a Venere, trafitta
dal figlio fuor di tutto suo costume.
Ella ridea da l’altra riva dritta,
trattando più color con le sue mani,
che l’alta terra sanza seme gitta.

Par. III, 67-69 (23)

Con quelle altr’ ombre pria sorrise un poco;
da indi mi rispuose tanto lieta,
ch’arder parea d’amor nel primo foco:

Par. X, 64-69 

o vidi più folgór vivi e vincenti
far di noi centro e di sé far corona,
più dolci in voce che in vista lucenti:
così cinger la figlia di Latona
vedem talvolta, quando l’aere è pregno,
sì che ritenga il fil che fa la zona.

Par. XXIII, 64-69

Ma chi pensasse il ponderoso tema
e l’omero mortal che se ne carca,
nol biasmerebbe se sott’ esso trema:
non è pareggio da picciola barca
quel che fendendo va l’ardita prora,
né da nocchier ch’a sé medesmo parca. 

Par. IX, 70-72 (24)

Per letiziar là sù fulgor s’acquista,
sì come riso qui; ma giù s’abbuia
l’ombra di fuor, come la mente è trista.

Par. XV, 70-72

Io mi volsi a Beatrice, e quella  udio
pria ch’io parlassi, e arrisemi un cenno
che fece crescer l’ali al voler mio

Par. XXIII, 70-72 

Perché la faccia mia sì t’innamora,
 che tu non ti rivolgi al bel giardino
 che sotto i raggi di Cristo s’infiora?

Tab. App. IV.5

[LSA, cap. I, Ap 1, 16-17 (radix Ie visionis)] Decima (perfectio summo pastori condecens) est sue claritatis et virtutis incomprehensibilis gloria, unde subdit: “et facies eius sicut sol lucet in virtute sua”. Sol in tota virtute sua lucet in meridie, et precipue quando aer est serenus expulsa omni nube et grosso vapore, et quidem corporalis facies Christi plus incomparabiliter lucet et viget. Per hoc tamen designatur ineffabilis claritas et virtus sue divinitatis et etiam sue mentis. Splendor etiam iste sue faciei designat apertam et superfulgidam notitiam scripture sacre et faciei, ita quod in sexta etate et precipue in eius sexto statu debet preclarius radiare. In cuius signum Christus post sex dies transfiguratus est in monte in faciem solis (cfr. Mt 17, 1-8), et sub sexto angelo tuba canente videtur angelus habens faciem solis et tenens librum apertum (cfr. Ap 10, 1-2).
Undecima est ex predictis sublimitatibus impressa in subditos summa humiliatio et tremefactio et adoratio, unde subdit: “et cum vidissem eum”, scilicet tantum ac talem, “cecidi ad pedes eius tamquam mortuus” (Ap 1, 17). Et est intelligendum quod cecidit in faciem prostratus, quia talis competit actui adorandi; casus vero resupinus est signum desperationis et desperate destitutionis. Huius casus sumitur ratio partim ex intolerabili superexcessu obiecti, partim ex terrifico et immutativo influxu assistentis Dei vel angeli, partim ex materiali fragilitate subiecti seu organi ipsius videntis. Est etiam huius ratio ex causa finali, tum quia huiusmodi immutatio intimius et certius facit ipsum videntem experiri visionem esse arduam et divinam et a causis supremis, tum quia per eam quasi sibi ipsi annichilatus humilius et timoratius visiones suscipit divinas, tum quia valet ad significandum quod sanctorum excessiva virtus et perfectio tremefacit et humiliat et sibi subicit animos subditorum et etiam ceterorum intuentium. Significat etiam quod in divine contemplationis superexcessum non ascenditur nisi per sui oblivionem et abnegationem et mortificationem et per omnium privationem.

Purg. XXVIII, 76-78 (26)

 

Par. XIII, 73-81 (25-27)

Se fosse a punto la cera dedutta
e fosse il cielo in sua virtù supprema,
la luce del suggel parrebbe tutta;

Par. XXX, 76-78 (26)

“Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido”,
 cominciò ella, “in questo luogo eletto
 a l’umana natura per suo nido”

ma la natura la dà sempre scema,
similemente operando a l’artista
ch’a  l’abito de l’arte ha man che trema.

Anche soggiunse: “Il fiume e li topazi
ch’entrano ed escono e ’l rider de l’erbe
son di lor vero umbriferi prefazi”.

Purg. IX, 79-81 (27)

E come l’occhio più e più v’apersi,
vidil seder sovra ’l grado sovrano,
tal ne la faccia ch’io non lo soffersi

Però se ’l caldo amor la chiara vista
de la prima virtù dispone e segna,
tutta la perfezion quivi s’acquista.

Par. XIV, 79-81 (27)

Ma Bëatrice sì bella e ridente
mi si mostrò, che tra quelle vedute
si vuol lasciar che non seguir la mente.

Purg. II, 82-84 (28)




Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
per che l’ombra sorrise e si ritrasse,
e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.

Purg. XI, 79-84 (27-28)

“Oh!”, diss’ io lui, “non se’ tu Oderisi,
l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte
ch’alluminar chiamata è in Parisi?”.
“Frate”, diss’ elli, “più ridon le carte
che pennelleggia Franco Bolognese;
l’onore è tutto or suo, e mio in parte”.

Par. XXVIII, 79-87 (27-29)

Come rimane splendido e sereno
l’emisperio de l’aere, quando soffia
Borea da quella guancia ond’ è più leno,
per che si purga e risolve la roffia
che pria turbava, sì che ’l ciel ne ride
con le bellezze d’ogne sua paroffia;
così fec’ïo, poi che mi provide
la donna mia del suo risponder chiaro,
e come stella in cielo il ver si vide.

Purg. XVI, 85-87 (29) 

Esce di mano a lui che la vagheggia
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia

Par. XIV, 85-87

Ben m’accors’ io ch’io era più levato,
per l’affocato riso de la stella,
che mi parea più roggio che l’usato.

Par. XXXII, 85-87

Riguarda omai ne la faccia che a Cristo
più si somiglia, ché la sua chiarezza
sola ti può disporre a veder Cristo.

Tab. App. IV.6

[LSA, cap. I, Ap 1, 16-17 (radix Ie visionis)] Decima (perfectio summo pastori condecens) est sue claritatis et virtutis incomprehensibilis gloria, unde subdit: “et facies eius sicut sol lucet in virtute sua”. Sol in tota virtute sua lucet in meridie, et precipue quando aer est serenus expulsa omni nube et grosso vapore, et quidem corporalis facies Christi plus incomparabiliter lucet et viget. Per hoc tamen designatur ineffabilis claritas et virtus sue divinitatis et etiam sue mentis. Splendor etiam iste sue faciei designat apertam et superfulgidam notitiam scripture sacre et faciei, ita quod in sexta etate et precipue in eius sexto statu debet preclarius radiare. In cuius signum Christus post sex dies transfiguratus est in monte in faciem solis (cfr. Mt 17, 1-8), et sub sexto angelo tuba canente videtur angelus habens faciem solis et tenens librum apertum (cfr. Ap 10, 1-2).
Undecima est ex predictis sublimitatibus impressa in subditos summa humiliatio et tremefactio et adoratio, unde subdit: “et cum vidissem eum”, scilicet tantum ac talem, “cecidi ad pedes eius tamquam mortuus” (Ap 1, 17). Et est intelligendum quod cecidit in faciem prostratus, quia talis competit actui adorandi; casus vero resupinus est signum desperationis et desperate destitutionis. Huius casus sumitur ratio partim ex intolerabili superexcessu obiecti, partim ex terrifico et immutativo influxu assistentis Dei vel angeli, partim ex materiali fragilitate subiecti seu organi ipsius videntis. Est etiam huius ratio ex causa finali, tum quia huiusmodi immutatio intimius et certius facit ipsum videntem experiri visionem esse arduam et divinam et a causis supremis, tum quia per eam quasi sibi ipsi annichilatus humilius et timoratius visiones suscipit divinas, tum quia valet ad significandum quod sanctorum excessiva virtus et perfectio tremefacit et humiliat et sibi subicit animos subditorum et etiam ceterorum intuentium. Significat etiam quod in divine contemplationis superexcessum non ascenditur nisi per sui oblivionem et abnegationem et mortificationem et per omnium privationem.

Purg. XXVIII, 94-96 (32)

Per sua difalta qui dimorò poco;
per sua difalta in pianto e in affanno
cambiò onesto riso e dolce gioco.

 

 

Purg. XXXIII, 94-96

“E se tu ricordar non te ne puoi”,
sorridendo rispuose, “or ti rammenta
come bevesti di Letè ancoi”

Par. I, 94-96

S’io fui del primo dubbio disvestito
per le sorrise parolette brevi,
dentro ad un nuovo più fu’ inretito

Par. XXVII, 94-96

tutte adunate, parrebber nïente
ver’ lo piacer divin che mi refulse,
quando mi volsi al suo viso ridente.

Inf. IV, 97-99 (33)

 

Par. V, 94-99 (32-33)

Quivi la donna mia vid’ io sì lieta,
come nel lume di quel ciel si mise,
che più lucente se ne fé ’l pianeta.

Par. XIV, 94-96 (32)

ché con tanto lucore e tanto robbi
m’apparvero splendor dentro a due raggi,
ch’io dissi: “O Elïòs che sì li addobbi!”.

Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e ’l mio maestro sorrise di tanto

E se la stella si cambiò e rise,
qual mi fec’ io che pur da mia natura
trasmutabile son per tutte guise!

 

Purg. XXV, 103-105 (35) 

Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
quindi facciam le lagrime e ’ sospiri
che per lo monte aver sentiti puoi.

Par. IX, 103-105

Non però qui si pente, ma si ride,
non de la colpa, ch’a mente non torna,
ma del valor ch’ordinò e provide.

Par. X, 103-105

Quell’ altro fiammeggiare esce del riso
di Grazïan, che l’uno e l’altro foro
aiutò sì che piace in paradiso.

Par. XXVII, 103-105

Ma ella, che vedëa ’l mio disire,
incominciò, ridendo tanto lieta,
che Dio parea nel suo volto gioire

Tab. App. IV.7

[LSA, cap. I, Ap 1, 16-17 (radix Ie visionis)] Decima (perfectio summo pastori condecens) est sue claritatis et virtutis incomprehensibilis gloria, unde subdit: “et facies eius sicut sol lucet in virtute sua”. Sol in tota virtute sua lucet in meridie, et precipue quando aer est serenus expulsa omni nube et grosso vapore, et quidem corporalis facies Christi plus incomparabiliter lucet et viget. Per hoc tamen designatur ineffabilis claritas et virtus sue divinitatis et etiam sue mentis. Splendor etiam iste sue faciei designat apertam et superfulgidam notitiam scripture sacre et faciei, ita quod in sexta etate et precipue in eius sexto statu debet preclarius radiare. In cuius signum Christus post sex dies transfiguratus est in monte in faciem solis (cfr. Mt 17, 1-8), et sub sexto angelo tuba canente videtur angelus habens faciem solis et tenens librum apertum (cfr. Ap 10, 1-2).
Undecima est ex predictis sublimitatibus impressa in subditos summa humiliatio et tremefactio et adoratio, unde subdit: “et cum vidissem eum”, scilicet tantum ac talem, “cecidi ad pedes eius tamquam mortuus” (Ap 1, 17). Et est intelligendum quod cecidit in faciem prostratus, quia talis competit actui adorandi; casus vero resupinus est signum desperationis et desperate destitutionis. Huius casus sumitur ratio partim ex intolerabili superexcessu obiecti, partim ex terrifico et immutativo influxu assistentis Dei vel angeli, partim ex materiali fragilitate subiecti seu organi ipsius videntis. Est etiam huius ratio ex causa finali, tum quia huiusmodi immutatio intimius et certius facit ipsum videntem experiri visionem esse arduam et divinam et a causis supremis, tum quia per eam quasi sibi ipsi annichilatus humilius et timoratius visiones suscipit divinas, tum quia valet ad significandum quod sanctorum excessiva virtus et perfectio tremefacit et humiliat et sibi subicit animos subditorum et etiam ceterorum intuentium. Significat etiam quod in divine contemplationis superexcessum non ascenditur nisi per sui oblivionem et abnegationem et mortificationem et per omnium privationem.

Purg. III, 112-114 (38)



 

 

Poi sorridendo disse: “Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond’ io ti priego che, quando tu riedi” 

Purg. XX, 106-108 (36)

e la miseria de l’avaro Mida,
che seguì a la sua dimanda gorda,
per la qual sempre convien che si rida.

Purg. XXI, 106-114 (36-38)

ché riso e pianto son tanto seguaci
a la passion di che ciascun si spicca,
che men seguon voler ne’ più veraci.
Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca;
per che l’ombra si tacque, e riguardommi
ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca;
e “Se tanto labore in bene assommi”,
disse, “perché la tua faccia testeso
un lampeggiar di riso dimostrommi?”.

Purg. IV, 121-123 (41)

Li atti suoi pigri e le corte parole
mosser le labbra mie un poco a riso;
poi cominciai: “Belacqua, a me non dole”

Purg. XXXI, 121-126 (41-42)

Come in lo specchio il  sol, non altrimenti
la doppia fiera dentro vi raggiava,
or con altri, or con altri reggimenti.
Pensa, lettor, s’io mi maravigliava,
quando vedea la cosa in sé star queta,
e ne l’idolo suo si trasmutava.

Par. XVII, 121-123 (41)

La luce in che rideva il mio tesoro ch’io trovai lì, si fé prima corusca,
quale a raggio di sole specchio d’oro

Par. V, 124-126 (42)

Io veggio ben sì come tu t’annidi
nel proprio lume, e che de li occhi il traggi,
perch’ e’ corusca sì come tu ridi 

Par. XXXIII, 124-126 (42)

O luce etterna che sola in te sidi,
sola t’intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!

Inf. V, 130-136 (44-46)

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.

Par. V, 130-135 (44-45) 

Questo diss’ io diritto a la lumera
che pria m’avea parlato; ond’ ella fessi
lucente più assai di quel ch’ell’ era.
Sì come il sol che si cela elli stessi
per troppa luce, come ’l caldo ha róse
le temperanze d’i vapori spessi

Par. XXVIII, 133-135 (45)




Ma Gregorio da lui poi si divise;
onde, sì tosto come li occhi aperse
in questo ciel, di sé medesmo rise.

Purg. XII, 133-136 (45-46) 

e con le dita de la destra scempie
trovai pur sei le lettere che ’ncise
quel da le chiavi a me sovra le tempie:
a che guardando, il mio duca sorrise. 

Par. XXII, 133-135 (45)

Col viso ritornai per tutte quante
le sette spere, e vidi questo globo
tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante

Par. XXXI, 133-135 (45)

Vidi a lor giochi quivi e a lor canti
ridere una bellezza, che letizia
era ne li occhi a tutti li altri santi

Tab. App. V.1

[LSA, cap. II, Ap 2, 2-3.5 (Ia visio, Ia ecclesia)] In sua autem allocutione primo incipit a commendatione, tum ut laudando erigat ipsum ad meliora et confortet ad firmius perseverandum in bonis commendatis, tum ut sequens increpatio meliori animo suscipiatur, sicut prudens surgicus primo palpat suaviter membra sana ut infirmus quietius tolleret percussionem membri infirmi. Commendat autem ipsum de septem. Quorum prima duo respiciunt bonum, sed primum absolute in quantum bonum, secundum vero respicit ipsum in quantum difficile.
Pro primo dicit (Ap 2, 2): “Scio”, scilicet scientia approbativa, id est approbo, “opera tua”, scilicet bona, puta opera pietatis proximis exhibita. “Scio” hic et in ceteris ecclesiis, preterquam in quinta et septima, significat visivam et amativam et acceptativam et gubernativam ac compassivam scientiam Dei ad remunerandum et ad regendum sollicitam et intentam.
Pro secundo dicit: “et laborem tuum”, scilicet in afflictione corporis et in laboriosis exercitiis.
Reliqua vero respiciunt malum, sed primum respicit illud per quietam tolerantiam. Unde subdit: “et patientiam tuam”, scilicet quam habes in malis tibi illatis et in ceteris tolerandis.
Secundum autem respicit malum ut repellendum et fugandum. Unde subdit: “et non potes sustinere malos”, quin scilicet eorum mala detesteris et increpes et ipsos a tua societate seu communione segreges. Nota quod primum, scilicet detestari malum, est semper bonum; duo autem sequentia exigunt debitas circumstantias. Non enim omnes mali sunt increpandi a quocumque aut semper, nec in omni loco vel tempore nec in omni modo, nec omnes sunt statim ab omni communione segregandi.
Tertium autem respicit malum ut suspectum et examinandum, ad hoc ut eius deceptio vel periculum caveatur. Unde subdit: “et temptasti”, id est diligenter probasti seu examinasti, “eos qui se dicunt apostolos esse et non sunt, et invenisti eos mendaces”, scilicet tam in vita simulata quam in doctrina erronea. Loquitur autem quasi diceret: usque adeo examinasti usque quo invenisti. Quod autem multi pseudoapostoli tunc in ecclesia fuerint, patet ex epistulis Pauli. Nam crebro et acriter invehitur contra eos qui quidem christiani erant nomine et de circumcisione, et non solum conversos ex Iudeis sed etiam conversos ex gentibus cogebant legalia observare, fingebantque se a magnis apostolis missos, plusque discurrebant et predicabant pro questu et gula et pro temporali gloria et favore quam pro Dei honore, erantque ypocrite dolosi et simulati, suscitabantque persecutiones in Paulum et in omnes contrarios fraudi et errori eorum, sicut et hic insinuatur fecisse contra episcopum ephesinum, cum subditur: “et sustinuisti propter nomen meum” (Ap 2, 3). Unde et de patientia eius repetit, tum quia ab istis exercebatur, tum ut eius laudem plenius monstret, dicens: “et patientiam habes et sustinuisti propter nomen meum et non defecisti”. Trinam laudem patientie tangit. Prima est pax cordis in tolerando: ex hoc enim dicitur patientia, quia cum pace sustinet mala illata. Secunda est finis sanctus et altus, quia propter nomen Christi hec sustinuit, non propter gloriam mundi vel propter culpam suam. Tertia est longanimitas et indefec<t>ibilitas perseverantie, quia ex tot malis sibi diu illatis non defecit, scilicet a fide et spe et caritate et patientia. Addit ergo ad patientiam duas virtutes seu duas circumstantias perfectas, et sic sunt septem de quibus laudatur. […]
(Ap 2, 5) Item Ricardus, super Danielem, in expositione sompnii Nabucodonosor, ostendit quod sicut statua Nabucodonosor gradatim descendebat ab auro in argentum, deinde in es ac deinde in ferrum et ultimo in testam luteam, sic aliquando gradatim descenditur a supremo virtutum ad ima. Unde ibidem ait: «Puto quod nemo repente fit turpissimus, sed qui minima negligit paulatim defluit. Sicut enim quibusdam profectuum gradibus ad alta conscenditur, sic rursus gradatim ad ima descenditur». […]

Inf. XXVI, 70-78 (24-26)

Ed elli a me: “La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l’accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.
Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
perch’ e’ fuor greci, forse del tuo detto”.
Poi che la fiamma fu venuta quividove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:

Inf. XXXIV, 70-78

Com’ a lui piacque, il collo li avvinghiai;
ed el prese di tempo e loco poste,
e quando l’ali fuoro aperte assai,
appigliò sé a le vellute coste;
di vello in vello giù discese poscia
tra ’l folto pelo e le gelate croste.
Quando noi fummo là dove la coscia
si volge, a punto in sul grosso de l’anche,
lo duca, con fatica e con angoscia

Par. XXII, 73-75 (25)




Ma, per salirla, mo nessun diparte
da terra i piedi, e la regola mia
rimasa è per danno de le carte.

Tab. App. V.2

[LSA, cap. II, Ap 2, 4-5 (Ia visio, Ia ecclesia)] Subdit ergo (Ap 2, 4): Secundum est Christi alloquentis hanc ecclesiam et eius episcopum introductio, cum subditur (Ap 2, 1): “Hec dicit qui tenet septem stellas in dextera sua, qui ambulat in medio septem candelabrorum aureorum”. […]
Attende autem quod de tantis virtutibus et earum operibus commendatum confestim increpat, tum ut de tantis bonis et de tanta laude non superbiat, tum ne propter tanta bona credat se in nullo deficientem nec de aliquo increpandum, tum ut se emendet, tum ut nos propter multa bona non cessemus formidare nos esse in pluribus et gravibus defectivos et reos. Subdit ergo (Ap 2, 4): “Sed habeo adversum te” (quidam addunt “pauca”, sed non est de textu nisi solum in tertia ecclesia [cfr. Ap 2, 14], non autem hic nec in quarta [cfr. Ap 2, 20]) “quod caritatem tuam primam reliquisti”.
Ricardus: «id est, quia te in dilectione Dei et proximi minorasti. Non dicit absolute ‘quod caritatem reliquisti’, sed “quod caritatem primam”, ex quo animadvertere possumus quod in bono quidem fuit minoratus sed non omnino bono evacuatus. In gratia enim accepta nimis secure vixerat et quedam negligenter egerat, et ideo de culmine sue perfectionis ceciderat ad minorationem sue perfectionis. Sed Dominus eum consulendo admonet ut penitendo gradum amissum recuperet, dicens (Ap 2, 5): “Memor esto itaque unde excideris, et age penitentiam et prima opera fac”. Quasi dicat: attende quod de fastigio tue perfectionis excideris et ad infimum perfectionis decideris, et age penitentiam de negligentia, et prima opera faciendo recupera primam gratiam». Hec Ricardus. In quibus satis expresse videtur sentire quod caritas potest minui absque hoc quod tota perdatur, et hoc ipsum sapit hic textus satis. De hoc autem amplius tetigi in questione an peccatum veniale sit contra preceptum, et in prima parte summe, questione an Deus possit velle minuere caritatem alicuius. Per caritatem ergo primam intelligit non solum primam tempore, sed etiam maioritate et melioritate. […]
Deinde, si non se correxerit, comminatur ei casum totalem dicens (Ap 2, 5): “Sin autem, venio tibi”, id est contra te. Dicit autem “venio”, non ‘veniam’, ut ex imminenti propinquitate sui adventus ipsum fortius terreat. “Et movebo candelabrum tuum de loco suo, nisi penitentiam egeris”, id est evellam a me et a fide mea in quo es fundata, secundum illud Apostoli Ia ad Corinthios III°: “Fundamentum aliud nemo potest ponere, preter id quod positum est, quod est Christus Ihesus” (1 Cor 3, 11). […]
Si vero queratur plenior ratio sui casus vel translationis predicte, potest colligi ex tribus. Primum est inanis gloria et superba presumptio de suo primatu et primitate, quam scilicet habuit non solum ex hoc quod prima in Christum credidit, nec solum ex hoc quod fideles ex gentibus ipsam honorabant et sequebantur ut magistram et primam, tamquam per eam illuminati in Christo et tracti ad Christum, sed etiam ex gloria suorum patriarcharum et prophetarum et divine legis ac cultus legalis longo tempore in ipsa sola fundati. […]
Consimiles fere rationes invenies de ultimo casu novissimi cursus quinti temporis ecclesiastici et translationis primatus Babilonis in novam Iherusalem, et iterum casus et translationis ultime et reprobe partis septimi status in celestem Iherusalem.
Ad humiliationem autem sue superbie et manifestationem primatus Christi super legalia et super omnia secula valet quod premittitur Christus tenere in sua dextera “septem stellas” (Ap 2, 1), id est omnes preclaros principes et prelatos omnium ecclesiarum presentialiter precurrere ac visitare omnes ecclesias presentes et futuras. Ex quo patet quod Christus est summus rex et pontifex, et quod multe alie sollempnes ecclesie preter Ierosolimitanam ecclesiam sunt et esse debebant sub Christo, ita quod non oportebat eam superbire de suo primatu.

[LSA, cap. VIII, Ap 8, 7 (IIIa visio, Ia tuba)] Vel per hoc designatur quod temptationem que simul habet magnam speciem boni et veri, et auctoritatem et testimonium maiorum et antiquiorum et in sapientia famosiorum, et sequelam maioris et quasi totalis partis populi, nullus potest vincere nisi sit in fide et caritate firmus ut terra vel arbor et non fragilis et instabilis et cito arefactibilis sicut fenum. Talis autem fuit temptatio iudaica contra Christum.

Inf. X, 61-63 (21)

E io a lui: “Da me stesso non vegno:
colui ch’attende là, per qui mi mena
 orse cui Guido vostro ebbe a disdegno”. 

Purg. XI, 61-66 (21-22) 

L’antico sangue e l’opere leggiadre
d’i miei maggior mi fer sì arrogante,
che, non pensando a la comune madre,

Purg. XXII, 64-66 (22)

 

 

ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante,
ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,
e sallo in Campagnatico ogne fante.

Ed elli a lui: “Tu prima m’invïasti
verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
e prima appresso Dio m’alluminasti”.

Par. V, 64-72 (22-24)

Non prendan li mortali il voto a ciancia;
siate fedeli, e a ciò far non bieci,
come Ieptè a la sua prima mancia;

Inf. XIV, 67-72 (23-24)

 

cui più si convenia dicer ‘Mal feci’,
che, servando, far peggio; e così stolto
ritrovar puoi il gran duca de’ Greci,
onde pianse Efigènia il suo bel volto,
e pianger di sé i folli e i savi
ch’udir parlar di così fatto cólto.

Poi si rivolse a me con miglior labbia,
dicendo: “Quei fu l’un d’i sette regi
ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia
Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi;
ma, com’ io dissi lui, li suoi dispetti
sono al suo petto assai debiti fregi”.

Inf. VIII, 97-102 (33-34)

“O caro duca mio, che più di sette
volte m’hai sicurtà renduta e tratto
d’alto periglio che ’ncontra mi stette,
non mi lasciar”, diss’ io, “così disfatto;
e se ’l passar più oltre ci è negato,
ritroviam l’orme nostre insieme ratto”. 

Par. II, 97-102 (33-34) 

Tre specchi prenderai; e i due rimovi
da te d’un modo, e l’altro, più rimosso,
tr’ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.
Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso
ti stea un lume che i tre specchi accenda
e torni a te da tutti ripercosso.

Tab. App. V.3

[LSA, cap. II, Ap 2, 4-5 (Ia visio, Ia ecclesia)] “Sed habeo adversum te” (quidam addunt “pauca”, sed non est de textu nisi solum in tertia ecclesia [cfr. Ap 2, 14], non autem hic nec in quarta [cfr. Ap 2, 20]) “quod caritatem tuam primam reliquisti”.
Ricardus : «id est, quia te in dilectione Dei et proximi minorasti. Non dicit absolute ‘quod caritatem reliquisti’, sed “quod caritatem primam”, ex quo animadvertere possumus quod in bono quidem fuit minoratus sed non omnino bono evacuatus. In gratia enim accepta nimis secure vixerat et quedam negligenter egerat, et ideo de culmine sue perfectionis ceciderat ad minorationem sue perfectionis. […]».
Deinde, si non se correxerit, comminatur ei casum totalem dicens (Ap 2, 5): “Sin autem, venio tibi”, id est contra te. Dicit autem “venio”, non ‘veniam’, ut ex imminenti propinquitate sui adventus ipsum fortius terreat. “Et movebo candelabrum tuum de loco suo, nisi penitentiam egeris”, id est evellam a me et a fide mea in quo es fundata, secundum illud Apostoli Ia ad Corinthios III°: “Fundamentum aliud nemo potest ponere, preter id quod positum est, quod est Christus Ihesus” (1 Cor 3, 11). […]
Si vero queratur plenior ratio sui casus vel translationis predicte, potest colligi ex tribus. Primum est inanis gloria et superba presumptio de suo primatu et primitate, quam scilicet habuit non solum ex hoc quod prima in Christum credidit, nec solum ex hoc quod fideles ex gentibus ipsam honorabant et sequebantur ut magistram et primam, tamquam per eam illuminati in Christo et tracti ad Christum, sed etiam ex gloria suorum patriarcharum et prophetarum et divine legis ac cultus legalis longo tempore in ipsa sola fundati. […]
Consimiles fere rationes invenies de ultimo casu novissimi cursus quinti temporis ecclesiastici et translationis primatus Babilonis in novam Iherusalem, et iterum casus et translationis ultime et reprobe partis septimi status in celestem Iherusalem.
Ad humiliationem autem sue superbie et manifestationem primatus Christi super legalia et super omnia secula valet quod premittitur Christus tenere in sua dextera “septem stellas” (Ap 2, 1), id est omnes preclaros principes et prelatos omnium ecclesiarum presentialiter precurrere ac visitare omnes ecclesias presentes et futuras. Ex quo patet quod Christus est summus rex et pontifex, et quod multe alie sollempnes ecclesie preter Ierosolimitanam ecclesiam sunt et esse debebant sub Christo, ita quod non oportebat eam superbire de suo primatu.

Inf. X, 91-93 (31)




Ma fu’ io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto.

 

Purg. XI, 88-99 (30-33)

Di tal superbia qui si paga il fio;
e ancor non sarei qui, se non fosse
che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
Oh vana gloria de l’umane posse!
com’ poco verde in su la cima dura,
se non è giunta da l’etati grosse!
Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura.
Così ha tolto l’uno a l’altro Guido
la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l’uno e l’altro caccerà del nido. 

