La ‘Divina Parodia’ del Libro scritto dentro e fuoriThe ‘Divine Parody’ of the Book written within and withoutInferno: I; II; III; IV; V; VI; VII; VIII; IX; X; XI; XII; XIII; XIV; XV; XVI; XVII; XVIII; XIX; XX; XXI; XXII; XXIII; XXIV; XXV; XXVI; XXVII; XXVIII; XXIX; XXX; XXXI; XXXII, 1-123; XXXII, 124-XXXIII, 90; XXXIII, 91-157; XXXIVPurgatorio: III; XXVIII; XXIX; XXX; XXXI; XXXII; XXXIII
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Vengono qui esposti i canti XXI e XXII, 1-132 del Paradiso con i corrispondenti legami ipertestuali con i luoghi della Lectura super Apocalipsim ai quali i versi si riferiscono. L’intero poema è esposto nella Topografia spirituale della Commedia (2013, PDF; cfr. infra), ma si sta procedendo a un esame progressivo e aggiornato dei singoli canti (completato l’Inferno). Ogni tabella sinottica, qui presentata o alla quale si rinvia in quanto già esaminata in altra sede, è preceduta o seguita da una parte esplicativa. Sull’uso dei colori cfr. Avvertenze. |
1. Nel cristallo dei contemplativi. 1.1. Leggere per segni. 1.2. Ispirazione e arte. 2. Il sorriso che incenerisce. 3. La beatitudine tetragona e liberale. 4. Il “terzo sermo”. 5. Il Catria, Sion e l’Armagedon. 6. Un enigma risolto: “Pietro Damiano” e “Pietro Peccator”, ovvero la distinzione fra quarto e quinto stato della Chiesa (XXI, 121-123). 7. Un terremoto in cielo. 8. San Benedetto e i “fuochi contemplanti”. 9. L’invocazione ai Gemelli. 10. La luna sotto i piedi. Avvertenze. Abbreviazioni. Note sulla “topografia spirituale” della Commedia.
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XXI
Legenda [3]: numero dei versi; 2, 26-28: collegamento ipertestuale all’esegesi, nella Lectura di Olivi, di capitolo e versetto dell’Apocalisse [Ap]; Not. III: collegamento all’esegesi contenuta nei tredici notabilia del prologo della Lectura. Varianti rispetto al testo del Petrocchi. |
Già eran li occhi miei rifissi al volto
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XXII, 1-132
Legenda [3]: numero dei versi; 16, 18: collegamento ipertestuale all’esegesi, nella Lectura di Olivi, di capitolo e versetto dell’Apocalisse [Ap]; Not. III: collegamento all’esegesi contenuta nei tredici notabilia del prologo della Lectura. Varianti rispetto al testo del Petrocchi. |
Oppresso di stupore, a la mia guida 16, 18; 1, 10-12
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1. Nel cristallo dei contemplativi EN
1.1. Leggere per segni
Secondo la “topografia spirituale”, i dieci cieli del Paradiso si mostrano ordinati in due gruppi di settenari, corrispondenti agli stati, o periodi, della storia della Chiesa e alle loro prerogative, parzialmente combacianti con cerniera nel cielo del Sole, quarto del primo gruppo e primo del secondo (da 1 a 7 e da 4 a 10: coincidono gli ultimi quattro numeri del primo gruppo e i primi quattro del secondo).
Nel settimo cielo, di Saturno, si mostrano gli spiriti contemplativi, principali soggetti del quarto stato della Chiesa: se si conta a partire dal quarto cielo, del Sole, considerando questo come primo ovvero come nuovo avvio del ciclo settenario, il cielo di Saturno è appunto quarto. Ivi anche “si tace … la dolce sinfonia di paradiso” (Par. XXI, 58-60), e il tacere è tema del settimo stato (cfr. prologo, Notabile V).
Il complesso dei temi relativi al quarto stato della Chiesa permea, semanticamente variato, i versi relativi al cielo di Saturno. La parodia opera semanticamente in quanto trasferisce nel volgare elementi tratti dall’umile latino dell’ipotesto di esegesi apocalittica; lo fa in modo variato, poiché li appropria nell’ipertesto a situazioni differenti dalle originarie e diverse fra loro. Vestito con quei temi, il senso letterale fa segno dei significati da essi portati. Si può discutere quale scopo avesse, nella mente del poeta, una simile operazione parodica che il confronto testuale mostra non eludibile e regolata da precise e costanti norme. Si deve pensare in primo luogo all’esistenza di un pubblico, fra i diversi destinatari del poema, che fosse in grado di cogliere i significati incardinati nel linguaggio significante del senso letterale, nel quale le parole sarebbero state imagines agentes sulla memoria del lettore che già conosceva la Lectura super Apocalipsim dell’Olivi. I destinatari di questa poetica arte della memoria non avrebbero potuto essere che gli Spirituali francescani, i quali ritenevano il commento apocalittico del frate di Sérignan come vessillo. Ne avrebbero avuto una metamorfosi in volgare, in un linguaggio alquanto prossimo a quello dei predicatori, quali essi erano. Vi avrebbero trovato il sentimento anelante a una palingenesi universale, a una nuova età dell’oro, a un terremoto interiore di conversione dell’homo novus, insieme alla critica alla Chiesa carnale, la Babylon apocalittica. Quel poema, la cui veste sacra era tagliata sulla Lectura super Apocalipsim, avrebbe potuto servire loro come speculum perfectionis, per l’ascesi individuale, e anche per la predicazione, come avvenne in non pochi casi dopo la morte di Dante [1].
Leggendo i canti relativi al cielo di Saturno, uno ‘spirituale’ non avrebbe avuto grandi difficoltà a ritrovarvi l’esegesi di Tiàtira, la quarta chiesa d’Asia infiammata nella contemplazione, per il fervore di carità, da Cristo che con occhi di fuoco tutto vede e penetra, scruta le reni e i cuori, ma dedita anche alla vita attiva designata dai Suoi piedi simili all’oricalco:
(Ap 2, 1.18-19.23) … inflammata vel vivens hostia, quia tales per lucem et flammam contemplative devotionis … de fervore fidei et caritatis … Christus proponitur ut habens oculos lucidos et ardentes sicut est flamma ignis … per oculos autem flammeos fervor et lux contemplationis ignite, per pedes vero similes auricalco perfectio vite active … proposuit Christus se habere oculos sicut flammam, ut pateret quod omnia videt et penetrat …
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Né si trattava solo di elementi semantici accostati nel senso comune del linguaggio (come ad esempio ferve, carità, ardor), perché se ne registravano altri da esso dissonanti (come colui che tutto vede, piedi). Nell’esegesi della quarta chiesa, per sottolineare che le eresie del tempo erano dedite ai piaceri carnali, si cita la Lettera ai Filippesi 3, 19: “venter est eorum deus et gloria” (Ap 2, 19): Pier Damiani afferma che la luce lo racchiude come in un ventre fiammeggiante – “in ch’io m’inventro” (XXI, 84) – variando con tono glorioso un tema negativo. È proprio della quarta chiesa, dove si pratica insieme vita attiva e vita contemplativa, ministrare e dispensare ai poveri i beni della Chiesa, che ad essi effettivamente appartengono – “episcopi est ministrare seu dispensare pauperibus et precipue suis subditis bona ecclesie tamquam communia et tamquam bona pauperum” (2, 19) -; san Benedetto lo ricorda a XXII, 82-84: “ché quantunque la Chiesa guarda, tutto / è de la gente che per Dio dimanda; / non di parenti né d’altro più brutto”.
Qualche difficoltà avrebbe incontrato il nostro lettore nel percepire, ad esempio, che si sta (XXI, 47), io stava (XXII, 25) fanno parte del tessuto dei temi riferiti al quarto stato, assimilato all’età matura dell’uomo, stabile e fermo (prologo, Notabile III), ma avrebbe superato le incertezze constatando la ricorrenza del motivo in altri luoghi del poema. Avrebbe d’altronde registrato nei versi altri Leitmotive come pastura (XXI, 19), affetto (XXII, 52), tipici dei contemplativi del quarto periodo della Chiesa, dediti al pastus eucaristico fondato sull’affectus (a differenza dei dottori del precedente terzo stato, che combattono le eresie con la spada della ragione, ma concorrenti con gli anacoreti). Di fronte all’inciso “così m’ha dilatata mia fidanza” (XXII, 55) avrebbe riconosciuto che è proprio di quel periodo abbracciare la fede (“fidei amplexande”), dopo che questa è stata esposta e spiegata dai dottori nel precedente tempo (prologo, Notabile III).
Il nostro spirituale, allenato a pensare la storia della Chiesa per status o periodi, quali pilastri di un processo sacrale, avrebbe ben compreso che Pier Damiani, con le sue discusse parole a Par. XXI, 121-123, intende distinguere due persone, sé stesso e l’altro Pietro, e soprattutto affermare la differenza fra due modi di vita religiosa, il primo proprio dei contemplativi puri, il secondo, meno perfetto, di quanti vivono una vita associata nelle canonìe.
Quel lettore accorto avrebbe individuato altri temi che l’esegesi, aggregando i quarti elementi delle prime sei visioni apocalittiche, attribuiva al quarto periodo della Chiesa nel quale prevalsero i contemplativi. Sapeva che gli status non sono solo periodi storici, ma anche habitus, modi di essere degli individui in qualsiasi momento. Se il periodo in questione si collocava nel tempo tra Giustiniano e Carlo Magno, con la fioritura degli anacoreti nei deserti d’Egitto e d’Arabia, le sue prerogative valevano per chiunque e ora si ritrovavano sublimate nel cielo di Saturno, luogo dove si manifestano appunto i beati dediti in terra alla contemplazione.
Scorrendo i versi nei quali san Pier Damiani e san Benedetto raccontano rispettivamente del Catria e del Cairo, i due monti nella costa dei quali sono Fonte Avellana e Cassino, si poteva ben andare con la memoria a quanto ad Ap 14, 1-5 era scritto sui compagni dell’Agnello che stanno sul monte Sion, interpretato come “specula”, luogo per eccellenza della contemplazione e del futuro governo del mondo, dedicato al solo culto di Dio. Quei versi avrebbero ricordato quelli dedicati alla Creta nell’età dell’oro, “sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto”, della quale aveva detto Virgilio: “Una montagna v’è che già fu lieta / d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida” (Inf. XIV, 94-99). Dante si trova proprio nel celeste regno di Saturno: “Dentro al cristallo che ’l vocabol porta, / cerchiando il mondo, del suo caro duce / sotto cui giacque ogne malizia morta” (Par. XXI, 25-27). Non solo, un francescano, leggendo “Quel monte a cui Cassino è ne la costa” (XXII, 37), non avrebbe mancato di collegarsi al luogo a lui più familiare, il Subasio, lì dove “fertile costa d’alto monte pende” (XI, 45) e nacque Francesco, angelo del sesto sigillo che sale da Oriente (Ap 7, 2). Il quale frate, anzi, avrebbe interpretato costa, in entrambi i casi, nel senso della pietas della quale Dio riempì la costola sottratta ad Adamo per formare Eva (prologo, Notabile VII), immagine biblica che il poeta aveva trasposto sui due santi monti, pietosamente condiscendenti verso le moltitudini.
(Ap 14, 1-4) Stabant enim cum Christo “super montem Sion”. Per montem Sion, que Sion interpretatur specula, designatur alta et solida eminentia contemplativi status … ipsorum perfecta et immaculata puritas … possint hic designari quicumque sancti post corruptionem carnis castificatissimi … universalis primatus sancte dedicationis eorum ad Dei cultum … singulariter segregati et ad Dei servitium empti … erit sublimissimus cultus Christi … locus erit congruentior summis rectoribus orbis …Dentro al cristallo che ’l vocabol porta, / cerchiando il mondo, del suo caro duce / sotto cui giacque ogne malizia morta (XXI, 25-27), a sola latria … al servigio di Dio (vv. 111, 114), monte (XXII, 37), in su la cima (v. 38), ci soblima (v. 42), cólto (v. 45).(Inf. XIV, 96-97) sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto. / Una montagna v’è che già fu lieta |
Nelle parole di Pier Damiani sulla vita contemplativa si poteva ritrovare l’interpretazione dell’olio, da Gioacchino da Fiore assimilato al senso anagogico della Scrittura.
(Ap 6, 6) Per oleum vero, suave et omnibus ceteris liquoribus superenatans, designatur intelligentia contemplativa seu anagogica – (XXI, 115-117) che pur con cibi di liquor d’ulivi / lievemente passava caldi e geli, / contento ne’ pensier contemplativi. |
Oppure rinvenire, nella rapida salita alla costellazione dei Gemelli, la parodia della vittoriosa ascesa dei contemplativi del quarto stato, forti ad alte cose per virtù, alte stelle i cui padri vengono assimilati al sole.
(Ap 2, 26-28) Quarta est victoriosus effectus, quando scilicet omnes vires corporis et mentis assidue et totaliter perfectis virtutum operibus dedicantur, nec ex longa continuatione operis remittuntur sed potius intenduntur et roborantur et ad fortia opera superexcrescunt … Est etiam accepturus claram intelligentiam scripturarum … hic significatur quod quicumque sunt sic operosi sunt digni super principatum ecclesie sublimari et accipere virtutem rectam et inflexibilem et insuperabilem, quasi virgam ferream ad faciliter confringendum terrestria vitia gentium, et accipere plenitudinem sapientie celestis ad regendum ecclesiam et ad celestia contemplanda. Unde Luche XIX° (Lc 19, 17) illi, qui per unam mnam acquisivit decem mnas … in celis habebunt gloriosam potestatem et lucem huic correspondentem. (Ap 8, 12) Per “solem” videtur hic designari solaris vita et contemplatio summorum anachoritarum, qui fuerunt patres et exempla aliorum, vel solaris sapientia et doctrina summorum doctorum. […] Per “stellas” vero, quidam singulares et alti et solitarii anachorite.glorïose stelle (XXII, 112), virtù (v. 113), quelli ch’è padre … vita (v. 116), alta (v. 119), acquistar virtute (v. 122), forte (v. 123), chiare (v. 126). |
Può risultare difficile per noi concepire una tale ars memorandi, messa in opera nella Commedia sulla Lectura super Apocalipsim, opera capitale per la storia religiosa del tempo di Dante, non separabile da quella politica. Di ciò si possono dare innumerevoli esempi. Il passo sulla “signatio” (Ap 7, 3-4), con la contrapposizione fra i più degni condottieri dell’esercito di Cristo e la volgare schiera che li segue, fascia la terzina relativa a Giano della Bella (Par. XVI, 130-132), dando alla contrapposizione fra magnati e popolani un significato spirituale, suggello a quanto scriveva Raoul Manselli, che “nella dimensione della storia del nostro Medio Evo europeo, il piano religioso è della stessa importanza concretamente storica del piano politico” [2]. Le parole di Ciacco su Firenze “città partita”, da “tanta discordia assalita” (Inf. VI, 60-63), sono parodia di Ap 16, 19 e della sua esegesi: “Et facta est civitas magna in tres partes”. Quelle di Carlo Martello sul Vespro siciliano applicano a uno sconvolgimento politico il motivo del muoversi delle isole provocato dal terremoto in apertura del sesto sigillo (Ap 6, 12-17).
La parodia estende quanto esposto nella Lectura sulla storia della Chiesa all’intero “viver bene” dell’“omo in terra”. Il commento apocalittico oliviano si fa liber concordiae di molte fonti vestendole col proprio panno. Al suono della quarta tromba (terza visione, Ap 8, 12) il sole (la solare dottrina dei dottori del terzo stato e la solare vita dei padri contemplativi del quarto: i due stati concorrono, come intelletto e affetto, Impero e Papato, a infiammare il meriggio dell’universo), la luna (i conventuali del quarto stato illuminati dal sole), le stelle (i singoli alti contemplativi), il giorno (la plebe illuminata dal sole) e la notte (i più rudi illuminati dalle stelle) vengono oscurati per la terza parte (gli ipocriti). L’esegesi si avvale di Gioacchino da Fiore in altro punto, ad Ap 12, 1-2 (quarta visione), dove si tratta della donna vestita di sole, che ha sul capo una corona di dodici stelle e tiene la luna sotto i piedi, cioè le cose temporali mutabili e ombrose, o la scienza mondana fredda e notturna. Spiega Gioacchino, nel V libro della Concordia, che si tratta di “una” donna designante un singolo ordine di contemplativi distinto in tre gradi: i più alti contemplativi (il sole), i prelati nei monasteri (che sono a capo, quasi stelle), i loro sottoposti (che vivono in perfetta disciplina, quasi luna sotto i piedi della donna). Olivi sottolinea come i contemplativi del quarto stato non lo furono tutti in modo uguale: alcuni di inferiore grado, assimilabili alla luna, si dedicarono alla vita attiva (prologo, Notabile XIII; Ap 8, 12).
Nel cielo dove si manifestano gli spiriti contemplanti, pregno della tematica del quarto stato della Chiesa, la similitudine delle “pole” a Par. XXI, 34-42 ne manifesta la diversità (“poi altre vanno via sanza ritorno, / altre rivolgon sé onde son mosse, / e altre roteando fan soggiorno”). Si suole addurre come fonte il De gratia contemplationis (Beniamin maior, I, 5) di Riccardo di San Vittore, che paragona i vari atteggiamenti dei contemplanti ai moti degli uccelli: “modo it atque redit, modo se quasi in gyrum flectit, modo autem se quasi ad unum colligit et quasi immobiliter figit”. Non è esclusa una lettura diretta da parte di Dante della fonte vittorina (cfr. Epistola XIII, 28), ma questa fonte, come tutte le altre, concorda con la Lectura, dove si cita Gioacchino da Fiore. Il cielo delle stelle fisse è “di diversi volti” (Par. II, 64-66); i diversi contemplativi sono anche stelle fisse e solitarie. Altrove si è mostrato come la presenza di Riccardo di San Vittore nella Commedia derivi quasi interamente dalle citazioni contenute nella Lectura super Apocalipsim, proprio come avviene per Gioacchino da Fiore.
Gli elementi semantici presenti nell’umile latino dell’esegesi vengono separati, diversamente appropriati e cristallizzati nel volgare; il complesso – la ristretta rosa tematica – doveva recare un suono noto e insieme sempre vario alla mente del lettore. Questi non solo conosceva l’opera parodiata, ma ne ritrovava i temi variati in precise zone del poema. L’intenso travaso semantico dalla Lectura nella Commedia si accompagna infatti a un dato strutturale. La Commedia mostra un ordine interno diverso da quello che appare al lettore: il viaggio di Dante ha un andamento di ciclici settenari, che corrispondono ai sette stati della storia della Chiesa, cioè alle categorie con cui l’Olivi organizza la materia esegetica. È un ordine registrabile per zone progressive del poema dove prevale la semantica riferibile a un singolo stato, ordine dirompente i confini letterali stabiliti dai canti e da tutte le divisioni materiali per cerchi, gironi, cieli. Ogni stato, che ha differenti inizi, è concatenato per concurrentia, come le maglie di un’armatura, con quello che precede e con quello che segue. Ciascuno stato ha in sé una grande ricchezza di motivi e contiene inoltre temi di tutti gli altri stati, consentendo innumerevoli intrecci e variazioni. Ad esempio nell’Inferno, che si articola in cinque cicli settenari, i temi del quarto stato prevalgono fra gli avari e prodighi, i bestemmiatori, gli indovini, i falsari e in parte della descrizione di Lucifero e nel risalire alla superficie terrestre; zone precedute e seguite rispettivamente da altre dedicate alla tematica del terzo e del quinto periodo. Le situazioni sono assai diverse, ma somma è l’arte della variazione semantica per la quale l’autore trasforma un motivo già intervenuto nel corso del poema. Così il fiammeggiare di Tiàtira, la quarta chiesa d’Asia (Ap 2, 18-22), è tema presente nella landa infuocata dove stanno i violenti contro Dio, poi reinterpretato nella descrizione del terzo addormentarsi del poeta, sognando Lia, sulla montagna della purgazione e infine sublimato con l’alta carità che fiammeggia in Pier Damiani e nei “fuochi contemplanti” benedettini del cielo di Saturno. I segni presenti nel senso letterale, veri e propri Leitmotive wagneriani, operano come punti di contatto reciproco conferendo al poema un’organica unità musicale. La sistematica parodia della Lectura super Apocalipsim doveva infatti servire anche a mantenere l’unità del poema. Emblematico è il ridere di Beatrice, speculare allo splendore del volto di Cristo, i cui motivi percorrono tutto il Paradiso.
Il particolare pubblico di predicatori e riformatori concepito da Dante non si formò, perché gli Spirituali (non un gruppo organizzato, ma di sensibilità comune), i quali dovevano conoscere la Lectura oliviana e che nel primo decennio del Trecento, quando la riforma della Chiesa era ancora possibile, non erano stati sconfitti, furono poi perseguitati e il loro libro-vessillo, censurato nel 1318-1319 e condannato nel 1326, fu votato alla clandestinità e quasi alla sparizione. Così si perdette anche il linguaggio che esprime i sensi interiori del “poema sacro”.
1.2. Ispirazione e arte
Si pone qui il problema di come materialmente abbia operato la parodia dell’ipotesto, in qual modo procedeva nella Commedia la stesura dei versi rispetto alla Lectura. Dante stesso, nell’incontro con Bonagiunta da Lucca nel sesto girone del purgatorio, definisce il suo modo di poetare: «E io a lui: “I’ mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando”» (Purg. XXIV, 52-54). In primo luogo, dunque, l’ispirazione interiore, il lato platonico del poetare, quando la mente è invasa dal dio che parla tramite il vate che si fa ministro della Musa non per abilità d’artista, ma per dono divino – οὐ τέχνῃ ποιοῦντες … ἀλλὰ θείᾳ μοίρᾳ – (Ione, 534a-d). È il momento che appartiene al cuore, al sentimento, al dettato interiore. Esso è singolarmente consonante con quanto la teologia oliviana afferma circa i tempi moderni (il sesto stato della storia della Chiesa), nei quali al predicatore è data libertà di parlare per dettato interiore e di aprire i cuori degli ascoltatori. L’homo novus, che prova in sé il gusto del divino, coopera alla conversione universale, alla palingenesi del secolo, tramite lo spirito di Cristo che gli parla dentro; gli è data una porta aperta perché altri si aprano (Ap 3, 7-8). Ciò avviene nel sesto stato della Chiesa, iniziato con la conversione di san Francesco (1206) e perdurante fino alla sconfitta dell’Anticristo; non sarà casuale che l’incontro con Bonagiunta avvenga nel sesto girone della montagna, tutto pervaso da variazioni su temi riferiti, nell’esegesi apocalittica oliviana, al sesto periodo della Chiesa. Nel poema, lo spirare d’Amore è parodia del diffondersi in alto degli odori provocati dal devoto affetto degli oranti (Ap 5, 8).
“ … noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando”. L’attimo dell’ispirazione viene fermato annnotandolo. Ad Ap 8, 5, nella parte proemiale della terza visione, che concerne le sette trombe suonate dai dottori della Chiesa, Olivi descrive il modo di procedere: prima essi traggono dalla Scrittura la materia e la ordinano, come i suonatori regolano le canne dello strumento; poi concepiscono tramite meditazioni infuocate, quasi applicando la tromba alla bocca e dandovi fiato; infine con il linguaggio emettono l’intelligenza spirituale, che deriva dal senso letterale della Scrittura come il fiato dalla tromba.
[LSA, cap. VIII, Ap 8, 5 (radix IIIe visionis] Et ultra hoc addit ipsorum ad docendum et intonandum providam et idoneam applicationem, iuxta quod habentes tubas tunc se parant ad tubicinandum quando tube calamos componunt, ac deinde tubam sic compositam applicant ori suo, ac deinde interno flatu inflant ora et tandem perflant tubas flatu oris sui. Sic enim doctores primo ex scripturis sacris componunt et ordinant certas materias, ac deinde per igneas meditationes concipiunt et emittunt spiritalem intelligentiam, que est similis flatui procedenti ex tuba. Nam spiritalis intellectus sic progreditur de corde littere sicut flatus ex tuba. |
Dante non parla di una preliminare preparazione e ordine della materia offerta dalla Scrittura su cui poi opera l’ispirazione, questa viene prima di ogni altro passo. Fissata l’ispirazione annotandola, “a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando”. Quest’ultima espressione appartiene alla tecnica, al lato che si potrebbe chiamare aristotelico, per cui la poesia è generata non per ispirazione divina, ma per cause naturali – “αἰτίαι … φυσικαί” (Poetica, 1448b). Tuttavia anche vo significando è parodia di un passo scritturale, nel primo versetto dell’Apocalisse, dove si afferma che Cristo manifestò – et significavit – a Giovanni, per mezzo di un angelo, le cose che devono verificarsi presto. La rivelazione, afferma Olivi, fu espressa per mezzo di segni figurali – per signa figuralia -, in quanto la visione di Giovanni fu solo intellettuale e non avrebbe potuto essere espressa con parole se figure e segni non fossero stati di aiuto all’intelletto umano. Dante, quando scrive “vo significando”, non si riferisce pertanto a una finzione letteraria ottenuta con tecnica materiale, bensì al dare immagine, “e piedi e mano” a una vera visione intellettuale, al “trasumanar” che “significar per verba / non si poria”. Nell’Apocalisse è Cristo che ‘significa’, cioè rivela a Giovanni le figure per mezzo dell’angelo; nella Commedia è il poeta, imitatore di Cristo, che va “significando”, cioè figurando per il lettore realtà puramente spirituali. Come Giovanni aveva scritto l’Apocalisse in momenti successivi all’unica visione avuta, ma le figure che la esprimevano ne erano parte integrante, così anche il significare immaginando per figure è conseguenza, nel “poema sacro”, dell’ispirazione di Amore.
[LSA, cap. I, Ap 1, 1-2] (1, 1) Subdit etiam causam mediam ac deinde proximam, dicens: “et significavit”, scilicet Christus, id est revelavit vel per signa figuralia demonstravit, scilicet predicta, “mittens”, id est denuntians ea, “per angelum suum servo suo Iohanni”. [,,,]
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Dante riteneva, come san Giovanni, di avere avuto una sola visione intellettuale che gli era stato ingiunto di scrivere adattandola agli ingegni umani:
“Quod vides” (Ap 1, 11), id est quod visurus es et videre iam cepisti, “scribe in libro”, id est fac inde librum sollempnem … “Scribe ergo que vidisti” (Ap 1, 19). Hec est tertia pars visionis, in qua ponitur visio Christi mandantis Iohanni quod scribat et mittat ecclesiis totam hanc visionem …(Purg. XXXII, 103-105) Però, in pro del mondo che mal vive, / al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, / ritornato di là, fa che tu scrive. (XXXIII, 55) E aggi a mente, quando tu le scrivi … (Par. XVII, 128) tutta tua visïon fa manifesta. |
Ma, considerato che il poeta riteneva compenetrate l’ispirazione divina e la sua significazione, come si realizzava questo scrivere?
Dalle norme che regolano i rapporti tra i due testi discende che la Lectura super Apocalipsim, prima di essere parodiata dalla Commedia, era stata sottoposta a una duplice riorganizzazione. La prima, sulla base delle indicazioni dello stesso Olivi, secondo il materiale esegetico attribuibile ai singoli stati o periodi della storia della Chiesa.
La seconda, seguendo il principio applicato nelle distinctiones ad uso dei predicatori, secondo lemmi analogicamente collazionati [3]. La “mutua collatio” di parti della Lectura arricchisce il significato legato alle parole e consente uno sviluppo tematico amplificato. Si vedano, ad esempio, le variazioni eseguite sul tema della “voce” o sull’espressione “in medio”, temi più volte iterati nel sacro testo, oppure il modo con cui Ap 1, 16-17 (l’esegesi della decima e undecima prefezione di Cristo come sommo pastore) percorre i versi in collazione con altri passi. Se Dante ha scelto queste modalità di riorganizzazione della materia esegetica, lo ha fatto per utilità di quanti con esse avevano familiarità.
Si tratta di una fase preliminare, incidente sulla Lectura, intervenuta prima di iniziare la stesura dell’intero poema o dei suoi canti iniziali (si veda quanto considerato nell’esame di Inf. VIII).
Predisposto il materiale offerto dalla Lectura secondo status e verba, seguiva la versificazione. Il poeta aveva certamente redatto un piano generale secondo il senso letterale, dividendo per cantiche, canti, cerchi, gironi, cieli: ‘ordiva le carte’, come lui stesso afferma (Purg. XXXIII, 139-140), per poi riempirle.
Dante aveva volutamente scelto di parodiare un’opera che gli prestava una struttura spirituale organizzata per settenari; essa è topograficamente verificabile nei versi per zone nelle quali prevale la semantica riferibile a singoli status, cioè ai periodi della storia della Chiesa che sono le categorie con le quali Olivi organizza la materia esegetica. Se, ad esempio, il poeta voleva attribuire “e piedi e mano” alla materia afferente, attraverso i settenari che percorrono l’Apocalisse, al secondo stato (corrisponde, nella storia della Chiesa, al tempo dei martiri), avrà prima organizzato tale materia, cioè il complesso dei significati spirituali propri di quel gruppo, per poi trarne temi e parole-chiave da includere come segni, trasferendoli dal latino in volgare, nella lettera dei versi dove eventi e personaggi, siano Francesca, Guido da Montefeltro o Guido del Duca, li rivestono in condizioni realisticamente diverse (i lussuriosi, i consiglieri di frode dannati, gli invidiosi purganti).
Dell’amore fluttuante come mare tempestoso nel cuore dei Gentili, i quali non stanno mai senza guerra – uno dei temi principali del secondo stato – fanno segno le parole di Francesca: “Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende”, opure quelle sui bellicosi romagnoli rivolte a Guido da Montefeltro. Così avviene per lo status successivo, il terzo, proprio dei dottori della Chiesa terribili confutatori delle eresie. L’ingegno del poeta si esercita, nell’Inferno, ad appropriarne i temi alle fazioni fiorentine delle quali dice Ciacco (nel cerchio successivo a quello dei lussuriosi), ai suicidi, ai papi simoniaci che hanno fatto strazio della Chiesa, agli scismatici, ai traditori di Cristo e di Cesare. Questo dividere l’uomo, nei suoi vari aspetti, da Dio e dalla sua giustizia è assimilabile alle eresie, che divisero l’umanità di Dio dalla sua divinità, degradando la prima o confondendola con la seconda, come quelle di Ario e di Sabellio, i quali, secondo quanto dice Tommaso d’Aquino nel cielo del Sole, “furon come spade a le Scritture / in render torti li diritti volti” (Par. XIII, 127-129).
La tematica dello stato topograficamente prevalente si intreccia con altri motivi presenti in differenti aggregazioni. Così, nel cielo di Saturno pervaso dalla tematica del quarto stato della Chiesa, l’assenza del ridere di Beatrice è semanticamente elaborata sull’esegesi del volto di Cristo che risplende come il sole nel meriggio del sesto stato, i cui temi più volte variati, fin dal “disïato riso” di Ginevra che perdé Francesca e Paolo, risuoneranno alti nel successivo cielo Stellato (Ap 1, 16-17). Pier Damiani, parlando del suo vedere Dio, trasferisce in volgare la semantica da Ap 21, 16, relativa all’uguaglianza delle misure della Gerusalemme celeste. Il tonante grido dei beati che conferma quanto detto dall’asceta contro la Chiesa carnale è parodia della voce dei compagni dell’Agnello sul monte Sion (Ap 14, 2). Ritornare col viso ai sette cieli sottostanti una volta salito alla costellazione dei Gemelli è passo che rinvia a Isaia 30, 26, incipit della Lectura super Apocalipsim.
Da una parte, il poeta si vincola a un testo, per la parodia sovr’esso esercitata; dall’altra sceglie liberamente i significati per i quali appresta i segni nel senso letterale. Segni che sono elementi semantici travasati dal latino dell’esegesi nel volgare. Legare parole, scriveva Dante nel Convivio (IV, vi, 3-4), è per eccellenza “arte musaica”, propria cioè dei poeti. Quest’arte, nella Commedia, è diventata intreccio di segni, in un’opera il cui senso – come afferma il suo stesso autore (Epistola XIII, 20-22) – “non est simplex sensus, ymo dici potest polisemos, hoc est plurium sensuum; nam primus sensus est qui habetur per litteram, alius est qui habetur per significata per litteram”.
La parodia, metamorfosi semantica e concettuale che rende sacri situazioni e personaggi, diventa chiave universale, incorpora in sé ogni possibile fonte o conoscenza dell’autore, concordata con la Lectura.
Accertato in primo luogo il rapporto di parodia esistente tra Commedia e Lectura super Apocalipsim; considerato poi, in alcuni suoi possibili aspetti, il metodo con cui essa ha operato, si deve infine cercarne le cause.
a) Una nuova Apocalisse. Parodiare la Lectura super Apocalipsim dava a Dante la consapevolezza della propria missione. I discepoli spirituali, che incarnano lo spirito di Cristo nel suo secondo, moderno avvento – e si tratta non solo di un Ordine religioso, ma anche di “singulares personae” -, sono inviati a predicare nuovamente nel mondo come lo fu san Giovanni. In Dante, alter Iohannes al quale viene ingiunto di scrivere – da Beatrice, Cacciaguida e san Pietro -, nell’esilio che lo accomuna all’Evangelista, una visione reale come quella di Patmos, solo aggiornata storicamente, la volontà era una con quella di Cristo-Amore che gli dettava dentro. Il singolo individuo viene inserito nell’ordinamento divino, la parte nel tutto, e questo inserimento è necessario, perché il poeta scrive la visione di cose che, come recita l’Apocalisse, “devono avvenire presto”. Ecco allora che il “poema sacro” diventa una nuova rivelazione giovannea, così intesa dal primo all’ultimo verso, e non solo nei luoghi in cui essa viene chiaramente citata. Il viaggio avviene ripercorrendo la storia dell’umanità attraverso gli stati o periodi della Chiesa.
b) Forgiare una nuova lingua universale. Il poeta ha sempre fissi gli occhi al latino come modello ideale di una nuova lingua universale. Il latino era ormai una lingua per pochi, non bastava più per tutte le necessità espressive. Il latino dell’esegesi, il sermo humilis del quale scrisse Erich Auerbach, è vicino al volgare, ed è forse l’effetto più evidente del confronto testuale. Con il lavorio su questo latino umile, che da esso trasferisce gli elementi semantici nella nuova favella, Dante diede al volgare la “gloria de la lingua”, nuova “lingua gratiae” come fu l’ebraico, la lingua parlata dal Redentore.
c) Scrivere per i predicatori, artefici della conversione universale e della riforma della Chiesa. Il senso letterale della Commedia contiene parole che sono chiave di accesso a un altro testo, la Lectura super Apocalipsim dell’Olivi. Si tratta di un procedimento di arte della memoria: le parole-chiave operano sul lettore come imagines agentes che lo sollecitano verso un’opera di ampia dottrina, che già conosce, ma che rilegge mentalmente parafrasata in volgare, profondamente aggiornata secondo gli intenti propri del poeta, in versi che le prestano “e piedi e mano” e la dotano di exempla contemporanei e noti. Nel senso letterale del “poema sacro” sono incardinati gli altri sensi interpretativi: allegorico, morale, anagogico (che Dante, nell’Epistola a Cangrande, definisce collettivamente “mistici” o “allegorici”). Dante mirava non solo a un pubblico di laici o, in generale, di chierici, ma anche di predicatori e riformatori della Chiesa – agli Spirituali francescani, e forse non solo ad essi, se la Lectura si fosse diffusa anche presso altri Ordini -, a coloro cioè che con la predicazione avrebbero potuto riformare la Chiesa e con la “lingua erudita” – il suo volgare – convertire il mondo.
d) Mantenere l’unità del “poema sacro”. La persistenza di un “panno” – cioè di un altro testo da cui trarre i significati spirituali del poema, materialmente elaborati attraverso le parole – è servita a mantenere l’unità e la coerenza interna dell’ordito, della “gonna”, per usare l’immagine di san Bernardo a Par. XXXII, 139-141. Che il poema sia stato pubblicato per gruppi di canti, non più modificabili, oppure per cantiche riviste, sempre stava innanzi all’autore la medesima esegesi teologica con le innumerevoli possibilità di variazioni tematiche e di sviluppi. Il fatto che gruppi di terzine numericamente corrispondenti, a diversi stadi della Commedia, contengano parole-chiave che conducono alla medesima pagina esegetica indica che queste parole, se dovevano essere per il lettore spirituale segni mnemonici di un altro testo, erano per il poeta segni del numero dei versi, ‘luogo’ dove collocare i medesimi temi, variati in forma e contesto (cfr. Appendice).
e) Al servigio dell’Altissimo. Si può ricordare quanto affermò Charles Southward Singleton nell’annunciare la scoperta del numero sette come numero centrale della Commedia, rivelatore di una mirabile struttura nascosta ancora tutta da decifrare. Come nella cattedrale di Chartres gli scalpellini lasciarono bellissimi fregi a grande altezza, dove occhio umano non sarebbe potuto arrivare, così l’ordine e l’intelligenza interiore del poema non furono concepiti solo per la vista degli uomini: “quel disegno, qualunque fosse il suo posto nella struttura, l’avrebbe veduto Colui che tutto vede, Colui che ha creato il mondo con meraviglioso ordine, in pondere, numero, mensura; e l’avrebbe certo guardato come prova che l’architetto umano aveva imitato l’universo che Egli, divino architetto, aveva creato innanzi tutto per la propria contemplazione, e poi, per la contemplazione degli angeli e degli uomini” [4]. La struttura semiotico-spirituale del “poema sacro”, espressione dell’io del pellegrino, sarebbe stata concepita solo “al servigio dell’Altissimo”.
