La ‘Divina Parodia’ del Libro scritto dentro e fuoriThe ‘Divine Parody’ of the Book written within and withoutInferno: I; II; III; IV; V; VI; VII; VIII; IX; X; XI; XII; XIII; XIV; XV; XVI; XVII; XVIII; XIX; XX; XXI; XXII; XXIII; XXIV; XXV; XXVI; XXVII; XXVIII; XXIX; XXX; XXXI; XXXII, 1-123; XXXII, 124-XXXIII, 90; XXXIII, 91-157; XXXIVPurgatorio: III; XXVIII; XXIX; XXX; XXXI; XXXII; XXXIIIParadiso: I-II; III-IV-V; XI-XII; XIV; XV–XVI–XVII-XVIII, 1-51; XVIII, 52-136-XIX-XX; XXXIII |
Viengono qui esposti i canti III, IV, V del Paradiso con i corrispondenti legami ipertestuali con i luoghi della Lectura super Apocalipsim ai quali i versi si riferiscono. L’intero poema è esposto nella Topografia spirituale della Commedia (2013, PDF; cfr. infra), ma si sta procedendo a un esame progressivo e aggiornato dei singoli canti (completato l’Inferno). Ogni tabella sinottica, qui presentata o alla quale si rinvia in quanto già esaminata in altra sede, è preceduta o seguita da una parte esplicativa. Sull’uso dei colori cfr. Avvertenze. |
In the third canto of Paradiso, in the heaven of the Moon,“etterna margarita” with all-female qualities – a figure of watery glass transparency in which the blessed are reflected in the heavenly Jerusalem, to which they have returned – Piccarda Donati, a woman, explains what bliss consists of, and she does so in the presence of Beatrice, the woman who bears bliss in her name, the final cause of the Apocalypse. And, since there are two kinds of bliss, that on earth and that in heaven (Monarchia, III, xv, 7-10), Piccarda introduces another woman, Constance of Hauteville, mother of Frederick II, the imperial seed who presides over the former. Three women, therefore, surround the poet. These are women who really lived, who signify three different realities.
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III
1. Ricordare la bellezza primordiale.
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Legenda [3]: numero dei versi; 3, 3: collegamento ipertestuale all’esegesi, nella Lectura di Olivi, di capitolo e versetto dell’Apocalisse [Ap]; Not. X: collegamento all’esegesi contenuta nei tredici notabilia del prologo della Lectura. Varianti rispetto al testo del Petrocchi. |
Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto, 3, 3
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1. Ricordare la bellezza primordiale
Il cielo della Luna, “etterna margarita” che riceve dentro sé il corpo di Dante come l’acqua riceve un raggio di luce senza dividersi, cosicché la sua dimensione patisca un’altra (Par. II, 34-39), è figura di un periodo storico, il sesto stato della Chiesa, iniziato con la conversione di san Francesco (1206) e perdurante fino alla vittoria sull’Anticristo (prima del 1335). Gli uomini che vivono in questo periodo hanno il privilegio, rispetto ai tempi passati, di essere più disposti a ricevere e a patire che a fare e dare: “quia potius prefertur eis in pati seu recipere quam in agere vel dare”. Ad essi è attribuita più la felicità che deriva dalla speranza del premio che la fatica dell’attività per cui si acquistano meriti. Di costoro è immagine san Giovanni, che fu prediletto da Cristo, piuttosto che san Pietro, che amò Cristo. I tempi moderni non sono adatti a grandi imprese, alle res gestae; la scarsa forza fisica è supplita dalla grande illuminazione, l’insegnamento esteriore dal dettato interiore dello Spirito, ai miracoli corporali subentrano quelli intellettuali. Sono tempi dal sangue femminile, per usare le parole di Stazio sull’accogliersi “in natural vasello” dell’uno e dell’altro sangue, “l’un disposto a patire, e l’altro a fare” (Purg. XXV, 46-47), d’altronde parodia, come nei versi che descrivono la Luna, della medesima esegesi di Filadelfia, la chiesa del sesto stato che patisce e riceve (Ap 3, 7). L’età moderna, per Olivi e Dante, è dunque la più alta della storia umana, ma anche la più umile rispetto al passato; si fregia di prerogative che appartengono al sacro eterno femminino, presenti in sommo grado nella “Vergine Madre, figlia del tuo figlio, / umile e alta più che creatura”, nel tempo in cui lo stesso “Regnum celorum vïolenza pate” (Par. XX, 94).
Nel cielo della Luna Dante incontra i primi beati; si tratta di due donne: Piccarda Donati e Costanza d’Altavilla. Come di consueto, nei versi risuonano parodiati molteplici temi tratti dalla Lectura super Apocalipsim. Il motivo che accompagna il riconoscimento di Piccarda fa segno del ricordo di un tempo di bellezza primordiale.
Ad Ap 3, 3 il vescovo di Sardi, la quinta chiesa d’Asia, viene invitato a ricordare con la mente quale fosse la “prima grazia” e il suo stato e a conservarla facendo penitenza, cioè la grazia ricevuta da Dio e ascoltata tramite la predicazione evangelica. Da quanto gli viene detto, si deduce che costui era tanto intorpidito nell’ozio da non ricordare più il primo stato di grazia e di perfezione. Se non si ravvedrà vigilando, il giudizio divino verrà da lui come un ladro. Cos’è questo ‘prima’ che il vescovo di Sardi viene invitato a ripensare? Sta nel nome della sua chiesa, Sardis, interpretato come “principio di bellezza” (principium pulchritudinis), sia perché nei pochi rimasti integri consegue la singolare gloria della bellezza, essendo cosa ardua e difficile mantenersi mondi tra tanta lussuria, sia per lo zelo mostrato dai primi istitutori del quinto stato. Costoro ordinarono le diverse membra e i diversi uffici dei propri collegi con una regola ispirata all’unità ma anche condiscendente in modo proporzionato alle membra stesse, conseguendo una forma di mirabile bellezza che è propria della Chiesa, la quale è come una regina ornata di una veste aurea per la carità che unisce e circondata dalla varietà nei vari doni e nelle varie grazie delle diverse membra (ad Ap 2, 1).
Cristo si propone alla chiesa di Sardi (Ap 3, 1) come “colui che possiede i sette spiriti di Dio e le sette stelle”, possiede cioè lo spirito increato di Dio, semplice per natura e settiforme nella grazia partecipata e corrispondente ai sette stati della Chiesa, e insieme ‘tiene’ (cioè ha in sua potestà) i prelati di tutte le chiese, designati con le “sette stelle”. Questa universalità di spiriti, doni, stelle, rettori, uffici viene proposta perché il quinto stato si pone come generale rispetto ai precedenti, affinché il vescovo della quinta chiesa abbia chiaro che tali doni erano stati preparati dal divino provvedere per lui e per la sua discendenza nel caso fossero risultati degni. Il quinto stato, che è assimilato alla Chiesa romana (storicamente inizia con l’incoronazione di Carlo Magno o con il soccorso recato da suo padre Pipino al papa contro i Longobardi; dura circa cinquecento anni, cioè perviene fino al 1300), fu dunque bello nel suo principio, in cui ebbe la pienezza delle perfezioni, condiscendente secondo le esigenze delle moltitudini e del vivere associato rispetto all’arduo, alto e solitario stato degli anacoreti che lo precedette, ma si è poi corrotto per rilassatezza, tanto che il suo vescovo ha una fama usurpata di essere buono. Così, secondo Riccardo di San Vittore, l’interpretazione di Sardi come “principio di bellezza” significa che essa ha avuto solo il principio buono, ma non anche la fine. Il vescovo di Sardi viene pertanto invitato a ricordare con la mente quale fosse la “prima grazia” e a conservarla (Ap 3, 3).
Il tema della bellezza, unito ad altri del quinto stato nel suo inizio – condiscendere, contemperare, esser mondo, il mirabile variare – percorre in Purg. XXVIII la descrizione dell’Eden, al quale, in quanto luogo di felicità dell’umana radice da esso poi sbandita, si addice il significato della chiesa di Sardi come “principium pulchritudinis”: la “divina foresta spessa e viva” che tempera agli occhi lo splendore del nuovo giorno, l’acqua monda del Lete, il mirabile variare dei “freschi mai”, cioè dei rami fioriti; l’apparizione della “bella donna”, il volgersi di Matelda come vergine che “avvalli” con condiscendenza gli occhi onesti.
Ricordare ciò che venne ‘prima’, congiunto con il tema della bellezza degli inizi di uno stato poi corrottosi, si trasforma nel ricordo di quella che per i poeti antichi fu “l’età de l’oro e suo stato felice” (Purg. XXVIII, 139-144), de “lo secol primo, quant’ oro fu bello”, di cui dice la voce entro le fronde dell’albero che taglia la strada sulla soglia del sesto girone della montagna (Purg. XXII, 148-150). Così l’apparizione di Matelda nell’Eden fa ricordare a Dante quale era Proserpina allorché, rapita da Plutone, perdette la “prima-vera”, cioè i fiori raccolti assimilati alla prima grazia (Purg. XXVIII, 49-51; da notare la corrispondenza tra qualiter e qual era). È questo un uso della parola “primavera” che Dante ha già proposto nella Vita Nova, applicandola a Monna Vanna, la donna del suo ‘primo amico’ Guido Cavalcanti, la quale nell’incedere viene prima della sua donna, Monna Bice, come Giovanni Battista venne prima di Cristo, come l’apparizione di Matelda nell’Eden precede quella di Beatrice. Nella figura di Matelda la presenza del “perpetuum ver” della regione di Enna di cui canta Ovidio nelle Metamorfosi (V, 391) è innegabile ma, come sempre nel poema, qualunque ricordo classico si armonizza con la teologia della storia che lo consacra. Notabile è che i versi “Quelli ch’anticamente poetaro / l’età de l’oro e suo stato felice”, di cui dice Matelda, corrispondano nella prosa a “fidem et gratiam et statum eius, prout a me et a ceteris tibi predicantibus audivisti”: gli antichi poeti, vestiti da antesignani dei predicatori della fede e di un prossimo novum saeculum nella storia della Chiesa, sono forse l’espressione più alta raggiunta da Dante nello sforzo di conciliare la “felicitas” aristotelica con il cristianesimo.
Prefigurazione di Matelda è Lia (la vita attiva), sognata da Dante poco prima dell’alba del “novo giorno” in cui gli appaiono Matelda e poi Beatrice: le sono appropriati i motivi del ‘prima’, riferito al raggiare di Venere nella montagna, e della bellezza (Purg. XXVII, 94-99).
Ricordare un ‘prima’ bello che non si ritrova più perché mutato in meglio si verifica nel riconoscimento di Piccarda. Nel rivelarsi, la donna invita il poeta a ricordare con mente attenta i “primi concetti” che ebbe di lei, cioè la prima immagine conosciuta in terra, e Dante replica che questi “primi” sono tanto trasfigurati dallo splendore divino da non avergli consentito un immediato riconoscimento senza l’aiuto delle parole del suo interlocutore (Par. III, 47-49, 58-63).
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Il ricordare (‘porre mente’) e la bellezza sono motivi congiunti anche nell’incontro con Manfredi: “pon mente … biondo era e bello … vadi a mia bella figlia” (Purg. III, 103-108, 115-116). Le prerogative della Chiesa, edenica nel suo principio, sono estese alle curie regali.
Un altro esempio di un ‘prima’ legato a uno stato di innocenza originaria, con l’inserimento del tema del vegliare proposto al vescovo di Sardi ma con l’esclusione del ritornare alla mente, è l’immagine della donna fiorentina del tempo antico rimpianto da Cacciaguida, che vegliava la culla usando il giocoso linguaggio infantile, “l’idïoma / che prima i padri e le madri trastulla” (Par. XV, 121-123; vegliare è motivo proprio dello stesso Cacciaguida, v. 64). Il “bello / viver di cittadini” della Firenze antica è assimilato alla vita dell’uomo nell’Eden, bella nei suoi inizi e poi corrottasi (vv. 130-131).
Il discendere (tema tipico del quinto stato) e la bellezza sono nella Lavagna, la “fiumana bella” che “intra Sïestri e Chiaveri s’adima”, vantata da Adriano V, tardo nella conversione come il quinto vescovo (Purg. XIX, 100-101, 106: si è appunto nel ‘quinto’ girone della montagna).
Belacqua, il pigro liutaio “che mostra sé più negligente / che se pigrizia fosse sua serocchia”, nel momento in cui si volge a Dante e a Virgilio “puose mente”, cioè riguardò con la mente come deve fare l’intorpidito vescovo di Sardi (Purg. IV, 109-112); fu anch’egli tardivo nella conversione (v. 132).
Tab. III.1
[LSA, cap. II, Ap 2, 1 (Va ecclesia)] Vocatur autem congrue hec ecclesia Sardis, id est principium pulchritudinis, tum quia in suis paucis incoinquinatis habet singularem gloriam pulchritudinis, quia difficillimum et arduissimum est inter tot suorum luxuriantes se omnino servare mundum; tum quia primi institutores quinti status fuerunt in se et in suis omnis munditie singulares zelatores, suorumque collegiorum regularis institutio, diversa membra et officia conectens et secundum suas proportiones ordinans sub regula unitatis condescendente proportioni membrorum, habet mire pulchritudinis formam toti generali ecclesie competentem, que est sicut regina aurea veste unitive caritatis ornata et in variis donis et gratiis diversorum membrorum circumdata varietate.[LSA, cap. III, Ap 3, 2-3 (Ia visio, Va ecclesia)] “Esto vigilans” (Ap 3, 2), id est non torpens vel dormiens, sed attente sollicitus de salute tua. Ille enim dormit, qui in peccatis quiescit quasi sopitus et negligit curare de salute anime sue. Quia vero iste, tamquam episcopus, tenebatur sollicite curare non solum de sua salute sed etiam subditorum suorum, ideo pro utroque monetur ut vigilet. […] Sunt enim nonnulli qui ea quibus apud homines videntur magni magis diligunt, et ea sine quibus in conspectu Dei iustificari non possunt parvipendunt, querentes de minimo crescere et de maximo minui. Qui autem maiora coram Deo negligit, minora etiam coram hominibus iuste perdit. […]
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Purg. XXVII, 94-99, 136-138Ne l’ora, credo, che de l’orïente
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Purg. XXVIII, 28-30, 34-36, 43-51, 55-57, 61-63, 139-144, 148; XXXII, 28-30Tutte l’acque che son di qua più monde,
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Purg. XXIX, 52-54, 82-84
Di sopra fiammeggiava il bello arnese
più chiaro assai che luna per sereno
di mezza notte nel suo mezzo mese.
Sotto così bel ciel com’ io diviso,
ventiquattro seniori, a due a due,
coronati venien di fiordaliso.
Inf. XIX, 16-18, 55-57
Non mi parean men ampi né maggiori
che que’ che son nel mio bel San Giovanni,
fatti per loco d’i battezzatori
Se’ tu sì tosto di quell’ aver sazio
per lo qual non temesti tòrre a ’nganno
la bella donna, e poi di farne strazio?
Purg. IV, 109-114, 130-132
“O dolce segnor mio”, diss’ io, “adocchia
colui che mostra sé più negligente
che se pigrizia fosse sua serocchia”.
Allor si volse a noi e puose mente,
movendo ’l viso pur su per la coscia,
e disse: “Or va tu sù, che se’ valente!”.
Prima convien che tanto il ciel m’aggiri
di fuor da essa, quanto fece in vita,
perch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri
Purg. XXII, 148-150
Lo secol primo, quant’ oro fu bello,
fé savorose con fame le ghiande,
e nettare con sete ogne ruscello.
Purg. III, 103-108, 115-116, 136-141
E un di loro incominciò: “Chiunque
tu se’, così andando, volgi ’l viso:
pon mente se di là mi vedesti unque”.
Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.
vadi a mia bella figlia, genitrice
de l’onor di Cicilia e d’Aragona
Vero è che quale in contumacia more
di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,
per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
in sua presunzïon, se tal decreto
più corto per buon prieghi non diventa.
Par. III, 1-3, 47-49, 58-63Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto,
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Par. XV, 64-66, 121-123, 130-133
ma perché ’l sacro amore in che io veglio
con perpetüa vista e che m’asseta
di dolce disïar, s’adempia meglio
L’una vegghiava a studio de la culla,
e, consolando, usava l’idïoma
che prima i padri e le madri trastulla
A così riposato, a così bello
viver di cittadini, a così fida
cittadinanza, a così dolce ostello,
Maria mi diè, chiamata in alte grida
Purg. XIX, 100-102, 106-108
Intra Sïestri e Chiaveri s’adima
una fiumana bella, e del suo nome
lo titol del mio sangue fa sua cima.
La mia conversïone, omè!, fu tarda;
ma, come fatto fui roman pastore,
così scopersi la vita bugiarda.
Par. XXII, 145-147
Quindi m’apparve il temperar di Giove Not. III
tra ’l padre e ’l figlio; e quindi mi fu chiaro
il varïar che fanno di lor dove
Par. XXIII, 70-72, 88-90, 100-102
Perché la faccia mia sì t’innamora,
che tu non ti rivolgi al bel giardino
che sotto i raggi di Cristo s’infiora?
Il nome del bel fior ch’io sempre invoco
e mane e sera, tutto mi ristrinse
l’animo ad avvisar lo maggior foco
comparata al sonar di quella lira
onde si coronava il bel zaffiro
del quale il ciel più chiaro s’inzaffira.
Se il vescovo della chiesa di Sardi, accusato di essere negligente, intorpidito e ozioso, non vigilerà correggendosi, il giudizio divino verrà da lui come un ladro, che arriva di nascosto all’improvviso, senza che egli sappia l’ora della venuta (Ap 3, 3). È giusto infatti che chi non conosce sé stesso a causa della negligenza e del torpore non conosca l’ora del proprio giudizio e sterminio. Costui non vede la luce a motivo delle sue tenebre; erroneamente crede e desidera di poter vivere a lungo nella prosperità ritenendo che il giudizio divino possa essere ritardato, e con speranza presuntuosa spera di venire infine salvato. Ma l’Apostolo dice ai Tessalonicesi che “il giorno del Signore verrà di notte come un ladro. E quando diranno: ‘pace e sicurezza’, allora verrà su di loro una repentina distruzione” (1 Th 5, 2-3). Ma ai santi non verrà come un ladro, per cui san Paolo aggiunge: “Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro: voi tutti infatti siete figli della luce e del giorno. Pertanto, non dormiamo come gli altri, ma vigiliamo e restiamo sobri. Quelli che dormono, infatti, dormono di notte” (ibid., 5, 4-7). È questa una prefigurazione dell’occulto avvento e giudizio di Cristo alla fine del quinto stato della Chiesa e all’inizio del sesto, che verrà spiegato all’apertura del sesto sigillo.
Il tema del venire come un ladro si trova in un passo simmetrico, proprio della sesta delle sette coppe che vengono versate nella quinta visione (Ap 16, 15), dove si parla di un giudizio improvviso e subitaneo, sottolineato dall’avverbio “ecce” e dal presente “venio” al posto del futuro ‘veniam’ per togliere ogni possibile stima dell’indugiare e per rendere più attenti, vigili e timorati. Inoltre si definisce beato colui che vigila e custodisce le sue vesti, cioè le virtù e le buone opere, per non andar nudo, cioè spogliato di esse, sì che tutti vedano le sue sconcezze, cioè il suo peccato e la pena piena di confusione inflitta nel giorno del giudizio.
Da questi difetti vengono escluse poche persone buone, i cui nomi sono noti a Cristo per la loro santità, per cui si dice: “Ma hai pochi nomi in Sardi” (Ap 3, 4). Il dono della grazia che ciascuno ha ricevuto come proprio dà a ogni uomo un nome per il quale egli è conosciuto. La carità divina, in quanto comune a tutti i buoni, dà un comune nome ai santi, che sono così chiamati cittadini di Gerusalemme.
Ap 3, 3 e 16, 15 offrono temi variati in numerosi luoghi del poema. Il tardare è proprio del cielo della Luna, che delle sfere celesti è quella che si muove più lentamente. In essa si manifestano i beati che hanno negletto i voti (Par. III, 51, 55-57). Piccarda fu clarissa, secondo la regola per cui “nel vostro mondo giù si veste e vela (la regola evangelica, che Chiara seguì con perfetta vita), / perché fino al morir si vegghi e dorma / con quello sposo ch’ogne voto accetta / che caritate a suo piacer conforma” (vv. 97-102). Il vestirsi, da Ap 16, 15, è speculare al vegliare da Ap 3, 3; il dormire (motivo anch’esso presente, in senso negativo, ad Ap 3, 3) corrisponde al velare; “fino al morir” rinvia all’esegesi di Smirne, la seconda chiesa d’Asia (Ap 2, 10).
Altri esempi sono esposti nella sottostante tabella, per la quale cfr. la relativa nota.