[LSA, cap. III, Ap 3, 11 (Ia visio VIa ecclesia)] Item sicut soli primo comminatus est translationem sue ecclesie de loco suo, sic soli sexto significat quod, si non perseveraverit, eius corona ad alium transferetur. Cuius mistica ratio est quia sicut primus status habuit primatum respectu totius secundi generalis status mundi, qui ab Apostolo vocatur tempus seu ingressus plenitudinis gentium (Rm 11, 25), sic sextus habebit primatum respectu totius tertii generalis status mundi duraturi usque ad finem seculi. Ne ergo de suo primatu superbiant aut insolescant, quasi non possint ipsum perdere aut quasi alius nequeat substitui eis et fieri eque dignus, insinuatur eis predicta translatio. Secunda ratio est quia uterque eorum substitutus est alteri. Nam gloria que fuerat sinagoge parata et pontificibus suis, si in Christum credidissent, translata fuit ad primitivam ecclesiam et ad pastores eius. Sic etiam gloria parata finali ecclesie quinti status transferetur propter eius adulteria ad electos sexti status, unde et in hoc libro vocatur Babilon meretrix circa initium sexti status dampnanda. Notandum tamen quod per hoc verbum docemur numerum electorum ad complendam fabricam civitatis superne sic esse prefixum quod si unus per suam culpam corruat, alterum oportet substitui ne illa fabrica remaneat incompleta.

Tab. App. V.4

[LSA, cap. II, Ap 2, 1-2.5 (Ia visio, Ia ecclesia)] Et ideo prima ecclesia Asie innuitur habuisse primo fervidam cari-tatem et cecidisse ab eius primo fervore. Sic etiam primitiva ecclesia sub apostolis cecidit a primo fervore nimis iudaizando et zelando legalia. Unde et congrue vocatur Ephesus, id est voluntas mea in ea; vel lapsus, quia dum ferveret fuit voluntas Christi in ea ut matris in tenera et novella prole, cum vero lapsa est recte dicitur lapsus.
Secundum est Christi alloquentis hanc ecclesiam et eius episcopum introductio, cum subditur (Ap 2, 1): “Hec dicit qui tenet septem stellas in dextera sua, qui ambulat in medio septem candelabrorum aureorum”. Utitur autem tentione stellarum, id est episcoporum, et perambulatione candelabrorum, id est ecclesiarum, triplici ex causa. Prima est ut ostendat se intime scire omnia bona et mala ipsorum, quasi diceret: ille qui bene scit omnes vestros actus et cogitatus, tamquam infra se immediate vos omnes tenens et tamquam in medio vestrum existens et omnia vestra continue perambulans et perscrutans et immediate percurrens seu conspiciens, dicit vobis hec que sequuntur. Secunda est ad monstrandum quod merito habent ipsum et eius minas et iudicia metuere eiusque monita et precepta servare, et etiam quod habent ipsum amare et in ipso sperare et ex eius amore et spe omnia verba eius servare, quia ipse est eorum iudex et dominus ipsos prepotenter tenens et circumspectissime examinans. Ipse etiam est pius pastor eos protegens et custodiens, et pro eorum custodia eos semper tenens et visitans. Tertia est quia metropolitano episcopo et eius metropoli ceteras ecclesias sub se habenti hic loquitur, et ideo significat se habere potestatem et curam super omnes septem episcopos et eorum ecclesias. Tentio enim significat potestatem et perambulatio vero curam. […]
Secundum autem respicit malum ut repellendum et fugandum. Unde subdit: “et non potes sustinere malos”(Ap 2, 2), quin scilicet eorum mala detesteris et increpes et ipsos a tua societate seu communione segreges. Nota quod primum, scilicet detestari malum, est semper bonum; duo autem sequentia exigunt debitas circumstantias. Non enim omnes mali sunt increpandi a quocumque aut semper, nec in omni loco vel tempore nec in omni modo, nec omnes sunt statim ab omni communione segregandi.
[…] (Ap 2, 5) Item Ricardus, super Danielem, in expositione sompnii Nabucodonosor, ostendit quod sicut statua Nabucodonosor gradatim descendebat ab auro in argentum, deinde in es ac deinde in ferrum et ultimo in testam luteam, sic aliquando gradatim descenditur a supremo virtutum ad ima. Unde ibidem ait: «Puto quod nemo repente fit turpissimus, sed qui minima negligit paulatim defluit. Sicut enim quibusdam profectuum gradibus ad alta conscenditur, sic rursus gradatim ad ima descenditur». […]
Deinde, si non se correxerit, comminatur ei casum totalem dicens (Ap 2, 5): “Sin autem, venio tibi”, id est contra te. Dicit autem “venio”, non ‘veniam’, ut ex imminenti propinquitate sui adventus ipsum fortius terreat. “Et movebo candelabrum tuum de loco suo, nisi penitentiam egeris”, id est evellam a me et a fide mea in quo es fundata, secundum illud Apostoli Ia ad Corinthios III°: “Fundamentum aliud nemo potest ponere, preter id quod positum est, quod est Christus Ihesus” (1 Cor 3, 11). […]
Si vero queratur plenior ratio sui casus vel translationis predicte, potest colligi ex tribus. Primum est inanis gloria et superba presumptio de suo primatu et primitate, quam scilicet habuit non solum ex hoc quod prima in Christum credidit, nec solum ex hoc quod fideles ex gentibus ipsam honorabant et sequebantur ut magistram et primam, tamquam per eam illuminati in Christo et tracti ad Christum, sed etiam ex gloria suorum patriarcharum et prophetarum et divine legis ac cultus legalis longo tempore in ipsa sola fundati. […]

Inf. XXXIV, 82-84 (28)





“Attienti ben, ché per cotali scale”,
disse ’l maestro, ansando com’ uom lasso,
“conviensi dipartir da tanto male”.

 

Purg. I, 78-82 (26-28)

ma son del cerchio ove son li occhi casti
  di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega,
o santo petto, che per tua la tegni:
per lo suo amore adunque a noi ti piega.
  Lasciane andar per li tuoi sette regni 

Par. I, 85-87 (29)

 






Ond’ ella, che vedea me sì com’ io,
a quïetarmi l’animo commosso,
pria ch’io a dimandar, la bocca aprio

Inf. I, 82-87 (28-29)




O de li altri poeti onore e lume,
vagliami  ’l lungo studio e  ’l grande amore
che m’ha fatto cercar lo tuo volume.
Tu se’ lo mio maestro e  ’l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ha fatto onore.

Purg. XI, 79-84 (27-28)

“Oh!”, diss’ io lui, “non se’  tu Oderisi,
l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte
ch’ alluminar chiamata è in Parisi?”.
“Frate”, diss’ elli, “più ridon le carte
che pennelleggia Franco Bolognese;
 l’onore è tutto or suo, e mio in parte”.

 

Inf. V, 88-93 (30-31)




O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi ch’hai pietà del nostro mal perverso.

Purg. V, 85-90 (29-30)

Poi disse un altro: “Deh, se quel disio
si compia che ti tragge a l’alto monte,
con buona pïetate aiuta il mio!
Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
Giovanna o altri non ha di me cura;
per ch’io vo tra costor con bassa fronte”.

[Ap 22, 2; VIIa visio] In quarto (duo-decim fructuum; plenitudo pietatis) autem sunt: Ihesus pastor sollicitus, ut cum Matthei IX° dicitur quod “circuibat civitates et castella docens et curans omnem langorem”, et “videns turbas misertus est eis, quia erant sicut oves non habentes pastorem” (Mt 9, 35-36), et cum Iohannis X° ait: “Ego sum pastor bonus” (Jo 10, 14) […] 

Tab. App. VI

[LSA, cap. II, Ap 2, 1.18.21-23; Ia visio, IVa ecclesia] (2, 1) Increpatur tamen, quia permittebat Iesabelem seducere servos suos ut fornicarentur et comessarentur de idolaticis. Solitarii enim et contemplativi negligere solent correctionem aliorum, tamquam iudicantes soli sibi esse vacandum. Quidam etiam ex eis, propter excessus contemplationis et macerationis corpore fracti, de facili solent a sociis suaderi ut indulgeant sue carni, ita quod ex hoc plus debito delicatis utantur. […]
Hiis autem premittitur preceptum de scribendo hec huic episcopo et eius ecclesie et introductio Christi loquentis, cum subdit: “Hec dicit Filius hominis, qui habet oculos tamquam flamma<m> ignis et pedes eius similes auricalco” (Ap 2, 18). Quia episcopus et ecclesia cui Christus loquitur laudatur de fervore fidei et caritatis, et de humilitate ministrandi et patientie, et de perfectione operum sive vite active, ideo respectu primi Christus proponitur ut habens oculos lucidos et ardentes sicut est flamma ignis, respectu vero secundi proponitur ut Filius hominis, respectu vero tertii proponitur habere pedes similes auricalco, id est eri nitidissimo quod est simillimum auro. Correspondet etiam hoc quarto statui anachoritarum humillimorum et valde activorum multumque contemplativorum. Dictum est enim supra quod per Filium hominis designatur humilitas, per oculos autem flammeos fervor et lux contemplationis ignite, per pedes vero similes auricalco perfectio vite active.
Laudat autem hunc episcopum de sex. […] Quia etiam episcopi est ministrare seu dispensare pauperibus et precipue suis subditis bona ecclesie tamquam communia et tamquam bona pauperum, ideo subdit: “et ministerium tuum”, quamvis etiam possit stare pro ministerio verbi Dei; utroque enim modo sumitur Actuum VI° (Ac 6, 1-7). […]
Exaggerat autem huius femine (Iesabel) impenitentiam, subdens (Ap 2, 21): “Et dedi illi tempus ut penitentiam ageret”, id est ob hoc distuli ipsam occidere et dampnare, “et non vult penitere a fornicatione sua”. Propter quod comminatur ei, subdens (Ap 2, 22): “Et ecce ego mitto eam in lectum, et qui mecantur cum ea in tribulationem maximam”, scilicet mitto. Quidam habent hic “erunt in tribulatione” in ablativo, sed prima littera verior est et antiquior. Nota quod est lectus quietis, et de hoc non loquitur hic; et est lectus doloris, de quo in Psalmo XL° dicitur (Ps 40, 4): “Dominus opem ferat illi super lectum doloris eius”, et de hoc loquitur hic. Unde, secundum Ricardum, alia translatio habet: “Mitto eam in luctum”. Loquitur autem ac si tot morbis et plagis eam percuteret quod semper infirma et prostrata iaceret in lecto, et loquitur per contrapositionem ad lectum sue luxurie. Secundum etiam Ricardum, non di<x>it ‘mittam’ sed “mitto”, ut per presentiam temporis incuteret formidinem timoris. Non tamen di[x]it hoc absolute sed sub condicione, scilicet “nisi penitentiam egerit ab operibus suis”. Noluit enim per effrenatum timorem peccatores precipitari in desperationem, sed potius per temperamentum comminationis eos revocare, si penitere vellent, ad confidentiam sue miserationis.
Quamvis autem, secundum Ricardum, per lectum et tribulationem intelligat eternam dampnationem, nichilominus per hec intelligitur temporale et visibile exterminium ipsorum, alias non subderet quod omnes ille ecclesie scirent iudicium super eos immissum.
Potest autem hoc referri mistice ad quartum tempus ecclesie. Cum enim, sub tertio tempore, gens Gothorum tempore Valentis imperatoris et arriani intrans in Greciam accepit heresim arrianam per episcopos eis a Valente missos, facta est quasi altera Iesabel, que nupsit Achab impio regi Israel. Unde et post sub Zenone imperatore una pars huius gentis, quasi altera Athalia filia Iesabel, intravit in regnum Iude, id est Rome seu Italie, feceruntque hic et ibi mala qualia ille due fecerunt in Israel et in Iuda. Sed tandem in quarto tempore suscitavit Deus Iustinianum imperatorem, quasi alterum Iheu (cfr. 4 Rg 9, 6-10) qui, congregata synodo episcoporum, tradidit illis condempnandam p<osteri>tatem Anastasii imperatoris heretici et aliorum hereticorum, qui erant quasi sacerdotes Baal, sed et gentem Gothorum cum suo rege, misso exercitu armatorum, delevit ex Italia et arrianam gentem Vandalorum ex Africa, et postmodum per Sarracenos plenius sunt deleti. […]
Nota etiam quod omnes hereses, de quibus fit in istis ecclesiis mentio, leguntur dedite voluptati et carnalitati. Nam et de pseudoapotolis dicitur ad Philippenses III° quod “venter est eorum deus et gloria” (Ph 3, 19). […]
Et filios eius” (Ap 2, 23), id est sequaces eius, “interficiam in mortem”, id est sic quod ducam eos ad mortem. Vel talis ingeminatio vehementem aggravationem interfectionis significat.
“Et scient omnes ecclesie”, scilicet per evidentiam facti, “quia”, id est quod, ego sum scrutans renes et corda”, id est omnes internos cogitatus et affectus mentis et sensualitatis. In renibus enim viget sensualis concupiscentia carnis. Quando enim Deus aperte non punit mala quantum iustitia exigit, videtur ignorare mala et pondus eorum; quando autem iustissime et rigidissime et publicissime punit illa, tunc omnibus de facto patet quod ipse omnia mala quantumcumque occulta intime novit et ponderat, ac si ea profundissime scrutaretur.
Nota autem quam congrue proposuit Christus se habere oculos sicut flammam (cfr. Ap 2, 18), ut pateret quod omnia videt et penetrat et zelo ardenti urit et punit vel corripit, etiam permissionem huius episcopi, que vix crederetur esse peccatum nisi ipse eam increpasset tamquam culpabilem. “Et dabo” et cetera, id est ex predicto iudicio scient quod ego “dabo”, id est retribuam, “unicuique vestrum secundum opera sua”, id est bonis dabo bona et malis mala. Duos actus iudicii ordinate tangit. Primus est diligens examinatio seu perscrutatio; secundus est iuxta exigentiam meritorum et demeritorum retributio, et pro hoc secundo dicit: “et dabo” et cetera.

Par. III, 22-24 (8)

e nulla vidi, e ritorsili avanti
dritti nel lume de la dolce guida,
che, sorridendo, ardea ne li occhi santi. 

Par. XXIII, 22-24

Pariemi che ’l suo viso ardesse tutto,
e li occhi avea di letizia sì pieni,
che passarmen convien sanza costrutto.

Inf. XIV, 31-33 (11)

Quali Alessandro in quelle parti calde
d’Indïa vide sopra ’l süo stuolo
fiamme cadere infino a terra salde 

Par. XXII, 31-33

Poi dentro a lei udi’: “Se tu vedessi
com’ io la carità che tra noi arde,
li tuoi concetti sarebbero espressi”.

Inf. XX, 37-39 (13)

Mira c’ha fatto petto de le spalle;
perché volse veder troppo davante,
di retro guarda e fa retroso calle.

Purg. III, 37-39

State contenti, umana gente, al quia;
ché, se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria 

Purg. XIX, 37-39

Sù mi levai, e tutti eran già pieni
de l’alto dì i giron del sacro monte,
e andavam col sol novo a le reni.

Inf. XIV, 73-75 (25)

Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
ma sempre al bosco tien li piedi stretti.

Par. XXII, 73-75

Ma, per salirla, mo nessun diparte
da terra i piedi, e la regola mia
rimasa è per danno de le carte. 

Inf. X, 76-78 (26)

e sé continüando al primo detto,
“S’elli han quell’ arte”, disse, “male appresa,
ciò mi tormenta più che questo letto”.

Purg. VI, 76-78

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!

Inf. VII, 82-84 (28)

per ch’una gente impera e l’altra langue,
seguendo lo giudicio di costei,
che è occulto come in erba l’angue. 

Par. XXI, 82-84

poi rispuose l’amor che v’era dentro:
Luce divina sopra me s’appunta,
penetrando per questa in ch’io
[m’inventro

Par. XXII, 82-84

ché quantunque la Chiesa guarda, tutto
è de la gente che per Dio dimanda;
non di parenti né d’altro più brutto.

Inf. XVII, 106-111 (36-37)

Maggior paura non credo che fosse
quando Fetonte abbandonò li freni,
per che ’l ciel, come pare ancor, si
                                                                  [cosse;
né quando Icaro misero le reni
sentì spennar per la scaldata cera,
gridando il padre a lui “Mala via tieni!”

Purg. XVIII, 106-108 (36)

O gente in cui fervore aguto adesso
ricompie forse negligenza e indugio
da voi per tepidezza in ben far messo

 

Purg. VI, 118-120 (40)

E se licito m’è, o sommo Giove
che fosti in terra per noi crucifisso,
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

 

 

Purg. XVIII, 118-126 (40-42)

Io fui abate in San Zeno a Verona
sotto lo ’mperio del buon Barbarossa,
di cui dolente ancor Milan ragiona.
E tale ha già l’un piè dentro la fossa,
che tosto piangerà quel monastero,
e tristo fia d’avere avuta possa;
perché suo figlio, mal del corpo intero,
e de la mente peggio, e che mal nacque,
ha posto in loco di suo pastor vero. 

Purg. XXIX, 118-120 (40)

quel del Sol che, svïando, fu combusto
per l’orazion de la Terra devota,
quando fu Giove arcanamente giusto.

Tab. App. VII

[LSA, cap. III, Ap 3, 9; Ia visio, VIa ecclesia] Unde subdit: “Ecce faciam illos”, scilicet tales esse, “ut veniant”, id est per influxum mee gratie tantam immutationem cordis faciam in eos ut veniant. Vel sensus est: “faciam” ut illi “veniant et adorent ante pedes tuos”, scilicet querendo humillime et devotissime a te doceri et baptizari et regi. Adorare sumitur hic pro vehementer ipsum venerari et cum signis maxime subiectionis et humiliationis, puta prosternendo se ante pedes eius. Vel potest esse sensus: “et adorent”, scilicet me, “ante pedes tuos”, id est prostrati ante te confitebuntur se credere in me.

[LSA, cap. XV, Ap 15, 3-4; radix Ve visionis] Unde subditur: “(Ap 15, 2) Habentes citharas Dei (Ap 15, 3) et cantantes canticum Moysi servi Dei et canticum Agni”. Canticum utriusque in hoc convenit, quod uterque cantavit de pia liberatione electorum et de terribili submersione seu perditione hostium. Differunt autem in hoc, quod canticum Moysi fuit sicut servi, cuius est timere Dominum terribilem in iudiciis; canticum vero Agni fuit vere filii mitissimi, cuius est filialiter amare patrem et consequi eius hereditatem. Ergo isti cantant simul canticum timoris ut servi et amoris ut filii, et hoc ipsum patet ex materia cantici eorum, unde subditur: “dicentes: Magna”, scilicet in se, “et mirabilia”, scilicet contemplantibus, “sunt opera tua, Domine Deus omnipotens”. Pro operibus autem seu iudiciis iustitie, subdunt: “Iuste et vere vie tue”, id est opera tua, “rex seculorum. (Ap 15, 4) Quis non timebit te, Domine, et magnificabit nomen tuum?”.
Pro operibus vero misericordie, subdunt: “Quia solus pius es”, scilicet per se et substantialiter et summe; “quoniam omnes gentes venient”, scilicet ad te tamquam a te misericorditer vocate et tracte, “et adorabunt in conspectu tuo, quoniam iudi-cia tua manifesta sunt”, scilicet per evidentes effectus perditionis Antichristi et suorum et salvationis electorum.

Inf. V, 79-87 (27-29)

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: “O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!”.

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;
cotali uscir de la schiera ov’ è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.

Par. XXXI, 79-90 (27-30)

“O donna in cui la mia speranza vige,
e che soffristi per la mia salute
in inferno lasciar le tue vestige,
di tante cose quant’ i’ ho vedute,
dal tuo podere e da la tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.
Tu m’hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutt’ i modi
che di ciò fare avei la potestate.
La tua magnificenza in me custodi,
sì che l’anima mia, che fatt’ hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi”.

Purg. IX, 106-111 (36-37)

Per li tre gradi sù di buona voglia
mi trasse il duca mio, dicendo: “Chiedi
umilemente che ’l serrame scioglia”.
Divoto mi gittai a’ santi piedi;
misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,
ma tre volte nel petto pria mi diedi.

Purg. XXXII, 106-108 (36)

Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi
d’i suoi comandamenti era divoto,
la mente e li occhi ov’ ella volle diedi.

Tab. App. VIII.1

[LSA, cap. III, Ap 3, 12 (Ia visio, VIa ecclesia)] Sexta victoria est victoriosus ingressus in Christum, qui fit per totalem configurationem et transformationem mentis in ipsum, quod utique proprie competit sexto statui. Hiis autem promittitur premium de quo sexte ecclesie dicitur: “Qui vicerit, faciam illum columpnam in templo Dei mei, et foras non egredietur amplius; et scribam super illum nomen Dei mei et nomen civitatis Dei mei, nove Iherusalem, que descendit de celo a Deo meo et nomen meum novum” (Ap 3, 12). […] Quantum autem ad hoc premium, nota quod quia intrans in Deum recipit intra se Deum, ita quod et Deus intrat in ipsum, ideo hunc duplicem intrandi respectum hic ponit. Primum enim ponit sub typo columpne intra templum existentis et inde non egressure; secundum vero sub typo scripture per quam nomen Dei et sue civitatis inscribitur menti. Et secundum hoc templum significat Deum, prout infra XX<I°> dicitur: “Dominus Deus templum illius est”, scilicet civitatis Dei (Ap 21, 22). Sumendo tamen templum pro ecclesia sustentata a perfectis quasi a columpnis eius, tunc sub alio respectu significatur duplex ingressus. Quia enim et Deum et eius cultum intramus primo per professionis statum, per quem quis in Dei ecclesia et religione statuitur; secundo per contemplationis actum, per quem Deus cum suis operibus apprehenditur, idcirco primum significat per immobilem statum columpne in templo; secundum vero per inscriptionem divinorum in animo. Columpna autem, sic stans, est longa et a fundo usque ad tectum erecta et solida ac sufficienter densa, et rotunda communiter vel quadrata, et firmiter fixa templique sustentativa et decorativa. Sic autem stat in Dei ecclesia vel religione vir evangelicus Christo totus configuratus, sic etiam suo modo stat in celesti curia. Nam superiores ordines sunt sustentativi universitatis inferiorum, ipsorumque humilis simplicitas et simplex spiritualitas se habet ad minorem simplicitatem et quasi ad grossiciem inferiorum sicut centrum ad speram aut sicut spiritus ad corpus. Et ideo templum occupat maius spatium quam columpna ipsum sustentans.
Item per non egredi foras templum non solum negatur exitus apostasie vel precipitium, sed etiam exitus ad queque negotia temporalia aut ad queque distractiva vel imperfecta.
In huius<modi> autem mente tria inscribuntur, scilicet excessiva visio vel contemplatio deitatis trium personarum, et totius civitatis seu collegii sanctorum, quam dicit descendere de celo a Deo tum quia tota a Deo oritur et sic quod est inferior eo et sua immensitate per celum designata, tum quia per humilitatem non solum Deo sed etiam suo proprio ac celesti loco reputat se indignam, tum quia prout Iherusalem sumitur pro militanti ecclesia descendunt eius gratie a Deo et a hierarchia beatorum.
Vocat autem eam novam propter novitatem glorie vel gratie, unde et precipue significat hic civitatem beatorum, et post hoc illam que erit in sexto et septimo statu, et post hoc illam que reiecta vetustate legalium fuit in quinque primis statibus Christi, et post hoc totam universaliter ab initio mundi. Vocatur etiam Iherusalem, id est visio pacis, quia vel ipsa fruitur vel ad ipsam suspiratur.
Tertium quod sibi <in>scribitur est contemplatio Christi secundum quod homo et secundum quod redemptor noster et mediator. Dicitur autem nomen suum esse novum, tum propter novitatem sue resurrectionis et glorie, tum quia unio sue deitatis cum humanitate in eadem persona et universaliter omnia que in ipso sunt miram continent et preferunt novitatem.
Et attende quomodo a Deo incipiens et in eius civitatem descendens, reascendit et finit in se ipsum, quia contemplatio incipit in Deo et per Dei civitatem ascendit in Christum eius regem, in quo et per quem consumatissime redit et reintrat in Deum, et sic fit circulus gloriosus.
Item, secundum quosdam, inscribitur sibi nomen Dei Patris quando sue paternitatis imago sic illi imprimitur ut merito possit dici abba seu pater spiritualis religionis et prolis.
Nomen vero Iherusalem nove sibi inscribitur, cum per suavitatem amoris est eius mens digna ut vocetur sponsa Christi et mater pia et nutritiva spiritalis prolis.
Nomen vero Christi sibi inscribitur, cum meretur dici christianus et etiam christus Domini, secundum illud Psalmi (Ps 104, 15): “Nolite tangere christos meos”. […]

Par. XI, 13-15 (5)







Poi che ciascuno fu tornato ne lo
punto del cerchio in che avanti s’era,
fermossi, come a candellier candelo.

Par. XXIII, 7-12 (3-4)

previene il tempo in su aperta frasca,
e con ardente affetto il sole aspetta,
fiso guardando pur che l’alba nasca;
così la donna mïa stava eretta
e attenta, rivolta inver’ la plaga
 sotto la quale il sol mostra men fretta

Par. XXXI, 7-12 (3-4)

sì come schiera d’ape che s’infiora
una fïata e una si ritorna
là dove suo laboro s’insapora,
nel gran fior discendeva che s’addorna
di tante foglie, e quindi risaliva
là dove ’l süo amor sempre soggiorna.

 

[LSA, cap. XIX, Ap 19, 17-18 (VIa visio)] “Et vidi unum angelum stantem in sole” (Ap 19, 17). Iste designat altissimos et preclarissimos contemplativos doctores illius temporis, quorum mens et vita et contemplatio erit tota infixa in solari luce Christi et scripturarum sanctarum, et secundum Ioachim inter ceteros precipue designat Heliam. “Et clamavit voce magna omnibus avibus que volabant per medium celi”, id est omnibus evangelicis et contemplativis illius temporis: “Venite, congregamini ad cenam Dei magnam”, id est ad spirituale et serotinum convivium Christi, in quo quidem devorabitur universitas moriture carnis, ut transeat quod carnale est et maneat quod spirituale est.

Tab. App. VIII.2

[LSA, cap. III, Ap 3, 12 (Ia visio, VIa ecclesia)] Sexta victoria est victoriosus ingressus in Christum, qui fit per totalem configurationem et transformationem mentis in ipsum, quod utique proprie competit sexto statui. Hiis autem promittitur premium de quo sexte ecclesie dicitur: “Qui vicerit, faciam illum columpnam in templo Dei mei, et foras non egredietur amplius; et scribam super illum nomen Dei mei et nomen civitatis Dei mei, nove Iherusalem, que descendit de celo a Deo meo et nomen meum novum” (Ap 3, 12). […] Quantum autem ad hoc premium, nota quod quia intrans in Deum recipit intra se Deum, ita quod et Deus intrat in ipsum, ideo hunc duplicem intrandi respectum hic ponit. Primum enim ponit sub typo columpne intra templum existentis et inde non egressure; secundum vero sub typo scripture per quam nomen Dei et sue civitatis inscribitur menti. Et secundum hoc templum significat Deum, prout infra XX<I°> dicitur: “Dominus Deus templum illius est”, scilicet civitatis Dei (Ap 21, 22). Sumendo tamen templum pro ecclesia sustentata a perfectis quasi a columpnis eius, tunc sub alio respectu significatur duplex ingressus. Quia enim et Deum et eius cultum intramus primo per professionis statum, per quem quis in Dei ecclesia et religione statuitur; secundo per contemplationis actum, per quem Deus cum suis operibus apprehenditur, idcirco primum significat per immobilem statum columpne in templo; secundum vero per inscriptionem divinorum in animo. Columpna autem, sic stans, est longa et a fundo usque ad tectum erecta et solida ac sufficienter densa, et rotunda communiter vel quadrata, et firmiter fixa templique sustentativa et decorativa. Sic autem stat in Dei ecclesia vel religione vir evangelicus Christo totus configuratus, sic etiam suo modo stat in celesti curia. Nam superiores ordines sunt sustentativi universitatis inferiorum, ipsorumque humilis simplicitas et simplex spiritualitas se habet ad minorem simplicitatem et quasi ad grossiciem inferiorum sicut centrum ad speram aut sicut spiritus ad corpus. Et ideo templum occupat maius spatium quam columpna ipsum sustentans.
Item per non egredi foras templum non solum negatur exitus apostasie vel precipitium, sed etiam exitus ad queque negotia temporalia aut ad queque distractiva vel imperfecta.
In huius<modi> autem mente tria inscribuntur, scilicet excessiva visio vel contemplatio deitatis trium personarum, et totius civitatis seu collegii sanctorum, quam dicit descendere de celo a Deo tum quia tota a Deo oritur et sic quod est inferior eo et sua immensitate per celum designata, tum quia per humilitatem non solum Deo sed etiam suo proprio ac celesti loco reputat se indignam, tum quia prout Iherusalem sumitur pro militanti ecclesia descendunt eius gratie a Deo et a hierarchia beatorum.
Vocat autem eam novam propter novitatem glorie vel gratie, unde et precipue significat hic civitatem beatorum, et post hoc illam que erit in sexto et septimo statu, et post hoc illam que reiecta vetustate legalium fuit in quinque primis statibus Christi, et post hoc totam universaliter ab initio mundi. Vocatur etiam Iherusalem, id est visio pacis, quia vel ipsa fruitur vel ad ipsam suspiratur.
Tertium quod sibi <in>scribitur est contemplatio Christi secundum quod homo et secundum quod redemptor noster et mediator. Dicitur autem nomen suum esse novum, tum propter novitatem sue resurrectionis et glorie, tum quia unio sue deitatis cum humanitate in eadem persona et universaliter omnia que in ipso sunt miram continent et preferunt novitatem.
Et attende quomodo a Deo incipiens et in eius civitatem descendens, reascendit et finit in se ipsum, quia contemplatio incipit in Deo et per Dei civitatem ascendit in Christum eius regem, in quo et per quem consumatissime redit et reintrat in Deum, et sic fit circulus gloriosus.
Item, secundum quosdam, inscribitur sibi nomen Dei Patris quando sue paternitatis imago sic illi imprimitur ut merito possit dici abba seu pater spiritualis religionis et prolis.
Nomen vero Iherusalem nove sibi inscribitur, cum per suavitatem amoris est eius mens digna ut vocetur sponsa Christi et mater pia et nutritiva spiritalis prolis.
Nomen vero Christi sibi inscribitur, cum meretur dici christianus et etiam christus Domini, secundum illud Psalmi (Ps 104, 15): “Nolite tangere christos meos”. […]

Inf. XVIII, 43-45 (15)

Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi;
e ’l dolce duca meco si ristette,
e assentio ch’alquanto in dietro gissi. 