[1] Sull’argomento, fondamentale per la comprensione storica della Commedia, cfr. C. DELCORNO, Dante e il linguaggio dei predicatori, in Letture Classensi, 25 (Intertestualità dantesca), a cura di E. Pasquini, Ravenna 1996, pp. 51-74; N. MALDINA, In pro del mondo. Dante, la predicazione e i generi della letteratura religiosa medievale, Roma 2017.
[2] Cfr. R. MANSELLI, Da Gioacchino da Fiore a Cristoforo Colombo. Studi sul francescanesimo spirituale, sull’ecclesiologia e sull’escatologisno bassomedievali, introduzione e cura di P. Vian, Roma 1997 (Istituto Storico Italiano per il Medio Evo. Nuovi Studi Storici, 36), p. XXI, n. 44.
[3] Sulle distinctiones cfr. L.-J. BATAILLON, Les images dans les sermons du XIIIe siècle, in “Freiburger Zeitschrift für Philosophie und Theologie”, 37/3 (1990), pp. 327-395; ID., The Tradition of Nicholas of Biard’s Distinctiones, in “Viator. Medieval and Renaissance Studies”, 25 (1994), pp. 245-288.
[4] CH. S. SINGLETON, La poesia della Divina Commedia, trad. it., Bologna 1978, pp. 461-462.
1. In the crystal of the contemplativesReading by signsAccording to the ‘spiritual topography’, the ten heavens of Paradiso are arranged in two groups of seven, corresponding to the status, or periods, of the history of the Church and their prerogatives, partially overlapping with the centre in heaven of the Sun, the fourth of the first group and the first of the second (from 1 to 7 and from 4 to 10: the last four numbers of the first group coincide with the first four of the second).
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(Ap 2, 1.18-19.23) … inflammata vel vivens hostia, quia tales per lucem et flammam contemplative devotionis … de fervore fidei et caritatis … Christus proponitur ut habens oculos lucidos et ardentes sicut est flamma ignis … per oculos autem flammeos fervor et lux contemplationis ignite, per pedes vero similes auricalco perfectio vite active … proposuit Christus se habere oculos sicut flammam, ut pateret quod omnia videt et penetrat …
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Nor was it merely a matter of semantic elements grouped together in the common sense of the language (such as ferve, carità, ardor), for there were others that clashed with it (such as vede, piedi). In the exegesis of the fourth church, to emphasise that the heresies of the time were devoted to carnal pleasures, Philippians 3:19 is cited: “venter est eorum deus et gloria” (Rev 2:19): Pier Damiani states that the light encloses him as in a flaming belly – “in ch’io m’inventro” (XXI, 84) – transforming a negative theme into a glorious one. It is characteristic of the fourth church, where both the active and contemplative life are practised, to minister to and dispense to the poor the goods of the Church, which indeed belong to them – “episcopi est ministrare seu dispensare pauperibus et precipue suis subditis bona ecclesie tamquam communia et tamquam bona pauperum” (2:19); St Benedict recalls this in XXII, 82–84: “ché quantunque la Chiesa guarda, tutto / è de la gente che per Dio dimanda; / non di parenti né d’altro più brutto”.
Our reader might have encountered some difficulty in perceiving, for example, that si sta (XXI, 47), io stava (XXII, 25) form part of the fabric of themes relating to the fourth period, likened to the mature age of man, stable and steadfast (prologue, Notabile III), but would have overcome these uncertainties by noting the recurrence of the motif in other parts of the poem. He would, moreover, have noted in the verses other Leitmotifs such as pastura (XXI, 19), affetto (XXII, 52), typical of the contemplatives of the fourth period of the Church, devoted to the Eucharistic pastus founded on affectus (unlike the doctors of the preceding third status, who combat heresies with the sword of reason, but compete with the anchorites). Faced with the interjection “così m’ha dilatata mia fidanza” (XXII, 55), he would have recognised that it is characteristic of that period to embrace the faith (“fidei amplexande”), after it had been expounded and explained by the doctors in the preceding era (prologue, Notabile III).
Our spiritual writer, trained to conceive the history of the Church in terms of status or periods, as pillars of a sacred process, would have clearly understood that Pier Damiani, with his controversial words in Par. XXI, 121–123, intends to distinguish between two persons, himself and the other Peter, and above all to affirm, by means of the parody of a quotation from Joachim of Fiore, the difference between two modes of religious life: the first that of pure contemplatives; the second, less perfect, that of those living a common life in canonries.
That sharp reader would have identified other themes which exegesis, by aggregating the fourth elements of the first six apocalyptic visions, attributed to the fourth period of the Church in which the contemplatives prevailed. He also knew that the status are not merely historical periods, but also habitus, ways of being for individuals at any moment. If the period in question was situated between Justinian and Charlemagne, with the flourishing of the anchorites in the deserts of Egypt and Arabia, its characteristics applied to everyone and were now sublimated in the heaven of Saturn, the place where the blessed who had devoted themselves to contemplation on earth manifest themselves.
Reading through the verses in which St Pier Damiani and St Benedict describe respectively Mount Catria and Mount Cairo — the two mountains on the slopes of which lie Fonte Avellana and Cassino — one’s mind might well turn to what is written in Rev 14: 1–5 about the companions of the Lamb who stand on Mount Zion, interpreted as “specula”, the place par excellence of contemplation and of the future governance of the world, dedicated solely to the worship of God. Those verses would have reminded of those dedicated to Crete in the Golden Age, “sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto”, of which Virgil had said: “Una montagna v’è che già fu lieta / d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida” (Inf. XIV, 94–99). Dante finds himself precisely in the celestial realm of Saturn: “Dentro al cristallo che ’l vocabol porta, / cerchiando il mondo, del suo caro duce / sotto cui giacque ogne malizia morta” (Par. XXI, 25-27). Not only that, but a Franciscan, reading “Quel monte a cui Cassino è ne la costa” (XXII, 37), would not have failed to make the connection with the place most familiar to him, the Subasio, where “fertile costa d’alto monte pende” (XI, 45) and where Francis was born, the angel of the sixth seal who rises from the East (Rev 7:2). Indeed, this friar would have interpreted costa, in both cases, in the sense of the pietas with which God filled the rib taken from Adam to form Eve (prologue, Notabile VII), a biblical image that the poet had transposed onto the two holy mountains, mercifully condescending towards the multitudes.
(Ap 14, 1-4) Stabant enim cum Christo “super montem Sion”. Per montem Sion, que Sion interpretatur specula, designatur alta et solida eminentia contemplativi status … ipsorum perfecta et immaculata puritas … possint hic designari quicumque sancti post corruptionem carnis castificatissimi … universalis primatus sancte dedicationis eorum ad Dei cultum … singulariter segregati et ad Dei servitium empti … erit sublimissimus cultus Christi … locus erit congruentior summis rectoribus orbis …a sola latria … al servigio di Dio (XXI, 111, 114), monte (XXII, 37), in su la cima (v. 38), ci soblima (v. 42), cólto (v. 45). |
In Pier Damiani’s words on the contemplative life, one could find an interpretation of the ‘oil’, which Joachim of Fiore had equated with the anagogical meaning of Scripture.
(Ap 6, 6) Per oleum vero, suave et omnibus ceteris liquoribus superenatans, designatur intelligentia contemplativa seu anagogica – (XXI, 115-117) che pur con cibi di liquor d’ulivi / lievemente passava caldi e geli, / contento ne’ pensier contemplativi. |
Or to see, in the rapid ascent to the constellation of Gemini, a parody of the triumphant ascent of the contemplatives of the fourth period of the Church, raised to heights by virtue, lofty stars whose fathers are likened to the sun.
(Ap 2, 26-28) Quarta est victoriosus effectus, quando scilicet omnes vires corporis et mentis assidue et totaliter perfectis virtutum operibus dedicantur, nec ex longa continuatione operis remittuntur sed potius intenduntur et roborantur et ad fortia opera superexcrescunt … Est etiam accepturus claram intelligentiam scripturarum … hic significatur quod quicumque sunt sic operosi sunt digni super principatum ecclesie sublimari et accipere virtutem rectam et inflexibilem et insuperabilem, quasi virgam ferream ad faciliter confringendum terrestria vitia gentium, et accipere plenitudinem sapientie celestis ad regendum ecclesiam et ad celestia contemplanda. Unde Luche XIX° (Lc 19, 17) illi, qui per unam mnam acquisivit decem mnas … in celis habebunt gloriosam potestatem et lucem huic correspondentem. (Ap 8, 12) Per “solem” videtur hic designari solaris vita et contemplatio summorum anachoritarum, qui fuerunt patres et exempla aliorum, vel solaris sapientia et doctrina summorum doctorum. […] Per “stellas” vero, quidam singulares et alti et solitarii anachorite.glorïose stelle (XXII, 112), virtù (v. 113), quelli ch’è padre … vita (v. 116), alta (v. 119), acquistar virtute (v. 122), forte (v. 123), chiare (v. 126). |
It may be difficult for us to conceive of such an ars memorandi, as employed in the Divine Comedy in relation to the Lectura super Apocalipsim, a seminal work in the religious history of Dante’s time, which cannot be separated from its political context. Countless examples of this can be cited. The passage on the “signatio” (Rev 7:3–4), with the contrast between the most worthy leaders of Christ’s army and the common host that follows them, frames the tercet concerning Giano della Bella (Par. XVI, 130–132), giving the contrast between magnati and popolani a spiritual significance, confirming what Raoul Manselli wrote, that “in the context of the history of our European Middle Ages, the religious sphere is of the same concrete historical importance as the political sphere” [2]. Ciacco’s words on Florence, the “città partita … l’ha tanta discordia assalita” (Inf. VI, 60–63), are a parody of Rev 16:19 and its exegesis: “Et facta est civitas magna in tres partes”. Carlo Martello’s remarks on the Sicilian Vespers apply to a political upheaval the motif of the shifting of the islands caused by the earthquake at the opening of the sixth seal (Rev 6:12–17).
The parody extends what is set out in the Lectura on the history of the Church to the entire “viver bene” of the “omo in terra”. Olivi’s apocalyptic commentary becomes a liber concordiae of many sources, clothing them in its own garment. At the sound of the fourth trumpet (third vision, Rev 8:12) the sun (the solar doctrine of the doctors of the third period and the solar life of the contemplative fathers of the fourth: the two status compete, as intellect and affection, Empire and Papacy, to set the noonday of the universe ablaze), the moon (the conventuals of the fourth status illuminated by the sun), the stars (the individual high contemplatives), the day (the common people illuminated by the sun) and the night (the more unrefined, illuminated by the stars) are darkened for a third (the hypocrites). The exegesis draws upon Joachim of Fiore elsewhere, in Rev 12:1–2 (the fourth vision), which concerns the woman clothed with the sun, who has a crown of twelve stars upon her head and holds the moon under her feet, that is, the changeable and shadowy temporal things, or the cold and nocturnal worldly science. Joachim explains, in Book V of the Concordia, that this refers to a woman designating a single order of contemplatives divided into three degrees: the highest contemplatives (the sun), the prelates in the monasteries (who are at the head, almost like stars), and their subordinates (who live in perfect discipline, almost like the moon beneath the woman’s feet). Olivi emphasises that the contemplatives of the fourth period were not all alike: some of lower rank, likened to the moon, devoted themselves to the active life (Prologue, Notable XIII; Rev 8:12).
In the heaven where the contemplative spirits manifest themselves, steeped in the theme of the fourth status of the Church, the simile of the “pole” in Par. XXI, 34–42 reveals their diversity (“poi altre vanno via sanza ritorno, / altre rivolgon sé onde son mosse, / e altre roteando fan soggiorno”). Richard of Saint Victor’s De gratia contemplationis (Beniamin maior, I, 5) is usually cited as the source, in which he compares the various attitudes of the contemplatives to the movements of birds: “modo it atque redit, modo se quasi in gyrum flectit, modo autem se quasi ad unum colligit et quasi immobiliter figit”. It cannot be ruled out that Dante read Richard’s source directly (cf. Epistola XIII, 28), but this source, like all the others, agrees with the Lectura, where Joachim of Fiore is cited. The firmament of fixed stars is “di diversi volti” (Par. II, 64–66); the various contemplatives are also fixed and solitary stars. Elsewhere it has been shown that the presence of Richard of Saint Victor in the Divine Comedy derives almost entirely from the quotations contained in the Lectura super Apocalipsim, just as is the case with Joachim of Fiore.
The semantic elements present in the humble Latin of the exegesis are separated, appropriated in different ways and crystallised in the vernacular; the complex – the narrow thematic range – was intended to evoke a familiar yet ever-changing resonance in the reader’s mind. The reader not only knew the parodied work, but recognised its themes, varied in specific sections of the poem. The intense semantic transfer from the Lectura to the Commedia is in fact accompanied by a structural feature. The Commedia displays an internal order different from that which appears to the reader: Dante’s journey follows a pattern of cyclical septenaries, corresponding to the seven periods (status) of the history of the Church, that is, to the categories by which Olivi organises the exegetical material. It is an order discernible in successive sections of the poem where the semantics pertaining to a single status prevail, an order that disrupts the literal boundaries established by the cantos and by all the material divisions into circles, terraces, and heavens. Each period, which has different beginnings, is linked by concurrentia, like the links of a suit of armour, to the one that precedes it and the one that follows. Each period possesses a great wealth of motifs and also contains themes from everyone else status, allowing for countless interweavings and variations. For example, in the Inferno, which is divided into five cycles dedicates to the seven status, the themes of the fourth period of the Church prevail amongst the avaricious and the prodigal, the blasphemers, the soothsayers, the forgers, and in part of the description of Lucifer and in the ascent to the earth’s surface; sections preceded and followed respectively by others dedicated to the themes of the third and fifth period. The situations are very different, but the art of semantic variation is supreme, through which the author transforms and modifies a motif that has already appeared in the course of the poem. Thus the blazing of Thyatira, the fourth church of Asia (Rev 2:18–22), is a theme present in the blazing wasteland where the violent against God dwell, then reinterpreted in the description of the poet’s third slumber, dreaming of Lia, on the mountain of purgatory, and finally sublimated in the lofty charity that blazes in Pier Damiani and in the Benedictine “contemplative fires” of Saturn’s heaven. The signs present in the literal sense, true Wagnerian Leitmotifs, function as points of mutual contact, conferring upon the poem an organic musical unity. The systematic parody of the Lectura super Apocalipsim was in fact also intended to maintain the unity of the poem. Emblematic is Beatrice’s laughter, mirroring the splendour of Christ’s face, whose motifs run throughout the Paradiso.
The specific audience of preachers and reformers envisaged by Dante never materialised, because the Spirituals (not an organised group, but one sharing a common sensibility), who must have been familiar with Olivi’s Lectura and who, in the first decade of the fourteenth century, when reform of the Church was still possible, had not yet been defeated, were subsequently persecuted and their banner-book, censored in 1318–1319 and condemned in 1326, was consigned to the underground and almost to oblivion. Thus was lost, too, the language that expresses the inner meanings of the “sacred poem”.
Inspiration and Art
The question now arises as to how the parody of Lectura super Apocalipsim was actually carried out. Dante himself, in his encounter with Bonagiunta da Lucca in the sixth terrace of Purgatory, defines his way of writing poetry: «E io a lui: “I’ mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando”» (Purg. XXIV, 52–54). First and foremost, therefore, is inner inspiration, the Platonic aspect of poetry, when the mind is taken over by the god who speaks to the listener through the poet, who becomes a minister of the Muse not by virtue of artistic skill, but by divine gift – οὐ τέχνῃ ποιοῦντες … ἀλλὰ θείᾳ μοίρᾳ – (Ion, 534a-d). It is the moment that belongs to the heart, to feeling, to inner dictation. It is singularly in harmony with what Olivi’s theology affirms regarding modern times (the sixth period of the Church history), in which the preacher is given the freedom to speak by inner dictation and to open the hearts of his listeners. The homo novus, who experiences within himself the taste of the divine, cooperates in universal conversion, in the rebirth of the age, through the Spirit of Christ who speaks within him; an open door is given to him so that others may open themselves (Rev 3:7–8). This takes place in the sixth status of the Church, which began with the conversion of St Francis (1206) and continues until the defeat of the Antichrist; it is no coincidence that the encounter with Bonagiunta occurs in the sixth terrace of the mountain, entirely pervaded by variations on themes relating, in Olivi’s apocalyptic exegesis, to the sixth period of the Church. In the poem, the breath of Love is a parody of the rising of the fragrances caused by the devout affection of those praying (Rev 5:8).
“ … noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando”. The moment of inspiration is captured by noting it down. In Rev 8:5, in the introductory part of the third vision, which concerns the seven trumpets sounded by the Doctors of the Church, Olivi describes the procedure: first they draw the material from Scripture and arrange it, just as musicians tune the pipes of their instrument; then they conceive it through fervent meditation, as if applying the trumpet to their mouths and blowing into it; finally, through language, they emit spiritual insight, which derives from the literal meaning of Scripture just as breath flows from the trumpet.
[LSA, cap. VIII, Ap 8, 5 (radix IIIe visionis] Et ultra hoc addit ipsorum ad docendum et intonandum providam et idoneam applicationem, iuxta quod habentes tubas tunc se parant ad tubicinandum quando tube calamos componunt, ac deinde tubam sic compositam applicant ori suo, ac deinde interno flatu inflant ora et tandem perflant tubas flatu oris sui. Sic enim doctores primo ex scripturis sacris componunt et ordinant certas materias, ac deinde per igneas meditationes concipiunt et emittunt spiritalem intelligentiam, que est similis flatui procedenti ex tuba. Nam spiritalis intellectus sic progreditur de corde littere sicut flatus ex tuba. |
Dante does not speak of a preliminary preparation and ordering of the material provided by Scripture upon which inspiration then acts; rather, inspiration comes before any other step. Once inspiration has been captured by noting it down, “a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando”, that is signifying as dictates within. This latter expression belongs to the technique, to the aspect one might call Aristotelian, whereby poetry is generated not by divine inspiration but by natural causes – “αἰτίαι … φυσικαί” (Poetics, 1448b). However, even vo significando is a parody of a scriptural passage, in the first verse of the Revelation, where it is stated that Christ revealed – et significavit – to John, through an angel, the things that must soon take place. The revelation, Olivi asserts, was expressed through figurative signs – per signa figuralia – since John’s vision was purely intellectual and could not have been expressed in words had figures and signs not aided the human intellect. When Dante writes “vo significando”, he is therefore not referring to a literary fiction achieved through material technique, but rather to giving form, “e piedi e mano”, to a true intellectual vision, to the “trasumanar” that “significar per verba / non si poria”. In the Revelation, it is Christ who ‘signifies’, that is, reveals the figures to John through the angel; in the Divine Comedy it is the poet, the imitator of Christ, who goes about “signifying”, that is, representing purely spiritual realities for the reader. Just as John had written the Revelation in stages following the single vision he had received, yet the figures expressing it were an integral part of it, so too is the act of signifying through figurative imagery a consequence, in the “sacred poem”, of the inspiration of Love.
[LSA, cap. I, Ap 1, 1-2] (1, 1) Subdit etiam causam mediam ac deinde proximam, dicens: “et significavit”, scilicet Christus, id est revelavit vel per signa figuralia demonstravit, scilicet predicta, “mittens”, id est denuntians ea, “per angelum suum servo suo Iohanni”. [,,,]
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Like St John, Dante believed that he had had a single intellectual vision which he had been instructed to write down, adapting it to the understanding of ordinary people:
“Quod vides” (Ap 1, 11), id est quod visurus es et videre iam cepisti, “scribe in libro”, id est fac inde librum sollempnem … “Scribe ergo que vidisti” (Ap 1, 19). Hec est tertia pars visionis, in qua ponitur visio Christi mandantis Iohanni quod scribat et mittat ecclesiis totam hanc visionem …(Purg. XXXII, 103-105) Però, in pro del mondo che mal vive, / al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, / ritornato di là, fa che tu scrive. (XXXIII, 55) E aggi a mente, quando tu le scrivi … (Par. XVII, 128) tutta tua visïon fa manifesta. |
But, given that the poet believed divine inspiration and its expression to be inextricably intertwined, how did this vo significando come about?
It follows from the rules governing the relationship between the two texts that the Lectura super Apocalipsim, before being parodied in the Commedia, had undergone a twofold reorganisation. The first, based on the indications of Olivi himself, according to the exegetical material attributable to individual status or periods in the history of the Church.
The second, following the principle applied in the distinctiones for the use of preachers, according to headwords collated analogically [3]. The “mutua collatio” of parts of the Lectura enriches the meaning associated with the words and allows for an amplified thematic development. See, for example, the variations on the theme of the “vox” or the expression “in medio”, themes repeated several times in the sacred text, or the way in which Rev 1:16–17 (the exegesis of the tenth and eleventh perfections of Christ as the supreme shepherd) is employed in the verses by comparing it with other passages. If Dante chose these methods of reorganising the exegetical material, he did so for the benefit of those familiar with them.
This is a preliminary phase, affecting the Lectura, which took place before the drafting of the entire poem or its opening cantos began (see the considerations in the examination of Inf. VIII).
Once the material provided by the Lectura had been arranged according to status and verba, the versification followed. The poet had certainly drawn up a general plan based on the literal meaning, dividing it into canticles, cantos, circles, terraces, and heavens: he ‘predisposed the pages’, as he himself states (Purg. XXXIII, 139–140), before filling them in.
The poet had deliberately chosen to parody a work that lent him a spiritual structure organised into septenaries; this is topographically verifiable in the verses by zones in which the semantics referable to individual status prevail, that is, to the periods of Church history which are the categories with which Olivi organises the exegetical material. If, for example, the poet had wished to attribute ‘feet and hands’, through the sequences of sevens that run through the Apocalypse, to the themes characteristic of the second status (which corresponds to the time of the martyrs), he would first have organised that material — that is, the complex of spiritual meanings proper to that group — and then drawn from it themes and keywords to be included as signs, transferring them from Latin into the vernacular, into the text of the verses where events and characters — be they Francesca, Guido da Montefeltro or Guido del Duca — realistically embody them in various circumstances (the lustful, the counsellors of fraud in the Hell, the envious in Purgatory).
Of love, fluctuating like a stormy sea in the hearts of the Gentiles, who are never without war – one of the main themes of the second status – the words of Francesca serve as a sign: “Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende”. So it is with the next status, the third, proper to the Doctors of the Church, those formidable refuters of heresies. In Inferno, the poet’s ingenuity is exercised in applying these themes to the Florentine factions of which Ciacco speaks (in the circle following that of the lustful), to the suicides, to the simoniacal popes who have ravaged the Church, to the schismatics, and to the traitors of Christ and Caesar. This separation of man, in his various aspects, from God and His justice is comparable to the heresies that separated God’s humanity from His divinity, degrading the former or confusing it with the latter, such as those of Arius and Sabellius, who, according to Thomas Aquinas in the Heaven of the Sun, “furon come spade a le Scritture / in render torti li diritti volti” (Par. XIII, 127–129).
The themes of the topographically dominant period are interwoven with other motifs present in different clusters. Thus, in the Heaven of Saturn, pervaded by the themes of the fourth status of the Church, the absence of Beatrice’s smile is semantically elaborated upon the exegesis of the face of Christ, which shines like the sun at midday in the sixth status; the themes of which, varied many times, from the “disïato riso” of Ginevra who lost Francesca and Paolo, will resound loudly in the subsequent Stellate Heaven (Rev 1:16–17). Pier Damiani, speaking of his vision of God, renders in vernacular the meaning of Rev 21:16, concerning the uniformity of the measurements of the heavenly Jerusalem. The thunderous cry of the blessed, confirming what the ascetic asserts against the carnal Church, is a parody of the voice of the Lamb’s companions on Mount Zion (Rev 14:2). Dante, gazing towards the seven heavens below once he has ascended to the constellation of Gemini, is a passage that refers to Isaiah 30:26, the incipit of the Lectura super Apocalipsim.
On the one hand, the poet binds himself to a text, through the parody he exercises upon it; on the other, he freely chooses the meanings for which he prepares the signs in the literal sense. Signs that are semantic elements transferred from the Latin of exegesis into the vernacular. To link words, Dante wrote in the Convivio (IV, vi, 3–4), is par excellence “arte musaica”, that is, the domain of poets. In the Commedia, this art has become an interweaving of signs, in a work whose meaning – as its author himself states (Epistola XIII, 20–22) – “non est simplex sensus, ymo dici potest polisemos, hoc est plurium sensuum; nam primus sensus est qui habetur per litteram, alius est qui habetur per significata per litteram” (“is not a simple meaning, but rather, it may be said, a polysemy, that is, a multitude of meanings; for the first meaning is that which is taken literally, whilst another is that which is taken through what is signified by the letter”).
Parody, a semantic and conceptual metamorphosis that sacralises situations and characters, becomes a universal key, incorporating within itself every possible source or knowledge of the author, in accordance with the Lectura.
Having first established the relationship of parody between the Divine Comedy and the Lectura super Apocalipsim; having then considered, in some of its possible aspects, the method by which it operated; one must finally seek its causes.
a) A New Apocalypse. Parodying the Lectura super Apocalipsim gave Dante a sense of his own mission. The spiritual disciples, who embody the spirit of Christ in his second, modern coming – and these are not merely members of a religious Order, but also “singulares personae” – are sent out to preach anew in the world, just as St John was. In Dante, alter Iohannes, who is commanded to write – by Beatrice, Cacciaguida and Saint Peter – during the exile that unites him with the Evangelist, a vision as real as that of Patmos, merely updated historically, his will was one with that of Christ-Love dictating within him. The individual is placed within the divine order, the part within the whole, and this placement is necessary, for the poet writes of a vision of things which, as the Apocalypse states, “must take place soon”. Thus the “sacred poem” becomes a new Johannine revelation, understood as such from the first to the last verse, and not merely in those passages where it is explicitly cited. The journey takes place by retracing the history of humanity through the status or periods of the Church.
b) Forging a new universal language. The poet always kept his eyes fixed on Latin as the ideal model for a new universal language. Latin was by now a language for the few; it was no longer sufficient for all expressive needs. The Latin of exegesis, the sermo humilis of which Erich Auerbach wrote, is close to the vernacular, and is perhaps the most evident effect of the textual comparison. Through his work on this humble Latin, from which he transferred semantic elements into the new vernacular, Dante bestowed upon the vernacular the “gloria de la lingua”, a new “lingua gratiae” just as Hebrew had been, the language spoken by the Redeemer.
c) Writing for preachers, the architects of universal conversion. The literal meaning of the Divine Comedy contains words that serve as a key to another text, Olivi’s Lectura super Apocalipsim. This is a procedure of the art of memory: the keywords act upon the reader as imagines agentes, prompting them towards a work of extensive doctrine, which they already know, but which they mentally re-read paraphrased in the vernacular, profoundly updated according to the poet’s own intentions, in verses that lend it “feet and hands” and endow it with contemporary and well-known exempla. The other interpretative meanings — allegorical, moral, and anagogical (which Dante, in the Epistle to Cangrande, collectively defines as “mystical” or “allegorical”) — are encompassed within the literal meaning of the “sacred poem”. Dante aimed not only at an audience of laypeople or, more generally, clerics, but also at preachers and reformers of the Church – at the Franciscan Spirituals, and perhaps not only at them, had the Lectura also spread among other Orders – that is, at those who, through preaching, might reform the Church and, through the “erudite language” – his vernacular – convert the world.
d) Maintaining the unity of the “sacred poem”. The persistence of a “cloth” – that is, another text from which to draw the spiritual meanings of the poem, materially elaborated through the words – served to maintain the unity and internal coherence of the “gown”, to use the image of St Bernard in Par. XXXII, 139–141. Whether the poem was published in groups of cantos, no longer subject to modification, or in revised canticles, the author was always faced with the same theological exegesis, with its countless possibilities for thematic variations and developments. The fact that numerically corresponding groups of tercets, at different stages of the Divine Comedy, contain keywords leading to the same exegetical page indicates that these words, whilst intended for the spiritual reader as mnemonic signacula of another text, were for the poet also markers of the number of verses, a ‘place’ where to situate those same signacula in a different form and context. (See Appendix)
e) In the service of the Most High. One might recall what Charles Southward Singleton stated when announcing his discovery of the number seven as the central number of the Divine Comedy, revealing a marvellous hidden structure yet to be fully deciphered. Just as in Chartres Cathedral the stonemasons left beautiful friezes at great heights, where the human eye could not reach, so the order and inner intelligence of the poem were not conceived solely for the eyes of men: “He who sees all things and so marvellously created the world in number, weight, and measure, would see that design, no matter where its place in the structure; and would surely see it as a sign that the human architect had indeed imitated that created Universe which the Divine architect had wrought for His own contemplation first of all, and for that of angels and of men” [4]. The semiotic-spiritual structure of the “sacred poem”, an expression of the pilgrim’s self, would have been conceived solely “in the service of the Most High”.
[1] On this subject, which is fundamental to a historical understanding of the Divine Comedy, see C. DELCORNO, Dante e il linguaggio dei predicatori, in Letture Classensi, 25 (Intertestualità dantesca), cur. E. Pasquini, Ravenna 1996, pp. 51-74; N. MALDINA, In pro del mondo. Dante, la predicazione e i generi della letteratura religiosa medievale, Roma 2017.
[2] See R. MANSELLI, Da Gioacchino da Fiore a Cristoforo Colombo. Studi sul francescanesimo spirituale, sull’ecclesiologia e sull’escatologisno bassomedievali, cur. P. Vian, Roma 1997 (Istituto Storico Italiano per il Medio Evo. Nuovi Studi Storici, 36), p. XXI, n. 44.
[3] About the distinctiones see L.-J. BATAILLON, Les images dans les sermons du XIIIe siècle, in “Freiburger Zeitschrift für Philosophie und Theologie”, 37/3 (1990), pp. 327-395; ID., The Tradition of Nicholas of Biard’s Distinctiones, in “Viator. Medieval and Renaissance Studies”, 25 (1994), pp. 245-288.
[4] CH. S. SINGLETON, The Poet’s Number at the Center, MLN, Vol. 80, No 1. Italian Issue (1965), pp. 1-10: 10.
Tab. I
[LSA, cap. II, Ap 2, 1.18-19.23 (Ia visio, IVa ecclesia)] (Ap 2, 1) […] Unde bene vocatur Tyatira, id est illuminata vel inflammata vel vivens hostia, quia tales per lucem et flammam contemplative devotionis se offerunt Deo hostiam viventem. […] Increpatur tamen, quia permittebat Iesabelem seducere servos suos ut fornicarentur et comessarentur de idolaticis. Solitarii enim et contemplativi negligere solent correctionem aliorum, tamquam iudicantes soli sibi esse vacandum. Quidam etiam ex eis, propter excessus contemplationis et macerationis corpore fracti, de facili solent a sociis suaderi ut indulgeant sue carni, ita quod ex hoc plus debito delicatis utantur. […]
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Par. XXI, 49-51, 67-72, 82-90, 97-99Per ch’ella, che vedëa il tacer mio
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Par. XXII, 31-33, 46-55, 73-75, 82-84Poi dentro a lei udi’: “Se tu vedessi
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[LSA, prologus, Notabile X (concurrentia III–IV status)] Prout vero status ab invicem per certam propriorum donorum et officiorum preeminentiam ac multitudinis personarum in ipsis concurrentium distinguuntur, sic concurrit tertius cum quarto non quidem in eodem statu sed in eodem tempore. […] Ideo autem quartus status concurrit eodem tempore cum tertio, quia sicut affectus exigit notitiam intellectus, nec ista notitia est sancta absque sancto affectu, sic affectualis exercitatio et contemplatio anachoritarum et sanctorum illitteratorum eguit preclaro lumine doctorum, nec illud preclarum esse potuit absque precellentia vite. Unde ad mutuum obsequium et ad meridiem universi orbis tunc ad fidem conversi simul clarificandam et inflam-mandam debuerunt illi duo status concurrere simul. Sicut autem notitia preit amorem, quia non potest amari nisi cognitum, sic status doctorum in hoc libro premittitur ante statum anachoritarum; in quarta tamen visione ostenduntur simul concurrere, ubi dicitur quod “date sunt mulieri due ale aquile magne ut volaret in desertum” (Ap 12, 14). Quod autem de facto insimul concurrant, patet ex cronicis. […] |
[LSA, prologus, Notabile III] De tertio (dono) etiam patet. Nam magistralis tuba seu expositio intendit fidei et eius scientie seminande (I), et deinde radicande seu roborande (II), deinde explicande (III), deinde amplexande (IV), deinde contemperande, unicuique scilicet secundum suam proportionem (V); intendit etiam finaliter eam imprimere et sigillare (VI) et tandem glorificare seu glorificatam exhibere (VII). Et patet correspondentia primi ad primum statum et secundi ad secundum et sic de aliis. |
2. Il sorriso che incenerisce
Nel cielo di Saturno Beatrice non ride: se lo facesse, Dante verrebbe ridotto in cenere come Semele nel contemplare Giove; la bellezza della donna, “che per le scale / de l’etterno palazzo più s’accende … quanto più si sale”, deve temperarsi nel suo splendore, altrimenti la facoltà visiva del poeta – “’l tuo mortal podere” – sarebbe come fronda schiantata dalla folgore (Par. XXI, 4-12).
Il lettore ‘spirituale’ della Commedia avrebbe soppesato ogni parola nei suoi significati non letterali, pervenendo a una dottrina indotta. Leggendo la spiegazione data da Beatrice sul mancato suo ridere nel settimo cielo, sarebbe andato con la mente ad Ap 1, 16-17:
S’io ridessi … più s’accende … tanto splende – splendor faciei … plus incomparabiliter lucet … “et cum vidissem eum”, scilicet tantum ac talem, “cecidi ad pedes eius tamquam mortuus” … ex intolerabili superexcessu obiecti. |
Questo eccessivo splendore (il ridere della donna) viene paragonato alla folgore (“che ’l tuo mortal podere, al suo fulgore, / sarebbe fronda che trono scoscende”), e qui l’accorto lettore avrebbe ravvisato la sequenza “fulgura-voces-tonitrua” (Ap 4, 5; 8, 5; 11, 19) che lo avrebbe portato a concludere: il ridere di questa donna, che fa cadere chi lo guarda come morto (Ap 1, 17) è come la folgore corruscante e scindente che emana dalla sede divina (Ap 4, 5); deve pertanto essere temperarsi (“se non si temperasse”), come le voci sono temperate, soavi, umane, razionali rispetto alla folgore. Dalla sede emanano anche i tuoni, cioè le terribili minacce fatte in cielo: ed ecco che “la dolce sinfonia di paradiso”, che suona devota giù nelle altre sfere, in quella di Saturno “si tace” per dare luogo a un canto – la zelante preghiera di vendetta divina contro i moderni pastori, dopo che Pier Damiani li ha vituperati – che è “tuono” che vince e trasmuta (Par. XXI, 139-142; XXII, 10-15). Ancora, il nostro spirituale, leggendo oltre il senso letterale “se non si temperasse” (XXI, 10), si sarebbe ricordato che il temperamento è proprio del condescensivo e pietoso quinto stato (prologo, Notabile III), intervenuto dopo l’arduo e solitario quarto periodo, al quale si riferisce invece il mortale incenerimento (Ap 5, 1) e, arrivato al “si tace” (v. 58), avrebbe intuito che il tacere e il silenzio sono temi precipui del settimo e ultimo stato (siamo nel settimo cielo; Notabile III). Si sarebbe ricordato degli altri luoghi del poema che presentano, in modo variato, gli stessi motivi.