Tab. III.2
[LSA, cap. XVI, Ap 16, 15 (Va visio, VIa phiala)] Quia vero Deus tunc ex improviso et subito faciet hec iudicia, ideo subdit: “Ecce venio sicut fur” (Ap 16, 15). Fur enim venit latenter ad furandum, ne advertat hoc dominus cuius sunt res quas furatur. Non autem dicit ‘veniam’ sed “venio”, et hoc cum adverbio demonstrandi, ut per hoc estimationem de sua mora nobis tollat et ad adventum suum nos attentiores et vigilantiores et timoratiores reddat. Ad quod etiam ultra hoc inducit per promissionem premii et comminationem sui oppositi, unde subdit: “Beatus qui vigilat et custodit vestimenta sua”, scilicet virtutes et bona opera, “ne nudus ambulet”, id est virtutibus spoliatus; “et videant”, scilicet omnes tam boni quam mali, “turpitudinem eius”, id est sua turpissima peccata et suam confusibilem penam in die iudicii sibi infligendam. |
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Purg. XIX, 106-108, 142-145La mia conversïone, omè!, fu tarda;
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Purg. V, 52-54, 73-76Noi fummo tutti già per forza morti,
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[LSA, cap. III, Ap 3, 3-4 (Ia visio, Va ecclesia)] Deinde comminatur eidem iudicium sibi occulte et inopinate superventurum si non se correxerit, unde subdit: “Si ergo non vigilaveris, veniam ad te tamquam fur”, qui scilicet venit latenter et ex improviso ut bona auferat et possessorem occidat. Unde subdit: “et horam nescies qua veniam ad te”. Iustum enim est ut qui se ipsum per negligentiam et torporem nescit, nesciat horam iudicii sui et exterminii. Talis etiam propter suas tenebras non videt lucem, ac erronee credit et optat se diu in prosperitate victurum et Dei iudicium diu esse tardandum, et etiam spe presumptuosa sperat se esse finaliter salvandum, propter quod Ia ad Thessalonicenses V° dicit Apostolus quod “dies Domini veniet in nocte sicut fur. Cum enim dixerint: pax et securitas, tunc superveniet eis repentinus interitus” (1 Th 5, 2-3). Quibus autem, scilicet sanctis, et quare non veniet sicut fur ostendit subdens: “Vos autem, fratres, non estis in tenebris, ut vos dies illa tamquam fur comprehendat ; omnes enim vos estis filii lucis et diei. Igitur non dormiamus sicut et ceteri, sed vigilemus et sobrii simus. Qui enim dormiunt nocte dormiunt” et cetera (ibid., 5, 4-7). Nota quod correspondenter prefigurat hic occultum Christi adventum et iudicium in fine quinti status et in initio sexti fiendum, prout infra in apertione sexti signaculi explicatur.
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[LSA, cap. XVI, Ap 16, 15 (Va visio, VIa phiala)] Quia vero Deus tunc ex improviso et subito faciet hec iudicia, ideo subdit: “Ecce venio sicut fur” (Ap 16, 15). Fur enim venit latenter ad furandum, ne advertat hoc dominus cuius sunt res quas furatur. Non autem dicit ‘veniam’ sed “venio”, et hoc cum adverbio demonstrandi, ut per hoc estimationem de sua mora nobis tollat et ad adventum suum nos attentiores et vigilantiores et timoratiores reddat. Ad quod etiam ultra hoc inducit per promissionem premii et comminationem sui oppositi, unde subdit: “Beatus qui vigilat et custodit vestimenta sua”, scilicet virtutes et bona opera, “ne nudus ambulet”, id est virtutibus spoliatus; “et videant”, scilicet omnes tam boni quam mali, “turpitudinem eius”, id est sua turpissima peccata et suam confusibilem penam in die iudicii sibi infligendam. |
[LSA, cap. VI, Ap 6, 14-15 (apertio VIi sigilli; IVum initium)] Tunc etiam montes, id est regna ecclesie, et “insule”, id est monasteria et magne ecclesie in hoc mundo quasi in solo seu mari site, movebuntur “de locis suis” (Ap 6, 14), id est subvertentur et eorum populi in mortem vel in captivitatem ducentur. Tunc etiam, tam propter illud temporale exterminium quod sibi a Dei iudicio velint nolint sentient supervenisse, quam propter desperatum timorem iudicii eterni eis post mortem superventuri, sic erunt omnes, tam maiores quam medii et minores, horri-biliter atoniti et perterriti quod preeligerent montes et saxa repente cadere super eos. Ex ipso etiam timore fugient et abscondent se “in speluncis” et inter saxa montium (cfr. Ap 6, 15-17). |
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Inf. XX, 118-120; XXI, 22-30, 39-45Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
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Inf. XIII, 103-105, 109-121Come l’altre verrem per nostre spoglie,
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Purg. II, 118-133Noi eravam tutti fissi e attenti
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I due passi (Ap 3, 3 e 16, 15), che sono loci paralleli, se collazionati offrono una serie di parole-temi. Comune è il “fur”, il “vigilare”, il sopravvenire improvviso. Peculiari di Ap 3, 3 sono l’inconsapevolezza (“et horam nescies qua veniam ad te”), il “tardare”, la speranza presuntuosa di potersi salvare alla fine e, nel passo paolino, il sentirsi sicuri e la distinzione tra coloro che sono nelle tenebre perché dormono la notte e i figli della luce e del giorno. Peculiari di Ap 16, 15 sono l’avverbio “ecce”, l’impossibilità di stimare l’indugio (“ut per hoc estimationem de sua mora nobis tollat”), il timore, il non vedersi spogliato delle vesti, cioè delle virtù e delle buone opere.
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tali vid’ io più facce a parlar pronte; / per ch’io dentro a l’error contrario corsi / a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte (vv. 16-18). Nel cielo della Luna, le anime appaiono come visi umani, ma tanto tenui che il poeta crede siano immagini riflesse di persone che stanno dietro a lui, cadendo in tal modo nell’errore contrario a quello di Narciso il quale, specchiatosi in un fonte, ritenne la propria immagine un corpo reale e se ne innamorò. I versi di Par. III, 17-18 sono tessuti con i fili del terzo stato, proprio dei dottori della Chiesa che confutano le eresie: “l’error contrario” (Ap 2, 12); l’accendersi d’amore (Ap 6, 6: terzo sigillo, nell’esegesi del “vino”, che designa il senso morale, proprio dei dottori); l’“omo” (dal prologo, Notabile I: il terzo stato è appropriato all’uomo razionale); il “fonte” (Ap 8, 10-11; 16, 4-7: terza tromba e terza coppa, suonata e versata sulle fonti delle acque, che designano i dottori). Il senso morale, designato con il vino, accende l’amore per la virtù; nel caso di Narciso, l’amore è per un’immagine sensibile. La spada dei dottori della Chiesa – la rumphea, con la quale Cristo si presenta a Pergamo, la terza chiesa d’Asia – è a doppio taglio, in quanto scinde eresie opposte: “contrarios errores destruit”. La sua funzione travasa nelle parole di Beatrice, che raddrizzano il poeta, “per ch’io dentro a l’error contrario corsi / a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte”. Opposte tra loro furono le due eresie di Sabellio e Ario (Ap 2, 12): il primo sostenne che il Padre e il Figlio sono la stessa persona (Narciso unì sé all’immagine riflessa, ritenuta reale), il secondo asserì che il Figlio era sostanza diversa e inferiore rispetto al Padre (Dante ritiene che le anime non siano reali, ma immagini riflesse).
Il tema, dall’esegesi del terzo sigillo (Ap 6, 5), del distorcersi nell’errore e del raddrizzarsi nella verità della Scrittura è proprio di Dante appunto caduto nell’errore contrario a quello di Narciso: “per veder di cui fosser, li occhi torsi; / e nulla vidi, e ritorsili avanti / dritti nel lume de la dolce guida”, cioè di Beatrice, che gli spiega che quelle viste sono “vere sustanze” e non “specchiati sembianti”, alle cui parole bisogna credere, “ché la verace luce che le appaga / da sé non lascia lor torcer li piedi … drizza’mi, e cominciai” (Par. III, 21-23, 32-33, 35). Beatrice assomma in sé le qualità dei dottori del terzo stato, ai quali è appropriato il “lume”, e dei contemplativi dalla santa vita, ardenti di fuoco nella contemplazione (prologo, Notabile X; Ap 2, 18). Nella tematica del terzo stato si inserisce anche l’aggettivo vagus, che appartiene alla chiusura del sesto sigillo per estrema lontananza (Ap 5, 1), ma che viene assunto in senso positivo con Piccarda (v. 34) come già con Bonagiunta da Lucca nel sesto giorne della montagna (Purg. XXIV, 40).
tornan d’i nostri visi le postille / debili sì, che perla in bianca fronte / non vien men forte a le nostre pupille (vv. 13-15). Il vescovo di Pergamo, la terza chiesa d’Asia, viene rimproverato per la sua negligenza nel riprendere i Nicolaiti, pur conoscendone le cattive azioni e i pestiferi insegnamenti. La sua però è una piccola colpa, come dimostra l’espressione limitata di Cristo: “Ho poco verso ti te”. Viene invitato a fare penitenza: “altrimenti”, se cioè sarai pentito meno di quanto devi, “verrò presto a te”, cioè contro di te (Ap 2, 16). Il “presto” indica l’imminenza dell’avvento, che deve indurlo a maggior timore e a più forte penitenza. “E combatterò contro di loro con la spada della mia bocca”: se non si pentiranno, il mio avvento correggerà te e punirà loro; con le Scritture e con i dottori che hanno il verbo vivo del mio spirito confonderò i loro errori, li convincerò con la loro autorità e li condannerò in giudizio.
L’esegesi, nel trattare la proibizione di mangiare le carni offerte agli idoli, reca il tema dell’occasione di scandalo che è sviluppato nella nona bolgia (Inf. XXVIII, 35). Offre soprattutto motivi allo scorcio di Purg. II (vv. 115-133), allorché Virgilio, Dante e la gente appena arrivata al purgatorio si fermano ad ascoltare il canto di Casella “sì contenti, / come a nessun toccasse altro la mente” (che corrisponde alla contaminazione della mente nel mangiare le dette carni). Il rimprovero di Catone disperde “quella masnada fresca”, che fugge verso il monte per purgarsi, come i colombi lasciano il cibo all’improvviso se sono presi da maggiore preoccupazione per cosa di cui hanno paura (il timore dell’imminente venuta di Cristo). Il partire dei due poeti non è meno rapido (“si in aliquo minus quam monui penitueris … veniam tibi … cito – né la nostra partita fu men tosta”). All’inizio del canto successivo, Virgilio appare “da sé stesso rimorso”, per la propria “dignitosa coscïenza e netta”: amaro morso per una piccola colpa (Purg. III, 7-9, corrisponde alla modesta colpa rimproverata al vescovo di Pergamo).
Una variazione dell’inciso “si in aliquo minus quam monui penitueris … veniam tibi … cito” si registra a Par. III, 15: “tornan d’i nostri visi le postille / debili sì, che perla in bianca fronte / non vien men tosto a le nostre pupille”, lezione preferibile a men forte (Petrocchi), nel senso del lento pervenire (‘meno lentamente’) dell’immagine agli occhi. La situazione è inversa rispetto alla dipartita veloce dei due poeti ai piedi della montagna e la variazione è oltremodo distante dal tema originario, ma la parodia operata sulla medesima esegesi della terza chiesa nel caso di Costanza d’Altavilla (vv. 106, 108, 118; Ap 2, 13) induce a mantenere la lezione prescelta. Sospetta lectio facilior è forte rispetto a debili; men tosto è invece riferito al lento ‘tornare’, in consonanza con il luogo. Ciò che ritorna a Dio è la contemplazione (Ap 3, 12); il cielo della Luna si muove più lentamente, ne “la spera più tarda” la “dolce vita” del paradiso è meno toccata dalla pioggia della Grazia.
2. Amor amicitiae, qui proprie dicitur caritas
Nel cielo della Luna, “etterna margarita” dalle qualità tutte femminili, figura della vitrea acquosa trasparenza nella quale si specchiano i beati nella Gerusalemme celeste, alla quale hanno fatto ritorno, Piccarda Donati, una donna, spiega in cosa consista la beatitudine, e lo fa in presenza di Beatrice, la donna che porta la beatitudine nel nome, causa finale dell’Apocalisse. E, poiché le beatitudini sono due, quella in terra e quella in cielo, Piccarda presenta un’altra donna, Costanza d’Altavilla, genitrice in Federico II del seme imperiale, che presiede alla prima. Tre donne, dunque, vengono intorno al poeta. Si tratta di donne realmente vissute, le quali fanno segno di tre diverse realtà.
Beatrice non rappresenta la teologia, come spesso si è sostenuto, ma la storia umana che corre verso il fine coincidente, come si è detto, col suo nome. Recita i temi con i quali Olivi tesse la storia della Chiesa ma, nella parodia poetica, li applica all’intera umanità. È figura di Cristo centro della storia il quale, in quanto uomo, guida con la voce esteriore, in quanto Spirito con il dettato interiore. Il Cristo uomo, che insegna tramite la luce dell’intelletto, è stato impersonato in Virgilio, che nell’Eden ha lasciato il campo a Beatrice, cioè al gusto d’amore. La donna opera nel sesto stato della Chiesa, corrispondente ai tempi moderni e, per l’esegeta francescano, all’età dello Spirito di Gioacchino da Fiore. Il suo sorridere (III, 24, 25) è sacra parodia dello splendore del volto di Cristo, splendente nel mezzogiorno del sesto stato in una nuova trasfigurazione (Ap 1, 16). Poeticamente, vive la terza età gioachimita: “in tertio tempore Spiritus Sanctus exhibebit se ut flammam et fornacem divini amoris (Ap 3, 7) – S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore”.
Piccarda, la sorella di Corso Donati tratta a forza dal convento delle Clarisse a Monticelli e costretta a sposare, tra il 1283 e il 1293, Rossellino della Tosa, spiega in cosa consista la beatitudine della vita eterna, che ha a oggetto la visione di Dio, alla quale, secondo quanto Dante scrive nella Monarchia (III, xv, 7-10) si perviene tramite le virtù teologali e sotto la guida del romano pontefice. Le parole di colei che rimase clarissa nel cuore (“non fu dal vel del cor già mai disciolta”) sono pregne di quanto Olivi aveva scritto sull’essenza della beatitudine, in due delle sue quaestiones de perfectione evangelica che dovevano circolare a Firenze nello Studium di Santa Croce almeno dal tempo in cui Olivi vi fu lettore di teologia (1287-1289).
Nella prima quaestio il francescano tratta della vita contemplativa, somma perfezione dell’anima, mossa dalla carità – “amor … virtus libera et unitiva, liberalis et imperativa” (il “libero amore”: Par. XXI, 74) – che muove insieme l’intelletto e la volontà, rendendo conformi alla volontà di Dio. Da soli, intelletto e volontà non conseguono l’unione con Dio, che avviene unicamente “per amorem amicitiae, qui proprie dicitur caritas”. È quanto afferma Piccarda: “s’essere in carità è qui necesse, / e se la sua natura ben rimiri”. L’amore non è perfetto se non si conforma alla volontà divina: “Et inde est quod amor non est perfectus, nisi sit summe humilis et summe oboediens, et voluntati divinae summe obtemperans et conformis”. Così la Donati: “virtù di carità, che fa volerne / sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta … Anzi è formale ad esto beato esse / tenersi dentro a la divina voglia, / per ch’una fansi nostre voglie stesse”. L’anima della “vergine sorella” insiste sulla volontà; se infatti l’intelletto individua il fine – l’unione con Dio -, è la volontà a realizzarlo: “unio haec in intellectu inchoatur, sed in affectu consummatur” [1]. Il tema del volere percorre l’intero primo cielo; corrisponde alla fervida volontà iniziale una con quella di Cristo (“voluntas mea in ea”), poi rilassatasi (“lapsus”), secondo l’interpretazione del nome della prima chiesa d’Asia, Efeso (Ap 2, 1). Così la ferma volontà del voto è venuta meno nelle anime che si mostrano nel primo cielo, “per far segno / de la spiritüal c’ha men salita” (Par. IV, 38-39) [2]. Alla domanda di Dante – “Ma dimmi: voi che siete qui felici, / disiderate voi più alto loco / per più vedere e per più farvi amici?” – Piccarda risponde che l’amor amicitiae dei beati ha come fine solo Dio.
Nella seconda quaestio, non meno pregna della prima di citazioni agostiniane, Olivi afferma che la beatitudine realizza il sommo desiderio, cioè la quiete e la pace della volontà; Dante nella parodia le elabora entrambe:
amor non est perfectus, nisi sit … voluntati divinae … conformis … Nihil enim propter nos desideramus vel desiderare possumus, nisi propter gaudium et delectationem, et pacem et quietem nostram … quia delectabile voluntati nostrae, et quia quietans ipsam – Frate, la nostra volontà quïeta / virtù di carità … Se disïassimo esser più superne, / foran discordi li nostri disiri / dal voler di colui che qui ne cerne … E ’n la sua volontade è nostra pace … perché fino al morir si vegghi e dorma / con quello sposo ch’ogne voto accetta / che caritate a suo piacer conforma [3].
Costanza d’Altavilla, la terza donna che fu sposa di Enrico VI e madre di Federico II, fa segno dell’altra beatitudine posta come fine all’uomo dalla Provvidenza: la beatitudine di questa vita (raffigurata nel paradiso terrestre), alla quale si perviene sotto il regime dell’Imperatore, attraverso la filosofia e la pratica delle virtù morali e intellettuali. In tal senso, il cielo della Luna, dove si tratta del voto, cioè della santa vita di religione volta alla beatitudine della vita eterna, anticipa il seguente cielo di Mercurio, dove Giustiniano parlerà per dettato del “sacrosanto segno” dell’Aquila imperiale.
Tab. III.3
Inf. I, 55-57; II, 37-42, 139E qual è quei che volontieri acquista,
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Par. I, 49-54E sì come secondo raggio suole
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[LSA, cap. II, Ap 2, 1] Ut ergo via allegoriis et etiam litterali sensui et ratio iam predictorum pateat, sciendum quod ea que tanguntur in informationibus harum ecclesiarum coaptantur septem virtualibus exercitiis mentis ordinate ad perfectionem ascendentis, que et proprie correspondent septem statibus ecclesiasticis, propter quod sensus moralis et allegoricus concordant et clare refulgent in sensu litterali. Exercitia autem sunt hec.
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[LSA, cap. I, Ap 1, 4 (Salutatio)] “Pax” vero sumitur per respectum ad obiectum fruibile, et ad statum quietum et finalem mentis et gratie, et ad mutuam confederationem Dei et suorum cum mente et mentis cum ipso et suis. Unde et gratia potest stare pro initio nondum perfecto, pax vero pro eius fine perfecto.Purg. X, 121; XI, 10-12, 28-29O superbi cristian, miseri lassiCome del suo voler li angeli tuoi
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Piccarda, che fu clarissa, parla come Olivi scrive nelle quaestiones sulla vita contemplativa e sulla beatitudine. Ma l’episodio, come l’intero poema, è parodia poetica della Lectura super Apocalipsim, per cui molti altri temi le vengono attribuiti. La vita claustrale è tipica del quarto stato della Chiesa, nel quale eccellono gli anacoreti o contemplativi. Le parole della donna – “Li nostri affetti, che solo infiammati / son nel piacer de lo Spirito Santo” (Par. III, 52-53) – contengono sia il tema di Tiàtira, la quarta chiesa d’Asia interpretata come infiammata, sia quello dell’affetto, precipuo degli anacoreti. Come costoro, i beati hanno i piedi simili all’oricalco, a designare la perfetta carità: “ché la verace luce che le appaga / da sé non lascia lor torcer li piedi” (vv. 32-33; Ap 1, 15; 2, 18; Beatrice stessa, al verso 24, è colei “che, sorridendo, ardea ne li occhi santi” al modo con cui Cristo, che scruta le reni e i cuori, si presenta a Tiàtira, tema ripreso in fine di Par. IV: Ap 2, 18.23). Piccarda, perfetta interprete del quarto stato della Chiesa, fu “vergine sorella” che fuggì dal mondo per farsi suora (vv. 46, 103-104: prologo, Notabile I). Più avanti le fa eco Beatrice rivolta a Dante – “S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore” (Par. V, 1) – la quale, utilizzando l’altro motivo della quarta chiesa interpretata come “vittima vivente”, spiega che nel voto religioso si stabilisce un patto tra l’uomo e Dio per cui “vittima fassi” della libera volontà, il maggior dono divino dato all’uomo (vv. 28-29). In questi casi il tema del fiammeggiare risente anche dell’esegesi del sesto periodo della Chiesa, con il quale si apre il terzo stato generale del mondo (l’età dello Spirito secondo Gioacchino da Fiore), che sarà fiamma e fornace di amore divino, cellario di ebbrezza spirituale, dispensa di aromi divini e di spirituali unzioni ed unguenti, tripudio giocoso di giubilo spirituale (Ap 3, 7). Il sorriso di Piccarda eguaglia quello di Beatrice nel manifestare lo splendore solare del volto di Cristo nel sesto stato della Chiesa (vv. 42, 67; Ap 1, 16).
Tab. III.4
Il tema dell’aprire, oltre che della sesta (Filadelfia) è proprio anche della settima chiesa d’Asia (Laodicea). Ad essa Cristo dice, da una parte, di comprare da lui l’oro della carità con l’offrire tutto il cuore, abdicando a quanto possiede nel dedicarsi al servizio di Dio (Ap 3, 18). Dall’altra, in un passo di poco successivo (Ap 3, 20), è Cristo stesso a incitare e ad adescare, mostrandosi pronto e desideroso di convivare con gli uomini in modo intimo e socievole: “Ecco, io sto alla porta” – dei vostri cuori – “e busso”, cioè vi stimolo con forza, tramite moniti, rimproveri, minacce e promesse, perché mi apriate i vostri cuori. “Se qualcuno ascolta”, se cioè qualcuno riceve nel cuore con obbedienza “la mia voce” – quella dei miei moniti – “e mi apre la porta”, cioè l’intimo consenso e l’affetto del suo cuore, “entrerò in lui”, con l’affluire della grazia, “e cenerò con lui”, accettandolo e incorporandolo in me con amore quale cibo amabile e soave, “ed egli con me”, gustando e incorporando la mia dolcezza e bontà.