Purg. XXIV, 43-45

“Femmina è nata, e non porta ancor benda”,
cominciò el, “che ti farà piacere
la mia città, come ch’om la riprenda”. 

Par. XXXI, 43-45

E quasi peregrin che si ricrea
nel tempio del suo voto riguardando,
e spera già ridir com’ ello stea

Purg. I, 52-54 (18)

Poscia rispuose lui: “Da me non venni:
donna scese del ciel, per li cui prieghi
de la mia compagnia costui sovvenni”.

 

Par. XXXI, 52-57 (18-19)

La forma general di paradiso
già tutta mïo sguardo avea compresa,
in nulla parte ancor fermato fiso;
e volgeami con voglia rïaccesa
per domandar la mia donna di cose
di che la mente mia era sospesa.

Inf. II, 82-84 (28)

Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l’ampio loco ove tornar tu ardi. 

Inf. XV, 82-85 (28-29)

ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora
m’insegnavate come l’uom s’etterna

Purg. II, 97-99 (33)

ché di giusto voler lo suo si face:
veramente da tre mesi elli ha tolto
chi ha voluto intrar, con tutta pace.

 

Purg. XXVI, 97-102 (33-34)

quand’ io odo nomar sé stesso il padre
mio e de li altri miei miglior che mai
rime d’amor usar dolci e leggiadre;
e sanza udire e dir pensoso andai
lunga fïata rimirando lui,
né, per lo foco, in là più m’appressai. 

Inf. XXI, 100-102 (34)

Ei chinavan li raffi e “Vuo’ che ’l tocchi”,
diceva l’un con l’altro, “in sul groppone?”.
E rispondien: “Sì, fa che gliel’ accocchi”.

Purg. III, 100-102

Così ’l maestro; e quella gente degna
Tornate”, disse, “intrate innanzi dunque”,
coi dossi de le man faccendo insegna.

Tab. App. VIII.3

[LSA, cap. III, Ap 3, 12 (Ia visio, VIa ecclesia)] Sexta victoria est victoriosus ingressus in Christum, qui fit per totalem configurationem et transformationem mentis in ipsum, quod utique proprie competit sexto statui. Hiis autem promittitur premium de quo sexte ecclesie dicitur: “Qui vicerit, faciam illum columpnam in templo Dei mei, et foras non egredietur amplius; et scribam super illum nomen Dei mei et nomen civitatis Dei mei, nove Iherusalem, que descendit de celo a Deo meo et nomen meum novum” (Ap 3, 12). […] Quantum autem ad hoc premium, nota quod quia intrans in Deum recipit intra se Deum, ita quod et Deus intrat in ipsum, ideo hunc duplicem intrandi respectum hic ponit. Primum enim ponit sub typo columpne intra templum existentis et inde non egressure; secundum vero sub typo scripture per quam nomen Dei et sue civitatis inscribitur menti. Et secundum hoc templum significat Deum, prout infra XX<I°> dicitur: “Dominus Deus templum illius est”, scilicet civitatis Dei (Ap 21, 22). Sumendo tamen templum pro ecclesia sustentata a perfectis quasi a columpnis eius, tunc sub alio respectu significatur duplex ingressus. Quia enim et Deum et eius cultum intramus primo per professionis statum, per quem quis in Dei ecclesia et religione statuitur; secundo per contemplationis actum, per quem Deus cum suis operibus apprehenditur, idcirco primum significat per immobilem statum columpne in templo; secundum vero per inscriptionem divinorum in animo. Columpna autem, sic stans, est longa et a fundo usque ad tectum erecta et solida ac sufficienter densa, et rotunda communiter vel quadrata, et firmiter fixa templique sustentativa et decorativa. Sic autem stat in Dei ecclesia vel religione vir evangelicus Christo totus configuratus, sic etiam suo modo stat in celesti curia. Nam superiores ordines sunt sustentativi universitatis inferiorum, ipsorumque humilis simplicitas et simplex spiritualitas se habet ad minorem simplicitatem et quasi ad grossiciem inferiorum sicut centrum ad speram aut sicut spiritus ad corpus. Et ideo templum occupat maius spatium quam columpna ipsum sustentans.
Item per non egredi foras templum non solum negatur exitus apostasie vel precipitium, sed etiam exitus ad queque negotia temporalia aut ad queque distractiva vel imperfecta.
In huius<modi> autem mente tria inscribuntur, scilicet excessiva visio vel contemplatio deitatis trium personarum, et totius civitatis seu collegii sanctorum, quam dicit descendere de celo a Deo tum quia tota a Deo oritur et sic quod est inferior eo et sua immensitate per celum designata, tum quia per humilitatem non solum Deo sed etiam suo proprio ac celesti loco reputat se indignam, tum quia prout Iherusalem sumitur pro militanti ecclesia descendunt eius gratie a Deo et a hierarchia beatorum.
Vocat autem eam novam propter novitatem glorie vel gratie, unde et precipue significat hic civitatem beatorum, et post hoc illam que erit in sexto et septimo statu, et post hoc illam que reiecta vetustate legalium fuit in quinque primis statibus Christi, et post hoc totam universaliter ab initio mundi. Vocatur etiam Iherusalem, id est visio pacis, quia vel ipsa fruitur vel ad ipsam suspiratur.
Tertium quod sibi <in>scribitur est contemplatio Christi secundum quod homo et secundum quod redemptor noster et mediator. Dicitur autem nomen suum esse novum, tum propter novitatem sue resurrectionis et glorie, tum quia unio sue deitatis cum humanitate in eadem persona et universaliter omnia que in ipso sunt miram continent et preferunt novitatem.
Et attende quomodo a Deo incipiens et in eius civitatem descendens, reascendit et finit in se ipsum, quia contemplatio incipit in Deo et per Dei civitatem ascendit in Christum eius regem, in quo et per quem consumatissime redit et reintrat in Deum, et sic fit circulus gloriosus.
Item, secundum quosdam, inscribitur sibi nomen Dei Patris quando sue paternitatis imago sic illi imprimitur ut merito possit dici abba seu pater spiritualis religionis et prolis.
Nomen vero Iherusalem nove sibi inscribitur, cum per suavitatem amoris est eius mens digna ut vocetur sponsa Christi et mater pia et nutritiva spiritalis prolis.
Nomen vero Christi sibi inscribitur, cum meretur dici christianus et etiam christus Domini, secundum illud Psalmi (Ps 104, 15): “Nolite tangere christos meos”. […]

Purg. XXXIII, 103-108 (35-36)







E più corusco e con più lenti passi
teneva il sole il cerchio di merigge,
che qua e là, come li aspetti, fassi,
quando s’affisser, sì come s’affigge
chi va dinanzi a gente per iscorta
se trova novitate o sue vestigge

Par. XXX, 100-105 (34-35)




Lume è là sù che visibile face
lo creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua pace.
E’ si distende in circular figura,
in tanto che la sua circunferenza
 sarebbe al sol troppo larga cintura.

Par. XXXIII, 97-105 (33-35)

Così la mente mia, tutta sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.
A quella luce cotal si diventa,
che volgersi da lei per altro aspetto
è impossibil che mai si consenta;
però che ’l ben, ch’è del volere obietto,
tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella
è defettivo ciò ch’è lì perfetto.

[LSA, cap. XIX, Ap 19, 17-18 (VIa visio)] “Et vidi unum angelum stantem in sole” (Ap 19, 17). Iste designat altissimos et preclarissimos contemplativos doctores illius temporis, quorum mens et vita et contemplatio erit tota infixa in solari luce Christi et scripturarum sanctarum, et secundum Ioachim inter ceteros precipue designat Heliam. “Et clamavit voce magna omnibus avibus que volabant per medium celi”, id est omnibus evangelicis et contemplativis illius temporis: “Venite, congregamini ad cenam Dei magnam”, id est ad spirituale et serotinum convivium Christi, in quo quidem devorabitur universitas moriture carnis, ut transeat quod carnale est et maneat quod spirituale est.

Tab. App. VIII.4

[LSA, cap. III, Ap 3, 12 (Ia visio, VIa ecclesia)] Sexta victoria est victoriosus ingressus in Christum, qui fit per totalem configurationem et transformationem mentis in ipsum, quod utique proprie competit sexto statui. Hiis autem promittitur premium de quo sexte ecclesie dicitur: “Qui vicerit, faciam illum columpnam in templo Dei mei, et foras non egredietur amplius; et scribam super illum nomen Dei mei et nomen civitatis Dei mei, nove Iherusalem, que descendit de celo a Deo meo et nomen meum novum” (Ap 3, 12). […] Quantum autem ad hoc premium, nota quod quia intrans in Deum recipit intra se Deum, ita quod et Deus intrat in ipsum, ideo hunc duplicem intrandi respectum hic ponit. Primum enim ponit sub typo columpne intra templum existentis et inde non egressure; secundum vero sub typo scripture per quam nomen Dei et sue civitatis inscribitur menti. Et secundum hoc templum significat Deum, prout infra XX<I°> dicitur: “Dominus Deus templum illius est”, scilicet civitatis Dei (Ap 21, 22). Sumendo tamen templum pro ecclesia sustentata a perfectis quasi a columpnis eius, tunc sub alio respectu significatur duplex ingressus. Quia enim et Deum et eius cultum intramus primo per professionis statum, per quem quis in Dei ecclesia et religione statuitur; secundo per contemplationis actum, per quem Deus cum suis operibus apprehenditur, idcirco primum significat per immobilem statum columpne in templo; secundum vero per inscriptionem divinorum in animo. Columpna autem, sic stans, est longa et a fundo usque ad tectum erecta et solida ac sufficienter densa, et rotunda communiter vel quadrata, et firmiter fixa templique sustentativa et decorativa. Sic autem stat in Dei ecclesia vel religione vir evangelicus Christo totus configuratus, sic etiam suo modo stat in celesti curia. Nam superiores ordines sunt sustentativi universitatis inferiorum, ipsorumque humilis simplicitas et simplex spiritualitas se habet ad minorem simplicitatem et quasi ad grossiciem inferiorum sicut centrum ad speram aut sicut spiritus ad corpus. Et ideo templum occupat maius spatium quam columpna ipsum sustentans.
Item per non egredi foras templum non solum negatur exitus apostasie vel precipitium, sed etiam exitus ad queque negotia temporalia aut ad queque distractiva vel imperfecta.
In huius<modi> autem mente tria inscribuntur, scilicet excessiva visio vel contemplatio deitatis trium personarum, et totius civitatis seu collegii sanctorum, quam dicit descendere de celo a Deo tum quia tota a Deo oritur et sic quod est inferior eo et sua immensitate per celum designata, tum quia per humilitatem non solum Deo sed etiam suo proprio ac celesti loco reputat se indignam, tum quia prout Iherusalem sumitur pro militanti ecclesia descendunt eius gratie a Deo et a hierarchia beatorum.
Vocat autem eam novam propter novitatem glorie vel gratie, unde et precipue significat hic civitatem beatorum, et post hoc illam que erit in sexto et septimo statu, et post hoc illam que reiecta vetustate legalium fuit in quinque primis statibus Christi, et post hoc totam universaliter ab initio mundi. Vocatur etiam Iherusalem, id est visio pacis, quia vel ipsa fruitur vel ad ipsam suspiratur.
Tertium quod sibi <in>scribitur est contemplatio Christi secundum quod homo et secundum quod redemptor noster et mediator. Dicitur autem nomen suum esse novum, tum propter novitatem sue resurrectionis et glorie, tum quia unio sue deitatis cum humanitate in eadem persona et universaliter omnia que in ipso sunt miram continent et preferunt novitatem.
Et attende quomodo a Deo incipiens et in eius civitatem descendens, reascendit et finit in se ipsum, quia contemplatio incipit in Deo et per Dei civitatem ascendit in Christum eius regem, in quo et per quem consumatissime redit et reintrat in Deum, et sic fit circulus gloriosus.
Item, secundum quosdam, inscribitur sibi nomen Dei Patris quando sue paternitatis imago sic illi imprimitur ut merito possit dici abba seu pater spiritualis religionis et prolis.
Nomen vero Iherusalem nove sibi inscribitur, cum per suavitatem amoris est eius mens digna ut vocetur sponsa Christi et mater pia et nutritiva spiritalis prolis.
Nomen vero Christi sibi inscribitur, cum meretur dici christianus et etiam christus Domini, secundum illud Psalmi (Ps 104, 15): “Nolite tangere christos meos”.
“Qui vicerit” et cetera (Ap 3, 12). Hoc expositum est supra. Nota tamen quod iste victor signanter dicitur fiendus columpna templi Dei, quia sicut primi apostoli Christi fuerunt fundamenta ecclesie sic iste debet esse columpna tecti ipsius, id est erectus et pertingens ad sublimem consumationem ipsius, debetque firmum esse et decorum sustentaculum alte et finalis perfectionis ipsius.

Par. IX, 106-108 (36)

Qui si rimira ne l’arte ch’addorna
cotanto affetto, e discernesi ’l bene
per che ’l mondo di sù quel di giù torna

Par. XXX, 109-114 (37-38)




E come clivo in acqua di suo imo
si specchia, quasi per vedersi addorno,
quando è nel verde e ne’ fioretti opimo,
sì, soprastando al lume intorno intorno,
vidi specchiarsi in più di mille soglie
quanto di noi là sù fatto ha ritorno.

Par. XXXI, 109-111 (37)




tal era io mirando la vivace
carità di colui che ’n questo mondo,
contemplando, gustò di quella pace.

[LSA, prologus, Notabile VIII] Septi-mum vero et ultimum membrum ipsarum visionum ac septima et ultima visio libri aperte demonstrant quod finis ipsarum est simpliciter vita eterna in fine seculi revelanda, secundum quid autem eius perfecta participatio in vita ista paulo ante finem seculi pregustanda.

Purg. X, 130-132 (44)

Come per sostentar solaio o tetto,
per mensola talvolta una figura
si vede giugner le ginocchia al petto 

Par. XXX, 130-132 

Vedi nostra città quant’ ella gira;
vedi li nostri scanni sì ripieni,
che poca gente più ci si disira.

Tab. App. VIII.5

[LSA, cap. III, Ap 3, 12 (Ia visio, VIa ecclesia)] Sexta victoria est victoriosus ingressus in Christum, qui fit per totalem configurationem et transformationem mentis in ipsum, quod utique proprie competit sexto statui. Hiis autem promittitur premium de quo sexte ecclesie dicitur: “Qui vicerit, faciam illum columpnam in templo Dei mei, et foras non egredietur amplius; et scribam super illum nomen Dei mei et nomen civitatis Dei mei, nove Iherusalem, que descendit de celo a Deo meo et nomen meum novum” (Ap 3, 12). […] Quantum autem ad hoc premium, nota quod quia intrans in Deum recipit intra se Deum, ita quod et Deus intrat in ipsum, ideo hunc duplicem intrandi respectum hic ponit. Primum enim ponit sub typo columpne intra templum existentis et inde non egressure; secundum vero sub typo scripture per quam nomen Dei et sue civitatis inscribitur menti. Et secundum hoc templum significat Deum, prout infra XX<I°> dicitur: “Dominus Deus templum illius est”, scilicet civitatis Dei (Ap 21, 22). Sumendo tamen templum pro ecclesia sustentata a perfectis quasi a columpnis eius, tunc sub alio respectu significatur duplex ingressus. Quia enim et Deum et eius cultum intramus primo per professionis statum, per quem quis in Dei ecclesia et religione statuitur; secundo per contemplationis actum, per quem Deus cum suis operibus apprehenditur, idcirco primum significat per immobilem statum columpne in templo; secundum vero per inscriptionem divinorum in animo. Columpna autem, sic stans, est longa et a fundo usque ad tectum erecta et solida ac sufficienter densa, et rotunda communiter vel quadrata, et firmiter fixa templique sustentativa et decorativa. Sic autem stat in Dei ecclesia vel religione vir evangelicus Christo totus configuratus, sic etiam suo modo stat in celesti curia. Nam superiores ordines sunt sustentativi universitatis inferiorum, ipsorumque humilis simplicitas et simplex spiritualitas se habet ad minorem simplicitatem et quasi ad grossiciem inferiorum sicut centrum ad speram aut sicut spiritus ad corpus. Et ideo templum occupat maius spatium quam columpna ipsum sustentans.
Item per non egredi foras templum non solum negatur exitus apostasie vel precipitium, sed etiam exitus ad queque negotia temporalia aut ad queque distractiva vel imperfecta.
In huius<modi> autem mente tria inscribuntur, scilicet excessiva visio vel contemplatio deitatis trium personarum, et totius civitatis seu collegii sanctorum, quam dicit descendere de celo a Deo tum quia tota a Deo oritur et sic quod est inferior eo et sua immensitate per celum designata, tum quia per humilitatem non solum Deo sed etiam suo proprio ac celesti loco reputat se indignam, tum quia prout Iherusalem sumitur pro militanti ecclesia descendunt eius gratie a Deo et a hierarchia beatorum.
Vocat autem eam novam propter novitatem glorie vel gratie, unde et precipue significat hic civitatem beatorum, et post hoc illam que erit in sexto et septimo statu, et post hoc illam que reiecta vetustate legalium fuit in quinque primis statibus Christi, et post hoc totam universaliter ab initio mundi. Vocatur etiam Iherusalem, id est visio pacis, quia vel ipsa fruitur vel ad ipsam suspiratur.
Tertium quod sibi <in>scribitur est contemplatio Christi secundum quod homo et secundum quod redemptor noster et mediator. Dicitur autem nomen suum esse novum, tum propter novitatem sue resurrectionis et glorie, tum quia unio sue deitatis cum humanitate in eadem persona et universaliter omnia que in ipso sunt miram continent et preferunt novitatem.
Et attende quomodo a Deo incipiens et in eius civitatem descendens, reascendit et finit in se ipsum, quia contemplatio incipit in Deo et per Dei civitatem ascendit in Christum eius regem, in quo et per quem consumatissime redit et reintrat in Deum, et sic fit circulus gloriosus.
Item, secundum quosdam, inscribitur sibi nomen Dei Patris quando sue paternitatis imago sic illi imprimitur ut merito possit dici abba seu pater spiritualis religionis et prolis.
Nomen vero Iherusalem nove sibi inscribitur, cum per suavitatem amoris est eius mens digna ut vocetur sponsa Christi et mater pia et nutritiva spiritalis prolis.
Nomen vero Christi sibi inscribitur, cum meretur dici christianus et etiam christus Domini, secundum illud Psalmi (Ps 104, 15): “Nolite tangere christos meos”. […]

Purg. III, 133-135 (45)







Per lor maladizion sì non si perde,
che non possa tornar, l’etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.

Purg. V, 130-136 (44-45)




“Deh, quando tu sarai tornato al mondo
e riposato de la lunga via”,
seguitò ’l terzo spirito al secondo,
“ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ’nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma”.  

Purg. XXVI, 127-132 (43-44)

Or se tu hai sì ampio privilegio,
che licito ti sia l’andare al chiostro
nel quale è Cristo  abate del collegio,
falli per me un dir d’un paternostro
quanto bisogna a noi di questo mondo,
dove poter peccar non è più nostro.

Inf. XVI, 133-136 (45)

sì come torna colui che va giuso
talora a solver l’àncora ch’aggrappa
o scoglio o altro che nel mare è chiuso,
che ’n sù si stende e da piè si rattrappa.

Inf. XXXIV, 133-139 (45-46)

Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d’alcun riposo,
salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.
E quindi uscimmo a riveder le stelle.

Par. XXXIII, 133-138 (45-46)

Qual è ’l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova

Tab. App. IX.1

[LSA, cap. IV, Ap 4, 2-3 (radix IIe visionis)] Quoniam autem presentatio seu descriptio summe magnificentie et reverentie et sapientie maiestatis Dei et assistentium sibi plurimum confert ad advertendum profundam et altam et gloriosam continentiam huius libri a Dei dextera tenti, idcirco in prima parte magnificatur Dei maiestas ex septem. Primo scilicet ex sue sedis alta eminentia. Secundo ex Dei admirabili forma, ibi: “Et qui sedebat” (Ap 4, 3). Tertio ex sue sedis archuali refulgentia, ibi: “Iris erat” (ibid.). Quarto ex viginti quattuor seniorum sollempnium et suarum sedium circumassistentia, ibi: “Et in circuitu sedis” (Ap 4, 4). Quinto ex fulgurum ac vocum et tonitruorum emissione valida a sede divina, ibi: “Et de trono procedebant fulgura” (Ap 4, 5). Sexto ex septem lampadum et maris preclari obsequiosa seu adornatoria ante sedem coassistentia, ibi: “Et septem lampades” (ibid.). Septimo ex quattuor animalium sedem Dei portantium stupenda forma et iubilatoria laudum Dei resonantia, et iterum ex dictorum seniorum concord<i> ad laudem animalium correspondentia, ibi: “Et in medio sedis” (Ap 4, 6). Dicit ergo (Ap 4, 2): “Et ecce sedes posita erat in celo, et supra sedem sedens”, scilicet erat. Deus enim Pater apparebat ei quasi sub specie regis sedentis super solium. Per hanc autem sedem significatur primo altissima stabilitas essentie Dei, in qua et per quam Deus maiestative existit. Secundo quelibet mens sancta et precipue perfecta, inter quas prima est Christi mater. Tertio suprema angelorum hierarchia, cuius ordo tertius vocatur troni vel sedes, et de secundo ordine dicitur in Psalmo (Ps 79, 2; 98, 1): “Qui sedes super cherubin”, et idem monstratur Ezechielis capitulo primo et decimo (Ez 1, 26; 10, 1). Tota etiam ecclesia triumphans et tota ecclesia militans sunt sedes Dei. Quelibet etiam metropolitana ecclesia et precipue illa que est caput omnium, scilicet romana, dicitur sedes Dei.
“Et qui sedebat, similis erat aspectui”, id est aspectibili seu visibili forme, “lapidis iaspidis et sardini” (Ap 4, 3). Lapidi dicitur similis, quia Deus est per naturam firmus et immutabilis et in sua iustitia solidus et stabilis, et firmiter regit et statuit omnia per potentiam infrangibilem proprie virtutis.
Lapidi vero pretioso dicitur similis, quia quicquid est in Deo est pretiosissimum super omnia. Sicut autem iaspis est viridis, sardius vero rubeus et coloris sanguinei, sic Deus habet in se immarcescibilem decorem et virorem delectabilissimum electis, gratioso virori gemmarum et herbarum assimilatum. Rubet etiam caritate et pietate ad electos et fervida iracundia seu odio ad reprobos. Rubet etiam in eo quod voluit et fecit suum Filium pro nobis sanguine rubificari.
“Et iris erat in circuitu sedis similis visioni <s>maragdine”, id est viridis coloris smaragdi. Smaragdus enim est gemma cui, secundum Isidorum et Papiam, nichil viridius comparatur. Nam virentes herbas et frondes exsuperat et intingit circa se viriditate repercussum aerem, soloque intuitu implet oculos nec satiat, est enim gratiosissima visui.

Purg. XXVIII, 61-63 (21)

Tosto che fu là dove l’erbe sono
bagnate già da l’onde del bel fiume,
di levar li occhi suoi mi fece dono.

Par. IX, 61-63

Sù sono specchi, voi dicete Troni,
onde refulge a noi Dio giudicante;
sì che questi parlar ne paion buoni.

Purg. XXVIII, 103-111 (35-37)

Or perché in circuito tutto quanto
l’aere si volge con la prima volta,
se non li è rotto il cerchio d’alcun canto,
in questa altezza ch’è tutta disciolta
ne l’aere vivo, tal moto percuote,
e fa sonar la selva perch’ è folta;
e la percossa pianta tanto puote,
che de la sua virtute l’aura impregna
e quella poi, girando, intorno scuote

Purg. IX, 103-105 (35)

Sovra questo tenëa ambo le piante
l’angel di Dio sedendo in su la soglia
che mi sembiava pietra di diamante. 

Par. XXVIII, 103-105 (35)

Quelli altri amori che ’ntorno li vonno,
si chiaman Troni del divino aspetto,
per che ’l primo ternaro terminonno

Inf. IV, 109-111 (37)

Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura.

Par. XXXI, 103-108 (35-36)

Qual è colui che forse di Croazia
viene a veder la Veronica nostra,
che per l’antica fame non sen sazia,
ma dice nel pensier, fin che si mostra:
‘Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace,
or fu sì fatta la sembianza vostra?’

Inf. IV, 115-120 (39-40)

Traemmoci così da l’un de’ canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti quanti.
Colà diritto, sovra ’l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m’essalto.

Par. XXXIII, 115-120

Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza;
e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e ’l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.

Tab. App. IX.2

[LSA, cap. IV, Ap 4, 3-4 (IIa visio, radix)] “Et qui sedebat, similis erat aspectui”, id est aspectibili seu visibili forme, “lapidis iaspidis et sardini” (Ap 4, 3). Lapidi dicitur similis, quia Deus est per naturam firmus et immutabilis et in sua iustitia solidus et stabilis, et firmiter regit et statuit omnia per potentiam infrangibilem proprie virtutis. […]
“Et in circuitu sedis sedilia viginti quattuor” (Ap 4, 4), scilicet erant, nobiles quidem sedes prima tamen longe inferiores; “et super sedilia”, scilicet erant, “viginti quattuor seniores sedentes, circumamicti stolis albis, et in capitibus eorum corone auree”.
Ex coronis et sedilibus eorum patet quod erant quasi reges vel pontifices sub summo imperatore et iudice et tamquam eius consiliarii sibi assistentes et circumsedentes, propter quod describuntur esse seniores tamquam magne experientie et prudentie et maturi ac providi iudicii et consilii. Ad insinuandum autem quod liber signatus est comprehensivus summe sapientie Dei universi orbis gubernative et specialiter electorum suorum, Deus apparet hic tamquam summus et sapientissimus iudex et rector omnium, cuius gubernationes et documenta per magistrorum consilium descendunt ad nos quasi a pastore uno, prout dicitur Ecclesiastes ultimo (Ec 12, 11).
Per istos igitur anagogice designantur celestes angeli et potissime supremi; allegorice autem prophete et apostoli ceterique prelati, per quorum documenta et consilia a Deo accepta regitur universa ecclesia. Vel secundum Ioachim, duodecim apostoli per quos ecclesia de gentibus intravit ad Christum, et alii duodecim futuri evangelici per quos omnis Israel et iterum totus orbis convertetur ad Christum.
Dicuntur autem esse “in circuitu sedis”, quia ad defensionem et protectionem sancte matris ecclesie ordinati sunt quasi murus eius et etiam sicut famuli eius. Sicut enim sedes Dei integratur ex ecclesia plenitudinis gentium et ex finali ecclesia reliquiarum Iudeorum et gentium tamquam ex parte sinistra et dextera, sic duodecim principes unius partis stant ad sinistram sedis et duodecim principes alterius partis stant ad dexteram eius. […]
Per stolas autem albas, quibus sunt induti, designatur candor glorie et singularis munditie, quam decet et oportet inesse primis et propinquioribus consiliariis et assessoribus purissimi Dei. […] Per coronas autem aureas designatur principatus seu prelationis auctoritas et premii ac meriti sanctorum dignitas.

Par. XI, 28-30 (10)


 

La provedenza, che governa il mondo
con quel consiglio nel quale ogne aspetto
creato è vinto pria che vada al fondo

Par. XXVI, 25-27 (9)

E io: “Per filosofici argomenti
e per autorità che quinci scende
cotale amor convien che in me si ’mprenti”

Purg. XXXI, 106-108 (36)

Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
pria che Beatrice discendesse al mondo,
fummo ordinate a lei per sue ancelle. 

Par. XII, 106-108

Se tal fu l’una rota de la biga
in che la Santa Chiesa si difese
e vinse in campo la sua civil briga 

Inf. IV, 130-135 (44-45)

Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
vidi ’l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.
Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid’ ïo Socrate e Platone,
che ’nnanzi a li altri più presso li stanno

Purg. XXIX, 136-138 (46)






L’un si mostrava alcun de’ famigliari
di quel sommo Ipocràte che natura
a li animali fé ch’ell’ ha più cari 

Par. XXVII, 139-141 (47)









Tu, perché non ti facci maraviglia,
pensa che ’n terra non è chi governi;
onde sì svïa l’umana famiglia.

Tab. App. IX.3

[LSA, cap. IV, Ap 4, 5 (radix IIe visionis)] “Et de trono procedebant” (Ap 4, 5), vel secundum aliam litteram “procedunt”, “fulgura et voces et tonitrua”  […] et “voces” rationabilis ac temperate predicationis […] Voces enim in terra fiunt, tonitrua vero in celo seu ethere, vocesque sunt modice respectu tonitruorum.

[LSA, cap. XI, Ap 11, 19 (radix IVe visionis)] “et voces”, id est et suaves ac rationabiles persuasiones et predicationes sunt facte.

Purg. X, 34-39 (12-13)

 

Par. XIV, 34-36 (12)

 

Par. XVI, 31-33 (11)

e come a li occhi miei si fé più bella,
così con voce più dolce e soave,
ma non con questa moderna favella

L’angel che venne in terra col decreto
de la molt’ anni lagrimata pace,
ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,
dinanzi a noi pareva sì verace
quivi intagliato in un atto soave,
che non sembiava imagine che tace.

