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Ott 04 2026

Paradiso XXVIII-XXIX

 

 

La ‘Divina Parodia’ del Libro scritto dentro e fuori 

The ‘Divine Parody’ of the Book written within and without

Inferno: I; II; III; IV; V; VI; VII; VIII; IX; X; XI; XII; XIII; XIV; XV; XVI; XVII; XVIII; XIX; XX; XXI; XXII; XXIII; XXIV; XXV; XXVI; XXVII; XXVIII; XXIX; XXX; XXXI; XXXII, 1-123; XXXII, 124-XXXIII, 90; XXXIII, 91-157; XXXIV

Purgatorio: III; XXVIII; XXIX; XXX; XXXI; XXXII; XXXIII

Paradiso: I-II; III-IV-V; VI-VII; VIII-IX; X; XI-XII; XIII; XIV; XV–XVI–XVII-XVIII, 1-51; XVIII, 52-136-XIX–XX; XXI-XXII, 1-132; XXII, 133-154-XXIII; XXIV-XXV-XXVI; XXVII; XXVIII-XXIX; XXXIII

Vengono qui esposti i canti XXVIII e XXIX del Paradiso con i corrispondenti legami ipertestuali con i luoghi della Lectura super Apocalipsim ai quali i versi si riferiscono. L’intero poema è esposto nella Topografia spirituale della Commedia (2013, PDF; cfr. infra), ma si sta procedendo a un esame progressivo e aggiornato dei singoli canti (completato l’Inferno). Ogni tabella sinottica, qui presentata o alla quale si rinvia in quanto già esaminata in altra sede, è preceduta o seguita da una parte esplicativa. Sull’uso dei colori cfr. Avvertenze.

 

Abstract (EN) 1. Beatrice ride e tace. 2. Il “punto”. 3. Cieli materiali e cerchi angelici. 4. “in questa primavera sempiterna / che notturno Arïete non dispoglia”. 5. La creazione degli angeli. 6. “’n terra per le vostre scole”. 7. Rimembranze delle “scuole delli religiosi” nel “poema sacro”.
Avvertenze. Abbreviazioni. Note sulla “topografia spirituale” della Commedia.

XXVIII

 

Legenda [3]: numero dei versi; 20, 5: collegamento ipertestuale all’esegesi, nella Lectura di Olivi, di capitolo e versetto dell’Apocalisse [Ap]; Not. VIII: collegamento all’esegesi contenuta nei tredici notabilia del prologo della Lectura. Varianti rispetto al testo del Petrocchi.

Poscia che ’ncontro a la vita presente   20, 5
d’i miseri mortali aperse ’l vero
quella che ’mparadisa la mia mente,   [3]   2, 7

come in lo specchio fiamma di doppiero   21, 11
vede colui che se n’alluma retro,   1, 10-12
prima che l’abbia in vista o in pensiero,   [6]

e sé rivolge per veder se ’l vetro   21, 18.21
li dice il vero, e vede ch’el s’accorda
con esso come nota con suo metro;   [9]   corda

così la mia memoria si ricorda   20, 12
ch’io feci riguardando ne’ belli occhi   3, 3; 2, 1; 12, 4
onde a pigliarmi fece Amor la corda.   [12]   6, 2

E com’ io mi rivolsi e furon tocchi   1, 10-12
li miei da ciò che pare in quel volume,   20, 12
quandunque nel suo giro ben s’adocchi,   [15]

un punto vidi che raggiava lume   Not. VIII
acuto sì, che ’l viso ch’elli affoca
chiuder conviensi per lo forte acume;   [18]

e quale stella par quinci più poca,
parrebbe luna, locata con esso
come stella con stella si collòca.   [21]

Forse cotanto quanto pare appresso
alo cigner la luce che ’l dipigne   1, 13   allo
quando ’l vapor che ’l porta più è spesso,   [24]

distante intorno al punto un cerchio d’igne   14, 4; Not. VIII
si girava sì ratto, ch’avria vinto
quel moto che più tosto il mondo cigne;   [27]

e questo era d’un altro circumcinto,
e quel dal terzo, e ’l terzo poi dal quarto,
dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.   [30]

Sopra seguiva il settimo sì sparto   17, 1
già di larghezza, che ’l messo di Iuno
intero a contenerlo sarebbe arto.   [33]   Not. III

Così l’ottavo e ’l nono; e ciascheduno
più tardo si movea, secondo ch’era
in numero distante più da l’uno;   [36]   14, 4

e quello avea la fiamma più sincera
cui men distava la favilla pura,
credo, però che più di lei s’invera.   [39]

La donna mia, che mi vedëa in cura
forte sospeso, disse: « Da quel punto   Not. VIII
depende il cielo e tutta la natura.   [42]

Mira quel cerchio che più li è congiunto;
e sappi che ’l suo muovere è sì tosto
per l’affocato amore ond’ elli è punto ».   [45]   11, 6; 6, 6

E io a lei: « Se ’l mondo fosse posto
con l’ordine ch’io veggio in quelle rote,
sazio m’avrebbe ciò che m’è proposto;   [48]

ma nel mondo sensibile si puote
veder le volte tanto più divine,
quant’ elle son dal centro più remote.   [51]

Onde, se ’l mio disir dee aver fine   22, 20
in questo miro e angelico templo   21, 22
che solo amore e luce ha per confine,   [54]

udir convienmi ancor come l’essemplo
e l’essemplare non vanno d’un modo,
ché io per me indarno a ciò contemplo ».   [57]   17, 6-7

« Se li tuoi diti non sono a tal nodo   5, 5
sufficïenti, non è maraviglia:
tanto, per non tentare, è fatto sodo! ».   [60]

Così la donna mia; poi disse: « Piglia
quel ch’io ti dicerò, se vuo’ saziarti;
e intorno da esso t’assottiglia.   [63]   Not. X

Li cerchi corporai sono ampi e arti   21, 22 (Not. III)
secondo il più e ’l men de la virtute   12, 10
che si distende per tutte lor parti.   [66]

Maggior bontà vuol far maggior salute;
maggior salute maggior corpo cape,   3, 12
s’elli ha le parti igualmente compiute.   [69]   21, 16

Dunque costui che tutto quanto rape
l’altro universo seco, corrisponde
al cerchio che più ama e che più sape:   [72]

per che, se tu a la virtù circonde
la tua misura, non a la parvenza
de le sustanze che t’appaion tonde,   [75]

tu vederai mirabil consequenza
di maggio a più e di minore a meno,
in ciascun cielo, a süa intelligenza ».   [78]

Come rimane splendido e sereno   16, 17; 1, 16
l’emisperio de l’aere, quando soffia
Borea da quella guancia ond’ è più leno,   [81]

per che si purga e risolve la roffia
che pria turbava, sì che ’l ciel ne ride
con le bellezze d’ogne sua paroffia;   [84]   18, 17

così fec’ïo, poi che mi provide
la donna mia del suo risponder chiaro,
e come stella in cielo il ver si vide.   [87]

E poi che le parole sue restaro,
non altrimenti ferro disfavilla
che bolle, come i cerchi sfavillaro.   [90]   5, 11

L’incendio suo seguiva ogne scintilla;   14, 4
ed eran tante, che ’l numero loro
più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.   [93]   9, 16; 5, 11

Io sentiva osannar di coro in coro   19, 1
 al punto fisso che li tiene a li ubi,   Not. VIII; 14, 4
e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro.   [96]

E quella che vedëa i pensier dubi   Not. X
ne la mia mente, disse: « I cerchi primi
t’hanno mostrato Serafi e Cherubi.   [99]

Così veloci seguono i suoi vimi,   14, 4
per somigliarsi al punto quanto ponno;
e posson quanto a veder son soblimi.   [102]

Quelli altri amori che ’ntorno li vonno,
si chiaman Troni del divino aspetto,   4, 3
per che ’l primo ternaro terminonno;   [105]

e dei saper che tutti hanno diletto   21, 16
quanto la sua veduta si profonda
nel vero in che si queta ogne intelletto.   [108]   1, 4

Quinci si può veder come si fonda
l’esser beato ne l’atto che vede,   21, 22
non in quel ch’ama, che poscia seconda;   [111]

e del vedere è misura mercede,   22, 17
che grazia partorisce e buona voglia:
così di grado in grado si procede.   [114]

L’altro ternaro, che così germoglia
in questa primavera sempiterna   21, 22-23
che notturno Arïete non dispoglia,   [117]   3, 3; 16, 15; 21, 25   disfoglia

perpetüalemente ‘Osanna’ sberna   19, 1
con tre melode, che suonano in tree
ordini di letizia onde s’interna.   [120]

In essa gerarcia son l’altre dee:
prima Dominazioni, e poi Virtudi;
l’ordine terzo di Podestadi èe.   [123]

Poscia ne’ due penultimi tripudi
Principati e Arcangeli si girano;
l’ultimo è tutto d’Angelici ludi.   [126]

Questi ordini di sù tutti s’ammirano,   21, 18.21   sì miran
e di giù vincon sì, che verso Dio
tutti tirati sono e tutti tirano.   [129]

E Dïonisio con tanto disio
a contemplar questi ordini si mise,
che li nomò e distinse com’ io.   [132]

Ma Gregorio da lui poi si divise;
onde, sì tosto come li occhi aperse   1, 16
in questo ciel, di sé medesmo rise.   [135]   1, 16

E se tanto secreto ver proferse   17, 6-7   severo
mortale in terra, non voglio ch’ammiri:   
ché chi ’l vide qua sù gliel discoperse
con altro assai del ver di questi giri ».   [139]

XXIX

 

Legenda [3]: numero dei versi; 1, 13: collegamento ipertestuale all’esegesi, nella Lectura di Olivi, di capitolo e versetto dell’Apocalisse [Ap]; Not. VIII: collegamento all’esegesi contenuta nei tredici notabilia del prologo della Lectura. Varianti rispetto al testo del Petrocchi.

Quando ambedue li figli di Latona,
coperti del Montone e de la Libra,
fanno de l’orizzonte insieme zona,   [3]   1, 13

quant’ è dal punto che ’l cenìt inlibra   Not. VIII
infin che l’uno e l’altro da quel cinto,
cambiando l’emisperio, si dilibra,   [6]

tanto, col volto di riso dipinto,   1, 16
si tacque Bëatrice, riguardando   Not. V; 8, 1
fiso nel punto che m’avëa vinto.   [9]   19, 17

Poi cominciò: « Io dico, e non dimando,
quel che tu vuoli udir, perch’ io l’ho visto
là ’ve s’appunta ogne ubi e ogne quando.   [12]   14, 4

Non per aver a sé di bene acquisto,
ch’esser non può, ma perché suo splendore
potesse, risplendendo, dir “Subsisto”,   [15]   4, 2

in sua etternità di tempo fore,
fuor d’ogne altro comprender, come i piacque,   16, 1
s’aperse in nuovi amor l’etterno amore.   [18]   2, 17

Né prima quasi torpente si giacque;   3, 3
ché né prima né poscia procedette
lo discorrer di Dio sovra quest’ acque.   [21]   Not. XII; 13, 3

Forma e materia, congiunte e purette,
usciro ad esser che non avia fallo,   3, 5
come d’arco tricordo tre saette.   [24]

E come in vetro, in ambra o in cristallo   21, 18.21; 22, 1-2
raggio resplende sì, che dal venire
a l’esser tutto non è intervallo,   [27]

così ’l triforme effetto del suo sire
ne l’esser suo raggiò insieme tutto   11, 12
sanza distinzïone in essordire.   [30]   distensïone

Concreato fu ordine e costrutto
a le sustanze; e quelle furon cima
nel mondo in che puro atto fu produtto;   [33]

pura potenza tenne la parte ima;
nel mezzo strinse potenza con atto
tal vime, che già mai non si divima.   [36]

Ieronimo vi scrisse lungo tratto
di secoli de li angeli creati
anzi che l’altro mondo fosse fatto;   [39]

ma questo vero è scritto in molti lati
da li scrittor de lo Spirito Santo,
e tu te n’avvedrai se bene agguati;   [42]   3, 3

e anche la ragione il vede alquanto,
che non concederebbe che ’ motori
sanza sua perfezion fosser cotanto.   [45]

Or sai tu dove e quando questi amori
furon creati e come: sì che spenti
nel tuo disïo già son tre ardori.   [48]

Né giugneriesi, numerando, al venti
sì tosto, come de li angeli parte
turbò il suggetto d’i vostri alimenti.   [51]

L’altra rimase, e cominciò quest’ arte   12, 17
che tu discerni, con tanto diletto,   2, 1
che mai da circüir non si diparte.   [54]

Principio del cader fu il maladetto   3, 5
superbir di colui che tu vedesti
da tutti i pesi del mondo costretto.   [57]   6, 5

Quelli che vedi qui furon modesti   3, 14
a riconoscer sé da la bontate
che li avea fatti a tanto intender presti:   [60]

per che le viste lor furo essaltate
con grazia illuminante e con lor merto,   22, 17
sì c’hanno ferma e piena volontate;   [63]

e non voglio che dubbi, ma sia certo,   Not. X
che ricever la grazia è meritorio
secondo che l’affetto l’è aperto.   [66]   3, 20

Omai dintorno a questo consistorio
puoi contemplare assai, se le parole   20, 8
mie son ricolte, sanz’ altro aiutorio.   [69]

Ma perché ’n terra per le vostre scole
si legge che l’angelica natura
è tal, che ’ntende e si ricorda e vole,   [72]

ancor dirò, perché tu veggi pura   21, 18.21
la verità che là giù si confonde,
equivocando in sì fatta lettura.   [75]

Queste sustanze, poi che fur gioconde
de la faccia di Dio, non volser viso
da essa, da cui nulla si nasconde:   [78]

però non hanno vedere interciso   21, 22-23
da novo obietto, e però non bisogna   21, 21
rememorar per concetto diviso;   [81]

sì che là giù, non dormendo, si sogna,
credendo e non credendo dicer vero;
ma ne l’uno è più colpa e più vergogna.   [84]

Voi non andate giù per un sentiero
filosofando: tanto vi trasporta
l’amor de l’apparenza e ’l suo pensiero!   [87]

E ancor questo qua sù si comporta
con men disdegno che quando è posposta   22, 18-19
la divina Scrittura o quando è torta.   [90]   6, 5

Non vi si pensa quanto sangue costa
seminarla nel mondo e quanto piace
chi umilmente con essa s’accosta.   [93]

Per apparer ciascun s’ingegna e face
sue invenzioni; e quelle son trascorse
da’ predicanti e ’l Vangelio si tace.   [96]   8, 1

Un dice che la luna si ritorse   6, 5
ne la passion di Cristo e s’interpuose,   22, 18-19
per che ’l lume del sol giù non si porse;   [99]

e mente, ché la luce si nascose   6, 5   mentre
da sé: però a li Spani e a l’Indi
come a’ Giudei tale eclissi rispuose.   [102]

Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi
quante sì fatte favole per anno
in pergamo si gridan quinci e quindi:   [105]   2, 1

sì che le pecorelle, che non sanno,
tornan del pasco pasciute di vento,
e non le scusa non veder lo danno.   [108]   10, 3

Non disse Cristo al suo primo convento:
‘Andate, e predicate al mondo ciance’;   Not. I
ma diede lor verace fondamento;   [111]

e quel tanto sonò ne le sue guance,
sì ch’a pugnar per accender la fede
de l’Evangelio fero scudo e lance.   [114]   8, 1

Ora si va con motti e con iscede
a predicare, e pur che ben si rida,
gonfia il cappuccio e più non si richiede.   [117]

Ma tale uccel nel becchetto s’annida,
che se ’l vulgo il vedesse, vederebbe   15, 1
la perdonanza di ch’el si confida:   [120]

per cui tanta stoltezza in terra crebbe,
che, sanza prova d’alcun testimonio,
ad ogne promession si correrebbe.   [123]   9, 11   converrebbe

Di questo ingrassa il porco sant’ Antonio,
e altri assai che sono ancor più porci,
pagando di moneta sanza conio.   [126]

Ma perché siam digressi assai, ritorci   6, 5
li occhi oramai verso la dritta strada,
sì che la via col tempo si raccorci.   [129]

Questa natura sì oltre s’ingrada   5, 11
in numero, che mai non fu loquela
né concetto mortal che tanto vada;   [132]

e se tu guardi quel che si revela   1, 1
per Danïel, vedrai che ’n sue migliaia
determinato numero si cela.   [135]

La prima luce, che tutta la raia,
per tanti modi in essa si recepe,   21, 12-13
quanti son li splendori a chi s’appaia.   [138]

Onde, però che a l’atto che concepe   21, 22; Not. X
segue l’affetto, d’amar la dolcezza
diversamente in essa ferve e tepe.   [141]   21, 12-13

Vedi l’eccelso omai e la larghezza   21, 16   eccesso
de l’etterno valor, poscia che tanti   5, 1
speculi fatti s’ha in che si spezza,   21, 18.21
uno manendo in sé come davanti ».   [145]

 

    Canto XXVIII and XXIX of Paradiso describe what the poet saw in the Crystalline Sphere, or Primum Mobile, the ninth heaven before the last, the Empyrean. It is the realm of the angelic hierarchies, a subject which is theological in its own right. But what kind of theology? Scholars, as Bruno Nardi [1], have compared the positions adopted by Dante with the scholastic debates of his contemporary theologians, and have identified in what ways his views reflect theirs and in what ways they differ. In any case, the poet brings these positions — whether his own or those of others — into alignment with Olivi’s Lectura super Apocalipsim. This means that Dante’s theology is steeped in eschatology, that is, the history of mankind’s salvation, in which humanity is experiencing not so much a moment close to the end of time as the yearned anticipation of a new era of justice and peace, and of the universal conversion of consciences to Christ.
   Thus, the theme of the sixth status of the Church — the period of renewal, begun with the conversion of St Francis, in which Olivi and Dante lived — is ascribed to God; this period is interpreted as a ‘point’, the final cause of history, the end upon which the other periods ordered towards it depend. A luminous point that is not merely mathematical or metaphysical, but also historical, providential and spiritual; that is to say, one which sums up all seven gifts that the uncreated Spirit — simple yet manifold — bestows, and all the illuminations of the Book of Life progressively revealed to humankind. Aristotle’s Metaphysics and Thomas Aquinas’s commentary thereon — the sources of Beatrice’s words — are in harmony with Olivi’s Lectura; human reasoning is in harmony with the manifestation of providential signs in history.
   Imbued with the splendour of the divine light in the many mirrors that receive and transmit it, the form of the heavenly Jerusalem — made of transparent glass for the truth it professes, of crystal and frozen water, adorned with greenery — pervades the whole of paradise (Rev 21:11, 18, 21). Even the angelic hierarchies dwelling in the Crystal Heaven are enveloped by it. Passages such as Rev 21:16 (the measurements of the four sides of the heavenly city, equal in length, width and height), or Rev 22: 17 (the first Grace given freely, received with desire and voluntary consent) form the central thread, on a semantic level, of Beatrice’s explanations regarding the interpenetration of vision and love within the angelic hierarchies and the relationship between Grace and merit.
   According to the doctrine of Pseudo-Dionysius, cited by Olivi (Rev 21:18, 21), the lower angelic intelligences receive the “habitus glorie” from the higher ones, reflecting it like mirrors, just as the lower limbs of a body are rooted in the virtues of the brain, the heart or the liver. The same thesis is put forward in the Epistle to Cangrande in commentary on the first tercet of theParadiso (Ep. XIII, 60). And the Areopagite’s doctrine is precisely highlighted by Beatrice in relation to the angelic hierarchies: “Questi ordini di sù tutti s’ammirano, / e di giù vincon sì, che verso Dio / tutti tirati sono e tutti tirano (These orders upward all of them are gazing, / and downward so prevail, that unto God / they all attracted are and all attract), Par. XXVIII, 127–129)”*.
   The angels are “nuovi amor (new Loves)” blossoming from the divine flower (XXIX, 18); the motif, drawn from the exegesis of the third victory, of God’s love for humankind — so great that He Himself became man and gave Himself to them (Rev 2:17) — is ascribed to them:

Nichil enim magis novum quam quod Deus sit homo et homo Deus, et quod Deus tantum amaverit hominem lapsum et ab ipso iuste dampnatum quod dederit se ei in fratrem, socium et sponsum, et <in> pretium et in cibum et in premium.

   Whilst the poetic parody elaborated on this passage (as it had done elsewhere; cf. e.g., Purg. XV, 67–70), Dante conceived of the divine mind as having, in its foreknowledge, a fixed end: man. God, initially represented as an abstract point of light, is defined as God-Love; “within the same compositional framework, the physical-natural example of the scholastic philosopher and the bold imagination of the mystic merge” (Giorgio Petrocchi) [2]. But mysticism does not mean asceticism or a flight from the world; it is realised in a heavenly life historically lived by the author and his readers, inasmuch as the sacred poem mirrors an exegesis of the history of collective salvation that unfolds and grows within the history of the Church.
   The heavenly Jerusalem, the supernal city described in the seventh vision (Rev 20–22), is called a ‘tabernacle’ (Rev 21:3), because there God dwells with the saved, sharing his bliss with them. It is called “civitas” because of the marvellous unity of all its citizens, almost a “civium unitas” (Rev 21:2); the equality of its sides signifies perfect harmony (Rev 21:16). It is ‘Jerusalem’ insofar as it is a ‘vision of peace’ (Rev 3:12); glazed as a pure profession of the truth. Because of its communal life founded on evangelical poverty, it is a space open to the heavens, unroofed, unoccupied by houses, not set apart from them, not appropriated to this or that individual but common and undivided for all (Rev 21:18, 21).
   This heavenly civic life, in which ancient Florence participates — and not by chance — is that proper to the angels. It is no coincidence that the theme of the glass city — transparent through pure truth and vast because it is without divisions — “celis patula, non tectis clausa, nec domibus occupata, nec domorum distinctionibus divisa” — is used by Beatrice, in Par. XXIX, 70–84, to demonstrate the non-existence of memory among the angels, who, seeing immediately in the face of God “da cui nulla si nasconde / … non hanno vedere interciso / da novo obietto, e però non bisogna / rememorar per concetto diviso (wherefrom not anything is hidden … Hence they have not their vision intercepted / by object new, and hence they do not need / to recollect, through interrupted thought)”. Memory distinguishes concepts over time just as houses divide an earthly city, but this is not the case in the eternal city, directly illuminated by God, nor in the memory of his angelic host. Beatrice says this to Dante “perché tu veggi pura / la verità che là giù si confonde (that thou mayst see unmixed / the truth that is confounded there below)”, against “le vostre scole (your schools)”, where “non dormendo, si sogna (not sleeping, people dream)”. This applies not only to the angels, but to all the blessed: “aspectus beatorum immediate figetur in ipsa luce, que est Deus, et in ea et per eam videbit limpidissime omnia” (Rev 21:22–23). Therefore – as Anna Maria Chiavacci Leonardi comments – “man too will be like the angel; there will no longer be any difference between the two, because both will receive their self-awareness from God himself, that which on earth is entrusted precisely to memory” [3].
   St John, towards the end of the Book of Revelation, threatens those who, in expounding the text, falsely add or subtract anything from the words of the prophecy he has written. Whoever adds something false that ought not to be added will suffer the plagues described in the book; whoever removes words will, on the other hand, have the Book of Life — that is, the essential glory of God — and the holy city taken from them. Olivi notes the striking correspondence between the infliction of plagues for false additions and the deprivation of blessed life for the false abridgement of the sacred text, which in turn correspond to the two aspects of eternal damnation: namely, the punishment of the senses and the punishment of loss of glory. This threat is not directed at those who, in order to explain the apocalyptic text, refer to commentaries on it, nor at those who include an abridged version of the text in their own glosses, but at those who falsify the truth in a deceptive manner (Rev 22:18–19).
   Among the variations on this passage is Par. XXIX, where Beatrice rebukes preachers who set aside or alter Holy Scripture, arousing heaven’s disdain (v. 89, which renders the expression “animadversione dignus”) in the face of mendacious inventions such as the claim that during Christ’s Passion the moon, obscuring the sun, “si ritorse (did backward turn)” and “s’interpuose (interpose herself: a verb coined between ‘interserere’ and ‘apponere’)”, an invention which amounts to a false addition to the sacred text (lines 97–101). Against “this new category of falsifiers, who have escaped the tenth circle of the Malebolge — the falsifiers of thought” (Giorgio Petrocchi) [4], Scripture stands. It is a “pelago”, water that can lead one astray.
   In contrast to modern preachers – for whom “ora si va con motti e con iscede / a predicare (Now men go forth with jests and drolleries / to preach)” (lines 115–116) – Beatrice’s language is that of the Doctors of the Church. The woman’s words echo the themes of the third status of the Church, a period in which the Doctors refuted heresies and the erroneous interpretation of Scripture with the sword of reason.
   Christ’s disciples “a pugnar per accender la fede / de l’Evangelio fero scudo e lance (That, in the warfare to enkindle Faith, / they made of the Evangel shields and lances)”: Par. XXIX, 113–114; Rev 8:1; now the preachers invent whilst “’l Vangelio si tace (the Evangel holds its peace)”: line 96. This is a sarcastic appropriation to Scripture of the “silentium pacis” that occurs at the opening of the seventh seal (vv. 94–96; Rev 8:1). This will also take place in the time of this life, in its final and peaceful moment, not only in the state of eternal glory. Then what was prophesied by Isaiah will come to pass:

Conflabunt gladios suos in vomeres et lanceas suas in falces. Non levabit gens contra gentem gladium, nec exercebuntur ultra ad prelium […] Et erit opus iustitie pax, et cultus iustitie silentium, et sedebit populus meus in pulchritudine pacis.
(They shall beat their swords into plowshares and their spears into pruning hooks. One nation shall not raise the sword against another, nor shall they train for war again.  […] Justice will bring about peace; right will produce calm and security. My people will live in peaceful country: Isaiah 2:4; 32:17–18).