Questi due passi tratti dall’istruzione data all’ultima delle chiese d’Asia possono essere collazionati tra di essi e con il tema della porta aperta proprio della sesta chiesa (Ap 3, 8), che designa il sentire l’ordine interiore di Cristo e l’apertura della volontà. Di qui derivano il pronto ubbidire di Virgilio alle vere parole di Beatrice, alla quale non resta che aprirgli la sua volontà (Inf. II, 79-81, 134-135); il cuore di Dante disposto con desiderio al viaggio dalle parole di Virgilio, con il quale ora egli ha un’unica volontà (vv. 136-140); il desiderio di Dante di ubbidire a Farinata, per cui il poeta si apre al ghibellino rivelandogli quali fossero stati i suoi ‘maggiori’ (Inf. X, 43-44).
Così i motivi segnano l’offrirsi pronto al servigio, dopo aver contemplato a lungo in silenzio Guido Guinizzelli, il padre suo e degli altri che usarono rime d’amore dolci e leggiadre (Purg. XXVI, 103-105). Il rimatore bolognese subito dopo risponde usando un tema tratto dalla sesta chiesa (Ap 3, 8), con cui asserisce che nessuno potrà oscurare l’impronta lasciata da Dante in lui (vv. 106-108). Una variazione si registra in Giustiniano, che sentì l’ordine di dedicarsi tutto all’alto lavoro di legislatore (Par. VI, 10-12, 22-24).
Appartiene al gruppo la pronta risposta di Piccarda (“La nostra carità non serra porte / a giusta voglia”), preceduta nelle parole del poeta dai motivi della dolcezza e del gustare (Par. III, 37-45). Forse anche le parole rivolte a Folchetto di Marsiglia – “s’io m’intuassi, come tu t’inmii” (Par. IX, 81) – sono scavate sull’esegesi di Ap 3, 20: «acceptando et amative michi incorporando ipsum et omnia bona eius tamquam cibos michi amabiles et suaves, “et ipse mecum”, scilicet me … incorporando”». Variazione dissonante: nessuno se non Francesco ha aperto la porta a Povertà (Par. XI, 58-60).
Tab. III.5
[LSA, cap. III, Ap 3, 18 (Ia visio, VIIa ecclesia)] Emitur autem (aurum ignitum et probatum), cum se et omnia sua abdicat quis, et abnegat pro ipso habendo, seu cum se et totum cor suum offert et dedicat servituti et obedientie Dei pro ipso et eius caritate habenda.
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Purg. XXVI, 103-108Poi che di riguardar pasciuto fui,
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[LSA, cap. III, Ap 3, 8 (Ia visio, VIa ecclesia)] Dicit ergo (Ap 3, 8): “Scio opera tua”, per singularem scilicet approbationem et per gubernandi et remunerandi infallibilem intentionem. “Ecce dedi coram te hostium apertum”. Hostium aperitur cum intellectus illuminatur et exacuitur ad scripturarum occulta expedite et faciliter penetranda et videnda, et cum predicationi datur spiritalis efficacia ad corda audientium penetranda, et cum incredulorum corda divinitus aperiuntur ad credendum et implendum Christi legem et fidem que predicatur eis, et etiam cum spiritus predicantium sentit ordinationem et assistentiam Christi ad aperiendum corda gentium per sermonem ipsius. Nam predicta Christi ordinatio seu voluntas est primum hostium seu prima apertio sue voluntatis et gratie dande auditoribus et sermoni predicantis. De hoc autem dicit Apostolus, Ia ad Corinthios ultimo (1 Cor 16, 8-9): “Permanebo Ephesi. Hostium enim michi apertum est magnum et evidens”. Et ad Colossenses ultimo (Col 4, 3): “Orantes simul etiam pro nobis, ut Deus aperiat hostium sermonis ad loquendum misterium Christi”. Et Actuum XIIII° (Ac 14, 26), ubi dicitur quod Paulus et Barnabas “retulerunt” in ecclesia Antiochie “quanta fecisset Deus cum illis et <quia> aperuisset gentibus hostium fidei”. De apertione vero libri scripture dicitur infra, sub sexto angelo tuba canente, angelus habens faciem velut solis tenere librum apertum (Ap 10, 2). “<Quod> nemo potest claudere”, tum quia quod Deus vult omnino irrefragabiliter aperire, sicut utique voluit isti, nemo potest impedire; tum quia sub tanta luce et evidentia fit hec apertio isti et statui sexto per eum designato quod nemo potest eam obscurare per aliquam rationem vel astutiam, nec per aliquod scripture sacre testimonium, nec per quamcumque aliam viam. “Dedi”, inquam sic tibi “apertum”, “quia modicam habes virtutem”, scilicet ad miracula vel ad corporalia fortis active opera, que sensuales homines plus admirantur et estimant quam intellectualia et interna, unde et plus moventur per illa quam per ista et facilius trahuntur ad imitandum seu ad desiderandum imitari <illa quam ista>, et ideo carentem istis et miraculis oportet habere modo supradicto hostium apertum, si multi sunt convertendi per ipsum. “Et servasti”, id est et quia servasti, “verbum meum”, id est doctrinam mee fidei et mee legis. |
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Inf. II, 79-81, 133-140tanto m’aggrada il tuo comandamento,
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Par. III, 37-45“O ben creato spirito, che a’ rai
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[LSA, cap. III, Ap 3, 20 (Ia visio, VIIa ecclesia; cfr. *, **)] Deinde incitat et allicit eum fortius, exhibendo se ei ut paratissimum et desideratissimum associalissime et intime convivendum et convi-vandum cum eo, unde subdit (Ap 3, 20): “Ecce” ego “sto ad hostium”, scilicet cordium vestrorum, “et pulso”, id est vos meis monitis et increpationibus et comminationibus et promissionibus vehementer excito ut michi corda vestra aperiatis.
“Si quis audierit”, id est cordaliter seu obedienter receperit, “vocem meam”, scilicet monitionum mea-rum predictarum, “et aperuerit michi ianuam”, id est viscerales consensus et affectus cordis sui, “intrabo ad illum”, scilicet per influxus et illapsus gratie, “et cenabo cum illo”, scilicet acceptando et amative michi incorporando ipsum et omnia bona eius tamquam cibos michi amabiles et suaves, “et ipse mecum”, scilicet me et meam dulcedinem et bonitatem iocunde gustando et comedendo ac bibendo et incorporando.
Par. IX, 79-81
perché non satisface a’ miei disii?
Già non attendere’ io tua dimanda,
s’io m’intuassi, come tu t’inmii.
Par. XI, 58-60
ché per tal donna, giovinetto, in guerra
del padre corse, a cui, come a la morte,
la porta del piacer nessun diserra
I compagni dell’Agnello in Sion, la montagna della contemplazione (Sion significa “specula”), dopo la sconfitta dell’Anticristo cantano un cantico nuovo, non per la vanagloria del mondo (Ap 14, 3). Piccarda, che ha spiegato a Dante in cosa consista la beatitudine e che in terra rimase sempre una contemplativa anche lontana dal chiostro, “cominciò ‘Ave, Maria’ cantando” (canto nuovo nel poema) “e cantando vanio” sottraendo al poeta i fiochi lineamenti terreni con i quali gli si era mostrata. I compagni seguono l’Agnello ovunque vada, per quanto possibile in questa vita (Ap 14, 4); gli occhi di Dante, imitatore di Cristo, “tanto lei seguio / quanto possibil fu”.
Tab. III.6
[LSA, cap. XIV, Ap 14, 3-4] Quinto quia nichil vetustum aut inveteratum in se habebat, sed omnia nova et renovativa, unde subdit (Ap 14, 3): “Et cantabant quasi canticum novum”. Novum quidem, tam ex parte materie de qua cantabant quam ex parte cantantium et suarum cithararum et quam ex parte modi cantandi.
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Par. III, 121-127Così parlommi, e poi cominciò ‘Ave,
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Unde et sextum preconium prerogative ipsorum est indivisibilis et indistans ipsorum ad Christum familiaritas, propter quod subditur: “Et sequuntur Agnum quocumque ierit” (Ap 14, 4). Quantum unusquisque Deum imitatur et participat, in tantum sequitur eum. Qui ergo pluribus et altioribus seu maioribus perfectionibus ipsum imitantur et possident altius et multo fortius ipsum sequuntur. Qui ergo secundum omnes sublimes et supererogativas perfectiones mandatorum et consiliorum Christi ipsum prout est hominibus huius vite possibile participant, “hii sequuntur Agnum quocumque ierit”, id est ad omnes actus perfectionum et meritorum ac premiorum eis correspondentium, ad quos Christus tamquam dux et exemplator itineris ipsos deducit. |
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[1] Cfr. P. I. OLIVI, An contemplatio sit melior ex suo genere quam omnis alia actio, ed. A. Emmen–F. Simoncioli, La dottrina dell’Olivi sulla contemplazione, la vita attiva e mista, in “Studi Francescani”, 60 (1963), p. 417.
[2] Nel primo cielo, della Luna, si affronta la questione dell’inadempienza dei voti, che ha corrispondenza con i temi propri della prima chiesa di Efeso, il cui nome, se interpretato, oscilla tra la fervida volontà iniziale e la remissione (Ap 2, 1; l’essenza del voto consiste nella volontà: le parole di Beatrice in Par. V, 19-31 sono parodia della quaestio oliviana sul voto). Il riferimento alla volontà è frequente in Par. III-V.
[3] Nel parlare di Piccarda sono variati anche i motivi del desiderio che asseta (Ap 7, 17) e del venire di chi ha sete con desiderio e volontario consenso (Ap 22, 17).
3. “L’ombra de le sacre bende”
Il capitolo XXII dell’Apocalisse si apre con la visione del nobilissimo fiume che scorre nel mezzo della Gerusalemme celeste. È lo stesso Spirito Santo, ovvero la gloria che da Dio affluisce sui beati: fiume di acqua viva, o di vita eterna, da cui deriva tutta la sostanza della Trinità. Fiume di splendore e luce per sapienza, che ha due rive o due parti (destra e sinistra, superiore e inferiore), designanti le due nature, divina e umana, di Cristo-lignum vite che dà perpetui frutti. Il lignum vite, l’albero che sta nel mezzo, con le sue foglie getta un’ombra sacramentale, di verità superiori, su entrambe le rive, l’umana e la divina, perché non solo il cielo, ma anche la terra è ripiena della gloria di Dio.
L’esegesi di Ap 22, 1-2 offre una ricchezza tematica riaffiorante in numerosi luoghi della Commedia. Essa conduce ai due fiumi dell’Eden (il Lete e l’Eunoè) che si dipartono da un’unica fontana. Non sono solo i due fiumi a essere fasciati dalla sacra pagina e dalla sua esposizione. Perfino Beatrice vi partecipa. Anche la donna ha due bellezze, gli occhi e la bocca. Alla prima si perviene con le virtù cardinali (le quali lì accompagnano Dante), ma si guarda nel suo profondo solo con le virtù teologali e per preghiera di queste, congiunta con la grazia gratuitamente data, si ottiene la seconda bellezza. Nel suo svelarsi, Beatrice è “isplendor di viva luce etterna” che sta fra cielo e terra, “là dove armonizzando il ciel t’adombra”. Per lei non si parla di ‘fiume’ o di ‘acqua’, ma assume alcune fondamentali prerogative di Cristo centro della Gerusalemme celeste, della sua irrigazione e dunque della storia umana (Purg. XXXI, 139-145).
I due fiumi dell’Eden sono figura in terra dell’unico luminoso fiume dell’Empireo: “fulvido di fulgore, intra due rive / dipinte di mirabil primavera”, dal quale escono “faville vive”, è “onda / che si deriva” da Dio; ma il fiume, le faville (“li topazi / ch’entrano ed escono”) e il verdeggiante “rider de l’erbe” sono “umbriferi prefazi”, cioè ombra sacramentale del vero, adombranti il primo una forma circolare e non lineare, le seconde gli angeli, il terzo i beati (Par. XXX, 61 sgg.).
Nel “poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra” (Par. XXV, 1-2; cfr. il giurare dell’angelo ad Ap 10, 5-7), sull’esegesi del fiume di una città immateriale, perché tale è la Gerusalemme celeste, Dante poteva rispecchiare quanto la sua mente aveva elaborato sulle due beatitudini, poste come fini all’uomo dalla Provvidenza: la beatitudine di questa vita (raffigurata nel paradiso terrestre), alla quale si perviene sotto il regime dell’Imperatore, attraverso la filosofia e la pratica delle virtù morali e intellettuali; la beatitudine della vita eterna (consistente nella visione di Dio), alla quale si perviene tramite le virtù teologali e sotto la guida del romano pontefice (cfr. Monarchia, III, xv, 7-10). Entrambe le beatitudini, come le loro guide, discendono senza intermediari dall’unico Fonte dell’universale autorità (ibid., xv, 15). Corrispondono alle due rive, umana e divina, dell’unico fiume della grazia e della gloria, all’umanità e alla divinità di Cristo. Beatrice, figura di Cristo, è nell’Eden cerniera: gli occhi partecipano sia dell’una come dell’altra, la bocca svelata adombra la visione di Dio.
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Tab. III.7
[LSA, cap. XXII, Ap 22, 1-2 (VIIa visio)] Hic sub figura nobilissimi fluminis currentis per medium civitatis describit affluentiam glorie manantis a Deo in beatos. Fluvius enim iste procedens a “sede”, id est a maiestate “Dei et Agni”, est ipse Spiritus Sanctus et tota substantia gratie et glorie per quam et in qua tota substantia summe Trinitatis dirivatur seu communicatur omnibus sanctis et precipue beatis, que quidem ab Agno etiam secundum quod homo meritorie et dispensative procedit. Dicit autem “fluvium” propter copiositatem et continuitatem, et “aque” quia refrigerat et lavat et reficit, et “vive” quia, secundum Ricardum, numquam deficit sed semper fluit. Quidam habent “vite”, quia vere est vite eterne. Dicit etiam “splendidum tamquam cristallum”, quia in eo est lux omnis et summe sapientie, et summa soliditas et perspicuitas quasi cristalli solidi et transparentis. Dicit etiam “in medio platee eius” (Ap 22, 2), id est in intimis cordium et in tota plateari latitudine et spatiositate ipsorum.
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Par. XXX, 61-66, 76-78, 85-87e vidi lume in forma di rivera
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Purg. XXXI, 1-3, 139-145“O tu che se’ di là dal fiume sacro”,
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[LSA, cap. X, Ap 10, 5-7 (IIIa visio, VIa tuba)] Nota etiam quod sicut nos iuramus levando et ponendo manum super altare vel super librum evangeliorum, tamquam protestantes nos per sanctitatem altaris vel evangelii iurare, sic iste angelus iurat levando manum ad celum, id est per altam protestationem celestis ecclesie et Dei habitantis in ea, et etiam quia demonstratio celestis mansionis et eternitatis multum confirmat tempus huius seculi <c>eleriter transiturum. Hinc etiam est quod iurat “per viventem” in eternum, ubi etiam signanter specificat tria per ipsum creata, scilicet “celum”, tamquam electis querendum et tamquam locum in quo est eorum gloria consumanda; deinde “terram” cum existentibus in ea, et tertio “mare” cum existentibus in eo, quasi dicat: iuro per eum qui creavit terram fidelium et mare nationum infidelium, quibus utrisque nunc ego predico ed ad eternam gloriam invito. Unde et tenebat pedem unum super terram et alium super mare. |
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4. “La luce de la gran Costanza”
Uomini poi, a mal più ch’a bene usi, / fuor mi rapiron de la dolce chiostra: / Iddio si sa qual poi mia vita fusi (vv. 106-108). Cristo loda la chiesa di Pergamo, la terza d’Asia, appropriata ai dottori del terzo stato della storia della Chiesa, per avere mantenuto e confessato la fede e per non avere rinnegato il suo nome nelle persecuzioni, pur abitando nella “sede di Satana”, dove il diavolo regna immobile e siede come nella sua salda, principale e magistrale sede. Riferisce quindi di un fedele testimone, Antipa, che fu messo a morte “presso di voi, dove è la sede di Satana”, non dai buoni ma dai malvagi sui quali il diavolo regna. La citazione della costanza di Antipa nella confessione di fede – “constantiam autem fidei et martirium huius sancti refert” – ha lo scopo di incitare e animare con l’esempio il vescovo e i suoi a fare altrettanto (Ap 2, 13).
Il tema della costanza di Antipa, perseguitato “non a bonis sed a malis”, si ritrova in Piccarda rapita alle dolcezze claustrali da “uomini … a mal più ch’a bene usi”. La sorella di Corso Donati conclude la terzina dicendo: “Iddio si sa qual poi mia vita fusi”, da connettere con “scio”, detto da Cristo al vescovo e alla chiesa di Pergamo (Par. III, 106-108). Il nome dell’altro splendore alla destra di Piccarda nel cielo della Luna – “quest’ è la luce de la gran Costanza”, la madre di Federico II (v. 118) – concorda con il tema (la parodia dell’esegesi latina non induce a prescegliere la forma Gostanza).
Quest’ è la luce de la gran Costanza / che del secondo vento di Soave / generò ’l terzo e l’ultimapossanza (vv. 118-120). Ad Ap 12, 5 (quarta visione, prima guerra) si dice che la donna, dinanzi alla quale stava il drago pronto a divorarne il parto, “partorì un figlio maschio”, maschio non solo per sesso ma anche per valore di virile virtù, “che avrebbe governato tutte le genti con lo scettro di ferro”, cioè con inflessibile e insuperabile giustizia e potenza; figlio che fu poi “rapito” al trono di Dio.
Il tema del figlio maschio che governerà le genti con lo scettro di ferro (Ap 12, 5) si connette con quanto detto all’inizio del capitolo XI sul significato del “calamus” dato a Giovanni per misurare il tempio. La canna simile a una verga, che designa il potere e la discrezione nel reggere la Chiesa, viene interpretata anche come la “lingua erudita”, che serve a correggere i duri cuori degli uomini, come con la verga si piegano le bestie indomite (Ap 11, 1). Questa “lingua erudita” è altresì propria dell’angelo che ad Ap 14, 14 siede sopra una nube candida con in capo la corona d’oro e in mano la falce acuta: secondo Gioacchino da Fiore, l’immagine designa un ordine di giusti ai quali è dato di imitare in modo perfetto il Figlio dell’uomo e di possedere l’eloquio per diffondere il Vangelo del regno e raccogliere nel campo del Signore l’ultima messe. La nube candida indica che la “conversatio” dell’angelo, cioè la sua vita religiosa, non è gravata da oscurità ma è lucida e spirituale.
Sono questi i fili spirituali intrecciati nella terzina relativa alla “luce de la gran Costanza” d’Altavilla, sposa del figlio di Federico Barbarossa, Enrico VI, “secondo vento di Soave”, dal quale “generò ’l terzo e l’ultima possanza”, ossia Federico II, ultimo imperatore dei Romani (Par. III, 118-120).
Costanza è come la donna che ha partorito un figlio destinato a governare con giustizia e potenza “in virga ferrea”, che non è solo lo scettro del potere, ma anche quello della lingua. Come affermato nel De vulgari eloquentia I, xii, 4, Federico II e il suo “benegenitus” Manfredi, “illustres heroes”, avevano fatto in modo che quanti erano nobili di cuore e dotati di doni divini aderissero loro e, poiché la sede del trono regale era la Sicilia, tutto ciò che gli Italiani di animo eccellente producevano a quel tempo vedeva dapprima la luce in quella reggia e di conseguenza quanto è stato finora prodotto in volgare viene chiamato siciliano, “nec posteri nostri permutare valebunt”.
È stato notato da alcuni commentatori (Pietro di Dante, Buti) come l’espressione “vento di Soave”, riferita ad Enrico VI, secondo imperatore della casa di Svevia, alluda all’instabilità delle dignità mondane: “esprime potenza impetuosa e superba”, aggiunge il Sapegno. Questa interpretazione sembra confermata dalla Lectura nell’esegesi dell’apertura del sesto sigillo (Ap 6, 13) dove, per spiegare la caduta delle stelle dal cielo, cioè dei religiosi apostati e scismatici dal proprio alto stato, si ricorre all’immagine dell’immaturità dei fichi, privi della “soave” carità interna e grossi per superbia, per cui verranno portati via dall’albero della santa religione dal “vento” della vanità e della tentazione.
Il tema della mascolinità nel corpo e nella virtù, del reggere con forza insuperabile e con giustizia inflessibile, è applicato in modo disgiunto e con diversa intensità a Pietro III d’Aragona e a Carlo d’Angiò, che purgano la propria negligenza nella valletta dei principi. Del primo re, “quel che par sì membruto” e che, mentre canta, si accorda con Carlo I d’Angiò – “con colui dal maschio naso” -, è detto che “d’ogne valor portò cinta la corda” (Purg. VII, 112-114), superando nella virtù l’angioino, come dimostra il maggior diritto a vantarsi del marito da parte di Costanza, moglie di Pietro III, rispetto a Beatrice e a Margherita, mogli di Carlo (vv. 127-129). Un rapimento per virtù è il movimento con cui Beatrice spinge Dante dal cielo di Saturno a quello Stellato (Par. XXII, 100-105).