E io udi’  ne la luce più dia
del minor cerchio una voce modesta,
forse qual fu da l’angelo a Maria

Tab. App. X

[Ap 5, 8; radix IIe visionis] Phiale <igitur> iste sunt corda sanctorum per sapientiam lucida, per caritatem dilatata, et per contemplationem splendidam et flammeam aurea, et per devotarum orationum redundantiam odoramentis plena. Sicut enim odoramenta per ignem elicata sursum ascendunt totamque domum replent suo odore, sic devote orationes ad Dei presentiam ascendunt et pertingunt, eique suavissime placent et etiam toti curie celesti et subcelesti. Sicut <etiam> diffusio odoris spiratur invisibiliter ab odoramentis, sic devote affectiones orantium spirantur invisibiliter et latissime diffunduntur ad varias rationes dilecti et ad varias rationes sancti amoris, prout patet ex multiformi varietate sanctorum affectuum qui exprimuntur et exercentur in psalmis. Patet autem, secundum modum Ricardi, quare citharas premisit ante phialas, quia activa communiter precedit contemplativam. Sequendo etiam alterum modum, premittit convenienter citharas, quia nisi corde virtutum sint in cithara mentis disposite prout congruit laudi Dei, non potest haberi phiala cordis plena devotis desideriis et suspiriis et meditationibus ignitis et odoriferis, sicut nec iubilatio laudis potest perfecte exerceri nisi preeat plenitudo odoramentorum. Patet autem, secundum modum Ricardi, quare citharas premisit ante phialas, quia activa communiter precedit contemplativam. Sequendo etiam alterum modum, premittit convenienter citharas, quia nisi corde virtutum sint in cithara mentis disposite prout congruit laudi Dei, non potest haberi phiala cordis plena devotis desideriis et suspiriis et meditationibus ignitis et odoriferis, sicut nec iubilatio laudis potest perfecte eerceri nisi preeat plenitudo odoramentorum.

Purg. XXIX, 1-6 (1-2)

Cantando come donna innamorata,
continüò col fin di sue parole:
Beati quorum tecta sunt peccata!’.
E come ninfe che si givan sole
per le salvatiche ombre, disïando
qual di veder, qual di fuggir lo sole

Par. X, 1-3 (1)

Guardando nel suo Figlio con l’Amore
che l’uno e l’altro etternalmente spira,

lo primo e ineffabile Valore

Par. XV, 1-3 (1)

Benigna volontade in che si liqua
sempre l’amor che drittamente spira,
come cupidità fa ne la iniqua

Par. XXIII, 103-105 (35)

“Io sono amore angelico, che giro
l’alta letizia che spira del ventre
che fu albergo del nostro disiro

Par. XXXII, 103-105

qual è quell’ angel che con tanto gioco
guarda ne li occhi la nostra regina,
innamorato sì che par di foco?

 

Par. II, 124-129 (42-43)

Riguarda bene omai sì com’ io vado
per questo loco al vero che disiri,
sì che poi sappi sol tener lo guado.

Par. XIV, 127-129 (43)

 

Par. XXXI, 124-129 (42-43)

E come quivi ove s’aspetta il temo
che mal guidò Fetonte, più s’infiamma,
e quinci e quindi il lume si fa scemo
 

Lo moto e la virtù d’i santi giri,
come dal fabbro l’arte del martello,
da’ beati motor convien che spiri

Ïo m’innamorava tanto quinci,
che ’nfino a lì non fu alcuna cosa
che mi legasse con sì dolci vinci.

così quella pacifica oriafiamma
nel mezzo s’avvivava, e d’ogne parte
per igual modo allentava la fiamma

Par. XXIV, 82-84 (42)

Così spirò di quello amore acceso;
indi soggiunse: “Assai bene è trascorsa
d’esta moneta già la lega e ’l peso”

Par. XXV, 8284

Indi spirò: “L’amore ond’ ïo avvampo
ancor ver’ la virtù che mi seguette
infin la palma e a l’uscir del campo …”

 

Par. VII, 142-144 (48) [148 vv.]

ma vostra vita sanza mezzo spira 
la somma beninanza, e la innamora
di sé sì che poi sempre la disira.
 

Par. X, 142-144 [148 vv.]

che l’una parte e l’altra tira e urge,
tin tin sonando con sì dolce nota,
che ’l ben disposto spirto d’amor                                                                     [turge

 

Tab. App. XI

[LSA, cap. VI, Ap 6, 4 (IIa visio, apertio IIi sigilli)] Subdit ergo: “Et ecce alius”, id est ab equo albo valde diversus, “equus rufus”, id est exercitus paganorum effusione sanguinis sanctorum rubicundus. “Et qui sedebat super eum”, scilicet romanus imperator vel diabolus, “datum est ei ut sumeret”, id est ut auferret, “pacem de terra”, id est a Deo permissum est ut persequeretur fideles; “et ut invicem se interficiant”, id est ut pagani interficerent corpora fidelium et etiam quorundam fidem, sancti vero interficerent infidelitatem et pravam vitam plurium paganorum, convertendo scilicet eos ad Christum. Vel, secundum Ricardum, “ut invicem se interficiant”, id est ut ipsi persecutores non solum interficiant alienos et remotos, sed etiam suos parentes et notos et domesticos et vicinos.

Inf. V, 97-108 (33-36)

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver  pace co’ seguaci sui.
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense”.
Queste parole da lor ci fuor porte.

Inf. XXIII, 103-108 (35-36)







Frati godenti fummo, e bolognesi;
io Catalano e questi Loderingo
nomati, e da tua terra insieme presi
come suole esser tolto un uom solingo,
per conservar sua pace; e fummo tali,
 ch’ancor si pare intorno dal Gardingo. 

Tab. App. XII

[LSA, cap. VI, Ap 6, 7-8 (IIa visio, apertio IVi sigilli)] “Et ecce equus pallidus” (Ap 6, 8), id est, secundum Ricardum, ypocritarum cetus per nimiam carnis macerationem pallidus et moribundus. “Et qui sedebat super eum”, scilicet diabolus, qui per pravam intentionem ypocritarum sedet in eis et per eos malitiam suam exercet, “nomen illi mors”. Hoc enim nomen bene diabolo convenit, quia per eum mors incepit et alios ad mortem trahere non cessat. “Et infernus”, id est omnes in inferno dampnandi, “sequeb<atur> eum”, quia omnes tales eum imitantur. “Et data est illi” id est diabolo, “potestas” scilicet per divinam permissionem, “super quattuor partes terre” id est super omnes terrenis inherentes, “interficere”  eos “gladio” scilicet peccati, “et fame” scilicet verbi Dei, “et morte” id est languore corporis vel pestilentia seu tabe mortifera, “et bestiis” id est a bestialibus moribus. […]
Et hinc est quod abbas Ioachim dicit per equum pallidum intelligi reg<num> Sarracenorum, cui per concordiam <correspondet> regnum Assiriorum, sub quarto signaculo veteris testamenti devastans et captivans regnum decem tribuum Israel et fere regnum Iude, sicut sub apertione quarti sigilli vastate sunt quasi decem tribus ecclesiarum orientalium et fere ecclesia latina, que assimilata est regno Iude, quia sicut ibi fuit vera et principalis sedes divini cultus sic est et in ecclesia latina seu romana. Sicut etiam tribus Beniamin fuit tunc iuncta regno Iude, sic Paulus de tribu Beniamin est in Roma iunctus Petro, qui in principatu fidei fuit alter David et inter apostolos nostre fidei patriarcha. Fuit quasi Iudas patriarcha, cui dictum est: “Non auferetur sceptrum de Iuda” (Gn 49, 10), sicut et Petro dixit Christus: “Ego pro te rogavi, Petre, ut non deficiat fides tua” (Lc 22, 32/34) et quod “porte inferi non prevalebunt adversus” ecclesiam super tua fide fundatam (Mt 16, 18). […]
Dicendo ergo quod infernus sequitur predictum equum et sessorem eius significat duo. Primo scilicet quod secta Sarracenorum durat usque ad Antichristum. Secundo quod precursorie disponit ad ipsum introducendum, sicut lex Moysi longo tempore precucurrit et perduravit usque ad Christum et precursorie disposuit ad ipsum introducendum. Unde et iam plures articuli secte Antichristi sunt in philosophis Sarracenorum fundati et in quosdam christianos, si tamen christianos, vane philosophantes iam disseminati. Quod non est huius temporis aperire; iam enim misterium operatur iniquitatis (cfr. 2 Th 2, 7), quod suo tempore de medio exibit in lucem.
Deinde de eius potestate et sevitia subdit: “Et data est ei potestas in quattuor partes terre”, non quidem quod usque adhuc totum orbem possederit, sed quia versus orientem et occidentem et meridiem et aquilonem multas terras occupavit et in reliquos bellicum terrorem sue potestatis immisit et sepe exercuit, et secundum abbatem circa suum finem et circa introductionem Antichristi hoc plenius complebitur.
Quod autem dicit “gladio et fame et morte et bestiis”, significat ad litteram varios modos penarum et varios modos debellandi hostes. Et ad litteram videtur sic loqui, quia gentes solent primo in campali bello per gladium aut in propriis urbibus per obsidionem et famem occidi, et sic ibi <terra> gentibus deserta solent insurgere silvestres bestie omnia vastantes. Spiritualiter vero designat quattuor mala que immittit hiis quos ad suam sectam trahit, scilicet ‘gladium’ carnalis timoris et amoris penetrantis intima cordis et carnis; et ‘famem’, id est egestatem refective gratie et sapientie Christi; et ‘mortem’, id est mortiferam legem et sectam; et ‘bestias’, id est societatem gentium bestialium.

Inf. I, 88-90 (30) 

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi.

 

Inf. XIV, 88-90 (30)

cosa non fu da li tuoi occhi scorta
notabile com’ è ’l presente rio,
che sovra sé tutte fiammelle ammorta

Inf. XXIX, 88-93 (30-31)

“dinne s’alcun Latino è tra costoro
che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti
etternalmente a cotesto lavoro”.
Latin siam noi, che tu vedi sì guasti
qui ambedue”, rispuose l’un piangendo;
“ma tu chi se’ che di noi dimandasti?”. 

Par. XI, 118-121 (40-41)

Pensa oramai qual fu colui che degno
collega fu a mantener la barca
di Pietro in alto mar per dritto segno;
e questo fu il nostro patrïarca

Par. XXI, 118-121

Render solea quel chiostro a questi cieli
fertilemente; e ora è fatto vano,
sì che tosto convien che si riveli.
In quel loco fu’ io Pietro Damiano 

 

Tab. App. XIII.1

[LSA, cap. VII, Ap 7, 3 (IIa visio, apertio VIi sigilli)] Clamat ergo (Ap 7, 3): “Nolite”, id est non audeatis; vel si ad bonos angelos loquitur, dicit “nolite” quia, ex quo ipse prohibuit, non debuerunt velle; “nocere”, scilicet per effrenatam temptationem vel per predicationis et gratie impeditionem, “terre et mari neque arboribus, quoadusque signemus servos Dei nostri in frontibus eorum”.
Signatio hec fit per administrationem fidei et caritatis et per assumptionem ac professionem sacramentorum Christi distinctivam fidelium ab infidelibus. In hac etiam signatione includitur fides et devotio ad Christi passionem adorandam et imitandam et exaltandam. Fit autemin frontibus”, quando signatis datur constans et magnanimis libertas ad Christi fidem publice confitendam et observandam et predicandam et defendendam. In fronte enim apparet signum audacie et strenuitatis vel formidolositatis et inhertie, et signum gloriationis vel erubescentie.
Item prout in eodem exercitu eiusdem regis distinguuntur equites a peditibus et barones seu duces vel centuriones et decuriones a simplicibus militibus, sic videntur hic distingui signati ex duodecim tribubus a turba innumerabili fidelium post ipsos subiuncta. Designatur enim per hanc signationem specialis assumptio ipsorum ad professionem perfectionis evangelice et altioris militie christiane et ad maiorem configurationem et transformationem ipsorum in Christum crucifixum et, secundum Ioachim, ad passionem martiriorum in eis complendam. Sicut enim post transmigrationem Babilonis, quod deerat in constructione templi, in quadraginta sex annis facta, completum est in sex ultimis annis, ita nunc sub sexta apertione ordo sanctorum martirum consumationem accipiet. Unde in die illo qui <erit> medius inter utramque tribulationem, scilicet Babilonis et Antichristi, signabuntur multi Iudeorum et gentium signaculo sancte Trinitatis, ad complendum numerum sanctorum martirum infra scriptum et illam gloriosam multitudinem cuius est numerus infinitus. Hec Ioachim.

[Ap 7, 4] Igitur per hunc numerum, prout est certus et diffinitus, designatur singularis dignitas signatorum. Hii enim, qui sub certo nomine et numero et scriptura a regibus ad suam militiam vel curiam aut ad sua grandia vel dona ascribuntur, sunt digniores ceteris, qui absque scriptura et numero ad vulgarem et pedestrem militiam vel familiam eliguntur. Sicut etiam Deus, in signum familiarissime notitie et amicitie, Exodi XXXIII° (Ex 33, 17) dicit Moysi: “Novi te ex nomine”, cum tamen omnes electos suos communiter noverit ut amicos et hoc modo solos reprobos dicatur nescire, sic per hanc specialem et prefixam numerationem et consignationem designatur familiarior signatio et notitia et amicitia apud Deum.

Purg. XXIV, 10-18 (4-6)

“Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda;
dimmi s’io veggio da notar  persona
tra questa gente che sì mi riguarda”.
“La mia sorella, che tra bella e buona
non so qual fosse più, trïunfa lieta
ne l’alto Olimpo già di sua corona”.
Sì disse prima; e poi: “Qui non si vieta
di nominar ciascun, da ch’è sì munta
nostra sembianza via per la dïeta”.

Par. XXV, 10-18

però che ne la fede, che fa conte
l’anime a Dio, quivi intra’ io, e poi

Pietro per lei sì mi girò la fronte.
Indi si mosse un lume verso noi   schiera
di quella spera ond’ uscì la primizia

che lasciò Cristo d’i vicari suoi;
e la mia donna, piena di letizia,
mi disse: “Mira, mira: ecco il barone
per cui là giù si vicita Galizia”.

 

Purg. XXI, 19-24 (7-8)

 

 

Purg. XXXII, 16-24 (6-8)

vidi ’n sul braccio destro esser rivolto
lo glorïoso essercito, e tornarsi
col sole e con le sette fiamme al volto.

Par. XVI, 22-27 (8-9)

“Come!”, diss’ elli, e parte andavam forte:
“se voi siete ombre che Dio sù non degni,
chi v’ha per la sua scala tanto scorte?”.

 

Come sotto li scudi per salvarsi
volgesi schiera, e sé gira col segno,
prima che possa tutta in sé mutarsi;

 

E ’l dottor mio: “Se tu riguardi a’ segni
che questi porta e che l’angel profila,
ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni”.

 

quella milizia del celeste regno
che procedeva, tutta trapassonne
pria che piegasse il carro il primo legno.

 

Ditemi dunque, cara mia primizia,
quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni
che si segnaro in vostra püerizia;
ditemi de l’ovil di San Giovanni
quanto era allora, e chi eran le genti
tra esso degne di più alti scanni.

Inf. XVIII, 28-33 (10-11)

come i Roman per l’essercito molto,
l’anno del giubileo, su per lo ponte
hanno a passar la gente modo colto,

Inf. XXXIII, 31-33 (11)

 

che da l’un lato tutti hanno la fronte
verso ’l castello e vanno a Santo Pietro,

da l’altra sponda vanno verso ’l monte.

Con cagne magre, studïose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s’avea messi dinanzi da la fronte.

 

Tab. App. XIII.2

[Ap 7, 3] Clamat ergo (Ap 7, 3): “Nolite”, id est non audeatis; vel si ad bonos angelos loquitur, dicit “nolite” quia, ex quo ipse prohibuit, non debuerunt velle; “nocere”, scilicet per effrenatam temptationem vel per predicationis et gratie impeditionem, “terre et mari neque arboribus, quoadusque signemus servos Dei nostri in frontibus eorum”.
Signatio hec fit per administrationem fidei et caritatis et per assumptionem ac professionem sacramentorum Christi distinctivam fidelium ab infidelibus. In hac etiam signatione includitur fides et devotio ad Christi passionem adorandam et imitandam et exaltandam. Fit autemin frontibus”, quando signatis datur constans et magnanimis libertas ad Christi fidem publice confitendam et observandam et predicandam et defendendam. In fronte enim apparet signum audacie et strenuitatis vel formidolositatis et inhertie, et signum gloriationis vel erubescentie.
Item prout in eodem exercitu eiusdem regis distinguuntur equites a peditibus et barones seu duces vel centuriones et decuriones a simplicibus militibus, sic videntur hic distingui signati ex duodecim tribubus a turba innumerabili fidelium post ipsos subiuncta. Designatur enim per hanc signationem specialis assumptio ipsorum ad professionem perfectionis evangelice et altioris militie christiane et ad maiorem configurationem et transformationem ipsorum in Christum crucifixum et, secundum Ioachim, ad passionem martiriorum in eis complendam. Sicut enim post transmigrationem Babilonis, quod deerat in constructione templi, in quadraginta sex annis facta, completum est in sex ultimis annis, ita nunc sub sexta apertione ordo sanctorum martirum consumationem accipiet. Unde in die illo qui <erit> medius inter utramque tribulationem, scilicet Babilonis et Antichristi, signabuntur multi Iudeorum et gentium signaculo sancte Trinitatis, ad complendum numerum sanctorum martirum infra scriptum et illam gloriosam multitudinem cuius est numerus infinitus. Hec Ioachim.

[Ap 7, 4] Igitur per hunc numerum, prout est certus et diffinitus, designatur singularis dignitas signatorum. Hii enim, qui sub certo nomine et numero et scriptura a regibus ad suam militiam vel curiam aut ad sua grandia vel dona ascribuntur, sunt digniores ceteris, qui absque scriptura et numero ad vulgarem et pedestrem militiam vel familiam eliguntur. Sicut etiam Deus, in signum familiarissime notitie et amicitie, Exodi XXXIII° (Ex 33, 17) dicit Moysi: “Novi te ex nomine”, cum tamen omnes electos suos communiter noverit ut amicos et hoc modo solos reprobos dicatur nescire, sic per hanc specialem et prefixam numerationem et consignationem designatur familiarior signatio et notitia et amicitia apud Deum.

Par. XII, 37-42 (13-14)

L’essercito di Cristo, che sì caro
costò a rïarmar, dietro a la ’nsegna
si movea tardo, sospeccioso e raro,

Par. XVI, 40-42 (14)

 Par. XXV, 40-42 (14)

quando lo ’mperador che sempre regna
provide a la milizia, ch’era in forse,
per sola grazia, non per esser degna

Li antichi miei e io nacqui nel loco
dove si truova pria l’ultimo sesto
da quei che corre il vostro annüal gioco.

Poi che per grazia vuol che tu t’affronti
lo nostro Imperadore, anzi la morte,

ne l’aula più secreta co’ suoi conti

Inf. III, 52-60 (18-20)

E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,

che d’ogne posa mi parea indegna;
e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.
Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade  il gran rifiuto.

Par. XXIV, 52-60 (18-20)

“Dì, buon Cristiano, fatti manifesto:
fede che è?”. Ond’ io levai la fronte
in quella luce onde spirava questo;

poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte
sembianze femmi perch’ ïo spandessi
l’acqua di fuor del mio interno fonte.
“La Grazia che mi dà  ch’io mi confessi”,
comincia’ io, “da l’alto primipilo,
faccia li miei concetti bene espressi”.

 Par. XXV, 52-57 (18-19)

“La Chiesa militante alcun figliuolo
non ha con più speranza, com’ è scritto
nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:

però li è conceduto che d’Egitto
vegna in Ierusalemme per vedere,
anzi che l militar li sia prescritto”.

Inf. X, 73-75 (25)

Ma quell’ altro magnanimo, a cui posta restato m’era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa

Inf. XXII, 73-75

Draghignazzo anco i volle dar di piglio
giuso a le gambe; onde ’l decurio loro
si volse intorno intorno con mal piglio.

 

Inf. IV, 100-102 (34) 

e più d’onore ancora assai mi fenno,
ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.

Par. VI, 100-102 (34)

L’uno al pubblico  segno i gigli gialli
oppone, e l’altro appropria quello a parte,
sì ch’è forte a veder chi più si falli.

Inf. II, 103-105 (35)

Disse: – Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t’amò tanto,
ch’uscì per te de la volgare schiera?

Purg. XIII, 103-105

“Spirto”, diss’ io, “che per salir ti dome,
se tu se’ quelli che mi rispondesti,
fammiti conto  o per luogo o per nome

Par. VI, 103-105

Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
sott’ altro segno, ché mal segue quello
sempre chi la giustizia e lui diparte

Tab. App. XIII.3

[Ap 7, 3] Clamat ergo (Ap 7, 3): “Nolite”, id est non audeatis; vel si ad bonos angelos loquitur, dicit “nolite” quia, ex quo ipse prohibuit, non debuerunt velle; “nocere”, scilicet per effrenatam temptationem vel per predicationis et gratie impeditionem, “terre et mari neque arboribus, quoadusque signemus servos Dei nostri in frontibus eorum”.
Signatio hec fit per administrationem fidei et caritatis et per assumptionem ac professionem sacramentorum Christi distinctivam fidelium ab infidelibus. In hac etiam signatione includitur fides et devotio ad Christi passionem adorandam et imitandam et exaltandam. Fit autem “in frontibus”, quando signatis datur constans et magnanimis libertas ad Christi fidem publice confitendam et observandam et predicandam et defendendam. In fronte enim apparet signum audacie et strenuitatis vel formidolositatis et inhertie, et signum gloriationis  vel erubescentie.
Item prout in eodem exercitu eiusdem regis distinguuntur equites a peditibus et barones seu duces vel centuriones et decuriones a simplicibus militibus, sic videntur hic distingui signati ex duodecim tribubus a turba innumerabili fidelium post ipsos subiuncta. Designatur enim per hanc signationem specialis assumptio ipsorum ad professionem perfectionis evangelice et altioris militie christiane et ad maiorem configurationem et transformationem ipsorum in Christum crucifixum et, secundum Ioachim, ad passionem martiriorum in eis complendam. Sicut enim post transmigrationem Babilonis, quod deerat in constructione templi, in quadraginta sex annis facta, completum est in sex ultimis annis, ita nunc sub sexta apertione ordo sanctorum martirum consumationem accipiet. Unde in die illo qui <erit> medius inter utramque tribulationem, scilicet Babilonis et Antichristi, signabuntur multi Iudeorum et gentium signaculo sancte Trinitatis, ad complendum numerum sanctorum martirum infra scriptum et illam gloriosam multitudinem cuius est numerus infinitus. Hec Ioachim.

[Ap 7, 4] Igitur per hunc numerum, prout est certus et diffinitus, designatur singularis dignitas signatorum. Hii enim, qui sub certo nomine et numero et scriptura a regibus ad suam militiam vel curiam aut ad sua grandia vel dona ascribuntur, sunt digniores ceteris, qui absque scriptura et numero ad vulgarem et pedestrem militiam vel familiam eliguntur. Sicut etiam Deus, in signum familiarissime notitie et amicitie, Exodi XXXIII° (Ex 33, 17) dicit Moysi: “Novi te ex nomine”, cum tamen omnes electos suos communiter noverit ut amicos et hoc modo solos reprobos dicatur nescire, sic per hanc specialem et prefixam numerationem et consignationem designatur familiarior signatio et notitia et amicitia apud Deum.

Inf. II, 121-126 (41-42)

Dunque: che è? perché, perché restai,
perché tanta viltà  nel core allette,
perché ardire  e franchezza non hai,
poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e ’l mio parlar tanto ben ti promette?

Par. XVIII, 121-126

sì ch’un’altra fïata omai s’adiri
del comperare e vender dentro al templo
che si murò di segni e di martìri.

O milizia del ciel cu’ io contemplo,
adora per color che sono in terra
tutti svïati dietro al malo essemplo!

Purg. XI, 133-135 (45)

Par. XII, 130-135 (44-45)

Illuminato e Augustin son quici,
che fuor de’ primi scalzi poverelli
che nel capestro a Dio si fero amici.

“Quando vivea più glorïoso”, disse,
liberamente nel Campo di Siena,
ogne vergogna  diposta, s’affisse”

Ugo da San Vittore è qui con elli,
e Pietro Mangiadore e Pietro Spano,
lo qual giù luce in dodici  libelli

Purg. XXVII, 139-142 (47)

Non aspettar mio dir più né mio cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
per ch’io te sovra te corono e mitrio.

Par. IX, 139-142 (47)

Ma Vaticano e l’altre parti elette
di Roma che son state cimitero

a la milizia che Pietro seguette,
tosto libere fien de l’avoltero.

Par. XV, 139-141 (47)

Poi seguitai lo ’mperador Currado;
ed el mi cinse de la sua milizia,
tanto per bene ovrar li venni in grado.

Tab. App. XIV.1

[LSA, cap. VII, Ap 7, 9.13-14 (apertio VIi sigilli)] Sequitur (Ap 7, 9): “Post h<e>c vidi turbam magnam”. Non dicit “post hec” ex hoc quod tota hec turba convertatur post predictos signatos, sed quia ista per imitationem sequetur illos tamquam perfectiores et exemplares, iuxta quod pedites in exercitu sequuntur equites et duces. “Quam dinumerare nemo poterat”, non quod sit simpliciter et secundum se numeri infiniti vel confusi, immo erit secundum legem Dei et secundum mensuram et proportionem ecclesiastice fabrice et eterne glorie mensuratus et prefixus. “Turbam”, inquam, non solum ex una gente vel lingua existente<m>, sed “ex omnibus gentibus et tribubus et populis et linguis stantes ante tronum”, id est ante regiam dignitatem divine maiestatis designatam per tronum. Vel “ante tronum”, id est ante generalem ecclesiam Dei, vel ante supercelestem, vel ante priorem ecclesiam sanctorum. […]
Et respondit” (Ap 7, 13), id est prolocutus est, “unus de senioribus”, per quem secundum Ricardum designatur universitas prophetarum et apostolorum et doctorum docens iustitiam et gloriam electorum. Et secundum hoc sumitur hic “unus” quasi loquens in persona omnium. Secundum vero Ioachim, iste “unus” est beatus Iohannes, cuius est liber iste. Ipse enim s<cis>citatur et excitat nos ad querendum et intelligendum et ad imitandum istos sanctos. Ipse est enim unus et magnus de hiis viginti quattuor senioribus. Nos sumus hic designati per ipsum in quantum edocebatur ab angelo tenente formam senioris. “Et dixit michi: Hii, qui amicti sunt stolis albis, qui sunt”, id est quales et quante dignitatis, “et unde venerunt”, id est ex quibus meritis et per quam viam sanctitatis ad tantam gloriam pervenerunt?
Nota quod sicut nos per magistrales interrogationes excitamur ad inquirendum veritatem eius de quo interrogamur et <ad> advertendum aliquam difficultatem ipsius et ad requirendum magistrum ut doceat nos ipsam, sic fit sepe in huiusmodi visionibus, et designatur per hoc omnis excitatio inferiorum angelorum vel hominum mota a superioribus angelis ad hoc quod inferiores attentius et altius erigantur ad suscipiendum illuminationem superiorum. “Et dixi illi: Domine mi, tu scis” (Ap 7, 14), quasi dicat: ego nescio, sed tu doce me, quia tu hoc scis.

[LSA, cap. V, Ap 5, 2 (radix IIe visionis)] Loquitur etiam interrogando seu inquirendo, dicendo scilicet: “Quis est” et cetera (Ap 5, 2), tum ut insinuet instans desiderium angelorum et sanctorum patrum quod liber aperiretur et quod aliquis dignus aperire reperiretur, tum quia doctores solent per huiusmodi interrogationes excitare et exigere discipulos suos ad querendum et ad addi<s>cendum, tum quia talis modus querendi sensibilius designat altam admirationem querentis et raritatem ac difficultatem et arduitatem inventionis rei quesite. […]

Purg. VII, 1-3 (1)

Poscia che l’accoglienze oneste e liete
furo iterate tre e quattro volte,
Sordel si trasse, e disse: “Voi, chi siete?”.

Purg. XIV, 1-6 (1-2)

Chi è costui che ’l nostro monte cerchia
prima che morte li abbia dato il volo,
e apre li occhi a sua voglia e coverchia?”.
Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo;
domandal tu che più li t’avvicini,
e dolcemente, sì che parli, acco’lo”.

Inf. VIII, 7-9 (3)

E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;
dissi: “Questo che dice? e che risponde
quell’ altro foco? e chi son quei che ’l fenno?”.

Purg. VII, 7-9

“Io son Virgilio; e per null’ altro rio
lo ciel perdei che per non aver fé”.
Così rispuose allora il duca mio.

Inf. II, 16-18 (6)

Però, se l’avversario d’ogne male
cortese i fu, pensando l’alto effetto
ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale

Inf. IX, 19-21 (7)

Purg. XXVI, 16-21 (6-7)

“O tu che vai, non per esser più tardo,
ma forse reverente, a li altri dopo,
rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo.

 

Questa question fec’ io; e quei: “Di rado
incontra”, mi rispuose, “che di noi
faccia il cammino alcun per qual io vado”.

Né solo a me la tua risposta è uopo;
ché tutti questi n’ hanno maggior sete
che d’acqua fredda Indo o Etïopo”.

Purg. XXVI, 25-27 (9)

mi parlava un d’essi; e io mi fora
già manifesto, s’io non fossi atteso
ad altra novità ch’apparve allora

Par. XVI, 25-27

ditemi de l’ovil di San Giovanni
quanto era allora, e chi eran le genti
tra esso degne di più alti scanni.

 

Inf. XV, 28-30 (10)

 

Purg. XVI, 25-30 (9-10)

“Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi,
e di noi parli pur come se tue
partissi ancor lo tempo per calendi?”.

Par. XVI, 25-30 (9-10)

“ditemi de l’ovil di San Giovanni
quanto era allora, e chi eran le genti
tra esso degne di più alti scanni”.

la conoscenza süa al mio ’ntelletto;
e chinando la mano a la sua faccia,

rispuosi: “Siete voi qui, ser Brunetto?”.

Così per una voce detto fue;
onde ’l maestro mio disse: “Rispondi,
e domanda se quinci si va sùe”.