   Not only will physical wars cease, Olivi asserts, but also spiritual ones arising from heresies, errors and schisms; and people will devote themselves to agriculture and the spiritual harvest rather than to quarrels and disputes, for swords will also be spiritual ploughshares, ploughing the minds, and spears will be sickles reaping the spiritual grain. At the beginning of Par. II, Dante invites all who are able to do so to follow him “servando mio solco / dinanzi a l’acqua che ritorna equale (keeping still my wake before you / upon the water that grows smooth again)”. The water is that of Scripture; solco rhymes with bifolco (ploughman): navigating the ocean of the Bible is also a form of spiritual and peaceful agriculture (the poet is journeying towards the Empyrean, the “ciel de la divina pace (the heaven of the divine repose)”; the furrow traced in the ocean by the poet’s ship is likened, in an Ovidian image (Metam., VII, 100–130), to the warrior Jason’s transformation into a bifolco to win the Golden Fleece.
   The semantic elements drawn from the exegesis of the face of Christ, the supreme shepherd who, in the sixth status or period of the Church, radiates more light and more revelation of the Bible, run through the entire third canticle from the very beginning, with the glory of divine virtue that shines forth, and with the poet having descended from the “ciel che più de la sua luce prende (that heaven which most his light receives)” (Rev 1:16–17; Par. I, 1–2, 4, 22). The metamorphosis brought about by the parody in many places transforms the splendour of Christ’s face (“splendor faciei”) into Beatrice’s laughter, with variations within the semantic field that surrounds it: being the brightest, too much light, causing one to forget, and the inner realisation of a more arduous vision.

* English translation by Henry Wadsworth Longfellow (http://dantelab.dartmouth.edu/)

[1] See BRUNO NARDI, Il canto XXIX del Paradiso, in “Lecturae” e altri studi danteschi, cur. R. Abardo, Firenze 1990, pp. 193-201.

[2] GIORGIO PETROCCHI, La dottrina degli angeli, in  ID., Itinerari danteschi, Bari 1969, pp. 333-351: 344.

[3] Dante Alighieri, La Divina Commedia. Paradiso. Commento di ANNA MARIA CHIAVACCI LEONARDI, Milano 2007, p. 793.

[4] PETROCCHI, Itinerari danteschi, p. 348.      

1. Beatrice ride e tace

■Improntata dello splendore del lume divino nei tanti specchi che lo ricevono e lo trasmettono, la forma della Gerusalemme celeste, di vetro trasparente per la verità che confessa, di cristallo e d’acqua congelata, di verde adornata, impregna tutto il paradiso (Ap 21, 11.18.21). Dai primi beati, i quali nel cielo della Luna si manifestano “quali per vetri trasparenti e tersi, / o ver per acque nitide e tranquille”, quasi fossero “specchiati sembianti” (Par. III, 10-11, 20), all’istantanea creazione della pura forma, della pura materia e dei cieli da esse composti: “e come in vetro, in ambra o in cristallo / raggio resplende sì, che dal venire / a l’esser tutto non è intervallo” (XXIX, 25-27), fino al fiume luminoso dell’Empireo nel quale si specchiano le anime: “e come clivo in acqua di suo imo / si specchia, quasi per vedersi addorno, / quando è nel verde e ne’ fioretti opimo” (XXX, 109-114); si tratti di Adamo, “l’anima primaia” che “mi facea trasparer per la coverta / quant’ ella a compiacermi venìa gaia” (XXVI, 100-102), o del volgersi del poeta “per veder se ’l vetro / li dice il vero” a proposito del lume che emanano i “belli occhi” di Beatrice,  prima visto “come in lo specchio fiamma di doppiero” (XXVIII, 4-9), la semantica propria di questa parte dell’esegesi della città superna marca costantemente i versi. Beatrice ha, nell’ultimo luogo citato, una “funzione speculare” riferita al passo paolino: “Videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem” [1]. Ma in questo momento Dante si trova in paradiso, la sua visione vera è assimilata a quella delle intelligenze angeliche inferiori, le quali, secondo lo Pseudo Dionigi, ricevono l’“habitus glorie” da quelle superiori (Beatrice), riflettendolo quali specchi, come le membra inferiori di un corpo sono radicate nelle virtù del cervello, del cuore o del fegato: “Questi ordini di sù tutti s’ammirano, / e di giù vincon sì, che verso Dio / tutti tirati sono e tutti tirano” (Par. XXVIII, 127-129; Ap 21, 11.18.21). La Gerusalemme celeste è vitrea per pura verità: «dicitur esse sicut “vitrum perlucidum”, id est valde lucidum, quia tunc maior erit cordis et oris puritas et clarior veritas».

“Questi ordini di sù tutti s’ammirano” (v. 127). La variante sì miran è preferibile in quanto “il ‘meravigliarsi’ [come in Petrocchi] … non trova puntuale riscontro nei capitoli dionisiani che qui Dante sta parafrasando” (Inglese), passi appunto citati da Olivi ad Ap 21, 18.21.

■Beatrice è “quella che ’mparadisa la mia mente” (XXVIII, 3; “Datur etiam eis paradisus proprie mentis virtutibus consita”: Ap 2, 1.7); le sue sono parole di resurrezione da “la vita presente / d’i miseri mortali”, pregne di quanto scrive san Paolo ai Colossesi 2, 12; 3, 1 (vv. 1-2; “per eam resurgent anime a miseria huius vite, que est quasi continua mors”: Ap 20, 5).
Dante si volge ai suoi occhi come Maria Maddalena, volta indietro, vide Gesù e come
san Giovanni si volge alla propria guida che lo richiama a cose superiori (vv. 5, 7, 13; Ap 1, 10-12; Jo 20, 14): “vede colui che se n’alluma retro … e sé rivolge … e vede ch’el s’accorda / con esso come nota con suo metro … com’io mi rivolsi – Maria conversa retrorsum dicitur vidisse Ihesum”.

“e vede ch’el s’accorda / con esso come nota con suo metro” (vv. 8-9): alla variante corda, ammissibile, viene preferita (Petrocchi, Inglese) nota, in quanto essa sarebbe ripetizione di accorda del verso precedente e anticipo di corda del v. 12. Tuttavia è da considerare l’esegesi di riferimento, ad Ap 14, 2, elaborata in altri luoghi del poema: “Corde vero cithare sunt diverse virtutes, que non sonant nisi sint extense, nec concorditer nisi sint ad invicem proportionate et nisi sub consimili proportione pulsentur” (cfr., a Par. I, 125/127, la rima corda/s’accorda).

■Beatrice è la corda che tira a sé Dante verso la salute: i suoi occhi sono “li smeraldi / ond’Amor già ti trasse le sue armi” (Purg. XXXI, 116-117), la corda con la quale Amore lo prese, l’amo che recava l’esca che lo trafisse per occulta virtù (Par. XXVIII, 11-12; Ap 6, 2; 12, 4). Il poeta li riguarda ripensando alla prima Grazia ricevuta e a una primordiale edenica bellezza, quasi rileggendo mentalmente il libro della vita (vv. 10-11; Ap 2, 1; 3, 3; 20, 12; non a caso il cielo Cristallino, o Primo Mobile, viene definito “volume” al v. 14).

■ Gli elementi semantici tratti dall’esegesi del volto di Cristo sommo pastore che irradia, nel sesto stato della Chiesa, più luce e più rivelazione della Scrittura, percorrono tutta la terza cantica a partire dal principio, con la gloria della divina virtù che risplende, con l’essere il poeta disceso dal “ciel che più de la sua luce prende” (Ap 1, 16-17; Par. I, 1-2, 4, 22). La metamorfosi operata dalla parodia in tanti luoghi trasforma lo splendore del volto di Cristo (“splendor faciei”) nel ridere di Beatrice, con variazioni della rosa semantica che lo costella: l’essere più lucente, la troppa luce, il mettere in oblio, l’intimo accorgersi di più ardua visione.
Questo gruppo tematico, originario di Ap 1, 16-17,  è solo una  parte del panno su cui sono cuciti i versi, perché altri gruppi sono sempre presenti per collazione. Ad esempio, il tema dell’aria serena liberata da ogni nebbia e grosso vapore (Ap 1, 16) si intreccia con l’analogo proveniente dalla settima coppa (Ap 16, 17): a quest’ultima esegesi dell’aria purgata, di ciò che è sereno, tranquillo, puro rinvia la similitudine con il chiaro rispondere di Beatrice, a Par. XXVIII, 79-87, sull’apparente discordare nella misura tra le sfere celesti e i cerchi angelici, similitudine che segue la prosa anche nella struttura sintattica (Sicut … sic … post  / Come … così … poi che) [2].
Lo splendore del volto di Cristo (il ridere o corruscare dell’animo), che è anche apertura dell’arcano per più luce, si riverbera nel ridere di Gregorio Magno, una volta giunto nel nono cielo (Cristallino o Primo Mobile), sull’ordine da lui dato nei Moralia circa le gerarchie angeliche (che Dante aveva seguito in Convivio II, v, 6), diverso da quello vero stabilito da Dionigi, l’Areopagita che l’aveva appreso direttamente dal suo maestro san Paolo (Par. XXVIII, 133-139).

■ A Beatrice, figura polisemica, non appartiene unicamente il sorriso, le è proprio anche il tacere, mantenendo però il ridere dipinto nel volto. Acme del tema del silenzio, proprio dell’apertura del settimo sigillo (prologo, Notabile V; Ap 8, 1), è quando nel Primo Mobile Beatrice tace – “tanto, col volto di riso dipinto, / si tacque Bëatrice” -, guardando fissamente nella luce del punto divino, per un tempo pari a quello in cui il sole e la luna, l’uno nel segno dell’Ariete, l’altra in quello della Bilancia, si vengono a trovare contemporaneamente sulla linea dell’orizzonte in due opposti punti del cielo e in perfetto equilibrio rispetto allo zenit, prima che l’uno o l’altra cambino emisfero (Par. XXIX, 1-9; si tacque è sulla terza terzina, come fu tacente a Par. XX). Tempo breve (poco più di un minuto), ma non istantaneo, come non può essere istantaneo il tempo del terzo stato generale del mondo, appropriato allo Spirito, segnato dal silenzio. Il silenzio e la quiete, prerogative proprie del settimo stato, segnano anche il passaggio dal cielo della Luna a quello di Mercurio (Par. V, 88-93) [3].

[1] Cfr. GIANFRANCO CONTINI, Un esempio di poesia dantesca (Il canto XXVIII del Paradiso), in ID.,  Un’idea di Dante. Saggi danteschi, Torino 1970 e 1976, pp. 191-213: 195.

[2] Ad Ap 18, 17, l’esegesi di “Et omnis gubernator” è quella di Gioacchino da Fiore, che la riferisce ai comandanti di navi, cioè agli abati dei monasteri considerati come navi spirituali (si tratta di quanti, già implicati nei negozi con Babylon, da lontano ne guardano l’incendio). Come in mare alcuni navigano lontano e altri più vicino, al modo dei pescatori, così alcuni monaci rimangono nelle città, mentre altri hanno “parrochias in villulis”. Da notare, a Par. XXVIII, 84, al termine delle parole di Beatrice che hanno chiarito la differenza fra i cieli corporali e i cerchi angelici, la similitudine con l’aere purgato “sì che ’l ciel ne ride / con le bellezze d’ogne sua paroffia”. Applicando “al cielo una suddivisione territoriale sì, ma ecclesiastica” (CONTINI, p. 202), paroffia letteralmente significa di ogni ‘parrocchia’, e quindi in traslato di ogni ‘plaga’ del cielo, come il Veltro caccerà la lupa “per ogne villa” (Inf. I, 109), cioè per ogni plaga terrestre.

[3] Ad  Ap 1, 13 (l’esegesi del manto di Cristo sommo pastore, che cinge “zona aurea”, cioè con ardore di carità; cfr. Ap 15, 6) rinviano  XXVIII, 23 e XXIX, 3.5, versi nei quali alo (dal latino halos, alone) e zona designano il cingere. «Cingi … zona aurea … “precincti circa pectora zonis aureis”» esclude la variante allo intesa come preposizione (a meno, come osserva Petrocchi, non presenti un semplice raddoppiamento della consonante).

Tab. I

[LSA, cap. XVI, Ap 16, 17 (Va visio, VIIa phiala)] Secundum autem Ioachim, septima phiala effun-ditur super “aerem”, id est super electos, ut si que eis macule adheserunt de communione Babilonis, purgentur et dealbentur super nivem, et in per-cussione septima cessat plaga Domini a populo Dei. Et subdit: «In aere ergo spiritalis ecclesia designatur, que nichil iam sapiet terrenum atque carnale, sed sublimata a terra, munditia et sanctitate angelice vite appropinquabit. Tuncque “de templo”, id est de utroque testamento, et de “trono” Dei, id est de ecclesia, egredietur “vox magna”, id est manifesta intelligentia que docebit omnia esse consumata, nichilque superesse de reliquo nisi quod unusquisque propriam mercedem accipiat secundum suum labo-rem». Hec Ioachim*.
Et quidem congrue per “aerem” intelligitur contem-plativus status in hac vita, quia sic stat in medio inter vitam beatam et terrenam sicut aer inter celum et terram. Et sicut aer purgatus a grossis et fumosis vaporibus et nubibus et tranquillatus a ventorum tempestatibus est pervius radiis solis et stellarum et visui hominum, sic septimus status ecclesie, post plenam sui purgationem in effusione septime phiale consumandam, erit serenus et tranquillus et pervius seu perspicuus ad contemplativos radios solis eterni et totius celestis et subcelestis hierarchie, ita quod tunc totus cultus templi Dei et tota sedes et maiestas Dei clamabit magnifice et evidenter Dei opera esse consumata. Et hoc quidem in hac vita, sumendo statum septimum prout erit in hac vita.

* Expositio, pars V, f. 191va (citazione abbreviata)

[LSA, cap. I, Ap 1, 16 (radix Ie visionis)] Decima (perfectio summo pastori condecens) est sue claritatis et virtutis incomprehensibilis gloria, unde subdit: “et facies eius sicut sol lucet in virtute sua”. Sol in tota virtute sua lucet in meridie, et precipue quando aer est serenus expulsa omni nube et grosso vapore, et quidem corporalis facies Christi plus incomparabiliter lucet et viget. Per hoc tamen desi-gnatur ineffabilis claritas et virtus sue divinitatis et etiam sue mentis. Splendor etiam iste sue faciei designat apertam et superfulgidam notitiam scripture sacre et faciei, ita quod in sexta etate et precipue in eius sexto statu debet preclarius radiare. In cuius signum Christus post sex dies transfiguratus est in monte in faciem solis (cfr. Mt 17, 1-8), et sub sexto angelo tuba canente videtur angelus habens faciem solis et tenens librum apertum (cfr. Ap 10, 1-2).

 

Par. XXVIII, 79-87

Come rimane splendido e sereno
l’emisperio de l’aere, quando soffia

Borea da quella guancia ond’ è più leno,
per che si purga e risolve la roffia
che pria turbava, sì che ’l ciel ne ride
con le bellezze d’ogne sua paroffia;       18, 17

così  fec’ ïo, poi che mi provide
la donna mia del suo risponder chiaro,
e come stella in cielo il ver si vide.

Purg. I, 13-18, 22-24

Dolce color d’orïental zaffiro,
che s’accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo, puro infino al primo giro,
a li occhi miei ricominciò diletto,
tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
che m’avea contristati li occhi e ’l petto.

I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
a l’altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch’a la prima gente.

Par. XXVII, 67-72

Sì come di vapor gelati fiocca
in giuso l’aere nostro, quando ’l corno
de la capra del ciel col sol si tocca,
in sù vid’ io così l’etera addorno
farsi e fioccar di vapor trïunfanti
che fatto avien con noi quivi soggiorno.

Par. V, 100; XIII, 4-6; XV, 13, 23-24; XXIII, 25-27

Come ’n peschiera ch’è tranquilla e pura

quindici stelle che ’n diverse plage
lo cielo avvivan di tanto sereno
che soperchia de l’aere ogne compage

Quale per li seren tranquilli e puri ……
ma per la lista radïal trascorse,
che parve foco dietro ad alabastro.

Quale ne’ plenilunïi sereni
Trivïa ride tra le ninfe etterne
che dipingon lo ciel per tutti i seni

Tab. II [Nota]

[LSA, cap. XVIII, Ap 18, 17.21.24 (VIa visio)] Item super illo: “Et omnis gubernator” et cetera (Ioachim) dicit quod ‘omnis’ in sacra scriptura non semper universaliter sumitur, sed pro multis, et ‘nemo’ pro paucis, et quod sicut per reges et per negotiatores terre designantur episcopi et sacerdotes implicati negotiis Babilonis ut divites fiant, sic per gubernatores designantur abbates seu prelati cenobiorum. Monasteria enim sunt naves spirituales. Sunt enim aliqui naute qui navigant in longinquum, et alii sunt operarii qui non longe navigant sicut piscatores, quia quidam monachorum in civitatibus manent, quidam vero parrochias in villulis habent*. […]
Deinde ut sensibili exemplo fortius exprimat terribilem dampnationem eius, subditur (Ap 18, 21): “Et sustulit unus angelus fortis lapidem quasi molarem magnum et misit in mare dicens: Hoc impetu mittetur”, scilicet in dampnatione seu in mare innumerabilium et crudelium hostium seu nationum, seu in mare inferni, “Babilon illa magna civitas, et ultra iam non invenietur”, scilicet in hoc mundo vel in statu alicuius glorie. Secundum Ioachim, si lapis iste non solum ponitur pro exemplo sed etiam pro misterio, tunc designat aliquem de regibus mundi quem angelus prepotens deiciet in abissum, eo forsitan ordine aut consimili quo rex Theodoricus est in ollam vulcani iactatus a papa Iohanne, ut in regis impiissimi manifesto iudicio quid multitudo pessima mereatur agnoscat**.
Item congrue comparatur Babilon lapidi molari magno, quia multos sanctos moluit et contrivit quasi triticum Dei, et quia magno pondere criminum est inclinata et aggravata deorsum. […]
“Et in ea” (Ap 18, 24), id est in Babilone, “sanguis prophetarum”, id est sanctorum doctorum, “et sanctorum”, scilicet minorum vel simplicium, “inventus est, et omnium qui interfecti sunt in terra”. Secundum Ioachim, sanguis omnium iniuste interfectorum dicitur esse inventus in Babilone ista «quia in radicibus, ut ita dixerim, suis a Caim primo reprobo inchoavit». Et si aliqui electorum aliquos iniuste occiderunt, hoc malum ex participatione Babilonis habuerunt***.

* Expositio, pars VI, distinctio I, ff. 201vb-202ra. Il termine «villula» non c’è in Gioacchino.

** Ibid., f. 202va.

*** Ibid., f. 202vb.

Inf. I, 109-111

Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
là onde ’nvidia prima dipartilla.

Purg.  XIV, 133

‘Anciderammi qualunque m’apprende’

Par. XXVIII, 82-84

per che si purga e risolve la roffia
che pria turbava, sì che ’l ciel ne ride
con le bellezze d’ogne sua paroffia

Inf. XXII, 139-141

Ma l’altro fu bene sparvier grifagno
ad artigliar ben lui, e amendue
cadder nel mezzo del bogliente stagno.

[LSA, cap. XIX, Ap 19, 20 (VIa visio)] Et “vivi missi sunt hii duo”, scilicet bestia et pseudopropheta, “in stagnum ardentis ignis sulphure” (Ap 19, 20). Ex hoc quod dicit “hii duo”, patet quod bestia et pseudopropheta designant hic personaliter duos viros, quorum unus est rex et caput bestie, id est bestialium nationum, alius vero est caput pseudoprophetarum facientium signa. Sed an iste sit pseudopapa et fingens se Deum, vel solum pseudopropheta predicans primum ut Deum, non constat, quamvis a doctoribus credatur quod hic secundus dicat se esse Deum.
Secundum autem Ricardum, hii duo specialiter ex nomine designantur, ut qui magis peccant magis cruciandi cognoscantur*.
Sed quomodo dicit quod “vivi” mittentur “in stagnum ignis”, id est in inferno, cum Paulus dicat quod Dominus Ihesus interficiet Antichristum (cfr. 2 Th 2, 8) et etiam dicat quod omnes tam boni quam mali resurgemus (cfr. 1 Cor 15, 51), ex quo sequitur quod omnes morientur prius quam resurgant?
Ad hoc potest dici quod sicut terra voraginose aperta absorbuit vivos Chore, Dathan et Abiron, et tamen per illum raptum fuerunt extincti (Nm 16, 31-35), sic in illo terremotu tacto supra XI°, ubi agitur de resurrectione Helie et Enoch (Ap 11, 13), aperietur horribiliter terra ac si eius yatus pertingeret usque ad inferos, et quod isti duo, et forte plures alii cum eis, vivi precipitabuntur in voraginem illam ubi eorum corpora extinguentur, sed spiritus eorum vivi in sulphureum, id est in fetidum et turbulentum ignem inferni, mittentur.
Vocat autem infernum “stagnum ignis”, ad insinuandum quod ita erit plenus igne ac si esset stagnum plenum metallo liquato et ignito aut aqua sulphurea et ignitissima.

* In Ap VI, vi (PL 196, col. 852 D).

[LSA, cap. XII, Ap 12, 6] Et infra (Ioachim) subdit: « […] Ut enim non pigeat compilare que in II° libro huius operis satis est prolixe digestum:
primo ab Adam usque ad Amasiam sunt generationes quadraginta due, et ideo in Ozia, qui est quadra-gesimus tertius, requirenda est concordia Ade. Nam Adam, quia voluit assimilar<i> diis, percussus est lepra peccati et expulsus de gaudiis paradisi. Sic Ozias, quia usurpavit officium sacerdotii, elephantino morbo percussus est et de domo Domini expulsus (cfr. 2 Par 26, 16-21). Eva etiam, corrupta suggestione serpentis, genuit filios corruptionis et impius innocentem occidit. Sic etiam tempore Ozie fuit in Italia Rea Silvia, que strupata peperit geminos, scilicet Romulum et Remum, et pari modo ut Caim Abel primus interfecit secundum»*.

* Concordia, V 6, c. 4 § 8; Patschovsky 3, pp. 1013, 5 – 1014, 3.

[LSA, cap. XV, Ap 15, 7 (Va visio, radicalia)] Tertium radicale est collatio potestatis iudiciarie et iniunctio officii eius cum pleniori influxu et effluxu zeli iudiciarii, unde subditur: “Et unum ex quattuor animalibus dedit septem angelis septem phialas aureas plenas iracundia Dei viventis in secula seculorum” (Ap 15, 7).
Per unum quattuor animalium, secundum Ioachim, designatur quartus ordo, scilicet heremiticus, qui suo exemplo et documento tradidit monachis quinti temporis zelum officii iudiciarii contra peccantes in domo Dei et precipue in cenobiis suis, sicut Helias pater, ordinis heremitici exemplator, accensus zelo occidit prophetas Baal et tandem divino iussu unxit Heliseum in prophetam, et ille iussu Helie unxit Iheu in regem Israel et Asael in regem Sirie, et ait Deus: “Quicumque effugerit gladium Asael occidet eum Iheu, et qui effugerit gladium Iheu occidet eum Heliseus” (3 Rg 19, 17)*.

* Expositio , pars V, f. 185ra-b.

[LSA, cap. V, Ap 5, 9 (radix IIe visionis)] Isidorus tamen, libro IX° Ethimologiarum, dicit tribus esse dictas ex hoc quod Romani in principio fuerunt a Romulo tripharie dispertiti, scilicet in senatores et milites et plebes.

[LSA, cap. XVI, Ap 16, 18 (radix VIe visionis)] Secundum preambulum est singularis et stupenda immutatio totius seculi et triformis divisio ecclesie, unde subdit: “Et terremotus factus est magnus, qualis numquam fuit ex quo homines fuerunt super terram, talis terremotus sic magnus”.