Tab. III.8
IV
1. Il canto del dubbio. 2. Soluzione del secondo dubbio: la “dolce vita” differenziata. 3. Soluzione del primo dubbio: l’accettazione del male minore. |
Legenda [3]: numero dei versi; 9, 5-6: collegamento ipertestuale all’esegesi, nella Lectura di Olivi, di capitolo e versetto dell’Apocalisse [Ap]; Not. I: collegamento all’esegesi contenuta nei tredici notabilia del prologo della Lectura. Varianti rispetto al testo del Petrocchi. |
Intra due cibi, distanti e moventi
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1. Il canto del dubbio
Il tema del dubbio occupa nella Lectura super Apocalipsim un posto centrale, in due luoghi distinti.
a) Secondo il principio della concorrenza tra gli stati, affermato nel Notabile X del prologo della Lectura super Apocalipsim, il sesto stato – cioè il periodo in cui vivono Olivi e Dante e che è iniziato con Francesco d’Assisi – concorre con il secondo, per antonomasia lo stato dei martiri, non per connessione temporale (questo inizia infatti con la persecuzione di Nerone o con la lapidazione di santo Stefano o con la passione di Cristo e dura fino alla pax costantiniana), ma a motivo della quantità dei testimoni della fede. Il tipo di martirio è tuttavia diverso. I martiri del sesto stato soffrono nel dubbio, il loro è un “certamen dubitationis” che i primi testimoni della fede non provarono per l’evidenza dell’errore in cui incorrevano gli idolatri pagani. Nel sesto stato il martire non prova soltanto il tormento del corpo, viene anche spinto (“propulsabuntur martires”) dalla sottigliezza degli argomenti filosofici, dalle distorte testimonianze scritturali, dall’ipocrita simulazione di santità, dalla falsa immagine dell’autorità divina o papale, in quanto falsi pontefici insorgono, come Anna e Caifa insorsero contro Cristo. Per rendere più intenso il martirio, i carnefici stessi operano miracoli. Tutto ciò appartiene alla tribolazione del tempo dell’Anticristo, alla tentazione che induce in errore persino gli eletti, come testimoniato da Cristo nella grande pagina escatologica di Matteo 24, 24: “dabunt signa magna et prodigia, ita ut in errorem inducantur, si fieri potest, etiam electi”. Scrive Gregorio Magno nei Moralia, commentando Giobbe 40, 12 – “stringe (nel senso di tendere) la sua coda come un cedro” -: “ora i nostri fedeli fanno miracoli nel patire perversioni, allora i seguaci di Behemot faranno miracoli anche nell’infliggerle. Pensiamo perciò quale sarà la tentazione della mente umana allorché il pio martire sottoporrà il corpo ai tormenti mentre davanti ai suoi occhi il carnefice opererà miracoli”.
b) Al suono della quinta tromba, tolto il freno che lo teneva chiuso, dal fumoso pozzo dell’abisso (Ap 9, 1-2) escono le locuste (Ap 9, 3). Il grave dolore e il cruccio provocato dalla puntura delle locuste insinua dubbi nella fede, che inducono il timore di errare in qualsivoglia parte, vera o falsa, e che suscitano mestizia e costernazione nel vedere tanti mali, fino al tedio della vita e al desiderio di morire (Ap 9, 5-6). Ma il loro nuocere durerà per breve tempo, “cinque mesi”, al termine dei quali, come dice l’Apostolo a Timoteo, la loro insipienza sarà manifesta (2 Tm 3, 9).
Entrambi i passi offrono temi variati in numerosi luoghi del poema. Ciò accade anche nel quarto canto del Paradiso, che ha ad oggetto principale la soluzione data da Beatrice a due dubbi di Dante. Il poeta non ha compreso, in primo luogo, perché le anime che si mostrano nel cielo della Luna godano di un premio inferiore quando il loro merito non è stato diminuito dalla violenza che le ha strappate, come avvenuto con Piccarda e Costanza d’Altavilla, alla vita religiosa nella quale avrebbero voluto rimanere e alla quale volsero sempre il proprio cuore. In secondo luogo, Dante dubita che sia vera la teoria del Timeo di Platone, per cui le anime dopo la morte tornino alle stelle da cui sarebbero discese nei corpi.
Al primo passo (prologo, Notabile X), nel quale si sottolinea come i martiri vengano dal dubbio spinti nell’errore, rinvia il vers0 8 (“da li miei dubbi d’un modo sospinto”). Nel corso del viaggio, tuttavia, il dubbio perde progressivamente il valore voraginoso parodiato in tanti luoghi del poema; i nodi e gli attorcigliamenti delle coscienze (cfr. Ap 5, 5) restano sottili ma sono meno drammatici. Esiste anche il dubbio che “nasce … a piè del vero … ed è natura / ch’al sommo pinge noi di collo in collo” (Par. IV, 130-132). Lo stesso panno esegetico qui è torto in senso positivo, di appagamento (con la guida, in questo caso Beatrice) dell’intelletto illuminato dal “ver … di fuor dal qual nessun vero si spazia” (vv. 125-126; cfr. Ap 5, 1), e concordato con quanto scrive Aristotele sulla necessità del dubbio (Metafisica, B 1, 995a, 24-34). Appagamento sottolineato dai motivi del posarsi e del congiungersi tipici della Gerusalemme celeste, riferiti all’intelletto umano che si riposa nel vero divino “come fera in lustra, / tosto che giunto l’ha; e giugner puollo” (vv. 127-128; Ap 21, 12.16). Beatrice, nello sciogliere i dubbi, ondeggia come il fiume di acqua viva e vera che scorre nel mezzo della città superna (vv. 115-117; Ap 22, 1-2) [1]. Come Cristo nei confronti delle chiese, la donna scruta ogni pensiero dell’amico (v. 16; Ap 2, 1), raffreddandone il calore provocato dall’incertezza, “qual fé Danïello, / Nabuccodonosor levando d’ira, / che l’avea fatto ingiustamente fello” (vv. 10-15; parodia della quarta coppa, versata sul sole e causa di calore, ira e ingiustizia ad Ap 16, 8-9).
Il secondo passo (Ap 9, 5-6), dove si insiste sul timore indotto dal dubbio su quale sia la scelta giusta, si rispecchia nella triplice similitudine iniziale con un uomo il quale, pur dotato di libero arbitrio, morrebbe di fame prima di scegliere “intra due cibi, distanti e moventi / d’un modo”; con un agnello “intra due brame / di fieri lupi, igualmente temendo”; con “un cane intra due dame” (vv. 1-6).
2. Soluzione del secondo dubbio: la “dolce vita” differenziata
La materia è stata trattata nell’esame di Paradiso I, al quale pertanto si rinvia.
3. Soluzione del primo dubbio: l’accettazione del male minore
Commentando l’istruzione data a Laodicea, la settima chiesa d’Asia rimproverata per la sua tepidezza (Ap 3, 15), Olivi pone la quaestio se il tepore non debba intendersi male minore rispetto al freddo, in quanto il freddo è più distante dal calore di quanto non lo sia il tepore, il quale partecipa, in qualche modo, del caldo. La tepidezza rimproverata significa non trovarsi né nel calore della carità che esulta in Dio né nel freddo dell’infedeltà triste per i propri peccati, per cui al vescovo di Laodicea viene detto: “Magari tu fossi freddo o caldo!” (Ap 3, 15). Secondo il teologo francescano, l’apostasia da un alto stato di religione allontana dal calore della carità molto più di quanto il freddo in sé si allontani dal caldo: in questo senso il tepore non è intermedio tra freddo e caldo, ma più distante da quest’ultimo del freddo. Meglio fare nuovamente il vino dall’umore della vite che dal vino putrefatto. Tuttavia, se essere tiepidi significa soltanto una diminuzione del primitivo fervore cui si aggiunge l’umile e gemente desiderio di ritornarvi, allora il tepore può assumere un valore effettivamente intermedio tra il freddo e il caldo. Inoltre, preferire il freddo al caldo non è preferire il male al bene, perché l’essere freddo può essere inteso non in modo assoluto ma come minore male rispetto alla tepidezza.
Argomenti che vengono appropriati a Piccarda e Costanza d’Altavilla, anime che appaiono nel cielo della Luna in minor grado di beatitudine perché manchevoli nei voti (Par. IV, 94-114). Costoro iniziarono una vita di perfezione ma poi furono costrette con la violenza a ritornare nel mondo. Beatrice spiega a Dante dubbioso che se la loro volontà fosse stata intera, esse si sarebbero ricondotte alla strada onde erano state sottratte [2]. Essendo però troppo rara una tale volontà intesa assolutamente, nel caso di Costanza (che vale anche per Piccarda), la quale mantenne nel secolo l’affetto per il velo, prevalse il principio della scelta del male minore operato dalla volontà secundum quid “per fuggir periglio” (cfr. Ap 21, 8). Così Costanza, costretta a rifiutare il velo, è ritornata nella frigidità del secolo, che si rivela male minore di una irrecuperabile tepidezza, come dimostra il desiderio di ritornare al calore dello stato di religione, a vegliare e dormire “con quello sposo ch’ogne voto accetta / che caritate a suo piacer conforma” (Par. III, 100-102, 115-117). La distinzione delle due volontà è comune nel pensiero scolastico; l’esegesi dell’istruzione a Laodicea la inserisce tuttavia nella remissione del calore della carità di un voto monastico, fatto per abbandonare il secolo, e ciò si addice pienamente alle anime che si mostrano nel cielo della Luna.
Così, asserisce Beatrice aggiungendo un corollario alla soluzione del primo dubbio di Dante, non c’è contraddizione tra quanto da lei affermato circa l’impossibilità di mentire per un’anima beata, “però ch’è sempre al primo vero appresso”, e l’asserzione di Piccarda sull’affetto per il velo mantenuto da Costanza che pur ha acconsentito al danno (Par. IV, 94-99). Per questo caso consentire e contraddire sono disgiunti, diversamente da quanto è successo a Guido da Montefeltro, il quale cinto della corda francescana è ricaduto nella fraudolenza di cui si era pentito, e perciò il diavolo “löico” ha avuto ragione su san Francesco nel disputarne l’anima, perché “né pentere e volere insieme puossi / per la contradizion che nol consente” (Inf. XXVII, 119-120).
[1] Nella terzina “non è l’affezion mia tanto profonda, / che basti a render voi grazia per grazia; / ma quei che vede e puote a ciò risponda” (vv. 121-123), la variante non è la voce è degna di considerazione se si prende come passo parodiato Ap 11, 16: «Quia vero predicte voces seu laudes subponuntur esse totius communis universitatis sanctorum, ideo pro eorum superioribus subdit (11, 16): “Et viginti quattuor seniores, qui in conspectu Dei sedent”, tamquam scilicet sibi immediatius et familiarius assistentes, “ceciderunt in facies suas”, id est intime et profundissime se Deo humiliaverunt, “et adoraverunt Deum dicentes: (11, 17) Gratias agimus tibi, Domine Deus noster omnipotens, qui es et qui eras et qui venturus es”». La voce di Dante sarebbe assimilata alla lode dei santi per la gloria di Dio.
[2] Il verso 81 – “possendo rifuggir nel santo loco”, riferito alla possibilità di ritornare al chiostro, se il volere di Piccarda e di Costanza fosse stato “intero”, è parodia della donna (la Chiesa) della quale ad Ap 12, 6 si dice che fuggì nel deserto dei Gentili dalla persecuzione giudaica, nel luogo preparatole da Dio per esservi nutrita con la contemplazione, lontano dalle tentazioni mondane.
Il berillo, una delle pietre preziose che adornano le porte della Gerusalemme celeste (Ap 21, 20), se percosso dal sole, si dice che bruci la mano di chi lo tiene (le mani designano sempre la vita attiva): chi meglio rappresentò tale qualità di Muzio Scevola, il ‘divino cittadino’ dell’antica Roma che, di fronte a Porsenna, si fece “a la sua man severo”? Proprio Muzio (v. 84) avrebbe dovuto essere imitato (altra qualità di tale pietra, che accende nell’emulazione), nella sua ferma volontà, da Piccarda e da Costanza d’Altavilla le quali, invece di ritornare al chiostro, restarono nel secolo scegliendo il male minore.
Tab. IV.1
[LSA, cap. III, Ap 3, 15 (Ia visio, VIIa ecclesia)] Sed videtur quod minus malum sit esse tepidum quam esse frigidum, quia frigidum plus distat a calido et plus contrariatur ei et difficilius calefit quam tepidum; tepidum etiam plus participat de calido quam frigidum.
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Par. III, 115-117Ma poi che pur al mondo fu rivolta
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[LSA, cap. XXI, Ap 21, 8] […] “et omnibus mendacibus”, scilicet pernicioso mendacio. Unde Ricardus dicit hic: «Legimus in quibusdam sanc-torum verbis imperfectos non dampnari mendacio, quando fit ab eis causa evadendi periculi, sed inter venialia deputari; perfectos vero, si opus fuerit, veri-tatem quidem tacere sed a verbis mendacii penitus cavere debere». |
V
1. Voto evangelico e Monarchia. 1.1. Elogio del libero arbitrio. 1.2. Chiesa e Impero, due tuniche inconsutili. 1.3. Il Monarca povero. 1.4. Due ali d’aquila, due soli, due rive. 1.5. Il Figlio dell’uomo soggetto al Padre. 2. “E non crediate ch’ogne acqua vi lavi”. 3. L’ascesa al cielo di Mercurio. |
Legenda [3]: numero dei versi; 2, 1: collegamento ipertestuale all’esegesi, nella Lectura di Olivi, di capitolo e versetto dell’Apocalisse [Ap]; Not. I: collegamento all’esegesi contenuta nei tredici notabilia del prologo della Lectura. Varianti rispetto al testo del Petrocchi. |
« S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore 2, 1 (3, 7)
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1. Voto evangelico e Monarchia
1.1. Elogio del libero arbitrio
In Par. V Beatrice risponde al dubbio di Dante, “se l’uom può sodisfarvi / ai voti manchi sì con altri beni, / ch’a la vostra statera non sien parvi”, se cioè il voto possa essere commutato (Par. IV, 136-138), ovvero, come ribadisce la donna nel suo cominciare, “se con altro servigio, / per manco voto, si può render tanto / che l’anima sicuri di letigio” (V, 13-15).
Beatrice prima afferma che il libero arbitrio è il maggiore dono dato alle creature intelligenti (uomini e angeli) dalla liberalità di Dio, il più conforme alla sua bontà e quello che più apprezza. Soggiunge che il voto ha un alto valore, perché è un patto tra Dio e l’uomo in cui la libera volontà si offre a Dio con proprio atto. Conclude che il voto non può essere ricompensato con alcunché: pensare di poter usare ancora del libero volere, già tutto offerto a Dio, sarebbe come voler fare opere di carità servendosi di denaro mal acquistato (“di maltolletto vuo’ far buon lavoro”; vv. 19-33).
Le parole, e soprattutto l’idea che Beatrice ha del voto (il “maggior punto”, v. 34), si ritrovano nella quaestio An sit melius aliquid facere ex voto quam sine voto, la quinta quaestio de perfectione evangelica dell’Olivi. La volontà è il maggior dono dato da Dio: “Sed nihil sub Deo est nobis ita dilectum et carum sicut libertas et dominium voluntatis nostrae. Hoc enim infinite appretiamur; appretiamur enim illud plus quam omnia quae Deus posset facere, quae sunt infinita, et plus quam aliquid quod sit in nobis”. Il voto è offerta della volontà a Dio, per cui essa “altissime tota fertur in Deum”: “et istius per votum donatio est super omnia, supra naturam et quodammodo contra naturam voluntatis nostrae […] Ergo istud donum super omne aliud a nobis datum vel donabile praeponderat in infinitum”. Dunque il voto non può essere ricompensato: “Hoc autem nullo modo posset per aliquid huius vitae appretiari nec recompensari”.
Si ricorderà quanto Virgilio dice a Catone di Dante: “libertà va cercando, ch’è sì cara, / come sa chi per lei vita rifiuta” (Purg. I, 71-72), dove per “libertà” si intende il pieno dominio della volontà. Si potrebbe affermare che il suicidio di Catone, sacrificio della vita terrena per il libero arbitrio, fu a suo modo anch’esso un voto. È la libertà che il poeta consegue sulla soglia dell’Eden (“libero, dritto e sano è tuo arbitrio, / e fallo fora non fare a suo senno”, Purg. XXVII, 140-141), per cui si ottiene “quel dolce pome che per tanti rami / cercando va la cura de’ mortali” (vv. 115-116), cioè la felicità terrena, della quale si dice nella Monarchia: “quia per ipsum hic felicitamur ut homines” (Mon. I, xii, 6). Catone, con il suo atto, si sforzò di accrescere il bene pubblico, e si propose dunque il fine del diritto: “ut mundo libertatis amores accenderet, quanti libertas esset ostendit dum e vita liber decedere maluit quam sine libertate manere in illa” (Mon. II, v, 15). Si tratta della “summa libertas” di chi volontariamente ubbidisce alle leggi, rinfacciata nel 1311 agli “scelestissimi Florentini” dominati dalla cupidigia (Epistola VI, 22-23). Catone, il Gentile degno di significare Dio più di qualsiasi altro uomo terreno (Convivio, IV, xxviii, 15), fu salvato e posto da Dio a custodia della legge della montagna del purgatorio.
Nel quinto capitolo della Lectura, la cui esegesi costituisce con il quarto una sorta di prologo alla seconda visione, Olivi definisce le cause della chiusura del libro, i cui sigilli stanno per essere aperti (ad Ap 5, 1). La seconda causa della presenza dei sette sigilli sta nella passione di Cristo, che per sette motivi appare abietta al senso umano, il quale trova nella morte in croce impotenza, angustia, stoltezza, inopia, ignominia, inimicizia e sevizia (ad Ap 5, 1). Il terzo motivo è l’apparente stoltezza, per cui Dio si è fatto uomo ed è morto per dare soddisfazione alle ingiurie a Lui stesso arrecate e ha redento con tale prezzo coloro che avrebbe potuto salvare col solo suo potere. Contro l’apparente stoltezza sta il valore, di incomparabile lucro, che deriva dal commercio della dottrina di Cristo. In cambio di un solo denaro – la fede unica e semplice – si ottengono infatti beni senza prezzo, cioè il grano, l’orzo, il vino e l’olio di cui si dice nella terza apertura e che corrispondono ai quattro sensi della Scrittura (Ap 6, 6). Il commercio della sapienza tramite lo studio dello Scrittura si contrappone alla bilancia dolosa ed erronea degli eretici, che vacilla dal retto equilibrio della verità. Il tema del valore senza prezzo della dottrina di Cristo contenuta nei quattro sensi della Scrittura è nella spiegazione che Beatrice dà de “l’alto valor del voto”, che si fonda sulla libertà della volontà, il maggiore dono, proprio delle sole creature intelligenti, creato dalla liberalità di Dio, quello più conforme alla sua bontà e quello da lui più apprezzato. Sia nella domanda del poeta (Par. IV, 136.138) come nella risposta della donna (V, 17.21.23.26.62.63) sono contenuti molti elementi semantici propri del terzo stato, il periodo nel quale i dottori della Chiesa combattono l’eresia con la spada della ragione: l’uom, le creature intelligenti (il terzo stato è tipico dell’uomo razionale: prologo, Notabile I); sodisfarvi, sodisfar, statera (hapax), più apprezza, pesa, bilancia, valor (due volte), tutti dall’apertura del terzo sigillo (Ap 5, 1). Da notare che il verbo sodisfare, relativo nei versi alla commutazione del voto, è nell’esegesi parodiata riferito alla soddisfazione per il peccato originale, impossibile per l’uomo, data da Cristo con la morte in croce. Si potrebbe affermare che il voto, attuato liberalmente con il sacrificio della propria volontà (“vittima fassi di questo tesoro”), assimila per “l’alto valor” l’uomo al sacrificio del Figlio voluto da Dio per la redenzione, che fu sommo atto di liberalità come attestato da Beatrice nel cielo seguente (Par. VII, 112-117). Massimo atto di liberalità, donare sé a Dio emula il darsi di Dio all’uomo.
Alle parole di Beatrice sul voto in Par. V, 19-22 rinvia Monarchia I, xii, 6. Il libero arbitrio, “maximum donum humane nature a Deo collatum” si realizza sommamente sotto il monarca (se il rinvio sia stato presente nell’archetipo, sia tarda aggiunta dantesca o glossa subentrata non importa ai fini del presente discorso; i due luoghi sono comunque simmetrici).
È assai significativo che Dante sia concettualmente e testualmente tanto vicino all’Olivi allorché nel Paradiso tratta del voto, cioè del sommo atto di libertà, luogo citato nella contemporanea Monarchia. Bisogna però prestare attenzione a un punto fondamentale: sulla libertà della volontà la posizione di Dante è assai diversa da quella di Olivi. Per il poeta si tratta del libero giudizio dell’intelletto, dal quale il teologo francescano prescinde del tutto. Tra Tommaso d’Aquino, per il quale la radice di tutta la libertà si situa nella ragione, e Olivi, che pone la libertà solo nella volontà che muove sé stessa [1], Dante opera una concordia vicina alla posizione di Bonaventura, per il quale il libero arbitrio inizia con l’intelletto e si perfeziona nella volontà (ma è la medesima posizione di Olivi riguardo alla beatitudine, fine dell’Apocalisse). L’indubbia parodia che le parole di Beatrice operano sulla quaestio di Olivi non deve ingannare: quelle parole non possono essere assunte in modo assoluto, quasi portino Dante a farsi fautore del volontarismo francescano; esse sono state precedute dalla dottrina intellettualistica del libero arbitrio esposta da Virgilio in Purg. XVIII, 40-75. Anche se perfino in quei versi non mancano parole-chiave che rinviano alla Lectura super Apocalipsim incastonando però concetti diversi, pregni del naturalismo aristotelico e secondo Bruno Nardi di concezioni averroiste [2], nell’apocalittica storia dei segni divini.