Come s’avviva a lo spirar d’i venti
carbone in fiamma, così vid’ io quella
luce risplendere a’ miei blandimenti
         rispondere

Tab. App. XIV.2

[Ap 7, 9.13-14] Sequitur (Ap 7, 9): “Post h<e>c vidi turbam magnam”. Non dicit “post hec” ex hoc quod tota hec turba convertatur post predictos signatos, sed quia ista per imitationem sequetur illos tamquam perfectiores et exemplares, iuxta quod pedites in exercitu sequuntur equites et duces. “Quam dinumerare nemo poterat”, non quod sit simpliciter et secundum se numeri infiniti vel confusi, immo erit secundum legem Dei et secundum mensuram et proportionem ecclesiastice fabrice et eterne glorie mensuratus et prefixus. “Turbam”, inquam, non solum ex una gente vel lingua existente<m>, sed “ex omnibus gentibus et tribubus et populis et linguis stantes ante tronum”, id est ante regiam dignitatem divine maiestatis designatam per tronum. Vel “ante tronum”, id est ante generalem ecclesiam Dei, vel ante supercelestem, vel ante priorem ecclesiam sanctorum. […]
Et respondit” (Ap 7, 13), id est prolocutus est, “unus de senioribus”, per quem secundum Ricardum designatur universitas prophetarum et apostolorum et doctorum docens iustitiam et gloriam electorum. Et secundum hoc sumitur hic “unus” quasi loquens in persona omnium. Secundum vero Ioachim, iste “unus” est beatus Iohannes, cuius est liber iste. Ipse enim s<cis>citatur et excitat nos ad querendum et intelligendum et ad imitandum istos sanctos. Ipse est enim unus et magnus de hiis viginti quattuor senioribus. Nos sumus hic designati per ipsum in quantum edocebatur ab angelo tenente formam senioris.
“Et dixit michi: Hii, qui amicti sunt stolis albis, qui sunt”, id est quales et quante dignitatis, “et unde venerunt”, id est ex quibus meritis et per quam viam sanctitatis ad tantam gloriam pervenerunt?
Nota quod sicut nos per magistrales interrogationes excitamur ad inquirendum veritatem eius de quo interrogamur et <ad> advertendum aliquam difficultatem ipsius et ad requirendum magistrum ut doceat nos ipsam, sic fit sepe in huiusmodi visionibus, et designatur per hoc omnis excitatio inferiorum angelorum vel hominum mota a superioribus angelis ad hoc quod inferiores attentius et altius erigantur ad suscipiendum illuminationem superiorum.
“Et dixi illi: Domine mi, tu scis” (Ap 7, 14), quasi dicat: ego nescio, sed tu doce me, quia tu hoc scis.

Inf. III, 31-33 (11)

E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: “Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’ è che par nel duol sì vinta?”.

Inf. IV, 31-33

Lo buon maestro a me: Tu non dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?”

Or vo’ che sappi, innanzi che più andi

Inf. XIX, 31-33

Chi è colui, maestro, che si cruccia
guizzando più che li altri suoi consorti”,
diss’ io, “e cui più roggia fiamma succia?”.

Inf. IV, 46-48 (16)

 

Inf. XV, 46-48 (16)

Inf. XXII, 43-48 (15-16)

E io: “Maestro mio, fa, se tu puoi,
che tu sappi chi è lo sciagurato
venuto a man de li avversari suoi”.

“Dimmi, maestro mio, dimmi segnore”,
comincia’ io per volere esser certo
di quella fede che vince ogne errore:

El cominciò: “Qual fortuna o destino
anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?
e chi è questi che mostra ’l cammino?”.

Lo duca mio li s’accostò allato;
domandollo ond’ ei fosse, e quei rispuose:
“I’ fui del regno di Navarra nato”.

Par. VIII, 43-48 (15-16)

rivolsersi a la luce che promessa
tanto s’avea, e “Deh, chi siete?” fue
la voce mia di grande affetto impressa.
E quanta e quale vid’ io lei far piùe
per allegrezza nova che s’accrebbe,
quando parlai, a l’allegrezze sue!

Par. XVI, 43-45 (15) 

Basti d’i miei maggiori udirne questo:
chi ei si fosser e onde venner quivi,
più è tacer che ragionare onesto.

Par. XXV, 43-48 (15-16)

“sì che, veduto il ver di questa corte,
la spene, che là giù bene innamora,
in te e in altrui di ciò conforte,
quel ch’ell’ è, dì come se ne ’nfiora
la mente tua, e dì onde a te venne.
Così seguì ‘l secondo lume ancora.

Inf. V, 49-51 (17)

ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: “Maestro, chi son quelle
genti
che l’aura nera sì gastiga?”.

Inf. XXVI, 49-54 (17-18)

Maestro mio”, rispuos’ io, “per udirti
son io più certo; ma già m’era avviso
che così fosse, e già voleva dirti:
chi è  ’n quel foco che vien sì diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov’ Eteòcle col fratel fu miso?”.

 

Inf. XIX, 58-60 (20)

Tal mi fec’ io, quai son color che stanno,
per non intender ciò ch’è lor risposto,
quasi scornati, e risponder non sanno.

Par. XV, 58-60

e però ch’io mi sia e perch’ io paia
più gaudïoso a te, non mi domandi,
che alcun altro in questa turba gaia.

Par. XXXI, 58-60

Uno intendëa, e altro mi rispuose:
credea veder Beatrice e vidi un sene
vestito
con le genti glorïose.

Tab. App. XIV.3

[Ap 7, 9.13-14] Sequitur (Ap 7, 9): “Post h<e>c vidi turbam magnam”. Non dicit “post hec” ex hoc quod tota hec turba convertatur post predictos signatos, sed quia ista per imitationem sequetur illos tamquam perfectiores et exemplares, iuxta quod pedites in exercitu sequuntur equites et duces. “Quam dinumerare nemo poterat”, non quod sit simpliciter et secundum se numeri infiniti vel confusi, immo erit secundum legem Dei et secundum mensuram et proportionem ecclesiastice fabrice et eterne glorie mensuratus et prefixus. “Turbam”, inquam, non solum ex una gente vel lingua existente<m>, sed “ex omnibus gentibus et tribubus et populis et linguis stantes ante tronum”, id est ante regiam dignitatem divine maiestatis designatam per tronum. Vel “ante tronum”, id est ante generalem ecclesiam Dei, vel ante supercelestem, vel ante priorem ecclesiam sanctorum. […]
Et respondit” (Ap 7, 13), id est prolocutus est, “unus de senioribus”, per quem secundum Ricardum designatur universitas prophetarum et apostolorum et doctorum docens iustitiam et gloriam electorum. Et secundum hoc sumitur hic “unus” quasi loquens in persona omnium. Secundum vero Ioachim, iste “unus” est beatus Iohannes, cuius est liber iste. Ipse enim s<cis>citatur et excitat nos ad querendum et intelligendum et ad imitandum istos sanctos. Ipse est enim unus et magnus de hiis viginti quattuor senioribus. Nos sumus hic designati per ipsum in quantum edocebatur ab angelo tenente formam senioris.
“Et dixit michi: Hii, qui amicti sunt stolis albis, qui sunt”, id est quales et quante dignitatis, “et unde venerunt”, id est ex quibus meritis et per quam viam sanctitatis ad tantam gloriam pervenerunt?
Nota quod sicut nos per magistrales interrogationes excitamur ad inquirendum veritatem eius de quo interrogamur et <ad> advertendum aliquam difficultatem ipsius et ad requirendum magistrum ut doceat nos ipsam, sic fit sepe in huiusmodi visionibus, et designatur per hoc omnis excitatio inferiorum angelorum vel hominum mota a superioribus angelis ad hoc quod inferiores attentius et altius erigantur ad suscipiendum illuminationem superiorum.
“Et dixi illi: Domine mi, tu scis” (Ap 7, 14), quasi dicat: ego nescio, sed tu doce me, quia tu hoc scis.

Purg. VI, 67-69 (23)

Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
che ne mostrasse la miglior salita;
e quella non rispuose al suo dimando

Par. XV, 67-69

la voce tua sicura, balda e lieta
suoni la volontà, suoni ’l disio,
a che la mia risposta è già decreta!

Inf. III, 70-75 (24-25)

E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d’un gran fiume;
per ch’io dissi: “Maestro, or mi concedi

Inf. IV, 73-75 (25)

Purg. I, 73-75 (25)

ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com’ i’ discerno per lo fioco lume”.

O tu ch’onori scïenzïa e arte,
questi chi son c’hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?

Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara
in Utica la morte, ove lasciasti
la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.

Inf. XIV, 103-105 (35)

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
che tien volte le spalle inver’ Dammiata
e Roma guarda come süo speglio.

Inf. XXV, 103-105

Insieme si rispuosero a tai norme,
che ’l serpente la coda in forca fesse,
e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.

Par. XXXII, 103-105

qual è quell’ angel che con tanto gioco
guarda ne li occhi la nostra regina,
innamorato sì che par di foco?

Inf. XIV, 133-135 (45)

“In tutte tue question certo mi piaci”,
rispuose, “ma ’l bollor de l’acqua rossa
dovea ben solver l’una che tu faci”. 

Inf. XXIX, 133-135

Ma perché sappi chi sì ti seconda
contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio,
sì che la faccia mia ben ti risponda: 

 

Tab. App. XV

[LSA, cap. VIII, Ap 8, 5 (radix IIIe visionis)] “Et terremotus”, quia visis tot signis et miraculis et sanctitatis exemplis, et auditis tam altis tamque discretis et fulgurativis Dei eloquiis, mota sunt corda hominum ad compunctionem, et mutata vita priori conversi sunt ad Christum; in pertinacibus vero, factus est terremotus peioris subversionis et iracunde commotionis et perse-cutionis fidei Christi et doctorum eius.
Possunt etiam predicta de missione ignis et de tonitruis et terremo<u> referri ad ignitam predicationem Christi que magnum terremotum causavit in tota Iudea, unde Luche XXIII° (Lc 23, 5) principes sacerdotum contra ipsum allegant: “Commovet populum docens per universam Iudeam” et cetera. Usquequo enim Christus baptizatus est et predicavit, non apparuit implevisse de igne altaris turibulum sue humanitatis.

[LSA, cap. XI, Ap 11, 19 (radix IVe visionis)] “Et terremotus”, id est fortis concussio et commotio terrenorum cordium ad penitentiam et ad immutationem status in melius. 

[LSA, cap. XVI, Ap 16, 18 (radix VIe visionis)] Sicut enim Ioachim ait, quando Deus vult mutare statum ecclesie precedunt ante per aliquot annos fulgura miraculorum et voces exhortationum et tonitrua spiritualium eloquiorum, ut homines excitentur et intelligant quod novum aliquid facturus sit Dominus super terram. Secundum preambulum est singularis et stupenda immutatio totius seculi et triformis divisio ecclesie, unde subdit: “Et terremotus factus est magnus, qualis numquam fuit ex quo homines fuerunt super terram, talis terremotus sic magnus”. Prout hoc spectat ad sextum tempus ecclesie, est idem quod ille terremotus qui supra, sub apertione sexti sigilli, est tactus (Ap 6, 12). Prout vero spectat ad finem seculi, erit ille qui fiet circa extremum iudicium. Prout autem dicit preambulum casus Babilonis sexto tempore fiendi, est subversio et commotio sub mistico Antichristo fienda, per quam tota carnalis ecclesia terribiliter excecabitur et commovebitur contra evangelicum spiritum Christi. Designatur etiam per hoc alia subsequens commotio adventus decem regum cum suis exercitibus super Babilonem, id est super ecclesiam carnalem (cfr. Ap 17, 16), et etiam commotio ipsius ecclesie propter adventum illorum. In utraque autem harum commotionum erit maxima commotio electorum ad spiritum Christi et per spiritum Christi.

Inf. IV, 1-3 (1)

Ruppemi l’alto sonno ne la testa
un greve truono, sì ch’io mi riscossi
come persona ch’è per forza desta 

Par. XXII, 1-3

Oppresso di stupore, a la mia guida
mi volsi, come parvol che ricorre
sempre colà dove più si confida

Inf. III, 130-132 (44)




Finito questo, la buia campagna
tremòforte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.

Purg. XX, 127-132 (43-44)

quand’ io senti’, come cosa che cada,
tremar lo monte; onde mi prese un gelo
qual prender suol colui ch’a morte vada.
Certo non si scoteoforte Delo,
pria che Latona in lei facesse ’l nido
a parturir li due occhi del cielo.

Tab. App. XVI

[LSA, cap. VIII, Ap 8, 7 (IIIa visio, Ia tuba)] “Grando” significat duritiam et pertinaciam Iudeorum, que ad predicationem Christi et apostolorum fuit fortius congelata et indurata, sicut ad Moysi verba et signa Pharao fortius induravit cor suum. […]

Per “terram” autem significatur hic Iudea, quia sicut terra habitabilis fuit segregata a mari et discooperta aquis, ut posset homo habitare in ea et ut ipsa ad usum hominis posset fructificare et herbas et arbores fructiferas ferre, sic Deus mare infidelium nationum et gentium separaverat a terra et plebe Iudeorum, ut quiete colerent Deum et facerent fructum bonorum operum, et ut essent ibi simplices in bono virentes ut herbe, et perfecti essent ut arbores grandes <et> solide et fructuose. […] Per “fenum” vero “viride” designantur simpliciores et imbecilliores, qui per bonam vitam virides videbantur et forsitan prius erant.

[LSA, cap. IX, Ap 9, 4 (IIIa visio, Va tuba)] Deinde de cohibitione subdit: “et preceptum est illis ne lederent fenum terre neque omn<e> viride neque omnem arborem, nisi tantum homines, qui non habent signum Dei in frontibus suis” (Ap 9, 4). Per “fenum” et per ceteras herbas virentes designantur simplices, humilitatem et virorem fidei et vite honeste et pie servantes; per “arbores” vero perfectos et solidiores facientes magnos fructus. Non permittit ergo Deus istos ledi, nisi ipsi prius per pravum consensum se ipsos lederent et reprobarent. Quamdiu autem in sua bonitate permanendo illis non consentiunt, tota temptatio et tribulatio quam ab illis patiuntur proficit eis ad meritum et premium et ad virtuosum exercitium, et ideo non nocet eis, immo per accidens seu materialiter prodest.

[LSA, cap. XII, Ap 12, 6 (IVa visio, Ium prelium)] “Et mulier”, id est ecclesia, “fugit in solitudinem”. […] De hac autem solitudine dicitur Isaie XXXII° (Is 32, 15-16): “Erit desertum in Chermel”, id est [sic] pinguis in gratiis sicut prius fuerat Iudea, “et Chermel”, id est Iudea, “in saltum” seu silvam “reputabitur”, id est silvestrescet, “et habitabit in solitudine iudicium et iustitia” et cetera. Et capitulo XXXV° (Is 35, 1-2): “Letabitur deserta et invia, exultabit solitudo et florebit quasi lilium. Gloria Libani data est ei, et decor Carmeli et Sa<r>on”. Et capitulo XLI° (Is 41, 19): “Dabo in solitudine cedrum et spinam et mirtum et lignum olive, ponam in desertum abietem” et cetera. Et capitulo LIIII° (Is 54, 1): “Letare, sterilis que non paris, quia multi filii deserte magis quam eius que habet virum”.

Purg. VI, 103-105 (35)

Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto,
per cupidigia di costà distretti,
che l giardin de lo ’mperio sia diserto.

Purg. VII, 103-105 (35)

E quel nasetto che stretto a consiglio
par con colui c’ha sì benigno aspetto,
morì fuggendo e disfiorando il giglio

Par. XI, 103-108 (35-36)

e per trovare a conversione acerba
troppo la gente e per non stare indarno,
redissi al frutto de l’italica erba,
nel crudo sasso intra Tevero e Arno
da Cristo prese l’ultimo sigillo,
che le sue membra due anni portarno.

Inf. I, 103-108 (35-36)               

Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.

Purg. I, 103-105 (35)

null’ altra pianta che facesse fronda
o indurasse, vi puote aver vita,
però ch’a le percosse non seconda.

 

Purg. I, 124-129 (42-43), 133-136 (45)

ambo le mani in su l’erbetta sparte
soavemente ’l mio maestro pose:
ond’ io, che fui accorto di sua arte,
porsi ver’ lui le guance lagrimose;
ivi mi fece tutto discoverto
quel color che l’inferno mi nascose.

 


Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque:
oh maraviglia! ché qual elli scelse
l’umile pianta, cotal si rinacque
subitamente là onde l’avelse.

Purg. VII, 130-136 (44-45)







Vedete il re de la semplice vita
seder là solo, Arrigo d’Inghilterra:
questi ha ne’ rami suoi migliore uscita.
Quel che più basso tra costor s’atterra,
guardando in suso, è Guiglielmo marchese,
per cui e Alessandria e la sua guerra
fa pianger Monferrato e Canavese.

Purg. XXVII, 133-135 (45)









Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce;
vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli
che qui la terra sol da sé produce.

Tab. App. XVII

[LSA, cap. VIII, Ap 8, 8-9 (IIIa visio, IIa tuba)] […] “et tamquam mons magnus igne ardens missus est in mare” (Ap 8, 8). Mons iste est diabolus, qui a gentilibus in idolis colebatur ut Deus, qui dicitur “mons magnus” tum propter magnum superbie sue tumorem, tum propter magnitudinem sue naturalis potentie, qui contra sanctos doctores, contra eius cultum et idolatriam predicantes et ipsam pro posse a toto orbe expellentes, exarsit igne ire et invidie contra ipsos, et per effectum impie suggestionis et successionis “missus est in mare”, id est in fluctuosis cordibus gentilium, quorum multitudo erat quasi mare magnum et inter quos non erat habitatio fidelium simplicium, quasi pecora et iumenta, et multo minus perfectorum et discretorum, qui sunt quasi homines.
“Et mortua est tertia pars creature eorum, que habebant animas in mari” (Ap 8, 9), id est illa pars simplicium gentilium, qui credendo in Christum habebant animam, id est vitam gratie cum quadam tamen animalitate, et que non valuit tantam temptationem portare et vincere, “et mortua est” a vita fidei apostatando ab ea.
“Et tertia pars navium interiit”, scilicet illa pars fidelium doctorum, qui verbo et exemplo et elemosinarum suffragio vel aliis piis obsequiis portabant et deducebant alios per mare gentilium quasi naves eorum, que nequivit vel noluit tantam persecutionem pati, interiit apostatando a fide.
Vel, secundum Ricardum, per habentes animas intelliguntur hii qui inter gentiles videbantur magis rationales; per naves vero hii qui aliorum erant vectores et sustentatores, qui quidem fidem respuendo et in infidelitate permanendo eterne morti deputati disperierunt.
Secundum autem Ioachim, “mons” iste “magnus” fuit Nicholaus, unus de septem diachonibus primis, qui succensus zelo maligno, nominatam heresim condidisse narratur. Sicut enim de apostolica ecclesia egressi sunt pseudoapostoli impugnantes apostolicam libertatem, quibus tamen restitit Paulus cum coadiutoribus suis, sic de septem diachonibus, quorum est legere et super humeros honus passionis Christi portare, exierunt Nicholaite, qui predicationem secundi temporis heretica pravitate fedaverunt. Ex quo aliqua pars maris, id est gentilium, eis in sanguine crudelitatis et luxurie et comessationis idolaticorum adhe<sit>, et aliqua pars animalium fidelium et etiam nonnulle ecclesie, que erant quasi naves credentium. Primus tamen modus est litteralior et principalior et universalior. Nam ex secta Nicholaitarum non exivit millesima pars temptationis secundi status, scilicet martirum, nec plus videtur pertinere ad secundum statum quam ad primum, nec potest dici quin tota persecutio martirum fuerit contra doctrinam fidei et contra docentes et addi<s>centes et observantes eam.

Inf. XII, 16-18 (6)

Lo savio mio inver’ lui gridò: “Forse
tu credi che qui sia ’l duca d’Atene,
che sù nel mondo la morte ti porse?”

Par. XXVI, 16-18

Lo ben che fa contenta questa corte,
Alfa e O è di quanta scrittura
mi legge Amore o lievemente o forte.

Inf. V, 61-63 (21)

L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussurïosa.

Inf. XIII, 61-63

che dal secreto suo quasi ogn’ uom tolsi;
fede portai al glorïoso offizio,
tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi.

Inf. XII, 94-96 (32)

e che ne mostri là dove si guada,
e che porti costui in su la groppa,
ché non è spirto che per l’aere vada. 

Inf. XVII, 94-96

Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne
ad altro forse, tosto ch’i’ montai
con le braccia m’avvinse e mi sostenne

Purg. V, 112-118 (38-40)

Giunse quel mal voler che pur mal chiede
con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento
per la virtù che sua natura diede.
Indi la valle, come ’l dì fu spento,
da Pratomagno al gran giogo coperse
di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento,
sì che ’l pregno aere in acqua si converse

Par. I, 112-117 (38-39)

onde si muovono a diversi porti
per lo gran mar de l’essere, e ciascuna
con istinto a lei dato che la porti.
Questi ne porta il foco inver’ la luna;
questi ne’ cor mortali è permotore;
questi la terra in sé stringe e aduna 

Inf. II, 133-135 (45)

Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse!

Inf. V, 133-138 (45-46)

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu  ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante”.

Par. XIII, 133-138 (45-46)

ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima
lo prun mostrarsi rigido e feroce,
poscia portar la rosa in su la cima;
e legno vidi già dritto e veloce
correr lo mar per tutto suo cammino,
perire al fine a l’intrar de la foce.

Tab. App. XVIII

[LSA, cap. IX, Ap 9, 1-2 (IIIa visio, Va tuba)] “Et quintus angelus” (Ap 9, 1), id est ordo doctorum quinti temporis, “tuba cecinit”, id est officium sue doctrine exercuit. Quid autem mali sit subsecutum ostendit subdens: “et vidi stellam” et cetera. Ad cuius evidentiam nota quod preter mala omnibus temporibus ecclesie et humano generi communia, erant tria gravissima circa finem quinti temporis ventura.
Quorum primum fuit horrenda et effrenata laxatio clericorum et monachorum et laicorum seu vulgarium plebium.
Secundum, sumens a predicta occasione<m>, est hereticorum manicheorum et valdentium (sic!) eis in multis consimilium multa et pestifera inundatio.
Tertium est aliorum ypocritalium religiosorum cum primis multiplicatio et spiritus Christi et vite eius ab omnibus impugnatio, quamvis sub diversis modis et fraudibus, ut fiat perplexior temptatio fere inducens in errorem electos.
Unaqueque autem istarum trium temptationum tangitur et describitur in parte ista, et ideo oportet eam ter exponi.
Igitur exponendo eam primo pro prima, scilicet pro enormi laxatione quasi omnium, tanguntur septem.
“Et data est <illi> clavis putei abissi, et aperuit puteum abissi” (Ap 9, 1-2), id est data est eis potestas aperiendi ipsum. Puteus abissi habet infernalem flammam et fumositatem obscuram et profunditatem voraginosam et quasi immensam et societatem demoniacam. Aperire ergo puteum abissi in populo quinti status fuit perverso exemplo et malo regimine solvere frenum carnalis concupiscentie et avaritie et terrene astutie et malitie et secularis lacivie ac demoniace seu pompose superbie, quod quidem frenum erat prius in ecclesia tam per Dei et suorum preceptorum ac iudiciorum timorem quam per sanctorum prelatorum disciplinam rigidam et severam ad se et suos subditos fortiter infrenandos, et etiam per sancte societatis exemplum et zelum nequeuntem in se vel in sociis tolerare enormitates et effrenationes predictas. Fuit autem prelatis in predicta gradatim ruentibus data seu permissa potestas aperiendi puteum cordium ad concipiendum et effundendum mala predicta, tum quia malum quod a prelatis geritur facile trahitur a subditis in exemplum et sequuntur ipsum ut caput et ducem, tum quia prelatis non solum dissimulantibus et negligentibus mala subditorum corripere et punire sed etiam favorem prebentibus hiis qui peccant, grex subditorum de se pronus ad malum cito labitur et tandem precipitatur; tum quia ob huiusmodi culpam prelatorum Deus permisit subditos temptari et a demonibus instigari et tandem ruere. Secundo tangitur gravitas mali de aperto iam puteo exeuntis, cum ait: “et ascendit fumus putei sicut fumus fornacis magne, et obscuratus est <sol et> aer de fumo putei” (Ap 9, 2). Fumus iste est omne extrinsecum malum opus et signum de cordali flamma luxurie et avaritie et superbie et ire et invidie et  malitiose astutie procedens. Et quanto iste fumus est maior et gro<ss>ior et de maiori ac peiori flamma exiens, tanto plus pungit et confundit oculos intuentium, et tanto plus non solum coram fidelibus sed etiam coram infidelibus diffamat et obscurat solarem claritatem fidei et ecclesie et religionis perducentis ad cultum veri solis Christi, sicut aer sua perspicuitate perducit nostrum visum ad solem et radios solis usque ad oculum nostrum. Vel per hoc designatur quod multi prelati ecclesiarum et religionum, qui prius erant quasi sol, et multi spirituales, qui prius erant quasi aer purus a sole illuminatus, corrumpuntur et denigrantur a fumo tante laxationis.

Inf. XVIII, 4-6 (2)

Nel dritto mezzo del campo maligno
vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
di cui suo loco dicerò l’ordigno. 

Inf. XXI, 4-6

restammo per veder l’altra fessura
di Malebolge e li altri pianti vani;
e vidila mirabilmente oscura. 

Purg. XVI, 4-7 (2-3)

non fece al viso mio sì grosso velo
come quel fummo ch’ivi ci coperse,
né a sentir di così aspro pelo,
che l’occhio stare aperto non sofferse

Inf. XXXI, 31-39 (11-13)

“sappi che non son torri, ma giganti,
e son nel pozzo intorno da la ripa
da l’umbilico in giuso tutti quanti”.
Come quando la nebbia si dissipa,
lo sguardo a poco a poco raffigura
ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa,
così forando l’aura grossa e scura,
più e più appressando ver’ la sponda,
fuggiemi errore e cresciemi paura 

Purg. XVI, 34-36 (12)




“Io ti seguiterò quanto mi lece”,
rispuose; “e se veder fummo non lascia,
l’udir ci terrà giunti in quella vece”.

Purg. XXXII, 34-36 (12)




Forse in tre voli tanto spazio prese
disfrenata saetta, quanto eramo
rimossi, quando Bëatrice scese.

 

Inf. XXIV, 49-51 (17)




sanza la qual chi sua vita consuma,
cotal vestigio in terra di sé lascia,
qual fummo in aere e in acqua la schiuma. 

Inf. XXIX, 46-51 (16-17)

Qual dolor fora, se de li spedali
di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre
e di Maremma e di Sardigna i mali
fossero in una fossa tutti ’nsembre,
tal era quivi, e tal puzzo n’usciva
qual suol venir de le marcite membre.

Inf. XXIX, 58-60 (20)

Non credo ch’a veder maggior tristizia
fosse in Egina il popol tutto infermo,
quando fu l’aere sì pien di malizia

Purg. XVI, 58-60

Lo mondo è ben così tutto diserto
d’ogne virtute, come tu mi sone,
e di malizia gravido e coverto

Inf. IX, 73-75 (25)




Li occhi mi sciolse e disse: “Or drizza il nerbo
del viso su per quella schiuma antica
per indi ove quel fummo è più acerbo”.

Purg. XXVIII, 70-75 (24-25)

Tre passi ci facea il fiume lontani;
ma Elesponto, là ’ve passò Serse,
ancora freno a tutti orgogli umani,
più odio da Leandro non sofferse
per mareggiare intra Sesto e Abido,
che quel da me perch’ allor non s’aperse.

Inf. XXX, 91-93 (31) 

E io a lui: “Chi son li due tapini
che fumman come man bagnate ’l verno,
giacendo stretti a’ tuoi destri confini?”.

Purg. XVI, 91-93 

Di picciol bene in pria sente sapore;
quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,
se guida o fren non torce suo amore.

Inf. VII, 121-123 (41)

Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
portando dentro accidioso fummo …”.

Inf. XXII, 121-123

Lo Navarrese ben suo tempo colse;
fermò le piante a terra, e in un punto
saltò e dal proposto lor si sciolse.

Purg. V, 121-123 

e come ai rivi grandi si convenne,
ver’ lo fiume real tanto veloce
ruinò, che nulla la ritenne. 

Purg. XV, 142-145 (48)

Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
verso di noi come la notte oscuro;
né da quello era loco da cansarsi.
Questo ne tolse li occhi e l’aere puro.

Purg. XVI, 142-145

“Vedi l’albor che per lo fummo raia
già biancheggiare, e me convien partirmi
(l’angelo è ivi) prima ch’io li paia”.
Così tornò, e più non volle udirmi.

Purg. XIX, 142-145

Nepote ho io di là c’ha nome Alagia,
buona da sé, pur che la nostra casa
non faccia lei per essempro malvagia;
e questa sola di là m’è rimasa.

Tab. App. XIX

[LSA, cap. IX, Ap 9, 3 (IIIa visio, Va tuba)] Tertio tangitur quedam spiritalis plaga quorundam pestiferorum de predicto fumo exeuntium, cum subdit: “et de fumo putei exierunt locuste in terram” (Ap 9, 3). Quamvis per has locustas possint designari omnes mali christiani quorum malitia est multa et publica et multorum lesiva et cruciativa, magis tamen proprie, quoad hunc primum sensum, designat pravam multitudinem clericorum et monachorum et iudicum et ceterorum curialium plurimos spiritaliter et temporaliter pungentium et cruciantium, qui omnes de fumo putei exeunt quia de pravo exemplo effrenationis prefate occasionem et inductivam causam sui mali traxerunt, et etiam quia quasi de puteo inferni cum predicto fumo exempli pessimi videntur exisse. Vocantur autem “locuste”, tum quia ad modum locuste alte saliunt per elationem, et hoc postremis cruribus quia vanam gloriam in omnibus finaliter intendunt, et ad terram recidunt per cupiditatem; tum quia instar locustarum postremis cruribus saliunt, proponendo scilicet in fine penitentiam agere et sic sperant ad gloriam eternam salire, pedibus vero anterioribus et toto ore terre adherent virentia cuncta rodentes; tum quia locusta est animal parvum et secundum legem mundum, habetque alas non ad altum et diuturnum volatum sed ad infimum et modicum. Et ideo partim designat ypocritas humilitatis et munditie et contemplativi volatus simulatores aliorum vitam detractionibus corrodentes et aliorum bona temporalia devorantes, sive per auctoritatem ecclesiasticam, sive per oblationem quasi sanctis factam, sive per questum quasi sub specie pietatis exactum, sive per symoniacam fraudem, sive per falsa et iniqua iudicia vel per alias impias exactiones; partim etiam designat leves et volatiles clericos et monachos carnalia sectantes et per <ea> multis nocentes.