Elia, oltre a invitare al convivio spirituale (cfr. Ap 19, 17-18), incarna lo zelo del giudizio e della vendetta divina contro i peccatori nella casa di Dio. Secondo Gioacchino da Fiore, quello dei quattro animali che, nella quinta visione, trasmette ai sette angeli le sette coppe d’oro ripiene dell’ira di Dio (Ap 15, 7) designa il quarto ordine, proprio degli eremiti, del quale fu padre Elia. Questi uccise i profeti di Baal, per comando divino unse Eliseo come profeta, il quale a sua volta unse, per comando di Elia, Ieu re di Israele e Hazaèl re di Siria, dicendogli il Signore: “Chiunque sfuggirà alla spada di Hazaèl, lo ucciderà Ieu, e chiunque sfuggirà alla spada di Ieu lo ucciderà Eliseo” (3 [1] Rg 19, 17).
A Elia si addice quanto Virgilio dice del Veltro: “Questi la caccerà per ogne villa, / fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno / là onde ’nvidia prima dipartilla” (Inf. I, 109-111).
Mettere nell’inferno è tema della sesta visione, che riguarda la caduta di Babylon. Ad Ap 18, 21 un angelo forte prende una pietra grande come una mola e la getta nel mare dell’inferno, proclamando che con la stessa violenza verrà precipitata la nuova Babilonia. Ad Ap 19, 20 si aggiunge che la bestia e il falso profeta verranno messi vivi nello stagno di fuoco, cioè nell’inferno, aprendosi la terra per il terremoto che accompagnerà la resurrezione dei due testimoni, Elia ed Enoch, apparentemente uccisi dalla bestia, di cui ad Ap 11, 13. Nella quinta bolgia, Alichino e Calcabrina, azzufatisi, “amendue / cadder nel mezzo del bogliente stagno” (Inf. XXII, 139-141).
Ad Ap 18, 24 si afferma che in Babylon verrà trovato sangue dei profeti e dei santi e di tutti coloro che furono uccisi sulla terra. Ciò, spiega Gioacchino da Fiore, perché Babylon ha le sue radici in Caino, primo reprobo. Poiché il primo esempio di invidia punita ascoltato nel secondo girone del purgatorio è la voce di Caino (Purg. XIV, 133: “Anciderammi qualunque m’apprende”), si può intendere per “invidia prima” – quella che trasse (“dipartilla”) la lupa fuori dall’inferno (Inf. I, 111) – non, genericamente, l’invidia di Lucifero per gli uomini, ma l’invidia che ha provocato il primo omicidio (anche la lupa impedisce il passaggio fino ad uccidere; cfr. Inf. I, 94-96). Questa interpretazione sembra confermata dal valore del “dipartilla”. Accanto al significato di ‘lasciar partire’ o di ‘allontanare’, non gli è del tutto estraneo quello del ‘dividere’, proprio del “dispertire” latino. Nella Lectura, ad Ap 5, 9, tale verbo è collegato con Romolo, che divise i Romani in senatori, militi e plebe, divisione ternaria con la quale Isidoro di Siviglia spiega l’etimologia di ‘tribù’. Romolo, ad Ap 12, 6, dove si cita la Concordia di Gioacchino da Fiore, viene riportato al tempo del re Ozia il quale, offrendo l’incenso nel tempio, usurpò l’ufficio sacerdotale e venne colpito dalla lebbra. Poiché in Ozia si deve ritrovare la concordia con Adamo, colpito anch’egli dalla lebbra del peccato, in Rea Silvia, madre dei due gemelli, si ritrova la concordia con Eva, che generò due figli, Caino e Abele, uno dei quali uccise l’altro, come Romolo uccise Remo. La divisione in tre parti della Chiesa si verifica ad Ap 16, 19, al momento del terremoto che segna l’inizio della caduta di Babylon. Così a Firenze, “città partita”, i cuori sono stati accesi da tre faville: superbia, invidia, avarizia (Inf. VI, 60-63, 74-75).
Per Par. XXVIII, 84 cfr. supra.

2. Il “punto”

Il sesto stato o periodo della Chiesa – iniziato con san Francesco e non ancora terminato (si tratta dell’età contemporanea a Olivi e Dante) –  è, insieme al successivo e breve settimo stato, il “punto” da cui dipendono gli altri periodi, perché appare nel testo dell’Apocalisse in modo più evidente degli altri, che da esso assumono chiarezza quanto alla loro manifestazione nella storia, come l’intelligenza delle cose ordinate ad un fine dipende dal fine (prologo, Notabile VIII). A conclusione del processo, la luce della luna sarà come quella del sole, e il sole della sapienza cristiana luminoso della luce dei sette giorni, secondo l’espressione di Isaia 30, 26 con cui si apre il prologo della Lectura. Come il solenne inizio del Nuovo Testamento ebbe luogo con la sesta età del mondo, illuminando le cinque età precedenti e l’intelligenza profetica relativa al primo avvento di Cristo, così il solenne inizio del sesto stato della Chiesa, preceduto dai primi cinque, chiarisce l’intelligenza del libro dell’Apocalisse e delle altre scritture profetiche quanto al triplice avvento di Cristo – nella carne (primo stato), nello Spirito (sesto stato) e nel giudizio (la parusia) – e ai tempi che precedono sia il primo come il secondo avvento.
Nel Primo Mobile Dante vede “un punto … che raggiava lume / acuto sì, che ’l viso ch’elli affoca / chiuder conviensi per lo forte acume” (Par. XXVIII, 16-18). Intorno al punto, che designa la semplicità e indivisibilità di Dio, girano nove cerchi concentrici di fuoco via via meno veloci quanto più se ne allontanano, che rappresentano le gerarchie angeliche. Come afferma Beatrice, “da quel punto / depende il cielo e tutta la natura” (vv. 41-42). A Dio è dunque appropriato il tema del sesto stato della Chiesa come “punto”, fine da cui dipendono gli altri periodi ad esso ordinati.
È da notare la presenza del verbo ‘dipendere’ (“depende”, hapax nel poema) nel Notabile VIII e al v. 42; ad essa fanno da contrapunto, nei versi successivi, le variazioni sull’esegesi di Ap 14, 4 
– relativa al seguire l’Agnello dovunque vada da parte dei santi contemplativi che stanno con lui sul monte Sion, figura di quanti seguono Cristo per quanto possibile in questa vita applicata ai “cerchi primi” dei Serafini e dei Cherubini (vv. 100-102). I compagni fissano l’Agnello sempre e ovunque vada, per cui lo vedono o lo pensano sempre presente; così le gerarchie angeliche nell’osannare Dio:

(Ap 14, 4) Item “sequuntur” ipsum “quocumque ierit”, quia sic semper dirigunt et tenent suum aspectum in ipsum quod ipsum semper et ubique presentialiter vident vel speculantur quasi presentem.

(XXVIII, 94-96) Io sentiva osannar di coro in coro / al punto fisso che li tiene a li ubi, / e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro. [notare la trasformazione dell’avverbio ubique nell’avverbio sostantivato ubi]

(XXIX, 10-12) Poi cominciò: “Io dico, e non dimando, / quel che tu vuoli udir, perch’ io l’ho visto / là ’ve s’appunta ogne ubi e ogne quando”.

È “punto che mi vinse” (Par. XXX, 11). Un punto luminoso non solo matematico o metafisico, ma anche storico-provvidenziale e spirituale, che riassume cioè tutti e sette i doni che lo Spirito increato, uno semplicissimo e molteplice, distribuisce e tutte le illuminazioni del libro progressivamente aperto agli uomini. La Metafisica di Aristotele e il relativo commento di Tommaso d’Aquino [1], fonti della frase detta da Beatrice –  «disse: “Da quel punto / depende il cielo e tutta la natura”» -, concordano con la Lectura dell’Olivi, il ragionamento umano con la manifestazione dei segni provvidenziali nella storia.
Il tema del “punto” è presente anche, in forma diversa, ad Ap 11, 6 (terza visione, sesta tromba), dove si dice che i due testimoni, Enoch ed Elia, chiuderanno il cielo affinché non piova, ossia nasconderanno agli indegni la sapienza cristiana e la grazia al modo con cui un’aquila volando in alto si sottrae alla nostra vista o con cui una mole grossa si attenua riducendosi a un punto invisibile [2].
Lo splendore del volto di Cristo cresce con l’andare nel viaggio, come aumenta nella storia della Chiesa, le cui prerogative sono da Dante sparse sull’intero mondo umano. Così cresce il ridere di Beatrice fino alla piena apertura nell’ottavo cielo, al momento della discesa delle schiere del trionfo di Cristo (Par. XXIII, 46-69) e poi, infine, sulla soglia dell’Empireo (Par. XXX, 19-36).
La centralità di Ap 1, 16-17 in tanti luoghi del poema, da Francesca a Beatrice, è trasposizione di quello che è il tema fondamentale della Lectura super Apocalipsim – che non si ritrova in altra opera contemporanea -, cioè la centralità di Cristo, il cui splendore aumenta nella storia con il procedere verso il sesto stato della Chiesa, quando il libro, non Galeotto ma vero, sarà tutto aperto. Da “ma solo un punto fu quel che ci vinse” di Francesca (Inf. V, 132), al “punto che mi vinse” nel Primo Mobile e al vittorioso sorriso di Beatrice sulla soglia dell’Empireo (cfr. Par. XXX, 11, 22-24), al finale “punto solo” (Par. XXXIII, 94): “dall’occasione di tanto peccato – scrive Gianfranco Contini – alla visione divina, quale abisso e quale preterintenzionalità di parentela!” [3]. La parentela non è però preterintenzionale, trattandosi di diversi stadi di un medesimo processo storico di epifania del Cristo dio e uomo: il primo come vano desiderio e malvagia tentazione provata nel subdolo martirio degli ultimi tempi; il secondo nello spazio e nel tempo degli uomini (il tempo ha nel Primo Mobile le sue radici); il terzo, non più per specula, di fronte al divino.
Il compimento della “scrittura” d’Amore, iniziata con l’inganno di Francesca e Paolo vinti da “solo un punto”, avverrà con le parole dette dal poeta a san Giovanni che lo esamina sulla carità (Par. XXVI, 16-18), dove la terzina contiene anche il riferimento ad Ap 1, 8; 21, 6 e 22, 13 (“Ego sum A et Ω, principium et finis”): “Lo ben che fa contenta questa corte, / Alfa e O è di quanta scrittura / mi legge Amore o lievemente o forte”. In tutt’altro contesto, ‘Amore’ e ‘leggere’ sono uniti. I due “cognati” avevano letto da soli, a Dante viene letto per dettato interiore (“Noi leggiavamo … quel giorno più non vi leggemmo avante /… mi legge Amore …”).

[1] Cfr. ARISTOTELE, Metafisica, Λ 7, 1072 b 13-14; THOMAS DE AQUINO, Sententia libri Metaphysicae, lib. 12, lectio 7, n. 16: “Ex hoc igitur principio, quod est primum movens sicut finis, dependet caelum, et quantum ad perpetuitatem substantiae suae, et quantum ad perpetuitatem sui motus; et per consequens dependet a tali principio tota natura, eo quod omnia naturalia dependent a caelo, et a tali motu eius”.

[2] Ad Ap 11, 6, nella citazione di Gioacchino da Fiore – “in igne vero illa verba pungentia que carnem inflammando consumunt” può riferirsi, parodicamente, il muovere dei Serafini, il cerchio più vicino al “punto”, “sì tosto / per l’affocato amore ond’ elli è punto” (XXVIII, 44-45; cfr. anche l’accendersi d’amore ad Ap 6, 6).

[3] Cfr. CONTINI, Un esempio di poesia dantesca, p. 206.

Tab. III [Nota]

[LSA, prologus, Notabile VIII] Rursus quinque membra sic distincte et interscalariter currunt inter radicem visionum et inter sextum membrum, quod ex hoc ipso aperte insinuatur per ipsa designari quinque sollempnia tempora cum suis sollempnibus statibus et operibus ordinate percurrentibus ab initio ecclesie usque ad sextum tempus ipsius. Que autem essent illa tempora vel opera, aut in quo puncto inchoarentur et finirentur, non potuit a nobis communiter sciri vel investigari nisi per realem et manifestum adventum ipsorum ac per preclaram et sollempnem initiationem status sexti. Et ideo sicut sollempnis initiatio novi testamenti facta in sexta mundi etate cum precursione quinque etatum elucidat intellectum prophetarum quoad primum Christi adventum et quoad tempora ipsum precurrentia, sic sollempnis initiatio sexti status ecclesie cum precursione quinque priorum elucidat intelligentiam huius libri et ceterorum prophetalium quoad trinum Christi adventum et quoad tempora precurrentia tam primum quam secundum adventum, propter quod in ipso sexto tempore erit sol sapientie christiane septempliciter lucens sicut lux septem dierum (cfr. Is 30, 26). (…) Ex predictis autem patet quod principalis intelligentia sexti et septimi membri visionum huius libri fortius probatur et probari potest quam intelligentia membrorum intermediorum inter primum et sextum seu inter radicem et sextum, unde et clara intelligentia ipsorum dependet ab intelligentia sexti, sicut et ratio eorum que sunt ad finem dependet a fine.

[LSA, cap. XIV, Ap 14, 4 (IVa visio)] Unde et sextum preconium prerogative ipsorum est indivisibilis et indistans ipsorum ad Christum familiaritas, propter quod subditur: “Et sequuntur Agnum quocumque ierit”. Quantum unusquisque Deum imitatur et participat, in tantum sequitur eum. Qui ergo pluribus et altioribus seu maioribus perfec-tionibus ipsum imitantur et possident altius et multo fortius ipsum sequuntur. Qui ergo secundum omnes sublimes et supererogativas perfectiones mandatorum et consiliorum Christi ipsum prout est hominibus huius vite possibile participant, “hii sequuntur Agnum quocumque ierit”, id est ad omnes actus perfectionum et meritorum ac pre-miorum eis correspondentium, ad quos Christus tamquam dux et exemplator itineris ipsos deducit.
Item “sequuntur” ipsum “quocumque ierit”, quia sic semper dirigunt et tenent suum aspectum in ipsum quod ipsum semper et ubique presentialiter vident vel speculantur quasi presentem.

Par. XXIII, 106-108

e girerommi, donna del ciel, mentre
che seguirai tuo figlio, e farai dia
più la spera supprema perché lì entre.

Par. XXV, 109-111

Misesi lì nel canto e ne la rota;
e la mia donna in lor tenea l’aspetto,
pur come sposa tacita e immota.

Par. XXVII, 73-75

Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,
e seguì fin che ’l mezzo, per lo molto,
li tolse il trapassar del più avanti.

Par. X, 145-148

così vid’ ïo la gloriosa rota
muoversi e render voce a voce in tempra
e in dolcezza ch’esser non pò nota
se non colà dove gioir s’insempra.

Par. XIII, 19-21

e avrà quasi l’ombra de la vera
costellazione e de la doppia danza
che circulava il punto dov’ io era

Inf. I, 112-113; XV, 46-48

Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida

El cominciò: “Qual fortuna o destino
anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?
e chi è questi che mostra ’l cammino?”.

Par. XI, 13-15, 100-102, 121-123 (cfr. v. 102)

Poi che ciascuno fu tornato ne lo
punto del cerchio in che avanti s’era,
fermossi, come a candellier candelo.

E poi che, per la sete del martiro,
ne la presenza del Soldan superba
predicò Cristo e li altri che ’l seguiro

e questo fu il nostro patrïarca;
per che qual segue lui, com’ el comanda,  7, 7
discerner puoi che buone merce carca.

Par. XVII, 16-18

così vedi le cose contingenti
anzi che sieno in sé, mirando il punto
a cui tutti li tempi son presenti

 

Par. XXVIII, 16-18, 22-27, 34-42, 91-102

un punto vidi che raggiava lume
acuto sì, che ’l viso ch’elli affoca
chiuder conviensi per lo forte acume

Forse cotanto quanto pare appresso
alo cigner la luce che ’l dipigne    1, 13
quando ’l vapor che ’l porta più è spesso,

distante intorno al punto un cerchio d’igne
si girava sì ratto, ch’avria vinto
quel moto che più tosto il mondo cigne

Così l’ottavo e ’l nono; e ciascheduno
più tardo si movea, secondo ch’era
in numero distante più da l’uno;
e quello avea la fiamma più sincera
cui men distava la favilla pura,
credo, però che più di lei s’invera.
La donna mia, che mi vedëa in cura
forte sospeso, disse: “Da quel punto
depende
il cielo e tutta la natura”.

L’incendio suo seguiva ogne scintilla;
ed eran tante, che  ’l numero loro
più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.
Io sentiva osannar di coro in coro
al punto fisso che li tiene a li ubi,
e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro.
E quella che vedëa i pensier dubi
ne la mia mente, disse: “I cerchi primi
t’hanno mostrato Serafi e Cherubi.
Così veloci seguono i suoi vimi,
per somigliarsi al punto quanto ponno;
e posson quanto a veder son soblimi”.

Par. XXIX, 7-12

tanto, col volto di riso dipinto,
si tacque Bëatrice, riguardando
fiso nel punto che m’avëa vinto.
Poi cominciò: “Io dico, e non dimando,
quel che tu vuoli udir, perch’ io l’ho visto
là ’ve s’appunta ogne ubi e ogne quando”.

Par. XXX, 22-24, 28-30

Da questo passo vinto mi concedo
più che già mai da punto di suo tema
soprato fosse comico o tragedo:

Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso
 in questa vita, infino a questa vista,
non m’è il seguire al mio cantar preciso

Purg. XXXII, 28-30

La bella donna che mi trasse al varco
e Stazio e io seguitavam la rota
che fé l’orbita sua con minore arco.

Purg. XXXIII, 85-90

“Perché conoschi”, disse, “quella scuola
c’hai seguitata, e veggi sua dottrina
come può seguitar la mia parola;
e veggi vostra via da la divina
distar cotanto, quanto si discorda
da terra il ciel che più alto festina”.

Inf. XX, 106-111

Allor mi disse: “Quel che da la gota
porge la barba in su le spalle brune,
fu – quando Grecia fu di maschi vòta,
sì ch’a pena rimaser per le cune –
augure, e diede ’l punto con Calcanta
in Aulide a tagliar la prima fune”.

Inf. XXII, 121-123

Lo Navarrese ben suo tempo colse;
fermò le piante a terra, e in un punto
saltò e dal proposto lor si sciolse.

Par. III, 124-126

La vista mia, che tanto lei seguio
quanto possibil fu, poi che la perse,

volsesi al segno di maggior disio

Par. VI, 1-3, 103-105

Poscia che Costantin l’aquila volse
contr’ al corso del ciel, ch’ella seguio
dietro a l’antico che Lavina tolse

Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
sott’ altro segno, ché mal segue quello
sempre chi la giustizia e lui diparte

Purg. XXV, 94-99

così l’aere vicin quivi si mette
e in quella forma ch’è in lui suggella
virtüalmente l’alma che ristette;
e simigliante poi a la fiammella
che segue il foco là ’vunque si muta,
segue lo spirto sua forma novella.

Par. XXXII, 142-150

e drizzeremo li occhi al primo amore,
sì che, guardando verso lui, penètri
quant’ è possibil per lo suo fulgore.
Veramente, ne forse tu t’arretri
movendo l’ali tue, credendo oltrarti,
orando grazia conven che s’impetri
grazia da quella che puote aiutarti;
e tu mi seguirai con l’affezione,
sì che dal dicer mio lo cor non parti.

Inf. XI, 102-111

tu troverai, non dopo molte carte,
che l’arte vostra quella, quanto pote,
segue, come ’l maestro fa ’l discente;
sì che vostr’ arte a Dio quasi è nepote.
Da queste due, se tu ti rechi a mente
lo Genesì dal principio, convene
prender sua vita e avanzar la gente;
e perché l’usuriere altra via tene,
per sé natura e per la sua seguace
dispregia, poi ch’in altro pon la spene.

Variazioni sul tema del seguire l’Agnello ovunque vada (Ap 14, 4) sono il proporsi di Virgilio come guida da seguire (Inf. I, 113); la vista di Dante che segue Piccarda, per quanto possibile, finché svanisce (Par. III, 124-125); seguire il corso del cielo da parte dell’Aquila dietro a Enea (Par. VI, 1-3); seguire Domenico, di cui dice Tommaso d’Aquino (“per che qual segue lui, com’ el comanda, / discerner puoi che buone merce carca”, Par. XI, 121-123, versi che rinviano anche ad Ap 7, 7); seguire il Figlio da parte di Maria nell’alto preconio dell’amore angelico rotante (Par. XXIII, 106-108); seguire con l’affetto da parte del poeta la preghiera di san Bernardo alla Vergine per poi drizzare, in virtù della grazia di costei, gli occhi al primo amore penetrando “quant’ è possibil per lo suo fulgore” (Par. XXXII, 142-150).
Seguire Beatrice equivale a seguire Cristo: la donna usa il verbo, variando l’esegesi di Ap 14, 4, allorché nell’Eden (Purg. XXXIII, 85-90) parla a Dante di una sua trascorsa adesione a una filosofia che ritiene la ragione sufficiente a sé stessa; all’indistanza da Cristo subentra la distanza: «“Perché conoschi”, disse, “quella scuola / c’hai seguitata (“et sequuntur”), e veggi sua dottrina / come può seguitar («prout est hominibus huius vite possibile participant, “hii sequuntur …”») la mia parola; / e veggi vostra via (“ad quos Christus tamquam dux et exemplator itineris ipsos deducit”) da la divina / distar (“indistans ipsorum ad Christum familiaritas”) cotanto, quanto si discorda / da terra il ciel che più alto festina” (il Primo Mobile, dove a Dante apparirà il ‘punto’, causa finale della storia)». Qualunque sia la scuola di pensiero oggetto delle parole di Beatrice, essa viene indicata come all’opposto di Cristo, che dovrebbe essere guida.
Tenere lo sguardo sull’Agnello, in modo da vederlo ovunque sempre presente, è proprio di Beatrice che tiene lo sguardo fisso sui tre apostoli: “in lor tenea l’aspetto, / pur come sposa tacita e immota” (Par. XXV, 110-111). Il motivo della sposa (Beatrice) richiama quello del letiziare appropriato poco prima a san Giovanni, che si unisce (si mette “ne la rota”) a san Pietro e a san Giacomo “come surge e va ed entra in ballo / vergine lieta” (vv. 103-104): lieta e sposa sono parole-chiave che rinviano ad Ap 18, 22-23, al passo concernente la “vox sponsi” e la “vox mole”, collazionato con quello della “vox rotarum” di Ap 9, 9 (dal confronto si desume l’equivalenza tra “mola” e “rota”), per quanto i due contesti siano tutt’altro che paradisiaci, l’uno riferito alla condanna di Babylon (che non udrà più voce gioconda), l’altro alle locuste del quinto stato (tumultuose e concitate come carri da guerra).

3. Cieli materiali e cerchi angelici

■ “Non vidi alcun tempio in essa” (Ap 21, 22). Qui Giovanni parla del sacro culto e del lume per cui la santa Gerusalemme, la città dei beati, adora Dio e vede Lui e tutto in Lui. Prima (Ap 21, 11) ha trattato della luce formale e intrinseca e della chiarezza della città; qui tratta del raggio e della fonte in cui si vedrà Dio e tutte le cose. Questa visione è la somma e compiuta illuminazione dei beati, mentre il beatifico atto di carità spetta più propriamente al culto e al sacrificio del tempio, per quanto i due atti siano tanto compenetrati che nessuno possa considerarsi perfetto nella propria specie senza l’altro.
Lì non si vedrà Dio “per specula”, come fosse assente, ma la vista dei beati si affiggerà immediatamente nella stessa luce che è Dio e in essa e per essa vedrà tutte le cose in modo limpidissimo. Lì anche l’affetto sarà tutto e immediatamente e intimamente inviscerato in Dio, e ivi abiterà come nel tempio, offrendosi tutto a Dio senza posa, sempre acceso quale olocausto nel fuoco infinito dell’increata carità divina, e loderà Dio con indicibile giubilo. Per questo è detto (Ap 21, 23) che solo Dio sarà tempio e sole della beata città, la quale non avrà bisogno del sole del Nuovo Testamento o della luna del Vecchio o di qualsivoglia scrittura o dottrina.
Ad entrambi i predetti atti, il beato amore e la beata visione, coopererà fortemente il merito e la gloria di Cristo in quanto uomo: perciò si dice non solo che la divinità di Cristo e di tutta la Trinità è tempio e sole, ma anche che Cristo in quanto uomo è tempio e lucerna dei beati.
Se nello stato peregrinante Cristo uomo si unisce a noi per mezzo dell’eucaristia, ne consegue che in modo incomparabilmente più intimo si unirà a noi nella gloria e noi a Lui, così da poter ben dire che l’Agnello è tempio e lucerna di tutti i beati.
Quanto detto si verifica nella Chiesa, la quale non occupa il luogo arto e corporale del Tempio dell’antica Gerusalemme e della Sinagoga, né ha bisogno della luce cerimoniale e del culto della legge e dei profeti, in quanto Cristo, la sua vita e la sua dottrina sono tempio, sole e lucerna della luce solare della sua divinità. Ciò si realizzerà storicamente, in modo più compiuto, nella Chiesa peregrinante del settimo e ultimo stato, allorché non ci sarà più bisogno di molte dottrine precedenti, poiché nell’eccesso della contemplazione lo Spirito di Cristo le insegnerà ogni verità senza l’ausilio della voce esteriore e, denudata di quanto è temporale, adorerà Dio Padre in spirito e verità (cfr. Giovanni 4, 24), anche se ciò avverrà “secundum quid” e non sarà completamente abbandonato, come nella Chiesa trionfante (dove si verificherà “simpliciter”), ogni uso delle cose temporali o dell’esteriore dottrina e scrittura.
Nel Primo Mobile, che anticipa l’Empireo nell’essere tempio non visibile, perché confinante solo con l’amore e la luce dell’ultimo cielo, Dante chiede a Beatrice perché, a differenza delle sfere materiali dei cieli, che sono tanto più veloci e di maggior diametro quanto più si allontanano dal loro centro geometrico costituito dalla terra, i cerchi che rappresentano le gerarchie angeliche siano tanto più veloci e di diametro più stretto quanto più sono vicine al punto, cioè a Dio (Par. XXVIII, 64-66). La donna risponde che “li cerchi corporai”, cioè le sfere materiali, “sono ampi e arti” secondo la virtù per essi diffusa: ad essi sono attribuiti motivi, l’essere corporeo e arto, propri del Tempio dell’antica Gerusalemme e della Sinagoga. ‘Arto’ significa stretto, ma designa pure l’imperfezione e i limiti di questa vita (prologo, Notabile III; nella sesta vittoria, ad Ap 3, 12, si distingue tra il tempio, più grosso, e la colonna, che occupa minore spazio). La rima virtute/salute (vv. 65/67) è elaborata su Ap 12, 10.
Una variazione del tema riguarda il settimo dei cerchi che girano intorno al punto luminosissimo designanti le intelligenze angeliche, nel caso i Principati, corrispondenti al cielo di Venere: esso è “sì sparto / già di larghezza, che ’l messo di Iuno / intero a contenerlo sarebbe arto” (vv. 31-33; per sparto cfr. Ap 17, 1), cioè l’arcobaleno o iride (che designa i limiti di questa vita) sarebbe stretto contenitore (l’iride ha sette colori, come sono sette gli stati della Chiesa peregrinante: cfr. Purg. XXIX, 76-78).
Solo Dio, luce e carità, è tempio della città beata, che in lui vede e ama (Ap 21, 22). Ad Ap 22, 20-21 si indica il fine di ogni sacro desiderio e di tutta la Scrittura, cioè il beatifico avvento di Cristo, che Giovanni chiede tre volte, e il desiderio che la Grazia venga data a tutti. Dante, il nuovo Giovanni, dice dunque a Beatrice nel nono cielo: “Onde, se ’l mio disir dee aver fine / in questo miro e angelico templo / che solo amore e luce ha per confine” (Par. XXVIII, 52-54). Più alta replica sarà data nel decimo cielo, dopo la preghiera alla Vergine di san Bernardo (il quale, come Giovanni, sembra ripetere tre volte la richiesta a Par. XXXIII, 29.30.34: “tutti miei prieghi / ti porgo, e priego che non sieno scarsi / … Ancor ti priego …”): “E io ch’al fine di tutt’ i disii / appropinquava, sì com’ io dovea, / l’ardor del desiderio in me finii” (vv. 46-48; cfr. il tema dell’appropinquarsi, cioè del sovrastare del tempo vicino, ad Ap 22, 10).