Inoltre Olivi fa riferimento al voto evangelico, di altissima povertà; Beatrice non specifica di quale voto ella stia parlando. Olivi aborrisce ogni idea di dispensa o di compensazione con altro voto; Beatrice invece, subito dopo, affronta tale tema ammettendo la possibilità della compensazione (Par. V, 34-60), anche se poi conclude: “Però qualunque cosa tanto pesa / per suo valor che tragga ogne bilancia, / sodisfar non si può con altra spesa” (vv. 61-63).
1.2. Chiesa e Impero, due tuniche inconsutili
Dante applica all’Impero la concezione che Olivi ha della Chiesa. La storia di Roma è la manifestazione dei segni di Dio, che attuano in terra la sua volontà, una con quella del cielo e con quella di Roma stessa: “divina voluntas per signa querenda est” (Monarchia II, ii, 8). Questi segni, nelle parole di Giustiniano in Par. VI, hanno un andamento settenario, quello proprio dei sette stati della Chiesa, per cui quanto anticamente avvenuto prima di Cristo si mostra come ordinata e progressiva prefigurazione della nuova storia, che è insieme della Chiesa e dell’Impero.
Come la Chiesa, l’Impero passa di mano in mano, può rimanere temporaneamente “sanza reda” (Purg. XXXIII, 37-38), ma di per sé è immutabile, tunica inconsutile. Tale per Olivi è l’Ecclesia spiritualis (Lectura super Apocalipsim, 9, 14). Lo stesso voto evangelico – l’“altissima paupertas” – secondo Olivi e la monarchia secondo Dante hanno qualcosa di essenziale in comune: la stabilità, l’immutabilità o la non trasmutabilità, l’indissolubilità. Come il voto evangelico non può essere dispensato o commutato a uno stato inferiore, neppure dal papa, che diversamente sarebbe da trattare come eretico e scismatico – secondo quanto sostiene Olivi nella Quaestio de votis dispensandis – [3], così la monarchia – come afferma Dante contro i sostenitori della Donatio Constantini – non può essere alienata né minorata, neppure dall’imperatore, perché la giurisdizione precede il suo giudice (Monarchia, III, x, 10-12). Chi professa il voto evangelico, fondato sui consigli dati da Cristo, mira al bene universale [4]; così il monarca, il quale è “universalissima causa inter mortales ut homines bene vivant” (I, xi, 18).
1.3. Il Monarca povero
Il voto evangelico colloca chi lo professa in uno stato di altissima povertà, al quale il francescano dedica un’apposita quaestio. L’immutabilità del voto toglie ogni occasione, motivo o desiderio di conseguire dignità o fama che si fondino sulle ricchezze: nulla smorza l’appetito di qualcosa come l’impossibilità di ottenerla. Il voto evangelico è dunque all’opposto della concupiscenza [5]. Anche al monarca non resta nulla da desiderare. L’effetto è il medesimo, le ragioni sono però opposte, perché il monarca possiede tutto, in quanto la sua giurisdizione “terminatur Occeano solum”, mentre chi si trova nello stato di altissima povertà nulla possiede né può sperare di possedere. Ma per entrambi risulta “remota cupiditate omnino”, con la conseguenza che prevale la carità, la quale per Dante dà vigore alla giustizia e alla “recta dilectio” degli uomini da parte del monarca. Ancora, rimuovendo la cupidigia, l’altissima povertà realizza una società comune e pacifica e accende ardente carità [6] , come il monarca, per mezzo della giustizia corroborata dalla carità, realizza il vivere in pace, “inter alia bona hominis potissimum” (Monarchia, I, xi, 11-14; cfr. le parole di Piccarda, relative a carità, assenza di ulteriori desideri, pace: Par. III, 70-87).
1.4. Due ali d’aquila, due soli, due rive
Nella prospettiva storica oliviana adeguatamente aggiornata, l’Impero trova la sua autonomia. Alcuni luoghi della Lectura super Apocalipsim, se oggetto di parodia, corroborano la pari dignità di Impero e Papato. Ad Ap 12, 14 si dice che alla donna (la Chiesa), per volare come regina nel deserto dei Gentili, vennero date due ali di una grande aquila, interpretate come il terzo stato o periodo, proprio dei dottori (che confutano le eresie con la ragione e la spada), e il quarto, proprio degli anacoreti o contemplativi (dediti al devoto pasto eucaristico): ecco che alle loro prerogative – si tratta di due momenti storici di solare sapienza, distinti ma insieme concorrenti a illuminare il mondo – possono venire assimilati Impero e Papato, spada e pastorale, i “due soli” dei quali parla Marco Lombardo (Purg. XVI, 106-114). Essi, che “l’una e l’altra strada / facean vedere, e del mondo e di Deo”, corrispondono ai due fini proposti all’uomo dalla Provvidenza dei quali si tratta nella Monarchia, la beatitudine di questa vita e la beatitudine della vita eterna (III, xv, 7-10). Al primo fine, al quale presiede l’imperatore, si giunge attraverso la filosofia, seguendola nell’operare secondo le virtù morali e intellettuali: esso è speculare, nel rapporto parodico instaurato tra la Lectura e la Commedia, al lume dei dottori della Chiesa che reggono con la ragione. All’altro fine, la beatitudine della vita eterna che spetta al papa, si perviene attraverso gli insegnamenti spirituali che trascendono la ragione umana, seguendoli nell’operare secondo le virtù teologali: a questi corrisponde la santa vita e la “pascualis refectio”, il “pastus” degli anacoreti, i contemplativi ai quali è appropriato lo stato successivo, il quarto, vita designata dall’altra ala della grande aquila data alla donna.
Il periodo storico rimpianto da Marco, in cui il “pasturale” (il potere spirituale) non aveva spento e congiunto a sé la “spada” (il potere temporale), corrisponde dunque alla concorrenza nel tempo di due periodi distinti, il terzo e il quarto, infiammanti per due diverse strade il meriggio dell’universo (gli status oliviani sono al tempo stesso epoche storiche e modi di essere, habitus, degli individui). Quell’improprio congiungere da parte del potere spirituale è eresia assimilabile a quella di Ario, che divise il Figlio dal Padre ritenendolo non consustanziale, a livello di creatura o, ancor meglio, a quella di Sabellio, che unificò il Padre e il Figlio nella stessa persona (cfr. Ap 2, 12).
Ancora, ad Ap 22, 1-2 si tratta del fiume luminoso che scorre nel mezzo della Gerusalemme celeste. Esso ha due rive, una umana e l’altra divina con al centro Cristo-lignum vitae, la cui duplice natura di uomo e Dio ombreggia entrambe: quell’ombra sacramentale di verità superiori si riverbera sia sull’“ombra de le sacre penne” dell’aquila imperiale, di cui dice Giustiniano (Par. VI, 7) come sull’“ombra de le sacre bende” proprie della vita religiosa ed evangelica di cui parla Piccarda (Par. III, 114), cioè sui due fini di beatitudine assegnati all’uomo dalla Provvidenza dei quali tratta la Monarchia (cfr. supra).
1.5. Il Figlio dell’uomo soggetto al Padre
A conclusione della Monarchia (III, xv, 18), Dante parla della reverenza che Cesare deve a Pietro come quella del figlio primogenito verso il padre. La controversa espressione – “ut romanus Princeps in aliquo romano Pontifici non subiaceat” (ibidem, 17) -, alla quale è speculare il parlare di Giustiniano in Par. VI, 84 – “per lo regno mortal ch’a lui soggiace” -, non denota soggezione politica dell’uno all’altro, ma tensione della parte mortale verso ciò che è immortale, “mentre che ’l nostro immortale col mortale è mischiato” (Convivio, II, viii, 15). Anche Cristo fu soggetto al Padre per la sua mortale umanità, ma non per questo gli fu meno consustanziale ed eguale. Gli angeli lo trascendono rispetto alla sua carne passibile, secondo il Salmo 8, 6 – “Tu l’hai fatto poco minore che li angeli” -, che Dante applica all’uomo, medio tra ciò che è corruttibile e ciò che è incorruttibile, operante in modo quasi divino (cfr. Convivio, IV, xix, 7; Monarchia, I, iv, 2; III, xv, 3-4). Nel momento in cui l’Impero diventa consorte in cielo della Chiesa, discendente dalla medesima fonte, partecipa a pieno titolo non solo dei doni e delle prerogative dello Spirito ma anche dei misteri della Trinità e dell’Incarnazione, cioè dell’eterna generazione del Verbo e del suo farsi carne. Il Figlio che deve reverenza al Padre non è un figlio qualunque, è il Figlio dell’uomo al quale il romano Principe è assimilato [7].
Nella Lectura super Apocalipsim Olivi sottolinea in più luoghi la soggezione del Figlio al Padre, a motivo della sua mortale umanità: Cfr., ad esempio, LSA, cap. II, Ap 3, 12: «Quod Christus hic vel alibi dicit “Dei mei” vel “a Deo meo”, non dicit nisi tantum ratione sue humanitatis, secundum quam est subiectus Patri et toti Trinitati tamquam Deo suo»; cap. VIII, Ap 8, 3: «Qui “venit”, per nature humane et mortalis assumptionem, “et stetit ante altare”, id est ante curiam seu hierarchiam celestem. Pro quanto enim, secundum carnis sue passibilitatem, minoratus est paulo minus ab angelis (cfr. Heb 2, 7; Ps 8, 6), habuit eos quasi ante se».
Fra umano e divino vi è concordia, pur in apparente contraddizione: così avviene nel Primo Mobile, il luogo dove il tempo ha le sue radici, fra i cerchi corporali e quelli angelici, fra “l’essemplo” e “l’essemplare” i quali “non vanno d’un modo” (cfr. Par. XXVIII, 55-56). La “felicitas civilis” aristotelica, fondata sulle virtù, assume così una veste sacra, pari a quella propria della “felicitas contemplativa”, l’altro fine che la Provvidenza ha proposto all’uomo.
[1] Cfr. P. NICKL, Libertas proprie non est nisi in voluntate. Libertà e soggettività in Pietro di Giovanni Olivi, in Pierre de Jean Olivi – Philosophe et théologien. Actes du colloque de Philosophie médiévale. 24-25 octobre 2008, Université de Fribourg, édité par Catherine König-Pralong, Olivier Ribordy, Tiziana Suarez-Nani (Scrinium Friburgense, 29), Göttingen 2010, pp. 355-368: 357.
[2] Cfr. B. NARDI, «Liberum de voluntate iudicium», in Studi Danteschi, 26 (1942), pp. 119-135, ripubblicato in IDEM, Nel Mondo di Dante, Roma 1944, pp. 287-303.
[3] Cfr. Quaestio de votis dispensandis, in PETRI IOHANNIS OLIVI Quaestiones de romano pontifice, ed. Marco Bartoli, Grottaferrata 2002 (Collectio Oliviana, IV), pp. 132, 135, 141-142, 150.
[4] Ibidem, p. 141.
[5] Cfr. Quaestio de altissima paupertate, Responsio principalis, I.1.3, ed. Johannes Schlageter, Das Heil der Armen und das Verderben der Reichen. Petrus Johannis Olivi OFM. Die Frage nach der höchsten Armut (Franziskanische Forschungen, 34), Werl/Westfalen 1989, p. 88; An sit melius aliquid facere ex voto quam sine voto, ed. Aquilinus Emmen, La dottrina dell’Olivi sul valore religioso dei voti, in Studi francescani, 63 (1966), p. 99.
[6] Cfr. Quaestio de altissima paupertate, Responsio principalis, I.6, pp. 98-99; I.11.1, p. 109.
[7] Cfr. G. VINAY, Interpretazione della “Monarchia” di Dante, Firenze 1962, p. 73: “Partito da una proposizione filosofica, inoltratosi tra i rovi di una disputa giuridica e teologica, Dante giunge alla conclusione senza accorgersi di essersi spostato sul piano della pura spiritualità, sul quale soltanto è possibile intendere il senso ultimo della Monarchia”.
Tab. V.1
OLIVI, An sit melius aliquid facere ex voto quam sine voto, ed. A. Emmen, La dottrina dell’Olivi sul valore religioso dei voti, in Studi Francescani, 63 (1966), pp. 97-98.Si enim aspiciamus ad id quod per votum Deo datur et redditur, inveniemus quod per votum non solum datur ipsum opus dum est, sed etiam tota libertas nostra et totum dominium voluntatis nostrae respectu talis operis. Absque voto autem datur solum ipsum opus dum fit, non autem plene pro tempore pro quo erit antequam fiat, nec datur libertas et dominium voluntatis respectu talis operis. Tantum ergo praeponderat votum super simplex propositum, quantum valet libertas et dominium voluntatis, et hoc respectu totius futuri temporis. Hoc autem nullo modo posset per aliquid huius vitae appretiari nec recompensari. Haec autem libertas non solum datur in hora qua votum emittitur, sed omni tempore quo placet sibi vovisse, et in quo cum hac complacentia votum implet. Si ergo votum in sua emissione addebat quamdam valoris et meriti infinitatem, et hoc per totum tempus sequens replicatur et multiplicatur, ergo votum continuatum superaddit multiplicem infinitatem.
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Purg. I, 70-72Or ti piaccia gradir la sua venuta:
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Epistola VI, 22-23 (ed. A. Frugoni – G. Brugnoli, in Dante Alighieri, Opere minori, II, Milano-Napoli 1979, p. 558).Nec advertitis dominantem cupidinem, quia cecis estis, venenoso susurrio blandientem, minis frustra-toriis cohibentem, nec non captivantem vos in lege peccati, ac sacratissimis legibus que iustitie naturalis imitantur ymaginem, parere vetantem; observantia quarum, si leta, si libera, non tantum non servitus esse probatur, quin ymo perspicaciter intuenti liquet ut est ipsa summa libertas. Nam quid aliud hec nisi liber cursus voluntatis in actum quem suis leges mansuetis expediunt? Itaque solis existentibus liberis qui voluntarie legi obediunt, quos vos esse censebitis qui, dum pretenditis libertatis affectum, contra leges universas in legum principem cons-piratis? |
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Monarchia, I, xii, 1-2, 5-7 (ed. a cura di B. Nardi, in Dante Alighieri, Opere minori, II, Milano-Napoli 1979)
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Tab. V.2
Monarchia, III, x, 5-11[5] Et cum pertinaciter instant, quod dico sic ostendi potest: nemini licet ea facere per offitium sibi deputatum que sunt contra illud offitium; quia sic idem, in quantum idem, esset contrarium sibi ipsi: quod est inpossibile; sed contra offitium deputatum Imperatori est scindere Imperium, cum offitium eius sit humanum genus uni velle et uni nolle tenere subiectum, ut in primo huius de facili videri potest; ergo scindere Imperium Imperatori non licet.
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Quaestio de votis dispensandis, in P. I. OLIVI Quaestiones de romano pontifice, ed. M. Bartoli, Grottaferrata, 2002 (Collectio Oliviana, IV).(p. 132) […] sciendum quod status evangelicus est et esse debuit omnino immobilis et indissolubilis. […](p. 135) Ostendit etiam hoc tertio ratio donationis et corporalis translationis, que in eius professione includitur. Si enim donatio facta homini, et ita quod iam sit in eius possessionem, non potest ab aliquo revocari nisi solum ab illo cui data est; cum constet quod homo det seipsum et quasi corporaliter seipsum transferat in possessionem Dei, ita quod Deus habeat quoddam singulare ius et dominium in eo, quod antea non habebat, patet quod solus Deus hanc donationem revocare potest. […](p. 141) Si igitur papa non potest aliquod votum commutare, nisi saltem in eque expediens persone, alias enim non dispen-saret sed potius dissiparet, patet quod in consiliis evangelicis dispensare non potest. […]
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[LSA, cap. IX, Ap 9, 14 (IIIa visio, VIa tuba)] Referendo tamen hoc ad tertium initium sexti status, in quo solventur hostes evangelici status, potest per hos quattuor (angelos) designari quadripertita divisio regum christianorum designata per quattuor tetrarchas contemporaneos predicationi et interfectioni Iohannis et Christi, et iterum quadripertita divisio cleri et religionis in contrarias sententias et conten<t>iones earum. Utraque enim divisio designatur per quattuor partes vestium Christi et per quattuor milites divisores et sortitores earum, de quibus habetur Iohannis XIX°; tunica autem inconsutilis et indivisa designat spiritalem ecclesiam illius temporis (Jo 19, 23-24). |
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Monarchia, I, xi, 18Cum igitur Monarcha sit universalissima causa inter mortales ut homines bene vivant, quia principes alii per illum, ut dictum est, consequens est quod bonum hominum ab eo maxime diligatur. |
Quaestio de votis dispensandis, p. 141Preterea, sicut in precedentibus questionibus tactum fuit, consilia evangelica sunt univer-saliter expedientia et conferentia, non so-lum ad aliquid particulare bonum sed ad universale bonum, quod est perfectissimarum virtutum et perfectissimorum exercitiorum ipsa-rum. Status vero eis oppositi occasionaliter sunt universaliter inexpedientes et quasi impedientes predictam universalem utilitatem consiliorum. |
Tab. V.3
OLIVI, Quaestio de altissima paupertate [ed. J. Schlageter, Das Heil der Armen und das Verderben der Reichen. Petrus Johannis Olivi OFM. Die Frage nach der höchsten Armut, Werl/Westfalen 1989 (Franziskanische Forschungen, 34)].[Responsio principalis, I.1.3, p. 88] Professori autem huius paupertatis per voti immobilitatem aufertur occasio et omnis ratio ambiendi seu appetendi omnem dignitatem et famam quae in divitiis fundatur, quia non solum abstulit sibi divitias, sed etiam omnem possibilitatem habendi eas seu omne ius acquirendi et habendi eas. Et per hoc etiam abstulit sibi occasionem praesumptionis et gloriae inanis quae surgere potest ex divitiis, non solum pro praesenti tempore, sed etiam pro omni futuro. Nihil autem ita exstinguit et macerat appetitum alicuius rei sicut impossibilitas seu desperatio obtinendi illam. […] Et sic discurrendo per omnia videbis quod spes et facilitas obtinendi desiderabilia vehementissime inter omnia accendit hominis appetitum. […][I.6, pp. 98-99] Valet etiam sexto [paupertas altissima] ad communem et pacificam societatem. Aufert enim maximam materiam discordiae et divisionis, invidiae et contentionis seu litigationis et causidicationis et ciuiuscumque fraudulentae supplantationis et multiplicis suspicionis. […] Et breviter: nisi totaliter tollatur amor iurisdictionis temporalis et temporalium a cordibus hominum, non potest esse aliqua communitas sine praedictis malis.[I.11.1, p. 109] Valet etiam undecimo ad ardentissimam caritatem, et primo quidem per hoc quod cupiditatem et amorem temporalium miro modo exstinguit, et hoc tollendo rerum ipsarum materiam et ius accedendi ad eas et etiam includendo in se voluntatem non possidendi divitias. Contraria enim cupiditatem accendunt.[I.11.5, p. 110] Quod etiam ex ordine eorum quae sunt ad finem, ad suum finem et econverso probari potest. Quicumque enim propter aliquem finem maiora et difficiliora facit ceteris paribus, praedictum finem amplius diligit, cum voluntas finis sit tota causa voluntatis eorum quae propter finem volumus. Ergo qui propter Dei amorem altitudinem et difficultatem tantae paupertatis assumit, amplius incoparabiliter Deum diligere comprobatur quam ille qui ad hoc non assurgit, nisi forte in aliquo alio huic aequivalenti excedat. Paupertas igitur haec pro Deo assumpta altissimum gradum divini amoris videtur in se includere sicut effectus suam causam et altissimum gradum divini amoris exercitare sicut amor eorum quae sunt ad finem, propter ipsum finem exercitat ad amorem ipsius finis.OLIVI, An sit melius aliquid facere ex voto quam sine voto [ed. A. Emmen, in Studi francescani, 63 (1966), p. 99].Quarto hoc patet attendendo ad ea, quae in vovente ex voto et voti occasione sequuntur. Sequitur enim ex hoc maior firmitas in bono: desperatio enim habendi aliquam rem multum minuit et tollit concupiscentiam illius rei. Propter quod auferre sibi spem alicuius delectabilis, multum minuit concupiscentiam eius. Certum est enim quod spes et facultas adipiscendi aliquid, augent concupiscentiam: voluntas enim aut non fertur, aut exiliter fertur circa impossibilia et desperata. Sed homo per votum auferendo sibi licentiam habendi illud quod per votum relinquitur, seu relinquendi illud quod per votum datur, aufert quodammodo spem illorum […]. |
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Monarchia, I, xi, 11-14[11] Ad evidentiam primi notandum quod iustitie maxime contrariatur cupiditas, ut innuit Aristotiles in quinto ad Nicomacum. Remota cupiditate omnino, nichil iustitie restat adversum; unde sententia Phylosophi est ut que lege determinari possunt nullo modo iudici relinquantur. Et hoc metu cupiditatis fieri oportet, de facili mentes hominum detorquentis. Ubi ergo non est quod possit optari, inpossibile est ibi cupiditatem esse: destructis enim obiectis, passiones esse non possunt.