La contaminazione, sempre variata e diversamente appropriata, fra i due gruppi tematici – Ap 1, 16-17 (lo splendore del volto di Cristo, ovvero il sorriso, che induce oblio) e 1, 7; 4, 5; 8, 5; 11, 19 (il folgorare che divide; la voce, che segue, più soave e temperata) – si registra in altri luoghi, come nel cielo del Sole e in quello di Marte: Par. X, 58-69 (Beatrice e gli spiriti sapienti); Par. XVI, 28-33 (Cacciaguida); XVII, 121-123 (ancora Cacciaguida).
3. La beatitudine tetragona e liberale
■ I quattro lati delle mura della Gerusalemme celeste, descritta nella settima visione, formano un quadrilatero (Ap 21, 16), che designa la solida quadratura delle virtù (a Cacciaguida il poeta dice di sentirsi “ben tetragono ai colpi di ventura”, Par. XVII, 23-24). I quattro lati sono uguali in lunghezza e in larghezza. La città dei beati quanto vede di Dio e dei suoi beni tanto ama, quanto è lunga nella visione tanto si dilata nella carità, quanto si prolunga nell’eterno tanto si dilata nel gaudio giocoso e glorioso. Lo stesso può dirsi di coloro che in questa vita raggiungono la perfezione, i quali quanto conoscono o credono tanto amano, quanto per la speranza si protendono nei beni eterni tanto si dilatano nel gaudio. Nei beati le quattro virtù cardinali – prudenza, fortezza, giustizia e temperanza -, designate dai quattro lati della città, hanno uguale misura. Anche l’altezza è uguale alla lunghezza e alla larghezza, poiché quanto i beati per la visione e per l’amore si protendono in lungo e si dilatano in largo, tanto si elevano nell’alta lode e nella reverenza verso Dio e nell’alto apprendimento e degustazione della sua sublime maestà. Tuttavia in questa vita l’altezza, proporzionata alla misura della carità e del tendere in Dio, sta comunemente solo nel desiderio e nella speranza di raggiungere la compiuta misura della patria celeste. Un edificio si pone infatti diversamente nel suo inizio e nella perfezione del fine.
Pier Damiani ‘pareggia’, cioè rende uguale, la chiarezza della visione di Dio (“la vista mia, quant’ ella è chiara”) con “l’allegrezza ond’ io fiammeggio” – in lui sono pertanto uguali la lunghezza della visione e la larghezza del gaudio che deriva dalla carità – e, grazie alla virtù della luce divina che si congiunge con il suo vedere, può levarsi tanto sopra di sé (uguaglianza dell’altezza) nell’intelligenza della somma essenza (Par. XXI, 82-90).
■Ad Ap 22, 16 (ultimo capitolo del libro, nella sua conclusione) Cristo si definisce “stella splendida”, illuminatrice dei santi, e “matutina”, che promette, predica e mostra la luce futura dell’eterno giorno. È stella in quanto fu uomo mortale e sole in quanto Dio. Egli invita tutti alla gloria (Ap 22, 17). Lo “sposo”, che secondo Riccardo di San Vittore è Cristo (Olivi nota che alcuni correttori del testo hanno tuttavia ad Ap 22, 17 “spirito” al posto di “sposo”, intendendo che Cristo invita tanto per sé quanto per il suo Spirito e per ispirazione interiore), e la “sposa”, cioè la Chiesa generale, sia quella dei beati sia quella peregrinante come quella contemplativa, dicono “Vieni”, cioè alla gloriosa cena delle nozze dell’Agnello. “E chi ascolta”, ossia chi è a conoscenza dell’invito, oppure chi crede e opera in modo retto e con obbedienza, “dica: vieni” a quelli che sono da chiamare alla cena e alla città beata. Poi è Cristo stesso ad invitare con liberalità dicendo: “Chi ha sete venga, e chi vuole riceva gratuitamente l’acqua della vita”. Dice “chi ha sete e chi vuole” perché nessuno può venire senza che ci sia desiderio e volontario consenso. “Venire” equivale a ricevere l’acqua della vita, cioè la grazia che ristora, vivifica e conduce alla vita eterna. Essa è “gratuita” perché viene data dalla carità e dalla predestinata liberalità di Cristo e ricevuta senza l’intervento di alcun prezzo venale ed esteriore, ma anche perché la prima grazia viene data senza alcun merito precedente essendo principio e causa del merito stesso e del suo aumento.
Fra le numerose variazioni su questa tematica, vi è l’invito d’amore al quale accenna Tommaso d’Aquino prima di iniziare il suo discorso in Par. XIII (vv. 34-36). Della sua “infiammata cortesia” dice Bonaventura, il maestro di Olivi, accostando ad essa il verbo ‘venire’ (“di cui Tomma / dinanzi al mio venir fu sì cortese”): la liberalità di Tommaso, nel lodare Francesco “poverel di Dio”, ha fatto ‘venire’ con desiderio, ha cioè aperto l’affetto e la volontà di Bonaventura nel dire di Domenico (Par. XII, 109-111, 142-145; cfr. il rivolgersi di Dante ad Adamo a Par. XXVI, 95-96). È il “libero amore” che il poeta riscontra in Pier Damiani, sola anima predestinata dalla grazia divina all’ufficio di scendere i gradini della “scala santa” per far festa a Dante col suo parlare e risplendere (Par. XXI, 73-78).
■La mente, nell’ascesa alla perfezione, consegue sette vittorie. La quinta (Ap 3, 5) consiste nella vittoriosa discesa alle opere di pietà e di misericordia, la quale dal consorzio con gli infermi cui condiscende non assume macchie o imperfezioni, anzi il vittorioso vive tra i carnali, i rilassati e gli immondi in modo puro, immacolato e santo come se si trovasse in solitudine o in mezzo a gente austera e perfetta. Così avvene nella discesa di Virgilio e Dante nella barca di Flegiàs, al quale il poeta pagano dice: «“più non ci avrai che sol passando il loto” … Lo duca mio discese ne la barca» (Inf. VIII, 19-21, 25). Allo stesso modo, in tutt’altro contesto, afferma Pier Damiani, rivolgendosi a Dante ancora imperfetto mortale: “Giù per li gradi de la scala santa / discesi tanto sol per farti festa / col dire e con la luce che mi ammanta” (Par. XXI, 64-66).
4. Il “terzo sermo”
Secondo Gioacchino da Fiore (quinto libro della Concordia, citato ad Ap 12, 14), come nel Genesi le opere del quarto giorno – il sole, la luna e le stelle – vengono chiamate “segni e tempi e giorni e anni” (Gn 1, 14), così nella quarta visione dell’Apocalisse la donna che sta nel cielo ed è adornata dal sole, dalla luna e dalle stelle viene detta “grande segno” (Ap 12, 1) e il suo tempo, che è il quarto della Chiesa, viene distinto in “un tempo (un anno), due tempi (due anni) e la metà di un tempo (sei mesi)”, per complessivi 42 mesi corrispondenti, prendendo i mesi di 30 giorni per anni, ai 1260 anni di permanenza della donna nel deserto dei Gentili (Ap 12, 14). Il medesimo tema compare nel quarto sigillo dell’Antico Testamento, nel quale Elia, Eliseo e i figli dei profeti furono come il sole, la luna e le stelle ed Elia venne nascosto lontano da Gezabele per tre anni e mezzo, periodo nel quale la pioggia della predicazione venne sottratta alla gente peccatrice (3 Rg 18, 1; Lc 4, 25; Jc 5, 17). Gioacchino si domanda per quale motivo questo numero mistico compaia sempre nel quarto tempo, e risponde che il quarto è il mediano di sette tempi, connesso ai tre tempi precedenti e agli altrettanti che seguono e di tutti partecipante. La donna – la Vergine che portò Cristo nel ventre, lo partorì e lo allattò – sta a significare la Chiesa delle vergini, madre e nutrice dei fedeli, formata da uomini e donne dalla giusta vita che, come le stelle del cielo segnano il cammino ai naviganti, sono segni ed esempi agli altri, in modo che sappiano dove andare coloro che li considerano.
Pier Damiani, nel settimo cielo, di Saturno (Par. XXI), si rivolge a Dante in tre riprese, corrispondenti a tre domande del poeta: la prima volta ai versi 61-72, per spiegare perché in quel cielo non si oda, come negli altri, il dolce canto e per chiarire cosa l’abbia spinto a scendere i gradini della scala santa per porsi vicino a lui; la seconda volta ai versi 79-102, per spiegare l’imperscrutabilità dei disegni provvidenziali; la terza volta – “il terzo sermo” – ricomincia ai versi 106-111 e continua ai versi 112-135. Questa divisione dei versi comporta che il ‘primo sermo’ occupi 12 versi (“un tempo”), il secondo 24 versi (“due tempi”, il doppio del primo) e l’inizio del “terzo sermo” 6 versi (“metà di un tempo”), per complessivi 42 versi, che corrispondono alle generazioni gioachimite. La restante parte del “terzo sermo” (vv. 112-135) occupa 24 versi che, aggiunti ai 6 del suo cominciare, fanno 30 (il numero che, moltiplicato per 42, dà 1260, corrispondente agli anni trascorsi dalla donna nel deserto dei Gentili: Ap 12, 6). Parlando de “lo abisso de l’etterno statuto … che da ogne creata vista è scisso”, Pier Damiani raccomanda al poeta di riferire al mondo mortale quanto gli viene detto, “sì che non presumma / a tanto segno più mover li piedi”, espressione che traduce il “signum magnum” della quarta visione apocalittica e del quarto tempo della Chiesa diviso in “un tempo, due tempi e la metà di un tempo” (vv. 97-99).
5. Il Catria, Sion e l’Armagedon
■ L’esegesi di Ap 14, 1-5 è relativa ai compagni dell’Agnello, che staranno sul monte Sion dopo la vittoria sull’Anticristo. Ivi la contemplazione, precipua prerogativa del quarto stato della storia della Chiesa, trova compimento nel sesto (il tempo iniziato con san Francesco): Sion viene infatti interpretato come “specula” (cioè l’“alta et solida eminentia contemplativi status”; Ap 14, 1). Stare sul monte Sion non attiene però unicamente alla contemplazione. I compagni dell’Agnello sono anche i futuri rettori del mondo. Stare sul monte Sion indica dunque che dopo la morte dell’Anticristo, e forse prima, lì vi sarà il sublime culto di Cristo. Né c’è da stupirsi, afferma Olivi, se il luogo della nostra redenzione verrà esaltato sopra gli altri luoghi della terra, anche perché, quale centro del mondo abitato, sarà adeguato ai sommi reggitori dell’universo convertito.
La quinta delle sette prerogative dei compagni dell’Agnello è l’assoluta castità: “Questi non si sono contaminati con donne” (Ap 14, 4), sono cioè indenni da ogni corruzione e mollezza carnale, sono fanciulli e vergini della stirpe d’Israele che nel sesto e settimo stato della Chiesa verranno eletti alla perfezione evangelica e chiamati all’imitazione di Cristo e alla sua famiglia. La settima prerogativa consiste nell’essere dedicati al culto di Dio e al suo servizio: “Essi sono stati acquistati”, cioè segregati dalla vita carnale degli uomini e dalla generale corruzione per grazia della redenzione di Cristo, “tra gli uomini”, in modo che siano “primizie per Dio e per l’Agnello”, primi non per il tempo ma per la dignità della loro virtù.
Questi motivi vengono parodiati nei versi che descrivono la Creta dell’età dell’oro, lì dove nell’occulto nacque anche l’aquila imperiale, “l’uccel di Giove”: il monte Sion è sostituito con l’Ida “lieta d’acqua e di fronde”, la castità dei compagni dell’Agnello – che sono anche i sommi rettori del mondo – con “il mondo casto” sotto il governo di Saturno, la centralità del luogo è resa dall’espressione “in mezzo mar” (Inf. XIV, 94-96).
Come l’esegesi dell’Olivi si riferisce a un dover essere, per quanto vicino nel tempo (dopo la morte dell’Anticristo, e forse anche prima), ma anche a un ritorno, a un livello più alto e anzi di massima illuminazione in questo mondo, di qualcosa che fu in origine (la Chiesa primitiva), così nella montagna della saturnia Creta sta il Veglio che “Roma guarda come süo speglio”, cioè al prossimo rinnovamento (vv. 103-105). Esempio di concordia tra vecchio e nuovo, il monte Sion (cioè Gerusalemme) e la montagna del purgatorio (la storia della Chiesa) stanno entrambi sulla terra in modo da avere un medesimo orizzonte astronomico ed emisferi diversi (Purg. IV, 67-75).
Nulla di sorprendente, pertanto, che all’Aquila del cielo di Giove siano appropriati temi dei compagni dell’Agnello che stanno sul monte Sion. Si ritrovano ancora nel successivo cielo di Saturno, per antonomasia dei contemplativi, il “cristallo che ’l vocabol porta, / cerchiando il mondo, del suo caro duce / sotto cui giacque ogne malizia morta” (Par. XXI, 25-27) [1]. Ivi Pier Damiani parla della sua montagna, il Catria: “Tra ’ due liti d’Italia (cioè in mezzo tra il mare adriatico e il tirreno) surgon sassi … tanto, che ’ troni assai suonan più bassi (tema dell’eminente altezza), / e fanno un gibbo che si chiama Catria, / di sotto al quale è consecrato un ermo, / che suole esser disposto a sola latria (tema della consacrazione dei compagni dell’Agnello al solo culto di Dio). / … Quivi / al servigio di Dio mi fe’ sì fermo … contento ne’ pensier contemplativi” (vv. 106-117). Nel canto successivo è la volta di san Benedetto e di un’altra montagna: “Quel monte a cui Cassino è ne la costa / … e quel son io che sù vi portai prima / lo nome di colui che ’n terra addusse / la verità che tanto ci soblima (il sublime culto di Cristo sul monte Sion)” (Par. XXII, 37-42). Il monte Ida nella Creta governata da Saturno è antica figura del Catria di Pier Damiani e di “quel monte a cui Cassino è nella costa” (il monte Cairo) di Benedetto. Lo stesso panno sacro, dunque, veste entrambi i tipi di rettori del mondo, sia quelli che dirigono il genere umano alla felicità temporale, designati dall’Aquila, come quelli che lo conducono alla vita eterna.
[1] “caro duce … di color d’oro in che raggio traluce / vid’ io uno scaleo eretto in suso … ch’io pensai ch’ogne lume”. La preziosità dell’oro, che nei versi si divide tra Saturno e la scala, è qualità delle gemme (figura dei meriti dei beati) che adornano la Gerusalemme celeste, “omni lapide pretioso ornata … similis est auro purissimo …” (Ap 21, 19-20), motivo variato in altri luoghi del poema (ad esempio nel “topazio” Cacciaguida), per cui non è accettabile la variante “chiaro duce”, oltretutto dissonante dall’aureus Saturnus virgiliano.
Tab. II
■ Ad Ap 16, 16, nell’esegesi della sesta coppa, centrale è il tema dell’Armagedon, interpretato come ‘gibboso monte dei ladri’ e come ‘tentazione insorgente’. Si tratta del luogo – “monte” per potere temporale e superbia, “dei ladri” per rapace fraudolenza, “gibboso” per astuzia – dove i tre spiriti immondi al modo delle rane (Ap 16, 13-14) raduneranno i re fedeli all’Anticristo. Ad esso rinvia il “gibbo che si chiama Catria”, formato dai rilievi sassosi che “surgon” tra i due lidi d’Italia, del Tirreno e dell’Adriatico, non molto distanti da Firenze, e che si innalzano tanto da oltrepassare con le loro vette la regione delle nuvole dove risuonano i tuoni (Par. XXI, 106-111). Sotto il gibbo è l’eremo di Fonte Avellana, consacrato al solo culto di Dio, al cui servizio Pier Damiani si dedicò fermamente. Una parte del nome Hermagedon è in ermo, e forse, poiché her viene interpretato come “vigile”, il poeta ha voluto contrapporre alla tentazione che si leva rappresentata dagli alti monti (la superbia, il potere temporale), e alla frode designata dal gibbo del Catria, l’austera vita claustrale del monaco ravennate: “che pur con cibi di liquor d’ulivi / lievemente passava caldi e geli, / contento ne’ pensier contemplativi”, prima di essere “tratto a quel cappello, / che pur di male in peggio si travasa”, prima cioè di essere fatto cardinale di una Chiesa corrotta e condannata dalle parole del Damiani e dal grido delle anime che le confermano.
È possibile ritrovare il tema dell’Armagedon interpretato, sempre nella sesta coppa (Ap 16, 16), come nome composto da “magedon”, cioè Megiddo (il luogo dove il re Iosia venne ucciso in battaglia, una morte per la quale Geremia fece delle lamentazioni e a questo pianto è assimilato quello per la morte di Cristo da parte delle tribù d’Israele da convertire di cui si dice in Zaccaria 12, 11) e da “ar”, che significa “suscitazione” o “vigilie”, oppure “her”, interpretato come “vigilante” o “insorgente” o “effusione”. Narrando la sua fine, Buonconte da Montefeltro nomina l’Archiano, fiume “che sovra l’Ermo (di Camaldoli) nasce in Apennino” (Purg. V, 94-96), con una congiunzione tra “ermo” e alto monte che si ritrova pure nelle parole di Pier Damiani a proposito del Catria (Par. XXI, 106-111). E “l’Archian rubesto” – nome che contiene anch’esso in sé una parte di Armagedon -, al momento del suo sfociare, carico di acque pluviali, in Arno (altro nome di significato, perché consonante ad “Arnoyme”, uno dei derivati dal 666, che è il numero della bestia), trova il corpo gelato di Buonconte fuggito ferito da Campaldino e ne fa mal governo per conto del vendicativo diavolo che non è riuscito ad ottenerne l’anima.
■ Il tema dell’olio, figura gioachinita dell’anagogia, cioè dell’intelligenza contemplativa, “suave et omnibus ceteris liquoribus superenatans” (Ap 6, 6), caratterizza l’asceta Pier Damiani, che nell’eremo di Fonte Avellana sotto il Catria passava lievemente estati e inverni cibandosi “pur con cibi di liquor d’ulivi … contento ne’ pensier contemplativi” (Par. XXI, 115-117).
Il il vino – l’“ardens ebrietas caritatis” – che sempre secondo Gioacchino da Fiore designa il senso morale della Scrittura, segna le parole di san Benedetto nel cielo di Saturno: “… Se tu vedessi / com’ io la carità che tra noi arde” (Par. XXII, 31-32). Ivi si mostrano “fuochi tutti contemplanti”, i quali “uomini fuoro, accesi di quel caldo / che fa nascere i fiori e ’ frutti santi” (vv. 46-48): la terzina congiunge i temi del vino (l’intelligenza morale, appropriata all’uomo; l’accendersi d’amore per le virtù e le buone opere) e dell’olio (la contemplazione).
Tab. III
6. Un enigma risolto: “Pietro Damiano” e “Pietro Peccator”,
ovvero la distinzione fra quarto e quinto stato della Chiesa (Par. XXI, 121-123)
Gli stati, o periodi, della storia della Chiesa sono interconnessi fra loro per concurrentia al modo dell’umana generazione: lo status che segue inizia prima della fine di quello che precede come il feto si forma e si nutre nell’utero materno prima di nascere e come un fanciullo viene educato nella casa del padre prima di diventarne l’erede. Così Francesco con la sua conversione (1206) iniziò il sesto stato sotto l’egida del quinto, concorrendo il sesto con ciò che resta del periodo precedente fino alla distruzione di Babylon, la Chiesa carnale. La regola benedettina e i canonici regolari agostiniani raggiunsero la fioritura nel quinto tempo (che inizia con Carlo Magno), ma prima si radicarono nel quarto (prologo, Notabile X). Non sarà casuale che “Francesco, Benedetto e Augustino” siano citati da san Bernardo, collocati nella rosa dell’Empireo sotto Giovanni Battista, in un unico endecasillabo (Par. XXXII, 34-36).
Pur essendo un contemplativo (quarto stato), san Bernardo appartiene storicamente al quinto, e di questo possiede alcune alte qualità: la tenerezza e la pietas. Si mostra “in atto pio / quale a tenero padre si convene” (Par. XXXI, 62-63; “tenero” è hapax nel poema). Del quinto stato, infatti, dopo l’alta e troppo ardua vita degli anacoreti, splendenti come il sole (il quarto stato concorre con il terzo, dei dottori, come affetto e intelletto, pastorale e spada, Papato e Impero; entrambi sono periodi di solare sapienza che infiamma il meriggio dell’universo), è propria la fecondità, nel moltiplicarsi di monasteri e canonie – nel quinto giorno della creazione fu detto: “Crescete e moltiplicatevi” (Genesi 1, 22) -; alla “claritas” subentra il “sensus vivus et tenerus pietatis” (prologo, Notabile XIII) [1]. Uccelli (i monaci più spirituali) e pesci (i chierici, che operano fra la gente) abbondano in sensibilità rispetto ai “luminaria celi” (sole, luna, stelle) creati nel quarto giorno. Il passo del Notabile XIII del prologo è una citazione occulta di Gioacchino da Fiore: si osservino le parole-chiave che ad essa rinviano nella descrizione dei beati che si manifestano nel cielo di Mercurio (peschiera, pesci, chi crescerà, pii: Par. V, 100, 101, 105, 121) nonché nell’episodio di Pier della Vigna (le brutte Arpie – uccelli e pesci annoverano anche specie immonde -, la pietas due volte evocata dal suicida: Inf. XIII, 10, 36, 38).
Per determinare il periodo storico relativo al quarto stato, Olivi ricorre a Gioacchino da Fiore, che lo considera (prologo, Notabilia I, X) non nel periodo iniziale, proprio dei primi anacoreti, ma in quello della massima fioritura sotto Giustiniano (527-565). La citazione dal libro V della Concordia nel Notabile XII del prologo sottolinea il momento nel quale gli alti anacoreti, raggiunta la fioritura, decaddero dalla loro perfezione. Nell’orgoglioso gloriarsi ed esaltarsi pervennero alla rovina, portata dai Saraceni proprio in quei luoghi – i deserti d’Arabia e d’Egitto – dove la loro vita era stata più fiorente. Aggiunge Olivi che l’infermità dell’umana carne non consente di mantenersi a lungo in uno stato tanto alto (prologo, Notabile V). È quanto afferma san Benedetto nel cielo di Saturno, il luogo dove si manifestano gli spiriti contemplativi, per il quale i versi registrano una semantica prevalente del quarto stato: “La carne d’i mortali è tanto blanda, / che giù non basta buon cominciamento / dal nascer de la quercia al far la ghianda” (Par. XXII, 85-93; si noti, nelle tre terzine, l’insistenza sul tema del buon inizio disatteso – cominciamento, cominciò, ’l principio -, elaborato tramite l’esegesi della quinta chiesa [Ap 3, 1.3] e del sesto sigillo [Ap 6, 12]).
Sempre nel Notabile XII del prologo della Lectura, Olivi, trattando della durata temporale del quinto stato, cita ancora il libro V della Concordia di Gioacchino da Fiore. L’abate calabrese sottolinea come i monaci del quinto stato siano più imperfetti di quelli del quarto, che non conobbero l’ansia del possesso temporale. Afferma ciò per il caso che, nel parlare dei monaci del quinto tempo, o di quanti vivono nelle canoniche, uno possa essere scambiato per l’altro e l’identità dei nomi impedisca la comprensione delle differenze di vita religiosa.
Questa citazione di Gioacchino, che distingue fra i monaci del quarto stato e i canonici del quinto, consente di risolvere uno dei punti più dibattuti della Commedia. Ad essa fa infatti riferimento Pier Damiani quando afferma: “In quel loco fu’ io Pietro Damiano, / e Pietro Peccator fu’ ne la casa / di Nostra Donna in sul lito adriano” (Par. XXI, 121-123). Le numerose interpretazioni, antiche e moderne, possono ridursi a due:
1) Una è la più antica, risale al Lana, all’Ottimo e a Pietro di Dante, seguita fra i moderni dal Torraca e in parte dal Sapegno: Pier Damiani (morto nel 1072), eremita a Fonte Avellana (come afferma nel primo verso della terzina) e che usava chiamarsi “petrus peccator monachus”, vuole (nei due versi successivi) distinguersi da un altro Pietro, chiamato Pietro Peccatore, fondatore (1096) della canonica di S. Maria in Porto a Ravenna, morto nel 1119, sulla cui tomba era scritto “Petrus Peccans cognomine dictus”.
2) La seconda, che fu di Benvenuto e poi di Giovanni Mercati e di Michele Barbi, è quella attualmente più seguita: Pier Damiani visse a Fonte Avellana [2]; dopo aver rinunciato al cardinalato si sarebbe ritirato a vita di penitenza a Ravenna nella canonica di S. Maria in Porto, che avrebbe fondato, col nome di Pietro Peccatore. Dante avrebbe letto a Ravenna l’epitaffio di Petrus Peccator e lo avrebbe ritenuto quello del Damiani sotto nome diverso.
Il prevalere attuale, pressoché unanime, della seconda interpretazione nasce dalla constatazione che un secondo Pietro (un “Pietro Peccator”), distinto dal primo (“Pietro Damiano”), darebbe adito all’incomprensibile presenza di un intruso: “inciso del tutto gratuito” (Chiavacci Leonardi) [3], parentesi erudita (Sapegno) [4], “l’intromissione di un secondo personaggio appare qui totalmente inopportuna e immotivata” (Inglese) [5].
La citazione dal libro V della Concordia di Gioacchino da Fiore, ben presente alla mente di Dante nello scrivere i versi che le prestano “e piedi e mano”, chiarisce che il secondo Pietro non è un intruso. Pier Damiani non vuole soltanto distinguere due persone, sé stesso e l’altro Pietro, intende soprattutto affermare la differenza fra due modi di vita religiosa, come se dicesse:
‘Io, Pier Damiani, fui eremita a Fonte Avellana, dove mi dedicai a una vita contemplativa come i perfetti anacoreti del quarto stato della storia della Chiesa; un altro Pietro, che si chiamava come me ‘peccatore’, seguì poi nella canonica di S. Maria in Porto di Ravenna un tipo di vita comune, diverso e meno perfetto, proprio del quinto stato. Dico questo sia per distinguere me e l’altro dal nome identico, sia soprattutto per distinguere i diversi modi di vita religiosa’.
La citazione di Gioacchino da Fiore non lascia dubbi che si tratti di due persone diverse, esemplare la prima dei contemplativi puri, la seconda di quanti vivono una vita associata:
ne forte cum de monachis quinti temporis sermo succedet, vel de illis clericis qui canonice vivunt, alterum occurrat pro altero et nominum idemptitas intellectum obscuret.
Vengono quindi meno i sostegni all’interpretazione che i due Pietro siano un’unica persona (il Damiani). Non c’è nessuna fonte antica attestante che l’eremita di Fonte Avellana abbia mai fondato la canonia ravennate né che vi abbia mai risieduto. La notizia si fonda su tradizioni e credenze piuttosto tardive. Boccaccio, in una lettera (XI) a Petrarca del 2 gennaio 1362, riteneva il Damiani fondatore del cenobio sul lido adriatico, dove avrebbe assunto il cognome di “Peccatore” [6]. Ma nulla sanno di ciò nei loro commenti il Lana, fra il 1324 e il 1328, e l’Ottimo fra il 1333 e il 1340, né l’altro antico sostenitore della distinzione fra le due persone, Pietro di Dante, che scrive negli anni ’50 del Trecento e doveva conoscere bene le tradizioni ravennati.
Pier Damiani era stato sepolto a Faenza, in una tomba venerata, ed è inverosimile che Dante non ne avesse notizia. Né è da pensare che la sua convinzione che il Damiani fosse sepolto a Ravenna sia stata accentuata dal “legame biografico e culturale con l’ ‘ultimo rifugio’ del Poeta” [7].
Resta inoltre, come osservò Arsenio Frugoni, “la stranezza […] di un maestro di vita eremitica e contemplativa fondatore di canonia di canonici regolari” [8]. Salimbene (vivente ancora nel 1288) asserisce che la casa-madre dell’Ordine di Pietro Peccatore è S. Maria in Porto a Ravenna ma non sa nulla del Damiani; la vita religiosa di quest’Ordine è attiva piuttosto che contemplativa:
Igitur exemplo Christi prelati ministrare debent subditis suis. Quod in Ordine Petri Peccatoris bene fit, quia diebus ieiuniorum ad collationem priores subditis suis propinant, in memoriam exempli Dominici, ut ostendatur verum esse quod Dominus dixit, quoniam maior est qui recumbit quam qui ministrat. Ordinis autem Petri Peccatoris capud est Ravenne in Sancta Maria in Portu [9].
È stata avanzata l’ipotesi che il Damiani, prima di farsi eremita a Fonte Avellana (tra il 1034 e il 1035), abbia soggiornato in una casa per chierici annessa alla chiesa di Santa Maria in Fossella (antica denominazione di Santa Maria in Porto), conducendo ivi una vita mondana che egli ricorderebbe nei versi danteschi col nominarsi “Pietro Peccator” [10]. Per quanto, in teoria, sia possibile che il Damiani distingua in sé due forme di vita religiosa, una precedente di chierico, imperfetta rispetto alla successiva di monaco, ciò non è documentato da alcuna fonte e all’ipotesi in questione bisognerebbe aggiungerne altra, che Dante a Ravenna avesse appreso della peccaminosa vita giovanile del futuro contemplativo del Catria.
La tormentata terzina presenta dunque, nel senso letterale, una distinzione di persone; nel senso spirituale, una differenza di esperienza religiosa. Questo senso mistico poteva essere chiaro solo a quanti conoscevano la Lectura dell’Olivi e dai versi della Commedia risalivano per segni alla sua ampia dottrina, vestita nel poema con esempi contemporanei e noti.
[1] I sette stati non sono solo periodi storici relativi alla Chiesa nel suo complesso, ma anche modi di essere della persona, habitus. In quanto doni del settiforme Spirito increato, e in relazione alla funzione svolta dall’individuo, possono essere tutti compresenti anche in una sola persona in qualsiasi tempo. Ad esempio, Pietro fu pastore (primo stato), martire (secondo), dottore (terzo), austero e solitario (quarto), condescensivo (quinto), professore di vita evangelica (sesto) [prologo, Notabile X]. La povertà della Chiesa, propria del tempo apostolico e subapostolico – nel primo e nel secondo stato -, commutata a partire da Costantino in uno stato di ricchezza e beni temporali, tornerà alle sue origini nel sesto stato. Ma nei periodi di ricchezza, i pontefici che preferirono la povertà evangelica ai beni temporali segnarono di nuovo, e in modo raddoppiato, il prevalere del primo ordine, quello del sacerdozio apostolico, anticipando così il sesto stato [prologo, Notabile VII]. Il terzo e il quarto sono due stati di solare sapienza che concorrono a infiammare il meriggio dell’universo. Corrispondono storicamente ai dottori e agli anacoreti, ma pure designano, in ogni tempo, la solare e paritaria concorrenza di ragione e vita devota, di intelletto e affetto, di sapienza e amore, di spada e pasto eucaristico, di Impero e Papato, concorrenza figurata dalle due ali della grande aquila date alla donna per volare come regina nel deserto dei Gentili [Ap 12, 14]. La pietas verso le moltitudini, unita al senso della vita associata, è prerogativa eminente del quinto stato, ma raggiunge il suo compimento nella persona di Francesco, con cui inizia il sesto stato, dilatata ad arco per viscerale carità verso gli inferiori [Ap 10, 1].
[2] G. MERCATI, Opere Minori, I, Città del Vaticano 1937, pp. 170-201, 502-527; M. BARBI, Con Dante e coi suoi interpreti. Saggio per un nuovo commento della “Divina Commedia”, Firenze 1941, pp. 257-296. Mercati in realtà propose di identificare la “casa di Nostra Donna in sul lito adriano” con il monastero di S. Maria di Pomposa.
[3] DANTE ALIGHIERI, La Divina Commedia. Paradiso. Commento di A. M. CHIAVACCI LEONARDI, Milano 1994, pp. 596-597.
[4] DANTE ALIGHIERI, La Divina Commedia, a cura di N. SAPEGNO, Milano-Napoli 1957 (La Letteratura Italiana. Storia e Testi, 4), pp. 1044-1045.
[5] DANTE ALIGHIERI, Commedia. Revisione del testo e commento a cura di G. INGLESE, Paradiso, Roma 2016, p. 277.
[6] “Stupeo et ego, tam conspicuum religione virum inter concives et vestium tantum non operum successores, et in cenobio quod secus adriaticum litus suo opere constructum est et in quo ipse primus sue professionis heremitas instituit Peccatorisque cognomen assumpsit, non aliter cognitum cernens quam a Mauris Lucianum bellovagensem seu armenum Basilium vel quem vetustiorem et exterum magis dicas incognitum”.
[7] Così INGLESE (cfr. nota 5).
[8] A. FRUGONI, Pier Damiano, in Enciclopedia Dantesca, IV, Roma 19842, p. 490.
[9] SALIMBENE DE ADAM, Cronica, ed. G. Scalia, Bari 1966, I, p. 165, rr. 26-32; cfr. II, p. 709, rr. 4-5.
[10] Cfr. G. LUCCHESI, Per una vita di S. P. Damiano, in San Pier Damiano nel IX centenario della morte (1072-1972), Cesena 1972, pp. 20-26; P. PALMIERI, Pietro Damiano già peccatore in Pd. XXI. 122, in “Studi e problemi di critica testuale”, 15 (1977), pp. 62-83.
Tab. IV
7. Un terremoto in cielo
Pier Damiani racconta della sua nomina a cardinale: “Poca vita mortal m’era rimasa, / quando fui chiesto e tratto a quel cappello, / che pur di male in peggio si travasa”, ricordando poi la povertà degli apostoli Pietro e Paolo, quest’ultimo – “il gran vasello / de lo Spirito Santo” – fasciato dal tema, da Ap 12, 17, del vaso di vino purissimo quasi tutto esaurito, cui risponde il mal ‘travasare’ dell’istituto cardinalizio di cui egli è ‘reliquia’ per poca vita (Par. XXI, 124-129). Le parole del Damiani – “Poca vita mortal m’era rimasa” – sono da confrontare con quelle di Ulisse nella sua “orazion picciola”: “a questa tanto picciola vigilia / d’i nostri sensi ch’è del rimanente” (Inf. XXVI, 114-115).
Tab. V [questa tabella è stata esaminata altrove]
Par. I, 13-18O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
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Par. XXI, 124-129Poca vita mortal m’era rimasa,
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[LSA, cap. XII, Ap 12, 17 (IVa visio, Vum prelium)] Dicit ergo: “Et iratus est dracho in mulierem” (Ap 12, 17). Nota quod quanto plus et pluries videt se vinci ab ecclesia et prole eius, tanto maiori ira exardescit ad illam fortius temptandam et deiciendam.
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Inf. XXII, 31-33, 64-69, 79-84I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,
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Purg. XII, 7-9, 118-126dritto sì come andar vuolsi rife’mi
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Ad Ap 1, 10, Giovanni sente una voce dietro le spalle, quasi quella della propria guida. Si può intendere che egli era in quel momento dedito alla quiete della contemplazione, lontano dalla sollecitudine derivante dall’attività pastorale, che aveva lasciata alle spalle: la voce dunque lo richiama dalla visione delle cose supreme, che gli stanno dinanzi, alla cura d’anime che sta dietro (è l’interpretazione di Riccardo di San Vittore). Oppure (è l’interpretazione di Olivi), considerando che le cose che ci stanno dietro sono invisibili e pertanto superiori, si può intendere che Giovanni ascolti una voce alle spalle che lo elevi e riconduca verso l’alto, mentre con il volto è rivolto in basso, verso cose inferiori. In questo senso, nel Vangelo di Giovanni, si dice che Maria Maddalena, volta indietro, vide Gesù (Jo 20, 14). Al punto rinviano numerosi luoghi del poema. Ugolino ascolta la voce di Dante, solleva la bocca e si volge verso di lui come a qualcosa di più alto dell’atto bestiale al quale è intento. La parodia di Ap 1, 10 è presente anche a Inf. XVIII, 34-39, nel “levar le berze” da parte dei dannati alle frustate dei demoni “che li battien crudelmente di retro” (cfr. anche Purg. IX, 68-70; XIX, 97-98, 118-119).
Pier Damiani la applica con sarcasmo a “li moderni pastori”, i quali vogliono “chi li meni (tema del “dux”) … e chi di rietro li alzi” (Par. XXI, 130-132). Il tono sferzante continua nella terzina successiva cucendo insieme altri temi di varia provenienza: manti, pelle da Ap 1, 13 (la santità casta e onesta di Cristo sommo pastore “vestitum podere”, cioè coperto dal manto sacerdotale, e cinto “zona pellicea”); cuopron, bestie da 9, 19 (“cooperiunt et apparenter adornant pudibundum anum bestialium turbarum”); palafreni da 9, 1-2 (“perverso exemplo et malo regimine solvere frenum carnalis concupiscentie et avaritie et terrene astutie et malitie et secularis lacivie ac demoniace seu pompose superbie”); pazïenza, sostieni da 2, 2-3 (“et patientiam tuam … et non potes sustinere malos”).