Inf. XXI, 67-72 (23-24)

Con quel furore e con quella tempesta
ch’escono i cani a dosso al poverello
che di sùbito chiede ove s’arresta,
usciron quei di sotto al ponticello,
e volser contra lui tutt’ i runcigli;
ma el gridò: “Nessun di voi sia fello!

Purg. XIX, 70-75 (24-25)




Com’ io nel quinto giro fui dischiuso,
vidi gente per esso che piangea,
giacendo a terra tutta volta in giuso.
Adhaesit pavimento anima mea
sentia dir lor con sì alti sospiri,
che la parola a pena s’intendea. 

Purg. XX, 70-75  (24-25)




Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi,
che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
per far conoscer meglio e sé e ’ suoi.
Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia
con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.

Tab. App. XX

[LSA, cap. IX, Ap 9, 11-12 (IIIa visio, Va tuba)] Rex autem harum locustarum recte vocatur “Exterminans” (Ap 9, 11), ut insinuetur esse ille de quo in Psalmo dicitur: “Vineam de Egipto transtulisti”, id est ecclesiam de statu gentilitatis eduxisti, “et plantasti eam; ut quid destruxisti maceriam eius, et vindemiant eam omnes qui pretergrediuntur viam. Exterminavit eam aper de silva” et cetera (Ps 79, 9.13-14), quasi dicat: multi heretici quidem transeuntes et pretergredientes viam intulerunt ecclesie dampna que ad tempus poterant tolerari, quia etsi perdebatur fructus, ipsa tamen in statu suo integra permanebat. Sed ille qui dicitur “aper de silva et singularis ferus” intolerabiliter “exterminavit eam”, ita ut non videatur esse vinea Dei sed potius sinagoga diaboli. Iste autem aper sepe dicitur misticus Antichristus, assimilatus Caiphe pontifici Christum condempnanti et Herodi Christum illudenti. Sequens autem aper, magnus scilicet Antichristus, assimilatur Neroni pagano imperanti toti orbi et Simoni mago dicenti se Deum et filium Dei.

Inf. XIII, 112-117 (38-39)

similemente a colui che venire
sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
ch’ode le bestie, e le frasche stormire.
Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogne rosta.

Inf. XXIII, 115-120 (39-40)




mi disse: “Quel confitto che tu miri,
consigliò i Farisei che convenia
porre un uom per lo popolo a’ martìri.
Attraversato è, nudo, ne la via,
come tu vedi, ed è mestier ch’el senta
qualunque passa, come pesa, pria.

Par. XIX, 118-120 (40)






Lì si vedrà il duol che sovra Senna
induce, falseggiando la moneta,
quel che morrà di colpo di cotenna. aper

Inf. XXI, 121-123 (41)

Libicocco vegn’ oltre e Draghignazzo,
Cirïatto sannuto e Graffiacane
e Farfarello e Rubicante pazzo.

Par. XIX, 121-123               

Lì si vedrà la superbia ch’asseta,
che fa lo Scotto e l’Inghilese folle,
sì che non può soffrir dentro a sua meta.
                  exterminans

Inf. XXIX, 130-132 (44)

e tra’ne la brigata in che disperse
Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,
e l’Abbagliato suo senno proferse.

Par. XVIII, 130-132

Ma tu che sol per cancellare scrivi,
pensa che Pietro e Paulo, che moriro
per la vigna che guasti, ancor son vivi.

Tab. App. XXI

[LSA, cap. X, Ap 10, 4-7 (IIIa visio, VIa tuba)] Sequitur (Ap 10, 4): “Et ego scripturus eram, et audivi vocem de celo dicentem: signa”, id est quasi sigillo firmo in tuo corde claude illa “que locuta sunt septem tonitrua, et noli ea scribere”. Hic demonstratur primo pium desiderium spiritalium discipulorum ad propalandum omnibus spiritales sensus septem tonitruorum in eorum cordibus vehementer et stupende resonantium. […] Sunt enim quedam sic omnibus communia quod sunt omnibus publice predicanda, quedam vero non sunt omnibus dicenda et precipue ante tempus, iuxta illud Matthei XVII° (Mt 17, 9): “Nemini dixeritis visionem, donec Filius hominis a mortuis resurgat”. Unde et sub sexto signaculo veteris testamenti dicit angelus Danieli: “Tu autem, Daniel, claude sermones et signa librum usque ad tempus statutum” (Dn 12, 4), quod quidem erat sexta etas in qua apparuit Christus, et precipue sextus status ecclesie sue in quo liber erat plenius aperiendus, non tamen malivolis aut indispositis. Ante enim mortem magni Antichristi oportebit multa tunc sanctis aperta claudere emulis et etiam fidelibus vel adhuc animalibus.
Sequitur (Ap 10, 5): “Et angelus, quem vidi stantem supra mare et supra terram, levavit manum suam in celum (Ap 10, 6) et iuravit per viventem in secula seculorum, qui creavit celum et ea que in illo sunt, et terram et ea que in ea sunt, et mare et ea que in eo sunt, quia tempus amplius non erit; (Ap 10, 7) sed in diebus vocis septimi angeli, cum ceperit tuba canere, consumabitur misterium Dei, sicut evangelizavit per servos suos prophetas”. Iuramentum hoc designat vehementem certitudinem et assertionem quod tempus huius seculi omnino finietur in tempore septime tube. Non enim intendit quod post hoc iuramentum suum non sit tempus amplius, sed quod in voce septimi angeli consumabitur. Iurat autem hoc ita fortiter, tum ad fortius perterrendum malos et terrendo convertendum ad penitentiam, tum ad consolandum electos multiplicibus persecutionibus et miseriis vexaturos et de exilio et carcere huius vite cupientes exire et ad eternam patriam iugiter suspirantes. […] Sumendo vero tubicinium septimi angeli respectu pacis que erit in ecclesia post mortem Antichristi, tunc est sensus quod tempus afflictionis et laboris sex priorum statuum, quasi sex dierum quibus laborare et operari oportet, cessabit in sabbato et requie septimi status, tuncque “consumabitur misterium” per prophetas <pre>nuntiatum quantum in hac vita consumari debet. Et sic exponit hoc Ioachim, subdens quod post tempus sex apertionum huius sexte etatis manet «tempus, ut ait angelus Danieli, quale non fuit ex eo tempore quo ceperunt homines esse in terra (cfr. Dn 12, 1), tempus utique septimi angeli, cui benedicet Dominus dans in eo pacem et letitiam sustinentibus se». […] Nota etiam quod sicut nos iuramus levando et ponendo manum super altare vel super librum evangeliorum, tamquam protestantes nos per sanctitatem altaris vel evangelii iurare, sic iste angelus iurat levando manum ad celum, id est per altam protestationem celestis ecclesie et Dei habitantis in ea, et etiam quia demonstratio celestis mansionis et eternitatis multum confirmat tempus huius seculi <c>eleriter transiturum. Hinc etiam est quod iurat “per viventem” in eternum, ubi etiam signanter specificat tria per ipsum creata, scilicet celum”, tamquam electis querendum et tamquam locum in quo est eorum gloria consumanda; deinde “terram” cum existentibus in ea, et tertio “mare” cum existentibus in eo, quasi dicat: iuro per eum qui creavit terram fidelium et mare nationum infidelium, quibus utrisque nunc ego predico ed ad eternam gloriam invito. Unde et tenebat pedem unum super terram et alium super mare.

Purg. XXI, 103-105 (35)

Volser Virgilio a me queste parole
con viso che, tacendo, disse ‘Taci’;
ma non può tutto la virtù che vuole 

Purg. XXVI, 103-105

Poi che di riguardar pasciuto fui,
tutto m’offersi pronto al suo servigio
con l’affermar che fa credere altrui.

Par. XXIV, 103-105

Risposto fummi: “Dì, chi t’assicura
che quell’ opere fosser? Quel medesmo
che vuol provarsi, non altri, il ti giura”. 

Purg. XXI, 115-117 (39)

Or son io d’una parte e d’altra preso:
l’una mi fa tacer, l’altra scongiura
ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso 

Purg. XXVII, 115-117

Quel dolce pome che per tanti rami
cercando va la cura de’ mortali,
oggi porrà in pace le tue fami. 

Inf. XVI, 124-129 (42-43)

Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna
de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,
però che sanza colpa fa vergogna;
ma qui tacer nol posso; e per le note
di questa comedìa, lettor, ti giuro,
s’elle non sien di lunga grazia vòte

Purg. VIII, 127-129 (43)




e io vi giuro, s’io di sopra vada,
che vostra gente onrata non si sfregia
del pregio de la borsa e de la spada.

Par. X, 127-129 (43)




Lo corpo ond’ ella fu cacciata giace
giuso in Cieldauro; ed essa da martiro
e da essilio venne a questa pace.

Tab. App. XXII

[LSA, cap. XI, Ap 11, 1 (IIIa visio, VIa tuba)] “Et datus est michi calamus” (Ap 11, 1). Hic ordini prefato datur potestas et discretio regendi ecclesiam illius temporis. Datio enim potestatis significatur <per> donationem calami, quo artifices domorum solent mensurare edificia sua. Discretio vero regendi sibi dari designatur, tum per regularem ipsius calami rectitudinem et mensuram, tum per hoc quod docetur quos debeat mensurare, id est regere, et quos relinquere. Dicit autem: “Et datus est michi”, supple a Deo, “calamus similis virge”, quasi dicat: non similis vacue et fragili canne seu arundini, sed potius recte et solide virge. Et certe tali communiter mensurantur panni et edificia. Per hanc autem designatur pontificalis vel magistralis seu gubernatoria auctoritas et virtus et iustitia potens corrigere et rectificare et recte dirigere ecclesiam Dei. Secundum Ioachim, calamus iste signat linguam eruditam, dicente Psalmo (Ps 44, 2): “Lingua mea calamus scribe”, qui est similis virge, quia sicut austeritate virge coarcentur iumenta indomita, ita lingue disciplina dura corda hominum corriguntur.

Inf. XXVII, 16-21 (6-7)

Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio
su per la punta, dandole quel guizzo
che dato avea la lingua in lor passaggio,
udimmo dire: “O tu a cu’ io drizzo
la voce e che parlavi mo lombardo,
dicendo ‘Istra ten va, più non t’adizzo’”

Par. VI, 16-18 (6)

ma ’l benedetto Agapito, che fue
sommo pastore, a la fede sincera
mi dirizzò con le parole sue.

Purg. XIV, 142-151 (48-50)

 

 

Già era l’aura d’ogne parte queta;
ed el mi disse: “Quel fu ’l duro camo   Ps 31, 9
che dovria l’uom tener dentro a sua meta.
Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo
de l’antico avversaro a sé vi tira;
e però poco val freno o richiamo.
Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira,
mostrandovi le sue bellezze etterne,
e l’occhio vostro pur a terra mira;
onde vi batte chi tutto discerne”.

Par. XXXII, 139-144 (47-48)

Ma perché ’l tempo fugge che t’assonna,
qui farem punto, come buon sartore
che com’ elli ha del panno fa la gonna;
e drizzeremo li occhi al primo amore,
sì che, guardando verso lui, penètri
quant’ è possibil per lo suo fulgore.

Tab. App. XXIII

[LSA, cap. XII, Ap 12, 6 (IVa visio)] Additio vero quadraginta quinque dierum, id est annorum, que cum superiori numero facit mille trecentos triginta quinque, videtur perducere ad iubileum pacis et gratie septimi status, et ideo dicit beatum esse qui cum fervida fide et spe pertingit ad ipsum. Ideo enim premisit (Dn 12, 12): “Beatus qui spectat”, ne credatur quod qui absque spe et caritate pertingit ad finem illorum dierum seu annorum sit beatus.

Inf. X, 61-63 (21)

E io a lui: “Da me stesso non vegno:
colui ch’attende là, per qui  mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno”.

Purg. VII, 61-63

Allora il mio segnor, quasi ammirando,
Menane”, disse, “dunque là ’ve dici
ch’aver si può diletto dimorando”.

Tab. App. XXIV

[LSA, cap. XII, Ap 12, 14 (IVa visio, IIIIV prelium)] Dicit autem “per tempus et tempora et dimidium temporis”, id est per tres annos et dimidium ex quadraginta duobus mensibus triginta annorum, id est mille ducentis sexaginta annis constantes. Eundem enim numerum sub aliis verbis intendit hic ponere, quem posuit paulo ante (cfr. Ap 12, 6). Per “tempus” enim intelligitur unus annus, et per “tempora” duo ann<i>. Nam Greci, in quorum lingua iste liber est editus, habent tres numeros in suis articulis, scilicet singularem et dualem et pluralem. Quod autem “tempus et tempora et dimidium temporis” sumatur alibi pro tribus annis et dimidio, patet quia Danielis VII° dicitur quod rex undecimus, designatus per undecimum cornu, “sanctos Altissimi conteret et tradentur in manu eius usque ad tempus et tempora et dimidium temporis” (Dn 7, 25). In hoc autem libro et infra, XIII° capitulo, dicitur quod “data est illi potestas facere malum per menses quadraginta duos” (Ap 13, 5) et idem dicitur supra, XI° (Ap 11, 2/9/11). Quod autem “tempus et tempora”, id est tres anni, non sumantur hic pro annis dierum seu mensium ex solis triginta diebus constantium, se<d> potius pro annis duodecim mensium ex triginta annis quasi ex triginta diebus constantium, patet non solum ex supradictis, sed etiam quia in tertio et quarto statu ecclesie non apparuit talis persecutio vel mansio in deserto per solos tres annos dierum perdurans. Preterea hic non dicit ‘ubi aletur per tempus et tempora’, sed “ubi alitur”, tamquam monstrans se loqui de toto tempore pastus eius, de quo supra dixerat quod “habet” in deserto “locum paratum a Deo, ut ibi pascat eam mille ducentis sexaginta diebus” (Ap 12, 6).
Nota autem quod hoc tempus nominat tripliciter. Primo scilicet per quadraginta duos menses, propter misterium quadragenarii et sex septenarum que faciunt quadraginta duo, et propter misterium tricenarii quia menses completi sunt  triginta dierum.
Secundo per mille ducentos sexaginta dies, propter misticam perfectionem millenarii et centenarii ac binarii eius, et propter perfectionem sexagenarii sive senarii et denarii, quia ex sex decadibus constat.
Tertio per tres annos et dimidium, propter misterium trinitatis Dei trini cum perfectione operum suorum, que respectu eius sunt quasi dimidium seu imperfectum et partiale et quasi nichil, et que constant ex sex operibus sex dierum, vel sex etatum, quasi ex sex mensibus.

Inf. XI, 55-63 (19-21)

Questo modo di retro par ch’incida
pur lo vinco d’amor che fa natura;
onde nel cerchio secondo s’annida
ipocresia, lusinghe e chi affattura,
falsità, ladroneccio e simonia,
ruffian, baratti e simile lordura.
Per l’altro modo quell’ amor s’oblia
che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,
di che la fede spezïal si cria 

 

 

Inf. XXXI, 64-66 (22)










tre Frison s’averien dato mal vanto;
però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi
dal loco in giù dov’ omo affibbia ’l manto. 

Inf. XXXIV, 55-67 (19-23)

Da ogne bocca dirompea co’ denti
un peccatore, a guisa di maciulla,
sì che tre ne facea così dolenti.
A quel dinanzi il mordere era nulla
verso ’l graffiar, che talvolta la schiena
rimanea de la pelle tutta brulla.
“Quell’ anima là sù c’ha maggior pena”,
 disse ’l maestro, “è Giuda Scarïotto,
che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
De li altri due c’hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;
e l’altro è Cassio, che par sì membruto”.

Inf. XI, 79-84 (27-28)

Non ti rimembra di quelle parole
con le quai la tua Etica pertratta
le tre disposizion che ’l ciel non vole,
incontenenza, malizia e la matta
bestialitade? e come incontenenza
men Dio offende e men biasimo accatta?

Inf. XIX, 79-84

Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi
e ch’i’ son stato così sottosopra,
ch’el non starà piantato coi piè rossi:
ché dopo lui verrà di più laida opra,
di ver’ ponente, un pastor sanza legge,
tal che convien che lui e me ricuopra.

Purg. III, 136-141 (46-47)




Vero è che quale in contumacia more
di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,
per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
in sua presunzïon, se tal decreto
più corto per buon prieghi non diventa.

Purg. VI, 139-144 (47-48)







Atene e Lacedemona, che fenno
l’antiche leggi e furon sì civili,
fecero al viver bene un picciol cenno
verso di te, che fai tanto sottili
provedimenti, ch’a mezzo novembre
non giugne quel che tu d’ottobre fili.

Par. XIX, 133-138 (45-46)

e a dare ad intender quanto è poco,
la sua scrittura fian lettere mozze,
che noteranno molto in parvo loco.
E parranno a ciascun l’opere sozze
del barba e del fratel, che tanto egregia
nazione e due corone han fatte bozze.

Tab. App. XXV

[LSA, cap. XII, Ap 12, 14 (IVa visio, IIIIV prelium)] Nota etiam quod, secundum Ioachim, libro V° Concordie, sicut de opere quarte diei, scilicet de sole et luna et stellis, dicitur quod “sint in signa et tempora et dies et annos” (Gn 1, 14), sic in quarta visione huius libri, in qua describitur mulier in celo existens et adornata sole et luna et stellis, proponitur fuisse insignum magnum et distinguitur tempus eius in “tempus et tempora”, signanterque hoc reperitur ubi agitur de quarto statu ecclesie. Consimiliter enim sub quarto signaculo veteris testamenti fuit Helias et Heliseus et filii prophetarum quasi sol et luna et stelle, ubi et idem numerus ponitur, scilicet tres anni et dimidius absconsionis Helie a facie Iesabel (3 Rg 18, 1ss) et subtractionis pluvie a gente peccatrice. Et subdit: «quare hic misterialis numerus potius est scriptus sub quarto tempore quam sub alio, nisi quia quartum tempus est tribus temporibus precedentibus totidemque sequentibus veluti ex equo coniunctum, ita ut utrique participare videatur? Nempe et ecclesia ipsa virginum, que in muliere significatur, est mater et nutrix fidelium, quia Virgo portavit Christum in utero, Virgo peperit et lactavit? Tales etiam viri et mulieres in signa fuere, quia sicut stelle celi in signa sunt navigantibus, ita et vita iustorum est in exemplum fidelium data, ut sciant quo ire debeant omnes qui considerant eos». Hec Ioachim.

Purg. XXI,  97-99 (33)

e l’Eneïda dico, la qual mamma
fummi, e fummi nutrice, poetando:
sanz’ essa non fermai peso di dramma. 

Par. XXI, 97-99

E al mondo mortal, quando tu riedi,
questo rapporta, sì che non presumma
a tanto segno più mover li piedi.

Purg. III, 100-102 (34)

Così ’l maestro; e quella gente degna
“Tornate”, disse, “intrate innanzi dunque”,
coi dossi de le man faccendo insegna.

 

Purg. XXII, 100-105 (34-35)

“Costoro e Persio e io e altri assai”,
rispuose il duca mio, “siam con quel Greco
che le Muse lattar più ch’altri mai,
nel primo cinghio del carcere cieco;
spesse fïate ragioniam del monte
che sempre ha le nutrice nostre seco”. 

Tab. App. XXVI

[LSA, cap. XII, Ap 12, 17 (IVa visio, Vum prelium)] Dicit ergo: “Et iratus est dracho in mulierem” (Ap 12, 17). Nota quod quanto plus et pluries videt se vinci ab ecclesia et prole eius, tanto maiori ira exardescit ad illam fortius temptandam et deiciendam.
“Et abiit facere bellum cum reliquis de semine eius, qui custodiunt mandata Dei et habent testimonium Ihesu”, id est fidelem confessionem Christi per quam testimonium perhibent de Christo. Duo ponit necessaria ad salutem, scilicet observantiam mandatorum et fidem Christi exteriori professione et confessione expressam.
Ioachim dicit quod semen mulieris est Christus raptus ad tronum cum martiribus suis, et istud semen precesserat; aliud autem remanserat designatum in Iohanne evangelista, scilicet ordo monachorum quarti temporis meridianam plagam incolentium. Et ideo vocat eos reliquos seu residuos de semine mulieris.
Videtur tamen quod post Christum et martires ubique dispersos egit de ecclesia post Constantinum in unum collecta et duabus alis, id est duobus ordinibus doctorum scilicet et anachoritarum altivolis, adornata et in altum sublevata, et tam in deserto gentilitatis quam in deserto contemplative solitudinis alimentum sue refectionis habente. Post hoc autem restabat agere de reliquis tam predicti temporis quam de reliquis in quinto statu relictis. Utrique enim signanter vocantur reliqui seu reliquie, quia sicut bibita superiori et puriori et maiori parte vini vasis magni restant pauce reliquie cum fecibus quibus sunt propinque et quasi commixte, sic de plenitudine purissimi vini doctorum et anachoritarum tertii et quarti temporis remanserunt reliquie circa tempora Sarracenorum; ac deinde pluribus ecclesiis per Sarracenos vastatis et occupatis, Grecisque a romana ecclesia separatis, remansit in quinto tempore sola latina ecclesia tamquam reliquie prioris ecclesie per totum orbem diffuse. De utrisque ergo reliquiis simul agit, tum quia in utrisque remissio habundavit respectu perfectionis priorum, tum quia bestia sarracenica contra utrosque pugnavit quamvis primo contra primos.

Purg. VII, 127-129 (43)




Tant’ è del seme suo minor la pianta,
quanto, più che Beatrice e Margherita,
Costanza di marito ancor si vanta.

Purg. XXIII, 127-129 (43)

Tanto dice di farmi sua compagna
che io sarò là dove fia Beatrice;
quivi convien che sanza lui rimagna. 

Par. XXI, 124-129 (42-43) 

Poca vita mortal m’era rimasa,
quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
che pur di male in peggio si travasa.
Venne Cefàs e venne il gran vasello
de lo Spirito Santo, magri e scalzi,
prendendo il cibo da qualunque ostello.

Par. XXIII, 127-132 (43-44)




Indi rimaser lì nel mio cospetto,
Regina celi’ cantando sì dolce,
che mai da me non si partì ’l diletto.
Oh quanta è l’ubertà che si soffolce
in quelle arche ricchissime che fuoro
a seminar qua giù buone bobolce!

Purg. IX, 136-138 (46)

 

 

non rugghiò sì né si mostrò sì acra
Tarpëa, come tolto le fu il buono
Metello, per che poi rimase macra. 

Purg. XVI, 133-135 (45)

Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
di’ ch’è rimaso de la gente spenta,
in rimprovèro del secol selvaggio?

 

 

Tab. App. XXVII

[LSA, cap. XIII, Ap 13, 1.3 (IVa visio, VIum prelium)] “Et vidi de mari” (Ap 13, 1), id est de infideli natione paganismi, “bestiam”, id est bestialem catervam et sectam, “ascendentem”, scilicet in altum dominium et in publicum effectum et statum. […]
Deinde subdit de bello quod in sexto tempore est actura per sextum caput et decem cornua, dicens: “Et vidi unum de capitibus suis quasi occisum in mortem” (Ap 13, 3). […] Prelium autem quod secundo anno faciet incipit ibi: “Et concitabitur fortitudo eius et cor eius adversus regem austri” (Dn 11, 25), usque ibi: “Et de eruditis ruent, ut conflentur et dealbentur usque ad tempus prefinitum, quia adhuc aliud tempus erit” (Dn 11, 35), id est quia sequetur tertius annus. De hoc autem quod ibi interseritur: “Et venient super eum trieres et Romani, et percutietur et revertetur” (Dn 11, 30), dicit Ioachim quod utrum hoc impleatur spiritaliter aut corporaliter interim dubium relinquatur. Attamen ex illa percussione, quam patietur in membris suis, magis exardescet in iram contra ecclesiam Christi. <Nam> sequitur: “Et indignabitur contra testamentum sanctuarii et faciet”, id est iuxta votum proficiet dolus in manu eius.
Prelium vero anni tertii incipit ibi: “Et faciet rex iuxta voluntatem suam et elevabitur et magnificabitur adversus omnem deum et adversus Deum deorum loquetur magnifica” (Dn 11, 36). In cuius fine subdit Ioachim: «Creditur autem quod tempus prefinitum, de quo dicit: “et in tempore prefinito preliabitur adversus eum rex austri” (Dn 11, 40), hic sumpsit dimidium temporis seu anni in cuius consumatione cessabit imperium Antichristi». Videtur ergo Ioachim opinari quod in primo anno trium annorum et dimidii perdet regnum quod ceperat acquirere et quod postmodum recuperabit ipsum. Quod si verum est, potest dici quod prima amissio regni erit quasi occisio eius, sequens vero regni recuperatio erit quasi resurrectio eius. […]
Sequitur: “Et admirata est universa terra post bestiam” (Ap 13, 3), id est cum multe admirationis timore et stupore de resurrectione capitis bestie seu de reassumptione tante potestatis.

[LSA. cap. XVII, Ap 17, 8 (VIa visio)] Dicit ergo (Ap 17, 8): “Bestia, quam vidisti, fuit et non est”, id est, secundum Ioachim, bestia gentium infidelium, que aliquando romano imperio subiecte fuerunt et persecute sunt Christum et ecclesiam ab exordio ipsius, et per tria tempora ecclesie priora in sex capitibus corruens, scilicet in Iudeis et paganis et in quattuor gentibus seu capitibus Arrianorum, stetit tandem in septimo capite, in gente scilicet Sarracenorum a tempore Mahomet usque ad presens.
Quod autem dicitur “fuit et non est”, est secundum eum sexto tempori ecclesie ascribendum sub quo, percussa prius Babilone, superabitur a Christo ipsa bestia, Christo in suis militibus triumphante de decem regibus eius, prout dicitur infra (cfr. Ap 17, 14). Tunc enim ad horam cessabit feritas ipsius, ita quod quasi videbitur tunc non esse. Post modicum autem, bestia ipsa que iam putabatur interfecta ascensura est de abisso populi infidelis, et tunc scandalizabuntur terreni et carnales, quorum non sunt scripta nomina in libro vite, dicentes ad invicem: si iste Ihesus, quem colimus, esset vere filius Dei, nequaquam persecutio gentium, que nuper sedata fuit, iterum consurgeret in tanta potentia ad disperdendas reliquias populi christiani. Et maxime quia tunc surgent pseudochristi et pseudoprophete ad seducendum, si fieri potest, etiam electos (cfr. Mt 24, 24). Ut autem angelus indicet hanc expositionem suam esse occultam et alia expositione egere, aut sapientes esse oportere eos qui possint intelligere profundam sapientiam hic contentam, ideo dicit quod “hic”, id est in hiis verbis, “est sensus qui habet sapientiam” (Ap 17, 9), id est qui continet profundam et occultam sapientiam. Hec Ioachim.
Et sic, secundum eum, quando dicitur quod mali “mirabuntur, videntes bestiam que erat et non est” (Ap 17, 8), non est sensus quod mirentur de hoc quia tunc non erit, sed potius de hoc quia, cum iam paulo ante non esset, viderunt eam ascendere in maximam potestatem, propter quod sunt inde scandalizati usque ad negationem Christi et usque ad adorationem ipsius bestie, prout scribitur capitulo XIII° (Ap 13, 4).

Purg. VII, 10-12 (4)

Qual è colui che cosa innanzi sé
sùbita vede ond’ e’ si maraviglia,
che crede e non, dicendo “Ella è … non è …” 

Purg. XXXIII, 10-12

Modicum, et non videbitis meJo 16, 16
et iterum, sorelle mie dilette,
modicum, et vos videbitis me.

Inf. XXIV, 100-108 (34-36)

Né O sì tosto mai né I si scrisse,
com’ el s’accese e arse, e cener tutto
convenne che cascando divenisse;
e poi che fu a terra sì distrutto,
la polver si raccolse per sé stessa
e ’n quel medesmo ritornò di butto.
Così per li gran savi si confessa
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno appressa

Par. XVIII, 100-108

Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi
surgono innumerabili faville,
onde li stolti sogliono agurarsi,
resurger parver quindi più di mille
luci e salir, qual assai e qual poco,
sì come  ’l sol che l’accende sortille;
e quïetata ciascuna in suo loco,
la testa e ’l collo d’un’aguglia vidi
rappresentare a quel distinto foco.