■ I quattro lati delle mura della Gerusalemme celeste, descritta nella settima visione, formano un quadrilatero (Ap 21, 16), che designa la solida quadratura delle virtù (a Cacciaguida il poeta dice di sentirsi “ben tetragono ai colpi di ventura”, Par. XVII, 23-24). I quattro lati sono uguali in lunghezza e in larghezza. La città dei beati quanto vede di Dio e dei suoi beni tanto ama, quanto è lunga nella visione tanto si dilata nella carità, quanto si prolunga nell’eterno tanto si dilata nel gaudio giocoso e glorioso. Lo stesso può dirsi di coloro che in questa vita raggiungono la perfezione, i quali quanto conoscono o credono tanto amano, quanto per la speranza si protendono nei beni eterni tanto si dilatano nel gaudio. Nei beati le quattro virtù cardinali – prudenza, fortezza, giustizia e temperanza -, designate dai quattro lati della città, hanno uguale misura. Anche l’altezza è uguale alla lunghezza e alla larghezza, poiché quanto i beati per la visione e per l’amore si protendono in lungo e si dilatano in largo, tanto si elevano nell’alta lode e nella reverenza verso Dio e nell’alto apprendimento e degustazione della sua sublime maestà. Tuttavia in questa vita l’altezza, proporzionata alla misura della carità e del tendere in Dio, sta comunemente solo nel desiderio e nella speranza di raggiungere la compiuta misura della patria celeste. Un edificio si pone infatti diversamente nel suo inizio e nella perfezione del fine.
Beatrice, spiegando la differenza tra l’ordine celeste e quello del mondo, definisce il Primo Mobile o cielo Cristallino come la sfera corporea corrispondente al primo dei cerchi angelici, i Serafini, “che più ama e che più sape” (la larghezza e la lunghezza si equivalgono), invitando Dante ad applicare la sua misura (il misurare la città) al criterio della virtù (i lati della città designano le virtù) e non a quello della grandezza apparente dei cerchi (Par. XXVIII, 70-78). Più avanti la donna dice che tutte le intelligenze “hanno diletto” (il godere giocoso proprio della larghezza e anche la degustazione propria dell’altezza) quanto è profonda la visione di Dio (la lunghezza; vv. 106-108). Soggiunge che l’essere beato si fonda nell’atto della visione, non nell’atto dell’amore, il quale consegue dal primo (XXVIII, 109-111; cfr. XXIX, 139-140). Secondo molti interpreti qui Dante accoglie la tesi tomista che fa precedere nella beatitudine l’atto dell’intelletto a quello della volontà se non nel tempo, almeno nella natura e nell’origine. Ernesto Buonaiuti notò una contraddizione tra la terzina di Par. XXVIII, 109-111 e la definizione del Primo Mobile come corrispondente “al cerchio che più ama e che più sape” (v. 72), dove invece prevarrebbe la tesi volontaristica francescana in quanto, in questo caso, l’amare è posto prima del sapere [1]. La questione viene affrontata dallo stesso Olivi ad Ap 21, 22, dove i due atti – la “visio” e il “beatificus actus caritatis” – sono considerati tanto compenetrati che nessuno dei due può ritenersi perfetto senza l’altro. Lo stesso Olivi, però, nel Notabile X del prologo della Lectura, afferma che non si può amare se non quello che si conosce, e che quindi la “notitia” precede l’amore come il terzo stato dei dottori (l’intelletto) precede storicamente il quarto stato degli anacoreti (l’affetto). La stessa questione viene posta nella domanda che Dante fa a Francesca: “Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri, / a che e come concedette amore / che conosceste i dubbiosi disiri?”, e riecheggiata nella risposta: “Ma s’a conoscer la prima radice / del nostro amor tu hai cotanto affetto, / dirò come colui che piange e dice” (Inf. V, 118-120, 124-126).
Nei beati, come sa Dante che si rivolge a Cacciaguida, “l’affetto e ’l senno” (la larghezza e la lunghezza) sono di pari peso dal momento in cui essi hanno cominciato a contemplare Dio (definito, per restare nel medesimo ambito tematico, “la prima equalità”, il sole uguale nel calore della carità e nella luce della visione), diversamente dai mortali, nei quali “voglia e argomento” (corrispondenti all’affetto e al senno) hanno ali disuguali (Par. XV, 73-84).
Al termine del viaggio, la lunghezza (“il mio disio”, che esprime anche l’altezza, “secundum mensuram sue tensionis”, e dunque la “sete natural” di cui a Purg. XXI, 1-4) e la larghezza (“’l velle”) saranno in Dante “sì come rota ch’igualmente è mossa” (Par. XXXIII, 143-145). Lo Spirito di Cristo, nell’invitare alla gloriosa cena delle nozze dell’Agnello, dice: “Et qui sitit veniat. Et qui vult accipiat aquam vite gratis”, perché, aggiunge Olivi, “nullus cogitur nec potest venire nisi per desiderium et voluntarium consensum” (ad Ap 22, 17).

■Beatrice, in Par. XXVIII, 112-113, afferma che negli angeli la misura del vedere è proporzionata al merito, prodotto dalla grazia e dalla volontà buona da questa suscitata. Principio identico a quanto contenuto nell’esegesi di Ap 22, 17 (la prima grazia è data gratuitamente ma, come l’acqua di chi ha sete, ad essa si deve venire “per desiderium et voluntarium consensum”, deve cioè essere accettata) e ribadito nel canto successivo (XXIX, 61-66), dove la donna dà per certo che gli angeli buoni, che con umiltà riconobbero il proprio essere dalla bontà di Dio, ebbero la loro capacità di vederlo esaltata per effetto della grazia illuminante e del loro merito, in modo che essi ora posseggono una piena e ferma volontà. La grazia, come intese Benvenuto, “fuit praedestinata meritis”, fu cioè causa del merito, non il merito (nel caso la fedeltà degli angeli) causa della grazia. Ma la volontaria ricezione della grazia è da ascrivere al merito, e dunque al libero arbitrio, per cui Beatrice conclude: “e non voglio che dubbi, ma sia certo, / che ricever la grazia è meritorio / secondo che l’affetto l’è aperto” (XXIX, 64-66), secondo cioè quanto Cristo dice a Laodicea, la settima chiesa d’Asia: «“Si … aperuerit michi ianuam”, id est viscerales consensus et affectus cordis sui, “intrabo ad illum”» (Ap 3, 20).

■ L’unità della Gerusalemme celeste è specchio dell’increato Spirito di Cristo, uno e semplice ma diviso in sette doni, che sono anche i sette stati o periodi della Chiesa, cioè le categorie che segnano lo sviluppo della storia umana (Ap 1, 4; 5, 6-7). Già nella natura angelica “la prima luce” è recepita “per tanti modi” quanti sono i singoli angeli, come pure “d’amar la dolcezza / diversamente in essa ferve e tepe”; l’eterno valore, infatti, “tanti / speculi fatti s’ha in che si spezza, / uno manendo in sé come davanti” (Par. XXIX, 136-145) [2]. Così la dolce vita è differenziata nei vari cieli (Par. IV, 34-36), nei quali la virtù del “corpo” (il Primo Mobile, che si gira nel quieto Empireo) viene ripartita (dall’ottavo cielo, delle stelle fisse) “per diverse essenze” (Par. II, 112-117); gli “organi del mondo” (i cieli) “così vanno … di grado in grado, / che di sù prendono e di sotto fanno” (vv. 121-123); i lumi dei beati vanno in circolo “più e men correnti, / al modo, credo, di lor viste interne” (Par. VIII, 19-21); “le cose generate” – le “brevi contingenze” di cui parla Tommaso d’Aquino a Par. XIII, 61-72 – non sempre concordano con la disposizione celeste che le impronta, per cui la loro materia “sotto ’l segno / idëale poi più e men traluce. / Ond’ elli avvien ch’un medesimo legno, / secondo specie, meglio e peggio frutta; / e voi nascete con diverso ingegno”. Versi che rivelano un linguaggio proprio dello Pseudo-Dionigi, come mostra il confronto con Ap 21, 18.21. Le intelligenze angeliche inferiori ricevono l’“habitus glorie” da quelle superiori, riflettendolo quali specchi, come le membra inferiori di un corpo sono radicate nelle virtù del cervello, del cuore o del fegato. La medesima tesi dionisiana viene addotta dall’Epistola a Cangrande a commento della prima terzina del Paradiso (Ep. XIII, 60). E la dottrina dell’Areopagita viene appunto in rilievo a proposito delle gerarchie angeliche: “Questi ordini di sù tutti s’ammirano, / e di giù vincon sì, che verso Dio / tutti tirati sono e tutti tirano” (Par. XXVIII, 127-129).
Particolare significato assume, all’apertura del terzo sigillo, il termine valor. Il tema del valore incomparabile ottenuto in cambio di un solo denaro e di una fede unica e semplice viene utilizzato dal poeta per esprimere l’avvalorarsi della propria vista che, congiunta “col valore infinito” nella visione finale della Trinità e dell’Incarnazione, subiva crescenti mutazioni di aspetti pur rimanendo la luce divina, oggetto della contemplazione, “un semplice sembiante” e “una sola parvenza” (Par. XXXIII, 109-114). Lo si ritrova nei tanti specchi (gli angeli) nei quali “si spezza”, “per tanti modi” per il diverso fervere d’amore, l’eterno valore, “uno manendo in sé come davanti” (Par. XXIX, 142-145). Da notare che il valore senza prezzo, nell’esegesi oliviana, si contrappone all’apparente stoltezza per cui Cristo si è fatto uomo.

■ I “pensier dubi” di Dante, nodi sciolti da Beatrice, fanno segno, come in altri luoghi del poema, dell’esegesi del “certamen dubitationis” sostenuto dai moderni martiri (prologo, Notabile X; Ap 5, 5 [XXVIII, 58.63.97; XXIX, 64]).

Il poeta, afferma la sua guida, non si deve meravigliare;  così l’angelo a Giovanni nel rivelargli il ‘segreto’ significato della meretrice e della bestia che la porta, situazione nei versi parafrasata nella rivelazione fatta a Dionigi da san Paolo circa il nome e l’ordine delle gerarchie angeliche: «”Quare miraris? … “Ego tibi dicam sacramentum” (Ap 17, 7), id est sacram et secretam significationem – E se tanto secreto ver proferse / mortale in terra, non voglio ch’ammiri» (Ap 17, 6-7 [vv. 136-137; cfr. 57.59]): difforme dal senso è la variante severo (se uero).

I “Troni del divino aspetto”, il terzo ordine angelico che circuisce Serafini e Cherubini, fanno riferimento all’esegesi della sede divina, sulla quale siede Dio giudicante  (Ap 4, 3 [Par. XXVIII, 103-105; cfr. IX, 61-63]).

■Il numero degli angeli viene prima indicato da Beatrice come innumerabile e incomprensibile, con allusione al progressivo raddoppio delle caselle di una scacchiera – “ed eran tante, che ’l numero loro / più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla” (XXVIII, 92-93; XXIX, 130-132) –, figura poetica ben presente nella lirica provenzale ma vestita dell’esegesi di Ap 5, 11 – «“Et erat numerus eorum milia milium”. Secundum enim Dionysium, XIIII° capitulo angelice hierarchie, per has summas numerorum super se invicem reflexas designatur numerum angelorum esse nobis innumerabilem et incomprehensibilem» (cfr. anche Ap 9, 16, dove, raddoppiando il millenario, viene dato il numero, “magnus et terribilis”, dei cavalieri sciolti al suono della sesta tromba). Poi la donna accerta che, se di per sé incomprensibile a una mente umana, il numero degli angeli è comunque determinato – “e se tu guardi quel che si revela / per Danïel, vedrai che ’n sue migliaia / determinato numero si cela” (XXIX, 133-135), dove la rima revela/cela fa riferimento al significato del termine “apocalipsis”, inteso come parziale rivelazione di ciò che è celato (Ap 1, 1).

[1] ERNESTO BUONAIUTI, Storia del Cristianesimo, II, Milano 19472, pp. 537-538: “Ma come nell’animo di Dante l’intellettualismo tomistico e il volontarismo cistercense-francescano si mantenessero giustapposti, senza elidersi né sopraffarsi, appare dalla contraddizione in cui è lasciata cadere Beatrice, quando, nel canto XXVIII del Paradiso, spiegando il movimento dei cerchi angelici, afferma una volta tomisticamente che l’amore poggia sul conoscere […] e afferma un’altra volta, francescanamente, che il conoscere poggia sull’amare”.

[2] A Par. XXIX, 142 – “Vedi l’eccelso omai e la larghezza / de l’etterno valor” – la variante eccesso toglierebbe il riferimento all’altezza dei lati della Gerusalemme celeste, la città dei beati le cui misure (lunghezza, larghezza, altezza) sono uguali (Ap 21, 16; cfr. Par. XXV, 29.31).

Tab. IV

[LSA, cap. V, Ap 5, 11 (radix IIe visionis)] “Et vidi et audivi vocem angelorum multorum in circuitu troni et animalium et seniorum” (Ap 5, 11), supple existentium. Stabant quidem in circuitu tamquam custodes et muri nostri. Sic etiam describuntur stare, ad innuendum quod gaudium de nostra redemptione principalius spectat ad nos quam ad angelos nulla pro se redemptione egentes. Est autem consuetum quod corea coreantium stat in medio circumspicientium. Item per hoc designatur illud Apostoli Ia ad Corinthios IIII° (1 Cor 4, 9): “Spectaculum facti sumus mundo et angelis et hominibus”.
“Et erat numerus eorum milia milium”. Secundum enim Dionysium, XIIII° capitulo angelice hierarchie, per has summas numerorum super se invicem reflexas designatur numerum angelorum esse nobis innumerabilem et incomprehensibilem, et hoc ipsum dicit hic Ricardus allegans ad hoc sententiam Dionysii prefatam. “Voce magna dicentium: Dignus est Agnus” et cetera (Ap 5, 12).

[LSA, cap. IX, Ap 9, 16 (IIIa visio, VIa tuba)] “Et numerus equestris exercitus <vicies milies> dena milia” (Ap 9, 16), id est millesies ducenta milia seu ducentesies mille milia. Non videtur autem intelligendum quod ad litteram sint tot et non plures nec pauciores, sed per hoc intendit designare duo. Primo scilicet quod numerus eorum erit supra modum magnus et terribilis. Secundo in misterium ex proprietatibus huius numeri sumendum, iuxta quod Christus Luce XIIII° dicit quod rex commissurus bellum contra alium regem cum viginti milibus ad se venientem “cogitat prius si possit cum decem milibus occurrere ei” (Lc 14, 31). In quo, sicut ibi exponitur, Christus mistice designat quod diabolus ut accusator et Deus ut iudex venit cum viginti milibus contra electos, tum quia summam prevaricationem legis divine per decalogum designate, sicut et summitas per millenarium designatur, obicit duplicatam, primo scilicet originalem, secundo actualem; tum quia usque ad summum accusat eos de summa omissione preceptorum divine legis et de summa commissione, ut sic sint quasi bis decem milia; tum quia diabolus contra totam legem temptat eos dupliciter usque ad summum, scilicet sub specie boni et sub specie mali habentis rationem boni placibilis.
Hic igitur ponitur uterque numerus, scilicet viginti milia et decem milia, in se invicem reflexus, ut temptamentorum et transgressionum summa summitas seu infinitas designetur, ac per consequens et summa severitas divini iudicii contra summos transgressores sue legis, quos per prefatum exercitum demonum et nationum infidelium est tunc iudicaturus et dampnaturus.

Par. XXVIII, 88-96

E poi che le parole sue restaro,
non altrimenti ferro disfavilla
che bolle, come i cerchi sfavillaro.
L’incendio suo seguiva ogne scintilla;
ed eran tante, che ’l numero loro
più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.
Io sentiva osannar di coro in coro
al punto fisso che li tiene a li ubi,
e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro.

Par. XXIX, 130-132

Questa natura sì oltre s’ingrada
in numero, che mai non fu loquela
né concetto mortal che tanto vada

4. “in questa primavera sempiterna / che notturno Arïete non dispoglia”

 

   The radiant light that pervades the heavenly Jerusalem can be foreshadowed historically in this life. This corresponds to the sixth and seventh status or periods of the Church. Gregory the Great is quoted in Rev 21:22–23. In his Moralia, commenting on Job 9:9 – “He who creates Arcturus and Orion and the Pleiades” – expressly teaches how, towards the end of the world, the solar light of Christ’s wisdom becomes ever more manifest: with each passing day, heavenly knowledge reveals itself more and more as an inner light within us; the season of spring dawns, the new sun shines forth in our minds and, made known to us through the words of the doctors, shines ever more clearly with each passing day. As the end of the world draws near, the heavenly science advances and, with time, grows ever more extensive.
   The Gregorian theme of the heavenly science which, at the end of time, is like a light that penetrates ever deeper within us is present in the final visions.
   In the city of the “sol che sempre verna (the ever-vernal Sun: Par. XXX, 126)”, where the gates are never closed (Rev 21:25; unlike the City of Dite, whose gates are shut by the devils: Inf. VIII, 115–116), the pilgrim turns his eyes “su per la viva luce passeggiando (So through the living light my way pursuing: Par. XXXI, 46–48)”; cf. Rev 21:24:“Et ambulabunt gentes in lumine eius”.
   The theme of the new sun, combined with that of opening and entering, is found at the moment of resuming the journey towards “l’aperta”, that is, the passage which allows one to enter the fifth terrace of Purgatory, after the drowsiness caused by the dream of the “femmina balba (stammering woman)”, when “tutti eran già pieni / de l’alto dì i giron del sacro monte (full already of high day / were all the circles of the Sacred Mountain: Purg. XIX, 34–39)”; the expression “sol novo (new sun)” occurs only here, where the third day of their stay on the mountain begins.
   The theme of springtime, drawn from the quotation of Gregory the Great, is combined with that of the absence of night in the city which is all light, from Rev 21:25 (“Nox enim non erit illic”), and is contained in the tercet of Par. XXVIII, 115–117, referring to the second triad of the angelic hierarchy, “che così germoglia / in questa primavera sempiterna / che notturno Arïete non dispoglia (which is germinating / in such wise in this sempiternal spring, / that no nocturnal Aries despoils)”. Aries is “nocturnal”, that is, visible at night, in autumn, whilst at the beginning of spring it rises and sets with the sun. The expression thus translates into poetry the concept that in the city of the blessed there will be no more night. Interwoven with this main theme, as a counterpoint, is the motif of the ‘thief’, addressed in the two symmetrical passages of Rev 3:3 (fifth church) and 16:15 (sixth bowl). The thief comes by night (Rev 3:3), just as the Day of Judgement does: so writes Saint Paul to the Thessalonians, urging them to keep watch and to be “children of light and of the day” (1 Thess 5:2–7). And in Rev 16:15 it adds: “Blessed is the one who stays awake and keeps his garments”, that is, his virtues and good works, “so that he may not go naked”, that is, despoiled of his virtues so that all may see his shameful sins and the punishment that will be inflicted to his shame on the Day of Judgement. The verb spoliare (despoil) is the very same as that associated with the nocturnal and autumnal sign of Aries. This tercet can thus be compared to that, steeped in Virgilian allusions, from Inf. III, 112–114: “Come d’autunno si levan le foglie / l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo / vede a la terra tutte le sue spoglie (As in the autumn-time the leaves fall off, / first one and then another, till the branch / unto the earth surrenders all its spoils)”, referring to the “mal seme d’Adamo (the evil seed of Adam)” ready to cross the Acheron, spurred on by divine justice, “sì che la tema si volve in disio (so that their fear is turned into desire)”. It is worth noting the juxtaposition of ‘seeing’ – attributed to the branch – with ‘to be despoiled’, motifs not present in the Virgilian paraphrase – “Quam multa in silvis autumni frigore primo / Lapsa cadunt folia …” (Aen. VI, 309–310) – but which are, instead, found in the exegesis of Rev 16:15.

La solare luce che pervade la Gerusalemme celeste è storicamente pregustabile in questa vita. Il periodo è quello del sesto e del settimo stato della Chiesa. Ad Ap 21, 22-23 è citato Gregorio Magno. Questi, commentando nei Moralia Giobbe 9, 9 – “Egli che crea Arturo e Orione e le Pleiadi” – insegna espressamente come verso la fine del mondo la luce solare della sapienza di Cristo si renda più manifesta: per i singoli giorni la scienza celeste si mostra più e più come un lume a noi interno, si apre il tempo primaverile, il nuovo sole sfavilla alle nostre menti e, reso a noi noto per il verbo dei dottori, riluce ogni giorno più chiaramente. All’appressarsi della fine del mondo la scienza superna avanza e col tempo cresce più larga.
Il tema gregoriano della scienza celeste che, alla fine dei tempi, è come lume che si interna sempre di più in noi è presente nelle visioni finali.
Nella città del “sol che sempre verna” (Par. XXX, 126), dove le porte non sono mai chiuse (Ap 21, 25; diversamente che per la Città di Dite, le cui porte vengono chiuse dai diavoli: Inf. VIII, 115-116), il pellegrino mena gli occhi “su per la viva luce passeggiando” (Par. XXXI, 46-48; cfr. Ap 21, 24: “Et ambulabunt gentes in lumine eius”).
Il tema del nuovo sole, unito con quello dell’aprirsi e dell’entrare, si trova al momento del riprendere il cammino verso “l’aperta”, cioè il passaggio, che consente di ‘entrare’ nel quinto girone del purgatorio, dopo il torpore provocato dal sogno della “femmina balba”, quando “tutti eran già pieni / de l’alto dì i giron del sacro monte” (Purg. XIX, 34-39; l’espressione “sol novo” ricorre solo qui, dove inizia il terzo giorno di permanenza sulla montagna).
Il tema del tempo primaverile, dalla citazione di Gregorio Magno, congiunto con quello dell’assenza della notte nella città che è sola luce, da Ap 21, 25 (“Nox enim non erit illic”), è contenuto nella terzina di Par. XXVIII, 115-117, riferita alla seconda terna della gerarchia angelica, “che così germoglia / in questa primavera sempiterna / che notturno Arïete non dispoglia”. L’Ariete è “notturno”, cioè visibile di notte, nell’autunno, mentre all’inizio della primavera sorge e tramonta con il sole. L’espressione traduce pertanto in poesia il concetto che nella città dei beati non vi sarà più notte. Su questo tema principale si innesta, come contrappunto, la tematica del ‘ladro’, trattata nei due passi simmetrici di Ap 3, 3 (quinta chiesa) e 16, 15 (sesta coppa). Il ladro viene di notte (Ap 3, 3), come il giorno del giudizio: così scrive san Paolo ai Tessalonicesi invitandoli a vegliare e ad essere “figli della luce e del giorno” (1 Th 5, 2-7). E ad Ap 16, 15 si aggiunge: “Beato chi vigila e custodisce le sue vesti”, cioè le virtù e le buone opere, “affinché non vada nudo”, cioè spogliato delle virtù in modo che tutti vedano i suoi turpi peccati e la pena che verrà inflitta a sua confusione nel giorno del giudizio. Il verbo ‘spogliare’ è lo stesso proprio del notturno e autunnale Ariete. La terzina può essere così accostata a quella, pregna di reminiscenze virgiliane, di Inf. III, 112-114: “Come d’autunno si levan le foglie / l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo / vede a la terra tutte le sue spoglie”, riferita al “mal seme d’Adamo” pronto a passare l’Acheronte, spronato dalla giustizia divina, “sì che la tema si volve in disio”. È da notare l’accostamento del vedere, appropriato al ramo, con lo spogliarsi, motivi non presenti nella parafrasi virgiliana – “Quam multa in silvis autumni frigore primo / Lapsa cadunt folia …” (Aen. VI, 309-310) -, e che sono invece nell’esegesi di Ap 16, 15.