Ad Ap 1, 10, nel volgersi indietro sollevandosi, rinviano le parole profetiche di san Benedetto: “Veramente Iordan vòlto retrorso / più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse, / mirabile a veder che qui ’l soccorso” (Par. XXII, 94-96), concordando con il Salmo 113, 3: “Mare vidit et fugit, Iordanis conversus est retrorsum”.
Tab. VI
■ Quando nell’Apocalisse si parla di “terremoto” (Ap 8, 5; 11, 13.19; 16, 18), l’esegesi dell’Olivi insiste sullo sconvolgimento operato nei cuori, sul mutamento di vita verso uno stato migliore, sulla conversione a Cristo:
mota sunt corda hominum ad compunctionem, et mutata vita priori conversi sunt ad Christum … “Commovet populum docens per universam Iudeam” (Luca 23, 5) … magnus terremotus, id est magna concussio cordium hec videntium vel audientium … fortis concussio et commotio terrenorum cordium ad penitentiam et ad immutationem status in melius. … stupenda immutatio totius seculi … maxima commotio electorum ad spiritum Christi et per spiritum Christi. |
Si noterà quanto intensamente gli elementi semantici che rinviano al ‘terremoto’, anche senza citarlo, siano presenti nel poema collocati in differenti situazioni e con le modalità più varie. Beatrice quieta “l’animo commosso” di Dante appena asceso al cielo e lo invita a ‘scuotere’ il suo falso immaginare di essere ancora in terra (Par. I, 85-90). Nel cielo di Saturno (XXI, 136-142; XXII, 1-18) il poeta è “mosso” dal grido degli spiriti contemplanti che, discendendo la scala d’oro, hanno confermato l’invettiva di Pier Damiani contro i moderni prelati, e Beatrice spiega a lui, “oppresso di stupore”, che ancor più lo avrebbe “trasmutato” (la “stupenda immutatio” di Ap 16, 18) il canto dei beati o il suo sorriso: il tema del terremoto si accompagna a quello della folgore (il ridere della donna), delle voci (il canto), del tuono (il grido degli spiriti, che vince il poeta come un tuono). Quel “grido di sì alto suono … né io lo ’ntesi, sì mi vinse il tuono”, in parte parodia del terzo modo della voce dei compagni dell’Agnello sul monte Sion, altissima come quella di un tuono (Ap 14, 2), esprime il clamore dei santi del quinto stato affinché si attui la vendetta contro la corruzione della Chiesa (Ap 6, 10). In quel grido tonante, percepito ma non inteso da Dante, è contenuta una preghiera di vendetta la quale – così gli dice Beatrice “come madre che soccorre / sùbito al figlio palido e anelo / con la sua voce, che ’l suol ben disporre” (cfr. Ap 5, 1) – il poeta vedrà prima di morire.
È un grido colmo di zelo. Questo può essere riprensivo in quanto vòlto all’altrui bene (Ap 3, 19), oppure provenire da santa orazione fatta nel tempio che è in cielo (Ap 14, 17-18), o ancora designare l’eterno ardore che scende dal cielo e questa fiamma, che sta ad indicare la salda fermezza dei santi, può essere punitiva o purgativa (Ap 20, 9). La collazione dei tre luoghi (altri potrebbero aggiungersi) offre una dottrina alla quale richiamano i singoli elementi semantici, variati all’occorrenza nel riprendere l’ardimento d’Eva (Purg. XXIX, 23-24), nello zelo buono e santo che in cielo ‘grida’ la preghiera contro “li moderni pastori” vituperati da Pier Damiani, e questo gridare è proprio di fiammelle che scendono e si fermano (Par. XXI, 136-142; XXII, 7-15); o ancora nell’“etternale ardore” che scende sul sabbione simile alle “fiamme … salde” viste cadere da Alessandro Magno sulle sue truppe in India (Inf. XIV, 31-37) e perfino nel verso, contro gli Uberti, “tal orazion fa far nel nostro tempio” (Inf. X, 87).
“Descendit ignis … ardens zelus de celo, id est de firmitate sanctorum” (Ap 20, 9): la fermezza è propria del Damiani – “al servigio di Dio mi fe’ sì fermo” (Par. XXI, 114) -, delle fiammelle, le quali “vid’ io … / di grado in grado scendere e girarsi … dintorno a questa vennero e fermarsi” (v. 139), dei “frati miei”, ricordati da san Benedetto, “che dentro ai chiostri / fermar li piedi e tennero il cor saldo” (XXII, 50-51). “Erat ignis a Deo celitus missus a principio et soli Dei cultui consecratus” (Ap 14, 17): Pier Damiani parla del Catria, “di sotto al quale è consecrato un ermo, / che suole esser disposto a sola latria” (XXI, 110-111; cfr. Ap 14, 3-4).
Tab. VII
[LSA, cap. III, Ap 3, 19 (Ia visio, VIIa ecclesia)] Deinde ut ipsum efficacius inducat et trahat ad ista, ostendit se ex singulari amore ipsum corripere et alios, quos consimiliter corripit et emendat, in exemplum imitandum proponere sibi, unde subdit (Ap 3, 19):
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[LSA, cap. XIV, Ap 14, 15.17-18 (IVa visio)] Per angelum vero clamantem priori ut metat (Ap 14, 15), dicit significari sanctos, qui non iubendo sed orando clamant ad Christum ut suo tempore tollat de terra impios. […] Nota etiam quod ille qui vindemiat reprobos dicitur exivisse “de templo quod est in celo” (Ap 14, 17), id est de contemplatione seu oratione sanctissima et celesti, ne eius severitas possit male et iniuste ire ascribi et non potius sanctissimo et altissimo zelo glorie et iustitie Dei. Item angelus qui huic clamat seu imperat dicitur exisse “de altari” et habere “potestatem super ignem” (Ap 14, 18), supple super ignem altaris, ad consimiliter insinuandum summam sanctitatem ardentissimi zeli superiorum angelorum vel sanctorum iubentium malos vel eorum mala succidi et dignis penis calcari. Nam in altari incensi vel holocaustorum Dei erat ignis a Deo celitus missus a principio et soli Dei cultui consecratus et divina incensa vel holocausta concremans et offerens Deo. Sicut ergo solus Dei sacerdos habebat in templo potestatem super istum ignem et super oblata per ipsum, eratque assidue et immediate circa Dei altare assistens, sic supremi angeli aut sancti apostoli vel pontifices sunt immediatius circa Christum et habentes “potestatem super ignem”, id est ad inflammandum divino igne se et alios et ad puniendum et increpatorie comburendum vitia per zelum igneum caritatis. |
[LSA, cap. XX, Ap 20, 9 (VIIa visio)] Sequitur: “Et descendit ignis a Deo de celo et devoravit eos” (Ap 20, 9). Secundum Augustinum, XX° de civitate Dei, capitulo XII°, non est hoc extremum supplicium de quo dicitur: “Ite, maledicti, in ignem eternum” (Mt 25, 41), quia ipsi tunc mittentur in ignem eternum, non ignis veniet de celo super ipsos. Et subdit quod ignis iste est ardens zelus de celo, id est de firmitate sanctorum, quo cruciabuntur hostes eo-rum.
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Par. XXI, 109-114, 136-142; XXII, 7-15, 50-51“e fanno un gibbo che si chiama Catria,
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Inf. XIV, 31-37Quali Alessandro in quelle parti calde
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Dall’esegesi di Ap 14, 1 (i compagni dell’Agnello che stanno sul monte Sion; cfr. supra) proviene il tema, proposto con una citazione di Gioacchino da Fiore, del discendere dell’autore dell’Apocalisse, nel precedente capitolo XIII, a parlare dei mali recati dalla bestia per poi ritornare a mostrare la singolare virtù e la grazia dei santi del quarto stato, cioè delle vergini e dei contemplativi. Tale tema è presente nel cielo di Saturno, che segna il culmine della virtù e della gloria dei contemplativi. Prima Pier Damiani – che nell’eremo sotto al Catria trascorreva estati e inverni “contento ne’ pensier contemplativi” – pronuncia l’invettiva contro i prelati invocando la pazienza divina che sostiene il loro vivere bestiale – “sì che due bestie van sott’ una pelle” (due sono le bestie descritte nal capitolo XIII) -, e alle sue parole discendono per i gradini della scala d’oro le altre fiammelle degli spiriti contemplanti, le quali con un grido simile a tuono confermano quanto detto dal monaco (Par. XXI, 127-142). Poi, nel canto successivo, Beatrice, dopo aver confortato il poeta oppresso dallo stupore, lo invita a ritornare con lo sguardo agli illustri spiriti contemplativi, tra i quali si fa innanzi san Benedetto (Par. XXII, 19-22).
Tab. VIII
8. San Benedetto e i “fuochi contemplanti”
Dinanzi alla sede divina sta il mare vitreo simile a cristallo (Ap 4, 6). È il “pelago” della Sacra Scrittura, che resta dinanzi alla Chiesa in modo che gli eletti possano in essa vedere l’aspetto del proprio volto e conoscano quali essi siano, e anche possano comprendere le cose invisibili di Dio come in un chiaro specchio e per mezzo di questo. Guardare sé stesso nella Scrittura per conoscere la propria immagine è stato già proprio del conte Ugolino, dopo che ha sentito inchiodare l’uscio dell’orribile torre e al sorgere del sole nel secondo giorno di prigionia, quando “un poco di raggio si fu messo / nel doloroso carcere”: «ond’ io guardai / nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto … e Anselmuccio mio / disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?” … e io scorsi / per quattro visi il mio aspetto stesso» (Inf. XXXIII, 47-48, 50-51, 55-57). Fra i vari significati attribuiti al “mare di vetro”, si addicono al conte l’amaro e infinito patire di Cristo e, per contrasto, la tolleranza del martirio, la contrizione penitenziale. Come egli non sa sopportare le tribolazioni, ed è impaziente e si dispera mordendosi le mani per il dolore, così il guardare nei figli – che sono quattro come i Vangeli – non gli rende la vista delle cose spirituali.
Un passo simmetrico ad Ap 4, 6 è Ap 15, 2, nella “radice” della quinta visione delle coppe (cioè nella parte proemiale di questa). In questo caso viene descritto lo stato sublime, il trionfo e lo zelo dei santi ai quali spetta di versare le coppe. Il mare qui è detto “vetro misto a fuoco”, e designa la contemplazione ignea, la macerazione penitenziale, l’amarezza e la tolleranza delle tribolazioni, grande e profonda come il mare, perspicua e solida come il vetro, mescolata al fuoco della fervida carità. L’acqua del mare corrisponde al senso letterale della Scrittura, il fuoco all’intelligenza spirituale e ardente. Il mare è anche l’immensa sapienza di Cristo ripiena del fuoco della carità e di zelante giustizia, l’amara e immensa passione di Cristo trasparente come vetro, mezzo che consente di contemplare le sue viscere.
La selva oscura e amara in cui il poeta si è smarrito designerà pertanto anche la lettera senza lo spirito, che è “acqua perigliosa” (Inf. I, 7, 22-24). Un’acqua che s’accende (imprendëa) è invece quella del Lete, riflettendo la luce dei candelabri, specchio per la “sinistra costa” di Dante (la sinistra è il lato temporale), il quale guarda il fiume (Purg. XXIX, 67-69): sarà da intendere che si tratta di acqua purgativa della colpa, lettera mista a spirito, che induce amarezza ma rende anche pietoso temperamento che scioglie il gelo. Ai candelabri e ai seniori subentra, “a rimpetto di me da l’altra sponda”, il carro trionfale tirato dal grifone-Cristo, contenuto dai quattro animali (i quattro Vangeli). Ferma sulla sua “sponda” sinistra, Beatrice rimprovererà aspramente l’amico che si pentirà lacrimando.
La compiuta metamorfosi del mare di cristallo misto a fuoco (Ap 15, 2) è nel cielo di Saturno. Il “settimo splendore”, che viene definito “cristallo” (Par. XXI, 25; il termine è ad Ap 4, 6, luogo parallelo), si trova congiunto con il segno del “Leone ardente” e raggia il proprio influsso, freddo e secco, “misto … del suo valore”: è cioè “vetro misto a fuoco” (vv. 13-15). In esso Beatrice invita Dante a guardare come in uno specchio (ad Ap 4, 6), per rendere i propri occhi specchi della figura (la scala d’oro) che gli apparirà (vv. 16-18). Nel cielo di Saturno si mostrano gli spiriti contemplanti. San Benedetto tesse le sue parole con i fili tratti da Ap 15, 2, dove il fuoco di cui è misto il vetro del mare designa il fuoco della contemplazione, la fervida carità e l’ardente intelligenza spirituale della Scrittura. A Dante timoroso di essere inopportuno nel domandare, “la maggiore e la più luculenta / di quelle margherite” si rivolge in nome della “carità che tra noi arde”, che se il poeta vedesse come la vedono i beati, non avrebbe esitazione nell’esprimere i suoi concetti (Par. XXII, 28-33). I compagni di Benedetto sono “fuochi tutti contemplanti”. Sono coloro, come Macario e Romualdo, che fermarono i piedi dentro ai chiostri e tennero il cuore saldo, in un momento in cui la regola non era rimasta “per danno de le carte” (vv. 46-51, 74-75). Benedetto, descrivendo la moderna decadenza dei monasteri, ricorda il buon principio di essi, e di lui stesso che cominciò “con orazione e con digiuno” (vv. 88-90): si tratta degli strumenti che ad Ap 15, 2 Olivi assegna agli spirituali per conseguire la vittoria contro i sottili vizi dell’Anticristo, in modo da potersi infine elevare sopra il mare di vetro misto a fuoco.
Nella terza età del mondo, appropriata allo Spirito santo col suo vitale caldo di carità, l’albero della Chiesa, che ha tenuto le radici nella prima età e il tronco nella seconda, produce fiori e frutti (prologo, Notabili VI e VII). Acque pluviali (“germinativorum imbrium”) fecondano la terra rendendola fertile (Ap 4, 6-7; 10, 1). I motivi sono presenti in Francesco, “ch’el cominciò a far sentir la terra / de la sua gran virtute alcun conforto” (Par. XI, 56-57). Benedetto parla “di quel caldo / che fa nascere i fiori e ’ frutti santi”, cioè i contemplativi come Macario e Romualdo, “fuochi tutti contemplanti” (Par. XXII, 46-51; fiorire è per antonomasia proprio dei contemplativi dal santo affetto: cfr. prologo, Notabile XII). Se la contemplazione è speculare al senso anagogico della Scrittura, accendersi d’amore virtuoso è tipico del senso morale, del quale è figura l’uomo razionale (Ap 6, 6); moralità e anagogia unite nelle parole di Benedetto: “uomini fuoro, accesi di quel caldo / che fa nascere i fiori e ’ frutti santi”.
Tab. IX
Il desiderio di Dante di vedere san Benedetto “con imagine scoverta” si adempirà, come gli risponde lo stesso beato, solo nell’Empireo: “Ivi è perfetta, matura e intera / ciascuna disïanza”. Ai desideri del cuore, designati con le coppe tenute in mano dai ventiquattro seniori, deve essere premessa un’adeguata disposizione delle virtù, indicate con le corde mentali della cetra da essi suonata (Ap 5, 8). Le virtù non sono perfettamente maturate fino a quando il grano non è del tutto separato dalla paglia ed essiccato da ogni umore latteo e carnale (Ap 14, 18; da notare la consonanza tra paleam e s’impola, nel senso che l’Empireo non ha poli, in quanto è realtà spirituale e non corporale). Nell’ultima sfera è Dio: “in quella sola / è ogne parte là ove sempr’ era”, come nella lode dei seniori ad Ap 4, 10, i quali attribuiscono a Dio la propria parte di merito: “quia omnis pars in quantum pars ordinatur ad totum sicut ad suum finem, et quod sibi datur datur a Deo propter bonum totius, nec accipit gratiam nisi consistendo in toto et in unitate totius”.
“Ivi è perfetta, matura e intera / ciascuna disïanza”. La vicinanza dei lessemi – perfecte maturati (Ap 14, 18) – esclude la variante “Ivi è perfetta natura”, sia perché matura “meglio chiarisce e qualifica la compiutezza di ogni desiderio nell’Empireo” (Petrocchi), sia perché, come scritto nell’esegesi, le virtù della mente devono maturarsi prima di esprimere i desideri del cuore e Dante deve ancora “acquistar virtute” nell’ascesa (cfr. XXII, 121-123).
Tab. X
All’apertura del sesto sigillo (Ap 6, 12-17) il sole si fa nero, quasi immondo sacco peloso; la luna diventa insanguinata: si annerisce cioè la luce solare della fede, la Chiesa si colora di rosso; tutti mali predetti da Cristo rivolto alle “Filie Iherusalem” (Luca 23, 28). Per evitare l’ira divina e lo sterminio che incombe, molti, di ogni ceto sociale, fuggono atterriti ai sassi e alle pietre dei monti, si nascondono nelle spelonche, si rifugiano cioè nella segreta e ferma frequentazione dei santi sublimi. Dei temi propri di questa esegesi, più volte variati nel poema, sono pregne le parole di san Benedetto sulla decadenza del proprio Ordine; esse, cucendo insieme e variando gli elementi semantici parodiati, mutano in senso negativo il valore delle “spelonche” come luogo di santo rifugio: “Le mura che solieno esser badia / fatte sono spelonche, e le cocolle / sacca son piene di farina ria” (XXII, 76-78; cfr. i “sassi” dei quali dice Pier Damiani a XXI, 106). Nell’esegesi il sole si fa nero; san Benedetto afferma “tu vederai del bianco fatto bruno” (XXII, 93), dove il bianco è il colore di Cristo risorto (Ap 6, 2). La gente fugge spaventata per il sopravvenire del giudizio; il soccorso divino – continua il beato – sarà meno mirabile del “mar fuggir, quando Dio volse”, cioè quando il Mar Rosso si sollevò per far passare gli Ebrei, inciso chiaramente riferito al Salmo 113, 3 (XXII, 95; cfr. supra).
La medesima esegesi è utilizzata da Beatrice a Par. XXVII, 136-138, dove la donna non lamenta la decadenza di un Ordine, ma dell’intera umanità: “Così si fa la pelle bianca nera / nel primo aspetto de la bella figlia / di quel ch’apporta mane e lascia sera”. La “bella figlia” del sole, cioè la luna, corrisponde alla Chiesa (militante) dell’esegesi: come di consueto, la variatio appropria i temi differentemente: l’annerirsi del sole si trasferisce alla luna, che non appare rossa ma bianca, il colore menzionato da san Benedetto a XXII, 93 (il colore di Cristo); la luna “figlia” rinvia alle “Filie Iherusalem” alle quali Cristo si rivolge in Luca 23, 28. La “bella figlia” del sole, per un lettore ‘spirituale’, non poteva che essere la Chiesa, figlia di Cristo sole del mondo; ben più difficilmente avrebbe pensato alla Circe di Eneide VII, 11, come intendono molti interpreti moderni. Del tutto inammissibile al v. 136 è la variante, che inserisce la copulativa, bianca e nera.
Sempre all’apertura del sesto sigillo, le stelle cadono come fichi immaturi (Ap 6, 13). Beatrice, poco prima di menzionare la “bella figlia” la cui bianca pelle si è fatta nera, afferma: “Ben fiorisce ne li uomini il volere; / ma la pioggia continüa converte / in bozzacchioni le sosine vere” (XXII, 124-126). Nel suo parodiare, la donna lega insieme, con immagine diversa (le susine anziché i fichi), elementi tratti da Ap 6, 13 e 8, 7 (prima tromba), dove si parla del frutto della verità convertito in male dalla grandine. “Fede e innocenza son reperte / solo ne’ parvoletti”, aggiunge Beatrice (vv. 127-128), riferendosi all’erba verde dell’esegesi, che designa i più semplici che poi si corrompono.
Tab. XI
Il tema della fragilità della carne, che non rende possibile mantenersi a lungo nell’arduo stato dei contemplativi, presente nel prologo, Notabili V e XII, è contenuto nelle parole di san Benedetto, il quale per questo motivo sa “che giù non basta buon cominciamento / dal nascer de la quercia al far la ghianda”. Così il buon principio segnato dalla povertà di Pietro, dalla devozione e penitenza benedettina e dall’umiltà francescana si è fatto da bianco bruno (Par. XXII, 85-93). Il tema del buon inizio che non persevera a lungo, oltre che degli anacoreti, è proprio anche di Sardi, la quinta chiesa d’Asia (Ap 3, 1.3).
Tab. XII
“Così mi disse, e indi si raccolse / al suo collegio, e ’l collegio si strinse; / poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse” (Par. XXII, 97-99). Mentre raccogliersi al collegio è sviluppo tematico da Ap 20, 8, proprio della Gerusalemme celeste, stringersi e avvolgersi configurano una variazione, che trasforma positivamente i temi originari, su motivi che nell’esegesi appartengono all’Anticristo, l’aggrovigliato Behemot di Giobbe 40, 12 nella citazione dei Moralia di Gregorio Magno (prologo, Notabile X; Ap 5, 5). È pertanto da escludere la variante s’accolse, anche perché “è sospettabile d’influsso da raccolse del v. 97. Inoltre s’avvolse fruisce di più valida attestazione […]” (Petrocchi).
9. L’invocazione ai Gemelli
Salito al cielo delle stelle fisse, il poeta invoca i Gemelli, suo segno astrale – “O glorïose stelle, o lume pregno / di gran virtù” – al quale riconosce tutto il proprio ingegno, “per acquistar virtute / al passo forte che a sé la tira”, per ricevere cioè, come gli anacoreti vittoriosi del quarto stato della Chiesa, la virtù per cui si sale a forti opere e la gloriosa luce in cielo a queste corrispondente (Par. XXII, 112-114, 121-123; cfr. “per acquistar virtute” con le parole di Ulisse: “per seguir virtute e canoscenza … sempre acquistando dal lato mancino”). Il “passo forte”, in tal senso, è la descrizione degli ultimi tre cieli a cominciare dal trionfo di Cristo del canto seguente. Non sarà casuale che poi, in procinto di ascendere al Primo Mobile, Dante si volga a guardare “il varco folle” passato dall’eroe greco (Par. XXVII, 79-84). I temi della quarta vittoria, conseguita nella solare vita dei padri contemplativi con le loro res gestae (Ap 2, 26-28), sono stati in precedenza appropriati all’“alto effetto” delle imprese del “padre” Enea (Inf. II, 16-21, 27) e a Traiano (Purg. X, 73-75).
“A voi divotamente ora sospira / l’anima mia” (XXII, 121-122). Degna di nota è la variante òra e sospira. Non solo “perché la sparizione di una particella come et è, in linea di principio, più facile della sua intromissione” (Inglese). L’esegesi di Ap 5, 8, i cui elementi semantici ricorrono variati in più luoghi del poema, accosta infatti le devote preghiere al sospirare (nel senso di desiderare): “sic devote affectiones orantium spirantur”, per cui il concetto di preghiera non appare estraneo, come inteso da Petrocchi (cfr. Purg. XXIII, 88-90).
10. La luna sotto i piedi
Ad Ap 12, 1-2, in principio della quarta visione, Giovanni vede una donna vestita di sole, che ha sul capo una corona di dodici stelle e tiene la luna sotto i piedi, cioè le cose temporali mutabili e ombrose, o la scienza mondana fredda e notturna. Sublimazione del tema, più volte variato nel poema, è a Par. XXII, 128-129, allorché Beatrice, nel segno dei Gemelli, invita Dante a riguardare in basso: “rimira in giù, e vedi quanto mondo / sotto li piedi già esser ti fei”. Il poeta ritorna “col viso … per tutte quante le sette spere”, sorridendo del “vil sembiante” di “questo globo”, cioè della terra (cfr. il passo di Ap 10, 1, riferito a san Francesco come angelo dal volto solare, simmetrico ad Ap 12, 1). Allora vede la Luna – “la figlia di Latona” – illuminata senza quell’ombra che era stata la causa per cui aveva creduto, con Averroè, che le sue macchie fossero originate dal raro e dal denso della materia. Il passo, congiunto con il trionfo delle schiere di Cristo descritto nel canto seguente, è fortemente segnato dal tema iniziale della Lectura, da Isaia 30, 26, per cui la luce della luna sarà come quella sole.
AVVERTENZE
■ Seppure segue l’ordine dei ventidue capitoli dell’Apocalisse, Olivi suggerisce, nel prologo della Lectura, un metodo differente di comprensione e di aggregazione del testo, fondato sui sette stati (status), cioè sulle epoche nelle quali si articola la storia della Chiesa, prefigurate nell’Antico Testamento.
L’Apocalisse si articola in sette visioni: le sette chiese d’Asia, i sette sigilli, le sette trombe, la donna vestita di sole (le sette guerre sostenute dalla Chiesa), le sette coppe, il giudizio di Babylon nelle sette teste del drago, la Gerusalemme celeste. Le prime sei visioni possono essere a loro volta divise in sette momenti, ciascuno dei quali riferibile a uno dei sette stati. Assembrando, per le prime sei visioni, tutti i primi elementi (chiesa, sigillo, tromba, guerra, coppa, momento del giudizio di Babylon), tutti i secondi, i terzi e così di seguito, si ottengono sette gruppi di materia teologica, corrispondenti al complesso dei temi afferenti a ciascuno dei sette stati. A questi sette gruppi si aggiungono altri due: l’esegesi della settima visione (senza articolazioni interne) e l’esegesi di capitoli del testo scritturale, o di parti di essi, introduttivi delle successive specificazioni delle singole visioni per settenari, che Olivi definisce “radicalia” o “fontalia”. Si ottengono in tal modo nove gruppi: le parti proemiali, i sette assembramenti di settenari e la settima visione. Il grande prologo della Lectura, articolato in tredici notabilia, può essere anch’esso aggregato secondo i sette stati. Un libro (la Lectura) contiene dunque princìpi e criteri affinché l’accorto lettore possa trarne un altro libro, fatto con lo stesso materiale ma ricomposto e distribuito in forma diversa.
■ La Commedia mostra un ordine interno diverso da quello che appare al lettore: il viaggio di Dante ha un andamento di ciclici settenari, che corrispondono ai sette stati della storia della Chiesa, cioè alle categorie con cui Olivi organizza la materia esegetica. Questo ordine interno è registrabile per zone progressive del poema dove prevale, tramite parole-chiave, la semantica riferibile a un singolo stato. È un’intima struttura dirompente i confini letterali stabiliti dai canti e da tutte le divisioni materiali per cerchi, gironi, cieli. Ogni stato, che ha differenti inizi, è concatenato per concurrentia, come le maglie di un’armatura, con quello che precede e con quello che segue. Si possono in tal modo redigere mappe che comprendano l’ordine spirituale della Commedia. La ricerca è pervenuta a una Topografia spirituale della Commedia, dove quasi per ogni verso, o gruppo di versi, collegamenti ipertestuali conducono al “panno” esegetico fornito dalla Lectura super Apocalipsim, sul quale il “buon sartore” ha fatto “la gonna” (cfr. Par. XXXII, 139-141).
■ A ogni gruppo è arbitrariamente assegnato un diverso colore: Radici (verde), I stato (verde acqua), II stato (rosso), III stato (nero), IV stato (viola), V stato (marrone), VI stato (blu), VII stato (indaco), VII visione (fucsia). Dei gruppi sono stati integralmente studiati il terzo stato e la settima visione. Mentre la diversità dei colori è generalmente rispettata nelle tabelle complessive contenenti i collegamenti ipertestuali (Par. XXI, XXII), nelle sinossi i colori possono essere variati per maggiore evidenza.
■ Non di rado nei versi alcune parole o incisi-chiave possono rinviare a più luoghi esegetici. Questo perché il testo dottrinale contenuto nella Lectura, prima di travasarsi semanticamente nella Commedia, è stato sottoposto a una duplice riorganizzazione. La prima, sulla base delle indicazioni dello stesso Olivi, secondo il materiale esegetico attribuibile ai singoli stati. La seconda, seguendo il principio applicato nelle distinctiones ad uso dei predicatori, sulla base di lemmi analogicamente collazionati. La “mutua collatio” di parti della Lectura arricchisce il significato legato alle parole e consente uno sviluppo tematico amplificato. Si vedano, ad esempio, le variazioni eseguite sul tema della “voce” o sull’espressione “in medio”, temi più volte iterati nel sacro testo, oppure il modo con cui Ap 1, 16-17 (l’esegesi della decima e undecima prefezione di Cristo come sommo pastore) percorre i versi in collazione con altri passi. A ciò predispone lo stesso testo scritturale, poiché l’Apocalisse contiene espressioni, come Leitmotive, che ritornano più volte. È determinata da parole-chiave che collegano i passi da collazionare. È suggerita dallo stesso Olivi, nel prologo, per una migliore intelligenza del testo.
■Tutte le citazioni della Lectura super Apocalipsim presenti nei saggi o negli articoli pubblicati su questo sito sono tratte dalla trascrizione, corredata di note e indici, del ms. Paris, Bibliothèque nationale de France, lat. 713, a disposizione fin dal 2009 sul sito medesimo. I passi scritturali ai quali si riferisce l’esegesi sono in tondo compresi tra “ ”; per le fonti diverse da quelle indicate si rinvia all’edizione in rete. Non viene presa in considerazione l’edizione critica a cura di WARREN LEWIS (Franciscan Institute Publications, St. Bonaventure – New York, 2015) per le problematiche da essa poste, che sono discusse in ALBERTO FORNI – PAOLO VIAN, A proposito dell’edizione di Warren Lewis della Lectura super Apocalipsim di Pietro di Giovanni Olivi. Alcune osservazioni, in “Archivum Franciscanum Historicum”, 109 (2016), pp. 99-161.
Il testo della Commedia citato è in Dante Alighieri, La Commedia secondo l’antica vulgata, a cura di GIORGIO PETROCCHI, Firenze 1994. Si tiene anche conto dell’edizione a cura di GIORGIO INGLESE, Firenze 2021 (Società Dantesca Italiana. Edizione Nazionale), qualora il testo proposto si discosti da quello del Petrocchi e la scelta della variante risulti discutibile nel confronto con la LSA.
ABBREVIAZIONI
Ap: APOCALYPSIS IOHANNIS.
LSA: PIETRO DI GIOVANNI OLIVI, Lectura super Apocalipsim.
Concordia: JOACHIM VON FIORE, Concordia Novi ac Veteris Testamenti. Herausgegeben von A. PATSCHOVSKY, Wiesbaden 2017 (Monumenta Germaniae Historica. Quellen zur Geistesgeschichte des Mittelalters, 28. Band), Teil 2 (lib. I-IV), Teil 3 (lib. V).
Expositio: GIOACCHINO DA FIORE, Expositio in Apocalypsim, in Edibus Francisci Bindoni ac Maphei Pasini, Venetiis 1527, ristampa anastatica Minerva, Frankfurt a. M. 1964.
IOACHIM ABBAS FLORENSIS, Expositio super Apocalypsim et Opuscula adiacentia. Ediderunt ALEXANDER PATSCHOVSKY et KURT-VICTOR SELGE †, Roma 2024 (Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Fonti per la Storia dell’Italia Medievale, Antiquitates, 59, 3 voll.; l’edizione reca a margine la foliazione dell’edizione veneziana).
Olivi opera spesso una sintesi del testo di Gioacchino da Fiore. Le « » precedono e chiudono un’effettiva citazione. Diversamente, viene posto un asterisco (*) o una nota in apice al termine della parte riferibile a Gioacchino.
In Ap: RICCARDO DI SAN VITTORE, In Apocalypsim libri septem, PL 196, coll. 683-888.
Note sulla “topografia spirituale” della Commedia EN
Per quanto segua l’ordine dei ventidue capitoli dell’Apocalisse, Olivi suggerisce un metodo differente di comprensione e di aggregazione del testo esegetico, fondato sui sette stati, cioè sui periodi nei quali si articola la storia della Chiesa. L’Antico Testamento corrisponde alle prime cinque età del mondo, secondo la divisione tradizionale [1]: è l’età del Padre secondo Gioacchino da Fiore. Con il primo avvento di Cristo, nella carne, inizia la sesta età (l’età del Figlio), nella quale la Chiesa, come fosse un individuo, cresce e si sviluppa in sette stati. Al primo, apostolico periodo, succede il secondo dei martiri; poi, al tempo di Giustiniano, il terzo stato dei dottori che confutano con l’intelletto le eresie concorre con il quarto stato degli affettuosi anacoreti devoti al pasto eucaristico, alti per la contemplazione ma anche attivi come reggitori delle genti; a partire da Carlo Magno subentra il quinto stato aperto alla vita associata delle moltitudini, bello nel principio ma poi corrottosi fino a trasformare quasi tutta la Chiesa in una nuova Babilonia; la riforma interviene, a partire da Francesco, con il cristiforme sesto stato, fino alla sconfitta dell’Anticristo; subentra infine il silenzio e la quiete del pacifico settimo stato. Il sesto e il settimo stato (la terza età di Gioacchino da Fiore) coincidono con il secondo avvento di Cristo, nello Spirito, cioè nei suoi discepoli spirituali inviati a convertire il mondo con la predicazione; al termine del settimo stato ci sarà il terzo avvento, nel giudizio.
L’Apocalisse si articola in sette visioni: le sette chiese d’Asia, i sette sigilli, le sette trombe, la donna vestita di sole (le sette guerre sostenute dalla Chiesa), le sette coppe, il giudizio di Babylon nelle sette teste del drago, la Gerusalemme celeste. Le prime sei visioni possono essere a loro volta divise in sette momenti, ciascuno dei quali riferibile a uno dei sette stati. Assembrando, per le prime sei visioni, tutti i primi elementi (chiesa, sigillo, tromba, guerra, coppa, momento del giudizio di Babylon), tutti i secondi, i terzi e così di seguito, si ottengono sette gruppi di materia teologica, corrispondenti al complesso dei temi afferenti a ciascuno dei sette stati [2]. A questi sette gruppi se ne aggiungono altri due: l’esegesi della settima visione (senza articolazioni interne) e l’esegesi di capitoli del testo scritturale, o di parti di essi, introduttivi delle successive specificazioni delle singole visioni per settenari, che Olivi definisce “radicalia” o “fontalia”. Si ottengono in tal modo nove gruppi: le parti proemiali, i sette assembramenti di settenari e la settima visione. Il grande prologo della Lectura, articolato in tredici notabilia, può essere anch’esso aggregato nelle sue parti secondo i sette stati.
L’intenso travaso di parole-temi dalla Lectura nella Commedia si accompagna a un fatto strutturale. La Commedia mostra un ordine interno diverso da quello che appare al lettore: il viaggio di Dante ha un andamento di ciclici settenari, che corrispondono ai sette stati oliviani. È un ordine registrabile per zone progressive del poema dove prevalgono i temi di un singolo stato, che rompe i confini letterali stabiliti dai canti e da tutte le divisioni materiali per cerchi, gironi, cieli. Ogni stato, che ha differenti inizi, è concatenato per “concurrentia”, come le maglie di un’armatura, con quello che precede e con quello che segue. Ciascuno stato ha in sé una grande ricchezza di motivi e contiene inoltre temi di tutti gli altri, consentendo innumerevoli intrecci e variazioni. La Commedia appare, come l’Apocalisse, “libro scritto dentro e fuori” (Ap 5, 1), con duplice struttura, linguaggio e senso, letterale e spirituale. Il viaggio di Dante e la visione di Giovanni hanno la stessa causa finale, che è la beatitudine, alla quale si perviene con diverse guide, per gradi segnati da visioni sempre più nuove e ardue delle precedenti, attraverso una sempre maggiore apertura dell’arcano coperto dal velame dei sette sigilli fino al punto più alto in cui, in questa vita, è possibile vedere la verità.
Tutti i modi del linguaggio interiore al poema esprimono un processo, un viaggio dal più chiuso al più aperto, e in questo andare hanno una loro precisa collocazione ‘topografica’, uno ‘stato’ (nel senso di momento storico che ricade sulla coscienza individuale) al quale appartenere. Si possono in tal modo stendere vere e proprie mappe tematiche che comprendano l’ordine spirituale di tutta la Commedia che aderisce, parodiandola semanticamente, a una precisa teologia della storia, sia pure modificandone profondamente le prospettive. La ciclicità dei temi permette di stabilire collegamenti inusitati tra le diverse zone; il procedere per gradi dell’illuminazione divina fa sì che episodi oscuri e quasi ermeticamente chiusi si chiariscano poi, aprendosi all’intelligenza in modo più alto.