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Par. III, 64-87“Ma dimmi: voi che siete qui felici,
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Tab. V.4
Monarchia, III, xv, 16-18[16] Et iam satis videor metam actigisse propositam. Enucleata nanque veritas est questionis illius qua querebatur utrum ad bene esse mundi necessarium esset Monarche offitium, ac illius qua querebatur an romanus populus de iure Imperium sibi asciverit, nec non illius ultime qua querebatur an Monarche auctoritas a Deo vel ab alio dependeret immediate.
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[LSA, cap. II, Ap 2, 7] Dicit autem Dei mei quia Christus in quantum homo minor est Deo Patre, ita quod in quantum homo habet Patrem pro Deo et Domino et etiam totam Trinitatem. […][LSA, cap. III, Ap 3, 12] Quod Christus hic vel alibi dicit Dei mei vel a Deo meo, non dicit nisi tantum ratione sue humanitatis, secundum quam est subiectus Patri et toti Trinitati tamquam Deo suo. […][LSA, cap. III, Ap 8, 3] Qui venit, per nature humane et mortalis assumptionem, et stetit ante altare, id est ante curiam seu hierarchiam celestem. Pro quanto enim, secundum carnis sue passibilitatem, minoratus est paulo minus ab angelis (cfr. Heb 2, 7; Ps 8, 6), habuit eos quasi ante se. […][LSA, cap. XIV, Ap 14, 18] Per illum vero angelum qui clamat ad alterum ut vindemiet dicit designari angelos bonos, qui non solum de templo sed etiam de altari exeunt quia non tantum ecclesiam electorum sed etiam Christum, qui est nostrum altare, respectu sue carnis trans-cendunt, secundum illud Psalmi (Ps 8, 6): Minuisti eum paulo minus ab angelis. |
2. “E non crediate ch’ogne acqua vi lavi”
Beatrice, come i contemplativi, fiammeggia d’amore; per il suo “perfetto veder”, a differenza di Dante, “come apprende, / così nel bene appreso move il piede”, simile all’oricalco con cui procedono i passi di Cristo (Ap 2, 1.18); il suo discorso continua “sì com’ uom che suo parlar non spezza”, quasi a sottolineare la necessità di cose che debbono avvenire presto secondo quanto scritto nell’Apocalisse (vv. 17-18, Ap 22, 10-12; cfr. Inf. X, 76; Purg. XXIX, 2; XXX, 71; XXXI, 4).
Ché non fa scïenza, / sanza lo ritenere, avere inteso (vv. 41-42). La causa finale del libro dell’Apocalisse, che si consegue attraverso la sua intelligenza e osservanza, è la beatitudine: “Beato chi legge e chi ascolta le parole della profezia, e chi le conserva” (Ap 1, 3). L’intelligenza si ottiene tramite la lettura e l’ascolto; la prima spetta ai dottori o ai letterati, il secondo ai laici. Per la salvezza non basta tuttavia apprendere o sapere senza conservare nell’affetto – con fede, speranza, carità e timore – e nelle opere, per cui si dice: “e chi conserva”.
Il passo tratto da Ap 1, 3 può essere collazionato con quello da Ap 3, 3, in cui alla quinta chiesa d’Asia (Sardi), e al suo intorpidito vescovo, viene raccomandato di avere sempre in mente, ripensandola con attenzione, la prima grazia ricevuta da Dio, ascoltata nella predicazione e dimenticata per torpore: una volta tornata alla mente, la prima grazia – che corrisponde a un principio di bellezza e di pienezza stellare – deve essere conservata. Da questo difetto sono esclusi “pochi nomi”, cioè quelle persone i cui nomi sono “noti” a Cristo per la loro santità (Ap 3, 4).
Trasposizione quasi letterale del testo teologico è l’invito di Beatrice ad aprire la mente per fermarvi dentro quanto il poeta ascolterà da lei sull’essenza del voto religioso, “ché non fa scïenza, / sanza lo ritenere, avere inteso” (Par. V, 40-42; cfr. Par. XIII, 1-3). Si tratta certo di un modo comune di dire: “il concetto ritorna frequente nelle raccolte medievali di massime, sulle orme di analoghe sentenze di Seneca e di Cicerone” (Sapegno). Ma anche questo concetto trova rispondenze nella Lectura che lo armino (è Beatrice ad esprimerlo, il cui nome coincide la causa finale dell’Apocalisse), e si tratta proprio di quelle parole che avrebbero convinto Machiavelli a notare le conversazioni da lui intrattenute “nelle antique corti delli antiqui huomini” e a comporre un opuscolo De principatibus, come scrisse a Francesco Vettori il 10 dicembre 1513.
Ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa … Però qualunque cosa tanto pesa / per suo valor che tragga ogne bilancia, / sodisfar non si può con altra spesa (vv. 35, 61-63). Beatrice ha dapprima spiegato l’essenza del voto, di per sé non commutabile, recitando in versi un passo di una quaestio di Olivi sull’argomento; non ha specificato di quale voto si tratti, ma il testo parodiato riguarda la più alta forma di voto, quello evangelico di altissima povertà dal quale neppure il papa può dispensare se non cadendo in eresia. La donna ha poi considerato il fatto che la Chiesa può, in certi casi, dispensare dal voto. Nell’argomentazione (l’autorizzazione deve essere papale e il voto, solo commutato in altro e non dispensato, deve valere più del primo) la donna utilizza l’esegesi di Luca 9, 62: «… non minus stultum aurum suum in argentum mutare: “mittens enim manum ad aratrum et respiciens retro non est aptus regno Dei” – e ogne permutanza credi stolta, / se la cosa dimessa in la sorpresa / come ’l quattro nel sei non è raccolta (vv. 58-60)». Il luogo di riferimento è Ap 2, 5, l’istruzione data a Efeso i cui temi sono presenti poco dopo nel canto (vv. 65-69, 82-83). La parodia – che esclude la variante sciolta, nel senso di ‘invalida’ – vi si è già esercitata con i “retrosi passi” nel primo girone della montagna (Purg. X, 121-123) e, ancor prima, con il volo di Gerione (Inf. XVII, 101). Anche il riferimento al potere papale di commutare il voto, che non può intervenire ad arbitrio “sanza la volta / e de la chiave bianca e de la gialla” (Par. V, 55-57) rinvia nella medesima esegesi all’oro (la devozione) e all’argento (la discrezione), il capo e le braccia della statua sognata da Nabucodonosor e a lui spiegata dal profeta Daniele.
Come Ieptè a la sua prima mancia (v, 66). La discesa per gradi dal vertice della perfezione al fondo, con la conseguente necessità di risalire alla carità originaria, a poco a poco venuta meno, è uno dei temi più importanti dell’istruzione data al vescovo di Efeso, la prima e la metropolita delle sette chiese d’Asia, di cui tratta la prima visione. Il tema, attorno al quale ruota una rosa ricca di motivi, si presta a molteplici variazioni nel poema, in primo luogo con il dare un senso spirituale all’andamento del viaggio.
Dopo le lodi per il bene operare (Ap 2, 1-3), è il momento dei rimproveri per il vescovo della chiesa di Efeso (Ap 2, 4-5). Non deve infatti insuperbire per le lodi tributategli, né credersi privo di difetti, cessando dal timore di cadere. Per questo viene accusato di aver abbandonato la primitiva carità e di amare meno Dio e il prossimo. Non si dice in modo assoluto che ha del tutto perduto la carità originaria e migliore, ma che se ne è allontanato per negligenza dovuta a eccesso di sicurezza nella grazia ricevuta, cadendo dal culmine della perfezione a un grado minore e defettivo (Ap 2, 4). Dio pertanto lo esorta a pentirsi e a recuperare il livello perduto: “ricorda dunque da dove sei caduto, fa penitenza e compi le prime opere”, quasi intendendo dire: ‘guarda da quale vertice di perfezione sei venuto meno cadendo all’infimo grado: ravvediti della tua negligenza e compiendo le prime opere ritrova (“recupera”) la prima grazia’ (Ap 2, 5).
Gli elementi semantici sono scomposti in Ieptè (Par. V, 64-72), “cui più si convenia dicer ‘Mal feci’”, che avrebbe cioè fatto meglio a risalire, pentendosi del suo voto sconsiderato, “a la sua prima mancia” (la figlia che aveva fatto voto di sacrificare, intesa come il primo dono, che sembra equivalere alla “prima gratia” perduta, nei confronti della quale fu ingiusto), “che, servando, far peggio”, cadendo ancor più in basso (il ‘ritrovare’ è congiunto con Agamennone, altro esempio di voto stolto). Da notare, nelle tre terzine, la presenza insistente delle forme del verbo fare (far, feci, far, fé), accostate a prima e a ritrovar, tutti elementi semantici che rinviano ad Ap 2, 5.
Nell’ammonimento di Beatrice a non prendere i voti alla leggera, ad essere fedeli ma non in modo sconsiderato, le parole “siate fedeli” (v. 65) sono parodia di quanto Cristo dice alla chiesa di Smirne: “Esto fidelis usque ad mortem” (Ap 2, 10; motivo già cantato in parte da Piccarda: “perché fino al morir si vegghi e dorma”: III, 100). Il contrasto tra un ‘prima’ santificato e lavato dalla grazia e dalla misericordia divina e un ‘poi’ caduto in una colpa peggiore della precedente, contrasto che segna, nell’esegesi di Ap 17, 6, il ricadere dell’acqua antica sulla nuova di un unico fiume (la meretrice prima pagana poi cristiana), è presente nella figura di Jefte che fece voto a Dio di offrirgli la prima cosa gli fosse venuta incontro sulla porta della casa – “la sua prima mancia” -, con il risultato di uccidere l’unica figlia: meglio avrebbe fatto a dire “mal feci” e a ritornare sul voto promesso che, mantenendolo, “far peggio” (V, 66-68). Si conferma l’interpretazione, proposta dal Daniello, di “mancia” come saluto del buon mattino dato per Natale e nel primo giorno del nuovo anno, che ben corrisponde al senso di ‘primo dono’ della grazia divina poi scialacquato. L’espressione di Beatrice, rivolta ai cristiani – “e non crediate ch’ogne acqua vi lavi” (v. 75) – è anch’essa intrecciata coi motivi del fiume-donna (“Prima culpa prioris partis redundat pro tanto in postremam pro quanto, per Christi gratiam ab ill<a> misericorditer lota et sanctificata, est recidivando de omnibus facta ingrata”).
Il verso 76 – “Avete il novo e ’l vecchio Testamento” – è parodia di un inciso dall’esegesi di Ap 2, 25 (prima visione, quarta chiesa) – «“Tantum id quod habetis”, scilicet evangelium meum et meam evangelicam legem, “tenete donec veniam”». La variante il vecchio e ’l novo Testamento è riordinamento dei copisti secondo l’ordine storico della Bibbia; Beatrice intende infatti mettere “per primo il libro della più piena rivelazione” (Petrocchi). Ancor più, l’esegesi parodiata insiste unicamente sul Vangelo.
L’ammonimento finale – “Non fate com’ agnel che lascia il latte / de la sua madre, e semplice e lascivo / seco medesmo a suo piacer combatte!” (vv. 82-84) – rinvia, in parte della similitudine, all’interpretazione del nome Efeso, la prima chiesa d’Asia, come lapsus, caduta dal fervore iniziale per il quale la sua volontà era una con quella di Cristo come quella di un lattante con la propria madre (Ap 2, 1).
3. L’ascesa al cielo di Mercurio
Il silenzio e la quiete, prerogative del settimo stato, segnano il passaggio dal cielo della Luna a quello di Mercurio (Par. V, 88-93); Beatrice è rivolta “a quella parte ove ’l mondo è più vivo” (v. 87), verso la riva superiore del fiume luminoso che scorre nel mezzo della Gerusalemme celeste (Ap 21, 1-2).
Fra le tante appropriazioni agli individui, registrabili nella Commedia, delle prerogative di Cristo descritte nella Lectura super Apocalipsim, eccellono quelle proposte ad Ap 1, 16-17. Si tratta della decima e undecima perfezione di Cristo sommo pastore, premesse alla prima visione. Queste perfezioni, afferma l’Olivi, possono adattarsi ai prelati, ma anche agli eletti, membra del corpo mistico di Cristo:
Notandum autem quod perfectiones predicte possunt anologice coaptari perfectis prelatis sub Christo, ita quod eorum perfectiones ascribantur Christo sicut cause efficienti et exemplari. Possunt sibi etiam ascribi tamquam capiti corporis mistici, et tunc per membra Christi hic posita possunt significari diversi electi, qui sunt mistica membra Christi, puta per oculos contemplativi, per pedes activi, per os autem seu per vocem doctores et iudices seu correctores.
La decima perfezione consiste nell’incomprensibile gloria che deriva a Cristo dalla chiarezza e dalla virtù, per cui si dice: “e la sua faccia riluce come il sole in tutta la sua virtù” (Ap 1, 16). Il sole riluce in tutta la sua virtù nel mezzogiorno, quando l’aere è sereno, fugata ogni nebbia o vapore grosso. Allora il viso corporeo di Cristo ha incomparabilmente più luce e vigore, e ciò designa l’ineffabile chiarezza e virtù della sua divinità e della sua mente. Lo splendore del volto indica l’aperta e fulgida conoscenza della Sacra Scrittura, che deve raggiare in modo più chiaro nel sesto stato, prefigurata dalla trasfigurazione sul monte avvenuta dopo sei giorni e designata dall’angelo che, al suono della sesta tromba, ha la faccia come il sole (cfr. Ap 10, 1).
L’undecima perfezione sta nell’imprimere negli inferiori, di fronte a tante sublimità, un sentimento di umiliazione, di tremore e di adorazione, per cui si dice: “e vedendolo”, cioè tanto e tale, “caddi ai suoi piedi come morto” (Ap 1, 17). Il cadere (è da intendere che Giovanni cadde col viso a terra in atto di adorazione, perché il cadere supino è segno di disperazione) è causato sia dall’intollerabile eccesso dell’oggetto visto, sia dall’influsso dell’angelo o dell’assistente divino che incute terrore e provoca un sentimento di mutazione, sia dalla materiale fragilità del soggetto o dell’organo visivo. Proprio il senso di intimo mutare rende colui che vede esperto del fatto che si tratta di una visione ardua, divina e derivata da cause supreme. Sentirsi annullato predispone a ricevere le visioni divine in modo più umile e timorato, e significa che la virtù e la perfezione dei santi provoca tremore e umiliazione negli inferiori. Significa anche che l’ascesa alla contemplazione divina avviene unicamente tramite l’oblio, la negazione, la mortificazione di sé stessi e la privazione di ogni cosa.
Quello che nell’esegesi di Ap 1, 16-17 è concentrato unicamente su Cristo e sullo splendore del suo volto (“splendor faciei”) viene ne poema frantumato su più soggetti. Beatrice, in primo luogo, con il suo sorriso (esempi a Purg. XXXI, 121-126, 139-145; XXXII, 9-12; XXXIII, 115-117; Par. XXIII, 10-12, 25-72; XXX, 19-21, 25-27), ma anche Matelda (Purg. XXVIII, 64-69), l’angelo nocchiero (Purg. II, 19-21, 37-39), l’angelo portiere (Purg. IX, 79-81) e altri “officiali” della montagna (Purg. XV, 10-12, 25-27), Tommaso d’Aquino (Par. XI, 16-21; XIII, 73-81), l’“amore angelico” (Par. XXIII, 106-108), il canto di “gloria” nell’ottavo cielo (Par. XXVII, 4-9), la Vergine madre (Par. XXXII, 85-87). La tematica è approfondita altrove.
Nell’arrivo al cielo di Mercurio (Par. V, 94-108), il pianeta più lucente se ne fé per il letiziare di Beatrice, si cambiò per intima mutazione, come il poeta si fece trasmutabile. La stella rise: ridere corrisponde allo splendor faciei di Cristo, che equivale alla trasfigurazione.
Il poeta scorge in ciascuno dei beati “l’ombra piena di letizia / nel folgór chiaro che di lei uscia” (Par. V, 106-108). Si inserisce a questo punto il gruppo tematico della folgore, che nell’esegesi ha più occorrenze collazionabili (Ap 1, 7; 4, 5; 8, 5). L’essere chiaro della folgore (Ap 4, 5) la congiunge con la claritas della faccia di Cristo di Ap 1, 16. “Nel folgór … che di lei uscia”: ad Ap 1, 7, nella citazione di Matteo 24, 27, l’avvento di Cristo è folgore che ‘esce’ (“Sicut fulgur exit”) da oriente e appare in occidente. La claritas della folgore “longe lateque coruscat”, si desume da Ap 4, 5, e Dante vede come il lume che raggia dall’anima di Giustiniano sia tratto dagli occhi perché, gli dice, esso corusca, cioè lampeggia, “sì come tu ridi”, cioè ti illumini di letizia (vv. 124-126). Riso che, anche in questo caso, corrisponde allo splendor faciei di Cristo di Ap 1, 16. Nel testo della Lectura Dante trovava corrispondenza con quanto da lui affermato nel Convivio, del ridere come “una corruscazione della dilettazione dell’anima, cioè uno lume apparente di fuori secondo sta dentro” (III, viii, 11). La luce di Giustiniano (vv. 130-139), alla domanda di Dante, si fa lucente più assai (il riferimento è ancora a plus incomparabiliter lucet del volto di Cristo) e si nasconde dentro al suo raggio per più letizia, come il sole il cui calore abbia diradato i fitti vapori che ne temperavano il fulgore (temi da Ap 1, 16; temperate sono le “voci” che seguono i fulmini) e che si celi allo sguardo per eccesso di luminosità (l’“ex intolerabili superexcessu obiecti” di Ap 1, 17).
La contaminazione, sempre variata e diversamente appropriata, fra i due gruppi di signacula – Ap 1, 16-17 (lo splendore del volto di Cristo, ovvero il sorriso, che induce oblio) e 1, 7; 4, 5; 8, 5; 11, 19 (il folgorare che divide; la voce, che segue, più soave e temperata) – si registra in altri luoghi, come nel cielo del Sole e in quello di Marte: Par. X, 58-69 (Beatrice e gli spiriti sapienti); Par. XVI, 28-33 (Cacciaguida); XVII, 121-123 (ancora Cacciaguida).
Del quinto stato della Chiesa, dopo l’alta e troppo ardua vita degli anacoreti, splendenti come il sole (il quarto stato concorre con il terzo, dei dottori, come affetto e intelletto, pastorale e spada, Papato e Impero; entrambi sono stati di solare sapienza che infiamma il meriggio dell’universo), è propria la fecondità, nel moltiplicarsi di monasteri e canonie – nel quinto giorno della creazione fu detto: “Crescete e moltiplicatevi” (Genesi 1, 22) -; alla “claritas” subentra il “sensus vivus et tenerus pietatis” (prologo, Notabile XIII). Uccelli (i monaci più spirituali) e pesci (i chierici, che operano fra la gente) abbondano in sensibilità rispetto ai “luminaria celi” (sole, luna, stelle) creati nel quarto giorno. Il passo del Notabile XIII del prologo è una citazione occulta di Gioacchino da Fiore: si osservino le parole-chiave che ad essa rinviano nella descrizione dei beati che si manifestano nel cielo di Mercurio (peschiera, pesci, chi crescerà, pii: Par. V, 100, 101, 105, 121; sono giustapposti – tranquilla, pura, motivi dalla settima coppa, Ap 16, 17), nonché nell’episodio di Pier della Vigna (le brutte Arpie – uccelli e pesci sono anche immondi -, la pietas due volte evocata dal suicida: Inf. XIII, 10, 36, 38).
Tab. V.5
Par. XVIII, 55-57, 61-63e vidi le sue luci tanto mere,
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Par. X, 58-69come a quelle parole mi fec’ io;
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[LSA, cap. I, Ap 1, 16-17 (radix Ie visionis)] Decima (perfectio summo pastori condecens) est sue claritatis et virtutis incomprehensibilis gloria, unde subdit: “et facies eius sicut sol lucet in virtute sua”. Sol in tota virtute sua lucet in meridie, et precipue quando aer est serenus expulsa omni nube et grosso vapore, et quidem corporalis facies Christi plus incomparabiliter lucet et viget. Per hoc tamen designatur ineffabilis claritas et virtus sue divinitatis et etiam sue mentis. Splendor etiam iste sue faciei designat apertam et superfulgidam notitiam scripture sacre et faciei, ita quod in sexta etate et precipue in eius sexto statu debet preclarius radiare. In cuius signum Christus post sex dies transfiguratus est in monte in faciem solis (cfr. Mt 17, 1-8), et sub sexto angelo tuba canente videtur angelus habens faciem solis et tenens librum apertum (cfr. Ap 10, 1-2).
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Par. V, 88-90, 94-105, 130-137
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Par. XI, 16-21E io senti’ dentro a quella lumera
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Tab. V.5 bis
[LSA, cap. I, Ap 1, 16-17 (radix Ie visionis)] Decima (perfectio summo pastori condecens) est sue claritatis et virtutis incomprehensibilis gloria, unde subdit: “et facies eius sicut sol lucet in virtute sua”. Sol in tota virtute sua lucet in meridie, et precipue quando aer est serenus expulsa omni nube et grosso vapore, et quidem corporalis facies Christi plus incomparabiliter lucet et viget. Per hoc tamen designatur ineffabilis claritas et virtus sue divinitatis et etiam sue mentis. Splendor etiam iste sue faciei designat apertam et superfulgidam notitiam scripture sacre et faciei, ita quod in sexta etate et precipue in eius sexto statu debet preclarius radiare. In cuius signum Christus post sex dies transfiguratus est in monte in faciem solis (cfr. Mt 17, 1-8), et sub sexto angelo tuba canente videtur angelus habens faciem solis et tenens librum apertum (cfr. Ap 10, 1-2).