Tab. App. XXVIII

[LSA, cap. XIV, Ap 14, 2 (IVa visio, VIum prelium)] Secundo quod erat irrig<u>a et fecunda et ex magno et multo collegio sanctorum et plurium virtualium affectuum ipsorum procedens et concorditer unita, cum dicit: “tamquam vocem aquarum multarum”. Vox enim magne et multe pluvie est ex multis et quasi innumerabilibus guttis, proceditque quasi tamquam unus sonus et quasi ab uno sonante, et idem est de sono aquarum maris vel fluminis. Sonat etiam quasi cum irriguo pinguium et lavantium et refrigerantium lacrimarum et rugientium suspiriorum. […]
Quarto erat suavissima et iocundissima et artificiose et proportionaliter modulata, unde subdit: “et vocem, quam audivi, sicut citharedorum citharizantium cum citharis suis”. Secundum Ioachim, vacuitas cithare significat voluntariam paupertatem. Sicut enim vas musicum non bene resonat nisi sit concavum, sic nec laus bene coram Deo resonat nisi a mente humili et a terrenis evacuata procedat. Corde vero cithare sunt diverse virtutes, que non sonant nisi sint extense, nec concorditer nisi sint ad invicem proportionate et nisi sub consimili proportione pulsentur. Oportet enim affectus virtuales ad suos fines et ad sua obiecta fixe et attente protendi et sub debitis circumstantiis unam virtutem et eius actus aliis virtutibus et earum actibus proportionaliter concordare et concorditer coherere, ita quod rigor iustitie non excludat nec perturbet dulcorem misericordie nec e contrario, nec mititatis lenitas impediat debitum zelum sancte correctionis et ire nec e contrario, et sic de aliis.
Cithara etiam est ipse Deus, cuius quelibet perfectio, per affectuales considerationes contemplantis tacta et pulsata, reddit cum aliis resonantiam mire iocunditatis.
Cithara etiam est totum universum operum Dei, cuius quelibet pars sollempnis est corda una a contemplatore et laudatore divinorum operum pulsata.
Dicit autem “sicut citharedorum”, quia citharedus non dicitur nisi per artem et frequentem usum, sicut magister artificiose citharizandi. Reliqui enim discordanter et rusticaliter seu inartificialiter citharizant, et si aliquando pulsant bene casualiter contingit, unde ascribitur casui potius quam prudentie artis.

Purg. X, 7-12 (3-4)

Noi salavam per una pietra fessa,
che si moveva e d’una e d’altra parte,
sì come l’onda che fugge e s’appressa.
“Qui si conviene usare un poco d’arte”,
cominciò ’l duca mio, “in accostarsi
or quinci, or quindi al lato che si parte”.

 

Purg. XXVIII, 7-15 (3-5)

Un’aura dolce, sanza mutamento
avere in sé, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave vento;
per cui le fronde, tremolando, pronte
tutte quante piegavano a la parte
u’ la prim’ ombra gitta il santo monte;
non però dal loro esser dritto sparte
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d’operare ogne lor arte 

Par. X, 7- 12 (3-4)

Leva dunque, lettore, a l’alte rote
meco la vista, dritto a quella parte
dove l’un moto e l’altro si percuote;
e lì comincia a vagheggiar ne l’arte
di quel maestro che dentro a sé l’ama,
tanto che mai da lei l’occhio non parte.

Par. XII, 19-27 (7-9)

 

Par. XIII, 16-27 (6-9)

e l’un ne l’altro aver li raggi suoi,
e amendue girarsi per maniera
che l’uno andasse al primo e l’altro al poi;

Par. XIV, 19-27 (7-9)

 

così di quelle sempiterne rose
volgiensi circa noi le due ghirlande,
e sì l’estrema a l’intima rispuose.
Poi che ’l tripudio e l’altra festa grande,
sì del cantare e sì del fiammeggiarsi
luce con luce gaudïose e blande,
insieme a punto e a voler quetarsi,
pur come li occhi ch’al piacer che i move
conviene insieme chiudere e levarsi 

e avrà quasi l’ombra de la vera
costellazione e de la doppia danza
che circulava il punto dov’ io era:
poi ch’è tanto di là da nostra usanza,
quanto di là dal mover de la Chiana
si move il ciel che tutti li altri avanza.
Lì si cantò non Bacco, non Peana,
e in una persona essa e l’umana.

Come, da più letizia pinti e tratti,
a la fïata quei che vanno a rota
 levan la voce e rallegrano li atti,
così, a l’orazion pronta e divota,
li santi cerchi mostrar nova gioia
nel torneare e ne la mira nota.
Qual si lamenta perché qui si moia
per viver colà sù, non vide quive
lo refrigerio de l’etterna ploia.

Inf. XI, 103-105 (35)

 



che l’arte vostra quella, quanto pote,
segue, come ’l maestro fa  ’l discente;
sì che vostr’ arte a Dio quasi è nepote. 

Par. VI, 100-105 (34-35)

L’uno al pubblico segno i gigli gialli
oppone, e l’altro appropria quello a parte,
sì ch’è forte a veder chi più si falli.
Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
sott’ altro segno, ché mal segue quello
sempre chi la giustizia e lui diparte

 

Par. VIII, 103-108 (35-36)

per che quantunque quest’ arco saetta
disposto cade a proveduto fine,
sì come cosa in suo segno diretta.

Par. IX, 106-108 (36)

 

 

Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine
producerebbe sì li suoi effetti,
che non sarebbero arti, ma ruine 

Qui si rimira ne l’arte ch’addorna
cotanto affetto, e discernesi ’l bene
per che ’l mondo di sù quel di giù torna.

 

Inf. XXIX, 115-120 (39-40)

 

Purg. XXVI, 112-123 (38-41)

E io a lui: “Li dolci detti vostri,
che, quanto durerà l’uso moderno,
faranno cari ancora i loro incostri”.

Par. XIII, 115-123 (39-41)

 

volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo
perch’ io nol feci Dedalo, mi fece
ardere a tal che l’avea per figliuolo.
Ma ne l’ultima bolgia de le dieceme per l’alchìmia che nel mondo usai
dannò Minòs, a cui fallar non lece.

“O frate”, disse, “questi ch’io ti cerno
col dito”, e additò un spirto innanzi,
“fu miglior fabbro del parlar materno.
Versi d’amore e prose di romanzi
soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
che quel di Lemosì credon ch’avanzi.
A voce più ch’al ver drizzan li volti,
e così ferman sua oppïnione
prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti”.

ché quelli è tra li stolti bene a basso,
che sanza distinzione afferma e nega
ne l’un così come ne l’altro passo;
perch’ elli  ’ncontra che più volte piega
l’oppinïon corrente in falsa parte,
e poi l’affetto l’intelletto lega.
Vie più che  ’ndarno da riva si parte,
perché non torna tal qual e’  si move,
chi pesca per lo vero e non ha l’arte. 

Tab. App. XXIX

[LSA, cap. XIV, Ap 14, 3 (IVa visio)] Septimo quia tante erat precellentie quod nullus alius poterat pertingere ad hunc canticum, unde subdit: “Et nemo poterat dicere canticum, nisi illa centum quadraginta quattuor milia”. Sed contra hoc obicitur quod omnes sancti gaudent de tota gloria Dei et omnium sanctorum, ergo omnes cantant de omnibus de quibus alii cantant. Dicendum quod hic non dicitur quod non cantent de eisdem, sed quod non omnes cantant nec possunt cantare canticum superiorum, sicut nec possunt pertingere ad coequalem et uniformem gloriam ipsorum. Iubilatorius autem actus glorie vel gratie sanctorum est idem quod canticum ipsorum, et etiam omnis sancta operatio ipsorum in quantum resonat Dei laudem est canticum ipsorum. Inferiores ergo, qui non pertingunt ad perfectionem operationum sanctorum superiorum, patet quod eo ipso non pertingunt ad perfectum canticum ipsorum.

[Ap 19, 1-2; VIa visio] Quia etiam spiritalis intellectus tertii generalis status tunc clarissime aperietur, et cum ipso omnes ceteri, idcirco procedet tunc de tubis diversarum ystoriarum seu figurarum et innumerabilium misteriorum concorditer et admirabiliter resonantium et sanctorum corda suscitantium ad ineffabilem Dei laudem, que hic designatur per “alleluia”. Quod est hebreum et est idem quod laudare Deum. Nam, secundum Ieronimum, ia est in hebreo <unum> de decem nominibus Dei, cantaturque communiter in ecclesia cum grandi melodia et neupmate ad designandum illum ineffabilem iubilum laudis Dei qui verbis exprimi non potest.

Par. I, 4-12 (2-4)                         

Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;
perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.
Veramente quant’ io del regno santo
ne la mia mente potei far tesoro,
sarà ora materia del mio canto. 

Par. XX, 10-12 (4)







però che tutte quelle vive luci,
vie più lucendo, cominciaron canti
da mia memoria labili e caduci.

Par. XIV, 22-24 (8)

così, a l’orazion pronta e divota,
li santi cerchi mostrar nova gioia
nel torneare e ne la mira nota.

Par. XXIV, 22-24

e tre fïate intorno di Beatrice
si volse con un canto tanto divo,
che la mia fantasia nol mi ridice. 

Purg. XXXII, 61-63 (21)

Io non lo ’ntesi, né qui non si canta
 l’inno che quella gente allor cantaro,
 né la nota soffersi tutta quanta. 

Par. XXI, 61-63

“Tu hai l’udir mortal sì come il viso”,
rispuose a me; “onde qui non si canta
per quel che Bëatrice non ha riso”.

Tab. App. XXX

[LSA, cap. XVII, Ap 17, 5-6 (VIa visio)] “Et in fronte eius nomen scriptum misterium” (Ap 17, 5), id est magni misterii seu significantie, unde et quidam libri habent “misterii” in genitivo. Quod autem sit hoc nomen subdit, scilicet “Babilon magna, mater fornicationum et abhominationum terre”. Quia enim non abscondit confusionem suorum criminum et luxuriarum, sed etiam publice omnibus aperit et ingerit et de ipsa gloriatur et gaudet, et de hoc habet nomen apud omnes famosum, ideo dicitur hoc habere scriptum in fronte. Frons enim est sublimis et evidens locus corporis et faciei. […]
Sequitur: “Et vidi mulierem ebriam”, id est extra mensuram satiatam, “de sanguine sanctorum”, id est de occisione minorum secundum Ricardum, “et de sanguine martirum Ihesu”, scilicet maiorum. Ex hoc enim quod ipsos occidendo vicit, velut ebria supra modum exultavit. Quod intellige pro illo tempore pro quo fuit in statu paganismi; tempore autem sequenti est satiata sanguine sanctorum quia de temporali gloria illorum meritis acquisita et data se inebriavit, et etiam quia per multa crimina sanguinem Christi et sanctorum contempsit et spiritaliter conculcavit.
Si queratur quare hic commemorat culpas quas hec mulier in suo priori et antiquo tempore et paganica gente commisit, cum propter illas non debeat sequens carnalis et semicristiana gens eius in sexto tempore ecclesie condempnari, de qua quidem condempnatione hic proprie agitur, patet responsio ex tactis supra XIII° et etiam in lectura super Mattheum super illud XXIIIi capituli: “ut veniat super vos omnis sanguis iustus qui effusus est a sanguine Abel iusti” et cetera (Mt 23, 35). Sicut enim totus fluvius per multa tempora durans dicitur esse unus, quamvis aqua priorum annorum eius sit alia ab aqua presentis anni, ita ut propter hanc unitatem dicamus quod iste fluvius, iam centum anni sunt, inundavit vel fuit sanguineus, sic tota continua successio populi romani dicitur esse una gens vel unus populus, ita ut dicamus quod populus romanus fuit primo paganus et postea christianus; et secundum hoc quod est unius partis attribuitur toti vel alteri parti per sinodochem.
Prima culpa prioris partis redundat pro tanto in postremam pro quanto, per Christi gratiam ab ill<a> misericorditer lota et sanctificata, est recidivando de omnibus facta ingrata.
Preterea ex hoc quod post multa gravia iudicia in primas partes sui populi facta non timuit cadere in peccata consimilia vel peiora, debet iudicari tamquam contemptrix omnium priorum iudiciorum et etiam misericordiarum factarum in priores patres eius, ac per consequens et in ipsam, pro quanto redundaverunt in eam vel redundassent si ipsa non demeruisset.
Preterea pro quanto in imitando peccata priorum amplexatur et prosequitur illa, pro tanto est omnium rea, unde Christus Luce XI° dicit Iudeis sui temporis: “Ve vobis, qui edificatis monumenta prophetarum; patres autem vestri occiderunt illos” (Lc 11, 47), quod vestro opere pro certo “testificamini quod consentitis operibus patrum vestrorum” et cetera (Lc 11, 48).

Inf. XIX, 55-57 (19)

Se’ tu sì tosto di quell’ aver sazio
per lo qual non temesti tòrre a ’nganno
la bella donna, e poi di farne strazio?

Inf. XXVII, 55-57

Ora chi se’, ti priego che ne conte;
non esser duro più ch’altri sia stato,
se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte.

Inf. VI, 64-66 (22)




E quelli a me: “Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione”.

Inf. XV, 61-66 (21-22)

Ma quello ingrato popolo maligno
che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e del macigno,
ti si farà, per tuo ben far, nimico;
ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico.

Par. XVII, 61-66

E quel che più ti graverà le spalle,
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in questa valle;
ché tutta ingrata, tutta matta ed empia
si farà contr’ a te; ma, poco appresso,
ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.

Inf. VI, 70-72 (24)







Alte terrà lungo tempo le fronti,
tenendo l’altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che n’aonti.

Inf XXVII, 64-72 (22-24)

ma però che già mai di questo fondo
non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
sanza tema d’infamia ti rispondo.
Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,
credendomi, sì cinto, fare ammenda;
e certo il creder mio venìa intero,
se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
che mi rimise ne le prime colpe;
e come e quare, voglio che m’intenda. 

Par. V, 64-69 (22-23)

Non prendan li mortali il voto a ciancia;
siate fedeli, e a ciò far non bieci,
come Ieptè a la sua prima mancia;cui più si convenia dicer ‘Mal feci’,
che, servando, far peggio; e così stolto
ritrovar puoi il gran duca de’ Greci  

Inf. XXVII, 108-111 (36-37)

e dissi: “Padre, da che tu mi lavi
di quel peccato ov’ io mo cader deggio,
lunga promessa con l’attender corto
ti farà trïunfar ne l’alto seggio”.

Par. VI, 109-111 (37)


Molte fïate già pianser li figli
per la colpa del padre, e non si creda
che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli!

Tab. App. XXXI

[LSA, cap. XVII, Ap 17, 6-7 (VIa visio)] Tertio admiranti Iohanni de visione seu specie talis mulieris exponit angelus misterium visionis, ibi: “Et miratus sum, cum vidissem eam” […] Sequitur: “Et miratus sum, cum vidissem illam, admiratione magna” (Ap 17, 6). Secundum Ricardum, hoc dicit Iohannes in persona infirmorum et imperfectorum, qui visa fallaci gloria et potentia reproborum multum mirantur pro eo quod non considerant sequentem dampnationem eorum. Si enim illam attenderent, nequaquam tantum mirarentur fallacem gloriam ipsorum. Per angelum vero dicentem Iohanni: “Quare miraris?” et cetera (Ap 17, 7) designantur doctores perfecti a quibus imperfecti de hiis erudiuntur.
Ioachim vero dicit per hoc designari quod hii qui translati sunt in desertum, ut priorum seculorum misteria intelligere queant, mirantur multum in imaginibus inusitatis sicut in muliere et bestia que portat eam, quia sciunt per eas aliquid significari et se ad illorum notitiam non posse attingere per se ipsos.
Potest etiam ultra hoc dici per hoc designari quod sancti sexti temporis erant vehementer admiraturi quomodo, post tanta sanctorum priorum agmina et exempla et post tot preclaros status ecclesie, potuit in ipsa ecclesia tam abhominabilis mulier, id est muliebris multitudo carnalium, in tanta superhabundantia esse et apparere. Designat etiam quod, quando tam ipse Iohannes quam ceteri sancti patres in spiritu prophetico viderunt ipsam sic in Christi ecclesia apparituram, sunt supra modum mirati. Responsio tamen angeli plus videtur tendere ad secundum modum per Ioachim datum. Nam ipse exponit Iohanni misterium huius predicte imaginis mulieris tamquam nescienti illud et tamquam miranti quid significaret. Unde subdit: “Ego tibi dicam sacramentum” (Ap 17, 7), id est sacram et secretam significationem, “mulieris et bestie, que portat eam” et cetera. Pro primo tamen modo Ricardi facit quia paulo post dicitur quod mali, qui non sunt in libro vite scripti, mirabuntur quando videbunt bestiam que “fuit et non est” (Ap 17, 8). Nota quod licet res seu malitia gentis per mulierem et bestiam significata sit mala, ipsum tamen signum et eius activa significatio a Deo per angelum data et presentata erat et est quid sacrum, et ideo dicitur “sacramentum”, id est sacrum signum.

Purg. III, 28-30 (10)

Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,
non ti maravigliar più che d’i cieli
che l’uno a l’altro raggio non ingombra. 

Purg. XV, 28-30

Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia
la famiglia del cielo”, a me rispuose:
“messo è che viene ad invitar ch’om saglia”.

Inf. XXV, 46-48 (16)

Se tu se’ or, lettore, a creder lento
ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,
ché io che ’l vidi, a pena il mi consento. 

Purg. XV, 46-48

Per ch’elli a me: “Di sua maggior magagna
conosce il danno; e però non s’ammiri
se ne riprende perché men si piagna”. 

Par. X, 46-48

E se le fantasie nostre son basse
a tanta altezza, non è maraviglia;
ché sopra ’l sol non fu occhio ch’andasse. 

Par. I, 136-138 (46)

Non dei più ammirar, se bene stimo,
lo tuo salir, se non come d’un rivo
se d’alto monte scende giuso ad imo.

 

Par. XXVII, 139-141 (47)




Tu, perché non ti facci maraviglia,
pensa che ’n terra non è chi governi;
onde sì svïa l’umana famiglia. 

Par. XXVIII, 136-139 (46)

E se tanto secreto ver proferse
mortale in terra, non voglio ch’ammiri:
ché chi ’l vide qua sù gliel discoperse
con altro assai del ver di questi giri.

Tab. App. XXXII

[LSA, cap. XVIII, Ap 18, 4 (VIa visio)] “Et audivi aliam vocem de celo dicentem” (Ap 18, 4). Recte dicitur alia, quia prior fuit de dampnatione reproborum, hec vero est de admonitione electorum, ne communicent cum reprobis in culpa et tandem in pena. Ait enim: “Exite de illa, popule meus, et ne participes sitis delictorum eius et de plagis eius ne accipiatis”. Idem dicitur Ieremie, L°, ubi dicitur Dei populo: “Recedite de medio Babilonis et de terra Caldeorum egredimini, et estote quasi edi ante gregem”, et subdit causam quia cito est capienda et destruenda (Jr 50, 8-9). Et nota quod principaliter loquitur hic de exitu ab imitatione et participatione scelerum eius, et etiam ab omni amicitia vel societate ipsius prebente occasionem peccandi. Plus autem precipit hoc modo exire ab ea quam a paganis, quia facilius inficiuntur fideles a societate pravorum fidelium vel hereticorum quam a paganis. Unde Apostolus Ia ad Corinthios V° dicit: “Scripsi vobis: Ne commisceamini”, id est ne communicetis, “fornicariis, non utique fornicariis huius mundi”, id est paganis tunc per totum orbem dispersis et cetera, “alioquin debueratis de hoc mundo exisse” (1 Cor 5, 9-10), id est si de illis hoc precepissem, oporteret vos de toto mundo exire, quia ipsi sunt ubique replentes totum mundum. Et ideo subdit: “Nunc autem scripsi vobis non commiscerifratribus, id est christianis, qui sunt nominati, id est famosi et per sententiam ecclesie notati de vitiis que ibi subiungit (1 Cor, 5, 11).

Inf. XV, 61-69 (21-23)

Ma quello ingrato popolo maligno
che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e del macigno,
ti si farà, per tuo ben far, nimico;
ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico.
Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
gent’ è avara, invidiosa e superba:
dai lor costumi fa che tu ti forbi. 

Par. XVII, 61-69

E quel che più ti graverà le spalle,
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in questa valle;
che tutta ingrata, tutta matta ed empia
si farà contr’ a te; ma, poco appresso,
ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.
Di sua bestialitate il suo processo
farà la prova; sì ch’a te fia bello
averti fatta parte per te stesso.

[Ap 18, 5-7] Deinde reddit rationem quare sit ab ea exeundum, ne participent in eius delictis et penis, subdens (Ap 18, 5): “Quoniam pervenerunt peccata eius usque ad celum”, id est usque ad summum, seu ad tantum et tam famosum cumulum quod Deus amodo non potest ipsam amplius tolerare. Unde subdit: “et recordatus est Dominus iniquitatum eius”, scilicet ad statim puniendum illas. Per longam enim dissimulationem punitionis videbatur non recordari earum. Quia vero sancti sunt iudicaturi malos tam in extremo iudicio quam in hac vita, predicando et comminando iustam dampnationem ipsorum, ideo pro utroque istorum modorum subdit Deus (Ap 18, 6): “Reddite illi”, scilicet condignas penas, “sicut et ipsa reddidit vobis”, id est sicut per eam estis dure et impie afflicti, sic vos dure et severe seu iuste iudicate eam. “Et duplicate duplicia secundum opera eius”, id est multo maiora supplicia sibi inferte quam ipsa intulerit vobis, quia sic merentur prava opera eius. Nam multo plus debet puniri persecutor sanctorum quam fuerit pena quam ab ipso sunt passi. Vel, secundum Ioachim, sancti reddent ei “duplicia” quia tunc, cum venerit dies calamitatis eius, duplo confundent faciem eius quam ipsi fuerint confusi ab ea. <Vel> quia impia opera eius sunt “duplicia”, scilicet offensiva Dei et sanctorum, et etiam quia sanctos dupliciter offenderunt, scilicet subtrahendo bona et inferendo mala, vel contempnendo seu blasphemando et corporaliter macerando. Ideo, secundum has duplicitates, “reddite” ei consimiliter, seu proportionaliter, “duplicia”. Et “in poculo, quo miscuit”, id est propinavit vobis, scilicet penas, “miscete illi duplum”. Expone le “duplum” dupliciter sicut prius.
Quia vero non solum punietur pro malis que fecit in sanctos vel in proximos, sed etiam pro hiis quibus se ipsam vanificavit et fedavit, ideo pro hiis subditur (Ap 18, 7): “Quantum glorificavit se et in deliciis fuit, tantum date illi tormentum et luctum”. Le “tantum” non significat hic absolutam equalitatem quantitatis, sed equalitatem proportionis et iustitie. Signanter autem notat eius culpam de duobus, scilicet de superba gloria et de carnali voluptate, quia hec duo sunt radices omnium aliorum. Nullus enim, secundum Ieronimum, querit divitias nisi pro hiis duobus. In hiis autem <tribus>, secundum Iohannem, consistit radicaliter tota malitia mundi (cfr. 1 Jo 2, 16). Quidam habent: “Quantum glorificavit se in deliciis suis”, et satis redit in idem.

Inf. XXXI, 58-63 (20-21)




La faccia sua mi parea lunga e grossa
come la pina di San Pietro a Roma,
e a sua proporzione eran l’altre ossa;
sì che la ripa, ch’era perizoma
dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto
di sovra, che di giugnere a la chioma

Purg. XXXIII, 55-60 (19-20)

E aggi a mente, quando tu le scrivi,
di non celar qual hai vista la pianta
ch’è or due volte dirubata quivi.
Qualunque ruba quella o quella schianta,
con bestemmia di fatto offende a Dio,
 che solo a l’uso suo la creò santa.

Tab. App. XXXIII

[LSA, cap. XIX, Ap 19, 10 (VI visio)] Quia vero spiritales discipuli, per Iohannem hec ab angelo di<s>centem designati, summe reverentur suos sanctos doctores et precipue illos qui tam alta et gloriosa promittunt et docent, idcirco subditur (Ap 19, 10): “Et cecidi ante pedes eius, ut adorarem eum”, non scilicet sicut creatura Deum, sed sicut servus vehementer et cum servili subiectione honorat suum dominum creatum. Et tamen angelus in veteri testamento se sic ab homine adorari sustinebat, non autem sustinet hic, immo prohibet, unde subditur: “Et dixit michi: Vide ne feceris”, scilicet talem reverentiam michi. Cuius causam subdit dicens: “Conservus tuus sum”, id est tecum et sicut tu sum servus eiusdem Dei et Domini. Ne autem credatur quod respectu solius Iohannis, propter eius singularem precellentiam, hoc diceret, et non de omnibus hominibus servis Christi, ideo dicit: “et fratrum tuorum habentium testimonium Ihesu”, id est qui perfecto corde confitentur et testificantur Ihesum esse Deum et Dominum omnium et salvatorem et redemptorem hominum.
Deinde subdit quem debeat adorare, dicens: “Deum adora”. Deinde exponit quid sit “testimonium Ihesu”, dicens: “Testimonium enim Ihesu est spiritus prophetie”, id est spiritualis prophetatio seu predicatio Christi est testimonium seu testificatio ipsius, quasi dicat: omnes qui Christo serviunt, ipsum per eius Spiritum predicando seu confitendo, sunt servi Christi sicut et ego, et ideo quoad hoc sumus invicem coequales. Vel habere “testimonium Ihesu” est credere spirituali prophetie et doctrine de Christo. Nam ipsa testificatur Ihesum.
Nota quod ex causa triplici non permittit se per modum servilem adorari. Prima est ad monstrandum dignitatem humani generis, quam in exaltatione humanitatis Christi seu Christi hominis acceperunt, ac si diceret: quia iam supra nos in sede Dei exaltatum Christum hominem video et adoro, ideo amodo me ab homine in Christum credente adorari non permitto. Secunda est ad monstrandum quod quando hactenus permittebant se ab homine adorari, non permittebant hoc de illa adoratione que competit soli Deo, sicut utique demones hoc permittunt et etiam expetunt, et hanc causam insinuat cum dicit: “Deum adora”. Tertia est ad monstrandum quod in statu et tempore humilitatis evangelice non permittunt sancti prelati se a suis subditis serviliter honorari, quia non se habent ad eos ut domini sed potius ut ministri et servi, iuxta quod Christus exemplo et verbo docuit Luche XXII°, ubi dicit: “Qui maior est in vobis fiat sicut minor”, et “Ego in medio vestrum sum sicut qui ministrat” (Lc 22, 26-27). Et hinc est quod Petrus, apostolorum princeps et summus ecclesie pontifex, non permittit se a Cornelio flexis genibus serviliter honorari, immo elevat eum dicens: “Et ipse ego homo sum”, sicut et tu (Ac 10, 26). 

[LSA, cap. XXII, Ap 22, 8-9 (VIIa visio)] Et hec est beata contentio evangelice humilitatis, per quam superiores se honorari prohibent, et inferiores honorare et se illis omnino subicere numquam cessant.

Purg. XXVI, 16-18 (6)




O tu che vai, non per esser più tardo,
ma forse reverente, a li altri dopo,
rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo.

Par. VII, 13-16 (5-6)

Ma quella reverenza che s’indonna
di tutto me, pur per Be e per ice,
mi richinava come l’uom ch’assonna.
Poco sofferse me cotal Beatrice 

Purg. II, 25-30 (9-10)

Lo mio maestro ancor non facea motto,
mentre che i primi bianchi apparver ali;
allor che ben conobbe il galeotto,
gridò: “Fa, fa che le ginocchia cali.
Ecco l’angel di Dio: piega le mani;
omai vedrai di sì fatti officiali”.

Purg. XXXIII, 25-27 (9)

Come a color che troppo reverenti
dinanzi a suo maggior parlando sono,
che non traggon la viva voce ai denti 

Purg. IX, 106-111 (36-37)

Per li tre gradi sù di buona voglia
mi trasse il duca mio, dicendo: “Chiedi
umilemente che ’l serrame scioglia”.
Divoto mi gittai a’ santi piedi;
misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,
ma tre volte nel petto pria mi diedi.

Purg. XXXII, 106-108 (36)

Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi
d’i suoi comandamenti era divoto,
la mente e li occhi ov’ ella volle diedi. 

Purg. IX, 127-129 (43)

Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri
anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,
pur che la gente a’ piedi mi s’atterri.

Purg. XIX, 127-135 (43-45)

Io m’era inginocchiato e volea dire;
ma com’ io cominciai ed el s’accorse,
solo ascoltando, del mio reverire,
“Qual cagion”, disse, “in giù così ti torse?”.
E io a lui: “Per vostra dignitate
mia coscïenza dritto mi rimorse”.
“Drizza le gambe, lèvati sù,  frate!”,
rispuose; “non errar: conservo sono
teco e con li altri ad una podestate.”

Purg. XXI, 130-132 (44)




Già s’inchinava ad abbracciar li piedi
al mio dottor, ma el li disse: “Frate,
non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi”.

Tab. App. XXXIV

[LSA, cap. XX, Ap 20, 8 (VIIa visio)] Et subdit: «Quod vero ait: “Et ascenderunt super <la>titudinem terre, et circuierunt castra sanctorum et civitatem dilectam” (Ap 20, 8), non ad unum locum venisse vel venturi esse significati sunt, quasi in uno loco futura sint castra sanctorum et dilecta civitas, cum hec non sit nisi Christi ecclesia toto orbe diffusa; ac per hoc ubicumque tunc erit, que in omnibus gentibus erit, quod significatur per latitudinem terre, ibi erunt castra sanctorum et civitas Deo dilecta, ibique a suis inimicis cingetur, id est in angustias tribulationis artabitur et concludetur». Hec Augustinus (De civ. Dei, XX, 11). […] Nota autem quod dicit “circuierunt castra sanctorum et civitatem dilectam” (Ap 20, 8), ut monstret quod ecclesia erit tunc ad militarem et pervigilem pugnam instar castrensis exercitus ordinata, et nichilominus ad Christi contemplativum cubiculum et amplexum instar sponse dilecte et civitatis unice recollecta, et etiam ad monstrandum quod, preter castrensem fortitudinem contra suos hostes, aderit sibi singularis custodia Christi tamquam ipsam singulariter diligentis. Vel per “castra sanctorum” intelligit spiritualia collegia et monasteria evangelicorum religiosorum illius temporis, per “civitatem” vero ecclesiam generalem.