A ogni gruppo è arbitrariamente assegnato un diverso colore: Radici (verde), I stato (verde acqua), II stato (rosso), III stato (nero), IV stato (viola), V stato (marrone), VI stato (blu), VII stato (indaco), VII visione (fucsia). Dei gruppi sono stati integralmente studiati il terzo stato e la settima visione.
INFERNO
(le prime cinque età del mondo)
La ‘topografia spirituale’ del poema mostra nell’Inferno cinque cicli settenari corrispondenti agli stati della Chiesa descritti da Olivi e ai loro temi contenuti nella Lectura. Questi cinque cicli designano le prime cinque età del mondo (riunite a loro volta nel primo stato generale, che corrisponde all’età del Padre di Gioacchino da Fiore), in quanto prefigurazione del primo avvento di Cristo e della Chiesa.
I cinque cicli settenari che si susseguono nell’Inferno a partire dal quarto canto (i primi tre canti hanno una tematica particolare) sono preceduti da cinque zone che possono essere definite ‘snodi’, dove cioè confluiscono temi provenienti da più stati, intrecciati insieme ad altri ad avviare il procedere settenario. Il centro di questi ‘snodi’ coincide con un canto (Inf. IV, X, XVII, XXVI, XXXII), ma la zona è più vasta e supera l’ambito dato dalla divisione letterale del poema.
Inf. I-III sono da considerare al di fuori dei cicli. Inf. I e II sono profondamente segnati dai temi del sesto stato. Inf. III è riferibile al settimo stato (per gli ignavi) e in parte al quinto (per l’episodio di Caronte). |
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canti |
I ciclo |
stati |
cerchi |
IV |
Limbo |
Radici, I (I snodo) |
I |
V |
lussuriosi |
II |
II |
VI |
golosi |
III |
III |
VII |
avari e prodighipalude Stigia
|
III–IV
V |
IV
|
VIII |
palude Stigia (orgogliosi)
|
V |
V |
IX |
apertura della porta di Dite |
V–VI |
|
canti |
II ciclo |
stati |
cerchi |
IX-X-XI |
eretici, ordinamento dell’inferno |
I (II snodo) |
VI |
XII |
violenti contro il prossimo |
II |
VII (girone 1) |
XIII |
violenti contro sé |
III |
(girone 2) |
XIV |
violenti contro Dio: bestemmiatori |
IV |
(girone 3) |
XV-XVI |
violenti contro Dio: sodomiti |
V |
|
XVIXVII |
ascesa di GerioneGerione, violenti contro Dio: usurai |
VI |
canti |
III ciclo |
stati |
cerchi |
XVII |
volo verso Malebolge |
I (III snodo) |
|
XVIII |
ruffiani, lusingatori |
Radici – II |
VIII (bolgia 1, 2) |
XIX |
simoniaci |
III |
(bolgia 3) |
XX |
indovini |
IV |
(bolgia 4) |
XXI-XXII |
barattieri |
V |
(bolgia 5) |
XXIII |
ipocriti |
V–VI |
(bolgia 6) |
XXIV-XXV |
ladri |
VI |
(bolgia 7) |
canti |
IV ciclo |
stati |
cerchi |
XXVI |
consiglieri di frode (greci) |
I (IV snodo) |
(bolgia 8) |
XXVII |
consiglieri di frode (latini) |
II |
|
XXVIII-XXIX |
seminatori di scandalo e di scisma |
III |
(bolgia 9) |
XXIX |
falsatori |
IV |
(bolgia 10) |
XXX |
falsatori |
IV–V |
|
XXXI |
giganti |
V–VI |
|
canti |
V ciclo |
stati |
cerchi |
XXXII |
Cocito: Caina, Antenora |
I (V snodo) |
IX |
XXXIII |
Antenora, Tolomea |
II |
|
XXXIV |
Giudecca |
III–IV–V |
|
XXXIV |
volgersi di Virgilio sull’anca di Lucifero |
VI |
|
Il sesto stato è per Olivi la fase più importante nella costruzione dell’edificio della Chiesa. In esso “renovabitur Christi lex et vita et crux”. Corrisponde ai tempi moderni. Ha quattro diversi inizi temporali: uno profetico, con Gioacchino da Fiore, il quale lo vide in spirito concependo la sua terza età; il secondo con la conversione di Francesco (1206), che seminò la pianta; il terzo con la predicazione degli uomini spirituali, per la quale la pianta si rinnovella; il quarto con la distruzione storica di Babylon. Dura fino alla sconfitta dell’Anticristo, il cui avvento si collocherebbe, secondo i numeri della profezia di Daniele 12, 11-12 combinati con Ap 12, 6 e 14, fra il 1290 e il giubileo di pace del 1335.
Una ‘vita nuova’ si instaura nel sesto stato, per eccellenza il momento dell’imitazione di Cristo. I rami dell’albero si dilatano producendo il frutto della carità, l’acqua che proviene da Cristo-fonte attraverso il condotto che percorre i primi cinque stati della Chiesa si effonde in un lago; è il tempo, assimilato al sacramento del matrimonio, della letizia nuziale, della familiarità, dell’amicizia. Corrisponde al sesto giorno della creazione, in cui vennero creati prima i rettili e le bestie irrazionali, poi l’uomo razionale che, come l’ordine evangelico, è fatto a immagine e somiglianza di Dio e domina tutti gli animali.
Le espressioni di Olivi relative al sesto stato – “quoddam sollempne initium novi seculi … renovaretur et consumaretur seculum”, nel quale il sacerdozio apostolico “redeat et assurgat ad ordinem primum”, la “nova Ierusalem”, interpretata come “visione di pace”, viene vista “descendere de celo” e la Chiesa descritta come la donna vestita di sole con la sua “virginea proles” – sono la veste spirituale dei versi della quarta egloga virgiliana che celebrano la rinnovata età dell’oro: “Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo / iam redit et Virgo; redeunt Saturnia regna; / Iam nova progenies caelo demittitur alto” (Egloga IV, 5-7). Olivi completa la Lectura super Apocalipsim nel 1298, poco prima di morire, il 14 marzo, a Narbonne. Quel felicissimo stato segnato dalla pace sotto il divo Augusto, che rese l’umanità disposta al primo avvento di Cristo, si sta rinnovando nel sesto stato della Chiesa, nel secondo avvento nello Spirito. Scrive Arsenio Frugoni: “[…] quell’escatologismo, oltre che ideologia di lotta e di riforma del gruppo spirituale, era anche un vero e proprio sentimento storico […] una tensione di rinnovamento, una ansia di salvezza, che nel 1300, l’anno centenario della Natività, aveva trovato come una attivazione, in un senso di pienezza dei tempi, cui doveva corrispondere un fatto, un accadere meraviglioso e nuovo” [3].
All’apertura del sesto sigillo, l’eletta schiera dei riformatori – i 144.000 segnati dalle dodici tribù d’Israele – guida la turba innumerevole di ogni gente, tribù, popolo e lingua (Ap 7, 3-4.13). Questi eletti e magnanimi duci, separati dalla volgare schiera per più alta milizia, vengono destinati a difendere liberamente la fede – ad essi è data la “plena libertas ad innovandam christianam religionem” -; sono gli amici di Dio a lui noti per nome, configurati in Cristo crocifisso e votati al martirio.
All’interno della Chiesa del sesto stato, l’Ordine dei Minori – “ordo plurium personarum” – è assimilabile alla persona umana di Cristo. Come questa si sviluppò fino all’età virile, così dovrà essere per l’ordo evangelicus piantato da Francesco, che avrà bisogno (a differenza di Cristo che stette poco tempo nel mondo) di due o tre generazioni per svilupparsi prima di subire una condanna simile a quella di Cristo [4]. La sua maturità coincide, verso il 1300, con il terzo inizio del sesto stato, cioè con il rinnovarsi per opera dello spirito di Cristo, nel suo secondo avvento, della pianta seminata da Francesco. Questa concezione dell’Ordine francescano come individuo in sviluppo che, perfettamente maturato, diventa il novus ordo preconizzato da Gioacchino da Fiore per l’età dello Spirito, si differenzia da quella di Bonaventura, che aveva invece distinto i Francescani del proprio tempo – e quindi anche gli Spirituali – dall’Ordine finale che dominerà fino ai confini della terra. Alla terza apertura del sesto sigillo nuovi san Giovanni vengono inviati a predicare al mondo come nel tempo degli Apostoli. Ma Giovanni non designa solo un Ordine, perché Olivi lascia aperta la possibilità di rivelazioni individuali, avute da “singulares persone”, perfetti imitatori di Cristo votati, con la loro “lingua erudita”, al compito della conversione universale.
[LSA, cap. X, Ap 10, 11] “Et dixit michi: Oportet te iterum prophetare in gentibus et populis et linguis et regibus multis”. In ipsa sapientia libri expresse continetur quod oportet iterum predicari evangelium in toto orbe, et Iudeis et gentibus, et totum orbem finaliter converti ad Christum. Sed quod per istum hoc esset implendum non poterat sciri nisi per spiritualem revelationem, et hoc dico prout per Iohannem designantur hic singulares persone quia, prout per ipsum designatur in communi ordo evangelicus et contemplativus, scitur ex ipsa intelligentia libri quod per illum ordinem debet hoc impleri.
Nei cinque cicli settenari della prima cantica il sesto stato è segnato dall’apertura della porta della città di Dite (Inf. IX, 89-90); dall’ascesa di Gerione dall’abisso (Inf. XVI, 106-136); dal precipitoso passaggio dalla quinta alla sesta bolgia (Inf. XXIII, 1-57) e poi dalle trasformazioni della settima, dove i ladri fiorentini si mutano in serpenti e viceversa (Inf. XXIV-XXV); dal chinarsi di Anteo sul fondo dell’inferno (Inf. XXXI, 136-145); dal passaggio del centro della terra, con la conversione di Virgilio sull’anca di Lucifero, che è passaggio verso la sesta età, quella della Chiesa, descritta nel Purgatorio.
Ma i temi propri del sesto stato sono diffusi ovunque, intrecciati con quelli degli altri stati, e alla loro esegesi rinviano precise parole-chiave incardinate nel senso letterale dei versi. L’esegesi dell’angelo del sesto sigillo (Ap 7, 2) è già centrale nel primo canto del poema.
La novità che il sesto stato, per eccellenza stato di rinnovamento di questo secolo, arreca nell’inferno è una novità fittizia: l’apertura della porta della città di Dite non è vera novità, perché essa è stata chiusa dall’ostinazione dei diavoli, recidivi dopo l’apertura della porta dell’inferno da parte di Cristo prefigurata dalla venuta di Ercole all’Ade, per cui Cerbero “ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo”; Gerione viene su ad un “novo cenno” di Virgilio, ma è figura della frode dalla velenosa coda aculeata; il nuovo prodotto dalle trasformazioni reciproche di serpenti e uomini è qualcosa di incompiuto perché l’uomo razionale, creato nel sesto stato, regredisce allo stato precedente.
L’Inferno è il luogo della durezza lapidea, dell’impetrarsi, del parlare duro di cose dure a dirsi, del duro giudizio, del senso duro della scritta al sommo della porta, dei duri lamenti, dei duri demoni, dei duri veli del gelo, della gravezza. Nell’Inferno vige l’imposizione data a Daniele dall’angelo sotto il sesto sigillo dell’Antico Testamento: “Ora tu, Daniele, chiudi queste parole e sigilla questo libro fino al tempo stabilito” (Dn 12, 4), che era la sesta età nella quale apparve Cristo e in particolare il sesto stato della sua Chiesa nella quale il libro doveva essere più pienamente aperto, non però ai malevoli e ai maldisposti. Questa durezza è rotta dall’invito di Dante ai dannati perché parlino. Far parlare liberamente, per dettato interiore, è la principale prerogativa del sesto stato – la nuova età che tanto s’aspetta, quella che ode del “dolce stil novo” e delle “nove rime” -, ed è tema che la poesia canta per intero, sia pure per un attimo, anche nella vecchia roccia infernale. Appartiene alla sesta chiesa il parlare liberamente di Cristo – ad essa è dato l’“ostium apertum”, che è “ostium sermonis” – , il sentire per dettato interiore, l’aprirsi della volontà. Appartiene alla sesta chiesa anche il far venire quelli che si dicono Giudei senza esserlo, mutati nel cuore e disposti a farsi battezzare e governare. Questo far venire a parlare equivale al cortese e liberale invito dello Spirito di Cristo a convivare, a venire con desiderio e volontario consenso, con “disio” e con “velle”, in una pausa di pace nell’eterna dannazione. All’“affettüoso grido” del poeta le ombre di Francesca e Paolo vengono “dal voler portate” verso un momento di mutazione, sebbene limitata al successivo colloquio. Tutto l’Inferno è un contrappunto fra la durezza del giudizio e l’apertura per la parola dirompente, fin che essa dura, la pena. Un’apertura che si esprime in varie forme: muoversi sospirando nel Farinata prima immobile, ‘crollarsi’ quasi per terremoto interiore dello ‘schivo’ Ulisse, convertirsi del vento in voce in Guido da Montefeltro, tornare indietro nel cammino assegnato o separarsi dai compagni di pena, essere sforzati a parlare anche malvolentieri, non poterlo negare o mostrare fretta di farlo, arrestarsi obliando il martirio, levarsi per poi ricadere, sollevarsi da atti bestiali per ritornare a essi dopo aver parlato, come nel conte Ugolino. In tante lingue, che parlano come per sé stesse mosse, sta un solo desiderio, il vivere ancora nel libro che è stato altrui aperto.
Se nell’Inferno il sesto stato non si realizza mai compiutamente, anche il settimo, che gli è strettamente connesso, non può trovare un luogo autonomo. Ciò non toglie che temi del settimo stato (e della settima visione) siano ben presenti in modo diffuso. Ad esempio, quelli relativi alla settima chiesa assumono particolare rilievo nella descrizione degli ignavi a Inf. III. Tempo del silenzio, della serena pace, del riposo dalle ansiose fatiche, il settimo stato subentra dopo le terribili tentazioni inferte, con un martirio non corporale ma psicologico, dai carnefici dell’Anticristo nel sesto. Come ogni momento della storia umana partecipa dell’imitazione di Cristo, che raggiunge l’acme nel sesto stato, così in ogni periodo si verifica una sua “quietatio”, una pausa di pace, di quiete, di silenzio propria del settimo. Così Francesca parla e ascolta “mentre che ’l vento, come fa, ci tace”. Il vento – “la bufera infernal, che mai non resta” – designa il fluttuare tempestoso delle passioni nel cuore.
PURGATORIO
(sesta età del mondo)
Dopo le prime cinque età del mondo (corrispondenti all’Antico Testamento, la gioachimita età del Padre), che hanno segnato la discesa a spirale per i cinque cicli settenari dell’Inferno, con il Purgatorio inizia la sesta età, quella di Cristo (l’età del Figlio), che ha sette stati, corrispondenti ai sette stati della Chiesa. Dapprima, nel cosiddetto ‘antipurgatorio’, si registrano in successione temi prevalenti dei primi cinque stati. Il sesto stato della sesta età (con cui si apre l’età dello Spirito) inizia con l’apertura della porta di san Pietro (la porta del purgatorio). Questo sesto stato procede anch’esso con andamento settenario, per cui ha sette momenti, coincidenti principalmente con un girone della montagna, ma non del tutto, perché sempre l’ordine spirituale del poema rompe i confini letterali e le divisioni materiali, concatenando i temi di uno stato prevalente con quelli dello stato che precede e con quelli dello stato che segue e intrecciandoli con temi di tutti gli altri stati.
È spiegato nel Notabile VII del prologo della Lectura che il sesto stato della Chiesa è il secondo stato di Cristo e ha i suoi sette tempi per cui la Chiesa, come fosse una sfera, si ricongiunge circolarmente al primo apostolico tempo. Il settimo dei sette momenti del sesto stato della Chiesa coincide con il settimo stato generale della Chiesa, che nel poema corrisponde in parte all’ultimo girone della montagna (il settimo, dove si purgano i lussuriosi) e in parte all’Eden, con cui si chiude la seconda cantica.
Il Purgatorio dunque, secondo il senso spirituale, è la storia della Chiesa che corre verso il suo sesto stato, punto di riferimento di tutte le vicende umane, antiche e moderne, che ad esso cooperano. Non è casuale che nel sesto girone della montagna sia chiarificata e riconosciuta, nel colloquio con Bonagiunta da Lucca, la poetica delle “nove rime” di Dante, già “sesto tra cotanto senno” cooptato nella “bella scola” dei poeti del Limbo.
La vasta zona dedicata al sesto momento del sesto stato della Chiesa ha il suo inizio nel forte terremoto che scuote la montagna mentre Dante e Virgilio si trovano ancora nel quinto girone (Purg. XX, 124-141). Essa è stata compiutamente esaminata altrove.
Il settimo stato dell’Olivi si realizza parte in questa vita (come pregustazione in terra della gloria eterna, cioè fin sulla cima della montagna) e in parte nella futura (nel senso della quiete delle anime beate in attesa della resurrezione, che è la materia del Paradiso).
canti |
I ciclo – fino al sesto sato |
stati |
|
I |
Catone |
Radici, I |
|
II |
angelo nocchiero, Casella |
I – II |
|
III |
scomunicati |
III |
“Antipurgatorio” |
IV |
salita al primo balzo, Belacqua |
IV – V |
|
V |
negligenti morti per violenza |
V |
|
VI |
Sordello |
V |
|
VII-VIII |
valletta dei principi |
V |
|
IX |
apertura della porta |
VI – sesto stato |
|
canti |
II ciclo – il sesto stato della sesta età |
stati |
gironi |
X-XII |
superbi |
I |
I |
XIII-XIV-XV |
invidiosi |
II |
II |
XV-XVIII |
iracondiordinamento del purgatorio,amore e libero arbitrio |
III |
IIIIV |
XVIII-XIX |
accidiosi |
IV |
IV |
XIX-XX |
avari e prodighi |
V |
V |
XX (terremoto) -XXV |
Stazio, golosi, generazione dell’uomo |
VI |
VI |
XXV-XXVI |
lussuriosi |
VII – settimo stato |
VII |
XXVIIXXVIII-XXXIII |
muro di fuoconotte stellata, termine dell’ascesaEden |
|
PARADISO
(settimo stato della Chiesa)
Il Primo Mobile è il nono e penultimo cielo, ma è il sesto se si parte dal cielo del Sole. È anche il cielo più segnato dal tema del “punto”, cui è assimilato il sesto stato. Questo consente di ricostruire l’ordine spirituale del Paradiso ponendo la cerniera nel quarto cielo del Sole. Con il terzo cielo di Venere termina infatti il cono d’ombra gettato dalla terra, secondo la dottrina di Alfragano (Par. IX, 118-119), mentre prima di descrivere l’ascesa al cielo del Sole il poeta invita il lettore a rivolgersi “a l’alte rote” (Par. X, 7-27). Senza la cesura recisa che, nella prima cantica, divide i dannati puniti all’interno della città di Dite da quelli che ne stanno fuori e, nella seconda cantica, separa le anime purganti nei sette gironi della montagna dalle anime che attendono fuori della porta (il cosiddetto ‘antipurgatorio’), anche nel Paradiso gli spiriti che si manifestano nei primi tre cieli della Luna, di Mercurio e di Venere (spiriti che mancarono ai voti, spiriti che furono attivi per conseguire onore e fama, spiriti amanti) si distinguono per minore perfezione rispetto a quelli che appaiono nei cieli seguenti.
I dieci cieli del Paradiso si mostrano pertanto ordinati in due gruppi di settenari, corrispondenti agli stati della Chiesa (e alle loro prerogative) secondo Olivi, parzialmente combacianti (da 1 a 7 e da 4 a 10: coincidono gli ultimi quattro numeri del primo gruppo e i primi quattro del secondo).
I Se si considera il primo settenario, nel primo cielo della Luna si affronta la questione dell’inadempienza dei voti, che ha corrispondenza con i temi propri della prima chiesa di Efeso, il cui nome, se interpretato, oscilla tra la fervida volontà iniziale e la remissione (l’essenza del voto consiste nella volontà).
II Nel secondo cielo di Mercurio, le battaglie sostenute dal “sacrosanto segno” dell’aquila corrispondono allo stato dei martiri, che è dei combattenti, e anche la dottrina dell’incarnazione e della passione di Cristo, esposta successivamente da Beatrice, fa parte della tematica, perché l’intera Chiesa, fondata sulla passione di Cristo, imita con i martiri la sua croce, e questo giova assai al suo radicamento.
III Nel terzo cielo di Venere, Carlo Martello spiega al modo di un dottore del terzo stato la diversità delle indoli umane e come gli uomini, non assecondandole, errino; nello stesso cielo compare Folchetto di Marsiglia, che da vescovo di Tolosa combatté l’eresia albigese.
IV – I Al quarto cielo del Sole, primo del secondo gruppo di settenari per l’esaltazione della vita apostolica (propria del primo stato e rinnovata nel sesto), si può connettere il tema stesso del sole inteso nell’esegesi della quarta tromba (Ap 8, 12): “Per solem videtur hic designari solaris vita et contemplatio summorum anachoritarum, qui fuerunt patres et exempla aliorum, vel solaris sapientia et doctrina summorum doctorum”. Sapienza e contemplazione, dottori del terzo e anacoreti del quarto stato, concorrono,come Domenico e Francesco– “L’un fu tutto serafico in ardore; / l’altro per sapïenza in terra fue / di cherubica luce uno splendore” (Par. XI, 37-39) – con mutua cortesia a infiammare il meriggio dell’universo.
V – II Il quinto cielo di Marte, secondo (come il secondo stato dei martiri) per l’esaltazione della croce di Cristo formata dai lumi dei combattenti per la fede, reca in sé il tema del condiscendere proprio del quinto stato sia nel pio discendere per la croce di Cacciaguida verso Dante, sia nella decadenza degli “alti Fiorentini”, cioè delle antiche famiglie, assimilate agli anacoreti, un tempo alti e poi vòlti in basso.
VI – III Il sesto cielo di Giove, terzo (come il terzo stato dei dottori) per la spiegazione di profonde verità di fede, sviluppa il motivo, proprio della sesta chiesa, della “porta aperta”. Aprire la porta significa illuminare e rendere acuto l’intelletto che penetra nell’occulto delle Scritture, e anche dare efficacia spirituale a penetrare nel cuore di chi ascolta: così l’aquila apre la “latebra” di Dante, così l’occhio di Rifeo Troiano fu da Dio aperto alla futura redenzione.
VII – IV Nel settimo cielo di Saturno, quarto (come il quarto stato degli anacoreti), “si tace … la dolce sinfonia di paradiso” (Par. XXI, 58-60), e il tacere è tema del settimo stato. Ivi si mostrano gli spiriti contemplativi, principali soggetti del quarto stato, proprio degli anacoreti: se si conta a partire dal quarto cielo del Sole, considerando questo come primo ovvero come nuovo avvio del ciclo settenario, il cielo di Saturno è appunto quarto.
VIII (V) Il settimo cielo di Saturno è seguito dal cielo delle Stelle fisse – ottavo e quinto -, dove si mostrano le schiere del trionfo di Cristo che discendono dall’Empireo (il quinto stato è caratterizzato dalla “condescensio”) e si celebra il trionfo di Maria (sviluppo del tema, proprio della quinta chiesa, della mirabile bellezza della Chiesa, regina ornata di veste aurea per la carità che unisce e circondata dalla varietà nei doni e nelle grazie delle diverse membra). È inoltre ricapitolazione dei precedenti sette, secondo un’interpretazione più volte presente nella Lectura dell’essere ‘ottavo’. Per questo Dante, stando nel segno dei Gemelli, riguarda in giù e torna col viso per tutte quante le sette precedenti sfere (Par. XXII, 124-154).
IX (VI) Segue il Primo Mobile o Cristallino – nono e sesto cielo –, dove il poeta vede il punto luminosissimo – Dio – da cui dipende il cielo e la terra, circondato dai nove cerchi di fuoco (Par. XXVIII, 16-18, 40-42, 94-96). Il sesto stato, secondo quanto Olivi afferma nel Notabile VIII, è il “punto” da cui dipendono gli altri stati, perché appare nel testo dell’Apocalisse in modo più evidente degli altri, che da esso assumono chiarezza quanto alla loro manifestazione nella storia, come l’intelligenza delle cose ordinate ad un fine dipende dal fine.
X (VII) La quiete e l’immobilità dell’Empireo, decimo cielo – il “ciel de la divina pace” -, corrispondono al settimo stato, di cui è propria la “quietatio”, il silenzio (tema anticipato dal tacere di Beatrice in apertura del canto XXIX), e la pace.
Il Paradiso avrebbe pertanto un ordine spirituale del seguente tipo:
cielo |
stato |
cielo |
||
I |
LUNA |
I |
||
II |
MERCURIO |
II |
||
III |
VENERE |
III |
||
IV |
SOLE |
IV |
I |
SOLE |
V |
MARTE |
V |
II |
MARTE |
VI |
GIOVE |
VI |
III |
GIOVE |
VII |
SATURNO |
VII |
IV |
SATURNO |
VIII |
V |
STELLE FISSE |
||
IX |
VI |
PRIMO MOBILE |
||
X |
VII |
EMPIREO |
||
Oltre ai luoghi sopra indicati, i temi del sesto e del settimo stato si rinvengono in più punti, intrecciati con altri.
[1] Cfr. LSA, cap. XVII, Ap 17, 9: «Et subdit Ricardus quod per septem reges, et per septem capita designatos, designatur hic universus populus malorum, qui secundum septem status huius seculi determinantur. Primus scilicet ab Adam usque ad Noe. Secundus a Noe usque ad Abraam. Tertius ab Abraam usque ad Moysen. Quartus a Moys<e> usque ad David. Quintus a David usque ad Christum. Sextus a Christo usque ad Antichristum. Septimus autem sub Antichristo attribuitur». Cfr. PETRI IOHANNIS OLIVI Lectura super Lucam, Lc 1, 26, ed. F. Iozzelli, Grottaferrata 2010 (Collectio Oliviana, V), pp. 187-188: «Signanter autem dicitur in sexto mense, quia Christus uenit in sexta mundi etate, et iterum post quinque notabiles synagoge decursus: nam primo, cum sola circumcisione fuit sub patribus per quadringentos annos; secundo, accepta lege, fuit sub iudicibus per tantumdem temporis; tertio, proficiens in regnum, fuit sub regibus; quarto, assumpto plenius spiritu prophetico, fuit sub prophetis sollempnioribus, scilicet sub Elia, Ysaia et Yeremia etc.; quinto, restituto templo et urbe, fuit sub pontificibus quibus, per Aggeum et Zachariam et Malachiam iterata prophetia de Christo et eius precursore Elia, factum est silentium prophetarum, ita quod obmutuit cetus sacerdotum usque ad Iohannis ortum; et iterum in eiusdem quinti temporis sexto centenario conceptus est Christus. Sicut etiam sexto die factus est homo ad ymaginem Dei, sic conuenienter sub consimili senario factus est Christus homo, plenior Dei ymago: nam et perfectio numeri senarii, que ex omnibus partibus suis aliquotis et iterum ex ternario cum suis partibus, scilicet binario et unitate, consurgit, competit sibi et etiam reflexio ternarii per binarium, id est cultus fidei et Trinitatis per geminam caritatem».
[2] Il principio è chiaramente affermato nel notabile VIII del prologo della LSA: «[…] si omnia prima membra visionum ad invicem conferas et consimiliter omnia secunda et sic de aliis, aperte videbis omnia prima ad idem primum concorditer referri et consimiliter omnia secunda ad idem secundum et sic de aliis. Et hoc in tantum quod plena intelligentia eiusdem primi multum clarificatur ex mutua collatione omnium primorum, et idem est de omnibus secundis et tertiis et sic de aliis».
[3] ARSENIO FRUGONI, La Roma di Dante, tra il tempo e l’eterno, in ID., Pellegrini a Roma nel 1300. Cronache del primo Giubileo, presentazione di C. Frugoni, a cura e con Introduzione di F. Accrocca, Casale Monferrato 1999, pp. 102-103.
[4] LSA, cap. VI, Ap 6, 12: «Secunda ratio est quia persone Christi correspondet in sexta apertione unus ordo plurium personarum sic secundum suam proportionem augendus, sicut Christus secundum suum corpus fuit usque ad perfectam etatem viriliter auctus. […] Quarta est quia, prout super evangelia ostendi, Christus parvo tempore debuit inter nos vivere et pauciori predicare […]. Nisi autem ordo evangelicus, per Franciscum renovatus, esset in multis et saltem sub duabus vel tribus generationibus propagatus et sollempnizatus, non esset nec ipse nec populus ab eo ducendus sufficienter dispositus ad tam autenticam condempnationem condempnationi Christi consimilem subeundam».
APPENDICE
L’arte della memoria per l’autore
Gruppi di terzine numericamente corrispondenti, a diversi stadi della Commedia, contengono parole-chiave che conducono alla medesima pagina esegetica della Lectura super Apocalipsim. Ciò indica che queste parole, se dovevano essere per il lettore spirituale segni mnemonici di un altro testo, erano per il poeta segni del numero dei versi, ‘luogo’ dove collocare i medesimi temi, variati in forma e contesto.
Ad esempio, lo splendore del volto di Cristo che più riluce nel sesto stato, quando il libro è più aperto quasi in una nuova Trasfigurazione, al cui fulgore chi guarda trema, oblia e cade come morto (Ap 1, 16-17), si ritrova, attraverso le parole-chiave, in Purg. XV, XXII, Par. III, XXIII, XXX. Come di consueto, i temi, che nell’esegesi appartengono solo a Cristo, sono variamente appropriati: all’angelo che invia al terzo girone del purgatorio, a Stazio di fronte alle parole di Virgilio, al ridere di Trivia, al sorriso di Beatrice sulla soglia dell’Empireo. Si noterà come le parole-chiave che in Par. III e XXX toccano il ridere di Beatrice, siano contenute nei versi 25-27, vale a dire nella 9a terzina, che porta il numero della donna. Non si tratta di tutti i luoghi del poema nei quali viene in rilievo il ridere, ma certamente non sfugge il ritorno, numericamente strutturale, delle parole-chiave. Si noterà anche che questo tornare dei segni è sempre variato. Le parole sono cioè assunte da una rosa, facendo suonare nei versi ora le une ora le altre. Esse risuonano quasi al completo in Par. XXX. Non sfuggirà neanche che il sorriso di Beatrice venga collocato due volte (Par. III, XXX) sulla terzina che porta il suo numero.
Se si scorrono le tabelle dedicate ad Ap 1, 16-17, si può constatare quanto il fenomeno sia diffuso, non solo sulla 9a terzina.
Qui di seguito sono proposti alcuni esempi, tratti da tutti i capitoli della Lectura super Apocalipsim. Molti altri si possono reperire in “In mensura et numero et pondere”. Nella fucina della Commedia: storia, poesia e arte della memoria, PDF 2014 (§ 3).
Gli esempi riguardano terzine numericamente corrispondenti o ravvicinate; il numero della terzina è posto in apice fra ( ). Il confronto con i singoli passi della Lectura è talora esposto in più tabelle, mostrando la sua estensione per l’intero poema (es. Ap 1, 16-17); in altri casi si tratta di una scelta per campione. Alcuni passi vengono collazionati con altri, secondo un principio costante nel rapporto fra i due testi (ad esempio Ap 3, 9 e 15, 3-4). I colori sono liberamente scelti per maggiore evidenza; non seguono l’assegnazione data ai singoli gruupi tematici per status seguita nell’esame dei singoli canti. L’indicazione iniziale del passo della Lectura è a volte collegata ipertestualmente al confronto generale di quel passo con i versi della Commedia, indipendentemente dalla simmetria fra le terzine.
prologus, Notabile X |
prologus, Notabile XII |
1, 13 |
1, 16-17
|
2, 1-5
|
2, 1.18.21-23 |
3, 9
|
3, 12
|
4, 2-5
|
5, 8 |
6, 4 |
6, 7-8 |
7, 3-4
|
7, 9.13-14
|
8, 5
|
8, 7
|
8, 8-9 |
9, 1-2
|
9, 3 |
9, 11-12 |
10, 4-7 |
11, 1 |
12, 6 |
12, 14 |
12, 14 |
12, 17 |
13, 3
|
14, 2 |
14, 3 |
17, 5-6 |
17, 6-7 |
18, 4-7 |
19, 10 |
20, 8
|
21, 12.16 |
22, 1-2 |
22, 17
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The Art of Memory for the AuthorGroups of numerically corresponding triplets, at various stages of the Commedia, contain keywords that lead to the same exegetical page of the Lectura super Apocalipsim. This suggests that these words, whilst intended for the spiritual reader as mnemonic stimuli to another text, served for the poet as markers of the verse count, of a place in which to situate the same themes, varied in form and context.