“che notturno Arïete non dispoglia”. A disfoglia, di per sé “ottimo” (Petrocchi, che però non presceglie tale variante), “molto raro, e in più stretta antitesi a germoglia del v. 115” (Inglese), osta spoliatus di Ap 16, 15, luogo parodiato in altri luoghi del poema e soprattutto a Inf. III, 114 (cfr. ad loc.).

Tab. V

Par. XXX, 124-126

Nel giallo de la rosa sempiterna,
che si digrada e dilata e redole
odor di lode al sol che sempre verna

Par. XXXI, 46-48

su per la viva luce passeggiando,
menava ïo li occhi per li gradi,
mo sù, mo giù e mo recirculando.

Purg. XIX, 34-39

Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: “Almen tre
voci t’ho messe!”, dicea, “Surgi e vieni;
troviam l’aperta per la qual tu entre”.
Sù mi levai, e tutti eran già pieni
de l’alto dì i giron del sacro monte,
e andavam col sol novo a le reni.

[LSA, cap. XXI, Ap 21, 22-25 (VIIa visio)] Quod autem circa finem huius seculi amplius innotescat solaris lux sapientie Christi docet expresse Gregorius, libro IX° Moralium super illud Iob IX° (Jb 9, 9) “Qui facit Arturum et Orionem et Iadas”, dicens: «Dum, diebus singulis magis magisque scientia celestis ostenditur, quasi interni nobis luminis vernum tempus aperitur, ut novus sol nostris mentibus rutilet et doctorum verbis nobis cognitus se ipso cotidie clarior lucet. Urgente enim mundi fine superna scientia proficit et largius cum tempore excrescit. Hinc namque per Danielem dicitur: “Pertransibunt plurimi et multiplex erit scientia” (Dn 12, 4). Hinc Iohanni in priori parte revelationis angelus dicit: “Signa que locuta sunt septem tonitrua” (Ap 10, 4). Cui tamen in eiusdem revelationis termino precipit dicens: “Ne signaveris verba prophetie libri huius” (Ap 22, 10). Pars quippe revelationis anterior signari precipitur, terminus prohibetur, quia quicquid in sancte ecclesie initiis latuit, finis cotidie ostendit»*. Idem etiam docet libro IIII° Dialogorum, capitulo XLIII°**.
“Et ambulabunt gentes in lumine eius” et cetera (Ap 21, 24). Simile huius partis et precedentis habes Isaie LX°. Per “gentes” autem et “reges” earum intelligit totam universitatem electorum de gentibus et earum regibus, que existens in gloria in predicto lumine ambulabit, id est diriget et faciet actus suos beatos, et totam gloriam, quam a Deo acceperunt, reddent et offerent Deo et etiam toti sancte civitati beatorum tamquam matri et cooperatrici et comministre meriti eorum et adductioni<s> eorum ad gratiam et gloriam Dei. Possunt etiam per reges intelligi spiritales prelati.
“Et porte eius non claudentur per diem” (Ap 21, 25), quasi dicat: nec timore hostium nec invidia aut avaritia vel quocumque privato amore vel ob culpam alicuius civium claudentur, immo omnia erunt patula et aperta beatis. Hic enim clauduntur quando vel predicatio iuste subtrahitur, vel aliquis pro culpa sua ab introitu ecclesie arcetur.
Quare autem non dixerit portas eius per noctem non claudi, sicut ait eas non claudi per diem, ipse declarat dicens: “Nox enim non erit illic”, id est nullus defectus lucis vel gaudii vel alicuius boni nec aliqua adversitas.

* S. GREGORII MAGNI Moralia in Iob, libri I-X, cura et studio M. Adriaen, Turnholti 1979 (Corpus Christianorum. Series Latina, CXLIII), lib. IX, cap. XI, 88-100 (n. 15), p. 467 (= PL 75, col. 867 C-D).

** Cfr. GREGORII MAGNI Dialogi libri IV, a cura di U. Moricca, Roma 1924 (Fonti per la storia d’Italia, 57. Scrittori. Secolo VI), l. IV, XLIII, pp. 300-301 (= PL 77, coll. 397 D, 400 A).

[LSA, cap. III, Ap 3, 3; (Ia visio, Va ecclesia)] Deinde comminatur eidem iudicium sibi occulte et inopinate superventurum si non se correxerit, unde subdit: “Si ergo non vigilaveris, veniam ad te tamquam fur”, qui scilicet venit latenter et ex improviso ut bona auferat et possessorem occidat. Unde subdit: “et horam nescies qua veniam ad te”. Iustum enim est ut qui se ipsum per negligentiam et torporem nescit, nesciat horam iudicii sui et exterminii. Talis etiam propter suas tenebras non videt lucem, ac erronee credit et optat se diu in prosperitate victurum et Dei iudicium diu esse tardandum, et etiam spe presumptuosa sperat se esse finaliter salvandum, propter quod Ia ad Thessalonicenses V° dicit Apostolus quod “dies Domini veniet in nocte sicut fur. Cum enim dixerint: pax et securitas, tunc superveniet eis repentinus interitus” (1 Th 5, 2-3). Quibus autem, scilicet sanctis, et quare non veniet sicut fur ostendit subdens: “Vos autem, fratres, non estis in tenebris, ut vos dies illa tamquam fur comprehendat; omnes enim vos estis filii lucis et diei. Igitur non dormiamus sicut et ceteri, sed vigilemus et sobrii simus. Qui enim dormiunt nocte dormiunt” et cetera (ibid., 5, 4-7).

Par. XXVIII, 115-117

L’altro ternaro, che così germoglia
in questa primavera sempiterna
che notturno Arïete non dispoglia

Inf. VIII, 115-117

Chiuser le porte que’ nostri avversari
nel petto al mio segnor, che fuor rimase
e rivolsesi a me con passi rari.

Inf. III, 112-114

Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie

Aen. VI, 309-310

quam multa in silvis autumni frigore primo
lapsa cadunt folia ………………………………..

[LSA, cap. XVI, Ap 16, 15 (Va visio, VIa phiala)] Quia vero Deus tunc ex improviso et subito faciet hec iudicia, ideo subdit: “Ecce venio sicut fur” (Ap 16, 15). Fur enim venit latenter ad furandum, ne advertat hoc dominus cuius sunt res quas furatur. Non autem dicit ‘veniam’ sed “venio”, et hoc cum adverbio demonstrandi, ut per hoc estimationem de sua mora nobis tollat et ad adventum suum nos attentiores et vigilantiores et timoratiores reddat. Ad quod etiam ultra hoc inducit per promissionem premii et comminationem sui oppositi, unde subdit: “Beatus qui vigilat et custodit vestimenta sua”, scilicet virtutes et bona opera, “ne nudus ambulet”, id est virtutibus spoliatus; “et videant”, scilicet omnes tam boni quam mali, “turpitudinem eius”, id est sua turpissima peccata et suam confusibilem penam in die iudicii sibi infligendam.

Inf. XXXIII, 55-63

Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,
ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
di manicar, di sùbito levorsi
e disser: “Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia”.

[LSA, cap. VIII, Ap 8, 3 (radix IIIe visionis)] Data etiam sunt sibi a Deo Patre, unde Iohannis XVII° dicit ipse Patri (Jo 17, 6.11): “Tui erant, et michi eos dedisti. Pater sancte, serva eos in nomine tuo, quos dedisti michi”. Et in Psalmo dicitur: “Ascendisti in altum” et “accepisti dona in hominibus” (Ps 67, 19). In quantum enim sumus membra eius, ipse acc<i>pit in nobis dona gratie que dantur nobis.

Inf. III, 113-114; XIII, 103-104; XXVII, 127-129; Purg. VII, 34-35; Par. XII, 47-48

………………………..fin che ’l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie

Come l’altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch’alcuna sen rivesta

“disse: ‘Questi è d’i rei del foco furo’;
per ch’io là dove vedi son perduto,
e sì vestito, andando, mi rancuro”. 

quivi sto io con quei che le tre sante
virtù
non si vestiro …………………….

………………….le novelle fronde
di che si vede Europa rivestire

 5. La creazione degli angeli

Non per aver a sé di bene acquisto,
ch’esser non può, ma perché suo splendore
potesse, risplendendo, dir “Subsisto”,   [XXIX, 15]

La sede, ad Ap 4, 2, designa il sussistere per sé della maestà divina: “Per hanc autem sedem significatur primo altissima stabilitas essentie Dei, in qua et per quam Deus maiestative existit”.

in sua etternità di tempo fore,
fuor d’ogne altro comprender, come i piacque,

Al beneplacito del giudizio divino spetta il commetterne ad altri l’esecuzione,
“quia non debent ad hoc propria voluntate seu animositate moveri, sed explendo Dei beneplacitum et mandatum” (Ap 16, 1).

s’aperse in nuovi amor l’etterno amore.   [18]

I “nuovi amor” sbocciati dal fiore divino sono gli angeli; ad essi viene tuttavia appropriato il motivo, dall’esegesi della terza vittoria, dell’amore di Dio per l’uomo tanto da farsi lui stesso uomo e da darglisi (Ap 2, 17): “Nichil enim magis novum quam quod Deus sit homo et homo Deus, et quod Deus tantum amaverit hominem lapsum et ab ipso iuste dampnatum quod dederit se ei in fratrem, socium et sponsum, et <in> pretium et in cibum et in premium”. Se la parodia poetica ha elaborato questo passo (come già in altri luoghi, cfr. ad es. Purg. XV, 67-70), ne deriva che Dante concepiva la mente divina diretta, nella sua prescienza, verso un “termine fisso”: l’uomo. Dio, prima rappresentato come astratto punto luminoso, si precisa in Dio-Amore; si fondono “nello stesso giro compositivo l’esempio fisico-naturale del filosofo di scuola e l’ardita immaginativa del mistico” [1]. Ma mistica non significa ascetismo, fuga dal mondo; essa si invera in una vita celestiale storicamente vissuta per l’autore e per i suoi lettori, tanto il sacrato poema è speculare a un’esegesi della storia della salvezza collettiva che si sviluppa e cresce nella storia della Chiesa.

Né prima quasi torpente si giacque;

A Dio, in senso negativo, è appropriato il torpore o smarrimento rimproverato al vescovo di Sardi, la quinta chiesa d’Asia (Ap 3, 3): “quiescit quasi sopitus … sic fuit otiosus et torpens” (dal medesimo passo deriva, al v. 42, “se bene agguati – si digne recogitaveris”).

ché né prima né poscia procedette
lo discorrer di Dio sovra quest’ acque.   [21]

La folgorante luce della fede diffusa dagli apostoli fu “instar fulguris universa subito discurrentis” (prologo, Notabile XII): la luce di Cacciaguida discende ai piedi della croce “quale per li seren tranquilli e puri / discorre ad ora ad or sùbito foco” (Par. XV, 13-14); lo stesso verbo designa la subitanea creazione (“lo discorrer di Dio sovra quest’ acque”, XXIX, 21) [2].

Forma e materia, congiunte e purette,
usciro ad esser che non avia fallo,
come d’arco tricordo tre saette.   [24]

Concreato fu ordine e costrutto
a le sustanze; e quelle furon cima
nel mondo in che puro atto fu produtto;   [33]
pura potenza tenne la parte ima;
nel mezzo strinse potenza con atto
tal vime, che già mai non si divima.   [36]

Scrive Bruno Nardi in proposito:

Tre cose Dio produsse in principio: la pura forma senza materia, cioè i puri spiriti, nella luce intellettuale dell’Empireo; la pura materia senza forma, nella parte ima, cioè più bassa, del mondo sensibile; e nel mezzo, i cieli incorruttibili, indissolubilmente composti di materia e di forma: puri atti gli angeli, pura potenza la materia; nei cieli, in mezzo, «strinse potenza con atto / tal vime, che già mai non si divima».
E va notato a questo punto che per attribuire a Dio la creazione diretta della materia senza forma, Dante ha dovuto liberarsi del concetto aristotelico-averroistico e anche tomistico che ritiene la materia, in quanto pura potenza, incapace di esistere o, come qui vuole Dante, di venire «ad esser», o, secondo una variante, «ad atto che non avia fallo», cioè che non mancava in sé di niente di quel che compete alla sua natura.
Ed anche il concetto che le sostanze angeliche siano «puro atto» ha sollevato le proteste dei più avveduti tomisti [3].
Nel tempo in cui scriveva il Convivio, Dante rifletteva “se la materia prima delli elementi era da Dio intesa” (Cv IV, 1.8). In Par. VII, 130-138, per bocca di Beatrice, aveva accertato che la materia  prima del mondo inferiore, gli angeli e i cieli sono creati immediatamente da Dio, a differenza dei quattro elementi e dei loro composti i quali sono informati dalla virtù dei cieli. Principio ora ribadito, sempre tramite Beatrice. Al v. 23 – “usciro ad esser che non avia fallo” -, dove si ribadisce la perfezione della creazione divina, non avia fallo è variazione di infallibiliter assequerentur ad Ap 3, 5, passo nel quale si attesta che quanti sono da Do ordinati alla vita eterna non possono ad essa fallire se non decadono dalla Grazia (così avvenne per Lucifero, che fu “principio del cader”, come ricordato al v. 55). Per quanto la situazione descritta nei versi, dove si tratta della creazione, sembri distante dall’esegesi, che concerne gli uomini, quest’ultima riguarda il libro della vita, la predestinazione divina e l’eternità. Inoltre il passo è utilizzato in altri luoghi del poema. Esso fa parte dell’istruzione data a Sardi, la quinta chiesa d’Asia; il poeta vi ricorre per rammentare un prima, uno stato primordiale di bellezza, di prima Grazia stellare (alla quinta chiesa, bella nei suoi inizi, Cristo si presenta come colui che possiede la pienezza dello Spirito e delle stelle). Non a caso i temi si insinuano nella descrizione del tempo primaverile e mattutino che ripete il mattino primordiale della creazione (Inf. I, 37-40).
Pensare attentamente a un principio perduto è appunto nell’invito, fatto al vescovo di Sardi, di avere in mente la prima Grazia ricevuta e di vegliare (Ap 3, 3). Ricordare uno stato che venne prima, congiunto con il tema della bellezza dei suoi inizi poi corrottisi, si trasforma, con le parole di Matelda, nel ricordo di quella che per i poeti antichi fu “l’età de l’oro e suo stato felice” (Purg. XXVIII, 49-51, 139-144). Corrisponde al vegliare “a studio de la culla” della madre nella Firenze antica rimpianta da Cacciaguida, la quale “consolando, usava l’idïoma / che prima i padri e le madri trastulla”, quasi assimilando l’infanzia dell’uomo all’età dell’oro (Par. XV, 121-123). Il motivo si insinua nella visione finale, quando il poeta cerca di comprendere come nella sua “vista nova” l’immagine umana di Cristo si convenga e trovi luogo nel cerchio, “e non ritrova, / pensando, quel principio ond’ elli indige” – (Par. XXXIII, 134-135). Si ritrova, ancora, nel ripensare “come l’umana carne fessi allora / che li primi parenti intrambo fensi”, come afferma Beatrice a Par. VII, 145-148, argomentando in favore della resurrezione dei corpi, creati direttamente da Dio e immortali per loro natura.
Dunque Beatrice, per ciò che è stato creato direttamente da Dio – si tratti degli angeli, della materia prima, dei cieli o della carne umana, modula il suo parlare variando i temi presenti nella medesima esegesi, che recano alla memoria la bellezza originaria dei doni della Grazia, poi perduta.

 

   Bruno Nardi writes on this subject:

   God brought three things into being in the beginning: pure form without matter – that is, pure spirits – in the intellectual light of the Empyrean; pure matter without form, in the lowest part of the sensible world; and in between, the incorruptible heavens, indissolubly composed of matter and form: pure act in the angels, pure potentiality in matter; in the heavens, in the midst, “strinse potenza con atto / tal vime, che già mai non si divima (bound potentiality with act / such bond that it shall never be unbound)“.
   And it should be noted at this point that, in order to attribute to God the direct creation of formless matter, Dante had to free himself from the Aristotelian-Averroist and also Thomist concept which holds that matter, as pure potentiality, is incapable of existing or, as Dante intends here, of coming “
ad esser (into being)”, or, according to a variant,”ad atto che non avia fallo (into being that had no defect)”, that is, which lacked nothing in itself of what pertains to its nature.
   Moreover, the notion that angelic substances are ‘pure act’ also provoked protests from the most discerning Thomists [3].

   At the time he was writing the Convivio, Dante was reflecting on “se la materia prima delli elementi era da Dio intesa (whether the prime matter of the elements was conceived by God)” (Cv IV, 1.8). In Par. VII, 130–138, through the words of Beatrice, he had established that the prima materia of the lower world, the angels and the heavens are created directly by God, unlike the four elements and their compounds, which are shaped by the power of the heavens. This principle is now reiterated, again through Beatrice. In line 23 – “usciro ad esser che non avia fallo (came into being that had no defect)” — where the perfection of divine creation is reaffirmed, non avia fallo is a variation of infallibiliter assequerentur from the exegesis of Rev 3:5, a passage which attests that those ordained by God to eternal life cannot fail to attain it unless they fall from Grace (as happened to Lucifer, who was the principle of the fall, as recalled in v. 55). Although the situation described in these verses — which concern creation — may seem distant from the exegesis, which concerns individual persons, the latter deals with the Book of Life, divine predestination and eternity. Furthermore, the passage is used in other parts of the poem. It forms part of the instruction given to Sardis, the fifth church of Asia; the poet draws upon it to recall a first time, a primordial state of beauty, of the first stellar Grace (to the fifth church, beautiful in its beginnings, Christ presents himself as the one who possesses the fullness of the Spirit and of the stars). It is no coincidence that these themes find their way into the description of springtime and the morning, which echoes the primordial dawn of creation (Inf. I, 37–40).
   To reflect carefully on a lost beginning is precisely the invitation extended to the bishop of Sardis, the fifth church, to keep in mind the first Grace received and to watch (Rev 3:3). Recalling a state that came first, linked to the theme of the beauty of its beginning which subsequently fell into decay, is transformed, in Matelda’s words, into the memory of what the ancient poets called “l’età de l’oro e suo stato felice (the Age of Gold and its felicity: Purg. XXVIII, 49–51, 139–144)”. This corresponds to the watching “a studio de la culla (o’er the cradle kept her studious watch)” by the mother in the ancient Florence longed for by Cacciaguida, who “consolando, usava l’idïoma / che prima i padri e le madri trastulla (and in her lullaby the language used / that first delights the fathers and the mothers)”, almost equating human infancy with the Golden Age (Par. XV, 121–123). The motif creeps into the final vision, when the poet seeks to understand how, in his “vista nova (new vision)”, the human image of Christ fits and finds its place within the circle, “e non ritrova, / pensando, quel principio ond’ elli indige (and discovers not, / by taking thought, the principle he wants)” – (Par. XXXIII, 134–135). It is found again in the reflection on “come l’umana carne fessi allora / che li primi parenti intrambo fensi (how human flesh was fashioned at that time / when the first parents both of them were made)”, as Beatrice states in Par. VII, 145–148, arguing in favour of the resurrection of bodies, created directly by God and immortal by their very nature.
   Thus Beatrice, whenever speaking of things created directly by God – be they angels, prime matter, the heavens or human flesh – adapts her discourse by drawing on the themes present within the same exegesis, which bring to mind the original beauty of the gifts of Grace, subsequently lost.

E come in vetro, in ambra o in cristallo
raggio resplende sì, che dal venire
a l’esser tutto non è intervallo,   [27]

Cfr. supra.

così ’l triforme effetto del suo sire
ne l’esser suo raggiò insieme tutto
sanza distinzïone in essordire.   [30]

Ad Ap 11, 12 Olivi spiega che due sono i modi di illuminazione divina. Come infatti ricade nella gloria di Dio che talvolta si nasconda ingegnosamente a quanti sono giustamente da accecare e ci dimostri con ciò la prudenza del suo ingegno e un ordinato procedere da una radice occulta, tramite un tronco stretto, a un ampio e alto distendersi dei rami, così è proprio della sua gloria un’improvvisa manifestazione di potenza che confonde gli avversari e converte a sé e illumina molti, con il che ci dimostra un altro ordine, che procede dall’alto verso gli inferiori per cui la luce del sole dalla sorgente subito diffonde in modo aperto, espanso e chiaro i suoi raggi su tutto l’universo. Il primo modo si è manifestato nell’ascensione di Cristo, che non fu vista dai suoi nemici ma solo dai suoi discepoli, poiché allora i Giudei dovevano essere accecati e Cristo doveva essere loro nascosto per venire invece predicato e manifestato ai Gentili; allorché invece la conversione riguarderà tutto il mondo e l’Anticristo, con i suoi complici, verrà confuso e piagato, sarà più opportuno il secondo modo. Nelle opere divine c’è una concordia tra due elementi conformi, e c’è una concordia, altrettanto bella e piacente, tra due elementi contrapposti.
Al primo modo sembra accostabile, a Par. XII, 49-51, il nascondersi del sole “per la lunga foga” estiva dietro le onde dell’oceano: la descrizione di Calaruega, il luogo di nascita di san Domenico, si contrappone nello stesso numero di versi ad Assisi, dove “nacque al mondo un sole, / come fa questo talvolta di Gange” (Par. XI, 50-51), dove cioè il sole si manifestò con improvvisa illuminazione.
Al secondo modo rinvia il più vivace raggiare dell’“ardor santo” nell’uomo, più a Dio conforme perché creato “sanza mezzo” (Par. VII, 70-75; cfr. XIX, 88-90), come pure il raggiare “insieme tutto / sanza distinzïone in essordire” nel “triforme effetto” di “forma e materia, congiunte e purette” (Par. XXIX, 22-30). Se la lezione distensïone “ha ottime testimonianze contro distinzione”, tuttavia il concetto che ‘l’effetto della creazione era nel Creatore prima che Iddio distendesse la sua virtù nei cieli’ non risponde a quanto il poeta vuole dire, che cioè ‘la triplice creazione avvenne all’istante, senza separazione e successione di principio, di mezzo e di fine’ (Petrocchi). Qui non si fa riferimento al fatto che in Dio non vi sia estensione nel tempo (secondo Tommaso d’Aquino, In Sent. I 8, 2, 1, 6, passo addotto da Inglese per giustificare distensïone), ma alla simultaneità delle tre saette uscite dall’arco tricordo, come la luce del divino sole procede “ad expansam et claram et subitam diffusionem radiorum suorum in totum orbem” (Ap 11, 12) [4].

[1] Cfr. GIORGIO PETROCCHI, La dottrina degli angeli, in  ID., Itinerari danteschi, Bari 1969, pp. 333-351: 344.

[2] Ad Ap 13, 3, con una citazione dall’Expositio di Gioacchino da Fiore, viene ricordata l’indizione della prima crociata nel Concilio di Clermont da parte di Urbano II (1095), preceduta dal segno mirabile dato dalle stelle vaganti nel cielo, quasi a certificare l’uccisione di una delle teste della bestia (che sarebbe poi risorta): “stellas innumerabiles circumquaque discurrere; deinde, exhortatione Urbani pape, christiani undique commoti iverunt ultra mare ad liberandum Christi sepulcrum – discorre ad ora ad or sùbito foco, / movendo li occhi che stavan sicuri, / e pare stella che tramuti loco” (Par. XV, 14-16). Cacciaguida partecipò in realtà alla seconda crociata (1147-1148), condotta da Corrado III di Svevia (“Poi seguitai lo ‘imperador Currado”, v. 139) e da Luigi VII di Francia, ma la parodia gli applica i temi che nell’esegesi sono propri della prima. Il verso 13 – “Quale per li seren tranquilli e puri” – è variazione su quanto esposto ad Ap 16, 17 (settima coppa).

[3] BRUNO NARDI, Il canto XXIX del Paradiso, in “Lecturae” e altri studi danteschi, cur. R. Abardo, Firenze 1990, pp. 193-201: 197.

[4] È da notare l’assenza di variazioni semantiche su temi della Lectura a XXIX, 31-36, le due terzine nelle quali Dante, tramite Beatrice, spiega la propria posizione circa l’ordine della creazione divina.

Tab. VI

[LSA, cap. XI, Ap 11, 12 (IIIa visio, VIa tuba)] “Et viderunt eos inimici eorum” (Ap 11, 12), scilicet corporaliter ascendentes in celum. Adverte hic et ubique sumi preteritum pro futuro. Nota etiam quod inimici Christi non viderunt Christum ascendentem in celum, sed soli eius discipuli, quia tunc erant Iudei excecandi et Christus abscondendus ab eis et postmodum sub alio congruo ordine erat per apostolos gentibus predicandus et manifestandus. Nunc vero totus orbis erit convertendus et Antichristus cum suis complicibus erit ex sanctorum gloria confundendus et plagandus. Sicut enim gloriosum est Deo quod aliquando iuste excecandis se ingeniose abscondat et prudentiam sui ingenii nobis in hoc ipso demonstret, et etiam ordinem procedendi ab occulta radice per strictum stipitem ad ramorum latam et altam spansionem, sic in gloriam Dei cedit quod aliquando per subitam manifestationem sue potentie et glorie con<ter>at et confundat adversarios suos et ad se convertat et illuminet multos, in quo et monstrat alium ordinem procedendi a superiori ad inferiora et a fontali et patula luce solis ad expansam et claram et subitam diffusionem radiorum suorum in totum orbem. Tuncque per quandam pulchram contrapositionem correspondent ultima primis. Sicut enim correspondentia concordie similis et conformis est pulchra et placens, sic et correspondentia per decentem contrapositionem. Et ideo in operibus Dei non semper est querenda correspondentia prima.