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Par. V, 94-108, 124-126, 130-137Quivi la donna mia vid’ io sì lieta,
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Par. X, 58-69come a quelle parole mi fec’ io;
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[LSA, cap. I, Ap 1, 7 (Salutatio)] “Et videbit eum omnis oculus”, scilicet bonorum et malorum. Non quod eius deitatem videant, sed corpus assumptum in quo omnibus visibiliter et manifeste apparebit. Unde Matthei XXIIII° dicitur: “Sicut fulgur exit ab oriente et apparet in occidente, ita erit adventus Filii hominis” (Mt 24, 27). Per hoc autem monstrat eum iudicaturum omnes tam bonos quam malos.[LSA, cap. IV, Ap 4, 5 (radix IIe visionis)] “Et de trono procedebant” (Ap 4, 5), vel secundum aliam litteram “procedunt”, “fulgura et voces et tonitrua”, quia tam a Deo quam ab eius ecclesia et quam a sanctis, qui sunt sedes Dei, procedunt “fulgura” miraculorum, quorum claritas longe lateque coruscat sicut fulgura discurrentia; et “voces” rationabilis ac temperate predicationis, “et tonitrua” terribilium commi-nationum, vel tonitrua altiorum et spiritualium documentorum, que competunt perfectioribus. Voces enim in terra fiunt, tonitrua vero in celo seu ethere, vocesque sunt modice respectu tonitruorum. Generaliter tamen per fulgura et tonitrua designantur omnes grandes et fortes influxus vel effectus manantes a Deo et eius sede, tam in malos conterendos vel deterrendos quam in electos excitandos et illuminandos et inflammandos. Per fulgura etiam intelliguntur sancti superfervidi, aliorum quoad vitia incisivi et in bono inflammativi, de quibus Ezechielis I° dicitur quod “ibant et revertebantur in similitudinem fulguris coruscantis” (Ez 1, 14), et Iob XXXVIII°: “Numquid mittes fulgura, et ibunt, et revertentia dicent tibi: Assu-mus?” (Jb 38, 35).[LSA, cap. VIII, Ap 8, 5; radix IIIe visionis] “Et facta sunt tonitrua” (Ap 8, 5), scilicet illius altioris doctrine quam Apostolus loquebatur solis perfectis, vel “tonitrua” grandium comminationum; “et voces”, scilicet doctrine rationalis et quasi humane; “et fulgura”, scilicet coruscantium et stupendorum miraculorum, vel superfervidorum eloquiorum sic penetrantium et scindentium et incendentium corda sicut fulgur terrena penetrat et scindit, vel “fulgura” iudiciorum terribilium, ut cum Ananias et Saphira repente occisi sunt ad sententiam Petri, prout scribitur Actuum quinto (Ac 5, 1-11).[LSA, cap. XI, Ap 11, 19 (radix IVe visionis)] […] “et voces”, id est et suaves ac rationabiles persuasiones et predicationes sunt facte. |
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A Dante è appropriato il tema della singolare grazia concessa da Dio a Cristo perché riveli quel che è arcano e incomprensibile (Ap 1, 1): a lui viene infatti ‘concesso’ per grazia di vedere i troni del trionfo eterno prima di abbandonare il militare terreno (Par. V, 115-117) e di venire d’Egitto in Gerusalemme (Par. XXV, 55-57).
L’espressione “ben nato”, con la quale gli si rivolge uno degli “spirti pii” che si manifestano nel cielo di Mercurio, oltre che alla “beatitudo”, causa finale del libro (Ap 1, 3), rinvia anche all’interpretazione del nome “Beniamin”, il figlio di Rachele chiamato dapprima dalla madre “Bennoni”, cioè figlio del dolore, perché nel darlo alla luce morì (Ap 7, 8; in partu, per cui è da escludere la variante “ben creato”). Alla tribù di Beniamino è appropriata la pace, nella quale la mente muore a sé stessa e passa alla destra di Dio. Ben, con o senza nati, è accostato a pace a Purg. III, 73-74 e V, 60-61.
Il diavolo, sostiene Olivi, sapeva che Cristo era figlio di Dio per grazia; a questo aspetto si riferisce il Salmo 81, 6, citato ad Ap 12, 4: “Ego dixi: dii estis et filii excelsi omnes”. Ma non per questo sapeva che era figlio di Dio per natura. Nel cielo di Mercurio, Beatrice invita Dante a rivolgersi con sicurezza agli “spirti pii”, credendo loro “come a dii” (Par. V, 121-123). Il non sapere, nell’episodio citato, è proprio di Dante, ignaro dello spirito che gli ha parlato e del motivo per il quale manifesti la propria beatitudine nel secondo cielo (vv. 127-129). L’anima è quella di Giustiniano, e forse non a caso si insinua nei versi il tema dell’essere figlio di Dio per natura tratto da Ap 12, 4, considerato che, nella metamorfosi poetica dell’esegesi del terzo stato (dei dottori, il cui simbolo è la spada) e del quarto stato (i contemplativi, che con vita divina si dedicano al “pasto” spirituale), i due soli, l’impero e il papato, sono equiparati alle due nature di Dio, umana e divina, che non possono essere ridotte a una, come è invece successo allorché uno dei due soli ha spento l’altro, congiungendo la spada al pastorale. Con coerenza Giustiniano premette al suo discorso sull’Impero il racconto della propria errata fede monofisita, che riconosceva in Cristo una sola natura, quella divina, prima che il benedetto papa Agapito lo riportasse alla fede sincera (Par. VI, 13-22). Dante, quindi, sapeva che lo spirito che gli aveva parlato era figlio di Dio per grazia (in quanto già beato), ma non per natura, cioè non sapeva che si trattava di un imperatore, assimilabile al Figlio di Dio. Così non aveva dubitato che la sua donna fosse beata, ma non aveva sospettato della sua natura divina.
AVVERTENZE
■ Seppure segue l’ordine dei ventidue capitoli dell’Apocalisse, Olivi suggerisce, nel prologo della Lectura, un metodo differente di comprensione e di aggregazione del testo, fondato sui sette stati (status), cioè sulle epoche nelle quali si articola la storia della Chiesa, prefigurate nell’Antico Testamento.
L’Apocalisse si articola in sette visioni: le sette chiese d’Asia, i sette sigilli, le sette trombe, la donna vestita di sole (le sette guerre sostenute dalla Chiesa), le sette coppe, il giudizio di Babylon nelle sette teste del drago, la Gerusalemme celeste. Le prime sei visioni possono essere a loro volta divise in sette momenti, ciascuno dei quali riferibile a uno dei sette stati. Assembrando, per le prime sei visioni, tutti i primi elementi (chiesa, sigillo, tromba, guerra, coppa, momento del giudizio di Babylon), tutti i secondi, i terzi e così di seguito, si ottengono sette gruppi di materia teologica, corrispondenti al complesso dei temi afferenti a ciascuno dei sette stati. A questi sette gruppi si aggiungono altri due: l’esegesi della settima visione (senza articolazioni interne) e l’esegesi di capitoli del testo scritturale, o di parti di essi, introduttivi delle successive specificazioni delle singole visioni per settenari, che Olivi definisce “radicalia” o “fontalia”. Si ottengono in tal modo nove gruppi: le parti proemiali, i sette assembramenti di settenari e la settima visione. Il grande prologo della Lectura, articolato in tredici notabilia, può essere anch’esso aggregato secondo i sette stati. Un libro (la Lectura) contiene dunque princìpi e criteri affinché l’accorto lettore possa trarne un altro libro, fatto con lo stesso materiale ma ricomposto e distribuito in forma diversa.
■ La Commedia mostra un ordine interno diverso da quello che appare al lettore: il viaggio di Dante ha un andamento di ciclici settenari, che corrispondono ai sette stati della storia della Chiesa, cioè alle categorie con cui Olivi organizza la materia esegetica. Questo ordine interno è registrabile per zone progressive del poema dove prevale, tramite parole-chiave, la semantica riferibile a un singolo stato. È un’intima struttura dirompente i confini letterali stabiliti dai canti e da tutte le divisioni materiali per cerchi, gironi, cieli. Ogni stato, che ha differenti inizi, è concatenato per concurrentia, come le maglie di un’armatura, con quello che precede e con quello che segue. Si possono in tal modo redigere mappe che comprendano l’ordine spirituale della Commedia. La ricerca è pervenuta a una Topografia spirituale della Commedia, dove quasi per ogni verso, o gruppo di versi, collegamenti ipertestuali conducono al “panno” esegetico fornito dalla Lectura super Apocalipsim, sul quale il “buon sartore” ha fatto “la gonna” (cfr. Par. XXXII, 139-141).
■ A ogni gruppo è arbitrariamente assegnato un diverso colore: Radici (verde), I stato (verde acqua), II stato (rosso), III stato (nero), IV stato (viola), V stato (marrone), VI stato (blu), VII stato (indaco), VII visione (fucsia). Dei gruppi sono stati integralmente studiati il terzo stato e la settima visione.
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■ Non di rado nei versi alcune parole o incisi-chiave possono rinviare a più luoghi esegetici. Questo perché il testo dottrinale contenuto nella Lectura, prima di travasarsi semanticamente nella Commedia, è stato sottoposto a una duplice riorganizzazione. La prima, sulla base delle indicazioni dello stesso Olivi, secondo il materiale esegetico attribuibile ai singoli stati. La seconda, seguendo il principio applicato nelle distinctiones ad uso dei predicatori, sulla base di lemmi analogicamente collazionati. La “mutua collatio” di parti della Lectura arricchisce il significato legato alle parole e consente uno sviluppo tematico amplificato. Si vedano, ad esempio, le variazioni eseguite sul tema della “voce” o sull’espressione “in medio”, temi più volte iterati nel sacro testo, oppure il modo con cui Ap 1, 16-17 (l’esegesi della decima e undecima prefezione di Cristo come sommo pastore) percorre i versi in collazione con altri passi. A ciò predispone lo stesso testo scritturale, poiché l’Apocalisse contiene espressioni, come Leitmotive, che ritornano più volte. È determinata da parole-chiave che collegano i passi da collazionare. È suggerita dallo stesso Olivi, nel prologo, per una migliore intelligenza del testo.
■Tutte le citazioni della Lectura super Apocalipsim presenti nei saggi o negli articoli pubblicati su questo sito sono tratte dalla trascrizione, corredata di note e indici, del ms. Paris, Bibliothèque nationale de France, lat. 713, a disposizione fin dal 2009 sul sito medesimo. I passi scritturali ai quali si riferisce l’esegesi sono in tondo compresi tra “ ”; per le fonti diverse da quelle indicate si rinvia all’edizione in rete. Non viene presa in considerazione l’edizione critica a cura di WARREN LEWIS (Franciscan Institute Publications, St. Bonaventure – New York, 2015) per le problematiche da essa poste, che sono discusse in ALBERTO FORNI – PAOLO VIAN, A proposito dell’edizione di Warren Lewis della Lectura super Apocalipsim di Pietro di Giovanni Olivi. Alcune osservazioni, in “Archivum Franciscanum Historicum”, 109 (2016), pp. 99-161.
Il testo della Commedia citato è in Dante Alighieri, La Commedia secondo l’antica vulgata, a cura di GIORGIO PETROCCHI, Firenze 1994. Si tiene anche conto della recente edizione a cura di GIORGIO INGLESE, Firenze 2021 (Società Dantesca Italiana. Edizione Nazionale), qualora il testo proposto si discosti da quello del Petrocchi e la scelta della variante risulti discutibile nel confronto con la LSA.
ABBREVIAZIONI
Ap: APOCALYPSIS IOHANNIS.
LSA: PIETRO DI GIOVANNI OLIVI, Lectura super Apocalipsim.
Concordia: JOACHIM VON FIORE, Concordia Novi ac Veteris Testamenti. Herausgegeben von A. PATSCHOVSKY, Wiesbaden 2017 (Monumenta Germaniae Historica. Quellen zur Geistesgeschichte des Mittelalters, 28. Band), Teil 2 (lib. I-IV), Teil 3 (lib. V).
Expositio: GIOACCHINO DA FIORE, Expositio in Apocalypsim, in Edibus Francisci Bindoni ac Maphei Pasini, Venetiis 1527, ristampa anastatica Minerva, Frankfurt a. M. 1964.
Olivi opera spesso una sintesi del testo di Gioacchino da Fiore. Le « » precedono e chiudono un’effettiva citazione. Diversamente, viene posto un asterisco (*) o una nota in apice al termine della parte riferibile a Gioacchino.
In Ap: RICCARDO DI SAN VITTORE, In Apocalypsim libri septem, PL 196, coll. 683-888.
Note sulla “topografia spirituale” della Commedia
Per quanto segua l’ordine dei ventidue capitoli dell’Apocalisse, Olivi suggerisce un metodo differente di comprensione e di aggregazione del testo esegetico, fondato sui sette stati, cioè sui periodi nei quali si articola la storia della Chiesa. L’Antico Testamento corrisponde alle prime cinque età del mondo, secondo la divisione tradizionale [1]: è l’età del Padre secondo Gioacchino da Fiore. Con il primo avvento di Cristo, nella carne, inizia la sesta età (l’età del Figlio), nella quale la Chiesa, come fosse un individuo, cresce e si sviluppa in sette stati. Al primo, apostolico periodo, succede il secondo dei martiri; poi, al tempo di Giustiniano, il terzo stato dei dottori che confutano con l’intelletto le eresie concorre con il quarto stato degli affettuosi anacoreti devoti al pasto eucaristico, alti per la contemplazione ma anche attivi come reggitori delle genti; a partire da Carlo Magno subentra il quinto stato aperto alla vita associata delle moltitudini, bello nel principio ma poi corrottosi fino a trasformare quasi tutta la Chiesa in una nuova Babilonia; la riforma interviene, a partire da Francesco, con il cristiforme sesto stato, fino alla sconfitta dell’Anticristo; subentra infine il silenzio e la quiete del pacifico settimo stato. Il sesto e il settimo stato (la terza età di Gioacchino da Fiore) coincidono con il secondo avvento di Cristo, nello Spirito, cioè nei suoi discepoli spirituali inviati a convertire il mondo con la predicazione; al termine del settimo stato ci sarà il terzo avvento, nel giudizio.
L’Apocalisse si articola in sette visioni: le sette chiese d’Asia, i sette sigilli, le sette trombe, la donna vestita di sole (le sette guerre sostenute dalla Chiesa), le sette coppe, il giudizio di Babylon nelle sette teste del drago, la Gerusalemme celeste. Le prime sei visioni possono essere a loro volta divise in sette momenti, ciascuno dei quali riferibile a uno dei sette stati. Assembrando, per le prime sei visioni, tutti i primi elementi (chiesa, sigillo, tromba, guerra, coppa, momento del giudizio di Babylon), tutti i secondi, i terzi e così di seguito, si ottengono sette gruppi di materia teologica, corrispondenti al complesso dei temi afferenti a ciascuno dei sette stati [2]. A questi sette gruppi se ne aggiungono altri due: l’esegesi della settima visione (senza articolazioni interne) e l’esegesi di capitoli del testo scritturale, o di parti di essi, introduttivi delle successive specificazioni delle singole visioni per settenari, che Olivi definisce “radicalia” o “fontalia”. Si ottengono in tal modo nove gruppi: le parti proemiali, i sette assembramenti di settenari e la settima visione. Il grande prologo della Lectura, articolato in tredici notabilia, può essere anch’esso aggregato nelle sue parti secondo i sette stati.
L’intenso travaso di parole-temi dalla Lectura nella Commedia si accompagna a un fatto strutturale. La Commedia mostra un ordine interno diverso da quello che appare al lettore: il viaggio di Dante ha un andamento di ciclici settenari, che corrispondono ai sette stati oliviani. È un ordine registrabile per zone progressive del poema dove prevalgono i temi di un singolo stato, che rompe i confini letterali stabiliti dai canti e da tutte le divisioni materiali per cerchi, gironi, cieli. Ogni stato, che ha differenti inizi, è concatenato per “concurrentia”, come le maglie di un’armatura, con quello che precede e con quello che segue. Ciascuno stato ha in sé una grande ricchezza di motivi e contiene inoltre temi di tutti gli altri, consentendo innumerevoli intrecci e variazioni. La Commedia appare, come l’Apocalisse, “libro scritto dentro e fuori” (Ap 5, 1), con duplice struttura, linguaggio e senso, letterale e spirituale. Il viaggio di Dante e la visione di Giovanni hanno la stessa causa finale, che è la beatitudine, alla quale si perviene con diverse guide, per gradi segnati da visioni sempre più nuove e ardue delle precedenti, attraverso una sempre maggiore apertura dell’arcano coperto dal velame dei sette sigilli fino al punto più alto in cui, in questa vita, è possibile vedere la verità.
Tutti i modi del linguaggio interiore al poema esprimono un processo, un viaggio dal più chiuso al più aperto, e in questo andare hanno una loro precisa collocazione ‘topografica’, uno ‘stato’ (nel senso di momento storico che ricade sulla coscienza individuale) al quale appartenere. Si possono in tal modo stendere vere e proprie mappe tematiche che comprendano l’ordine spirituale di tutta la Commedia che aderisce, parodiandola semanticamente, a una precisa teologia della storia, sia pure modificandone profondamente le prospettive. La ciclicità dei temi permette di stabilire collegamenti inusitati tra le diverse zone; il procedere per gradi dell’illuminazione divina fa sì che episodi oscuri e quasi ermeticamente chiusi si chiariscano poi, aprendosi all’intelligenza in modo più alto.
A ogni gruppo è arbitrariamente assegnato un diverso colore: Radici (verde), I stato (verde acqua), II stato (rosso), III stato (nero), IV stato (viola), V stato (marrone), VI stato (blu), VII stato (indaco), VII visione (fucsia). Dei gruppi sono stati integralmente studiati il terzo stato e la settima visione.
INFERNO
(le prime cinque età del mondo)
La ‘topografia spirituale’ del poema mostra nell’Inferno cinque cicli settenari corrispondenti agli stati della Chiesa descritti da Olivi e ai loro temi contenuti nella Lectura. Questi cinque cicli designano le prime cinque età del mondo (riunite a loro volta nel primo stato generale, che corrisponde all’età del Padre di Gioacchino da Fiore), in quanto prefigurazione del primo avvento di Cristo e della Chiesa.
I cinque cicli settenari che si susseguono nell’Inferno a partire dal quarto canto (i primi tre canti hanno una tematica particolare) sono preceduti da cinque zone che possono essere definite ‘snodi’, dove cioè confluiscono temi provenienti da più stati, intrecciati insieme ad altri ad avviare il procedere settenario. Il centro di questi ‘snodi’ coincide con un canto (Inf. IV, X, XVII, XXVI, XXXII), ma la zona è più vasta e supera l’ambito dato dalla divisione letterale del poema.
Inf. I-III sono da considerare al di fuori dei cicli. Inf. I e II sono profondamente segnati dai temi del sesto stato. Inf. III è riferibile al settimo stato (per gli ignavi) e in parte al quinto (per l’episodio di Caronte). |
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canti |
I ciclo |
stati |
cerchi |
IV |
Limbo |
Radici, I (I snodo) |
I |
V |
lussuriosi |
II |
II |
VI |
golosi |
III |
III |
VII |
avari e prodighipalude Stigia
|
III–IV
V |
IV
|
VIII |
palude Stigia (orgogliosi)
|
V |
V |
IX |
apertura della porta di Dite |
V–VI |
|
canti |
II ciclo |
stati |
cerchi |
IX-X-XI |
eretici, ordinamento dell’inferno |
I (II snodo) |
VI |
XII |
violenti contro il prossimo |
II |
VII (girone 1) |
XIII |
violenti contro sé |
III |
(girone 2) |
XIV |
violenti contro Dio: bestemmiatori |
IV |
(girone 3) |
XV-XVI |
violenti contro Dio: sodomiti |
V |
|
XVIXVII |
ascesa di GerioneGerione, violenti contro Dio: usurai |
VI |
canti |
III ciclo |
stati |
cerchi |
XVII |
volo verso Malebolge |
I (III snodo) |
|
XVIII |
ruffiani, lusingatori |
Radici – II |
VIII (bolgia 1, 2) |
XIX |
simoniaci |
III |
(bolgia 3) |
XX |
indovini |
IV |
(bolgia 4) |
XXI-XXII |
barattieri |
V |
(bolgia 5) |
XXIII |
ipocriti |
V–VI |
(bolgia 6) |
XXIV-XXV |
ladri |
VI |
(bolgia 7) |
canti |
IV ciclo |
stati |
cerchi |
XXVI |
consiglieri di frode (greci) |
I (IV snodo) |
(bolgia 8) |
XXVII |
consiglieri di frode (latini) |
II |
|
XXVIII-XXIX |
seminatori di scandalo e di scisma |
III |
(bolgia 9) |
XXIX |
falsatori |
IV |
(bolgia 10) |
XXX |
falsatori |
IV–V |
|
XXXI |
giganti |
V–VI |
|
canti |
V ciclo |
stati |
cerchi |
XXXII |
Cocito: Caina, Antenora |
I (V snodo) |
IX |
XXXIII |
Antenora, Tolomea |
II |
|
XXXIV |
Giudecca |
III–IV–V |
|
XXXIV |
volgersi di Virgilio sull’anca di Lucifero |
VI |
|
Il sesto stato è per Olivi la fase più importante nella costruzione dell’edificio della Chiesa. In esso “renovabitur Christi lex et vita et crux”. Corrisponde ai tempi moderni. Ha quattro diversi inizi temporali: uno profetico, con Gioacchino da Fiore, il quale lo vide in spirito concependo la sua terza età; il secondo con la conversione di Francesco (1206), che seminò la pianta; il terzo con la predicazione degli uomini spirituali, per la quale la pianta si rinnovella; il quarto con la distruzione storica di Babylon. Dura fino alla sconfitta dell’Anticristo, il cui avvento si collocherebbe, secondo i numeri della profezia di Daniele 12, 11-12 combinati con Ap 12, 6 e 14, fra il 1290 e il giubileo di pace del 1335.