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Tab. App. I
[LSA, prologus, Notabile X] Sextus (status) vero concurrit cum secundo non in eodem tempore sed in celebri multitudine martiriorum, prout in apertione quinti signaculi aperte docetur (cfr. Ap 6, 9), quamvis in modo martirii quoad aliqua differant. Nam martiria a paganis et idolatris facta nullum certamen dubitationis inferebant martiribus, aut probabilis rationis, propter nimiam evidentiam paganici erroris. Non sic autem fuit de martiriis per hereticos, unum Deum et unum Christum confitentes, inflictis. In sexto autem tempore non solum propulsabuntur martires per tormenta corporum, aut per subtilitatem rationum philosophicarum, aut per intorta testimonia scripturarum sanctarum, aut per simulationem sanctitatis ypocritarum, immo etiam per miracula a tortoribus facta. Nam, teste Christo, “dabunt signa et prodigia magna” (Mt 24, 24). Unde Gregorius, XXXII° Moralium super illud Iob: “stringit caudam suam quasi cedrum” (Jb 40, 12), dicit: «Nunc fideles nostri mira faciunt, cum perversa patiuntur; tunc autem Behemot huius satellites, etiam cum perversa inferunt, mira facturi sunt. Pensemus ergo que erit humane mentis illa temptatio, quando pius martir corpus tormentis subicit, et tamen ante eius oculos miracula tortor facit». Propulsabit etiam eos per falsam imaginem divine et pontificalis auctoritatis. Sic enim tunc surgent pseudochristi et pseudochristus contra electos, sicut Annas et Caiphas pontifices insurrexerunt in Christum. Erunt ergo tunc tormenta intensive maiora, tempore autem paganorum fuerunt extensive pluriora: nam plusquam per ducentos annos duraverunt. |
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Inf. IV, 16-24 (6-8)E io, che del color mi fui accorto,
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Inf. XX, 19-24 (7-8)
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Inf. XX, 28-30 (10)Qui vive la pietà quand’ è ben morta;
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Inf. XXXIII, 28-30Questi pareva a me maestro e donno,
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Inf. XXXIII, 43-45 (15)
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Purg. XVIII, 40-45 (14-15)“Le tue parole e ’l mio seguace ingegno”,
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Par. XIX, 82-84 (28)
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Par. XX, 79-84 (27-28)E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio
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Inf. V, 91-93 (31)se fosse amico il re de l’universo,
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Inf. XI, 91-96 (31-32)“O sol che sani ogne vista turbata,
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Par. I, 94-99 (32-33)
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[LSA, cap. V, Ap 5, 5 (radix IIe visionis)] Hoc (hec revelatio et fletus Iohannis) autem potissime spectat ad triplex tempus. (…) Tertio ad tempus Antichristi seu ad tempus aliquantulum precedens plenam apertionem sexti signaculi. Tunc enim erunt mire perplexitates conscientie in electis ita ut, teste Christo, fere in errorem ducantur (cfr. Mt 24, 24). Unde Gregorius, Moralium XXXII° super illud Iob: “Nervi testiculorum eius perplexi sunt” (Jb 40, 12) dicit hoc ideo dici, «quia argumenta predicatorum Antichristi dolosis assertionibus innodantur ut alligationum implicatio, quasi nervorum perplexitas, etsi videri possit, solvi non possit. Plerumque autem cum corda verbis inficiunt, in opere innocentiam ostendunt, neque enim aliter ad se traherent bonos». |
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Par. XIV, 97-102 (33-34)Come distinta da minori e maggi
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Par. XX, 100-102 (34)
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Inf. V, 109-120 (37-40)Quand’ io intesi quell’ anime offense,
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Inf. XXIII, 115-117 (39)
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Purg. X, 115-117 (39)
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Inf. V, 124-132 (42-44)Ma s’a conoscer la prima radice
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Inf. XVI, 130-132 (44)
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Inf. XXIII, 124-126 (42)Allor vid’ io maravigliar Virgilio
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[LSA, prologus, Notabile X] Sextus (status) vero concurrit cum secundo non in eodem tempore sed in celebri multitudine martiriorum, prout in apertione quinti signaculi aperte docetur (cfr. Ap 6, 9), quamvis in modo martirii quoad aliqua differant. Nam martiria a paganis et idolatris facta nullum certamen dubitationis inferebant martiribus, aut probabilis rationis, propter nimiam evidentiam paganici erroris. Non sic autem fuit de martiriis per hereticos, unum Deum et unum Christum confitentes, inflictis. In sexto autem tempore non solum propulsabuntur martires per tormenta corporum, aut per subtilitatem rationum philosophicarum, aut per intorta testimonia scripturarum sanctarum, aut per simulationem sanctitatis ypocritarum, immo etiam per miracula a tortoribus facta. Nam, teste Christo, “dabunt signa et prodigia magna” (Mt 24, 24). Unde Gregorius, XXXII° Moralium super illud Iob: “stringit caudam suam quasi cedrum” (Jb 40, 12), dicit: «Nunc fideles nostri mira faciunt, cum perversa patiuntur; tunc autem Behemot huius satellites, etiam cum perversa inferunt, mira facturi sunt. Pensemus ergo que erit humane mentis illa temptatio, quando pius martir corpus tormentis subicit, et tamen ante eius oculos miracula tortor facit». Propulsabit etiam eos per falsam imaginem divine et pontificalis auctoritatis. Sic enim tunc surgent pseudochristi et pseudochristus contra electos, sicut Annas et Caiphas pontifices insurrexerunt in Christum. Erunt ergo tunc tormenta intensive maiora, tempore autem paganorum fuerunt extensive pluriora: nam plusquam per ducentos annos duraverunt. |
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Tab. App. II
[Ap 5, 1; clausura IVi sigilli] Quartus (defectus in nobis claudens intelligentiam huius libri) est nostre libertatis superba indomabilitas. […] In quarta (apertio-ne) vero mors sedens in equo pallido, id est in carne quasi iam emortua palle-scente, domuit et infregit superbam libertatem orientalium ecclesiarum no-lentium subici sedi et fidei Petri. Et certe nichil validius ad infringendam super-biam imperii nostri quam consideratio assidua et experientia humane fragilitatis et mortis, unde Ecclesiastici X° ad retundendam hominis superbiam dicitur: “Quid superbis terra et cinis?” (Ecli 10, 9), et capitulo VII° dicitur: “In omnibus operibus tuis memorare novissima tua et in eternum non peccabis” (Ecli 7, 40). |
[LSA, prologus, Notabile XII] De quarto autem statu, scilicet anachoritarum, dicit Ioachim, libro V° Concordie, quod «proficiendo decrevit, quia et herba tunc magis proficit cum appropinquat ad messem. Nam tempus eius non tam illud esse dicitur in quo incipit quam illud in quo, peracta messione, grana per trituram separantur a paleis. Ordines enim iustorum propria tempora acceperunt non in quibus inceperunt sed in quibus ad consumationem et perfectionem venerunt. Quod autem diximus ordinem quartum, qui est heremitarum et virginum, proficiendo defecisse, timendum est potius quam dicendum. Aperta enim perfectio gloriationem parit, gloriatio exaltationem, exaltationem vero comitatur ruin<a>, quia scriptum est: “ante ruinam exaltatur cor” (Pro 16, 18; 18, 12). Igitur ordo iste quarto tempore claruit, sed mox defecit in illa claritate et in locis illis in quibus visus est floruisse ad horam, et hoc propter malitiam habitantium in eis». Preterea fragilitas humane carnis non patitur tantum statum diu in multitudine perdurare. |
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Inf. XXV, 10-15 (4-5)Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
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Inf. XXX, 13-15 (5)
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Inf. XIV, 61-64 (21-22)Allora il duca mio parlò di forza
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Purg. XII, 61-63 (21)Vedeva Troia in cenere e in caverne;
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Par. XXI, 61-63 (21)“Tu hai l’udir mortal sì come il viso”,
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Inf. I, 73-75 (25)Poeta fui, e cantai di quel giusto
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Inf. XVI, 73-75La gente nuova e i sùbiti guadagni
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Tab. App. III
[LSA, cap. I, Ap 1, 13 (radix Ie visionis)] Tertia (perfectio summo pastori condecens) est sacerdotalis et pontificalis ordinis et integre castitatis et honestatis sanctitudo, unde subdit: “vestitum podere”. Poderis enim erat vestis sacerdotalis et linea pertingens usque ad pedes, propter quod dicta est poderis, id est pedalis: pos enim grece, id est pes latine. Poderis enim, secundum aliquos, erat tunica iacinctina pertingens usque ad pedes, in cuius fimbriis erant tintinabula aurea, et de hac videtur dici illud Sapientie XVI<II>° (Sap 18, 24): “In veste poderis, quam habebat, totus erat orbis terrarum, et parentum magnalia in quattuor ordinibus lapidum erant sculpta”. Dicuntur etiam fuisse in veste poderis quia erant in rationali et superhumerali ipsi poderi immediate superposita. Per utramque autem designatur habitus celestis castitatis et sanctitatis sacerdotes et pontifices condecens, pro cuius ardua plenitudine subdit: “et precinctum ad mamillas zona aurea”.
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Inf. I, 67-69 (23)Rispuosemi: “Non omo, omo già fui,
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Inf. XIX, 67-69Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,
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Inf. XXIII, 67-69Oh in etterno faticoso manto!
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Par. XV, 112-117 (38-39)Bellincion Berti vid’ io andar cinto
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Par. XXIII, 112-114 (38)Lo real manto di tutti i volumi
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Par. XXVII, 112-114 (38)Luce e amor d’un cerchio lui comprende,
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Tab. App. IV.1
[LSA, cap. I, Ap 1, 16-17 (radix Ie visionis)] Decima (perfectio summo pastori condecens) est sue claritatis et virtutis incomprehensibilis gloria, unde subdit: “et facies eius sicut sol lucet in virtute sua”. Sol in tota virtute sua lucet in meridie, et precipue quando aer est serenus expulsa omni nube et grosso vapore, et quidem corporalis facies Christi plus incomparabiliter lucet et viget. Per hoc tamen designatur ineffabilis claritas et virtus sue divinitatis et etiam sue mentis. Splendor etiam iste sue faciei designat apertam et superfulgidam notitiam scripture sacre et faciei, ita quod in sexta etate et precipue in eius sexto statu debet preclarius radiare. In cuius signum Christus post sex dies transfiguratus est in monte in faciem solis (cfr. Mt 17, 1-8), et sub sexto angelo tuba canente videtur angelus habens faciem solis et tenens librum apertum (cfr. Ap 10, 1-2).
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Par. I, 1-9 (1-3)La gloria di colui che tutto move
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Par. XXI, 4-12 (2-4) |
Par. XXVII, 4-9 (2-3) |
Nel ciel che più de la sua luce prende
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E quella non ridea; ma “S’io ridessi”,
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Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso
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Purg. XV, 10-12 (4) |
Purg. XXXII, 4-12 (2-4)Ed essi quinci e quindi avien parete
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quand’ io senti’ a me gravar la fronte
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e la disposizion ch’a veder èe
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Par. XXII, 10-12 (4)Come t’avrebbe trasmutato il canto,
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Par. XXIII, 10-12così la donna mïa stava eretta
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Par. XXVI, 10-12perché la donna che per questa dia
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Par. XXI, 10-12 (4)se non si temperasse, tanto splende,
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Par. XXII, 10-12Come t’avrebbe trasmutato il canto,
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Par. XXIII, 10-12così la donna mïa stava eretta
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Tab. App. IV.2
[LSA, cap. I, Ap 1, 16-17 (radix Ie visionis)] Decima (perfectio summo pastori condecens) est sue claritatis et virtutis incomprehensibilis gloria, unde subdit: “et facies eius sicut sol lucet in virtute sua”. Sol in tota virtute sua lucet in meridie, et precipue quando aer est serenus expulsa omni nube et grosso vapore, et quidem corporalis facies Christi plus incomparabiliter lucet et viget. Per hoc tamen designatur ineffabilis claritas et virtus sue divinitatis et etiam sue mentis. Splendor etiam iste sue faciei designat apertam et superfulgidam notitiam scripture sacre et faciei, ita quod in sexta etate et precipue in eius sexto statu debet preclarius radiare. In cuius signum Christus post sex dies transfiguratus est in monte in faciem solis (cfr. Mt 17, 1-8), et sub sexto angelo tuba canente videtur angelus habens faciem solis et tenens librum apertum (cfr. Ap 10, 1-2).
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Par. XVI, 13-15 (5)onde Beatrice, ch’era un poco scevra,
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Par. XX, 13-15O dolce amor che di riso t’ammanti,
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Purg. IX, 16-18 (6)e che la mente nostra, peregrina
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Par. VII, 16-18Poco sofferse me cotal Beatrice
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Par. XXVIII, 16-18un punto vidi che raggiava lume
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Par. XI, 16-21 (6-7)E io senti’ dentro a quella lumera
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Par. XVIII, 19-21 (7) |
Par. XXX, 19-21 (7) |
“Così com’ io del suo raggio resplendo,
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Vincendo me col lume d’un sorriso,
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La bellezza ch’io vidi si trasmoda
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Purg. I, 19-21 (7)Lo bel pianeto che d’amar conforta
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Purg. II, 19-21Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto
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Par. I, 22-24 (8)O divina virtù, se mi ti presti
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Par. III, 22-24nulla vidi, e ritorsili avanti
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Tab. App. IV.3
Tab. App. IV.4
[LSA, cap. I, Ap 1, 16-17 (radix Ie visionis)] Decima (perfectio summo pastori condecens) est sue claritatis et virtutis incomprehensibilis gloria, unde subdit: “et facies eius sicut sol lucet in virtute sua”. Sol in tota virtute sua lucet in meridie, et precipue quando aer est serenus expulsa omni nube et grosso vapore, et quidem corporalis facies Christi plus incomparabiliter lucet et viget. Per hoc tamen designatur ineffabilis claritas et virtus sue divinitatis et etiam sue mentis. Splendor etiam iste sue faciei designat apertam et superfulgidam notitiam scripture sacre et faciei, ita quod in sexta etate et precipue in eius sexto statu debet preclarius radiare. In cuius signum Christus post sex dies transfiguratus est in monte in faciem solis (cfr. Mt 17, 1-8), et sub sexto angelo tuba canente videtur angelus habens faciem solis et tenens librum apertum (cfr. Ap 10, 1-2).
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Purg. VI, 46-48 (16)Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice;
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Purg. XXX, 46-48per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma
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Par. XXIII, 46-51 (16-17)“Apri li occhi e riguarda qual son io;
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Par. XXXI, 49-51 (17) |
Par. XXXIII, 49-51 (17) |
Io era come quei che si risente
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Vedëa visi a carità süadi,
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Bernardo m’accennava, e sorridea,
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Purg. XXVII, 58-60(20)‘Venite, benedicti Patris mei’,
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Par. X, 58-60 (20)come a quelle parole mi fec’ io;
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Par. XXIII, 58-60 (20)per aiutarmi, al millesmo del vero
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Par. X, 61-63 (21)Non le dispiacque, ma sì se ne rise,
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Par. XXI, 61-63“Tu hai l’udir mortal sì come il viso”,
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Purg. XXVIII, 64-69(22-23)Non credo che splendesse tanto lume
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Par. X, 64-69
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Par. XXIII, 64-69
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Par. IX, 70-72 (24)Per letiziar là sù fulgor s’acquista,
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Par. XV, 70-72Io mi volsi a Beatrice, e quella udio
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Par. XXIII, 70-72Perché la faccia mia sì t’innamora,
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Tab. App. IV.5
[LSA, cap. I, Ap 1, 16-17 (radix Ie visionis)] Decima (perfectio summo pastori condecens) est sue claritatis et virtutis incomprehensibilis gloria, unde subdit: “et facies eius sicut sol lucet in virtute sua”. Sol in tota virtute sua lucet in meridie, et precipue quando aer est serenus expulsa omni nube et grosso vapore, et quidem corporalis facies Christi plus incomparabiliter lucet et viget. Per hoc tamen designatur ineffabilis claritas et virtus sue divinitatis et etiam sue mentis. Splendor etiam iste sue faciei designat apertam et superfulgidam notitiam scripture sacre et faciei, ita quod in sexta etate et precipue in eius sexto statu debet preclarius radiare. In cuius signum Christus post sex dies transfiguratus est in monte in faciem solis (cfr. Mt 17, 1-8), et sub sexto angelo tuba canente videtur angelus habens faciem solis et tenens librum apertum (cfr. Ap 10, 1-2).
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Purg. XXVIII, 76-78 (26) |
Par. XIII, 73-81 (25-27)
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Par. XXX, 76-78 (26) |
“Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido”,
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ma la natura la dà sempre scema,
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Anche soggiunse: “Il fiume e li topazi
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Purg. IX, 79-81 (27)
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Però se ’l caldo amor la chiara vista
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Par. XIV, 79-81 (27)Ma Bëatrice sì bella e ridente
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Purg. II, 82-84 (28)
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Purg. XI, 79-84 (27-28)“Oh!”, diss’ io lui, “non se’ tu Oderisi,
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Par. XXVIII, 79-87 (27-29)Come rimane splendido e sereno
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Purg. XVI, 85-87 (29)Esce di mano a lui che la vagheggia
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Par. XIV, 85-87Ben m’accors’ io ch’io era più levato,
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Par. XXXII, 85-87Riguarda omai ne la faccia che a Cristo
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Tab. App. IV.6
[LSA, cap. I, Ap 1, 16-17 (radix Ie visionis)] Decima (perfectio summo pastori condecens) est sue claritatis et virtutis incomprehensibilis gloria, unde subdit: “et facies eius sicut sol lucet in virtute sua”. Sol in tota virtute sua lucet in meridie, et precipue quando aer est serenus expulsa omni nube et grosso vapore, et quidem corporalis facies Christi plus incomparabiliter lucet et viget. Per hoc tamen designatur ineffabilis claritas et virtus sue divinitatis et etiam sue mentis. Splendor etiam iste sue faciei designat apertam et superfulgidam notitiam scripture sacre et faciei, ita quod in sexta etate et precipue in eius sexto statu debet preclarius radiare. In cuius signum Christus post sex dies transfiguratus est in monte in faciem solis (cfr. Mt 17, 1-8), et sub sexto angelo tuba canente videtur angelus habens faciem solis et tenens librum apertum (cfr. Ap 10, 1-2).
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Purg. XXVIII, 94-96 (32)Per sua difalta qui dimorò poco;
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Purg. XXXIII, 94-96“E se tu ricordar non te ne puoi”,
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Par. I, 94-96S’io fui del primo dubbio disvestito
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Inf. IV, 97-99 (33) |
Par. V, 94-99 (32-33)Quivi la donna mia vid’ io sì lieta,
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Par. XIV, 94-96 (32)ché con tanto lucore e tanto robbi
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Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
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E se la stella si cambiò e rise,
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Purg. XXV, 103-105 (35)Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
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Par. IX, 103-105Non però qui si pente, ma si ride,
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Par. X, 103-105Quell’ altro fiammeggiare esce del riso
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Tab. App. IV.7
[LSA, cap. I, Ap 1, 16-17 (radix Ie visionis)] Decima (perfectio summo pastori condecens) est sue claritatis et virtutis incomprehensibilis gloria, unde subdit: “et facies eius sicut sol lucet in virtute sua”. Sol in tota virtute sua lucet in meridie, et precipue quando aer est serenus expulsa omni nube et grosso vapore, et quidem corporalis facies Christi plus incomparabiliter lucet et viget. Per hoc tamen designatur ineffabilis claritas et virtus sue divinitatis et etiam sue mentis. Splendor etiam iste sue faciei designat apertam et superfulgidam notitiam scripture sacre et faciei, ita quod in sexta etate et precipue in eius sexto statu debet preclarius radiare. In cuius signum Christus post sex dies transfiguratus est in monte in faciem solis (cfr. Mt 17, 1-8), et sub sexto angelo tuba canente videtur angelus habens faciem solis et tenens librum apertum (cfr. Ap 10, 1-2).
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Purg. III, 112-114 (38)
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Purg. XX, 106-108 (36)e la miseria de l’avaro Mida,
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Purg. XXI, 106-114 (36-38)ché riso e pianto son tanto seguaci
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Purg. IV, 121-123 (41)Li atti suoi pigri e le corte parole
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Purg. XXXI, 121-126 (41-42)Come in lo specchio il sol, non altrimenti
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Par. XVII, 121-123 (41)La luce in che rideva il mio tesoro ch’io trovai lì, si fé prima corusca,
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Par. V, 124-126 (42)Io veggio ben sì come tu t’annidi
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Par. XXXIII, 124-126 (42)O luce etterna che sola in te sidi,
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Inf. V, 130-136 (44-46)Per più fïate li occhi ci sospinse
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Par. V, 130-135 (44-45)Questo diss’ io diritto a la lumera
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Par. XXVIII, 133-135 (45)
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Purg. XII, 133-136 (45-46)e con le dita de la destra scempie
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Par. XXII, 133-135 (45)Col viso ritornai per tutte quante
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Par. XXXI, 133-135 (45)Vidi a lor giochi quivi e a lor canti
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Tab. App. V.1
[LSA, cap. II, Ap 2, 2-3.5 (Ia visio, Ia ecclesia)] In sua autem allocutione primo incipit a commendatione, tum ut laudando erigat ipsum ad meliora et confortet ad firmius perseverandum in bonis commendatis, tum ut sequens increpatio meliori animo suscipiatur, sicut prudens surgicus primo palpat suaviter membra sana ut infirmus quietius tolleret percussionem membri infirmi. Commendat autem ipsum de septem. Quorum prima duo respiciunt bonum, sed primum absolute in quantum bonum, secundum vero respicit ipsum in quantum difficile.
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Inf. XXVI, 70-78 (24-26)Ed elli a me: “La tua preghiera è degna
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Inf. XXXIV, 70-78Com’ a lui piacque, il collo li avvinghiai;
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Par. XXII, 73-75 (25)
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Tab. App. V.2
[LSA, cap. II, Ap 2, 4-5 (Ia visio, Ia ecclesia)] Subdit ergo (Ap 2, 4): Secundum est Christi alloquentis hanc ecclesiam et eius episcopum introductio, cum subditur (Ap 2, 1): “Hec dicit qui tenet septem stellas in dextera sua, qui ambulat in medio septem candelabrorum aureorum”. […]
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Inf. X, 61-63 (21)E io a lui: “Da me stesso non vegno:
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Purg. XI, 61-66 (21-22)L’antico sangue e l’opere leggiadre
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Purg. XXII, 64-66 (22)
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ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante,
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Ed elli a lui: “Tu prima m’invïasti
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Par. V, 64-72 (22-24)Non prendan li mortali il voto a ciancia;
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Inf. XIV, 67-72 (23-24)
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cui più si convenia dicer ‘Mal feci’,
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Poi si rivolse a me con miglior labbia,
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Inf. VIII, 97-102 (33-34)“O caro duca mio, che più di sette
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Par. II, 97-102 (33-34)Tre specchi prenderai; e i due rimovi
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Tab. App. V.3
[LSA, cap. II, Ap 2, 4-5 (Ia visio, Ia ecclesia)] “Sed habeo adversum te” (quidam addunt “pauca”, sed non est de textu nisi solum in tertia ecclesia [cfr. Ap 2, 14], non autem hic nec in quarta [cfr. Ap 2, 20]) “quod caritatem tuam primam reliquisti”.
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Inf. X, 91-93 (31)
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Purg. XI, 88-99 (30-33)Di tal superbia qui si paga il fio;
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[LSA, cap. III, Ap 3, 11 (Ia visio VIa ecclesia)] Item sicut soli primo comminatus est translationem sue ecclesie de loco suo, sic soli sexto significat quod, si non perseveraverit, eius corona ad alium transferetur. Cuius mistica ratio est quia sicut primus status habuit primatum respectu totius secundi generalis status mundi, qui ab Apostolo vocatur tempus seu ingressus plenitudinis gentium (Rm 11, 25), sic sextus habebit primatum respectu totius tertii generalis status mundi duraturi usque ad finem seculi. Ne ergo de suo primatu superbiant aut insolescant, quasi non possint ipsum perdere aut quasi alius nequeat substitui eis et fieri eque dignus, insinuatur eis predicta translatio. Secunda ratio est quia uterque eorum substitutus est alteri. Nam gloria que fuerat sinagoge parata et pontificibus suis, si in Christum credidissent, translata fuit ad primitivam ecclesiam et ad pastores eius. Sic etiam gloria parata finali ecclesie quinti status transferetur propter eius adulteria ad electos sexti status, unde et in hoc libro vocatur Babilon meretrix circa initium sexti status dampnanda. Notandum tamen quod per hoc verbum docemur numerum electorum ad complendam fabricam civitatis superne sic esse prefixum quod si unus per suam culpam corruat, alterum oportet substitui ne illa fabrica remaneat incompleta. |
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Tab. App. V.4
[LSA, cap. II, Ap 2, 1-2.5 (Ia visio, Ia ecclesia)] Et ideo prima ecclesia Asie innuitur habuisse primo fervidam cari-tatem et cecidisse ab eius primo fervore. Sic etiam primitiva ecclesia sub apostolis cecidit a primo fervore nimis iudaizando et zelando legalia. Unde et congrue vocatur Ephesus, id est voluntas mea in ea; vel lapsus, quia dum ferveret fuit voluntas Christi in ea ut matris in tenera et novella prole, cum vero lapsa est recte dicitur lapsus.
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Inf. XXXIV, 82-84 (28)
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Purg. I, 78-82 (26-28)ma son del cerchio ove son li occhi casti
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Par. I, 85-87 (29)
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Inf. I, 82-87 (28-29)
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Purg. XI, 79-84 (27-28)“Oh!”, diss’ io lui, “non se’ tu Oderisi,
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Inf. V, 88-93 (30-31)
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Purg. V, 85-90 (29-30)Poi disse un altro: “Deh, se quel disio
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[Ap 22, 2; VIIa visio] In quarto (duo-decim fructuum; plenitudo pietatis) autem sunt: Ihesus pastor sollicitus, ut cum Matthei IX° dicitur quod “circuibat civitates et castella docens et curans omnem langorem”, et “videns turbas misertus est eis, quia erant sicut oves non habentes pastorem” (Mt 9, 35-36), et cum Iohannis X° ait: “Ego sum pastor bonus” (Jo 10, 14) […] |
Tab. App. VI
[LSA, cap. II, Ap 2, 1.18.21-23; Ia visio, IVa ecclesia] (2, 1) Increpatur tamen, quia permittebat Iesabelem seducere servos suos ut fornicarentur et comessarentur de idolaticis. Solitarii enim et contemplativi negligere solent correctionem aliorum, tamquam iudicantes soli sibi esse vacandum. Quidam etiam ex eis, propter excessus contemplationis et macerationis corpore fracti, de facili solent a sociis suaderi ut indulgeant sue carni, ita quod ex hoc plus debito delicatis utantur. […]
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Par. III, 22-24 (8)e nulla vidi, e ritorsili avanti
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Par. XXIII, 22-24Pariemi che ’l suo viso ardesse tutto,
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Inf. XIV, 31-33 (11)Quali Alessandro in quelle parti calde
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Par. XXII, 31-33Poi dentro a lei udi’: “Se tu vedessi
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Inf. XX, 37-39 (13)Mira c’ha fatto petto de le spalle;
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Purg. III, 37-39State contenti, umana gente, al quia;
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Purg. XIX, 37-39Sù mi levai, e tutti eran già pieni
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Inf. XIV, 73-75 (25)Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
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Par. XXII, 73-75Ma, per salirla, mo nessun diparte
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Inf. X, 76-78 (26)e sé continüando al primo detto,
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Purg. VI, 76-78Ahi serva Italia, di dolore ostello,
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Inf. VII, 82-84 (28)per ch’una gente impera e l’altra langue,
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Par. XXI, 82-84poi rispuose l’amor che v’era dentro:
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Par. XXII, 82-84ché quantunque la Chiesa guarda, tutto
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Inf. XVII, 106-111 (36-37)Maggior paura non credo che fosse
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Purg. XVIII, 106-108 (36)O gente in cui fervore aguto adesso
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Purg. VI, 118-120 (40)E se licito m’è, o sommo Giove
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Purg. XVIII, 118-126 (40-42)Io fui abate in San Zeno a Verona
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Purg. XXIX, 118-120 (40)quel del Sol che, svïando, fu combusto
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Tab. App. VII
[LSA, cap. III, Ap 3, 9; Ia visio, VIa ecclesia] Unde subdit: “Ecce faciam illos”, scilicet tales esse, “ut veniant”, id est per influxum mee gratie tantam immutationem cordis faciam in eos ut veniant. Vel sensus est: “faciam” ut illi “veniant et adorent ante pedes tuos”, scilicet querendo humillime et devotissime a te doceri et baptizari et regi. Adorare sumitur hic pro vehementer ipsum venerari et cum signis maxime subiectionis et humiliationis, puta prosternendo se ante pedes eius. Vel potest esse sensus: “et adorent”, scilicet me, “ante pedes tuos”, id est prostrati ante te confitebuntur se credere in me. |
[LSA, cap. XV, Ap 15, 3-4; radix Ve visionis] Unde subditur: “(Ap 15, 2) Habentes citharas Dei (Ap 15, 3) et cantantes canticum Moysi servi Dei et canticum Agni”. Canticum utriusque in hoc convenit, quod uterque cantavit de pia liberatione electorum et de terribili submersione seu perditione hostium. Differunt autem in hoc, quod canticum Moysi fuit sicut servi, cuius est timere Dominum terribilem in iudiciis; canticum vero Agni fuit vere filii mitissimi, cuius est filialiter amare patrem et consequi eius hereditatem. Ergo isti cantant simul canticum timoris ut servi et amoris ut filii, et hoc ipsum patet ex materia cantici eorum, unde subditur: “dicentes: Magna”, scilicet in se, “et mirabilia”, scilicet contemplantibus, “sunt opera tua, Domine Deus omnipotens”. Pro operibus autem seu iudiciis iustitie, subdunt: “Iuste et vere vie tue”, id est opera tua, “rex seculorum. (Ap 15, 4) Quis non timebit te, Domine, et magnificabit nomen tuum?”.
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Inf. V, 79-87 (27-29)Sì tosto come il vento a noi li piega,
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Par. XXXI, 79-90 (27-30)“O donna in cui la mia speranza vige,
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Purg. IX, 106-111 (36-37)Per li tre gradi sù di buona voglia
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Purg. XXXII, 106-108 (36)Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi
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Tab. App. VIII.1
[LSA, cap. III, Ap 3, 12 (Ia visio, VIa ecclesia)] Sexta victoria est victoriosus ingressus in Christum, qui fit per totalem configurationem et transformationem mentis in ipsum, quod utique proprie competit sexto statui. Hiis autem promittitur premium de quo sexte ecclesie dicitur: “Qui vicerit, faciam illum columpnam in templo Dei mei, et foras non egredietur amplius; et scribam super illum nomen Dei mei et nomen civitatis Dei mei, nove Iherusalem, que descendit de celo a Deo meo et nomen meum novum” (Ap 3, 12). […] Quantum autem ad hoc premium, nota quod quia intrans in Deum recipit intra se Deum, ita quod et Deus intrat in ipsum, ideo hunc duplicem intrandi respectum hic ponit. Primum enim ponit sub typo columpne intra templum existentis et inde non egressure; secundum vero sub typo scripture per quam nomen Dei et sue civitatis inscribitur menti. Et secundum hoc templum significat Deum, prout infra XX<I°> dicitur: “Dominus Deus templum illius est”, scilicet civitatis Dei (Ap 21, 22). Sumendo tamen templum pro ecclesia sustentata a perfectis quasi a columpnis eius, tunc sub alio respectu significatur duplex ingressus. Quia enim et Deum et eius cultum intramus primo per professionis statum, per quem quis in Dei ecclesia et religione statuitur; secundo per contemplationis actum, per quem Deus cum suis operibus apprehenditur, idcirco primum significat per immobilem statum columpne in templo; secundum vero per inscriptionem divinorum in animo. Columpna autem, sic stans, est longa et a fundo usque ad tectum erecta et solida ac sufficienter densa, et rotunda communiter vel quadrata, et firmiter fixa templique sustentativa et decorativa. Sic autem stat in Dei ecclesia vel religione vir evangelicus Christo totus configuratus, sic etiam suo modo stat in celesti curia. Nam superiores ordines sunt sustentativi universitatis inferiorum, ipsorumque humilis simplicitas et simplex spiritualitas se habet ad minorem simplicitatem et quasi ad grossiciem inferiorum sicut centrum ad speram aut sicut spiritus ad corpus. Et ideo templum occupat maius spatium quam columpna ipsum sustentans.
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Par. XI, 13-15 (5)
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Par. XXIII, 7-12 (3-4)previene il tempo in su aperta frasca,
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Par. XXXI, 7-12 (3-4)sì come schiera d’ape che s’infiora
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[LSA, cap. XIX, Ap 19, 17-18 (VIa visio)] “Et vidi unum angelum stantem in sole” (Ap 19, 17). Iste designat altissimos et preclarissimos contemplativos doctores illius temporis, quorum mens et vita et contemplatio erit tota infixa in solari luce Christi et scripturarum sanctarum, et secundum Ioachim inter ceteros precipue designat Heliam. “Et clamavit voce magna omnibus avibus que volabant per medium celi”, id est omnibus evangelicis et contemplativis illius temporis: “Venite, congregamini ad cenam Dei magnam”, id est ad spirituale et serotinum convivium Christi, in quo quidem devorabitur universitas moriture carnis, ut transeat quod carnale est et maneat quod spirituale est. |
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Tab. App. VIII.2
[LSA, cap. III, Ap 3, 12 (Ia visio, VIa ecclesia)] Sexta victoria est victoriosus ingressus in Christum, qui fit per totalem configurationem et transformationem mentis in ipsum, quod utique proprie competit sexto statui. Hiis autem promittitur premium de quo sexte ecclesie dicitur: “Qui vicerit, faciam illum columpnam in templo Dei mei, et foras non egredietur amplius; et scribam super illum nomen Dei mei et nomen civitatis Dei mei, nove Iherusalem, que descendit de celo a Deo meo et nomen meum novum” (Ap 3, 12). […] Quantum autem ad hoc premium, nota quod quia intrans in Deum recipit intra se Deum, ita quod et Deus intrat in ipsum, ideo hunc duplicem intrandi respectum hic ponit. Primum enim ponit sub typo columpne intra templum existentis et inde non egressure; secundum vero sub typo scripture per quam nomen Dei et sue civitatis inscribitur menti. Et secundum hoc templum significat Deum, prout infra XX<I°> dicitur: “Dominus Deus templum illius est”, scilicet civitatis Dei (Ap 21, 22). Sumendo tamen templum pro ecclesia sustentata a perfectis quasi a columpnis eius, tunc sub alio respectu significatur duplex ingressus. Quia enim et Deum et eius cultum intramus primo per professionis statum, per quem quis in Dei ecclesia et religione statuitur; secundo per contemplationis actum, per quem Deus cum suis operibus apprehenditur, idcirco primum significat per immobilem statum columpne in templo; secundum vero per inscriptionem divinorum in animo. Columpna autem, sic stans, est longa et a fundo usque ad tectum erecta et solida ac sufficienter densa, et rotunda communiter vel quadrata, et firmiter fixa templique sustentativa et decorativa. Sic autem stat in Dei ecclesia vel religione vir evangelicus Christo totus configuratus, sic etiam suo modo stat in celesti curia. Nam superiores ordines sunt sustentativi universitatis inferiorum, ipsorumque humilis simplicitas et simplex spiritualitas se habet ad minorem simplicitatem et quasi ad grossiciem inferiorum sicut centrum ad speram aut sicut spiritus ad corpus. Et ideo templum occupat maius spatium quam columpna ipsum sustentans.
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Inf. XVIII, 43-45 (15)Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi;
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Purg. XXIV, 43-45“Femmina è nata, e non porta ancor benda”,
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Par. XXXI, 43-45E quasi peregrin che si ricrea
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Purg. I, 52-54 (18)Poscia rispuose lui: “Da me non venni:
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Par. XXXI, 52-57 (18-19)La forma general di paradiso
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Inf. II, 82-84 (28)Ma dimmi la cagion che non ti guardi
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Inf. XV, 82-85 (28-29)ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,
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Purg. II, 97-99 (33)ché di giusto voler lo suo si face:
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Purg. XXVI, 97-102 (33-34)quand’ io odo nomar sé stesso il padre
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Inf. XXI, 100-102 (34)Ei chinavan li raffi e “Vuo’ che ’l tocchi”,
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Purg. III, 100-102Così ’l maestro; e quella gente degna
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Tab. App. VIII.3
[LSA, cap. III, Ap 3, 12 (Ia visio, VIa ecclesia)] Sexta victoria est victoriosus ingressus in Christum, qui fit per totalem configurationem et transformationem mentis in ipsum, quod utique proprie competit sexto statui. Hiis autem promittitur premium de quo sexte ecclesie dicitur: “Qui vicerit, faciam illum columpnam in templo Dei mei, et foras non egredietur amplius; et scribam super illum nomen Dei mei et nomen civitatis Dei mei, nove Iherusalem, que descendit de celo a Deo meo et nomen meum novum” (Ap 3, 12). […] Quantum autem ad hoc premium, nota quod quia intrans in Deum recipit intra se Deum, ita quod et Deus intrat in ipsum, ideo hunc duplicem intrandi respectum hic ponit. Primum enim ponit sub typo columpne intra templum existentis et inde non egressure; secundum vero sub typo scripture per quam nomen Dei et sue civitatis inscribitur menti. Et secundum hoc templum significat Deum, prout infra XX<I°> dicitur: “Dominus Deus templum illius est”, scilicet civitatis Dei (Ap 21, 22). Sumendo tamen templum pro ecclesia sustentata a perfectis quasi a columpnis eius, tunc sub alio respectu significatur duplex ingressus. Quia enim et Deum et eius cultum intramus primo per professionis statum, per quem quis in Dei ecclesia et religione statuitur; secundo per contemplationis actum, per quem Deus cum suis operibus apprehenditur, idcirco primum significat per immobilem statum columpne in templo; secundum vero per inscriptionem divinorum in animo. Columpna autem, sic stans, est longa et a fundo usque ad tectum erecta et solida ac sufficienter densa, et rotunda communiter vel quadrata, et firmiter fixa templique sustentativa et decorativa. Sic autem stat in Dei ecclesia vel religione vir evangelicus Christo totus configuratus, sic etiam suo modo stat in celesti curia. Nam superiores ordines sunt sustentativi universitatis inferiorum, ipsorumque humilis simplicitas et simplex spiritualitas se habet ad minorem simplicitatem et quasi ad grossiciem inferiorum sicut centrum ad speram aut sicut spiritus ad corpus. Et ideo templum occupat maius spatium quam columpna ipsum sustentans.
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Purg. XXXIII, 103-108 (35-36)
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Par. XXX, 100-105 (34-35)
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Par. XXXIII, 97-105 (33-35)Così la mente mia, tutta sospesa,
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[LSA, cap. XIX, Ap 19, 17-18 (VIa visio)] “Et vidi unum angelum stantem in sole” (Ap 19, 17). Iste designat altissimos et preclarissimos contemplativos doctores illius temporis, quorum mens et vita et contemplatio erit tota infixa in solari luce Christi et scripturarum sanctarum, et secundum Ioachim inter ceteros precipue designat Heliam. “Et clamavit voce magna omnibus avibus que volabant per medium celi”, id est omnibus evangelicis et contemplativis illius temporis: “Venite, congregamini ad cenam Dei magnam”, id est ad spirituale et serotinum convivium Christi, in quo quidem devorabitur universitas moriture carnis, ut transeat quod carnale est et maneat quod spirituale est. |
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Tab. App. VIII.4
[LSA, cap. III, Ap 3, 12 (Ia visio, VIa ecclesia)] Sexta victoria est victoriosus ingressus in Christum, qui fit per totalem configurationem et transformationem mentis in ipsum, quod utique proprie competit sexto statui. Hiis autem promittitur premium de quo sexte ecclesie dicitur: “Qui vicerit, faciam illum columpnam in templo Dei mei, et foras non egredietur amplius; et scribam super illum nomen Dei mei et nomen civitatis Dei mei, nove Iherusalem, que descendit de celo a Deo meo et nomen meum novum” (Ap 3, 12). […] Quantum autem ad hoc premium, nota quod quia intrans in Deum recipit intra se Deum, ita quod et Deus intrat in ipsum, ideo hunc duplicem intrandi respectum hic ponit. Primum enim ponit sub typo columpne intra templum existentis et inde non egressure; secundum vero sub typo scripture per quam nomen Dei et sue civitatis inscribitur menti. Et secundum hoc templum significat Deum, prout infra XX<I°> dicitur: “Dominus Deus templum illius est”, scilicet civitatis Dei (Ap 21, 22). Sumendo tamen templum pro ecclesia sustentata a perfectis quasi a columpnis eius, tunc sub alio respectu significatur duplex ingressus. Quia enim et Deum et eius cultum intramus primo per professionis statum, per quem quis in Dei ecclesia et religione statuitur; secundo per contemplationis actum, per quem Deus cum suis operibus apprehenditur, idcirco primum significat per immobilem statum columpne in templo; secundum vero per inscriptionem divinorum in animo. Columpna autem, sic stans, est longa et a fundo usque ad tectum erecta et solida ac sufficienter densa, et rotunda communiter vel quadrata, et firmiter fixa templique sustentativa et decorativa. Sic autem stat in Dei ecclesia vel religione vir evangelicus Christo totus configuratus, sic etiam suo modo stat in celesti curia. Nam superiores ordines sunt sustentativi universitatis inferiorum, ipsorumque humilis simplicitas et simplex spiritualitas se habet ad minorem simplicitatem et quasi ad grossiciem inferiorum sicut centrum ad speram aut sicut spiritus ad corpus. Et ideo templum occupat maius spatium quam columpna ipsum sustentans.