Par. XII, 49-52

non molto lungi al percuoter de l’onde
dietro a le quali, per la lunga foga,
lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,
siede la fortunata Calaroga

Par. VII, 73-77, 112-117

Più l’è conforme, e però più le piace;
ché l’ardor santo ch’ogne cosa raggia,
ne la più somigliante è più vivace.
Di tutte queste dote s’avvantaggia
l’umana creatura …………………………

Né tra l’ultima notte e ’l primo die
sì alto o sì magnifico processo,
o per l’una o per l’altra, fu o fie:
ché più largo fu Dio a dar sé stesso
per far l’uom sufficiente a rilevarsi,
che s’elli avesse sol da sé dimesso

 

Par. XXIX, 25-30

E come in vetro, in ambra o in cristallo
raggio resplende sì, che dal venire
a l’esser tutto non è intervallo,
così ’l triforme effetto del suo sire
ne l’esser suo raggiò insieme tutto
sanza distinzïone in essordire.

 

Par. XI, 49-51

Di questa costa, là dov’ ella frange
più sua rattezza, nacque al mondo un sole,
come fa questo talvolta di Gange.

Par. XIX, 88-90

Cotanto è giusto quanto a lei consuona:
nullo creato bene a sé la tira,
ma essa, radïando, lui cagiona.

[LSA, cap. I, Ap 1, 13 (Ia visio)] Secunda (perfectio summo pastori condecens) est nature humane conformitas seu condescensiva ad subditos humilitas et humanitas, propter quod dicit: “similem Filio hominis”. Ex hoc autem quod non dicit “Filium hominis”, sed “similem Filio hominis”, arguit Ricardus quod angelum vidit, qui in persona et similitudine Christi demonstrabat sibi omnia, qui eo amplius habuit auctoritatis quod apparuit in ipsa similitudine salvatoris*.

* In Ap I, iv (PL 196, coll. 705 D-706 A).

A Laodicea, l’ultima delle sette chiese d’Asia, Cristo si presenta come l’“Amen”, cioè il vero “testimone fedele e verace, che è il principio”, cioè la prima causa, “della creazione di Dio”, che crea ogni cosa dal nulla e ricrea gli eletti infondendo la grazia (Ap 3, 14). I santi vengono chiamati “creature di Dio”, secondo quanto detto nella lettera di san Giacomo – “Di sua volontà egli ci ha generati con una parola di verità, perché noi fossimo l’inizio delle sue creature” (Jc 1, 18) –, e nella lettera di san Paolo agli Efesini – “Siamo sua fattura, creati in Cristo Gesù per le opere buone” (Eph 2, 10). Al vescovo di Laodicea Cristo si propone in modo tale da fargli comprendere che quanto dirà contro di lui deriva da infallibile verità e fedeltà e in modo da ferire e spezzare la sua presunzione, per cui riteneva con arroganza di avere il bene quasi ne fosse lui stesso e non Cristo la prima causa. Egli insegna inoltre all’ultimo periodo della Chiesa, designato da questo vescovo, a ripensare il primo inizio della creazione di tutte le cose e il primo inizio della formazione della Chiesa stessa e la prima causa. Come ai primi viene rappresentato il giudizio finale, così agli ultimi il primo principio, per insegnarci a stare fissi in entrambi, ad umiliarci nella loro contemplazione, a infiammarci d’amore per la somma causa e a rendere grazie del nostro inizio e della finale consumazione. L’umile riconoscimento verso la prima causa fu propria degli angeli che rimasero fedeli a Dio, i quali “… furon modesti / a riconoscer sé da la bontate / che li avea fatti a tanto intender presti” (Par. XXIX, 58-60).

6. “’n terra per le vostre scole”

La Gerusalemme celeste, la città superna descritta nella settima visione (Ap XX-XXII), è detta “tabernacolo” (Ap 21, 3), perché ivi Dio coabita con i salvati comunicando loro la sua beatitudine. Si chiama “civitas” per la mirabile unità di tutti i cittadini, quasi “civium unitas” (Ap 21, 2); l’uguaglianza dei suoi lati designa la somma concordia (Ap 21, 16). È “Gerusalemme” in quanto “visione della pace” (Ap 3, 12); vitrea per pura confessione della verità. Per il vivere comune fondato sulla povertà evangelica è spazio aperto ai cieli, non coperto da tetti, non occupato da case, non da queste distinto, non appropriato a questo o a quello ma per tutti comune e indiviso (Ap 21, 18.21).
Questa celestiale vita civile, della quale non a caso partecipa la Firenze antica, è quella propria degli angeli. Non è casuale che il tema della città vitrea per pura verità e larga perché senza divisioni – “celis patula, non tectis clausa, nec domibus occupata, nec domorum distinctionibus divisa” -, sia da Beatrice, a Par. XXIX, 70-84, utilizzato per dimostrare l’inesistenza della memoria negli angeli, i quali vedendo immediatamente nella “faccia di Dio … da cui nulla si nasconde / … non hanno vedere interciso / da novo obietto, e però non bisogna / rememorar per concetto diviso”. La memoria distingue i concetti nel tempo come le case dividono una città terrena, ma ciò non è dato nell’eterna città, da Dio direttamente illuminata, e nella memoria della sua milizia angelica. Beatrice dice ciò a Dante “perché tu veggi pura / la verità che là giù si confonde”, contro “le vostre scole”, dove “non dormendo, si sogna”. Ciò non vale solo per gli angeli, ma per tutti i beati: “aspectus beatorum immediate figetur in ipsa luce, que est Deus, et in ea et per eam videbit limpidissime omnia” (Ap 21, 22-23). Dunque – come commenta Anna Maria Chiavacci Leonardi – “anche l’uomo sarà come l’angelo, non vi sarà più differenza tra l’uno e l’altro, perché l’uno e l’altro riceveranno da Dio stesso la propria autocoscienza, quella che sulla terra è affidata appunto alla memoria” [1]. Non a caso quanto Beatrice afferma della memoria angelica a Par. XXIX, 76-81 è speculare a quanto la donna ha detto sulla vita dell’uono a Par. VII, 142-144, ed è radicato nella medesima esegesi.

Tab. VII

[LSA, cap. XXI, Ap 21, 22-23 (VIIa visio)] “Et templum non vidi in ea” et cetera (Ap 21, 22). Hic agit de sacro cultu et lumine quo civitas beatorum colit Deum et videt ipsum et omnia in ipso. Prius enim egit de formali et intrinseca luce et claritate eius (cfr. Ap 21, 11), hic vero de fontali obiecto et radio in quo Deum et omnia videbit. Que quidem visio est summa et ultimata illuminatio beatorum; beatificus autem actus caritatis spectat magis proprie ad cultum et sacrificium templi, quamvis utrumque in utroque comprehendatur, quia neutrum absque altero est perfectum etiam in propria specie sua.
Quia ergo Deus non videbitur ibi per specula quasi absens, immo aspectus beatorum immediate figetur in ipsa luce, que est Deus, et in ea et per eam videbit limpidissime omnia, et consimiliter totus affectus erit immediate et intime Deo invisceratus et in ipso tamquam in templo inhabitans, et ibidem se totum Deo continue offerens et ipso infinitissimo igne increate caritatis Dei semper erit in Dei holocaustum incensus, ibique semper Deum indicibili iubilo laudans, idcirco dicitur hic quod solus Deus erit templum et sol civitatis beate, ita quod non egebit “sole” scripturarum Novi Testamenti “neque luna” Veteris Testamenti aut quacumque consimili scriptura vel doctrina sicut hic eget (cfr. Ap 21, 23).

Par. VII, 67-72, 142-144                    

Ciò che da lei sanza mezzo distilla
non ha poi fine, perché non si move
la sua imprenta quand’ ella sigilla.
Ciò che da essa sanza mezzo piove
libero è tutto, perché non soggiace
 a la virtute de le cose nove.

ma vostra vita sanza mezzo spira   5, 8
la somma beninanza, e la innamora
di sé sì che poi sempre la disira.

Par. XXIX, 76-81

Queste sustanze, poi che fur gioconde
de la faccia di Dio, non volser viso
da essa, da cui nulla si nasconde:
però non hanno vedere interciso
da novo obietto, e però non bisogna
rememorar per concetto diviso

Par. XXX, 121-123

Presso e lontano, lì, né pon né leva:
ché dove Dio sanza mezzo governa,
la legge natural nulla rileva.

Tab. VIII

Purg. XIII, 94-96

O frate mio, ciascuna è cittadina
d’una vera città; ma tu vuo’ dire
che vivesse in Italia peregrina.

Par. XV, 130-132

 

A così riposato, a così bello                  21, 16
viver di cittadini, a così fida
cittadinanza, a così dolce ostello

[LSA, cap. XXI, Ap 21, 2.16.18.21 (VIIa visio)] In prima (parte) autem primo describitur sub typo sponse precellenter adornate et Deo tamquam sponso suo familiariter iuncte. Vocatur autem “civitas” (Ap 21, 2), quia ibi est mira unitas omnium sanctorum tamquam concivium. Vocatur vero “Iherusalem”, quia ibi est visio summe pacis et principalis metropolis et sedes Dei et sanctorum. […] Tanta autem equalitas designat summam concordiam beatorum in regno Dei. […] Per utrumque autem designatur generalis ecclesia et principaliter contem-plativorum, sicut per muros militia martirum et pugilum seu defensorum interioris ecclesie, que est per unitatem concordie “civitas”, id est civium unitas, et per fulgorem divine caritatis et sapientie aurea, et per puram confessionem veritatis propria peccata clare et humiliter confitentis et nichil falso simulantis est “similis vitro mundo”, et per latitu-dinem caritatis et libertatem ac communitate<m> evangelice paupertatis est “platea” celis patula, non tectis clausa, nec domibus occupata, nec domorum distinctionibus divisa, nec isti vel illi instar domorum appropriata, sed omnibus communis et indivisa. Et quia in tertio generali statu, statutis duodecim portis eius, fulgebit singulariter evangelica paupertas et contemplatio, ideo non fit mentio de platea nisi post portas, et ubi mox subditur quod solus Deus est templum et sol huius civitatis (cfr. Ap 21, 22-23). Unde et platea non solum dicitur esse “aurum simile vitro mundo”, id est perspicuo et polito et nulla macula vel pulvere obumbrato, sed etiam dicitur esse sicut “vitrum perlucidum”, id est valde lucidum, quia tunc maior erit cordis et oris puritas et clarior veritas. In ecclesia vero beatorum erit tanta, ut omnia interiora cordium sint omnibus beatis mutuo pervia et aperta.

 

Par. XXIX, 70-84

Ma perché ’n terra per le vostre scole
 si legge che l’angelica natura
è tal, che ’ntende e si ricorda e vole,
ancor dirò, perché tu veggi pura
la verità che là giù si confonde,
equivocando in sì fatta lettura.
Queste sustanze, poi che fur gioconde
 de la faccia di Dio, non volser viso
da essa, da cui nulla si nasconde:
però non hanno vedere interciso
da novo obietto, e però non bisogna
rememorar per concetto diviso;
sì che là giù, non dormendo, si sogna,
credendo e non credendo dicer vero;
ma ne l’uno è più colpa e più vergogna.

Par. VIII, 127-129; IX, 19-21

La circular natura, ch’è suggello
a la cera mortal, fa ben sua arte,
ma non distingue l’un da l’altro ostello.

Deh, metti al mio voler tosto compenso,
beato spirto », dissi, « e fammi prova
ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso!

 

San Giovanni, quasi al termine del libro, minaccia quanti, nell’esporre il testo, falsamente aggiungeranno o sottrarranno qualcosa alle parole della profezia da lui scritta. Chi apporrà qualcosa di menzognero che non deve essere aggiunto patirà i flagelli descritti nel libro; chi toglierà le parole si vedrà invece sottrarre il libro della vita, cioè la gloria sostanziale di Dio, e la città santa. Olivi nota la bella corrispondenza tra l’apposizione delle piaghe per la falsa aggiunta e la sottrazione della vita beata per la falsa diminuzione del testo sacro, che a loro volta corrispondono alle due parti della dannazione eterna, cioè alla pena dei sensi e alla pena del danno con la perdita della gloria. Questa minaccia viene pronunciata non per quanti, al fine di spiegare il testo apocalittico, fanno riferimento ai commenti ad esso, oppure per coloro che inseriscono il testo in modo abbreviato nelle proprie glosse, ma per quanti corrompono la verità in modo fallace (Ap 22, 18-19).
Gli avari e i prodighi, che in Inf. VII spingono pesi col petto, sono dannati ai quali il “mal dare” (che corrisponde alla falsa aggiunta) e il “mal tener” (che corrisponde alla falsa sottrazione) ha tolto “lo mondo pulcro”, cioè la beatitudine: è da notare che la rima “appulcro”, nel senso di abbellire, ha un prefisso ap– che deriva da “appositio” in una zona dell’esegesi scritturale in cui compare anche l’aggettivo ‘pulcher’ (vv. 58-60; per altro esempio di parole scavate nell’esegesi cfr. Ap 3, 20).
L’apporsi del cibo sullo stomaco è nelle parole di Cacciaguida sulla confusione delle stirpi (Par. XVI, 69; da notare, ai vv. 8-9, il contrasto tra aggiungere [“sì che, se non s’appon di dì in die”] e sottrarre [“lo tempo va dintorno con le force”]).
Vanni Fucci fu “ladro a la sagrestia d’i belli arredi”, sottrazione per la quale “falsamente già fu apposto altrui” (Inf. XXIV, 137-139).
Derivazione dal medesimo passo sono le parole di Giustiniano contro i Ghibellini i quali, per farne l’emblema di un partito, si appropriano (sottraendolo) del sacrosanto segno dell’Aquila, e contro i Guelfi, i quali, viceversa, gli oppongono il giglio d’oro di Francia (e dunque aggiungendo un altro segno falso): per questo l’imperatore è costretto “a seguitare alcuna giunta”, si comporta cioè correttamente alla stregua di coloro “qui expositorie vel explicative … circa hunc librum apponunt” (Par. VI, 29-33; 100-102).
La scrittura abbreviata sarà quella con cui verranno scritte, in “lettere mozze”, le opere da poco di Federico II d’Aragona, re di Sicilia (Par. XIX, 133-135; da notare la compresenza del verbo “intendere” nella prosa e nei versi).
Fra le variazioni sui temi contenuti in questo passo è Par. XXIX, dove Beatrice censura i predicatori che alterano la Sacra Scrittura, suscitando il disdegno del cielo (v. 89, che traspone l’essere “animadversione dignus”) di fronte a invenzioni menzognere come il fatto che nella passione di Cristo la luna, oscurando il sole, “si ritorse” e “s’interpuose” (verbo scavato tra l’‘interserere’ e l’‘apponere’), invenzione che equivale a una falsa aggiunta al testo sacro (vv. 97-101). Aggiungere o togliere alla Scrittura è mendosum, di qui mente al v. 100, che esclude la variante mentre.
Contro  “questa nuova categoria di falsari, sfuggita alla decima delle malebolge, i falsari del pensiero” [2], sta la Scrittura. Essa è “pelago”, acqua che può smarrire. Così nell’appello del poeta al lettore di Par. II, 1-18: “O voi che siete in piccioletta barca … non vi mettete in pelago, ché forse, / perdendo me, rimarreste smarriti. / L’acqua ch’io prendo già mai non si corse”. Solo quei pochi che si sono volti per tempo “al pan de li angeli” possono seguire il suo “legno che cantando varca”. Il “pan de li angeli” è la “manna” del Salmo 77, 23-25 citato da Olivi nel terzo dei Principia, a proposito della celestiale dolcezza della Scrittura. Rivolgendosi ai “voialtri pochi” con la metafora della barca che segna l’inizio di Par. II, il poeta prosegue: “metter potete ben per l’alto sale / vostro navigio, servando mio solco / dinanzi a l’acqua che ritorna equale. / Que’ glorïosi che passaro al Colco / non s’ammiraron come voi farete, / quando Iasón vider fatto bifolco” (vv. 13-18). Qui la metafora della navigazione è intrecciata con quella dell’agricoltura spirituale, tema che deriva dall’apertura del settimo e ultimo sigillo (Ap 8, 1).
“All’apertura del settimo sigillo si fece in cielo un grande silenzio”. Questo silenzio, che non sarà perfetto fino alla completa conversione del mondo a Cristo, durerà “mezz’ora”, espressione che sta a significare la brevità del settimo stato della Chiesa rispetto agli altri e che comunque l’apertura del settimo sigillo avverrà anche nel tempo di questa vita, nel suo momento finale e pacifico, non solo nello stato della gloria eterna. Allora si verificherà quanto profetizzato da Isaia: “Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; una gente non alzerà più la spada contro un’altra, non si eserciteranno più nella guerra […] Effetto della giustizia sarà la pace, la coltura della giustizia il silenzio” (Is 2, 4; 32, 17-18). Non solo cesseranno le guerre corporali, afferma Olivi, ma anche quelle spirituali dovute alle eresie, agli errori, agli scismi e ci si dedicherà all’agricoltura e alla mietitura spirituale piuttosto che ai litigi e alle dispute poiché le spade saranno anche vomeri spirituali, che solcano le menti, e le lance falci che mietono il grano spirituale. “Servando mio solco”, in rima con “bifolco”: la navigazione è anche agricoltura spirituale e pacifica; il poeta sta andando verso l’Empireo, il “ciel de la divina pace”, il solco tracciato nel pelago dalla sua navicella è paragonato, con immagine ovidiana (Metam., VII, 100-130), al farsi bifolco del guerriero Giasone per conquistare il vello d’oro.
Al termine del viaggio, la visione, all’interno del “volume”, della molteplicità fusa in unità – “sustanze e accidenti e lor costume / quasi conflati insieme” (Par. XXXIII, 88-89) – evoca nel rarissimo latinismo conflati, che rinvia a Isaia 2, 4 – “Conflabunt gladios suos in vomeres” (l’immagine opposta, delle falci rifuse in spade, è deplorata da Virgilio nelle Georgiche I, 508: “curvae rigidum falces conflantur in ensem”) -, l’immagine di una pacifica unità nella luce divina.
I discepoli di Cristo “a pugnar per accender la fede / de l’Evangelio fero scudo e lance –
et lancee in falces messorias tritici spiritualis” (Par. XXIX, 113-114; Ap 8, 1); ora i predicatori inventano mentre “’l Vangelio si tace”, sarcastica appropriazione alla Scrittura del “silentium pacis” che avviene all’apertura del settimo sigillo (vv. 94-96; Ap 8, 1).
Ai moderni predicatori – per i quali “
ora si va con motti e con iscede / a predicare” (vv. 115-116) – il linguaggio di Beatrice contrappone i dottori della Chiesa. Le parole della donna fanno eco ai temi del terzo stato della Chiesa, periodo nel quale i dottori confutarono le eresie e l’erronea interpretazione della Scrittura con la spada della ragione; perfino il nome della terza chiesa d’Asia – Pergamo – consuona con il luogo dal quale “sì fatte favole per anno … si gridan quinci e quindi: / sì che le pecorelle, che non sanno, / tornan del pasco pasciute di vento, / e non le scusa non veder lo danno (nullum velamen excusationis relinquitur eis: Ap 10, 3)”.
Rinviano al terzo sigillo (Ap 6, 5): Scrittura, torta (v. 90), si ritorse (v. 97), mente (v. 100), ritorci (v. 127), dritta (v. 128); alla terza chiesa (Ap 2, 1): in pergamo (v. 105); al prologo, Notabile I: predicate (v. 110), sonò (v. 112).
Ricavata nell’esegesi di Ap 15, 1 è la dura critica di Beatrice contro le false indulgenze dei moderni predicatori dal cappuccio gonfio di vanità e nascondiglio del diavolo: “Ma tale uccel nel becchetto s’annida, / che se ’l vulgo il vedesse, vederebbe / la perdonanza di ch’el si confida” (Par. XXIX, 118-120; cfr. con l’inciso, citazione di Gioacchino da Fiore, “quia mirantur homines cum incipiunt videre que aliquando non viderunt”).
Ad Ap 9, 11, dove si parla dell’aper de silva, il re delle locuste distruttore della vigna, allude “il porco sant’ Antonio” – riferimento ai monaci ospedalieri agostiniani (v. 124). Alla medesima pagina esegetica potrebbe essere riferito “ad ogne promession si correrebbe” (v. 123), più efficace e di gran lunga meglio attestato di converrebbe (entrambi i verbi sono però presenti nell’esegesi: “concurrent et convenient”). Ma per il verbo correre è più pregnante il riferimento ad Ap 16, 12-14, brano parodiato in altri luoghi del poema (ad es. Par. XI, 59, 81).

[1] Dante Alighieri, La Divina Commedia. Paradiso. Commento di ANNA MARIA CHIAVACCI LEONARDI, Milano 2007, p. 793.

[2] Cfr. PETROCCHI, Itinerari danteschi, p. 348.

Tab. IX

[LSA, cap. XXII, Ap 22, 18-19] “Contestor” et cetera (Ap 22, 18). Premissa confirmatione huius libri per auctoritatem angeli et Christi et etiam Iohannis, ubi supra ait: “Et ego Iohannes” et cetera (Ap 22, 8), hic confirmat hoc auctoritate propria, et hoc cum comminatione valida, dicens: “Contestor ego”, id est protestor vel testis consisto vel tamquam contestis Christi denuntio “omni audienti verba prophetie huius libri”, denuntio scilicet id quod subditur: “Si quis apposuerit ad hec”, scilicet aliquid mendosum, “apponet Deus super illum plagas scriptas in libro isto; (Ap 22, 19) et si diminuerit”, scilicet mendose subtrahendo vel negando, aliquid “de verbis libri prophetie huius, auferet Deus partem eius de libro vite”, ut scilicet non habeat partem in substantiali gloria Dei, qui est liber vite, “et de civitate sancta”, ut scilicet non sit civis in ea nec habeat partem in eius societate, “et de hiis que scripta sunt in libro isto”, ut scilicet non sit particeps bonorum que promittuntur et docentur in eo.
Nota primo quod non intendit hic loqui contra illos qui expositorie et explicative et extra ipsum textum expositiones circa hunc librum apponunt, aut qui in suis expositionibus aliqua de textu abbreviant seu abbreviato modo suis glosaturis interserunt, sed solum loquitur de hiis, qui corrumpendo seriem et veritatem textus, fallaciter aliqua addunt vel subtrahunt. Erant enim in Asia tunc quidam heretici, pluresque erant in orbe futuri, qui ut suos errores firmius fovere possent, de facili apponerent vel minuerent aliquid in hoc libro. Ad horum igitur, ut dicit Ricardus, presumptionem refrenandam, excommunicationis adiungit sententiam et ostendit qua animadversione dignus est qui aliquid in hoc libro addere vel auferre presumit.
Secundo nota quod quia contra duos errores, scilicet false additionis et false subtractionis, habebat duas partes eterne dampnationis comminari, scilicet penam summi dampni amissionis glorie Dei et sanctorum et penam sensus plagarum infernalium, idcirco usitato more scripture per pulchram correpondentiam coaptavit scilicet unum uni sibi similius et aliud alteri; false enim additioni correspondet appositio plagarum et false ablationi correpondet ablatio vite beate. Intelligendum est tamen utramque penam utrique fraudi deberi.

Inf. VII, 58-60

Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
qual ella sia, parole non ci appulcro.

Par. XVI, 7-9, 67-69

Ben se’ tu manto che tosto raccorce:
sì che, se non s’appon di dì in die,
lo tempo va dintorno con le force.

Sempre la confusion de le persone
principio fu del mal de la cittade,
come del vostro il cibo che s’appone

Par. XIX, 133-135

e a dare ad intender quanto è poco,
la sua scrittura fian lettere mozze,
che noteranno molto in parvo loco.

Inf. XXIV, 136-139

Io non posso negar quel che tu chiedi;
in giù son messo tanto perch’ io fui
ladro a la sagrestia d’i belli arredi,
e falsamente già fu apposto altrui.

 

Par. XXIX, 88-90, 97-101

E ancor questo qua sù si comporta
con men disdegno che quando è posposta
la divina Scrittura o quando è torta.

Un dice che la luna si ritorse
ne la passion di Cristo e s’interpuose,
per che ’l lume del sol giù non si porse;
e mente, ché la luce si nascose
da sé …………………………..

Par. VI, 28-33, 100-102

Or qui a la question prima s’appunta
la mia risposta; ma sua condizione
mi stringe a seguitare alcuna giunta,
perché tu veggi con quanta ragione
si move contr’ al sacrosanto segno
e chi ’l s’appropria e chi a lui s’oppone.

L’uno al pubblico segno i gigli gialli
oppone, e l’altro appropria quello a parte,
sì ch’è forte a veder chi più si falli.