[LSA, cap. XXI, Ap 21, 12 (VIIa visio)] Deinde subdit de dispositione partium eius: “Et habebat murum” et cetera (Ap 21, 12). Ubi nota quod in describendo formalem dispositionem partium, incipit ab ultimo per medium ad primum, id est a muro per eius portas ad fundamentum; ubi vero agit de materia, incipit a muro ac deinde agit de fundamento et postmodum de portis, tamquam ab extremis veniens ad medium (cfr. Ap 21, 18-21); utrobique autem incipit a muro, tamquam ab eo quod intrantibus vel extra aspicientibus occurrit primo. Deinde vero agit de tota interiori civitate.
Nota etiam quod ad hedificand<a>m urbem primo invenitur locus et fodiuntur fossata, secundo ibi ponuntur fundamenta et hedificantur muri, tertio statuuntur porte et hedificantur domus. Primum autem horum pertinet ad primum statum, qui fuit ante Christum humanatum; secundum vero ad secundum, tertium autem ad tertium. Primo enim electus est populus Israel, ut fieret in eo preparatio huius nobilis civitatis. Secundo in adventu Domini electi sunt duodecim apostoli, ut essent in fundamentis civitatis, et post ipsos filii in fide de populo gentili, ut transirent in muros civitatis. Cum autem venerit tempus conversionis Israel et iterum totius orbis, tunc statuentur duodecim porte duodecim apostolis similes, per quas universus populus fidelis intret civitatem. Attamen in quolibet statu possunt omnes partes civitatis mistice adaptari, nec mirum, quia sicut diversa possunt significari per idem, sic unum et idem potest per plura significari. Nam Christus est fundamentum secundum Apostolum, Ia ad Corinthios III° (1 Cor 3, 10-11); et porta seu hostium et etiam hostiarius, prout dicitur Iohannis X° (Jo 10, 3/9); et murus et antemurale, prout dicitur Isaie XXVI° (Is 26, 1). Apostoli etiam fuerunt fundamenta ecclesie, prout dicitur ad Ephesios II° (Eph 2, 20); fuerunt etiam porte per quas infideles intraverunt ad fidem et ecclesiam Christi. Sed ad presens sufficit predictum modum tamquam principaliorem breviter exponere.
Dicit ergo: “Et habebat murum magnum et altum” (Ap 21, 12). Per magnum intelligit longum et latum, seu totum eius circuitum. Sicut autem murus opponitur exterioribus et defendit et abscondit interiora, sic sancti martires et zelativi doctores et pugiles, qui opposuerunt se hostibus et eorum impugnationibus in defensionem fidei et ecclesie, fuerunt murus ecclesie magnus et altus. Virtutes etiam hiis officiis dedicate sunt murus animarum sanctarum, qui quidem murus est ex lapide propter solidam virtutem sanctorum, et “ex lapide iaspide” (cfr. Ap 21, 18) propter virorem vive fidei, propter quam sunt zelati et passi et fortes effecti.

Inf. XVIII, 7-12 (3-4)

Quel cinghio che rimane adunque è tondo
tra ’l pozzo e ’l piè de l’alta ripa dura,
e ha distinto in dieci valli il fondo.
Quale, dove per guardia de le mura
più e più fossi cingon li castelli,
la parte dove son rende figura

Purg. XXVII, 10-15 (4-5)




Poscia “Più non si va, se pria non morde,
anime sante, il foco: intrate in esso,
e al cantar di là non siate sorde”,
ci disse come noi li fummo presso;
per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi,
qual è colui che ne la fossa è messo.

Par. XXV, 10-12 (4)




però che ne la fede, che fa conte
l’anime a Dio, quivi intra’ io, e poi
Pietro per lei sì mi girò la fronte. 

 

Inf. III, 16-18 (6)

Noi siam venuti al loco ov’ i’ t’ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’hanno perduto il ben de l’intelletto.

 

Inf. XVIII, 16-21 (6-7)

così da imo de la roccia scogli
movien che ricidien li argini e ’ fossi
infino al pozzo che i tronca e raccogli.
In questo luogo, de la schiena scossi
di Gerïon, trovammoci; e ’l poeta
tenne a sinistra, e io dietro mi mossi. 

Inf. XIX, 16-18 (6)

Non mi parean men ampi né maggiori
che que’ che son nel mio bel San Giovanni,
fatti per loco d’i battezzatori

Inf. XXXII, 16-18

Come noi fummo giù nel pozzo scuro
sotto i piè del gigante assai più bassi,
e io mirava ancora a l’alto muro

Par. XXXII, 16-21

E dal settimo grado in giù, sì come
infino ad esso, succedono Ebree,
dirimendo del fior tutte le chiome;
perché, secondo lo sguardo che fée
la fede in Cristo, queste sono il muro
a che si parton le sacre scalee. 

 

Inf. XIX, 40-42 (14) 

Allor venimmo in su l’argine quarto;
volgemmo e discendemmo a mano stanca
là giù nel fondo foracchiato e arto.

Inf. XXVI, 40-42 

tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.

 

Purg. XX, 97-99 (33)

Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa
de lo Spirito Santo e che ti fece
verso me volger per alcuna chiosa

Par. XXII, 97-99

Così mi disse, e indi si raccolse
al suo collegio, e ’l collegio si strinse;
poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse.

Inf. VIII, 121-123 (41)

E a me disse: “Tu, perch’ io m’adiri,
non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
qual ch’a la difension dentro s’aggiri”.

Par. XVIII, 121-123

sì ch’un’altra fïata omai s’adiri
del comperare e vender dentro al templo
che si murò di segni e di martìri.

 

Inf. IX, 132-133 (44)

E poi ch’a la man destra si fu vòlto,
passammo tra i martìri e li alti spaldi.

 

Inf. X, 133-136 (45)


Appresso mosse a man sinistra il piede:
lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo
per un sentier ch’a una valle fiede,
che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.

Inf. XXVI, 132 (44)

poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo

 

Tab. App. XXXV

[LSA, cap. XXI, Ap 21, 12 (VIIa visio)] In scripturis tamen sepe angulus sumitur pro fortitudine et ornatu, quia in angulis domorum, in quibus parietes coniunguntur, est fortitudo domus. Unde Christus dicitur esse factus in caput anguli et lapis angularis; et Iob I° dicitur “ventus” <concussisse> “quattuor angulos domus” ut dirueret ipsam domum (Jb 1, 19), et Zacharie X°, ubi agitur de futura fortitudine et victoria regni Iude, dicitur quod “ex ipso” erit “angulus et paxillus et archus prelii” (Zc 10, 4), id est robusti duces qui erunt aliorum sustentatores sicut angulus et paxillus; et Sophonie I° dicitur quod “dies ire” erit “super civitates munitas et super angulos excelsos” (Sph 1, 15-16), et capitulo III° dicitur: “Disperdidi gentes et dissipati sunt anguli earum” (Sph 3, 6), id est robusti duces earum; et I° Regum XIIII°: “dixit Saul: Applicate huc universos angulos populi” et cetera (1 Rg 14, 38).
In ornatu vero sunt angulares prominentie que fiunt in columpnis et portis, unde III° Regum VI° dicitur quod Salomon “in ingressu” sancti sanctorum “fecit postes angulorum quinque” (3 Rg 6, 31), in quibus scilicet postibus hostia figebantur. Unde et Ricardus, in quodam tractatu de templo exponens hoc, dicit quod postes aliquando ita dolantur ut habeant angulos quattuor et aliquando quinque et aliquando senos aut septenos aut etiam octenos. Potest ergo hic sumi duodenarius angulorum pro redundanti ornatu virtutum sub discreta et subtili incisione exterius prominentium, aut ultra hoc pro perfectis sociis unicuique duodecim portarum, id est principalium ducum et doctorum, annexis, iuxta quod Luchas et Silas et Titus et Thimoteus et Dionysius et consimiles erant apostolo Paulo connexi et in officio predicationis et regiminis cooperantes.

[LSA, cap. XXI, Ap 21, 16 (VIIa visio)] “Et civitas in quadro posita est”, id est habens quattuor latera muri sub figura quadranguli iuncta, per quod designatur solida quadratura virtutum. […] “Et mensus est civitatem Dei cum arundine per stadia duodecim milia” (Ap 21, 16). Stadium est spatium in cuius termino statur vel pro respirando pausatur, et per quod curritur ut bravium acquiratur, secundum illud Apostoli Ia ad Corinthios, capitulo IX°: “Nescitis quod hii, qui in stadio currunt, omnes quidem currunt, sed unus accipit bravium?” (1 Cor 9, 24), et ideo significat iter meriti triumphaliter obtinentis premium. Cui et congruit quod stadium est octava pars miliarii, unde designat octavam resurrectionis. Octava autem pars miliarii, id est mille passuum, sunt centum viginti quinque passus, qui faciunt duodecies decem et ultra hoc quinque; in quo designatur status continens perfectionem apostolicam habundanter implen-tem decalogum legis, et ultra hoc plenitudinem quinque spiritualium sensuum et quinque patriarchalium ecclesia-rum.

Purg. XXIV, 19-21 (7)

“Questi”, e mostrò col dito, “è Bonagiunta,
Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
di là da lui più che l’altre trapunta …”

Par. XVII, 19-21

mentre ch’io era a Virgilio congiunto
su per lo monte che l’anime cura
e discendendo nel mondo defunto

Par. II, 22-30 (8-10)

Beatrice in suso, e io in lei guardava;
e forse in tanto in quanto un quadrel posa
e vola e da la noce si dischiava,
giunto mi vidi ove mirabil cosa
mi torse il viso a sé; e però quella
cui non potea mia cura essere ascosa,
volta ver’ me, sì lieta come bella,
“Drizza la mente in Dio grata”, mi disse,
“che n’ha congiunti con la prima stella”.

Par. X, 28-33 (10-11)







Lo ministro maggior de la natura,
che del valor del ciel lo mondo imprenta
e col suo lume il tempo ne misura,
con quella parte che sù si rammenta
congiunto, si girava per le spire
in che più tosto ognora s’appresenta

Par. XVII, 22-24 (8)

dette mi fuor di mia vita futura
parole gravi, avvegna ch’io mi senta
ben tetragono ai colpi di ventura

 

 

Par. I, 37-42 (13-14)

Surge ai mortali per diverse foci
la lucerna del mondo; ma da quella
che quattro cerchi giugne con tre croci,
con miglior corso e con migliore stella
esce congiunta, e la mondana cera
più a suo modo tempera e suggella.

Par. XVI, 40-42 (14)




Li antichi miei e io nacqui nel loco
dove si truova pria l’ultimo sesto
da quei che corre il vostro annüal gioco.

Inf. III, 52-54 (18)

E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna

Inf. XXXI, 52-57 (18-19)

E s’ella d’elefanti e di balene
non si pente, chi guarda sottilmente,
più giusta e più discreta la ne tene;
ché dove l’argomento de la mente
s’aggiugne al mal volere e a la possa,
nessun riparo vi può far la gente.

 

 

Purg. IX, 61-63 (21)

Qui ti posò, ma pria mi dimostraro
li occhi suoi belli quella intrata aperta;
poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro.

Par. XXXII, 61-63

Lo rege per cui questo regno pausa
in tanto amore e in tanto diletto,
che nulla volontà è di più ausa

Inf. XVIII, 79-81 (27)

Del vecchio ponte guardavam la traccia
che venìa verso noi da l’altra banda,
e che la ferza similmente scaccia.

 

 

Par. XXXIII, 79-81

E’ mi ricorda ch’io fui più ardito
 per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi
 l’aspetto mio col valore infinito.

Inf. XVIII, 100-102 (34)

Già eravam là ’ve lo stretto calle
con l’argine secondo s’incrocicchia,
e fa di quello ad un altr’ arco spalle.

 

Par. XIV, 100-102

sì costellati facean nel profondo
Marte quei raggi il venerabil segno
che fan giunture di quadranti in tondo.

Inf. XIX, 127-129 (43)

Né si stancò d’avermi a sé distretto,
sì men portò sovra ’l colmo de l’arco
che dal quarto al quinto argine è tragetto.

Purg. III, 127-129

l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.

Par. IV, 127-129

Posasi in esso, come fera in lustra,
tosto che giunto l’ha; e giugner puollo:
 se non, ciascun disio sarebbe frustra.

Purg. V, 130-132 (44)

“Deh, quando tu sarai tornato al mondo
e riposato de la lunga via”,
seguitò ’l terzo spirito al secondo

Par. XV, 130-132

A così riposato, a così bello
viver di cittadini, a così fida
cittadinanza, a così dolce ostello 

Par. XXXII, 130-132

siede lungh’ esso, e lungo l’altro posa
quel duca sotto cui visse di manna
la gente ingrata, mobile e retrosa.

 

Purg. VI, 148-151 (50)




E se ben ti ricordi e vedi lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su le piume,
ma con dar volta suo dolore scherma.

Par. XVI, 145-150 (49-50)

Ma conveniesi, a quella pietra scema
che guarda l ponte, che Fiorenza fesse
vittima ne la sua pace postrema.
Con queste genti, e con altre con esse,
vid’ io Fiorenza in sì fatto riposo,
che non avea cagione onde piangesse.

[LSA, cap. XXI, Ap 21, 12 (VIIa visio)] In scripturis tamen sepe angulus sumitur pro fortitudine et ornatu, quia in angulis domorum, in quibus parietes coniunguntur, est fortitudo domus. Unde Christus dicitur esse factus in caput anguli et lapis angularis; et Iob I° dicitur “ventus” <concussisse> “quattuor angulos domus” ut dirueret ipsam domum (Jb 1, 19), et Zacharie X°, ubi agitur de futura fortitudine et victoria regni Iude, dicitur quod “ex ipso” erit “angulus et paxillus et archus prelii” (Zc 10, 4), id est robusti duces qui erunt aliorum sustentatores sicut angulus et paxillus; et Sophonie I° dicitur quod “dies ire” erit “super civitates munitas et super angulos excelsos” (Sph 1, 15-16), et capitulo III° dicitur: “Disperdidi gentes et dissipati sunt anguli earum” (Sph 3, 6), id est robusti duces earum; et I° Regum XIIII°: “dixit Saul: Applicate huc universos angulos populi” et cetera (1 Rg 14, 38).
In ornatu vero sunt angulares prominentie que fiunt in columpnis et portis, unde III° Regum VI° dicitur quod Salomon “in ingressu” sancti sanctorum “fecit postes angulorum quinque” (3 Rg 6, 31), in quibus scilicet postibus hostia figebantur. Unde et Ricardus, in quodam tractatu de templo exponens hoc, dicit quod postes aliquando ita dolantur ut habeant angulos quattuor et aliquando quinque et aliquando senos aut septenos aut etiam octenos. Potest ergo hic sumi duodenarius angulorum pro redundanti ornatu virtutum sub discreta et subtili incisione exterius prominentium, aut ultra hoc pro perfectis sociis unicuique duodecim portarum, id est principalium ducum et doctorum, annexis, iuxta quod Luchas et Silas et Titus et Thimoteus et Dionysius et consimiles erant apostolo Paulo connexi et in officio predicationis et regiminis cooperantes.

[LSA, cap. XXI, Ap 21, 16 (VIIa visio)] “Et civitas in quadro posita est”, id est habens quattuor latera muri sub figura quadranguli iuncta, per quod designatur solida quadratura virtutum. […] “Et mensus est civitatem Dei cum arundine per stadia duodecim milia” (Ap 21, 16). Stadium est spatium in cuius termino statur vel pro respirando pausatur, et per quod curritur ut bravium acquiratur, secundum illud Apostoli Ia ad Corinthios, capitulo IX°: “Nescitis quod hii, qui in stadio currunt, omnes quidem currunt, sed unus accipit bravium?” (1 Cor 9, 24), et ideo significat iter meriti triumphaliter obtinentis premium. Cui et congruit quod stadium est octava pars miliarii, unde designat octavam resurrectionis. Octava autem pars miliarii, id est mille passuum, sunt centum viginti quinque passus, qui faciunt duodecies decem et ultra hoc quinque; in quo designatur status continens perfectionem apostolicam habundanter implen-tem decalogum legis, et ultra hoc plenitudinem quinque spiritualium sensuum et quinque patriarchalium ecclesia-rum.

Tab. App. XXXVI

[LSA, cap. XXII, Ap 22, 1-2 (VIIa visio)] “Et ostendit michi fluvium” (Ap 22, 1). Hic sub figura nobilissimi fluminis currentis per medium civitatis describit affluentiam glorie manantis a Deo in beatos. Fluvius enim iste procedens a “sede”, id est a maiestate “Dei et Agni”, est ipse Spiritus Sanctus et tota substantia gratie et glorie per quam et in qua tota substantia summe Trinitatis dirivatur seu communicatur omnibus sanctis et precipue beatis, que quidem ab Agno etiam secundum quod homo meritorie et dispensative procedit. Dicit autem “fluvium” propter copiositatem et continuitatem, et “aque” quia refrigerat et lavat et reficit, et “vive” quia, secundum Ricardum, numquam deficit sed semper fluit. Quidam habent “vite”, quia vere est vite eterne. Dicit etiam “splendidum tamquam cristallum”, quia in eo est lux omnis et summe sapientie, et summa soliditas et perspicuitas quasi cristalli solidi et transparentis. Dicit etiam “in medio platee eius” (Ap 22, 2), id est in intimis cordium et in tota plateari latitudine et spatiositate ipsorum.
“Ex utraque parte fluminis lignum vite”. Ricardus construit hoc cum immediate premisso, dicens quod hoc “lignum” est “in medio platee”. Et certe tam fluvius quam lignum vite, id est Christus, est “in medio eius”, id est civitatis, iuxta quod Genesis II° dicitur quod “lignum vite” erat “in medio paradisi” (Gn 2, 9). Una autem pars seu ripa fluminis est ripa seu status meriti quasi a sinistris, dextera vero pars est status premii; utrobique autem occurrit Christus, nos fruct<u> vite divine et foliis sancte doctrine et sacramentorum reficiens et sanans. Per folia enim designantur verba divina, tum quia veritate virescunt, tum quia fructum bonorum operum sub se tenent et protegunt, tum quia quoad vocem transitoria sunt. Sacramenta etiam Christi sunt folia, quia sua similitudine obumbrant fructus et effectus gratie quos significant et quia arborem ecclesie ornant. Vel una pars fluminis est suprema, altera vero pertingit usque ad infimum sensuum et corporum. Nam non solum celum, sed etiam terra plena est gloria et maiestate Dei, unde beatis ex utraque parte occurrit Deus et specialiter Christus homo, qui secundum corpus se visibilem exhibet in ripa inferiori et suam deitatem et animam in ripa superiori. Affert autem “fructus duodecim per menses singulos”. Et sic, cum sint duodecim menses, sunt duodecies duodecim, tum quia duodecim apostolorum exemplo et doctrina semper suam ecclesiam reficit, tum quia hic et in patria superhabundanter affert fructus gratie et glorie, quod per duodenarium significatur, qui est numerus habundans: nam ex suis partibus aliquotis superexcrescit in sedecim.

Purg. XXV, 49-54 (17-18)

e, giunto lui, comincia ad operare
coagulando prima, e poi avviva
ciò che per sua matera fé constare.
Anima fatta la virtute attiva
qual d’una pianta, in tanto differente,
che questa è in via e quella è già a riva

 

Par. XIII, 52-57 (18-19)




Ciò che non more e ciò che può morire
non è se non splendor di quella idea
che partorisce, amando, il nostro Sire;
ché quella viva luce che sì mea
dal suo lucente, che non si disuna
da lui né da l’amor ch’a lor s’intrea

Par. XV, 55-57 (19)







Tu credi che a me tuo pensier mei
da quel ch’è primo, così come raia
da l’un, se si conosce, il cinque e ’l sei 

Par. XXVI, 61-63 (21)

con la predetta conoscenza viva,
tratto m’hanno del mar de l’amor torto,
e del diritto m’han posto a la riva.

Par. XXX, 61-66 (21-22)

e vidi lume in forma di rivera
fulvido di fulgore, intra due rive
dipinte di mirabil primavera.
Di tal fiumana uscian faville vive,
e d’ogne parte si mettien ne’ fiori,
quasi rubin che oro circunscrive 

Purg. XXIV, 76-78 (26)

“Non so”, rispuos’ io lui, “quant’ io mi viva;
ma già non fïa il tornar mio tantosto,
ch’io non sia col voler prima a la riva …”

Par. XXIII, 79-81 (27)




Come a raggio di sol, che puro mei
per fratta nube, già prato di fiori
 vider, coverti d’ombra, li occhi miei

Par. XXX, 76-78 (26)

Anche soggiunse: “Il fiume e li topazi
ch’entrano ed escono e ’l rider de l’erbe
son di lor vero umbriferi prefazi”.

 

Purg. XXV, 85-90 (29-30)

Sanza restarsi, per sé stessa cade
mirabilmente a l’una de le rive;
quivi conosce prima le sue strade.
Tosto che loco lì la circunscrive,
la virtù formativa raggia intorno
così e quanto ne le membra vive.

Par. V, 85-87 (29)

Così Beatrice a me com’ ïo scrivo;
poi si rivolse tutta disïante
a quella parte ove ’l mondo è più vivo.

Par. XXX, 85-87 (29)

come fec’ io, per far migliori spegli
ancor de li occhi, chinandomi a l’onda
che si deriva perché vi s’immegli

Inf. VII, 100-102 (34)

Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva
sovr’ una fonte che bolle e riversa
per un fossato che da lei deriva. 

Purg. XXV, 100-102

Però che quindi ha poscia sua paruta,
è chiamata ombra; e quindi organa poi
ciascun sentire infino a la veduta. 

Par. XXVII, 100-102

Le parti sue vivissime ed eccelse
sì uniforme son, ch’i’ non so dire
qual Bëatrice per loco mi scelse. 

Purg. XXVIII, 106-114 (36-38)

in questa altezza ch’è tutta disciolta
ne l’aere vivo, tal moto percuote,
e fa sonar la selva perch’ è folta;
e la percossa pianta tanto puote,
che de la sua virtute l’aura impregna
e quella poi, girando, intorno scuote;
e l’altra terra, secondo ch’è degna
per sé e per suo ciel, concepe e figlia
di diverse virtù diverse legna. 

Par. IV, 115-120 (39-40)

 

Par. XXIII, 112-117 (38-39)







Lo real manto di tutti i volumi
del mondo, che più ferve e più s’avviva
ne l’alito di Dio e nei costumi, 

 

Cotal fu l’ondeggiar del santo rio
ch’uscì del fonte ond’ ogne ver deriva;
tal puose in pace uno e altro disio.
“O amanza del primo amante, o diva”,
diss’ io appresso, “il cui parlar m’inonda
e scalda sì, che più e più m’avviva …”

avea sopra di noi l’interna riva
tanto distante, che la sua parvenza,
là dov’ io era, ancor non appariva

 

Tab. App. XXXVII.1

[LSA, cap. XXII, Ap 22, 16-17 (finalis conclusio totius libri)] “Sum” etiam “stella splendida” (Ap 22, 16), omnium scilicet sanctorum illuminatrix, “et matutina”, future scilicet et eterne diei immensam claritatem predicando et promittendo et tandem prebendo, et etiam prout fui homo mortalis ipsam precurrendo, ut ipse secundum quod homo sit stella et secundum quod Deus sit sol.
Septimo loquitur ut invitator omnium ad prefatam gloriam, et hoc tam per se quam per ecclesiam et eius doctores, unde subdit: “Et sponsus”, id est, secundum Ricardum, Christus (quidam tamen habent “Spiritus”, et quidam correctores dicunt quod sic habent antiqui et Greci, ut sic Christus tam per se quam per Spiritum suum et eius internam inspirationem ostendat se invitare), “et sponsa”, id est generalis ecclesia tam beata quam peregrinans vel contemplativa ecclesia, “dicunt: veni”, scilicet ad nuptias. Ideo enim dixit “sponsa”, ut innueret nos invitari ad gloriosam cenam nuptiarum Agni. “Et qui audit”, scilicet hanc nostram invitationem, id est qui est de hiis sufficienter doctus; vel “qui audit”, id est recte et obedienter credit et opere perficit, “dicat”, scilicet unicuique vocandorum: “veni”, scilicet ad cenam et civitatem beatam.
Deinde ipse Christus per se liberaliter invitat et offert, dicens: “Et qui sitit veniat, et qui vult accipiat aquam vite gratis”. Quia nullus cogitur nec potest venire nisi per desiderium et voluntarium consensum, ideo dicit “qui sitit et qui vult”. Idem autem est venire quod accipere “aquam vite”, id est gratiam vite refectivam et vivificam et perducentem in vitam eternam. Dicit autem “gratis”, tum quia absque omni pretio venali et exteriori datur et accipitur, tum quia prima gratia datur absque omni previo merito et tamquam principium et caus<a> meriti, ac per consequens totum premium et augmentum gratie quod per primam gratiam acquiritur gratia reputatur. Dicit etiam “gratis”, quia tota a summa caritate Christi et summe gratuita et liberali predestinatur et offertur et datur.

Purg. XXVIII, 46-48 (16)

vegnati in voglia di trarreti avanti”,
diss’ io a lei, verso questa rivera,
tanto ch’io possa intender che tu canti.

Par. XIV, 46-48

per che s’accrescerà ciò che ne dona
di gratüito lume il sommo bene,
lume ch’a lui veder ne condiziona 

 

 

 

 

Purg. XVII, 61-63 (21)

Or accordiamo a tanto invito il piede;
procacciam di salir pria che s’abbui,
ché poi non si poria, se ’l dì non riede. 

Par. XXIX, 61-63

per che le viste lor furo essaltate
con grazia illuminante e con lor merto,
sì c’hanno ferma e piena volontate

Inf. I, 67-69 (23) 

Rispuosemi: “Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui”.

Inf. XVI, 67-69                       

cortesia e valor dì se dimora
ne la nostra città sì come suole,
o se del tutto se n’è gita fora

Par. XXV, 67-69

“Spene”, diss’ io, “è uno attender certo
de la gloria futura, il qual produce
grazia divina e precedente merto”. 

Inf. V, 73-87 (25-29)

I’ cominciai: “Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri”.
Ed elli a me: “Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno”.
Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: “O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!”.
Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;
cotali uscir de la schiera ov’ è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.

Par. XXI, 73-78 (25-26)

“Io veggio ben”, diss’ io, “sacra lucerna,
come libero amore in questa corte
basta a seguir la provedenza etterna;
ma questo è quel ch’a cerner mi par forte,
perché predestinata fosti sola
a questo officio tra le tue consorte”.

Tab. App. XXXVII.2

[LSA, cap. XXII, Ap 22, 16-17 (finalis conclusio totius libri)] “Sum” etiam “stella splendida” (Ap 22, 16), omnium scilicet sanctorum illuminatrix, “et matutina”, future scilicet et eterne diei immensam claritatem predicando et promittendo et tandem prebendo, et etiam prout fui homo mortalis ipsam precurrendo, ut ipse secundum quod homo sit stella et secundum quod Deus sit sol.
Septimo loquitur ut invitator omnium ad prefatam gloriam, et hoc tam per se quam per ecclesiam et eius doctores, unde subdit: “Et sponsus”, id est, secundum Ricardum, Christus (quidam tamen habent “Spiritus”, et quidam correctores dicunt quod sic habent antiqui et Greci, ut sic Christus tam per se quam per Spiritum suum et eius internam inspirationem ostendat se invitare), “et sponsa”, id est generalis ecclesia tam beata quam peregrinans vel contemplativa ecclesia, “dicunt: veni”, scilicet ad nuptias. Ideo enim dixit “sponsa”, ut innueret nos invitari ad gloriosam cenam nuptiarum Agni. “Et qui audit”, scilicet hanc nostram invitationem, id est qui est de hiis sufficienter doctus; vel “qui audit”, id est recte et obedienter credit et opere perficit, “dicat”, scilicet unicuique vocandorum: “veni”, scilicet ad cenam et civitatem beatam.
Deinde ipse Christus per se liberaliter invitat et offert, dicens: “Et qui sitit veniat, et qui vult accipiat aquam vite gratis”. Quia nullus cogitur nec potest venire nisi per desiderium et voluntarium consensum, ideo dicit “qui sitit et qui vult”. Idem autem est venire quod accipere “aquam vite”, id est gratiam vite refectivam et vivificam et perducentem in vitam eternam. Dicit autem “gratis”, tum quia absque omni pretio venali et exteriori datur et accipitur, tum quia prima gratia datur absque omni previo merito et tamquam principium et caus<a> meriti, ac per consequens totum premium et augmentum gratie quod per primam gratiam acquiritur gratia reputatur. Dicit etiam “gratis”, quia tota a summa caritate Christi et summe gratuita et liberali predestinatur et offertur et datur.

Purg. IX, 91-93 (31)

 

 

“Ed ella i passi vostri in bene avanzi”,
ricominciò il cortese portinaio:
Venite dunque a’ nostri gradi innanzi”. 

Purg. XII, 88-96 (30-32)

A noi venìa la creatura bella,
biancovestito e ne la faccia quale
par tremolando mattutina stella.
Le braccia aperse, e indi aperse l’ale;
disse: “Venite: qui son presso i gradi,
e agevolemente omai si sale.
A questo invito vegnon molto radi:
o gente umana, per volar sù nata,
perché a poco vento così cadi?”

Par. XXVI, 94-96 (32)







divoto quanto posso a te supplìco
perché mi parli: tu vedi mia voglia,
e per udirti tosto non la dico. 

 

 

 

Purg. XIV, 109-111 (37)

le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi
che ne ’nvogliava amore e cortesia
là dove i cuor son fatti sì malvagi. 

Par. XII, 109-111

ben ti dovrebbe assai esser palese
l’eccellenza de l’altra, di cui Tomma
dinanzi al mio venir fu sì cortese.

Inf. XXX, 124-129 (42-43)

Allora il monetier: “Così si squarcia
la bocca tua per tuo mal come suole;
ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,
tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole,
e per leccar lo specchio di Narcisso,
 non vorresti a ’nvitar molte parole”. 

Inf. XXXIII, 127-129 (43)




E perché tu più volontier mi rade
le ’nvetrïate lagrime dal volto,
sappie che, tosto che l’anima trade

 

Purg. XXVI, 139-141 (47)

El cominciò liberamente a dire:
Tan m’abellis vostre cortes deman,
qu’ieu no me puesc ni voill  a vos cobrire

 

Par. XXXIII, 139-145 (47-48)

ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.    A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle. 

Par. XII, 142-145 (48)




Ad inveggiar cotanto paladino
mi mosse l’infiammata cortesia
di fra Tommaso e ’l discreto latino;
e mosse meco questa compagnia.