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Par. IX, 106-108 (36)Qui si rimira ne l’arte ch’addorna
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Par. XXX, 109-114 (37-38)
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Par. XXXI, 109-111 (37)
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Purg. X, 130-132 (44)Come per sostentar solaio o tetto,
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Par. XXX, 130-132Vedi nostra città quant’ ella gira;
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Tab. App. VIII.5
[LSA, cap. III, Ap 3, 12 (Ia visio, VIa ecclesia)] Sexta victoria est victoriosus ingressus in Christum, qui fit per totalem configurationem et transformationem mentis in ipsum, quod utique proprie competit sexto statui. Hiis autem promittitur premium de quo sexte ecclesie dicitur: “Qui vicerit, faciam illum columpnam in templo Dei mei, et foras non egredietur amplius; et scribam super illum nomen Dei mei et nomen civitatis Dei mei, nove Iherusalem, que descendit de celo a Deo meo et nomen meum novum” (Ap 3, 12). […] Quantum autem ad hoc premium, nota quod quia intrans in Deum recipit intra se Deum, ita quod et Deus intrat in ipsum, ideo hunc duplicem intrandi respectum hic ponit. Primum enim ponit sub typo columpne intra templum existentis et inde non egressure; secundum vero sub typo scripture per quam nomen Dei et sue civitatis inscribitur menti. Et secundum hoc templum significat Deum, prout infra XX<I°> dicitur: “Dominus Deus templum illius est”, scilicet civitatis Dei (Ap 21, 22). Sumendo tamen templum pro ecclesia sustentata a perfectis quasi a columpnis eius, tunc sub alio respectu significatur duplex ingressus. Quia enim et Deum et eius cultum intramus primo per professionis statum, per quem quis in Dei ecclesia et religione statuitur; secundo per contemplationis actum, per quem Deus cum suis operibus apprehenditur, idcirco primum significat per immobilem statum columpne in templo; secundum vero per inscriptionem divinorum in animo. Columpna autem, sic stans, est longa et a fundo usque ad tectum erecta et solida ac sufficienter densa, et rotunda communiter vel quadrata, et firmiter fixa templique sustentativa et decorativa. Sic autem stat in Dei ecclesia vel religione vir evangelicus Christo totus configuratus, sic etiam suo modo stat in celesti curia. Nam superiores ordines sunt sustentativi universitatis inferiorum, ipsorumque humilis simplicitas et simplex spiritualitas se habet ad minorem simplicitatem et quasi ad grossiciem inferiorum sicut centrum ad speram aut sicut spiritus ad corpus. Et ideo templum occupat maius spatium quam columpna ipsum sustentans.
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Purg. III, 133-135 (45)
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Purg. V, 130-136 (44-45)
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Purg. XXVI, 127-132 (43-44)Or se tu hai sì ampio privilegio,
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Inf. XVI, 133-136 (45)sì come torna colui che va giuso
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Inf. XXXIV, 133-139 (45-46)Lo duca e io per quel cammino ascoso
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Par. XXXIII, 133-138 (45-46)Qual è ’l geomètra che tutto s’affige
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Tab. App. IX.1
[LSA, cap. IV, Ap 4, 2-3 (radix IIe visionis)] Quoniam autem presentatio seu descriptio summe magnificentie et reverentie et sapientie maiestatis Dei et assistentium sibi plurimum confert ad advertendum profundam et altam et gloriosam continentiam huius libri a Dei dextera tenti, idcirco in prima parte magnificatur Dei maiestas ex septem. Primo scilicet ex sue sedis alta eminentia. Secundo ex Dei admirabili forma, ibi: “Et qui sedebat” (Ap 4, 3). Tertio ex sue sedis archuali refulgentia, ibi: “Iris erat” (ibid.). Quarto ex viginti quattuor seniorum sollempnium et suarum sedium circumassistentia, ibi: “Et in circuitu sedis” (Ap 4, 4). Quinto ex fulgurum ac vocum et tonitruorum emissione valida a sede divina, ibi: “Et de trono procedebant fulgura” (Ap 4, 5). Sexto ex septem lampadum et maris preclari obsequiosa seu adornatoria ante sedem coassistentia, ibi: “Et septem lampades” (ibid.). Septimo ex quattuor animalium sedem Dei portantium stupenda forma et iubilatoria laudum Dei resonantia, et iterum ex dictorum seniorum concord<i> ad laudem animalium correspondentia, ibi: “Et in medio sedis” (Ap 4, 6). Dicit ergo (Ap 4, 2): “Et ecce sedes posita erat in celo, et supra sedem sedens”, scilicet erat. Deus enim Pater apparebat ei quasi sub specie regis sedentis super solium. Per hanc autem sedem significatur primo altissima stabilitas essentie Dei, in qua et per quam Deus maiestative existit. Secundo quelibet mens sancta et precipue perfecta, inter quas prima est Christi mater. Tertio suprema angelorum hierarchia, cuius ordo tertius vocatur troni vel sedes, et de secundo ordine dicitur in Psalmo (Ps 79, 2; 98, 1): “Qui sedes super cherubin”, et idem monstratur Ezechielis capitulo primo et decimo (Ez 1, 26; 10, 1). Tota etiam ecclesia triumphans et tota ecclesia militans sunt sedes Dei. Quelibet etiam metropolitana ecclesia et precipue illa que est caput omnium, scilicet romana, dicitur sedes Dei.
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Purg. XXVIII, 61-63 (21)Tosto che fu là dove l’erbe sono
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Par. IX, 61-63Sù sono specchi, voi dicete Troni,
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Purg. XXVIII, 103-111 (35-37)Or perché in circuito tutto quanto
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Par. XXVIII, 103-105 (35)Quelli altri amori che ’ntorno li vonno,
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Par. XXXI, 103-108 (35-36)Qual è colui che forse di Croazia
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Inf. IV, 115-120 (39-40)Traemmoci così da l’un de’ canti,
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Par. XXXIII, 115-120Ne la profonda e chiara sussistenza
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Tab. App. IX.2
[LSA, cap. IV, Ap 4, 3-4 (IIa visio, radix)] “Et qui sedebat, similis erat aspectui”, id est aspectibili seu visibili forme, “lapidis iaspidis et sardini” (Ap 4, 3). Lapidi dicitur similis, quia Deus est per naturam firmus et immutabilis et in sua iustitia solidus et stabilis, et firmiter regit et statuit omnia per potentiam infrangibilem proprie virtutis. […]
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Par. XI, 28-30 (10)
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Par. XXVI, 25-27 (9)E io: “Per filosofici argomenti
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Purg. XXXI, 106-108 (36)Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
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Par. XII, 106-108Se tal fu l’una rota de la biga
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Inf. IV, 130-135 (44-45)Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
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Purg. XXIX, 136-138 (46)
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Par. XXVII, 139-141 (47)
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Tab. App. IX.3
[LSA, cap. IV, Ap 4, 5 (radix IIe visionis)] “Et de trono procedebant” (Ap 4, 5), vel secundum aliam litteram “procedunt”, “fulgura et voces et tonitrua” […] et “voces” rationabilis ac temperate predicationis […] Voces enim in terra fiunt, tonitrua vero in celo seu ethere, vocesque sunt modice respectu tonitruorum.[LSA, cap. XI, Ap 11, 19 (radix IVe visionis)] “et voces”, id est et suaves ac rationabiles persuasiones et predicationes sunt facte. |
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Purg. X, 34-39 (12-13) |
Par. XIV, 34-36 (12) |
Par. XVI, 31-33 (11)e come a li occhi miei si fé più bella,
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L’angel che venne in terra col decreto
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E io udi’ ne la luce più dia
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Tab. App. X
[Ap 5, 8; radix IIe visionis] Phiale <igitur> iste sunt corda sanctorum per sapientiam lucida, per caritatem dilatata, et per contemplationem splendidam et flammeam aurea, et per devotarum orationum redundantiam odoramentis plena. Sicut enim odoramenta per ignem elicata sursum ascendunt totamque domum replent suo odore, sic devote orationes ad Dei presentiam ascendunt et pertingunt, eique suavissime placent et etiam toti curie celesti et subcelesti. Sicut <etiam> diffusio odoris spiratur invisibiliter ab odoramentis, sic devote affectiones orantium spirantur invisibiliter et latissime diffunduntur ad varias rationes dilecti et ad varias rationes sancti amoris, prout patet ex multiformi varietate sanctorum affectuum qui exprimuntur et exercentur in psalmis. Patet autem, secundum modum Ricardi, quare citharas premisit ante phialas, quia activa communiter precedit contemplativam. Sequendo etiam alterum modum, premittit convenienter citharas, quia nisi corde virtutum sint in cithara mentis disposite prout congruit laudi Dei, non potest haberi phiala cordis plena devotis desideriis et suspiriis et meditationibus ignitis et odoriferis, sicut nec iubilatio laudis potest perfecte exerceri nisi preeat plenitudo odoramentorum. Patet autem, secundum modum Ricardi, quare citharas premisit ante phialas, quia activa communiter precedit contemplativam. Sequendo etiam alterum modum, premittit convenienter citharas, quia nisi corde virtutum sint in cithara mentis disposite prout congruit laudi Dei, non potest haberi phiala cordis plena devotis desideriis et suspiriis et meditationibus ignitis et odoriferis, sicut nec iubilatio laudis potest perfecte eerceri nisi preeat plenitudo odoramentorum. |
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Purg. XXIX, 1-6 (1-2)Cantando come donna innamorata,
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Par. X, 1-3 (1)Guardando nel suo Figlio con l’Amore
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Par. XV, 1-3 (1)Benigna volontade in che si liqua
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Par. XXIII, 103-105 (35)“Io sono amore angelico, che giro
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Par. XXXII, 103-105qual è quell’ angel che con tanto gioco
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Par. II, 124-129 (42-43)Riguarda bene omai sì com’ io vado
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Par. XIV, 127-129 (43) |
Par. XXXI, 124-129 (42-43)E come quivi ove s’aspetta il temo
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Lo moto e la virtù d’i santi giri,
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Ïo m’innamorava tanto quinci,
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così quella pacifica oriafiamma
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Par. XXIV, 82-84 (42)Così spirò di quello amore acceso;
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Par. XXV, 82–84Indi spirò: “L’amore ond’ ïo avvampo
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Par. VII, 142-144 (48) [148 vv.]ma vostra vita sanza mezzo spira
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Par. X, 142-144 [148 vv.]che l’una parte e l’altra tira e urge,
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Tab. App. XI
[LSA, cap. VI, Ap 6, 4 (IIa visio, apertio IIi sigilli)] Subdit ergo: “Et ecce alius”, id est ab equo albo valde diversus, “equus rufus”, id est exercitus paganorum effusione sanguinis sanctorum rubicundus. “Et qui sedebat super eum”, scilicet romanus imperator vel diabolus, “datum est ei ut sumeret”, id est ut auferret, “pacem de terra”, id est a Deo permissum est ut persequeretur fideles; “et ut invicem se interficiant”, id est ut pagani interficerent corpora fidelium et etiam quorundam fidem, sancti vero interficerent infidelitatem et pravam vitam plurium paganorum, convertendo scilicet eos ad Christum. Vel, secundum Ricardum, “ut invicem se interficiant”, id est ut ipsi persecutores non solum interficiant alienos et remotos, sed etiam suos parentes et notos et domesticos et vicinos. |
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Inf. V, 97-108 (33-36)“Siede la terra dove nata fui
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Inf. XXIII, 103-108 (35-36)
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Tab. App. XII
[LSA, cap. VI, Ap 6, 7-8 (IIa visio, apertio IVi sigilli)] “Et ecce equus pallidus” (Ap 6, 8), id est, secundum Ricardum, ypocritarum cetus per nimiam carnis macerationem pallidus et moribundus. “Et qui sedebat super eum”, scilicet diabolus, qui per pravam intentionem ypocritarum sedet in eis et per eos malitiam suam exercet, “nomen illi mors”. Hoc enim nomen bene diabolo convenit, quia per eum mors incepit et alios ad mortem trahere non cessat. “Et infernus”, id est omnes in inferno dampnandi, “sequeb<atur> eum”, quia omnes tales eum imitantur. “Et data est illi” id est diabolo, “potestas” scilicet per divinam permissionem, “super quattuor partes terre” id est super omnes terrenis inherentes, “interficere” eos “gladio” scilicet peccati, “et fame” scilicet verbi Dei, “et morte” id est languore corporis vel pestilentia seu tabe mortifera, “et bestiis” id est a bestialibus moribus. […]
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Inf. I, 88-90 (30)Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
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Inf. XIV, 88-90 (30)
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Inf. XXIX, 88-93 (30-31)“dinne s’alcun Latino è tra costoro
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Par. XI, 118-121 (40-41)Pensa oramai qual fu colui che degno
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Par. XXI, 118-121Render solea quel chiostro a questi cieli
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Tab. App. XIII.1
[LSA, cap. VII, Ap 7, 3 (IIa visio, apertio VIi sigilli)] Clamat ergo (Ap 7, 3): “Nolite”, id est non audeatis; vel si ad bonos angelos loquitur, dicit “nolite” quia, ex quo ipse prohibuit, non debuerunt velle; “nocere”, scilicet per effrenatam temptationem vel per predicationis et gratie impeditionem, “terre et mari neque arboribus, quoadusque signemus servos Dei nostri in frontibus eorum”.
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Purg. XXIV, 10-18 (4-6)“Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda;
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Par. XXV, 10-18però che ne la fede, che fa conte
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Purg. XXI, 19-24 (7-8)
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Purg. XXXII, 16-24 (6-8)vidi ’n sul braccio destro esser rivolto
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Par. XVI, 22-27 (8-9) |
“Come!”, diss’ elli, e parte andavam forte:
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Come sotto li scudi per salvarsi
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E ’l dottor mio: “Se tu riguardi a’ segni
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quella milizia del celeste regno
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Ditemi dunque, cara mia primizia,
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Inf. XVIII, 28-33 (10-11)come i Roman per l’essercito molto,
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Inf. XXXIII, 31-33 (11) |
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che da l’un lato tutti hanno la fronte
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Con cagne magre, studïose e conte
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Tab. App. XIII.2
[Ap 7, 3] Clamat ergo (Ap 7, 3): “Nolite”, id est non audeatis; vel si ad bonos angelos loquitur, dicit “nolite” quia, ex quo ipse prohibuit, non debuerunt velle; “nocere”, scilicet per effrenatam temptationem vel per predicationis et gratie impeditionem, “terre et mari neque arboribus, quoadusque signemus servos Dei nostri in frontibus eorum”.
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Par. XII, 37-42 (13-14)
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Par. XVI, 40-42 (14) |
Par. XXV, 40-42 (14) |
quando lo ’mperador che sempre regna
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Li antichi miei e io nacqui nel loco
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“Poi che per grazia vuol che tu t’affronti
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Inf. III, 52-60 (18-20)E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
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Par. XXIV, 52-60 (18-20)“Dì, buon Cristiano, fatti manifesto:
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Par. XXV, 52-57 (18-19)“La Chiesa militante alcun figliuolo
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Inf. X, 73-75 (25)Ma quell’ altro magnanimo, a cui posta restato m’era, non mutò aspetto,
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Inf. XXII, 73-75Draghignazzo anco i volle dar di piglio
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Inf. IV, 100-102 (34)e più d’onore ancora assai mi fenno,
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Par. VI, 100-102 (34)L’uno al pubblico segno i gigli gialli
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Inf. II, 103-105 (35)Disse: – Beatrice, loda di Dio vera,
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Purg. XIII, 103-105“Spirto”, diss’ io, “che per salir ti dome,
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Par. VI, 103-105
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Tab. App. XIII.3
[Ap 7, 3] Clamat ergo (Ap 7, 3): “Nolite”, id est non audeatis; vel si ad bonos angelos loquitur, dicit “nolite” quia, ex quo ipse prohibuit, non debuerunt velle; “nocere”, scilicet per effrenatam temptationem vel per predicationis et gratie impeditionem, “terre et mari neque arboribus, quoadusque signemus servos Dei nostri in frontibus eorum”.
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Inf. II, 121-126 (41-42)Dunque: che è? perché, perché restai,
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Par. XVIII, 121-126sì ch’un’altra fïata omai s’adiri
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Purg. XI, 133-135 (45) |
Par. XII, 130-135 (44-45)Illuminato e Augustin son quici,
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“Quando vivea più glorïoso”, disse,
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Ugo da San Vittore è qui con elli,
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Purg. XXVII, 139-142 (47)Non aspettar mio dir più né mio cenno;
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Par. IX, 139-142 (47)Ma Vaticano e l’altre parti elette
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Par. XV, 139-141 (47)Poi seguitai lo ’mperador Currado;
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Tab. App. XIV.1
[LSA, cap. VII, Ap 7, 9.13-14 (apertio VIi sigilli)] Sequitur (Ap 7, 9): “Post h<e>c vidi turbam magnam”. Non dicit “post hec” ex hoc quod tota hec turba convertatur post predictos signatos, sed quia ista per imitationem sequetur illos tamquam perfectiores et exemplares, iuxta quod pedites in exercitu sequuntur equites et duces. “Quam dinumerare nemo poterat”, non quod sit simpliciter et secundum se numeri infiniti vel confusi, immo erit secundum legem Dei et secundum mensuram et proportionem ecclesiastice fabrice et eterne glorie mensuratus et prefixus. “Turbam”, inquam, non solum ex una gente vel lingua existente<m>, sed “ex omnibus gentibus et tribubus et populis et linguis stantes ante tronum”, id est ante regiam dignitatem divine maiestatis designatam per tronum. Vel “ante tronum”, id est ante generalem ecclesiam Dei, vel ante supercelestem, vel ante priorem ecclesiam sanctorum. […]
|
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Purg. VII, 1-3 (1)Poscia che l’accoglienze oneste e liete
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Purg. XIV, 1-6 (1-2)“Chi è costui che ’l nostro monte cerchia
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Inf. VIII, 7-9 (3)E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;
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Purg. VII, 7-9“Io son Virgilio; e per null’ altro rio
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Inf. II, 16-18 (6)Però, se l’avversario d’ogne male
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Inf. IX, 19-21 (7) |
Purg. XXVI, 16-21 (6-7)“O tu che vai, non per esser più tardo,
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Questa question fec’ io; e quei: “Di rado
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Né solo a me la tua risposta è uopo;
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Purg. XXVI, 25-27 (9)Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora
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Par. XVI, 25-27ditemi de l’ovil di San Giovanni
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Inf. XV, 28-30 (10) |
Purg. XVI, 25-30 (9-10)“Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi,
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Par. XVI, 25-30 (9-10)“ditemi de l’ovil di San Giovanni
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la conoscenza süa al mio ’ntelletto;
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Così per una voce detto fue;
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Come s’avviva a lo spirar d’i venti
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Tab. App. XIV.2
[Ap 7, 9.13-14] Sequitur (Ap 7, 9): “Post h<e>c vidi turbam magnam”. Non dicit “post hec” ex hoc quod tota hec turba convertatur post predictos signatos, sed quia ista per imitationem sequetur illos tamquam perfectiores et exemplares, iuxta quod pedites in exercitu sequuntur equites et duces. “Quam dinumerare nemo poterat”, non quod sit simpliciter et secundum se numeri infiniti vel confusi, immo erit secundum legem Dei et secundum mensuram et proportionem ecclesiastice fabrice et eterne glorie mensuratus et prefixus. “Turbam”, inquam, non solum ex una gente vel lingua existente<m>, sed “ex omnibus gentibus et tribubus et populis et linguis stantes ante tronum”, id est ante regiam dignitatem divine maiestatis designatam per tronum. Vel “ante tronum”, id est ante generalem ecclesiam Dei, vel ante supercelestem, vel ante priorem ecclesiam sanctorum. […]
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||
Inf. III, 31-33 (11)E io ch’avea d’error la testa cinta,
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Inf. IV, 31-33Lo buon maestro a me: “Tu non dimandi
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Inf. XIX, 31-33“Chi è colui, maestro, che si cruccia
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Inf. IV, 46-48 (16) |
Inf. XV, 46-48 (16) |
Inf. XXII, 43-48 (15-16)E io: “Maestro mio, fa, se tu puoi,
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“Dimmi, maestro mio, dimmi segnore”,
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El cominciò: “Qual fortuna o destino
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Lo duca mio li s’accostò allato;
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Par. VIII, 43-48 (15-16)rivolsersi a la luce che promessa
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Par. XVI, 43-45 (15)Basti d’i miei maggiori udirne questo:
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Par. XXV, 43-48 (15-16)“sì che, veduto il ver di questa corte,
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Inf. V, 49-51 (17)ombre portate da la detta briga;
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Inf. XXVI, 49-54 (17-18)“Maestro mio”, rispuos’ io, “per udirti
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Inf. XIX, 58-60 (20)Tal mi fec’ io, quai son color che stanno,
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Par. XV, 58-60e però ch’io mi sia e perch’ io paia
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Par. XXXI, 58-60Uno intendëa, e altro mi rispuose:
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Tab. App. XIV.3
[Ap 7, 9.13-14] Sequitur (Ap 7, 9): “Post h<e>c vidi turbam magnam”. Non dicit “post hec” ex hoc quod tota hec turba convertatur post predictos signatos, sed quia ista per imitationem sequetur illos tamquam perfectiores et exemplares, iuxta quod pedites in exercitu sequuntur equites et duces. “Quam dinumerare nemo poterat”, non quod sit simpliciter et secundum se numeri infiniti vel confusi, immo erit secundum legem Dei et secundum mensuram et proportionem ecclesiastice fabrice et eterne glorie mensuratus et prefixus. “Turbam”, inquam, non solum ex una gente vel lingua existente<m>, sed “ex omnibus gentibus et tribubus et populis et linguis stantes ante tronum”, id est ante regiam dignitatem divine maiestatis designatam per tronum. Vel “ante tronum”, id est ante generalem ecclesiam Dei, vel ante supercelestem, vel ante priorem ecclesiam sanctorum. […]
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Purg. VI, 67-69 (23)Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
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Par. XV, 67-69la voce tua sicura, balda e lieta
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Inf. III, 70-75 (24-25)
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Inf. IV, 73-75 (25) |
Purg. I, 73-75 (25) |
ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
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O tu ch’onori scïenzïa e arte,
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Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara
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Inf. XIV, 103-105 (35)Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
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Inf. XXV, 103-105Insieme si rispuosero a tai norme,
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Par. XXXII, 103-105qual è quell’ angel che con tanto gioco
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Inf. XIV, 133-135 (45)“In tutte tue question certo mi piaci”,
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Inf. XXIX, 133-135Ma perché sappi chi sì ti seconda
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Tab. App. XV
[LSA, cap. VIII, Ap 8, 5 (radix IIIe visionis)] “Et terremotus”, quia visis tot signis et miraculis et sanctitatis exemplis, et auditis tam altis tamque discretis et fulgurativis Dei eloquiis, mota sunt corda hominum ad compunctionem, et mutata vita priori conversi sunt ad Christum; in pertinacibus vero, factus est terremotus peioris subversionis et iracunde commotionis et perse-cutionis fidei Christi et doctorum eius.
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[LSA, cap. XVI, Ap 16, 18 (radix VIe visionis)] Sicut enim Ioachim ait, quando Deus vult mutare statum ecclesie precedunt ante per aliquot annos fulgura miraculorum et voces exhortationum et tonitrua spiritualium eloquiorum, ut homines excitentur et intelligant quod novum aliquid facturus sit Dominus super terram. Secundum preambulum est singularis et stupenda immutatio totius seculi et triformis divisio ecclesie, unde subdit: “Et terremotus factus est magnus, qualis numquam fuit ex quo homines fuerunt super terram, talis terremotus sic magnus”. Prout hoc spectat ad sextum tempus ecclesie, est idem quod ille terremotus qui supra, sub apertione sexti sigilli, est tactus (Ap 6, 12). Prout vero spectat ad finem seculi, erit ille qui fiet circa extremum iudicium. Prout autem dicit preambulum casus Babilonis sexto tempore fiendi, est subversio et commotio sub mistico Antichristo fienda, per quam tota carnalis ecclesia terribiliter excecabitur et commovebitur contra evangelicum spiritum Christi. Designatur etiam per hoc alia subsequens commotio adventus decem regum cum suis exercitibus super Babilonem, id est super ecclesiam carnalem (cfr. Ap 17, 16), et etiam commotio ipsius ecclesie propter adventum illorum. In utraque autem harum commotionum erit maxima commotio electorum ad spiritum Christi et per spiritum Christi. |
Inf. IV, 1-3 (1)Ruppemi l’alto sonno ne la testa
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Par. XXII, 1-3Oppresso di stupore, a la mia guida
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Inf. III, 130-132 (44)
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Purg. XX, 127-132 (43-44)quand’ io senti’, come cosa che cada,
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Tab. App. XVI
[LSA, cap. VIII, Ap 8, 7 (IIIa visio, Ia tuba)] “Grando” significat duritiam et pertinaciam Iudeorum, que ad predicationem Christi et apostolorum fuit fortius congelata et indurata, sicut ad Moysi verba et signa Pharao fortius induravit cor suum. […]Per “terram” autem significatur hic Iudea, quia sicut terra habitabilis fuit segregata a mari et discooperta aquis, ut posset homo habitare in ea et ut ipsa ad usum hominis posset fructificare et herbas et arbores fructiferas ferre, sic Deus mare infidelium nationum et gentium separaverat a terra et plebe Iudeorum, ut quiete colerent Deum et facerent fructum bonorum operum, et ut essent ibi simplices in bono virentes ut herbe, et perfecti essent ut arbores grandes <et> solide et fructuose. […] Per “fenum” vero “viride” designantur simpliciores et imbecilliores, qui per bonam vitam virides videbantur et forsitan prius erant. |
[LSA, cap. IX, Ap 9, 4 (IIIa visio, Va tuba)] Deinde de cohibitione subdit: “et preceptum est illis ne lederent fenum terre neque omn<e> viride neque omnem arborem, nisi tantum homines, qui non habent signum Dei in frontibus suis” (Ap 9, 4). Per “fenum” et per ceteras herbas virentes designantur simplices, humilitatem et virorem fidei et vite honeste et pie servantes; per “arbores” vero perfectos et solidiores facientes magnos fructus. Non permittit ergo Deus istos ledi, nisi ipsi prius per pravum consensum se ipsos lederent et reprobarent. Quamdiu autem in sua bonitate permanendo illis non consentiunt, tota temptatio et tribulatio quam ab illis patiuntur proficit eis ad meritum et premium et ad virtuosum exercitium, et ideo non nocet eis, immo per accidens seu materialiter prodest. |
[LSA, cap. XII, Ap 12, 6 (IVa visio, Ium prelium)] “Et mulier”, id est ecclesia, “fugit in solitudinem”. […] De hac autem solitudine dicitur Isaie XXXII° (Is 32, 15-16): “Erit desertum in Chermel”, id est [sic] pinguis in gratiis sicut prius fuerat Iudea, “et Chermel”, id est Iudea, “in saltum” seu silvam “reputabitur”, id est silvestrescet, “et habitabit in solitudine iudicium et iustitia” et cetera. Et capitulo XXXV° (Is 35, 1-2): “Letabitur deserta et invia, exultabit solitudo et florebit quasi lilium. Gloria Libani data est ei, et decor Carmeli et Sa<r>on”. Et capitulo XLI° (Is 41, 19): “Dabo in solitudine cedrum et spinam et mirtum et lignum olive, ponam in desertum abietem” et cetera. Et capitulo LIIII° (Is 54, 1): “Letare, sterilis que non paris, quia multi filii deserte magis quam eius que habet virum”. |
|
Purg. VI, 103-105 (35)Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto,
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Purg. VII, 103-105 (35)E quel nasetto che stretto a consiglio
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Par. XI, 103-108 (35-36)e per trovare a conversione acerba
|
Inf. I, 103-108 (35-36)Questi non ciberà terra né peltro,
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Purg. I, 103-105 (35)null’ altra pianta che facesse fronda
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Purg. I, 124-129 (42-43), 133-136 (45)
|
Purg. VII, 130-136 (44-45)
|
Purg. XXVII, 133-135 (45)
|
Tab. App. XVII
[LSA, cap. VIII, Ap 8, 8-9 (IIIa visio, IIa tuba)] […] “et tamquam mons magnus igne ardens missus est in mare” (Ap 8, 8). Mons iste est diabolus, qui a gentilibus in idolis colebatur ut Deus, qui dicitur “mons magnus” tum propter magnum superbie sue tumorem, tum propter magnitudinem sue naturalis potentie, qui contra sanctos doctores, contra eius cultum et idolatriam predicantes et ipsam pro posse a toto orbe expellentes, exarsit igne ire et invidie contra ipsos, et per effectum impie suggestionis et successionis “missus est in mare”, id est in fluctuosis cordibus gentilium, quorum multitudo erat quasi mare magnum et inter quos non erat habitatio fidelium simplicium, quasi pecora et iumenta, et multo minus perfectorum et discretorum, qui sunt quasi homines.
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Inf. XII, 16-18 (6)Lo savio mio inver’ lui gridò: “Forse
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Par. XXVI, 16-18Lo ben che fa contenta questa corte,
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Inf. V, 61-63 (21)L’altra è colei che s’ancise amorosa,
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Inf. XIII, 61-63che dal secreto suo quasi ogn’ uom tolsi;
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Inf. XII, 94-96 (32)e che ne mostri là dove si guada,
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Inf. XVII, 94-96Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne
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Purg. V, 112-118 (38-40)Giunse quel mal voler che pur mal chiede
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Par. I, 112-117 (38-39)onde si muovono a diversi porti
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Inf. II, 133-135 (45)Oh pietosa colei che mi soccorse!
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Inf. V, 133-138 (45-46)Quando leggemmo il disïato riso
|
Par. XIII, 133-138 (45-46)ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima
|
Tab. App. XVIII
[LSA, cap. IX, Ap 9, 1-2 (IIIa visio, Va tuba)] “Et quintus angelus” (Ap 9, 1), id est ordo doctorum quinti temporis, “tuba cecinit”, id est officium sue doctrine exercuit. Quid autem mali sit subsecutum ostendit subdens: “et vidi stellam” et cetera. Ad cuius evidentiam nota quod preter mala omnibus temporibus ecclesie et humano generi communia, erant tria gravissima circa finem quinti temporis ventura.
|
||
Inf. XVIII, 4-6 (2)Nel dritto mezzo del campo maligno
|
Inf. XXI, 4-6restammo per veder l’altra fessura
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Purg. XVI, 4-7 (2-3)non fece al viso mio sì grosso velo
|
Inf. XXXI, 31-39 (11-13)“sappi che non son torri, ma giganti,
|
Purg. XVI, 34-36 (12)
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Purg. XXXII, 34-36 (12)
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Inf. XXIV, 49-51 (17)
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Inf. XXIX, 46-51 (16-17)Qual dolor fora, se de li spedali
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Inf. XXIX, 58-60 (20)Non credo ch’a veder maggior tristizia
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Purg. XVI, 58-60Lo mondo è ben così tutto diserto
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Inf. IX, 73-75 (25)
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Purg. XXVIII, 70-75 (24-25)Tre passi ci facea il fiume lontani;
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|
Inf. XXX, 91-93 (31)E io a lui: “Chi son li due tapini
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Purg. XVI, 91-93Di picciol bene in pria sente sapore;
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Inf. VII, 121-123 (41)Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
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Inf. XXII, 121-123Lo Navarrese ben suo tempo colse;
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Purg. V, 121-123e come ai rivi grandi si convenne,
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Purg. XV, 142-145 (48)Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
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Purg. XVI, 142-145“Vedi l’albor che per lo fummo raia
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Purg. XIX, 142-145Nepote ho io di là c’ha nome Alagia,
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Tab. App. XIX
[LSA, cap. IX, Ap 9, 3 (IIIa visio, Va tuba)] Tertio tangitur quedam spiritalis plaga quorundam pestiferorum de predicto fumo exeuntium, cum subdit: “et de fumo putei exierunt locuste in terram” (Ap 9, 3). Quamvis per has locustas possint designari omnes mali christiani quorum malitia est multa et publica et multorum lesiva et cruciativa, magis tamen proprie, quoad hunc primum sensum, designat pravam multitudinem clericorum et monachorum et iudicum et ceterorum curialium plurimos spiritaliter et temporaliter pungentium et cruciantium, qui omnes de fumo putei exeunt quia de pravo exemplo effrenationis prefate occasionem et inductivam causam sui mali traxerunt, et etiam quia quasi de puteo inferni cum predicto fumo exempli pessimi videntur exisse. Vocantur autem “locuste”, tum quia ad modum locuste alte saliunt per elationem, et hoc postremis cruribus quia vanam gloriam in omnibus finaliter intendunt, et ad terram recidunt per cupiditatem; tum quia instar locustarum postremis cruribus saliunt, proponendo scilicet in fine penitentiam agere et sic sperant ad gloriam eternam salire, pedibus vero anterioribus et toto ore terre adherent virentia cuncta rodentes; tum quia locusta est animal parvum et secundum legem mundum, habetque alas non ad altum et diuturnum volatum sed ad infimum et modicum. Et ideo partim designat ypocritas humilitatis et munditie et contemplativi volatus simulatores aliorum vitam detractionibus corrodentes et aliorum bona temporalia devorantes, sive per auctoritatem ecclesiasticam, sive per oblationem quasi sanctis factam, sive per questum quasi sub specie pietatis exactum, sive per symoniacam fraudem, sive per falsa et iniqua iudicia vel per alias impias exactiones; partim etiam designat leves et volatiles clericos et monachos carnalia sectantes et per <ea> multis nocentes. |
||
Inf. XXI, 67-72 (23-24)Con quel furore e con quella tempesta
|
Purg. XIX, 70-75 (24-25)
|
Purg. XX, 70-75 (24-25)
|
Tab. App. XX
[LSA, cap. IX, Ap 9, 11-12 (IIIa visio, Va tuba)] Rex autem harum locustarum recte vocatur “Exterminans” (Ap 9, 11), ut insinuetur esse ille de quo in Psalmo dicitur: “Vineam de Egipto transtulisti”, id est ecclesiam de statu gentilitatis eduxisti, “et plantasti eam; ut quid destruxisti maceriam eius, et vindemiant eam omnes qui pretergrediuntur viam. Exterminavit eam aper de silva” et cetera (Ps 79, 9.13-14), quasi dicat: multi heretici quidem transeuntes et pretergredientes viam intulerunt ecclesie dampna que ad tempus poterant tolerari, quia etsi perdebatur fructus, ipsa tamen in statu suo integra permanebat. Sed ille qui dicitur “aper de silva et singularis ferus” intolerabiliter “exterminavit eam”, ita ut non videatur esse vinea Dei sed potius sinagoga diaboli. Iste autem aper sepe dicitur misticus Antichristus, assimilatus Caiphe pontifici Christum condempnanti et Herodi Christum illudenti. Sequens autem aper, magnus scilicet Antichristus, assimilatur Neroni pagano imperanti toti orbi et Simoni mago dicenti se Deum et filium Dei. |
||
Inf. XIII, 112-117 (38-39)similemente a colui che venire
|
Inf. XXIII, 115-120 (39-40)
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Par. XIX, 118-120 (40) |
Inf. XXI, 121-123 (41)Libicocco vegn’ oltre e Draghignazzo,
|
Par. XIX, 121-123Lì si vedrà la superbia ch’asseta,
|
|
Inf. XXIX, 130-132 (44)e tra’ne la brigata in che disperse
|
Par. XVIII, 130-132Ma tu che sol per cancellare scrivi,
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Tab. App. XXI
[LSA, cap. X, Ap 10, 4-7 (IIIa visio, VIa tuba)] Sequitur (Ap 10, 4): “Et ego scripturus eram, et audivi vocem de celo dicentem: signa”, id est quasi sigillo firmo in tuo corde claude illa “que locuta sunt septem tonitrua, et noli ea scribere”. Hic demonstratur primo pium desiderium spiritalium discipulorum ad propalandum omnibus spiritales sensus septem tonitruorum in eorum cordibus vehementer et stupende resonantium. […] Sunt enim quedam sic omnibus communia quod sunt omnibus publice predicanda, quedam vero non sunt omnibus dicenda et precipue ante tempus, iuxta illud Matthei XVII° (Mt 17, 9): “Nemini dixeritis visionem, donec Filius hominis a mortuis resurgat”. Unde et sub sexto signaculo veteris testamenti dicit angelus Danieli: “Tu autem, Daniel, claude sermones et signa librum usque ad tempus statutum” (Dn 12, 4), quod quidem erat sexta etas in qua apparuit Christus, et precipue sextus status ecclesie sue in quo liber erat plenius aperiendus, non tamen malivolis aut indispositis. Ante enim mortem magni Antichristi oportebit multa tunc sanctis aperta claudere emulis et etiam fidelibus vel adhuc animalibus.