7. Rimembranze delle “scuole delli religiosi” nel “poema sacro”

Dante, scrivendo “’n terra per le vostre scole” (Par. XXIX, 70), con riferimento generale agli studi filosofici e teologici prima di appuntarsi sulla vacua predicazione e in particolare “in pergamo” fiorentino, aveva in mente anche le “scuole delli religiosi” delle quali parla nel Convivio (II.xii.7), frequentate tra il 1293 e il 1296 nel periodo di stesura della Vita Nova. Un recente studio di Lorenzo Dell’Oso [Il poeta alle «scuole delli religiosi». Dante, Pietro delle Travi e il convento di Santa Croce (1294-1296), Roma 2026], tramite un confronto testuale con le opere inedite di Pietro delle Travi, che in quegli anni insegnò nello studium francescano di Santa Croce (Commento alle Sentenze, Quaestiones disputatae, Quodlibeta), ha ricercato “cosa Dante possa aver appreso nei trenta mesi a contatto” con quelle scuole “e come abbia rielaborato questo sapere nelle opere composte durante la sua permanenza a Firenze (e, in parte, in quelle scritte durante l’esilio)” [p. 37].
Il confronto consente all’autore di individuare, ad esempio nelle citazioni aristoteliche, “il modo in cui il poeta le risemantizzi, valorizzando il sostrato teologico tanto della Vita Nova quanto di alcune delle Rime”, elaborando “un volgare capace anche di esprimere concetti filosofici” [pp. 123, 140, 159]. Così, nella Vita Nova, il lessico teologico appreso nelle scuole viene applicato ad argomenti di fede, producendo “un testo in cui i confini tra letteratura e teologia vengono dissolti” [p. 118], “un testo nuovo, radicalmente sincretistico […] per farsi esso stesso testo sacro; diviene un mezzo, cioè, per educare all’amore divino, in modo distinto e alternativo al modo in cui la teologia veniva regolarmente insegnata nella Firenze degli anni Novanta del Duecento” [p. 239].
La sinossi testuale, pubblicata su questo sito, tra i commenti scritturali di Pietro di Giovanni Olivi, che dal 1287 al 1289 fu lettore di teologia nello studium istituito presso il convento fiorentino di Santa Croce, e le “nove rime” di Dante, con la stesura della Vita Nova, mostra come il poeta forgiasse estesamente il suo volgare anche sull’esegesi biblica del frate provenzale ancor prima della frequentazione delle “scuole delli religiosi” a partire dal 1293, considerato che ne sono interessate le rime antecedenti la morte di Beatrice, avvenuta nel 1290. Il metodo di trasferire, sul piano semantico, concetti presenti nell’esegesi biblica su soggetti e tempi diversi, redigendo una sacra parodia, dà alla Vita Nova l’aspetto non di un libro devozionale né di un trattato sulla contemplazione – un nuovo Benjamin emulo di Riccardo di San Vittore -, ma di una storia reale assurta a storia sacra della salvezza collettiva. Una vicenda personale e cittadina viene inserita in una storia universale, quella di Cristo e della sua imitazione da parte di Beatrice e di Dante, tramite la sua donna. Questo passaggio dal particolare all’universale appartiene allo spirito profetico, che soffierà veemente nella Commedia.
Fermo restando quanto individuato da Dell’Oso circa l’apprendimento filosofico di Dante nelle “scuole delli religiosi”, il poeta aveva dunque già ampiamente compulsato e utilizzato l’esegesi oliviana, pregna di tematiche quali l’usus pauper, l’attesa di un novum saeculum, l’anelito a una palingenesi delle coscienze, a una conversione universale, argomenti che paiono assenti in Pietro delle Travi, che pure dell’Olivi era probabile discepolo e insegnava quasi sulla soglia del 1300.
Interrotto nel Convivio, il metodo di parodiare i commenti biblici tornerà, nell’esilio, con la Commedia, sacra parodia della Lectura super Apocalipsim di Olivi, scritta dopo la partenza del frate da Firenze per Montpellier (1289) e prima della sua morte (1298), subito pervenuta in Italia, in mano a Ubertino da Casale nel 1305. Il “poema sacro” diverrà una nuova Apocalisse, scritta da un nuovo san Giovanni, scriba di una vera visione come quella avuta dall’Evangelista nell’esilio di Patmos.
Si suole parlare di eclettismo dantesco, di sincretismo culturale, ma ciò vale solo per la fase iniziale delle sue esperienze letterarie. Su tutto prevale l’idea di concordia che unisce i dissimili in superiore unità, quella concordia che fa di Dante, secondo Herbert Grundmann, uno scrittore veramente “cattolico”, cioè universale [1]. Una concordia cristallizzata nel volgare della poesia, che attrae, evocandoli semanticamente, gli dei stranieri nel proprio campo laico, siano essi il linguaggio filosofico delle scuole o quello dell’esegesi biblica. Proprio per l’intenso lavorìo su quest’ultima, fin da quando “fore trasse le nove rime”, la ricerca sulla formazione intellettuale di Dante si deve accompagnare con l’indagine, condotta sui testi, della sua formazione spirituale, che dalle opere di Olivi trasse una poetica fondata sul dettato interiore di Cristo-Amore, l’attesa di una nuova età di giustizia e di pace,  uno spirito profetico, moderno rispetto a quello dell’Antico Testamento, per cui era ancora possibile profetare sulle cose presenti, che debbono avvenire presto, ancor più che su quelle future. Furono queste le suggestioni che provocarono quel “totale commovimento etico-religioso” che “irrompe nelle prime terzine dell’Inferno”, del quale parla Giorgio Petrocchi [2].
Dell’Oso esamina poi “il modo in cui l’esperienza di Dante presso le ‘scuole’ fiorentine possa aver continuato a influenzare la sua opera anche dopo l’esilio”, concentrandosi su alcuni episodi significativi della Commedia. A questa indagine “potenzialmente fertile” [p. 207] si può accompagnare quella che mostra come i temi suggeriti nell’insegnamento scolastico fiorentino siano stati poi semanticamente trattati nella parodia che il “poema sacro” avrebbe operato sulla Lectura super Apocalipsim di Olivi, inserendoli in un viaggio nella storia provvidenziale dell’umana salvezza.
La “seconda morte”, menzionata a Inf. I, 117, avrebbe fatto riferimento ai motivi della tristezza, del terrore, della disperazione recati dall’esegesi ad Ap 2, 11. Gli angeli neutrali avrebbero parodiato quanto afferma Gioacchino da Fiore circa la moltitudine di coloro che non sono del tutto infedeli ma neppure aderenti alla pietà cristiana con l’integra purezza della fede, alludendo ai cristiani di Alessandria e di Siria nelle terre conquistate dai Saraceni (Inf. III, 37-39; Ap 12, 18).
Le genti del Limbo tutte, anche coloro che vennero dopo Cristo, sarebbero state equiparate ai santi padri che precedettero Cristo, stretti dal desiderio che il libro chiuso con sette sigilli venga aperto, gementi e sospirosi come Giovanni, autore dell’Apocalisse (Inf. IV, 26; Ap 5, 4). Il “nobile castello” sarebbe stato fregiato dei segni appartenenti alla sede divina prima dell’apertura del libro. La veste di Aristotele, “’l maestro di color che sanno”, sarebbe stata tessuta con i fili di Colui che siede sul trono più alto circondato dai seniori, con il quale condivide i motivi della somma sapienza, del sedere, dell’essere circondato da “famuli” fra i quali, quasi consiglieri o assistenti a lui più propinqui, stanno Socrate e Platone (IV, 130-135; Ap 4, 3-4).
L’eclissi di sole che si sarebbe verificata nella passione di Cristo, opinione ritenuta menzognera da Beatrice a Par. XXIX, 97-102, nella polemica contro i filosofi “per le vostre scole” e avverso i predicatori di vanità, sarebbe stata incastonata fra la corretta interpretazione della Scrittura che la tromba dei Dottori fece risuonare nel terzo stato o periodo della Chiesa e la minacciata apposizione della pena o sottrazione della vita beata a quanti aggiungono o sottraggono qualcosa al testo sacro (Ap 22, 18-19).
Dell’Oso si sofferma sulla tensione fra Cavalcanti e Dante: “mentre Guido elabora il suo pensiero alla luce della filosofia naturale, Dante, pur conoscendo e impiegando il lessico aristotelico, sceglie di coniugarlo con il linguaggio della teologia” [p. 243]. Alla luce dei confronti con le opere di Olivi si può ulteriormente affermare che la teologia, veicolata dall’esegesi biblica, diventa una guida permanente che riveste luoghi, tempi e personaggi del poema; una guida “forse cui Guido vostro ebbe a disdegno” (anche se pure Cavalcanti non disdegnava di parodiare il Cantico dei Cantici).
Dell’Oso, infine, si chiede a quale pubblico fosse destinata un’opera tanto innovativa come la Vita Nova; “[…] tra i lettori del libello sono da includere non solo la comunità dei poeti d’amore (Cavalcanti in primis), ma anche chi, a conti fatti, era detentore del sapere istituzionale di livello più alto in città: e cioè tanto i destinatari delle attività didattiche dei conventi (gli studenti, i frati di altre comunità e i laici con forti interessi filosofico-teologici) quanto i produttori stessi di quelle attività (e dunque baccellieri, lectores, maestri e via discorrendo” [pp. 242-243].
La medesima domanda si pone nel rapporto tra Commedia e Lectura super Apocalipsim, se gli elementi semantici travasati dal debole latino dell’esegesi nel volgare dei versi non configurino, quali segni operanti come imagines agentes, anche un’arte della memoria praticabile da chi conosceva il testo parodiato, cioè dagli Spirituali francescani, per i quali quell’opera fungeva da vessillo, concepiti da Dante come parte del variegato pubblico cui il poema intendeva rivolgersi.

[1] HERBERT GRUNDMANN, Dante und Joachim von Fiore. Zu Paradiso X-XII, in “Deutsches Dante-Jahrbuch” 14 (NF 5), 1932, pp. 210-256, ripubblicato in IDEM, Ausgewählte Aufsätze, 2. Joachim von Fiore, Stuttgart 1977 (Schriften der Monumenta Germaniae Historica. Band 25, 2), p. 193.

[2] GIORGIO PETROCCHI, Biografia, in Enciclopedia Dantesca, Roma 19842, Appendice, p. 41.

 AVVERTENZE

■ Seppure segue l’ordine dei ventidue capitoli dell’Apocalisse, Olivi suggerisce, nel prologo della Lectura, un metodo differente di comprensione e di aggregazione del testo, fondato sui sette stati (status), cioè sulle epoche nelle quali si articola la storia della Chiesa, prefigurate nell’Antico Testamento.
L’Apocalisse si articola in sette visioni: le sette chiese d’Asia, i sette sigilli, le sette trombe, la donna vestita di sole (le sette guerre sostenute dalla Chiesa), le sette coppe, il giudizio di Babylon nelle sette teste del drago, la Gerusalemme celeste. Le prime sei visioni possono essere a loro volta divise in sette momenti, ciascuno dei quali riferibile a uno dei sette stati. Assembrando, per le prime sei visioni, tutti i primi elementi (chiesa, sigillo, tromba, guerra, coppa, momento del giudizio di Babylon), tutti i secondi, i terzi e così di seguito, si ottengono sette gruppi di materia teologica, corrispondenti al complesso dei temi afferenti a ciascuno dei sette stati. A questi sette gruppi si aggiungono altri due: l’esegesi della settima visione (senza articolazioni interne) e l’esegesi di capitoli del testo scritturale, o di parti di essi, introduttivi delle successive specificazioni delle singole visioni per settenari, che Olivi definisce “radicalia” o “fontalia”. Si ottengono in tal modo nove gruppi: le parti proemiali, i sette assembramenti di settenari e la settima visione. Il grande prologo della Lectura, articolato in tredici notabilia, può essere anch’esso aggregato secondo i sette stati. Un libro (la Lectura) contiene dunque princìpi e criteri affinché l’accorto lettore possa trarne un altro libro, fatto con lo stesso materiale ma ricomposto e distribuito in forma diversa.

■ La Commedia mostra un ordine interno diverso da quello che appare al lettore: il viaggio di Dante ha un andamento di ciclici settenari, che corrispondono ai sette stati della storia della Chiesa, cioè alle categorie con cui Olivi organizza la materia esegetica. Questo ordine interno è registrabile per zone progressive del poema dove prevale, tramite parole-chiave, la semantica riferibile a un singolo stato. È un’intima struttura dirompente i confini letterali stabiliti dai canti e da tutte le divisioni materiali per cerchi, gironi, cieli. Ogni stato, che ha differenti inizi, è concatenato per concurrentia, come le maglie di un’armatura, con quello che precede e con quello che segue. Si possono in tal modo redigere mappe che comprendano l’ordine spirituale della Commedia. La ricerca è pervenuta a una Topografia spirituale della Commedia, dove quasi per ogni verso, o gruppo di versi, collegamenti ipertestuali conducono al “panno” esegetico fornito dalla Lectura super Apocalipsim, sul quale il “buon sartore” ha fatto “la gonna” (cfr. Par. XXXII, 139-141).

■ A ogni gruppo è arbitrariamente assegnato un diverso colore: Radici (verde), I stato (verde acqua), II stato (rosso), III stato (nero), IV stato (viola), V stato (marrone), VI stato (blu), VII stato (indaco), VII visione (fucsia). Dei gruppi sono stati integralmente studiati il terzo stato e la settima visione. Mentre la diversità dei colori è generalmente rispettata nelle tabelle complessive contenenti i collegamenti ipertestuali (Par. XXVIII, XXIX), nelle sinossi i colori possono essere variati per maggiore evidenza.

■ Non di rado nei versi alcune parole o incisi-chiave possono rinviare a più luoghi esegetici. Questo perché il testo dottrinale contenuto nella Lectura, prima di travasarsi semanticamente nella Commedia, è stato sottoposto a una duplice riorganizzazione. La prima, sulla base delle indicazioni dello stesso Olivi, secondo il materiale esegetico attribuibile ai singoli stati. La seconda, seguendo il principio applicato nelle distinctiones ad uso dei predicatori, sulla base di lemmi analogicamente collazionati. La “mutua collatio” di parti della Lectura arricchisce il significato legato alle parole e consente uno sviluppo tematico amplificato. Si vedano, ad esempio, le variazioni eseguite sul tema della “voce” o sull’espressione “in medio”, temi più volte iterati nel sacro testo, oppure il modo con cui Ap 1, 16-17 (l’esegesi della decima e undecima prefezione di Cristo come sommo pastore) percorre i versi in collazione con altri passi. A ciò predispone lo stesso testo scritturale, poiché l’Apocalisse contiene espressioni, come Leitmotive, che ritornano più volte. È determinata da parole-chiave che collegano i passi da collazionare. È suggerita dallo stesso Olivi, nel prologo, per una migliore intelligenza del testo.

■Tutte le citazioni della Lectura super Apocalipsim presenti nei saggi o negli articoli pubblicati su questo sito sono tratte dalla trascrizione, corredata di note e indici, del ms. Paris, Bibliothèque nationale de France, lat. 713, a disposizione fin dal 2009 sul sito medesimo. I passi scritturali ai quali si riferisce l’esegesi sono in tondo compresi tra “ ”; per le fonti diverse da quelle indicate si rinvia all’edizione in rete. Non viene presa in considerazione l’edizione critica a cura di WARREN LEWIS (Franciscan Institute Publications, St. Bonaventure – New York, 2015) per le problematiche da essa poste, che sono discusse in ALBERTO FORNI – PAOLO VIAN, A proposito dell’edizione di Warren Lewis della Lectura super Apocalipsim di Pietro di Giovanni Olivi. Alcune osservazioni, in “Archivum Franciscanum Historicum”, 109 (2016), pp. 99-161.
Il testo della Commedia citato è in Dante Alighieri, La Commedia secondo l’antica vulgata, a cura di GIORGIO PETROCCHI, Firenze 1994. Si tiene anche conto dell’edizione a cura di GIORGIO INGLESE, Firenze 2021 (Società Dantesca Italiana. Edizione Nazionale), qualora il testo proposto si discosti da quello del Petrocchi e la scelta della variante risulti discutibile nel confronto con la LSA.

ABBREVIAZIONI

Ap: APOCALYPSIS IOHANNIS.

LSA: PIETRO DI GIOVANNI OLIVI, Lectura super Apocalipsim.

Concordia: JOACHIM VON FIORE, Concordia Novi ac Veteris Testamenti. Herausgegeben von A. PATSCHOVSKY, Wiesbaden 2017 (Monumenta Germaniae Historica. Quellen zur Geistesgeschichte des  Mittelalters, 28. Band), Teil 2 (lib. I-IV), Teil 3 (lib. V).

Expositio: GIOACCHINO DA FIORE, Expositio in Apocalypsim, in Edibus Francisci Bindoni ac Maphei Pasini, Venetiis 1527, ristampa anastatica Minerva, Frankfurt a. M. 1964.
IOACHIM ABBAS FLORENSIS, Expositio super Apocalypsim et Opuscula adiacentia. Ediderunt ALEXANDER PATSCHOVSKY et KURT-VICTOR SELGE †, Roma 2024 (Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Fonti per la Storia dell’Italia Medievale, Antiquitates, 59, 3 voll.; l’edizione reca a margine la foliazione dell’edizione veneziana).

Olivi opera spesso una sintesi del testo di Gioacchino da Fiore. Le « » precedono e chiudono un’effettiva citazione. Diversamente, viene posto un asterisco (*) o una nota in apice al termine della parte riferibile a Gioacchino.

In Ap: RICCARDO DI SAN VITTORE, In Apocalypsim libri septem, PL 196, coll. 683-888.

Note sulla “topografia spirituale” della Commedia   EN

Per quanto segua l’ordine dei ventidue capitoli dell’Apocalisse, Olivi suggerisce un metodo differente di comprensione e di aggregazione del testo esegetico, fondato sui sette stati, cioè sui periodi nei quali si articola la storia della Chiesa. L’Antico Testamento corrisponde alle prime cinque età del mondo, secondo la divisione tradizionale [1]: è l’età del Padre secondo Gioacchino da Fiore. Con il primo avvento di Cristo, nella carne, inizia la sesta età (l’età del Figlio), nella quale la Chiesa, come fosse un individuo, cresce e si sviluppa in sette stati. Al primo, apostolico periodo, succede il secondo dei martiri; poi, al tempo di Giustiniano, il terzo stato dei dottori che confutano con l’intelletto le eresie concorre con il quarto stato degli affettuosi anacoreti devoti al pasto eucaristico, alti per la contemplazione ma anche attivi come reggitori delle genti; a partire da Carlo Magno subentra il quinto stato aperto alla vita associata delle moltitudini, bello nel principio ma poi corrottosi fino a trasformare quasi tutta la Chiesa in una nuova Babilonia; la riforma interviene, a partire da Francesco, con il cristiforme sesto stato, fino alla sconfitta dell’Anticristo; subentra infine il silenzio e la quiete del pacifico settimo stato. Il sesto e il settimo stato (la terza età di Gioacchino da Fiore) coincidono con il secondo avvento di Cristo, nello Spirito, cioè nei suoi discepoli spirituali inviati a convertire il mondo con la predicazione; al termine del settimo stato ci sarà il terzo avvento, nel giudizio.
L’Apocalisse si articola in sette visioni: le sette chiese d’Asia, i sette sigilli, le sette trombe, la donna vestita di sole (le sette guerre sostenute dalla Chiesa), le sette coppe, il giudizio di Babylon nelle sette teste del drago, la Gerusalemme celeste. Le prime sei visioni possono essere a loro volta divise in sette momenti, ciascuno dei quali riferibile a uno dei sette stati. Assembrando, per le prime sei visioni, tutti i primi elementi (chiesa, sigillo, tromba, guerra, coppa, momento del giudizio di Babylon), tutti i secondi, i terzi e così di seguito, si ottengono sette gruppi di materia teologica, corrispondenti al complesso dei temi afferenti a ciascuno dei sette stati [2]. A questi sette gruppi se ne aggiungono altri due: l’esegesi della settima visione (senza articolazioni interne) e l’esegesi di capitoli del testo scritturale, o di parti di essi, introduttivi delle successive specificazioni delle singole visioni per settenari, che Olivi definisce “radicalia” o “fontalia”. Si ottengono in tal modo nove gruppi: le parti proemiali, i sette assembramenti di settenari e la settima visione. Il grande prologo della Lectura, articolato in tredici notabilia, può essere anch’esso aggregato nelle sue parti secondo i sette stati.

L’intenso travaso di parole-temi dalla Lectura nella Commedia si accompagna a un fatto strutturale. La Commedia mostra un ordine interno diverso da quello che appare al lettore: il viaggio di Dante ha un andamento di ciclici settenari, che corrispondono ai sette stati oliviani. È un ordine registrabile per zone progressive del poema dove prevalgono i temi di un singolo stato, che rompe i confini letterali stabiliti dai canti e da tutte le divisioni materiali per cerchi, gironi, cieli. Ogni stato, che ha differenti inizi, è concatenato per “concurrentia”, come le maglie di un’armatura, con quello che precede e con quello che segue. Ciascuno stato ha in sé una grande ricchezza di motivi e contiene inoltre temi di tutti gli altri, consentendo innumerevoli intrecci e variazioni. La Commedia appare, come l’Apocalisse, “libro scritto dentro e fuori” (Ap 5, 1), con duplice struttura, linguaggio e senso, letterale e spirituale. Il viaggio di Dante e la visione di Giovanni hanno la stessa causa finale, che è la beatitudine, alla quale si perviene con diverse guide, per gradi segnati da visioni sempre più nuove e ardue delle precedenti, attraverso una sempre maggiore apertura dell’arcano coperto dal velame dei sette sigilli fino al punto più alto in cui, in questa vita, è possibile vedere la verità.
Tutti i modi del linguaggio interiore al poema esprimono un processo, un viaggio dal più chiuso al più aperto, e in questo andare hanno una loro precisa collocazione ‘topografica’, uno ‘stato’ (nel senso di momento storico che ricade sulla coscienza individuale) al quale appartenere. Si possono in tal modo stendere vere e proprie mappe tematiche che comprendano l’ordine spirituale di tutta la Commedia che aderisce, parodiandola semanticamente, a una precisa teologia della storia, sia pure modificandone profondamente le prospettive. La ciclicità dei temi permette di stabilire collegamenti inusitati tra le diverse zone; il procedere per gradi dell’illuminazione divina fa sì che episodi oscuri e quasi ermeticamente chiusi si chiariscano poi, aprendosi all’intelligenza in modo più alto.
A ogni gruppo è arbitrariamente assegnato un diverso colore: Radici (verde), I stato (verde acqua), II stato (rosso), III stato (nero), IV stato (viola), V stato (marrone), VI stato (blu), VII stato (indaco), VII visione (fucsia). Dei gruppi sono stati integralmente studiati il terzo stato e la settima visione.

INFERNO

(le prime cinque età del mondo)

La ‘topografia spirituale’ del poema mostra nell’Inferno cinque cicli settenari corrispondenti agli stati della Chiesa descritti da Olivi e ai loro temi contenuti nella Lectura. Questi cinque cicli designano le prime cinque età del mondo (riunite a loro volta nel primo stato generale, che corrisponde all’età del Padre di Gioacchino da Fiore), in quanto prefigurazione del primo avvento di Cristo e della Chiesa.
I cinque cicli settenari che si susseguono nell’Inferno a partire dal quarto canto (i primi tre canti hanno una tematica particolare) sono preceduti da cinque zone che possono essere definite ‘snodi’, dove cioè confluiscono temi provenienti da più stati, intrecciati insieme ad altri ad avviare il procedere settenario. Il centro di questi ‘snodi’ coincide con un canto (Inf. IV, X, XVII, XXVI, XXXII), ma la zona è più vasta e supera l’ambito dato dalla divisione letterale del poema.