Una ‘vita nuova’ si instaura nel sesto stato, per eccellenza il momento dell’imitazione di Cristo. I rami dell’albero si dilatano producendo il frutto della carità, l’acqua che proviene da Cristo-fonte attraverso il condotto che percorre i primi cinque stati della Chiesa si effonde in un lago; è il tempo, assimilato al sacramento del matrimonio, della letizia nuziale, della familiarità, dell’amicizia. Corrisponde al sesto giorno della creazione, in cui vennero creati prima i rettili e le bestie irrazionali, poi l’uomo razionale che, come l’ordine evangelico, è fatto a immagine e somiglianza di Dio e domina tutti gli animali.
Le espressioni di Olivi relative al sesto stato – “quoddam sollempne initium novi seculi … renovaretur et consumaretur seculum”, nel quale il sacerdozio apostolico “redeat et assurgat ad ordinem primum”, la “nova Ierusalem”, interpretata come “visione di pace”, viene vista “descendere de celo” e la Chiesa descritta come la donna vestita di sole con la sua “virginea proles” – sono la veste spirituale dei versi della quarta egloga virgiliana che celebrano la rinnovata età dell’oro: “Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo / iam redit et Virgo; redeunt Saturnia regna; / Iam nova progenies caelo demittitur alto” (Egloga IV, 5-7). Olivi completa la Lectura super Apocalipsim nel 1298, poco prima di morire, il 14 marzo, a Narbonne. Quel felicissimo stato segnato dalla pace sotto il divo Augusto, che rese l’umanità disposta al primo avvento di Cristo, si sta rinnovando nel sesto stato della Chiesa, nel secondo avvento nello Spirito. Scrive Arsenio Frugoni: “[…] quell’escatologismo, oltre che ideologia di lotta e di riforma del gruppo spirituale, era anche un vero e proprio sentimento storico […] una tensione di rinnovamento, una ansia di salvezza, che nel 1300, l’anno centenario della Natività, aveva trovato come una attivazione, in un senso di pienezza dei tempi, cui doveva corrispondere un fatto, un accadere meraviglioso e nuovo” [3].
All’apertura del sesto sigillo, l’eletta schiera dei riformatori – i 144.000 segnati dalle dodici tribù d’Israele – guida la turba innumerevole di ogni gente, tribù, popolo e lingua (Ap 7, 3-4.13). Questi eletti e magnanimi duci, separati dalla volgare schiera per più alta milizia, vengono destinati a difendere liberamente la fede – ad essi è data la “plena libertas ad innovandam christianam religionem” -; sono gli amici di Dio a lui noti per nome, configurati in Cristo crocifisso e votati al martirio.
All’interno della Chiesa del sesto stato, l’Ordine dei Minori – “ordo plurium personarum” – è assimilabile alla persona umana di Cristo. Come questa si sviluppò fino all’età virile, così dovrà essere per l’ordo evangelicus piantato da Francesco, che avrà bisogno (a differenza di Cristo che stette poco tempo nel mondo) di due o tre generazioni per svilupparsi prima di subire una condanna simile a quella di Cristo [4]. La sua maturità coincide, verso il 1300, con il terzo inizio del sesto stato, cioè con il rinnovarsi per opera dello Spirito di Cristo, nel suo secondo avvento, della pianta seminata da Francesco. Questa concezione dell’Ordine francescano come individuo in sviluppo che, perfettamente maturato, diventa il novus ordo preconizzato da Gioacchino da Fiore per l’età dello Spirito, si differenzia da quella di Bonaventura, che aveva invece distinto i Francescani del proprio tempo – e quindi anche gli Spirituali – dall’Ordine finale che dominerà fino ai confini della terra. Alla terza apertura del sesto sigillo nuovi san Giovanni vengono inviati a predicare al mondo come nel tempo degli Apostoli. Ma Giovanni non designa solo un Ordine, perché Olivi lascia aperta la possibilità di rivelazioni individuali, avute da “singulares persone”, perfetti imitatori di Cristo votati, con la loro “lingua erudita”, al compito della conversione universale.
[LSA, cap. X, Ap 10, 11] “Et dixit michi: Oportet te iterum prophetare in gentibus et populis et linguis et regibus multis”. In ipsa sapientia libri expresse continetur quod oportet iterum predicari evangelium in toto orbe, et Iudeis et gentibus, et totum orbem finaliter converti ad Christum. Sed quod per istum hoc esset implendum non poterat sciri nisi per spiritualem revelationem, et hoc dico prout per Iohannem designantur hic singulares persone quia, prout per ipsum designatur in communi ordo evangelicus et contemplativus, scitur ex ipsa intelligentia libri quod per illum ordinem debet hoc impleri.
Nei cinque cicli settenari della prima cantica il sesto stato è segnato dall’apertura della porta della città di Dite (Inf. IX, 89-90); dall’ascesa di Gerione dall’abisso (Inf. XVI, 106-136); dal precipitoso passaggio dalla quinta alla sesta bolgia (Inf. XXIII, 1-57) e poi dalle trasformazioni della settima, dove i ladri fiorentini si mutano in serpenti e viceversa (Inf. XXIV-XXV); dal chinarsi di Anteo sul fondo dell’inferno (Inf. XXXI, 136-145); dal passaggio del centro della terra, con la conversione di Virgilio sull’anca di Lucifero, che è passaggio verso la sesta età, quella della Chiesa, descritta nel Purgatorio.
Ma i temi propri del sesto stato sono diffusi ovunque, intrecciati con quelli degli altri stati, e alla loro esegesi rinviano precise parole-chiave incardinate nel senso letterale dei versi. L’esegesi dell’angelo del sesto sigillo (Ap 7, 2) è già centrale nel primo canto del poema.
La novità che il sesto stato, per eccellenza stato di rinnovamento di questo secolo, arreca nell’inferno è una novità fittizia: l’apertura della porta della città di Dite non è vera novità, perché essa è stata chiusa dall’ostinazione dei diavoli, recidivi dopo l’apertura della porta dell’inferno da parte di Cristo prefigurata dalla venuta di Ercole all’Ade, per cui Cerbero “ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo”; Gerione viene su ad un “novo cenno” di Virgilio, ma è figura della frode dalla velenosa coda aculeata; il nuovo prodotto dalle trasformazioni reciproche di serpenti e uomini è qualcosa di incompiuto perché l’uomo razionale, creato nel sesto giorno, regredisce allo stato precedente.
L’Inferno è il luogo della durezza lapidea, dell’impetrarsi, del parlare duro di cose dure a dirsi, del duro giudizio, del senso duro della scritta al sommo della porta, dei duri lamenti, dei duri demoni, dei duri veli del gelo, della gravezza. Nell’Inferno vige l’imposizione data a Daniele dall’angelo sotto il sesto sigillo dell’Antico Testamento: “Ora tu, Daniele, chiudi queste parole e sigilla questo libro fino al tempo stabilito” (Dn 12, 4), che era la sesta età nella quale apparve Cristo e in particolare il sesto stato della sua Chiesa nella quale il libro doveva essere più pienamente aperto, non però ai malevoli e ai maldisposti. Questa durezza è rotta dall’invito di Dante ai dannati perché parlino. Far parlare liberamente, per dettato interiore, è la principale prerogativa del sesto stato – la nuova età che tanto s’aspetta, quella che ode del “dolce stil novo” e delle “nove rime” -, ed è tema che la poesia canta per intero, sia pure per un attimo, anche nella vecchia roccia infernale. Appartiene alla sesta chiesa il parlare liberamente di Cristo – ad essa è dato l’“ostium apertum”, che è “ostium sermonis” – , il sentire per dettato interiore, l’aprirsi della volontà. Appartiene alla sesta chiesa anche il far venire quelli che si dicono Giudei senza esserlo, mutati nel cuore e disposti a farsi battezzare e governare. Questo far venire a parlare equivale al cortese e liberale invito dello Spirito di Cristo a convivare, a venire con desiderio e volontario consenso, con “disio” e con “velle”, in una pausa di pace nell’eterna dannazione. All’“affettüoso grido” del poeta le ombre di Francesca e Paolo vengono “dal voler portate” verso un momento di mutazione, sebbene limitata al successivo colloquio. Tutto l’Inferno è un contrappunto fra la durezza del giudizio e l’apertura per la parola dirompente, fin che essa dura, la pena. Un’apertura che si esprime in varie forme: muoversi sospirando nel Farinata prima immobile, ‘crollarsi’ quasi per terremoto interiore dello ‘schivo’ Ulisse, convertirsi del vento in voce in Guido da Montefeltro, tornare indietro nel cammino assegnato o separarsi dai compagni di pena, essere sforzati a parlare anche malvolentieri, non poterlo negare o mostrare fretta di farlo, arrestarsi obliando il martirio, levarsi per poi ricadere, sollevarsi da atti bestiali per ritornare a essi dopo aver parlato, come nel conte Ugolino. In tante lingue, che parlano come per sé stesse mosse, sta un solo desiderio, il vivere ancora nel libro che è stato altrui aperto.
Se nell’Inferno il sesto stato non si realizza mai compiutamente, anche il settimo, che gli è strettamente connesso, non può trovare un luogo autonomo. Ciò non toglie che temi del settimo stato (e della settima visione) siano ben presenti in modo diffuso. Ad esempio, quelli relativi alla settima chiesa assumono particolare rilievo nella descrizione degli ignavi a Inf. III. Tempo del silenzio, della serena pace, del riposo dalle ansiose fatiche, il settimo stato subentra dopo le terribili tentazioni inferte, con un martirio non corporale ma psicologico, dai carnefici dell’Anticristo nel sesto. Come ogni momento della storia umana partecipa dell’imitazione di Cristo, che raggiunge l’acme nel sesto stato, così in ogni periodo si verifica una sua “quietatio”, una pausa di pace, di quiete, di silenzio propria del settimo. Così Francesca parla e ascolta “mentre che ’l vento, come fa, ci tace”. Il vento – “la bufera infernal, che mai non resta” – designa il fluttuare tempestoso delle passioni nel cuore.
PURGATORIO
(sesta età del mondo)
Dopo le prime cinque età del mondo (corrispondenti all’Antico Testamento, la gioachimita età del Padre), che hanno segnato la discesa a spirale per i cinque cicli settenari dell’Inferno, con il Purgatorio inizia la sesta età, quella di Cristo (l’età del Figlio), che ha sette stati, corrispondenti ai sette stati della Chiesa. Dapprima, nel cosiddetto ‘antipurgatorio’, si registrano in successione temi prevalenti dei primi cinque stati. Il sesto stato della sesta età (con cui si apre l’età dello Spirito) inizia con l’apertura della porta di san Pietro (la porta del purgatorio). Questo sesto stato procede anch’esso con andamento settenario, per cui ha sette momenti, coincidenti principalmente con un girone della montagna, ma non del tutto, perché sempre l’ordine spirituale del poema rompe i confini letterali e le divisioni materiali, concatenando i temi di uno stato prevalente con quelli dello stato che precede e con quelli dello stato che segue e intrecciandoli con temi di tutti gli altri stati.
È spiegato nel Notabile VII del prologo della Lectura che il sesto stato della Chiesa è il secondo stato di Cristo e ha i suoi sette tempi per cui la Chiesa, come fosse una sfera, si ricongiunge circolarmente al primo apostolico tempo. Il settimo dei sette momenti del sesto stato della Chiesa coincide con il settimo stato generale della Chiesa, che nel poema corrisponde in parte all’ultimo girone della montagna (il settimo, dove si purgano i lussuriosi) e in parte all’Eden, con cui si chiude la seconda cantica.
Il Purgatorio dunque, secondo il senso spirituale, è la storia della Chiesa che corre verso il suo sesto stato, punto di riferimento di tutte le vicende umane, antiche e moderne, che ad esso cooperano. Non è casuale che nel sesto girone della montagna sia chiarificata e riconosciuta, nel colloquio con Bonagiunta da Lucca, la poetica delle “nove rime” di Dante, già “sesto tra cotanto senno” cooptato nella “bella scola” dei poeti del Limbo.
La vasta zona dedicata al sesto momento del sesto stato della Chiesa ha il suo inizio nel forte terremoto che scuote la montagna mentre Dante e Virgilio si trovano ancora nel quinto girone (Purg. XX, 124-141). Essa è stata compiutamente esaminata altrove.
Il settimo stato dell’Olivi si realizza parte in questa vita (come pregustazione in terra della gloria eterna, cioè fin sulla cima della montagna) e in parte nella futura (nel senso della quiete delle anime beate in attesa della resurrezione, che è la materia del Paradiso).
canti |
I ciclo – fino al sesto sato |
stati |
|
I |
Catone |
Radici, I |
|
II |
angelo nocchiero, Casella |
I – II |
|
III |
scomunicati |
III |
“Antipurgatorio” |
IV |
salita al primo balzo, Belacqua |
IV – V |
|
V |
negligenti morti per violenza |
V |
|
VI |
Sordello |
V |
|
VII-VIII |
valletta dei principi |
V |
|
IX |
apertura della porta |
VI – sesto stato |
|
canti |
II ciclo – il sesto stato della sesta età |
stati |
gironi |
X-XII |
superbi |
I |
I |
XIII-XIV-XV |
invidiosi |
II |
II |
XV-XVIII |
iracondiordinamento del purgatorio,amore e libero arbitrio |
III |
IIIIV |
XVIII-XIX |
accidiosi |
IV |
IV |
XIX-XX |
avari e prodighi |
V |
V |
XX (terremoto) -XXV |
Stazio, golosi, generazione dell’uomo |
VI |
VI |
XXV-XXVI |
lussuriosi |
VII – settimo stato |
VII |
XXVIIXXVIII-XXXIII |
muro di fuoconotte stellata, termine dell’ascesaEden |
|
PARADISO
(settimo stato della Chiesa)
Il Primo Mobile è il nono e penultimo cielo, ma è il sesto se si parte dal cielo del Sole. È anche il cielo più segnato dal tema del “punto”, cui è assimilato il sesto stato. Questo consente di ricostruire l’ordine spirituale del Paradiso ponendo la cerniera nel quarto cielo del Sole. Con il terzo cielo di Venere termina infatti il cono d’ombra gettato dalla terra, secondo la dottrina di Alfragano (Par. IX, 118-119), mentre prima di descrivere l’ascesa al cielo del Sole il poeta invita il lettore a rivolgersi “a l’alte rote” (Par. X, 7-27). Senza la cesura recisa che, nella prima cantica, divide i dannati puniti all’interno della città di Dite da quelli che ne stanno fuori e, nella seconda cantica, separa le anime purganti nei sette gironi della montagna dalle anime che attendono fuori della porta (il cosiddetto ‘antipurgatorio’), anche nel Paradiso gli spiriti che si manifestano nei primi tre cieli della Luna, di Mercurio e di Venere (spiriti che mancarono ai voti, spiriti che furono attivi per conseguire onore e fama, spiriti amanti) si distinguono per minore perfezione rispetto a quelli che appaiono nei cieli seguenti.
I dieci cieli del Paradiso si mostrano pertanto ordinati in due gruppi di settenari, corrispondenti agli stati della Chiesa (e alle loro prerogative) secondo Olivi, parzialmente combacianti (da 1 a 7 e da 4 a 10: coincidono gli ultimi quattro numeri del primo gruppo e i primi quattro del secondo).
I Se si considera il primo settenario, nel primo cielo della Luna si affronta la questione dell’inadempienza dei voti, che ha corrispondenza con i temi propri della prima chiesa di Efeso, il cui nome, se interpretato, oscilla tra la fervida volontà iniziale e la remissione (l’essenza del voto consiste nella volontà).
II Nel secondo cielo di Mercurio, le battaglie sostenute dal “sacrosanto segno” dell’Aquila corrispondono allo stato dei martiri, che è dei combattenti, e anche la dottrina dell’incarnazione e della passione di Cristo, esposta successivamente da Beatrice, fa parte della tematica, perché l’intera Chiesa, fondata sulla passione di Cristo, imita con i martiri la sua croce, e questo giova assai al suo radicamento.
III Nel terzo cielo di Venere, Carlo Martello spiega al modo di un dottore del terzo stato la diversità delle indoli umane e come gli uomini, non assecondandole, errino; nello stesso cielo compare Folchetto di Marsiglia, che da vescovo di Tolosa combatté l’eresia albigese.
IV – I Al quarto cielo del Sole, primo del secondo gruppo di settenari per l’esaltazione della vita apostolica (propria del primo stato e rinnovata nel sesto), si può connettere il tema stesso del sole inteso nell’esegesi della quarta tromba (Ap 8, 12): “Per solem videtur hic designari solaris vita et contemplatio summorum anachoritarum, qui fuerunt patres et exempla aliorum, vel solaris sapientia et doctrina summorum doctorum”. Sapienza e contemplazione, dottori del terzo e anacoreti del quarto stato, concorrono, come Domenico e Francesco – “L’un fu tutto serafico in ardore; / l’altro per sapïenza in terra fue / di cherubica luce uno splendore” (Par. XI, 37-39) – con mutua cortesia a infiammare il meriggio dell’universo.
V – II Il quinto cielo di Marte, secondo (come il secondo stato dei martiri) per l’esaltazione della croce di Cristo formata dai lumi dei combattenti per la fede, reca in sé il tema del condiscendere proprio del quinto stato sia nel pio discendere per la croce di Cacciaguida verso Dante, sia nella decadenza degli “alti Fiorentini”, cioè delle antiche famiglie, assimilate agli anacoreti, un tempo alti e poi vòlti in basso.
VI – III Il sesto cielo di Giove, terzo (come il terzo stato dei dottori) per la spiegazione di profonde verità di fede, sviluppa il motivo, proprio della sesta chiesa, della “porta aperta”. Aprire la porta significa illuminare e rendere acuto l’intelletto che penetra nell’occulto delle Scritture, e anche dare efficacia spirituale a penetrare nel cuore di chi ascolta: così l’Aquila apre la “latebra” di Dante, così l’occhio di Rifeo Troiano fu da Dio aperto alla futura redenzione.
VII – IV Nel settimo cielo di Saturno, quarto (come il quarto stato degli anacoreti), “si tace … la dolce sinfonia di paradiso” (Par. XXI, 58-60), e il tacere è tema del settimo stato. Ivi si mostrano gli spiriti contemplativi, principali soggetti del quarto stato, proprio degli anacoreti: se si conta a partire dal quarto cielo del Sole, considerando questo come primo ovvero come nuovo avvio del ciclo settenario, il cielo di Saturno è appunto quarto.
VIII (V) Il settimo cielo di Saturno è seguito dal cielo delle Stelle fisse – ottavo e quinto -, dove si mostrano le schiere del trionfo di Cristo che discendono dall’Empireo (il quinto stato è caratterizzato dalla “condescensio”) e si celebra il trionfo di Maria (sviluppo del tema, proprio della quinta chiesa, della mirabile bellezza della Chiesa, regina ornata di veste aurea per la carità che unisce e circondata dalla varietà nei doni e nelle grazie delle diverse membra). È inoltre ricapitolazione dei precedenti sette, secondo un’interpretazione più volte presente nella Lectura dell’essere ‘ottavo’. Per questo Dante, stando nel segno dei Gemelli, riguarda in giù e torna col viso per tutte quante le sette precedenti sfere (Par. XXII, 124-154).
IX (VI) Segue il Primo Mobile o Cristallino – nono e sesto cielo –, dove il poeta vede il punto luminosissimo – Dio – da cui dipende il cielo e la terra, circondato dai nove cerchi di fuoco (Par. XXVIII, 16-18, 40-42, 94-96). Il sesto stato, secondo quanto Olivi afferma nel Notabile VIII, è il “punto” da cui dipendono gli altri stati, perché appare nel testo dell’Apocalisse in modo più evidente degli altri, che da esso assumono chiarezza quanto alla loro manifestazione nella storia, come l’intelligenza delle cose ordinate ad un fine dipende dal fine.
X (VII) La quiete e l’immobilità dell’Empireo, decimo cielo – il “ciel de la divina pace” -, corrispondono al settimo stato, di cui è propria la “quietatio”, il silenzio (tema anticipato dal tacere di Beatrice in apertura del canto XXIX), e la pace.
Il Paradiso avrebbe pertanto un ordine spirituale del seguente tipo:
cielo |
stato |
cielo |
||
I |
LUNA |
I |
||
II |
MERCURIO |
II |
||
III |
VENERE |
III |
||
IV |
SOLE |
IV |
I |
SOLE |
V |
MARTE |
V |
II |
MARTE |
VI |
GIOVE |
VI |
III |
GIOVE |
VII |
SATURNO |
VII |
IV |
SATURNO |
VIII |
V |
STELLE FISSE |
||
IX |
VI |
PRIMO MOBILE |
||
X |
VII |
EMPIREO |
||