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Purg. XXI, 103-105 (35)Volser Virgilio a me queste parole
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Purg. XXVI, 103-105Poi che di riguardar pasciuto fui,
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Par. XXIV, 103-105Risposto fummi: “Dì, chi t’assicura
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Purg. XXI, 115-117 (39)Or son io d’una parte e d’altra preso:
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Purg. XXVII, 115-117Quel dolce pome che per tanti rami
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Inf. XVI, 124-129 (42-43)Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna
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Purg. VIII, 127-129 (43)
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Par. X, 127-129 (43)
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Tab. App. XXII
[LSA, cap. XI, Ap 11, 1 (IIIa visio, VIa tuba)] “Et datus est michi calamus” (Ap 11, 1). Hic ordini prefato datur potestas et discretio regendi ecclesiam illius temporis. Datio enim potestatis significatur <per> donationem calami, quo artifices domorum solent mensurare edificia sua. Discretio vero regendi sibi dari designatur, tum per regularem ipsius calami rectitudinem et mensuram, tum per hoc quod docetur quos debeat mensurare, id est regere, et quos relinquere. Dicit autem: “Et datus est michi”, supple a Deo, “calamus similis virge”, quasi dicat: non similis vacue et fragili canne seu arundini, sed potius recte et solide virge. Et certe tali communiter mensurantur panni et edificia. Per hanc autem designatur pontificalis vel magistralis seu gubernatoria auctoritas et virtus et iustitia potens corrigere et rectificare et recte dirigere ecclesiam Dei. Secundum Ioachim, calamus iste signat linguam eruditam, dicente Psalmo (Ps 44, 2): “Lingua mea calamus scribe”, qui est similis virge, quia sicut austeritate virge coarcentur iumenta indomita, ita lingue disciplina dura corda hominum corriguntur. |
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Inf. XXVII, 16-21 (6-7)Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio
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Par. VI, 16-18 (6)ma ’l benedetto Agapito, che fue
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Purg. XIV, 142-151 (48-50)
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Par. XXXII, 139-144 (47-48)Ma perché ’l tempo fugge che t’assonna,
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Tab. App. XXIII
[LSA, cap. XII, Ap 12, 6 (IVa visio)] Additio vero quadraginta quinque dierum, id est annorum, que cum superiori numero facit mille trecentos triginta quinque, videtur perducere ad iubileum pacis et gratie septimi status, et ideo dicit beatum esse qui cum fervida fide et spe pertingit ad ipsum. Ideo enim premisit (Dn 12, 12): “Beatus qui spectat”, ne credatur quod qui absque spe et caritate pertingit ad finem illorum dierum seu annorum sit beatus. |
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Inf. X, 61-63 (21)E io a lui: “Da me stesso non vegno:
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Purg. VII, 61-63Allora il mio segnor, quasi ammirando,
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Tab. App. XXIV
[LSA, cap. XII, Ap 12, 14 (IVa visio, III–IV prelium)] Dicit autem “per tempus et tempora et dimidium temporis”, id est per tres annos et dimidium ex quadraginta duobus mensibus triginta annorum, id est mille ducentis sexaginta annis constantes. Eundem enim numerum sub aliis verbis intendit hic ponere, quem posuit paulo ante (cfr. Ap 12, 6). Per “tempus” enim intelligitur unus annus, et per “tempora” duo ann<i>. Nam Greci, in quorum lingua iste liber est editus, habent tres numeros in suis articulis, scilicet singularem et dualem et pluralem. Quod autem “tempus et tempora et dimidium temporis” sumatur alibi pro tribus annis et dimidio, patet quia Danielis VII° dicitur quod rex undecimus, designatus per undecimum cornu, “sanctos Altissimi conteret et tradentur in manu eius usque ad tempus et tempora et dimidium temporis” (Dn 7, 25). In hoc autem libro et infra, XIII° capitulo, dicitur quod “data est illi potestas facere malum per menses quadraginta duos” (Ap 13, 5) et idem dicitur supra, XI° (Ap 11, 2/9/11). Quod autem “tempus et tempora”, id est tres anni, non sumantur hic pro annis dierum seu mensium ex solis triginta diebus constantium, se<d> potius pro annis duodecim mensium ex triginta annis quasi ex triginta diebus constantium, patet non solum ex supradictis, sed etiam quia in tertio et quarto statu ecclesie non apparuit talis persecutio vel mansio in deserto per solos tres annos dierum perdurans. Preterea hic non dicit ‘ubi aletur per tempus et tempora’, sed “ubi alitur”, tamquam monstrans se loqui de toto tempore pastus eius, de quo supra dixerat quod “habet” in deserto “locum paratum a Deo, ut ibi pascat eam mille ducentis sexaginta diebus” (Ap 12, 6).
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Inf. XI, 55-63 (19-21)Questo modo di retro par ch’incida
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Inf. XXXI, 64-66 (22)
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Inf. XXXIV, 55-67 (19-23)Da ogne bocca dirompea co’ denti
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Inf. XI, 79-84 (27-28)Non ti rimembra di quelle parole
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Inf. XIX, 79-84Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi
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Purg. III, 136-141 (46-47)
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Purg. VI, 139-144 (47-48)
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Par. XIX, 133-138 (45-46)e a dare ad intender quanto è poco,
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Tab. App. XXV
[LSA, cap. XII, Ap 12, 14 (IVa visio, III–IV prelium)] Nota etiam quod, secundum Ioachim, libro V° Concordie, sicut de opere quarte diei, scilicet de sole et luna et stellis, dicitur quod “sint in signa et tempora et dies et annos” (Gn 1, 14), sic in quarta visione huius libri, in qua describitur mulier in celo existens et adornata sole et luna et stellis, proponitur fuisse in “signum magnum” et distinguitur tempus eius in “tempus et tempora”, signanterque hoc reperitur ubi agitur de quarto statu ecclesie. Consimiliter enim sub quarto signaculo veteris testamenti fuit Helias et Heliseus et filii prophetarum quasi sol et luna et stelle, ubi et idem numerus ponitur, scilicet tres anni et dimidius absconsionis Helie a facie Iesabel (3 Rg 18, 1ss) et subtractionis pluvie a gente peccatrice. Et subdit: «quare hic misterialis numerus potius est scriptus sub quarto tempore quam sub alio, nisi quia quartum tempus est tribus temporibus precedentibus totidemque sequentibus veluti ex equo coniunctum, ita ut utrique participare videatur? Nempe et ecclesia ipsa virginum, que in muliere significatur, est mater et nutrix fidelium, quia Virgo portavit Christum in utero, Virgo peperit et lactavit? Tales etiam viri et mulieres in signa fuere, quia sicut stelle celi in signa sunt navigantibus, ita et vita iustorum est in exemplum fidelium data, ut sciant quo ire debeant omnes qui considerant eos». Hec Ioachim. |
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Purg. XXI, 97-99 (33)e l’Eneïda dico, la qual mamma
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Par. XXI, 97-99E al mondo mortal, quando tu riedi,
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Purg. III, 100-102 (34)Così ’l maestro; e quella gente degna
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Purg. XXII, 100-105 (34-35)“Costoro e Persio e io e altri assai”,
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Tab. App. XXVI
[LSA, cap. XII, Ap 12, 17 (IVa visio, Vum prelium)] Dicit ergo: “Et iratus est dracho in mulierem” (Ap 12, 17). Nota quod quanto plus et pluries videt se vinci ab ecclesia et prole eius, tanto maiori ira exardescit ad illam fortius temptandam et deiciendam.
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Purg. VII, 127-129 (43)
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Par. XXI, 124-129 (42-43)Poca vita mortal m’era rimasa,
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Par. XXIII, 127-132 (43-44)
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Purg. IX, 136-138 (46)
non rugghiò sì né si mostrò sì acra
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Purg. XVI, 133-135 (45)Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
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Tab. App. XXVII
[LSA, cap. XIII, Ap 13, 1.3 (IVa visio, VIum prelium)] “Et vidi de mari” (Ap 13, 1), id est de infideli natione paganismi, “bestiam”, id est bestialem catervam et sectam, “ascendentem”, scilicet in altum dominium et in publicum effectum et statum. […]
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[LSA. cap. XVII, Ap 17, 8 (VIa visio)] Dicit ergo (Ap 17, 8): “Bestia, quam vidisti, fuit et non est”, id est, secundum Ioachim, bestia gentium infidelium, que aliquando romano imperio subiecte fuerunt et persecute sunt Christum et ecclesiam ab exordio ipsius, et per tria tempora ecclesie priora in sex capitibus corruens, scilicet in Iudeis et paganis et in quattuor gentibus seu capitibus Arrianorum, stetit tandem in septimo capite, in gente scilicet Sarracenorum a tempore Mahomet usque ad presens.
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Purg. VII, 10-12 (4)Qual è colui che cosa innanzi sé
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Purg. XXXIII, 10-12Modicum, et non videbitis me; Jo 16, 16
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Inf. XXIV, 100-108 (34-36)Né O sì tosto mai né I si scrisse,
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Par. XVIII, 100-108Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi
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Tab. App. XXVIII
[LSA, cap. XIV, Ap 14, 2 (IVa visio, VIum prelium)] Secundo quod erat irrig<u>a et fecunda et ex magno et multo collegio sanctorum et plurium virtualium affectuum ipsorum procedens et concorditer unita, cum dicit: “tamquam vocem aquarum multarum”. Vox enim magne et multe pluvie est ex multis et quasi innumerabilibus guttis, proceditque quasi tamquam unus sonus et quasi ab uno sonante, et idem est de sono aquarum maris vel fluminis. Sonat etiam quasi cum irriguo pinguium et lavantium et refrigerantium lacrimarum et rugientium suspiriorum. […]
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Purg. X, 7-12 (3-4)Noi salavam per una pietra fessa,
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Purg. XXVIII, 7-15 (3-5)Un’aura dolce, sanza mutamento
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Par. X, 7- 12 (3-4)Leva dunque, lettore, a l’alte rote
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Par. XII, 19-27 (7-9) |
Par. XIII, 16-27 (6-9)
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Par. XIV, 19-27 (7-9) |
così di quelle sempiterne rose
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e avrà quasi l’ombra de la vera
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Come, da più letizia pinti e tratti,
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Inf. XI, 103-105 (35)
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Par. VI, 100-105 (34-35)L’uno al pubblico segno i gigli gialli
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Par. VIII, 103-108 (35-36)
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Par. IX, 106-108 (36) |
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Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine
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Qui si rimira ne l’arte ch’addorna
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Inf. XXIX, 115-120 (39-40) |
Purg. XXVI, 112-123 (38-41)E io a lui: “Li dolci detti vostri,
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Par. XIII, 115-123 (39-41) |
volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo
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“O frate”, disse, “questi ch’io ti cerno
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ché quelli è tra li stolti bene a basso,
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Tab. App. XXIX
[LSA, cap. XIV, Ap 14, 3 (IVa visio)] Septimo quia tante erat precellentie quod nullus alius poterat pertingere ad hunc canticum, unde subdit: “Et nemo poterat dicere canticum, nisi illa centum quadraginta quattuor milia”. Sed contra hoc obicitur quod omnes sancti gaudent de tota gloria Dei et omnium sanctorum, ergo omnes cantant de omnibus de quibus alii cantant. Dicendum quod hic non dicitur quod non cantent de eisdem, sed quod non omnes cantant nec possunt cantare canticum superiorum, sicut nec possunt pertingere ad coequalem et uniformem gloriam ipsorum. Iubilatorius autem actus glorie vel gratie sanctorum est idem quod canticum ipsorum, et etiam omnis sancta operatio ipsorum in quantum resonat Dei laudem est canticum ipsorum. Inferiores ergo, qui non pertingunt ad perfectionem operationum sanctorum superiorum, patet quod eo ipso non pertingunt ad perfectum canticum ipsorum. |
[Ap 19, 1-2; VIa visio] Quia etiam spiritalis intellectus tertii generalis status tunc clarissime aperietur, et cum ipso omnes ceteri, idcirco procedet tunc de tubis diversarum ystoriarum seu figurarum et innumerabilium misteriorum concorditer et admirabiliter resonantium et sanctorum corda suscitantium ad ineffabilem Dei laudem, que hic designatur per “alleluia”. Quod est hebreum et est idem quod laudare Deum. Nam, secundum Ieronimum, ia est in hebreo <unum> de decem nominibus Dei, cantaturque communiter in ecclesia cum grandi melodia et neupmate ad designandum illum ineffabilem iubilum laudis Dei qui verbis exprimi non potest. |
Par. I, 4-12 (2-4)Nel ciel che più de la sua luce prende
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Par. XX, 10-12 (4)
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Par. XIV, 22-24 (8)così, a l’orazion pronta e divota,
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Par. XXIV, 22-24e tre fïate intorno di Beatrice
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Purg. XXXII, 61-63 (21)Io non lo ’ntesi, né qui non si canta
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Par. XXI, 61-63“Tu hai l’udir mortal sì come il viso”,
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Tab. App. XXX
[LSA, cap. XVII, Ap 17, 5-6 (VIa visio)] “Et in fronte eius nomen scriptum misterium” (Ap 17, 5), id est magni misterii seu significantie, unde et quidam libri habent “misterii” in genitivo. Quod autem sit hoc nomen subdit, scilicet “Babilon magna, mater fornicationum et abhominationum terre”. Quia enim non abscondit confusionem suorum criminum et luxuriarum, sed etiam publice omnibus aperit et ingerit et de ipsa gloriatur et gaudet, et de hoc habet nomen apud omnes famosum, ideo dicitur hoc habere scriptum in fronte. Frons enim est sublimis et evidens locus corporis et faciei. […]
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Inf. XIX, 55-57 (19)Se’ tu sì tosto di quell’ aver sazio
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Inf. XXVII, 55-57Ora chi se’, ti priego che ne conte;
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Inf. VI, 64-66 (22)
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Inf. XV, 61-66 (21-22)
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Par. XVII, 61-66
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Inf. VI, 70-72 (24)
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Inf XXVII, 64-72 (22-24)ma però che già mai di questo fondo
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Par. V, 64-69 (22-23)Non prendan li mortali il voto a ciancia;
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Inf. XXVII, 108-111 (36-37)e dissi: “Padre, da che tu mi lavi
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Par. VI, 109-111 (37)
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Tab. App. XXXI
[LSA, cap. XVII, Ap 17, 6-7 (VIa visio)] Tertio admiranti Iohanni de visione seu specie talis mulieris exponit angelus misterium visionis, ibi: “Et miratus sum, cum vidissem eam” […] Sequitur: “Et miratus sum, cum vidissem illam, admiratione magna” (Ap 17, 6). Secundum Ricardum, hoc dicit Iohannes in persona infirmorum et imperfectorum, qui visa fallaci gloria et potentia reproborum multum mirantur pro eo quod non considerant sequentem dampnationem eorum. Si enim illam attenderent, nequaquam tantum mirarentur fallacem gloriam ipsorum. Per angelum vero dicentem Iohanni: “Quare miraris?” et cetera (Ap 17, 7) designantur doctores perfecti a quibus imperfecti de hiis erudiuntur.
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Purg. III, 28-30 (10)Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,
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Purg. XV, 28-30“Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia
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Inf. XXV, 46-48 (16)Se tu se’ or, lettore, a creder lento
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Purg. XV, 46-48Per ch’elli a me: “Di sua maggior magagna
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Par. X, 46-48E se le fantasie nostre son basse
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Par. I, 136-138 (46)Non dei più ammirar, se bene stimo,
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Par. XXVII, 139-141 (47)
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Par. XXVIII, 136-139 (46)E se tanto secreto ver proferse
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Tab. App. XXXII
[LSA, cap. XVIII, Ap 18, 4 (VIa visio)] “Et audivi aliam vocem de celo dicentem” (Ap 18, 4). Recte dicitur alia, quia prior fuit de dampnatione reproborum, hec vero est de admonitione electorum, ne communicent cum reprobis in culpa et tandem in pena. Ait enim: “Exite de illa, popule meus, et ne participes sitis delictorum eius et de plagis eius ne accipiatis”. Idem dicitur Ieremie, L°, ubi dicitur Dei populo: “Recedite de medio Babilonis et de terra Caldeorum egredimini, et estote quasi edi ante gregem”, et subdit causam quia cito est capienda et destruenda (Jr 50, 8-9). Et nota quod principaliter loquitur hic de exitu ab imitatione et participatione scelerum eius, et etiam ab omni amicitia vel societate ipsius prebente occasionem peccandi. Plus autem precipit hoc modo exire ab ea quam a paganis, quia facilius inficiuntur fideles a societate pravorum fidelium vel hereticorum quam a paganis. Unde Apostolus Ia ad Corinthios V° dicit: “Scripsi vobis: Ne commisceamini”, id est ne communicetis, “fornicariis, non utique fornicariis huius mundi”, id est paganis tunc per totum orbem dispersis et cetera, “alioquin debueratis de hoc mundo exisse” (1 Cor 5, 9-10), id est si de illis hoc precepissem, oporteret vos de toto mundo exire, quia ipsi sunt ubique replentes totum mundum. Et ideo subdit: “Nunc autem scripsi vobis non commisceri” fratribus, id est christianis, qui sunt nominati, id est famosi et per sententiam ecclesie notati de vitiis que ibi subiungit (1 Cor, 5, 11). |
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Inf. XV, 61-69 (21-23)Ma quello ingrato popolo maligno
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Par. XVII, 61-69E quel che più ti graverà le spalle,
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[Ap 18, 5-7] Deinde reddit rationem quare sit ab ea exeundum, ne participent in eius delictis et penis, subdens (Ap 18, 5): “Quoniam pervenerunt peccata eius usque ad celum”, id est usque ad summum, seu ad tantum et tam famosum cumulum quod Deus amodo non potest ipsam amplius tolerare. Unde subdit: “et recordatus est Dominus iniquitatum eius”, scilicet ad statim puniendum illas. Per longam enim dissimulationem punitionis videbatur non recordari earum. Quia vero sancti sunt iudicaturi malos tam in extremo iudicio quam in hac vita, predicando et comminando iustam dampnationem ipsorum, ideo pro utroque istorum modorum subdit Deus (Ap 18, 6): “Reddite illi”, scilicet condignas penas, “sicut et ipsa reddidit vobis”, id est sicut per eam estis dure et impie afflicti, sic vos dure et severe seu iuste iudicate eam. “Et duplicate duplicia secundum opera eius”, id est multo maiora supplicia sibi inferte quam ipsa intulerit vobis, quia sic merentur prava opera eius. Nam multo plus debet puniri persecutor sanctorum quam fuerit pena quam ab ipso sunt passi. Vel, secundum Ioachim, sancti reddent ei “duplicia” quia tunc, cum venerit dies calamitatis eius, duplo confundent faciem eius quam ipsi fuerint confusi ab ea. <Vel> quia impia opera eius sunt “duplicia”, scilicet offensiva Dei et sanctorum, et etiam quia sanctos dupliciter offenderunt, scilicet subtrahendo bona et inferendo mala, vel contempnendo seu blasphemando et corporaliter macerando. Ideo, secundum has duplicitates, “reddite” ei consimiliter, seu proportionaliter, “duplicia”. Et “in poculo, quo miscuit”, id est propinavit vobis, scilicet penas, “miscete illi duplum”. Expone le “duplum” dupliciter sicut prius.
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Inf. XXXI, 58-63 (20-21)
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Purg. XXXIII, 55-60 (19-20)E aggi a mente, quando tu le scrivi,
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Tab. App. XXXIII
[LSA, cap. XIX, Ap 19, 10 (VI visio)] Quia vero spiritales discipuli, per Iohannem hec ab angelo di<s>centem designati, summe reverentur suos sanctos doctores et precipue illos qui tam alta et gloriosa promittunt et docent, idcirco subditur (Ap 19, 10): “Et cecidi ante pedes eius, ut adorarem eum”, non scilicet sicut creatura Deum, sed sicut servus vehementer et cum servili subiectione honorat suum dominum creatum. Et tamen angelus in veteri testamento se sic ab homine adorari sustinebat, non autem sustinet hic, immo prohibet, unde subditur: “Et dixit michi: Vide ne feceris”, scilicet talem reverentiam michi. Cuius causam subdit dicens: “Conservus tuus sum”, id est tecum et sicut tu sum servus eiusdem Dei et Domini. Ne autem credatur quod respectu solius Iohannis, propter eius singularem precellentiam, hoc diceret, et non de omnibus hominibus servis Christi, ideo dicit: “et fratrum tuorum habentium testimonium Ihesu”, id est qui perfecto corde confitentur et testificantur Ihesum esse Deum et Dominum omnium et salvatorem et redemptorem hominum.
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Purg. XXVI, 16-18 (6)
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Par. VII, 13-16 (5-6)Ma quella reverenza che s’indonna
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Purg. II, 25-30 (9-10)Lo mio maestro ancor non facea motto,
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Purg. XXXIII, 25-27 (9)Come a color che troppo reverenti
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Purg. IX, 106-111 (36-37)Per li tre gradi sù di buona voglia
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Purg. XXXII, 106-108 (36)Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi
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Purg. IX, 127-129 (43)Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri
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Purg. XIX, 127-135 (43-45)Io m’era inginocchiato e volea dire;
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Purg. XXI, 130-132 (44)
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Tab. App. XXXIV
[LSA, cap. XX, Ap 20, 8 (VIIa visio)] Et subdit: «Quod vero ait: “Et ascenderunt super <la>titudinem terre, et circuierunt castra sanctorum et civitatem dilectam” (Ap 20, 8), non ad unum locum venisse vel venturi esse significati sunt, quasi in uno loco futura sint castra sanctorum et dilecta civitas, cum hec non sit nisi Christi ecclesia toto orbe diffusa; ac per hoc ubicumque tunc erit, que in omnibus gentibus erit, quod significatur per latitudinem terre, ibi erunt castra sanctorum et civitas Deo dilecta, ibique a suis inimicis cingetur, id est in angustias tribulationis artabitur et concludetur». Hec Augustinus (De civ. Dei, XX, 11). […] Nota autem quod dicit “circuierunt castra sanctorum et civitatem dilectam” (Ap 20, 8), ut monstret quod ecclesia erit tunc ad militarem et pervigilem pugnam instar castrensis exercitus ordinata, et nichilominus ad Christi contemplativum cubiculum et amplexum instar sponse dilecte et civitatis unice recollecta, et etiam ad monstrandum quod, preter castrensem fortitudinem contra suos hostes, aderit sibi singularis custodia Christi tamquam ipsam singulariter diligentis. Vel per “castra sanctorum” intelligit spiritualia collegia et monasteria evangelicorum religiosorum illius temporis, per “civitatem” vero ecclesiam generalem. |
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[LSA, cap. XXI, Ap 21, 12 (VIIa visio)] Deinde subdit de dispositione partium eius: “Et habebat murum” et cetera (Ap 21, 12). Ubi nota quod in describendo formalem dispositionem partium, incipit ab ultimo per medium ad primum, id est a muro per eius portas ad fundamentum; ubi vero agit de materia, incipit a muro ac deinde agit de fundamento et postmodum de portis, tamquam ab extremis veniens ad medium (cfr. Ap 21, 18-21); utrobique autem incipit a muro, tamquam ab eo quod intrantibus vel extra aspicientibus occurrit primo. Deinde vero agit de tota interiori civitate.
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Inf. XVIII, 7-12 (3-4)Quel cinghio che rimane adunque è tondo
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Purg. XXVII, 10-15 (4-5)
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Par. XXV, 10-12 (4)
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Inf. III, 16-18 (6)Noi siam venuti al loco ov’ i’ t’ho detto
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Inf. XVIII, 16-21 (6-7)così da imo de la roccia scogli
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Inf. XIX, 16-18 (6)Non mi parean men ampi né maggiori
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Inf. XXXII, 16-18Come noi fummo giù nel pozzo scuro
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Par. XXXII, 16-21E dal settimo grado in giù, sì come
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Inf. XIX, 40-42 (14)Allor venimmo in su l’argine quarto;
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Inf. XXVI, 40-42tal si move ciascuna per la gola
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Purg. XX, 97-99 (33)Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa
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Par. XXII, 97-99Così mi disse, e indi si raccolse
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Inf. VIII, 121-123 (41)E a me disse: “Tu, perch’ io m’adiri,
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Par. XVIII, 121-123sì ch’un’altra fïata omai s’adiri
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Inf. IX, 132-133 (44)E poi ch’a la man destra si fu vòlto,
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Inf. X, 133-136 (45)
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Inf. XXVI, 132 (44)poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo |
Tab. App. XXXV
[LSA, cap. XXI, Ap 21, 12 (VIIa visio)] In scripturis tamen sepe angulus sumitur pro fortitudine et ornatu, quia in angulis domorum, in quibus parietes coniunguntur, est fortitudo domus. Unde Christus dicitur esse factus in caput anguli et lapis angularis; et Iob I° dicitur “ventus” <concussisse> “quattuor angulos domus” ut dirueret ipsam domum (Jb 1, 19), et Zacharie X°, ubi agitur de futura fortitudine et victoria regni Iude, dicitur quod “ex ipso” erit “angulus et paxillus et archus prelii” (Zc 10, 4), id est robusti duces qui erunt aliorum sustentatores sicut angulus et paxillus; et Sophonie I° dicitur quod “dies ire” erit “super civitates munitas et super angulos excelsos” (Sph 1, 15-16), et capitulo III° dicitur: “Disperdidi gentes et dissipati sunt anguli earum” (Sph 3, 6), id est robusti duces earum; et I° Regum XIIII°: “dixit Saul: Applicate huc universos angulos populi” et cetera (1 Rg 14, 38).
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[LSA, cap. XXI, Ap 21, 16 (VIIa visio)] “Et civitas in quadro posita est”, id est habens quattuor latera muri sub figura quadranguli iuncta, per quod designatur solida quadratura virtutum. […] “Et mensus est civitatem Dei cum arundine per stadia duodecim milia” (Ap 21, 16). Stadium est spatium in cuius termino statur vel pro respirando pausatur, et per quod curritur ut bravium acquiratur, secundum illud Apostoli Ia ad Corinthios, capitulo IX°: “Nescitis quod hii, qui in stadio currunt, omnes quidem currunt, sed unus accipit bravium?” (1 Cor 9, 24), et ideo significat iter meriti triumphaliter obtinentis premium. Cui et congruit quod stadium est octava pars miliarii, unde designat octavam resurrectionis. Octava autem pars miliarii, id est mille passuum, sunt centum viginti quinque passus, qui faciunt duodecies decem et ultra hoc quinque; in quo designatur status continens perfectionem apostolicam habundanter implen-tem decalogum legis, et ultra hoc plenitudinem quinque spiritualium sensuum et quinque patriarchalium ecclesia-rum. |
Purg. XXIV, 19-21 (7)“Questi”, e mostrò col dito, “è Bonagiunta,
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Par. XVII, 19-21mentre ch’io era a Virgilio congiunto
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Par. II, 22-30 (8-10)Beatrice in suso, e io in lei guardava;
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Par. X, 28-33 (10-11)
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Par. XVII, 22-24 (8)dette mi fuor di mia vita futura
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Par. I, 37-42 (13-14)Surge ai mortali per diverse foci
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Par. XVI, 40-42 (14)
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Inf. III, 52-54 (18)E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
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Inf. XXXI, 52-57 (18-19)E s’ella d’elefanti e di balene
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Purg. IX, 61-63 (21)Qui ti posò, ma pria mi dimostraro
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Par. XXXII, 61-63Lo rege per cui questo regno pausa
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Inf. XVIII, 79-81 (27)Del vecchio ponte guardavam la traccia
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Par. XXXIII, 79-81E’ mi ricorda ch’io fui più ardito
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Inf. XVIII, 100-102 (34)Già eravam là ’ve lo stretto calle
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Par. XIV, 100-102sì costellati facean nel profondo
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Inf. XIX, 127-129 (43)Né si stancò d’avermi a sé distretto,
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Purg. III, 127-129l’ossa del corpo mio sarieno ancora
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Par. IV, 127-129Posasi in esso, come fera in lustra,
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Purg. V, 130-132 (44)“Deh, quando tu sarai tornato al mondo
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Par. XV, 130-132A così riposato, a così bello
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Par. XXXII, 130-132siede lungh’ esso, e lungo l’altro posa
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Purg. VI, 148-151 (50)
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Par. XVI, 145-150 (49-50)Ma conveniesi, a quella pietra scema
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[LSA, cap. XXI, Ap 21, 12 (VIIa visio)] In scripturis tamen sepe angulus sumitur pro fortitudine et ornatu, quia in angulis domorum, in quibus parietes coniunguntur, est fortitudo domus. Unde Christus dicitur esse factus in caput anguli et lapis angularis; et Iob I° dicitur “ventus” <concussisse> “quattuor angulos domus” ut dirueret ipsam domum (Jb 1, 19), et Zacharie X°, ubi agitur de futura fortitudine et victoria regni Iude, dicitur quod “ex ipso” erit “angulus et paxillus et archus prelii” (Zc 10, 4), id est robusti duces qui erunt aliorum sustentatores sicut angulus et paxillus; et Sophonie I° dicitur quod “dies ire” erit “super civitates munitas et super angulos excelsos” (Sph 1, 15-16), et capitulo III° dicitur: “Disperdidi gentes et dissipati sunt anguli earum” (Sph 3, 6), id est robusti duces earum; et I° Regum XIIII°: “dixit Saul: Applicate huc universos angulos populi” et cetera (1 Rg 14, 38).
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[LSA, cap. XXI, Ap 21, 16 (VIIa visio)] “Et civitas in quadro posita est”, id est habens quattuor latera muri sub figura quadranguli iuncta, per quod designatur solida quadratura virtutum. […] “Et mensus est civitatem Dei cum arundine per stadia duodecim milia” (Ap 21, 16). Stadium est spatium in cuius termino statur vel pro respirando pausatur, et per quod curritur ut bravium acquiratur, secundum illud Apostoli Ia ad Corinthios, capitulo IX°: “Nescitis quod hii, qui in stadio currunt, omnes quidem currunt, sed unus accipit bravium?” (1 Cor 9, 24), et ideo significat iter meriti triumphaliter obtinentis premium. Cui et congruit quod stadium est octava pars miliarii, unde designat octavam resurrectionis. Octava autem pars miliarii, id est mille passuum, sunt centum viginti quinque passus, qui faciunt duodecies decem et ultra hoc quinque; in quo designatur status continens perfectionem apostolicam habundanter implen-tem decalogum legis, et ultra hoc plenitudinem quinque spiritualium sensuum et quinque patriarchalium ecclesia-rum. |
Tab. App. XXXVI
[LSA, cap. XXII, Ap 22, 1-2 (VIIa visio)] “Et ostendit michi fluvium” (Ap 22, 1). Hic sub figura nobilissimi fluminis currentis per medium civitatis describit affluentiam glorie manantis a Deo in beatos. Fluvius enim iste procedens a “sede”, id est a maiestate “Dei et Agni”, est ipse Spiritus Sanctus et tota substantia gratie et glorie per quam et in qua tota substantia summe Trinitatis dirivatur seu communicatur omnibus sanctis et precipue beatis, que quidem ab Agno etiam secundum quod homo meritorie et dispensative procedit. Dicit autem “fluvium” propter copiositatem et continuitatem, et “aque” quia refrigerat et lavat et reficit, et “vive” quia, secundum Ricardum, numquam deficit sed semper fluit. Quidam habent “vite”, quia vere est vite eterne. Dicit etiam “splendidum tamquam cristallum”, quia in eo est lux omnis et summe sapientie, et summa soliditas et perspicuitas quasi cristalli solidi et transparentis. Dicit etiam “in medio platee eius” (Ap 22, 2), id est in intimis cordium et in tota plateari latitudine et spatiositate ipsorum.
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Purg. XXV, 49-54 (17-18)e, giunto lui, comincia ad operare
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Par. XIII, 52-57 (18-19)
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Par. XV, 55-57 (19)
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Par. XXVI, 61-63 (21)con la predetta conoscenza viva,
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Par. XXX, 61-66 (21-22)e vidi lume in forma di rivera
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Purg. XXIV, 76-78 (26)“Non so”, rispuos’ io lui, “quant’ io mi viva;
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Par. XXIII, 79-81 (27)
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Par. XXX, 76-78 (26)Anche soggiunse: “Il fiume e li topazi
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Purg. XXV, 85-90 (29-30)Sanza restarsi, per sé stessa cade
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Par. V, 85-87 (29)Così Beatrice a me com’ ïo scrivo;
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Par. XXX, 85-87 (29)come fec’ io, per far migliori spegli
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Inf. VII, 100-102 (34)Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva
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Purg. XXV, 100-102Però che quindi ha poscia sua paruta,
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Par. XXVII, 100-102Le parti sue vivissime ed eccelse
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Purg. XXVIII, 106-114 (36-38)in questa altezza ch’è tutta disciolta
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Par. IV, 115-120 (39-40) |
Par. XXIII, 112-117 (38-39)
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Cotal fu l’ondeggiar del santo rio
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avea sopra di noi l’interna riva
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Tab. App. XXXVII.1
[LSA, cap. XXII, Ap 22, 16-17 (finalis conclusio totius libri)] “Sum” etiam “stella splendida” (Ap 22, 16), omnium scilicet sanctorum illuminatrix, “et matutina”, future scilicet et eterne diei immensam claritatem predicando et promittendo et tandem prebendo, et etiam prout fui homo mortalis ipsam precurrendo, ut ipse secundum quod homo sit stella et secundum quod Deus sit sol.
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Purg. XXVIII, 46-48 (16)“vegnati in voglia di trarreti avanti”,
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Par. XIV, 46-48per che s’accrescerà ciò che ne dona
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Purg. XVII, 61-63 (21)Or accordiamo a tanto invito il piede;
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Par. XXIX, 61-63per che le viste lor furo essaltate
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Inf. I, 67-69 (23)Rispuosemi: “Non omo, omo già fui,
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Inf. XVI, 67-69cortesia e valor dì se dimora
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Par. XXV, 67-69“Spene”, diss’ io, “è uno attender certo
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Inf. V, 73-87 (25-29)I’ cominciai: “Poeta, volontieri
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Par. XXI, 73-78 (25-26)“Io veggio ben”, diss’ io, “sacra lucerna,
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Tab. App. XXXVII.2
[LSA, cap. XXII, Ap 22, 16-17 (finalis conclusio totius libri)] “Sum” etiam “stella splendida” (Ap 22, 16), omnium scilicet sanctorum illuminatrix, “et matutina”, future scilicet et eterne diei immensam claritatem predicando et promittendo et tandem prebendo, et etiam prout fui homo mortalis ipsam precurrendo, ut ipse secundum quod homo sit stella et secundum quod Deus sit sol.
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Purg. IX, 91-93 (31)
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Purg. XII, 88-96 (30-32)A noi venìa la creatura bella,
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Par. XXVI, 94-96 (32)
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Purg. XIV, 109-111 (37)le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi
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Par. XII, 109-111ben ti dovrebbe assai esser palese
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Inf. XXX, 124-129 (42-43)Allora il monetier: “Così si squarcia
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Inf. XXXIII, 127-129 (43)
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Purg. XXVI, 139-141 (47)El cominciò liberamente a dire:
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Par. XXXIII, 139-145 (47-48)ma non eran da ciò le proprie penne:
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Par. XII, 142-145 (48)
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