Inf. I-III sono da considerare al di fuori dei cicli. Inf. I e II sono profondamente segnati dai temi del sesto stato. Inf. III è riferibile al settimo stato (per gli ignavi) e in parte al quinto (per l’episodio di Caronte).

canti

I ciclo

stati

cerchi

IV

Limbo

Radici, I (I snodo)

I

V

lussuriosi

II

II

VI

golosi

III

III

VII

avari e prodighi

palude Stigia
(iracondi e accidiosi)

III–IV

 

V

IV


V

VIII

palude Stigia (orgogliosi)
città di Dite

V

V

IX

apertura della porta di Dite

V–VI

 

canti

II ciclo

stati

cerchi

IX-X-XI

eretici, ordinamento dell’inferno

I (II snodo)

VI

XII

violenti contro il prossimo

II

VII (girone 1)

XIII

violenti contro sé

III

        (girone 2)

XIV

violenti contro Dio: bestemmiatori

IV

        (girone 3)

XV-XVI

violenti contro Dio: sodomiti

V

XVI

XVII

ascesa di Gerione

Gerione,  violenti contro Dio: usurai

VI

canti

III ciclo

stati

cerchi

XVII

volo verso Malebolge

I (III snodo)

 

XVIII

ruffiani, lusingatori

Radici – II

VIII (bolgia 1, 2)

XIX

simoniaci

III

(bolgia 3)

XX

indovini

IV

(bolgia 4)

XXI-XXII

barattieri

V

(bolgia 5)

XXIII

ipocriti

V–VI

(bolgia 6)

XXIV-XXV

ladri

VI

(bolgia 7)

canti

IV ciclo

stati

cerchi

XXVI

consiglieri di frode (greci)

I (IV snodo)

(bolgia 8)

XXVII

consiglieri di frode (latini)

II

XXVIII-XXIX

seminatori di scandalo e di scisma

III

(bolgia 9)

XXIX

falsatori

IV

  (bolgia 10)

XXX

falsatori

IV–V

XXXI

giganti

V–VI

 

canti

V ciclo

stati

cerchi

XXXII

Cocito: Caina, Antenora

I (V snodo)

IX

XXXIII

Antenora, Tolomea

II

XXXIV

Giudecca

III–IV–V

XXXIV

volgersi di Virgilio sull’anca di Lucifero

VI

 

 

Il sesto stato è per Olivi la fase più importante nella costruzione dell’edificio della Chiesa. In esso “renovabitur Christi lex et vita et crux”. Corrisponde ai tempi moderni. Ha quattro diversi inizi temporali: uno profetico, con Gioacchino da Fiore, il quale lo vide in spirito concependo la sua terza età; il secondo con la conversione di Francesco (1206), che seminò la pianta; il terzo con la predicazione degli uomini spirituali, per la quale la pianta si rinnovella; il quarto con la distruzione storica di Babylon. Dura fino alla sconfitta dell’Anticristo, il cui avvento si collocherebbe, secondo i numeri della profezia di Daniele 12, 11-12 combinati con Ap 12, 6 e 14, fra il 1290 e il giubileo di pace del 1335.
Una ‘vita nuova’ si instaura nel sesto stato, per eccellenza il momento dell’imitazione di Cristo. I rami dell’albero si dilatano producendo il frutto della carità, l’acqua che proviene da Cristo-fonte attraverso il condotto che percorre i primi cinque stati della Chiesa si effonde in un lago; è il tempo, assimilato al sacramento del matrimonio, della letizia nuziale, della familiarità, dell’amicizia. Corrisponde al sesto giorno della creazione, in cui vennero creati prima i rettili e le bestie irrazionali, poi l’uomo razionale che, come l’ordine evangelico, è fatto a immagine e somiglianza di Dio e domina tutti gli animali.
Le espressioni di Olivi relative al sesto stato – “quoddam sollempne initium novi seculi … renovaretur et consumaretur seculum”, nel quale il sacerdozio apostolico “redeat et assurgat ad ordinem primum”, la “nova Ierusalem”, interpretata come “visione di pace”, viene vista “descendere de celo” e la Chiesa descritta come la donna vestita di sole con la sua “virginea proles” – sono la veste spirituale dei versi della quarta egloga virgiliana che celebrano la rinnovata età dell’oro: “Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo / iam redit et Virgo; redeunt Saturnia regna; / Iam nova progenies caelo demittitur alto” (Egloga IV, 5-7). Olivi completa la Lectura super Apocalipsim nel 1298, poco prima di morire, il 14 marzo, a Narbonne. Quel felicissimo stato segnato dalla pace sotto il divo Augusto, che rese l’umanità disposta al primo avvento di Cristo, si sta rinnovando nel sesto stato della Chiesa, nel secondo avvento nello Spirito. Scrive Arsenio Frugoni: “[…] quell’escatologismo, oltre che ideologia di lotta e di riforma del gruppo spirituale, era anche un vero e proprio sentimento storico […] una tensione di rinnovamento, una ansia di salvezza, che nel 1300, l’anno centenario della Natività, aveva trovato come una attivazione, in un senso di pienezza dei tempi, cui doveva corrispondere un fatto, un accadere meraviglioso e nuovo” [3].
All’apertura del sesto sigillo, l’eletta schiera dei riformatori – i 144.000 segnati dalle dodici tribù d’Israele – guida la turba innumerevole di ogni gente, tribù, popolo e lingua (Ap 7, 3-4.13). Questi eletti e magnanimi duci, separati dalla volgare schiera per più alta milizia, vengono destinati a difendere liberamente la fede – ad essi è data la “plena libertas ad innovandam christianam religionem” -; sono gli amici di Dio a lui noti per nome, configurati in Cristo crocifisso e votati al martirio.
All’interno della Chiesa del sesto stato, l’Ordine dei Minori – “ordo plurium personarum” – è  assimilabile alla persona umana di Cristo. Come questa si sviluppò fino all’età virile, così dovrà essere per l’ordo evangelicus piantato da Francesco, che avrà bisogno (a differenza di Cristo che stette poco tempo nel mondo) di due o tre generazioni per svilupparsi prima di subire una condanna simile a quella di Cristo [4]. La sua maturità coincide, verso il 1300, con il terzo inizio del sesto stato, cioè con il rinnovarsi per opera dello Spirito di Cristo, nel suo secondo avvento, della pianta seminata da Francesco. Questa concezione dell’Ordine francescano come individuo in sviluppo che, perfettamente maturato, diventa il novus ordo preconizzato da Gioacchino da Fiore per l’età dello Spirito, si differenzia da quella di Bonaventura, che aveva invece distinto i Francescani del proprio tempo – e quindi anche gli Spirituali – dall’Ordine finale che dominerà fino ai confini della terra. Alla terza apertura del sesto sigillo nuovi san Giovanni vengono inviati a predicare al mondo come nel tempo degli Apostoli. Ma Giovanni non designa solo un Ordine, perché Olivi lascia aperta la possibilità di rivelazioni individuali, avute da “singulares persone”, perfetti imitatori di Cristo votati, con la loro “lingua erudita”, al compito della conversione universale.

[LSA, cap. X, Ap 10, 11] “Et dixit michi: Oportet te iterum prophetare in gentibus et populis et linguis et regibus multis”. In ipsa sapientia libri expresse continetur quod oportet iterum predicari evangelium in toto orbe, et Iudeis et gentibus, et totum orbem finaliter converti ad Christum. Sed quod per istum hoc esset implendum non poterat sciri nisi per spiritualem revelationem, et hoc dico prout per Iohannem designantur hic singulares persone quia, prout per ipsum designatur in communi ordo evangelicus et contemplativus, scitur ex ipsa intelligentia libri quod per illum ordinem debet hoc impleri.

Nei cinque cicli settenari della prima cantica il sesto stato è segnato dall’apertura della porta della città di Dite (Inf. IX, 89-90); dall’ascesa di Gerione dall’abisso (Inf. XVI, 106-136); dal precipitoso passaggio dalla quinta alla sesta bolgia (Inf. XXIII, 1-57) e poi dalle trasformazioni della settima, dove i ladri fiorentini si mutano in serpenti e viceversa (Inf. XXIV-XXV); dal chinarsi di Anteo sul fondo dell’inferno (Inf. XXXI, 136-145); dal passaggio del centro della terra, con la conversione di Virgilio sull’anca di Lucifero, che è passaggio verso la sesta età, quella della Chiesa, descritta nel Purgatorio.
Ma i temi propri del sesto stato sono diffusi ovunque, intrecciati con quelli degli altri stati, e alla loro esegesi rinviano precise parole-chiave incardinate nel senso letterale dei versi. L’esegesi dell’angelo del sesto sigillo (Ap 7, 2) è già centrale nel primo canto del poema.
La novità che il sesto stato, per eccellenza stato di rinnovamento di questo secolo, arreca nell’inferno è una novità fittizia: l’apertura della porta della città di Dite non è vera novità, perché essa è stata chiusa dall’ostinazione dei diavoli, recidivi dopo l’apertura della porta dell’inferno da parte di Cristo prefigurata dalla venuta di Ercole all’Ade, per cui Cerbero “ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo”; Gerione viene su ad un “novo cenno” di Virgilio, ma è figura della frode dalla velenosa coda aculeata; il nuovo prodotto dalle trasformazioni reciproche di serpenti e uomini è qualcosa di incompiuto perché l’uomo razionale, creato nel sesto stato, regredisce allo stato precedente.
L’Inferno è il luogo della durezza lapidea, dell’impetrarsi, del parlare duro di cose dure a dirsi, del duro giudizio, del senso duro della scritta al sommo della porta, dei duri lamenti, dei duri demoni, dei duri veli del gelo, della gravezza. Nell’Inferno vige l’imposizione data a Daniele dall’angelo sotto il sesto sigillo dell’Antico Testamento: “Ora tu, Daniele, chiudi queste parole e sigilla questo libro fino al tempo stabilito” (Dn 12, 4), che era la sesta età nella quale apparve Cristo e in particolare il sesto stato della sua Chiesa nella quale il libro doveva essere più pienamente aperto, non però ai malevoli e ai maldisposti. Questa durezza è rotta dall’invito di Dante ai dannati perché parlino. Far parlare liberamente, per dettato interiore, è la principale prerogativa del sesto stato – la nuova età che tanto s’aspetta, quella che ode del “dolce stil novo” e delle “nove rime” -, ed è tema che la poesia canta per intero, sia pure per un attimo, anche nella vecchia roccia infernale. Appartiene alla sesta chiesa il parlare liberamente di Cristo – ad essa è dato l’“ostium apertum”, che è “ostium sermonis” – , il sentire per dettato interiore, l’aprirsi della volontà. Appartiene alla sesta chiesa anche il far venire quelli che si dicono Giudei senza esserlo, mutati nel cuore e disposti a farsi battezzare e governare. Questo far venire a parlare equivale al cortese e liberale invito dello Spirito di Cristo a convivare, a venire con desiderio e volontario consenso, con “disio” e con “velle”, in una pausa di pace nell’eterna dannazione. All’“affettüoso grido” del poeta le ombre di Francesca e Paolo vengono “dal voler portate” verso un momento di mutazione, sebbene limitata al successivo colloquio. Tutto l’Inferno è un contrappunto fra la durezza del giudizio e l’apertura per la parola dirompente, fin che essa dura, la pena. Un’apertura che si esprime in varie forme: muoversi sospirando nel Farinata prima immobile, ‘crollarsi’ quasi per terremoto interiore dello ‘schivo’ Ulisse, convertirsi del vento in voce in Guido da Montefeltro, tornare indietro nel cammino assegnato o separarsi dai compagni di pena, essere sforzati a parlare anche malvolentieri, non poterlo negare o mostrare fretta di farlo, arrestarsi obliando il martirio, levarsi per poi ricadere, sollevarsi da atti bestiali per ritornare a essi dopo aver parlato, come nel conte Ugolino. In tante lingue, che parlano come per sé stesse mosse, sta un solo desiderio, il vivere ancora nel libro che è stato altrui aperto.
Se nell’Inferno il sesto stato non si realizza mai compiutamente, anche il settimo, che gli è strettamente connesso, non può trovare un luogo autonomo. Ciò non toglie che temi del settimo stato (e della settima visione) siano ben presenti in modo diffuso. Ad esempio, quelli relativi alla settima chiesa assumono particolare rilievo nella descrizione degli ignavi a Inf. III. Tempo del silenzio, della serena pace, del riposo dalle ansiose fatiche, il settimo stato subentra dopo le terribili tentazioni inferte, con un martirio non corporale ma psicologico, dai carnefici dell’Anticristo nel sesto. Come ogni momento della storia umana partecipa dell’imitazione di Cristo, che raggiunge l’acme nel sesto stato, così in ogni periodo si verifica una sua “quietatio”, una pausa di pace, di quiete, di silenzio propria del settimo. Così Francesca parla e ascolta “mentre che ’l vento, come fa, ci tace”. Il vento – “la bufera infernal, che mai non resta” – designa il fluttuare tempestoso delle passioni nel cuore.

PURGATORIO

(sesta età del mondo)

Dopo le prime cinque età del mondo (corrispondenti all’Antico Testamento, la gioachimita età del Padre), che hanno segnato la discesa a spirale per i cinque cicli settenari dell’Inferno, con il Purgatorio inizia la sesta età, quella di Cristo (l’età del Figlio), che ha sette stati, corrispondenti ai sette stati della Chiesa. Dapprima, nel cosiddetto ‘antipurgatorio’, si registrano in successione temi prevalenti dei primi cinque stati. Il sesto stato della sesta età (con cui si apre l’età dello Spirito) inizia con l’apertura della porta di san Pietro (la porta del purgatorio). Questo sesto stato procede anch’esso con andamento settenario, per cui ha sette momenti, coincidenti principalmente con un girone della montagna, ma non del tutto, perché sempre l’ordine spirituale del poema rompe i confini letterali e le divisioni materiali, concatenando i temi di uno stato prevalente con quelli dello stato che precede e con quelli dello stato che segue e intrecciandoli con temi di tutti gli altri stati.
È spiegato nel Notabile VII del prologo della Lectura che il sesto stato della Chiesa è il secondo stato di Cristo e ha i suoi sette tempi per cui la Chiesa, come fosse una sfera, si ricongiunge circolarmente al primo apostolico tempo. Il settimo dei sette momenti del sesto stato della Chiesa coincide con il settimo stato generale della Chiesa, che nel poema corrisponde in parte all’ultimo girone della montagna (il settimo, dove si purgano i lussuriosi) e in parte all’Eden, con cui si chiude la seconda cantica.
Il Purgatorio dunque, secondo il senso spirituale, è la storia della Chiesa che corre verso il suo sesto stato, punto di riferimento di tutte le vicende umane, antiche e moderne, che ad esso cooperano. Non è casuale che nel sesto girone della montagna sia chiarificata e riconosciuta, nel colloquio con Bonagiunta da Lucca, la poetica delle “nove rime” di Dante, già “sesto tra cotanto senno” cooptato nella “bella scola” dei poeti del Limbo.
La vasta zona dedicata al sesto momento del sesto stato della Chiesa ha il suo inizio nel forte terremoto che scuote la montagna mentre Dante e Virgilio si trovano ancora nel quinto girone (Purg. XX, 124-141). Essa è stata compiutamente esaminata altrove.
Il settimo stato dell’Olivi si realizza parte in questa vita (come pregustazione in terra della gloria eterna, cioè fin sulla cima della montagna) e in parte nella futura (nel senso della quiete delle anime beate in attesa della resurrezione, che è la materia del Paradiso).

canti

I ciclo – fino al sesto sato

stati

 

I

Catone

Radici, I

 

II

angelo nocchiero, Casella

I  –  II

 

III

scomunicati

III

“Antipurgatorio”

IV

salita al primo balzo, Belacqua

IV  –  V

V

negligenti morti per violenza

V

VI

Sordello

V

VII-VIII

valletta dei principi

V

IX

apertura della porta

VI – sesto stato

 

canti

II ciclo – il sesto stato della sesta età

stati

gironi

X-XII

superbi

I

I

XIII-XIV-XV

invidiosi

II

II

XV-XVIII

iracondi

ordinamento del purgatorio,

amore e libero arbitrio

III

III

IV

XVIII-XIX

accidiosi

IV

IV

XIX-XX

avari e prodighi

V

V

XX (terremoto)  -XXV

Stazio, golosi, generazione dell’uomo

VI

VI

XXV-XXVI

lussuriosi

VII – settimo stato

VII

XXVII

XXVIII-XXXIII

 muro di fuoco

notte stellata, termine dell’ascesa

Eden

 

 

PARADISO

(settimo stato della Chiesa)

Il Primo Mobile è il nono e penultimo cielo, ma è il sesto se si parte dal cielo del Sole. È anche il cielo più segnato dal tema del “punto”, cui è assimilato il sesto stato. Questo consente di ricostruire l’ordine spirituale del Paradiso ponendo la cerniera nel quarto cielo del Sole. Con il terzo cielo di Venere termina infatti il cono d’ombra gettato dalla terra, secondo la dottrina di Alfragano (Par. IX, 118-119), mentre prima di descrivere l’ascesa al cielo del Sole il poeta invita il lettore a rivolgersi “a l’alte rote” (Par. X, 7-27). Senza la cesura recisa che, nella prima cantica, divide i dannati puniti all’interno della città di Dite da quelli che ne stanno fuori e, nella seconda cantica, separa le anime purganti nei sette gironi della montagna dalle anime che attendono fuori della porta (il cosiddetto ‘antipurgatorio’), anche nel Paradiso gli spiriti che si manifestano nei primi tre cieli della Luna, di Mercurio e di Venere (spiriti che mancarono ai voti, spiriti che furono attivi per conseguire onore e fama, spiriti amanti) si distinguono per minore perfezione rispetto a quelli che appaiono nei cieli seguenti.
I dieci cieli del Paradiso si mostrano pertanto ordinati in due gruppi di settenari, corrispondenti agli stati della Chiesa (e alle loro prerogative) secondo Olivi, parzialmente combacianti (da 1 a 7 e da 4 a 10: coincidono gli ultimi quattro numeri del primo gruppo e i primi quattro del secondo).

I  Se si considera il primo settenario, nel primo cielo della Luna si affronta la questione dell’inadempienza dei voti, che ha corrispondenza con i temi propri della prima chiesa di Efeso, il cui nome, se interpretato, oscilla tra la fervida volontà iniziale e la remissione (l’essenza del voto consiste nella volontà).

II  Nel secondo cielo di Mercurio, le battaglie sostenute dal “sacrosanto segno” dell’aquila corrispondono allo stato dei martiri, che è dei combattenti, e anche la dottrina dell’incarnazione e della passione di Cristo, esposta successivamente da Beatrice, fa parte della tematica, perché l’intera Chiesa, fondata sulla passione di Cristo, imita con i martiri la sua croce, e questo giova assai al suo radicamento.

III  Nel terzo cielo di Venere, Carlo Martello spiega al modo di un dottore del terzo stato la diversità delle indoli umane e come gli uomini, non assecondandole, errino; nello stesso cielo compare Folchetto di Marsiglia, che da vescovo di Tolosa combatté l’eresia albigese.

IV – I  Al quarto cielo del Sole, primo del secondo gruppo di settenari per l’esaltazione della vita apostolica (propria del primo stato e rinnovata nel sesto), si può connettere il tema stesso del sole inteso nell’esegesi della quarta tromba (Ap 8, 12): “Per solem videtur hic designari solaris vita et contemplatio summorum anachoritarum, qui fuerunt patres et exempla aliorum, vel solaris sapientia et doctrina summorum doctorum”. Sapienza e contemplazione, dottori del terzo e anacoreti del quarto stato, concorrono,come Domenico e Francesco– “L’un fu tutto serafico in ardore; / l’altro per sapïenza in terra fue / di cherubica luce uno splendore” (Par. XI, 37-39) – con mutua cortesia a infiammare il meriggio dell’universo.

V – II  Il quinto cielo di Marte, secondo (come il secondo stato dei martiri) per l’esaltazione della croce di Cristo formata dai lumi dei combattenti per la fede, reca in sé il tema del condiscendere proprio del quinto stato sia nel pio discendere per la croce di Cacciaguida verso Dante, sia nella decadenza degli “alti Fiorentini”, cioè delle antiche famiglie, assimilate agli anacoreti, un tempo alti e poi vòlti in basso.

VI – III  Il sesto cielo di Giove, terzo (come il terzo stato dei dottori) per la spiegazione di profonde verità di fede, sviluppa il motivo, proprio della sesta chiesa, della “porta aperta”. Aprire la porta significa illuminare e rendere acuto l’intelletto che penetra nell’occulto delle Scritture, e anche dare efficacia spirituale a penetrare nel cuore di chi ascolta: così l’aquila apre la “latebra” di Dante, così l’occhio di Rifeo Troiano fu da Dio aperto alla futura redenzione.

VII – IV Nel settimo cielo di Saturno, quarto (come il quarto stato degli anacoreti), “si tace … la dolce sinfonia di paradiso” (Par. XXI, 58-60), e il tacere è tema del settimo stato. Ivi si mostrano gli spiriti contemplativi, principali soggetti del quarto stato, proprio degli anacoreti: se si conta a partire dal quarto cielo del Sole, considerando questo come primo ovvero come nuovo avvio del ciclo settenario, il cielo di Saturno è appunto quarto.

VIII (V) Il settimo cielo di Saturno è seguito dal cielo delle Stelle fisse – ottavo e quinto -, dove si mostrano le schiere del trionfo di Cristo che discendono dall’Empireo (il quinto stato è caratterizzato dalla “condescensio”) e si celebra il trionfo di Maria (sviluppo del tema, proprio della quinta chiesa, della mirabile bellezza della Chiesa, regina ornata di veste aurea per la carità che unisce e circondata dalla varietà nei doni e nelle grazie delle diverse membra). È inoltre ricapitolazione dei precedenti sette, secondo un’interpretazione più volte presente nella Lectura dell’essere ‘ottavo’. Per questo Dante, stando nel segno dei Gemelli, riguarda in giù e torna col viso per tutte quante le sette precedenti sfere (Par. XXII, 124-154).

IX (VI) Segue il Primo Mobile o Cristallino – nono e sesto cielo –, dove il poeta vede il punto luminosissimo – Dio – da cui dipende il cielo e la terra, circondato dai nove cerchi di fuoco (Par. XXVIII, 16-18, 40-42, 94-96). Il sesto stato, secondo quanto Olivi afferma nel Notabile VIII, è il “punto” da cui dipendono gli altri stati, perché appare nel testo dell’Apocalisse in modo più evidente degli altri, che da esso assumono chiarezza quanto alla loro manifestazione nella storia, come l’intelligenza delle cose ordinate ad un fine dipende dal fine.

X (VII) La quiete e l’immobilità dell’Empireo, decimo cielo – il “ciel de la divina pace” -, corrispondono al settimo stato, di cui è propria la “quietatio”, il silenzio (tema anticipato dal tacere di Beatrice in apertura del canto XXIX), e la pace.

Il Paradiso avrebbe pertanto un ordine spirituale del seguente tipo:

cielo

stato

cielo

I

LUNA

I

II

MERCURIO

II

III

VENERE

III

IV

SOLE

IV

I

SOLE

V

MARTE

V

II

MARTE

VI

GIOVE

VI

III

GIOVE

VII

SATURNO

VII

IV

SATURNO

VIII

V

STELLE FISSE

IX

VI

PRIMO MOBILE

X

VII

EMPIREO

Oltre ai luoghi sopra indicati, i temi del sesto e del settimo stato si rinvengono in più punti, intrecciati con altri.

[1] Cfr. LSA, cap. XVII, Ap 17, 9: «Et subdit Ricardus quod per septem reges, et per septem capita designatos, designatur hic universus populus malorum, qui secundum septem status huius seculi determinantur. Primus scilicet ab Adam usque ad Noe. Secundus a Noe usque ad Abraam. Tertius ab Abraam usque ad Moysen. Quartus a Moys<e> usque ad David. Quintus a David usque ad Christum. Sextus a Christo usque ad Antichristum. Septimus autem sub Antichristo attribuitur». Cfr. PETRI IOHANNIS OLIVI Lectura super Lucam, Lc 1, 26, ed. F. Iozzelli, Grottaferrata 2010 (Collectio Oliviana, V), pp. 187-188: «Signanter autem dicitur in sexto mense, quia Christus uenit in sexta mundi etate, et iterum post quinque notabiles synagoge decursus: nam primo, cum sola circumcisione fuit sub patribus per quadringentos annos; secundo, accepta lege, fuit sub iudicibus per tantumdem temporis; tertio, proficiens in regnum, fuit sub regibus; quarto, assumpto plenius spiritu prophetico, fuit sub prophetis sollempnioribus, scilicet sub Elia, Ysaia et Yeremia etc.; quinto, restituto templo et urbe, fuit sub pontificibus quibus, per Aggeum et Zachariam et Malachiam iterata prophetia de Christo et eius precursore Elia, factum est silentium prophetarum, ita quod obmutuit cetus sacerdotum usque ad Iohannis ortum; et iterum in eiusdem quinti temporis sexto centenario conceptus est Christus. Sicut etiam sexto die factus est homo ad ymaginem Dei, sic conuenienter sub consimili senario factus est Christus homo, plenior Dei ymago: nam et perfectio numeri senarii, que ex omnibus partibus suis aliquotis et iterum ex ternario cum suis partibus, scilicet binario et unitate, consurgit, competit sibi et etiam reflexio ternarii per binarium, id est cultus fidei et Trinitatis per geminam caritatem».

[2] Il principio è chiaramente affermato nel notabile VIII del prologo della LSA: «[…] si omnia prima membra visionum ad invicem conferas et consimiliter omnia secunda et sic de aliis, aperte videbis omnia prima ad idem primum concorditer referri et consimiliter omnia secunda ad idem secundum et sic de aliis. Et hoc in tantum quod plena intelligentia eiusdem primi multum clarificatur ex mutua collatione omnium primorum, et idem est de omnibus secundis et tertiis et sic de aliis».

[3] ARSENIO FRUGONI, La Roma di Dante, tra il tempo e l’eterno, in ID., Pellegrini a Roma nel 1300. Cronache del primo Giubileo, presentazione di C. Frugoni, a cura e con Introduzione di F. Accrocca, Casale Monferrato 1999, pp. 102-103.

[4] LSA, cap. VI, Ap 6, 12: «Secunda ratio est quia persone Christi correspondet in sexta apertione unus ordo plurium personarum sic secundum suam proportionem augendus, sicut Christus secundum suum corpus fuit usque ad perfectam etatem viriliter auctus. […] Quarta est quia, prout super evangelia ostendi, Christus parvo tempore debuit inter nos vivere et pauciori predicare […]. Nisi autem ordo evangelicus, per Franciscum renovatus, esset in multis et saltem sub duabus vel tribus generationibus propagatus et sollempnizatus, non esset nec ipse nec populus ab eo ducendus sufficienter dispositus ad tam autenticam condempnationem condempnationi Christi consimilem subeundam».